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Nel Gennaio 2014, a meno di due anni dal terremoto, la Bassa modenese viene colpita dall’alluvione. Queste terre e i suoi abitanti si piegano, ma non si spezzano, divisi tra il senso di rabbia e solitudine e la voglia di ricominciare. E per farlo, Laura e Gilberto hanno un motivo in più.

di Lucia Maini, Mattia Rossi e Davide Mantovani

VIDEO / Mani emiliane

REPORTAGE/ Speriamo che lassù finiscano le lacrime

I comodini a faccia in giù. Come il televisore e il mobile che lo sorreggeva. L’acqua li ha sollevati e li ha fatti scaravoltare. Il divano bianco ora è inzuppato e di colore beige striato. Non ci si potrà più sedere nessuno. I cassetti dei mobili non si aprono: il legno ha assorbito l’acqua e si è gonfiato rendendoli inutilizzabili. È stato necessario forzarli per aprirli, prima di buttare via tutto. Anche il parquet nelle camere è stato rimosso restituendo alla vista un pavimento zebrato di colla color fango. Poco si salva: passando di stanza in stanza si percepisce il potere devastante dell’acqua, che si è intromessa in ogni angolo più remoto, lasciando a terra le vittime inconsapevoli di una guerra silenziosa.

L’ondata di melma putrida che è passata per le strade, per i paesi e dentro le case della Bassa modenese, quel 19 gennaio, ha portato via tutto. Non solo i cassonetti dell’immondizia o le bare che galleggiavano per strada sotto gli occhi impietriti dei testimoni della sciagura, a loro volta vittime dell’alluvione. Ma anche quello che dalle abitazioni è stato portato fuori a braccia il giorno dopo. E soprattutto, per i più sfortunati, si è portata via i ricordi di una vita. Perché quelli non si possono ricomprare e non te li può ridare nessuno. Per alcuni si è portata via la speranza e la prospettiva di un futuro, ma quell’acqua ha lasciato ferite importanti anche a coloro che, come Laura e Gilberto, hanno ancora un orizzonte pieno di obiettivi. Li ha piegati, anche se non spezzati. Sono loro, insieme ad altri, i protagonisti della ricostruzione, che c’è e ci deve essere. Ancora una volta, a meno di due anni dal terribile terremoto del 2012, che ha colpito le stesse terre.

Tutta colpa delle nutrie?

Ciò che è avvenuto il 19 gennaio 2014 non può essere definito una calamità naturale. Almeno non nel senso più puro del termine, quello che individua nella definizione “ogni fatto catastrofico, ragionevolmente imprevedibile, conseguente a eventi determinanti e a fattori predisponenti tutti di ordine naturale, e a loro volta ragionevolmente imprevedibili” (Franceschetti, 1973).

È vero che in quei giorni – e anche in quelli successivi – la provincia di Modena è stata interessata da forti piogge, ma il fiume Secchia, che quella domenica ha deciso di uscire propagandosi nell’arco di due giorni in un’area di 75 chilometri quadrati, ha avuto vita facile. Il fiume non è tracimato, superando il livello degli argini, ma poco prima delle 7 di quella mattina ha optato per una corsia preferenziale: una falla nell’argine destro, in un tratto rettilineo all’altezza di San Matteo, nel comune di Modena. Una falla che da 15 metri, sotto la forza della corrente, si è allargata fino a raggiungere gli 80 metri di larghezza. Tutta colpa delle nutrie?

Un po’ troppo facile scaricare tutta la responsabilità su questi roditori, una mezza via tra grossi topi e castori. Certo, insieme a tassi, volpi e assestamenti post terremoto potrebbero aver dato il loro contributo a indebolire gli argini, che però probabilmente erano già in cattivo stato a causa di una scarsa manutenzione e di arginature non più del tutto adeguate alle caratteristiche dei sempre più frequenti fenomeni di piena.

Così, di ora in ora, con notevole velocità e alti livelli, quasi 14 milioni di metri cubi d’acqua si sono riversati nelle terre della Bassa modenese, percorrendo chilometri di strada e inondando dopo l’abitato di San Matteo, il centro del comune di Bastiglia e quello di Bomporto, per raggiungere poi le frazioni di Villavara e San Clemente, lambire il comune di Sorbara e la frazione di Albareto, fino a coprire ampie aree rurali a Medolla, Camposanto, San Felice sul Panaro e San Prospero. Le stesse terre che piangono ancora i loro morti del terremoto di due anni fa e che, giusto ora, stavano iniziando a rimettersi in piedi.

Simulazione dell'alluvione per la rotta del fiume Secchia, Modena Piena del 19-21 Gennaio 2014. Realizzato da: F. Aureli, A. Dal Palù, A. Ferrari, P. Mignosa, R. Vacondio. Dipartimenti di Ingegneria Civile dell'Ambiente del Territorio E Architettura (DICATeA) e Matematica e Informatica, Università degli studi di Parma.

Le acque del Secchia, nella loro corsa, hanno seguito il percorso del canale Naviglio fino al punto in cui esso è tombato, alle porte del centro di Bastiglia. È qui che già dalle prime ore si è persa traccia di Oberdan Salvioli, il quarantatreenne bastigliese che a bordo del suo canotto stava prestando soccorso, insieme ad alcuni vigili del fuoco, ai concittadini rimasti bloccati. Il suo corpo, trascinato dall’acqua, sarà ritrovato solo una ventina di giorni dopo, il 5 febbraio, su un margine del canale nel tratto che da Bastiglia giunge a Bomporto.

Ci sono voluti due giorni prima che la falla dell’argine venisse riparata. Ma perché i Paesi sommersi si liberassero dalle acque, in alcuni casi, è servita più di una settimana, nonostante già dal martedì le idrovore pompassero incessantemente giorno e notte l’acqua nel Naviglio, il cui livello si era finalmente abbassato anche grazie all’apertura delle Porte Vinciane sul fiume Panaro, uscito dal momento di piena.
Le persone sfollate sono state ben oltre un migliaio: in parte hanno trovato collocazione in maniera autonoma e in parte sono state sistemate in strutture adibite all’emergenza o in albergo. Numerosi cittadini sono rimasti bloccati nelle proprie abitazioni o hanno deciso di rimanervi, in un primo momento, ritrovandosi poi senza luce né riscaldamento. I soccorritori a bordo di barche ed elicotteri sono intervenuti in molti casi, nei giorni successivi all’allagamento, per evacuare intere famiglie che avevano chiesto aiuto.

Circa 2.500 ettari di produzioni agricole sono andati sott’acqua, 1800 aziende o esercizi commerciali hanno registrato danni e interrotto, almeno per qualche tempo, la propria attività, lasciando oltre 5.000 persone temporaneamente senza lavoro. Centinaia i milioni di euro di danni stimati. E per oltre un mese l’allerta fiumi è proseguita a causa delle continue forti pioggie.

Rewind: 19/1/2014

“Erano le nove e mezza quando il telefono è squillato”, raccontano Laura e Gilberto. “Eravamo ancora a letto, era domenica mattina. Dall’altro capo della cornetta c’era Andrea, un nostro amico e vicino di casa che fa il volontario nella Protezione civile. Ci ha detto: ‘Ho già fatto allontanare la mia famiglia, vi consiglio di fare lo stesso. Si è rotto l’argine e si sta allagando tutto, presto o tardi arriverà anche lì’”. E così è stato.

Nell’abitato di Bastiglia per qualche ora hanno pensato di poter limitare l’area dell’allagamento e hanno allestito una muraglia di sacchi di sabbia all’altezza della tombatura del canale Naviglio, che fino ad allora aveva indirizzato le acque, rinforzandone l’argine. Ma quella muraglia è stata spazzata via dall’irriverente acqua del Secchia, proprio come un castello di sabbia in riva al mare. Erano circa le quattro di pomeriggio quando anche l’altra metà del piccolo mondo di Bastiglia si è trasformata in un unico immenso lago frastagliato di abitazioni. Lì in mezzo quella di Laura e Gilberto: un appartamento al piano terra, con un piccolo pezzetto di giardino. Sommerso da 75 centimetri di acqua mista fango. Loro però lì non c’erano più. Dopo aver sollevato da terra le prime cose capitategli sotto mano, già in mattinata, si erano diretti a Modena, dai parenti, con l’idea che – una volta passata l’allerta – nel pomeriggio sarebbero tornati a casa. Ma nella loro casa non ci sono tornati più.

Laura in quei giorni entrava nel quinto mese di gravidanza e non poteva fare molto per casa sua. Nonostante tutto non c’è stato giorno in cui non fosse presente nella ricostruzione dopo il disastro. “Fino al venerdì non siamo riusciti a rimettere piede in casa”, spiega. “Gilberto si era avvicinato all’abitazione già il giorno prima con gli stivali inguinali da pesca, ma era troppo pericoloso e non si sarebbe potuto comunque fare niente”.

Dentro casa, a terra, galleggianti nelle quattro dita di acqua melmosa così difficili da spazzare via, oggetti di ogni genere, documenti, volumi, nastri musicali e video. Ma anche lettere, cartoline e foto: attimi di vita annacquati e sbiaditi, o cancellati dall’acqua.

“Il sabato abbiamo iniziato i lavori dentro casa, svuotando tutto”, prosegue. “Sono venuti una ventina di amici e parenti ad aiutarci e nel giro di tre giorni la casa era completamente vuota. Se non fosse stato per quel segno sulle pareti sarebbe potuta essere una casa nuova ancora da arredare”.

Nell’abitazione una catena umana smontava ante di armadi, sollevava porte, spostava interi mobili. Le idropulitrici erano incessantemente in funzione per pulire ciò che si era deciso di tenere e ogni angolo della casa. I tiraacqua scivolavano ininterrotti su quei pavimenti ammalorati, nel tentativo di trascinare via quella maledetta patina di fango che non voleva andarsene. Ogni volta che si asciugavano ricompariva, anche dopo decine di passaggi. In poco tempo sacchi e cassettoni venivano riempiti di vestiti, piatti, tazzine, prodotti da bagno e di tutto quello che c’era intorno, divisi tra cose asciutte e bagnate. Furgoncini e macchine stracolme facevano la spola da quell’angolo di Bastiglia a Modena e Campogalliano. Ciò che è rimasto della casa di Laura e Gilberto è ora sparpagliato in ogni spazio messo a disposizione da parenti e amici, che lo hanno custodito sperando sia recuperabile.

Solo dopo qualche giorno, si resero conto di quanto grande fosse diventato il cumulo di rifiuti nel retro della casa. Quando nel buio della sera, ormai rimasti in pochi, assistettero alle operazioni del braccio meccanico che accartocciava sotto la sua forza irriverente, elettrodomestici, materassi e mobili e li caricava nel camion dell’immondizia, portandoli via per sempre.

Rabbia e senso di abbandono

Come tanti, Laura e Gilberto avevano sottovalutato l’allarme inondazione e il rischio. Forse anche le stesse istituzioni, accusate dai cittadini di aver fornito solo una informazione tardiva e a macchia d’olio. A Bastiglia i residenti sono stati prevalentemente “invitati” a salire ai piani superiori, “per evitare un esodo di massa – si giustificano le istituzioni – che con la situazione critica della viabilità di quel momento avrebbe aumentato significativamente il rischio per la pubblica incolumità delle persone”.

Così qualcuno si è ritrovato imprigionato come un topo in gabbia in quella che fino a poco prima era la sua amata tana. “Non viviamo in una grande e caotica città – commenta Gilberto – la possibilità di scappare ci sarebbe stata per tutti. Anche perché sono passate diverse ore da quando l’argine si è rotto a quando Bastiglia è stata inondata. Invece, anche nella nostra via, alcuni sono stati sorpresi dalle acque, perché nessuno li ha avvertiti”.

La macchina pare non aver funzionato nel migliore dei modi e Laura e Gilberto, pur essendosene andati via, si sentono traditi. La loro è una rabbia mista a sconforto, ma soprattutto un triste senso di abbandono. Loro nell’alluvione hanno perso tutto e vorrebbero che chi ha delle responsabilità rispetto a ciò che è successo ne rispondesse, mentre quello che si rischia è il solito rimpallo tra un ente e l’altro, che paiono moltiplicarsi con il preciso scopo di mescolare le carte.

Sull’accaduto la Regione Emilia-Romagna ha istituito una Commissione scientifica per indagare sui motivi per cui l’argine del fiume Secchia ha ceduto in quel punto. Ma in molti hanno evidenziato una situazione di conflitto di interesse per la presenza, tra gli esperti nominati dalle Università coinvolte, di alcuni ex consulenti di Aipo, l’Agenzia interregionale del fiume Po, incaricata di occuparsi della gestione del Po e dei suoi affluenti. Non ha stupito quindi che, dopo un primo sopralluogo, gli esperti sembrassero orientati verso cause accidentali, anche se la fase di indagine rimane aperta. Così come è tuttora aperta l’indagine della Procura di Modena che, sul disastro, ha aperto un fascicolo per individuare eventuali responsabilità, anche indirette.

Laura e Gilberto hanno poca fiducia sul fatto che, davvero, qualcuno risponderà per quanto avvenuto. E hanno poca fiducia anche nelle promesse di rimborsi che arrivano dalle stesse istituzioni che dovevano garantire manutenzione dei fiumi e protezione dei cittadini. Anche oggi, dopo la recente notizia dei 210 milioni di euro destinati alle zone colpite quel 19 gennaio dal cosiddetto “decreto alluvionati Modena” del governo Renzi.

Le difficoltà della ricostruzione

Nel pressoché totale silenzio della stampa nazionale, che con colpevole ritardo ha dato solo dopo qualche giorno parziale informazione di quanto stava accadendo, per l’area modenese è stato dichiarato lo stato di emergenza e sono state assegnate dallo Stato risorse per le operazioni di soccorso e per i primi interventi idraulici urgenti a garanzia della pubblica incolumità. Proprio come per il terremoto del 2012, in seguito al quale Gilberto ha riscontrato danni per circa 500 mila euro nell’acetaia di famiglia in cui lavora a San Lorenzo di San Prospero, miracolosamente scampata all’alluvione.

“Dopo il terremoto, una delle due sedi dell’acetaia è stata dichiarata inagibile – spiega – e per ripristinare l’edificio sono necessari interventi per circa 100 mila euro. A ciò si aggiunge che l’ondeggiamento dovuto alle scosse, pur non comportando danni catastrofici, ha provocato la caduta di sei barili e la fuoriuscita di circa 3 mila litri di aceto, pari a più o meno il 3 per cento del totale. La perdita stimata in termini di prodotto è di quasi 400 mila euro”. Anche per il terremoto sono stati annunciati rimborsi, ma a distanza di due anni a Gilberto e alla sua famiglia non è arrivato il becco di un quattrino. E la sede più vecchia dell’acetaia è ancora inagibile.

Inizialmente era stata inserita nella categoria peggiore subito dopo il crollo – prosegue – ma in fase di accettazione della domanda è stata declassata e per un attimo abbiamo temuto di non vederci riconosciuto il diritto a un rimborso. La normativa, per evitare abusi, è talmente stringente che finisce quasi per bloccare il sostegno anche a chi ne ha bisogno”. Per questa ragione, Gilberto e Laura appaiono molto scettici sulla possibilità concreta di un rimborso sufficiente a coprire i danni dell’alluvione. “Li abbiamo quantificati in circa 150 mila euro”, aggiunge Laura. “Pari alla somma dei preventivi di ripristino dell’appartamento in termini di opere murarie, pavimentazioni e impianti con una stima dei costi sostenuti per arredo, elettrodomestici e oggettistica o, quando non era possibile, dei costi per l’acquisto di prodotti equivalenti”. Questa è la cifra inserita nel modulo per la “Ricognizione del fabbisogno per il ripristino del patrimonio edilizio privato, dei beni mobili e dei beni mobili registrati”, sulla cui compilazione Laura e Gilberto hanno riscontrato non poche difficoltà: “Il modulo era completamente privo di linee guida e andava consegnato in tempi piuttosto brevi – continuano – era impossibile non rivolgersi al Comune per richiedere assistenza nella compilazione”.

Quello che, in particolare, non li ha convinti è che “sembrava impostato per danni dovuti al terremoto piuttosto che all’alluvione, ma nel primo caso i danni erano più direttamente percepibili da subito, a seguito di un crollo o di una dichiarata inagibilità, mentre per l’alluvione molti danni si scopriranno nel corso del tempo, quando i muri saranno finalmente asciutti, quando riallacceremo la luce e verificheremo se l’impianto elettrico funziona”. Dopo due mesi dall’accaduto, ad esempio, Laura e Gilberto hanno dovuto buttare parte dei mobili conservati, che hanno iniziato a fare la muffa. Completata la pulizia e la sanificazione della casa hanno tenuto il riscaldamento sempre acceso al massimo, una stufa a pellet in funzione giorno e notte, cannoni di calore puntati sulle pareti e deumidificatori in ogni stanza, che i primi tempi raccoglievano circa 60 litri d’acqua al giorno. “L’ultima bolletta arrivata, solo per energia elettrica, supera il 700 euro. Come era possibile quantificare a priori queste spese e chi ce le rimborserà?”, domandano.

Per il momento, l’unica agevolazione riconosciuta agli alluvionati è stata la sospensione delle scadenze fiscali, ben lontana dalla no tax area richiesta a gran voce da alcuni, ma anche dall’istituzione di una zona franca e di una fiscalità di vantaggio richiesta dai più.

Dopo molteplici assemblee di alluvionati, adesioni ai più svariati comitati e incontri con le autorità, l’unica certezza che rimane a Laura e Gilberto è che possono contare su loro stessi, sugli amici e parenti che si sono spesi per dargli una mano nel momento del bisogno e sulla solidarietà della gente. Perché in tanti si sono offerti di contribuire, tanti l’hanno fatto e ancora lo stanno facendo.

Verso il futuro, ma lontano da lì

Poche cose si sono salvate. Tra queste, una tartaruga luminosa di peluche, che per ironia, quando è accesa, ripropone il rumore delle onde del mare. Serviva a rilassarsi prima di dormire. Ora porterà con sé anche il ricordo di quello che è successo. Stava lì, immobile, sul letto, quasi in attesa che l’acqua la raggiungesse per poter finalmente nuotare via. Ma l’acqua non è arrivata, ha inzuppato il materasso fino a qualche centimetro da lei, formando quasi un’isola.

Oggi la tartaruga ha trovato nuova collocazione sul letto di una mansarda a casa dai genitori di Laura, una soluzione di ripiego in attesa che quel segno sulle pareti, apparentemente indelebile anche a distanza di tre mesi, se ne vada, lasciando asciugare quelle mura provate. O forse in attesa di trovare una nuova casa. Il più possibile lontana da un fiume. Magari in città. Perchè Laura e Gilberto oggi la notte dormono, per lo più per stanchezza, ma “una volta che ti è successo non te lo dimentichi più”. Perché Laura e Gilberto a breve daranno alla luce un figlio e non è semplice pensare di crescerlo tra quelle mura con la paura che risucceda.

Laura e Gilberto hanno trovato un tetto ospitale e non vengono mai lasciati soli, ma non sono più nemmeno liberi di vivere la propria vita precedente né di assaporare il momento dell’attesa di un figlio con l’intimità necessaria. É più difficile vedere amici, programmare il tempo libero e gestire autonomamente la quotidianità. Dormono in mansarda, dove hanno un bagno, una zona letto, un angolo scrivania e uno spazio che di settimana in settimana si sta svuotando e ripulendo per far posto al necessario per Mirco. Ma per fare una doccia scendono dai parenti, così come per cucinare e mangiare. In una sorta di famiglia allargata dove l’aiuto è reciproco e i sacrifici sono condivisi. La convivenza, però, dopo tanti anni trascorsi separati, presenta comprensibili difficoltà, per tutti.

Nella casa adottiva di Laura e Gilberto sta proseguendo la ricostruzione. Non passa giorno in cui Laura non rientri con qualcosa di imprestato o regalato, in vista della sua maternità e anche di un nuovo inizio: dai prodotti per neonati al frigorifero, dalla cameretta per Mirco alla lavatrice.

Da settimane l’acqua – stavolta quella pulita che sgorga dai lavandini – sta cercando di cancellare le tracce del disastro da quel poco che si è salvato. Garage e portico sono diventati magazzini e per giorni, appese agli stendini, al posto dei panni sono rimaste centinaia di foto, sciacquate e messe ad asciugare, per cercare di salvare i ricordi di una vita. Abiti, tende e asciugamani vengono disinfettati, lavati e rilavati. Bicchieri posate e ogni tipo di oggetto, dopo bagni di amuchina, vengono incartati e collocati dentro cartoni che, proprio cose se fosse un semplice trasloco, sono già pronti per trovare, prima o poi, una nuova casa.

Lucia Maini

FOTO / Come Quando Fuori Piove

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Come Quando Fuori Piove, l’amore vince su tutto: piccolo diario fotografico di un’alluvione. Di Davide Mantovani VAI ALLA GALLERY