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Viaggio tra i meandri delle dipendenze. Ovvero, qualcosa che riguarda ciascuno di noi. Tra sostanze legali e illegali. Comportamenti vecchi e nuovi. Strumenti che crediamo di controllare, ma di cui invece finiamo per essere vittime. Di Anna Ferri, Davide Lombardi e Antonio Tomeo.

VIDEO / L’amante

Quand’è che la droga è diventato un argomento noioso? Se ne parla poco o nulla, e solo quando un fatto di cronaca lo impone. Forse perché più che un problema sociale, ormai è una componente sociale?

REPORTAGE / Internet, amore e altre droghe

Quando si pensa alla dipendenza, la prima immagine che viene in mente è quella di un eroinomane che si buca in un parco o in stazione. Qualcosa che richiami il degrado fisico e urbano. Questo andava bene negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, perché oggi è tutta un’altra storia. Tossici in giro se ne vedono ancora, ma sono quelli che non si riconoscono, quelli nascosti dietro vestiti eleganti, lavori qualificati e famiglie perfette a preoccupare di più. Da una parte abbiamo la cocaina, diffusa a tutti i livelli e ormai socialmente accettata come l’alcol o la nicotina, dall’altra parte ci sono i comportamenti: ossessione dal lavoro, shopping compulsivo, dipendenza da internet, dal sesso, dal porno, dal gioco d’azzardo.
La diffusione di queste dipendenze ha già ampiamente superato quella dalle sostanze stupefacenti. Come mai? Presto detto: la velocità con cui si vive, molto simile a una connessione on line, tende ad azzerare il tempo di attesa, fondamentale, secondo lo psichiatra Federico Tonioni, responsabile del centro per le dipendenze da internet del Policlinico Gemelli di Roma, “per separare la capacità di desiderare da quella di soddisfare”. E se da una parte nessuno si può salvare, dall’altra una dipendenza non per forza si trasforma in patologia. La maggior parte delle persone ci convivono tutta la vita, trovando un compromesso.

Tutta colpa della dopamina

Droghe e comportamenti sono due facce della stessa medaglia? In un certo senso sì. Perché nel cervello, quando inizia una dipendenza, che sia con o senza sostanza, il meccanismo è lo stesso: si tratta di uno squilibrio nella diffusione di dopamina. “Dal punto di vista neurofisiologico c’è un’alterazione di questa sostanza”, spiega Sandro Rubichi, docente di Psicologia generale all’Università di Modena e Reggio Emilia. “La dopamina è un neurotrasmettitore, permette ai neuroni di comunicare tra di loro”. C’è sempre quindi una base organica e, tirando le somme, a causare la dipendenza è una sostanza che noi stessi produciamo. Come si distingue però un’abitudine da una patologia? I segnali sono due: quando ho bisogno di farlo di più per ottenere lo stesso effetto – la cosiddetta tolleranza – e quando smettendo vado in crisi di astinenza. Alla base di tutto c’è il craving: il desiderio sfrenato e la pulsione a ripetere un comportamento. Per il professor Rubichi a fare la differenza è il livello di controllo, che spesso viene a mancare: “Spesso però ce ne accorgiamo solo quando arrivano i problemi nella vita di relazione o lavorativa”.
Come è possibile che lavoro, cibo e palestra siano considerati problemi? Ai tempi dei nostri nonni – o genitori – sarebbe stato impensabile. Che cosa è cambiato? Sostanzialmente tutto. “Ci sono molti più stimoli e anche più tempo libero”, spiega Sandro Rubichi. “Nel passato c’era meno libertà: ci si alzava, si lavorava, si pensava ai numerosi figli e la sera si andava a letto. Staccandosi da questa quotidianità forzosa sono state liberate delle possibilità”. E tra queste ce ne sono anche di subdole, perché oggi le dipendenze sono legate anche a stimoli positivi, come appunto internet, la televisione o il lavoro.
Questo però non significa che un tempo, le dipendenze come oggi le conosciamo, non esistessero. Solo che non se ne parlava in questi termini. Si stava meglio quando si stava peggio? “Prima si ignorava un fenomeno, oggi il livello di attenzione è eccessivo”. Ma quello che conta davvero, al di là di studi e ricerche, è l’impatto nella vita sociale o sanitaria delle persone. “Se non c’è un problema, ed è quindi stato raggiunto un compromesso che funziona”, conclude Rubichi, “non si capisce perché uno debba rovinarsi l’esistenza”. Infatti, se è vero che tutti abbiamo comportamenti che scivolano nella dipendenza, con o senza sostanze, è altrettanto vero che sono relativamente pochi quelli che finiscono in cura perché hanno causato danni a se stessi o agli altri. La maggior parte ci convive più o meno pacificamente.

Vivere in rete

Inutile nascondersi, oggi la vera dipendenza, più o meno sana, è quella da internet. Tutti giriamo con lo smartphone in mano, ci colleghiamo continuamente, stiamo sui social network, mandiamo messaggi per riempire ogni attimo di vuoto. Lo usiamo per comunicare, lavorare, fare amicizia, amare. Lo preferiamo ai contatti umani, navigando quando siamo a cena con gli amici o la famiglia. Nonostante internet sia uno strumento estremamente positivo, l’idea è comunque quella di una vera e propria epidemia. Se il modello cinese di caserme militari per internet addicted ci sembra eccessivo – e sicuramente lo è davvero – qui in Italia forse ci siamo svegliati un po’ tardi: il primo ambulatorio pubblico per curare questa dipendenza è stato aperto nel 2009 al Policlinico Gemelli di Roma. In poco più di quattro anni lo psichiatra Federico Tonioni, che lo dirige, ha visto più di 600 persone, soprattutto giovanissimi sotto i 23 anni.

La differenza sostanziale tra adulti e ragazzi, in questo caso, è che solo nei primi si vede una dipendenza patologica, legata a situazioni poco relazionali come il gioco d’azzardo on line o il porno. Gli adulti non fanno, al contrario dei giovani, un investimento affettivo o sulla propria immagine. Questo perché gli adolescenti di oggi sono nativi digitali, hanno un nuovo modo di pensare e comunicare, non conoscono la socialità prima di internet. Spesso neanche la immaginano. Una distanza enorme rispetto alla generazione precedente, da un certo punto di vista addirittura superiore a quella che, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, i giovani misero tra le loro aspirazioni e il modo di vivere dei genitori. Per Tonioni “più che una distanza conflittuale c’è un’assenza, uno spazio vuoto. Si litiga solo quando si arriva a punire togliendo telefonino e computer. Viene a mancare un sano conflitto, che è anche la forma più autentica di comunicazione”.

Lo psichiatra spiega come il punto centrale sia il nuovo modo di comunicare dei giovani, perché sul web la parte fondamentale – che è il non verbale – viene completamente annullata: “On line possiamo guardarci ma non picchiarci o baciarci. Non siamo a portata di contatto fisico. Le emozioni non trovano una manifestazione nel corpo, per esempio non si arrossisce e quindi non ci si mette a nudo”. Inutile cercare di rimediare con gli emoticons, le faccine che sorridono per noi, perché si tratta comunque di “un elaborato frutto di una riflessione”. Addio a sorpresa, imbarazzo, vergogna, rabbia. Questo ha due aspetti: quello positivo è che permette a giovani particolarmente timidi o problematici di avere una sorta di relazione con altre persone; il secondo invece è che l’impossibilità di verificare il senso delle parole, attraverso la comunicazione non verbale, lascia spazio a interpretazioni che durante l’adolescenza sono spesso negative. Un esempio su tutti è il cyberbullismo: “Per i giovani una brutta figura non è recuperabile, è un danno permanente. E la vergogna è strettamente connessa alla visibilità”. Un’umiliazione davanti a tre persone è gestibile, ma se a osservarci, da dietro uno schermo, sono migliaia di occhi allora la questione diventa di proporzioni bibliche. Con tutti i danni che ne conseguono.

Quando l’amore è tossico

“La mia prima sostanza è stata l’amore”, racconta Lucia, 40 anni, oggi in comunità per imparare a vivere senza droga. Un pensiero comune a tante persone. La dipendenza affettiva è talmente diffusa che esistono gruppi di auto aiuto che praticano la teoria dei dodici passi, proprio come per gli alcolisti. Sul web è facile trovarli. Più difficile, invece, è riuscire a isolare il problema: “Spesso”, spiega la dottoressa Sara Sgambati, psicologa clinica, “è una conseguenza o una caratteristica. Legata quindi ad altri comportamenti”. Ma chi sono i donatori di amore a senso unico? “Sono persone insicure, spesso sottomesse e passive. Tutta la loro energia è impiegata nel cercare l’amore dell’altro. Ricerca che viene alimentata dal rifiuto”.
A vari livelli è un comportamento comune a tanti: annullare i propri bisogni per compiacere l’altro, giustificare ogni atteggiamento – anche violento – del partner, per la paura di essere abbandonati e restare soli. Oggi non esistono ancora protocolli di cura, gli studi e le ricerche sono in corso. Perché anche la dipendenza affettiva rientra nei nuovi mali, frutti di una società in continuo cambiamento dove sempre più spesso ci si costruisce un mondo virtuale, perfetto, ma fragile come un castello di sabbia.

Torniamo a Lucia. Ogni uomo che ha incontrato, che ha amato, l’ha poi portata verso un altro tipo di dipendenza: alcol, cocaina ed eroina. Un amore tossico, e non solo metaforicamente. Quello che balza subito agli occhi è come questa donna abbia trovato uomini che a loro volta dipendevano da altro. “Esistono ricerche e teorie sulla co-dipendenza”, racconta la dottoressa Sgambati: “Una persona manifesta comportamenti verso un altro soggetto, che spesso è dipendete da una sostanza o da un comportamento”. In poche parole, dipendo da una persona che a sua volta dipende da qualcos’altro. Come a dire che ci si riconosce, che Lucia si è avvicinata a persone che sono simili a lei. O che in fondo tutti, a vario livello, abbiamo le nostre dipendenze.

L’amore non è l’unica droga legale a disposizione degli esseri umani. Se i veri colossi restano alcol e fumo, stanno prendendo piede anche altri tipi di comportamenti patologici. C’è il sesso, che nel caso di una dipendenza vincola ogni tipo di relazione umana allo scopo di soddisfare il proprio piacere, con conseguenze pesantissime sulla vita sociale. Si può dipendere dal porno on line, dal gioco d’azzardo – oggi a livelli di diffusione altissimi e preoccupanti – dalla televisione, dal cibo e anche dal lavoro. C’è chi in ufficio ha un divano e se non ci fosse una famiglia ad attenderlo a casa, è lì che passerebbe giorno e notte. E ci sono le tecnologie, che potrebbero essere il punto d’incontro di una serie di dipendenze legate a internet, come il cyber relazionale, il netgaming, il sovraccarico cognitivo. Per il professor Rubichi, dell’ateneo modenese, è l’esposizione a un comportamento, oggetto o sostanza a segnare il passaggio tra uso e abuso. Nel caso del web, è una questione che riguarda quasi l’intera popolazione: “Con la rivoluzione di smartphone e tablet tutti hanno a disposizione una piattaforma per collegarsi e trasmettere dati”. Sembra pura fantascienza, ma in realtà è solo un assaggio di quello che succederà nei prossimi anni. Il cambiamento è in atto. Nuovi input, nuovi dati, nuove necessità. E nuove dipendenze.

Anna Ferri

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