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Stanno morendo in tutto il mondo con un’escalation impressionante. Le cause? Diverse: da un parassita che non si riesce a debellare ai pesticidi che infestano le colture. E come al solito siamo in ritardo nella cura – e soprattutto nella prevenzione – del fenomeno. Qualcuno parla già di rischio di estinzione per un insetto come l’ape, fondamentale per l’intero ecosistema. E spuntano soluzioni surreali: dalle api robotiche create dall’Università di Harvard agli uomini ape che in Cina impollinano a mano fiore per fiore.

Vagolando nel paesaggio bucolico delle colline reggiane dove vive e lavora Tiziana Sarti, apicoltrice, le sue api producono un miele davvero spettacolare che Tiziana, insieme alla collega e amica Stefania Bassoli, vende poi in vari mercatini in giro per l’Emilia-Romagna. La definisce “una passione travolgente” prima che un lavoro. Un innamoramento nato per caso una decina d’anni fa che ha progressivamente portato Tiziana a mettere al centro della propria vita le sue “80 mila amiche” (per arnia).

Tiziana e Stefania, come tutti gli apicoltori, hanno un enorme problema che si chiama Varroa destructor. Un acaro parassita che si attacca al corpo dell’ape adulta o delle larve, succhiandone l’emolinfa, il tessuto fluido che negli insetti svolge funzioni analoghe a quello del sangue per i vertebrati, provocandone la morte o – nel caso delle larve – delle gravi malformazioni che si manifestano poi alla nascita. Risultato, ancora, la morte: un’ape improduttiva viene espulsa dall’alveare nel giro di un paio di giorni al massimo. L’anno scorso, per le due apicoltrici è stata la disperazione. A ottobre aprendo le loro novanta arnie ne hanno trovate almeno quaranta infestate, con le api morte o malate a centinaia di migliaia. “Ho vissuto una settimana di lutto” ricorda oggi Stefania, sperando che quest’anno non si ripeta la strage.

Api infestate dalla Varroa. Fonte immagine: BugMan50 via photopin cc

La Varroa arriva dall’Asia, ospite indesiderata dell’Apis cerana o ape asiatica. Negli anni ’40 il parassita ha avuto la possibilità di incontrare l’Apis mellifera, l’ape europea, incrociata dall’uomo con la cerana per scopi produttivi. Da lì in poi è stato un rapido girovagare della Varroa in giro per il pianeta. In Italia è presente dal 1981. Oggi è diffusa in tutto il mondo, ad eccezione dell’Australia, e dovunque causa danni spesso irreparabili.

Per combatterla, le due apicoltrici usano solo metodi naturali posizionando all’interno dell’arnia tamponi di oli essenziali di timolo, canfora e mentolo o acido salico. Forse insufficienti a debellare la Varroa (del resto non ci si riesce nemmeno utilizzando agenti chimici sintetici), ma almeno privi di controindicazioni.

Già, perché per quanto infestante e dannosa, la Varroa non è l’unico nemico delle api. C’è anche di peggio. L’inquinamento ambientale e soprattutto i pesticidi utilizzati in agricoltura, i cosiddetti neonicotinoidi in particolare: insetticidi derivati dalla pianta del tabacco altamente tossici e, a quanto pare, dannosissimi proprio per le api, tanto che l’Unione europea ne ha vietato l’uso per due anni a partire dal 2013. Questa serie di concause ha portato all’attuale moria del prezioso insetto (qualcuno ventila addirittura il rischio di estinzione), indispensabile per l’intero ecosistema in quanto, attraverso l’impollinazione, garantisce la riproduzione di centinaia di specie vegetali.

Fonte immagine: left-hand via photopin cc
Fonte immagine: left-hand via photopin cc

In Europa gli alveari sono diminuiti di circa il 50 per cento e, secondo uno studio pubblicato nel gennaio scorso, mancano ben tredici milioni di colonie di api per impollinare le colture. In Italia si parla di una diminuzione della popolazione con percentuali tra il 20 e il 30 per cento. In Giappone del 25 per cento e del 30 negli Stati Uniti. Nell’Unione si sta cercando combattere la moria e sono centinaia i progetti di ricerca sulla salute delle api presentati, tanto che l’Efsa – l’Autorità per la sicurezza alimentare nell’Ue – si è sentita in dovere nell’aprile scorso di lanciare un appello per un “maggiore coordinamento degli sforzi”. Un segnale non precisamente incoraggiante circa lo stato di salute delle ricerche. L’ultimo intervento Ue è di poche settimane fa: sono stati introdotti significativi incentivi per mettere a punto farmaci specifici per quelle specie che ne sono privi, in primo luogo proprio le api. In pratica, si combattono le controindicazioni della chimica con la chimica.

Negli Stati Uniti, dove i neonicotinoidi non sono vietati, Obama ha creato nel giugno scorso la ‘Pollinator Health Task Force’ composta dai rappresentanti di ben 15 ministeri, compresi il Dipartimento di Stato e della Difesa, col compito di studiare l’impatto delle sostanza chimiche in agricoltura, sensibilizzare il popolo americano e creare partnership tra pubblico e privato per individuare strumenti per contrastare la strage di api. Ha inoltre proposto al Congresso di inserire nel bilancio 2015 cinquanta milioni di dollari per combattere il fenomeno. Dal canto suo, Michelle Obama ha creato nell’aprile scorso un “Pollinator Garden” nel parco della Casa Bianca “per sostenere api e farfalle”. Iniziativa pop di sensibilizzazione che però non ha impedito pesanti critiche al marito: vanno bene le task force e i giardini d’impollinazione ma, intanto, vietare certi pesticidi avrebbe prodotto sicuramente effetti più concreti.

Fonte immagine: texas Butterfly
Fonte immagine: Texas Butterfly

In compenso negli Usa ci si sta già attrezzando in vista di un possibile, anche se non certo auspicabile, futuro senza api. L’Università di Harvard, grazie a un contributo di 10 milioni di dollari, ha già realizzato il prototipo di un’ape robotica in grado di sostuire le api vere per svolgere l’indispensabile funzione dell’impollinazione. Forse – sia detto con amara ironia – ad Harvard devono lavorare ancora un po’ sul look.

In Cina invece, dove quel che non manca sono gli esseri umani e dove il problema è gravissimo almeno dagli anni ’90, si è pensato di risolvere altrimenti, come racconta un servizio di Le Monde che ha fatto il giro della rete. Il reportage è da Nanxin, una zona di montagna intorno ai 1500 metri, abitata da circa 50 mila persone nella regione dello Sichuan. Vista l’assenza di api da circa venticinque anni, a primavera, i contadini acrobati di Nanxin salgono sui meli della zona e impollinano manualmente fiore per fiore. I più esperti arrivano a impollinare un’intera pianta in mezz’ora. Veri e propri uomini ape. Chissà, forse in futuro, perfino le nostre “api” parleranno cinese.

Davide Lombardi

Fonte immagine di copertina: Datamanager.