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La città come corpo, l’urbanistica come anatomia. Non è una novità: l’uomo vede l’Universo a sua immagine e somiglianza, e in diverse epoche e diverse culture, ha sempre avuto la tendenza ad antropomorfizzare tutto quello che gli capitava sotto gli occhi. Anche le città.

Per i dogon del Mali ad esempio il villaggio è come un corpo supino: i capi del consiglio sono a nord, cioè nella testa, mentre nel petto ci sono le case delle famiglie, e sono presenti anche gli organi sessuali, rappresentati dalle pietre per schiacciare i semi, che simboleggiano il sesso femminile, e dall’altare verticale che naturalmente allude a quello maschile, posti al centro del villaggio.

Anche successivamente, in civiltà più complesse come quelle greche e romane, si ritrova la tendenza a prendere come modello il corpo umano nell’architettura e nell’urbanistica. La tendenza prosegue nel Rinascimento e oltre: anche Bernini, realizzando il colonnato di piazza San Pietro, parla di “braccia” pronte ad accogliere i cattolici.

Successivamente questo tipo di simbolismo rallenta, diminuisce, e il paragone città uguale corpo è sempre meno presente nell’atto di progettare e costruire – con delle notevoli eccezioni, come quella del cimitero Aldo Rossi ad esempio – ma sempre più presente nel nostro modo di vedere la città.

Parliamo di “cuore pulsante della città” per definire il centro, di “arterie” per definire le strade trafficate. E se osserviamo la mappa di una grande metropoli, non possiamo non vederci un apparato circolatorio, con vene e capillari. Il nostro organicismo è sfrenato, e il fascino di questa antica relazione tra urbanistica e antropomorfismo è per noi irresistibile.

Ma la città ha anche le sue cellule morte, piccole macchie che il corpo non riesce a riassorbire: sono le sue parti dimenticate, dove l’erba cresce e poi si secca. Sono angoli abbandonati, sotto gli occhi di tutti, proprio nelle parti più vitali dei nostri moderni, trafficati e complessi villaggi. Il corpo continua a funzionare anche senza di loro.

M.P.

Foto di Isabella Colucci