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di Martino Pinna

Mi scrive un amico per comunicarmi che ha deciso che d’ora in poi digiunerà una volta a settimana. Un suo conoscente lo fa già da tempo e dice che non è mai stato così bene. Un altro amico ha eliminato uova e latticini dalla sua dieta, anche se non ha nessun tipo di intolleranza o allergia, né motivazioni di tipo etico.

C’è un’amica che invece non si fida più della pizza, perché ha scoperto che è cancerogena, ed è terrorizzata dallo zucchero bianco e dal glutammato. Con altri capita spesso, riuniti a tavola, di finire per parlare di quanto quello che stiamo mangiando potrebbe farci male. L’inquinamento, la chimica, e poi chissà cosa ci mettono dentro: si finisce il pasto salutandoci come se fosse l’ultima volta che ci vediamo e con una domanda: chissà se dopo la prossima pizza saremo ancora vivi?

Da qualche decennio noi fortunelli della benestante società occidentale abbiamo a disposizione un’ampissima scelta di cibi. Una quantità inimmaginabile anche solo prima della seconda guerra mondiale, quando più della metà del reddito medio di un italiano veniva speso in cibo ma la scelta era limitata: non c’erano corsie infinite e scaffali pieni con decine di versioni dello stesso prodotto. I nostri nonni, quando erano giovani, per fare la spesa ci mettevano pochi minuti e i dubbi erano a zero. Noi possiamo metterci anche delle ore, muovendoci tra le corsie del supermercato con dilemmi amletici di fronte a cartoni di succhi di frutta: in uno c’è scritto bio 100% naturale, ma l’altro contiene vitamina C. Quale dei due è meglio per me?

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Buona parte della nostra società quando pensa al cibo è ansiosa e spaventata. Leggiamo un titolo del giornale: il burro uccide tot persone ogni anno, allora compriamo la margarina, solo che poi su un forum leggiamo che la margarina è cancerogena, la farina 00 è quasi veleno, e se mangi i salumi con i conservanti puoi anche fare testamento. Si diffondono sempre di più diete bizzarre basate su convinzioni pseudoscientifiche.

Le nostre scelte sono influenzate in parte da un mix di informazione superficiale, vere e proprie leggende metropolitane e complottismo di stampo paranoide, dall’altra dal marketing pubblicitario che cavalca questa tendenza generale al salutismo ansioso pubblicizzando sempre più prodotti “100% naturali” (dimenticando che anche il petrolio è naturale, ad esempio, e da quello si estrae anche la vanillina), “senza conservanti” e ovviamente “bio”.

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Si è creata una distinzione tra “prodotti chimici” e “prodotti naturali”: i primi cattivi, i secondi buoni. Anche se in realtà molti prodotti “naturali” hanno una dose letale. Perché tutto è potenzialmente letale: come diceva Paracelso qualche secolo fa, “è la dose che fa il veleno”. Ma noi questo lo ignoriamo, la parola “cancerogena” è più forte di qualsiasi ragionamento e così la spesa diventa come una visita in farmacia.

Alla vetta di questo genere di comportamenti ossessivi nei confronti del cibo ci sono i cosiddetti ortoressici, cioè persone che curano in maniera maniacale l’alimentazione arrivando ad avere problemi sociali a causa della loro ossessione per la dieta. Ovviamente uno stile di vita sano e un’alimentazione corretta sono auspicabili per tutti, ed è vero che alcuni dei cibi industriali sarebbe meglio evitarli. Ma tra queste argomentazioni razionali e arrivare a nutrirsi di sole mele c’è un bel passo. E questo passo ha un nome preciso: ossessione.

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Ameya Canovi è una psicologa con un passato da ortoressica. Oggi si occupa di disturbi alimentari, ma qualche decennio fa era una di quelle persone che di fronte alla parola “conservanti” rischiava uno svenimento. “Ho iniziato negli anni ‘90, quando imperava la moda della New Age” racconta. “Era un movimento culturale di forte ricerca spirituale che imputava al cibo la qualità della propria energia. In pratica se mangiavi i cibi giusti potevi concorrere a un livello di coscienza superiore. Era una specie di congrega di eletti. Ricordo una volta di aver aggredito verbalmente mia suocera perché aveva dato a mia figlia del prosciutto cotto” continua la Canovi. “Ecco: lì ero davvero in guerra, il mondo si divideva in due: noi sani che avevamo capito tutto, e i poveri inconsapevoli, condannati ad estinguersi”.

Anche Alessandra Guigoni, antropologa culturale che si occupa di alimentazione, dà una spiegazione “magica” di questa esasperata ricerca del cibo perfetto: “Nonostante i vari progressi nel mondo della scienza, l’uomo rimane un animale sociale profondamente ancorato al mondo magico, alle superstizioni e alle credenze irrazionali” spiega. “Ci si costruisce una sorta di fede fatta di riti e miti alimentari che ci danno quella tranquillità e quelle certezze che sono venute a mancare con la fine delle grandi ideologie, narrative politiche e religiose nella seconda metà del XX secolo”.

Mangiare sano, mangiare nel modo che reputiamo più corretto, ci dà una confortante sensazione di controllo della nostra vita: “Attraverso quel tipo di fede alimentare è possibile ripetere ogni giorno delle tranquillizzanti routine: pesare il cibo, leggere gli ingredienti, convincersi che quel cibo è puro e scartare quello ritenuto impuro” continua la Guigoni. “Molti ortoressici fanno i penitenti, in nome della purezza del cibo, del proprio corpo, e potremmo aggiungere, per la salvezza della propria anima.”

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Questa ossessione, come ogni altra dipendenza, è solo la punta di un icerberg che nasconde un disagio più profondo: “Uno stile di vita sano viene spontaneo nelle persone che hanno un rapporto sereno con il cibo” dice la Canovi. “Esse riescono a distinguere il pasto per nutrirsi quotidianamente dalle ‘eccezioni della festa’, rientrando nel solito regime senza tensioni. L’ortoressico no. L’ortoressico nasconde un disagio che si può riassumere con paura della vita”.

Ma come inizia l’ossessione? Quando ci si accorge che si sta esagerando?

“Si inizia con escludere i cibi più demonizzati, zucchero, carne, latticini, lieviti. Poi non esci più a mangiare nei ristoranti, tutto ti sembra velenoso, contaminato” spiega la psicologa. “Inizi a vedere il mondo in termini persecutori. Tutto sembra farti male, non riesci più a tollerare una brioche del bar, o una pizza con gli amici. Diventi un asociale, chiuso nel tuo salutismo esaperato”.

Tra le diete più estreme ci sono quelle che scelgono un solo alimento come unico accettato e spesso considerato un vero elisir della lunga vita. Recentemente si parla spesso dei melariani, cioè persone che si nutrono di sole mele. Alcune di loro sono convinte che la mela sia una sorta di panacea, di cibo magico e perfetto, l’unico giusto, quello delle origini, quello dell’Eden. Tanto che spesso arrivano a demonizzare perfino altri fruttariani – cioè chi si alimenta di sola frutta – colpevoli di concedersi peccati gravi come kiwi o arance.

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Ad esempio nella pagina Facebook Cosmo Fruttariano 3M, è in atto una guerra di comunicazione dei melariani contro chi si ciba di altri frutti. È interessante notare come i carnivori – o “mangiacadaveri” – non vengono nemmeno presi in considerazione, quasi appartenessero a un’altra razza destinata ormai all’estinzione, troppo lontani dall’idea di purezza a cui aspirano i melariani. La guerra è tra loro, tra i fruttariani: tra una mela e un limone.

Questo è un messaggio pubblicato nella pagina Specie Umana Progetto 3M. Non saltatelo, fidatevi, leggetelo integralmente e con attenzione:

Le persone che consumano Frutta Acida e quindi sono in acidosi oppure in iperossidazione per la maggior parte del tempo, hanno così tanto di quell’acido citrico in circolo che la barriera Emato-Encefalica è impossibilitata a fare da filtro alle tossine che vanno a depositarsi quasi tutte sui neuroni, rendendo loro le normali interazioni della vita un qualcosa di complicatissimo da gestire.

La Mela è l’unica che dà il MASSIMO di Indolamine, cioè gli unici Neurotrasmettitori che danno la VERA felicità, dove sei capace di goderti al TOP anche la più piccola cosa, da un filo d’erba che cominci a vederlo come una PERSONA e ci parli, fino al sorriso di un amico/a che ti consente di entrargli dentro al cervello senza che lui/lei nemmeno se ne accorge, e tutto diventa un PARADISO.

La mela insomma – o Mela, maiuscola e senza articolo, come viene spesso scritta dai melariani – ti consente di accedere a un altro mondo, a uno stadio superiore.

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Le posizioni dei melariani sono così bizzarre da far venire il dubbio, in alcuni casi, che non siano vere. In alcuni post su Facebook si parla di melariani che non sopportano più l’odore dei carnivori e che per baciare una ragazza devono prima cospargerle della camomilla sulle labbra. Altri dopo qualche mese non riescono più a mangiare le mele e allora chiedono se sia possibile alimentarsi con clisteri di mele frullate. Sono persone reali o troll che vogliono solo scherzare? A volte è impossibile capirlo. Tanto che, anche quando si tratta di commenti palesemente falsi, capita che vengono presi seriamente dagli stessi melariani. È addirittura ipotizzabile che oggi ci siano in giro più finti melariani che veri melariani, perché impersonare per scherzo uno stile di vita così estremo per alcuni è molto divertente.

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Negli ultimi anni come reazione al salutismo, al veganesimo sempre più diffuso e alle diete strane come quella melariana, si è sviluppata una tendenza un po’ infantile alla derisione di tali pratiche e una sorta di “orgoglio junk food”, che sembra essere l’altra faccia della stessa medaglia.

Persone che ostentano la loro gioia nel mangiare solo carne o cibi grassi, altre che come foto profilo scelgono immagini dove sono ritratti nell’atto di addentare un hamburger, altri ancora che scrivono manifesti ideologici pro-junk food, ironici ma neanche tanto, dove osannano diete adolescenziali a base di pizza con i wurstel, patatine fritte e Coca-cola, vere e proprie bandiere del partito anti-ortoressico. Ci si divide in schieramenti in base al proprio rapporto con il cibo, in maniera speculare a quella degli ortoressici che considerano “gli altri” degli ingenui che si fanno del male.

Tra i melariani noti ce n’era uno notissimo: Steve Jobs. Pochi sanno che il fondatore della Apple (appunto) seguiva diete estreme: mangiava solo carote o solo mele, a volte digiunava per giorni, e – secondo la biografia di Walter Isaacson – Jobs era “un fervente predicatore che intratteneva i propri ospiti a tavola con noiosi sermoni sul regime alimentare del momento”, proprio come gli ortoressici prima di rassegnarsi e chiudersi nel loro salutismo solitario, convinti che gli altri non capiranno mai e quindi è inutile insistere.

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“Io anni dopo sono diventata una psicologa e ho compreso a fondo il mio disagio” spiega la Canovi. “Sono tornata a uscire con gli amici, faccio un lavoro che amo. Non proibirei più nessun cibo alle mie figlie. La repressione rende infelici. Una merendina se non viene proibita prima o poi stanca. Se la si demonizza invece diventa ancora più interessante”.

Chiedo all’antropologa Alessandra Guigoni se questo tipo di nevrosi legate all’alimentazione riguardano solo il ricco Occidente. Mi sembra difficile immaginare discussioni sui nitrati o il glutammato nello Zimbabwe. Sbaglio?

“Il rapporto problematico col cibo, che è rapporto problematico con se stessi e col mondo circostante, riguarda molti a diverse latitudini” risponde la Guigoni. “Ma è soprattutto nella cosiddetta civiltà del benessere occidentale, dove i mass media sono pervasivi e influenzano profondamente le nostre ideologie e pratiche quotidiane, che le nevrosi attorno al cibo esplodono in tutta la loro drammaticità. In nazioni come India, Cina e Brasile, aumenta vertiginosamente il tasso di persone sovrappeso o obese, e con esse aumentano le malattie legate ad un distorto rapporto col cibo, dall’anoressia alla bulimia, sino alla ortoressia”.

In pratica dove arriva il benessere arriva il troppo benessere, e di conseguenza le nevrosi. Ma la Guigoni ha anche un’altra teoria: “A mio parere quanto meno si produce il cibo con le proprie mani, diventando così dei semplici consumatori finali, tanto più si è a rischio”.

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Io non sono in grado di produrre il cibo con le mie mani, e quindi vado al supermercato. E sono ancora fermo lì, davanti ai cartoni di succhi di frutta, in preda al mio dubbio amletico. Prendo quelli bio 100% naturali o quelli con vitamina C? E perché la vitamina C mi attira tanto? L’assumo già in altre decine di alimenti che mangio regolarmente senza pensarci, eppure quando la vedo pubblicizzata sulla scatola di un prodotto non resisto, penso che se ne prendessi un altro po’ starei meglio, come gli omega 3, come il selenio: è quello di cui ho bisogno per essere più bello e felice. E in alcuni casi perfino intelligente. Tutti ricorderete la pubblicità delle patate al selenio che promettevano di far diventare più intelligenti. Non era vero, ma sarebbe stato bello se lo fosse stato.

“La pubblicità non fa altro che concretizzare desideri, paure, impulsi e repulsioni dell’immaginario collettivo” spiega la Guigoni. “È piena di riferimenti a presunte qualità nutraceutiche degli alimenti, a fantasmagoriche qualità nutrizionali, ma soprattutto gli spot televisivi lasciano trasparire che dietro certi alimenti c’è la possibilità concreta di diventare come gli attori che li consumano: belli, perfetti, eternamente giovani e sani”.

Magia, insomma. Ecco perché se cercate negli archivi fotografici “woman eating salad” (donna che mangia insalata) entrerete in una sorta di realtà parallela dove esistono solo ragazze bellissime e sorridenti, felici, solari. Quasi creature sovrannaturali. Sono sempre molto illuminate, appaiono pulite, leggere, come se non piangessero o sudassero mai. A volte sembra perfino che ridano a crepapelle, come se l’insalata fosse divertentissima.

Io nel dubbio prendo entrambi i succhi di frutta: quelli bio 100% naturali e quelli con la vitamina C. Uno dei due mi renderà felice, no?

Martino Pinna

  • tiziana

    Finalmente! Grazie per questo articolo! :)

  • Mattia

    Articolo molto interessante. L’ortoressia è una realtà, come molte altre nevrosi moderne ed “urbane”, esistono sul serio ma spesso il cibo è tra i maggiori stimoli/piaceri che vengono usati per alleviare tensioni che hanno cause diverse.
    Spesso le persone sono ossessionate dal cibo, ma in realtà i problemi sono da ricercare in altre sfere, affettive, sentimentali, di stress o altro. Il cibo è solo un canale di sfogo.
    Replico a braccio su alcune di quelle che ritengo imprecisioni:

    Nell’articolo ho letto, come ribadisce spesso anche Dario Bressanini (che sovente la spara grossa ma è perdonabile perché lui è fondamentalmente un chimico e tecnologo e non gli importa molto delle questioni di salute), che è la quantità a fare il veleno. In linea di massima sarei assolutamente d’accordo. Però è convenzionalmente difficile stabilire quale sia un limite, e questo è umano. Porto un esempio: nelle carni conservate (prosciutto cotto, bresaola, salumi) spesso si usano dei conservanti di sintesi chiamati nitriti e nitrati (molti anni fa non esistevano, le carni si conservavano in modi diversi, usando sale, pepe ed altre spezie). In alcune review sistematiche è stato dimostrato che ingerire per abitudine alimentare una certa quantità di questi conservanti in maniera continua porta effettivamente ad uno stress cellulare con conseguente aumento di tumore del colon. Tu mi dirai: bhè io consumo carni conservate una volta ogni tanto, e quindi è ok. Convengo, lo stesso faccio io, per me “ogni tanto” vuol dire una volta a settimana oppure quando mi trovo fuori a fare cene o aperitivi (i prosciutti crudi Parma e San Daniele per legge non possono contenere conservanti). Ma, tornando alla questione quantità, vi è una differenza, se mangiassi ogni giorno 1 mela comprata dal fruttivendolo sotto casa camperei sicuramente con meno complicazioni sulla salute rispetto a se mangiassi ogni giorno 5 fette di salame del supermarket.

    Purtroppo il cibo non si può studiare come un farmaco. Se vuoi verificare che la mela fa bene su un campione utilizzando il doppio cieco, cosa usi per il placebo? Non esiste del cibo placebo!

    La gente crede di poter scegliere il meglio per se, ma scegliere il meglio è difficile se non addirittura impossibile. Il supermercato è una giungla: la nostra evoluzione “industriale” ha cambiato totalmente il nostro modo di rapportarci col cibo. Spesso, noi non mangiamo più insieme agli altri, non cacciamo più le bestie, non coltiviamo, non cuciniamo e di conseguenza non sappiamo esattamente che strada ha fatto quel che ci troviamo nel piatto. Facciamo lavori nuovi e le tecnologie sono aumentate, quindi per forza di cose dobbiamo delegare altre persone a fare il lavoro di caccia, coltivazione e fermentazione del cibo che poi andremo a mangiare.

    Hai fatto benissimo a citare Max Gaetano, quel “pazzo” di cosmo fruttariano e “melarismo”! E’ un tizio che proviene dal complottismo più esasperato. Detto tra noi: non sta bene con la testa, ha bisogno di aiuto, ma seriamente.

    A titolo informativo, esiste un libro che risponde esattamente alla domanda “perché l’uomo non sa cosa mettere nel suo piatto oggi?” Si chiama IL DILEMMA DELL’ONNIVORO, l’autore, Michael Pollan, ha vinto premi importanti, e Amazon ha inserito il suo libro tra quelli da leggere “in a lifetime”. Dopo averlo scritto, Pollan venne letteralmente subissato di domande, e quindi scrisse una breve continuazione con un secondo testo (IN DIFESA DEL CIBO), aprendo questo secondo lavoro con uno dei consigli diventati così importanti che spesso viene citato anche da professori e medici: ‘Eat food. Not too much. Mostly plants.’ Che tradotto è “mangiate cibo vero, con moderazione, soprattutto vegetali”. Una delle “regolette” più divertenti di Pollan è quella che dice: sgarrate pure e non state a sentire alla lettera cioè che scrivo, se vi piace tanto qualche schifezza di supermercato mangiatela ma senza avere rimorsi o colpevolizzarvi per aver “peccato”, godete di quello che state facendo.

    Sul commento finale: personalmente non acquisto nè succhi di frutta biologici nè naturali, vado direttamente di vino o birra :)