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La radicalizzazione dei fratelli Kouachi cominciò in un parco della capitale francese, Amédy Koulibaly fece i suoi primi passi verso il fondamentalismo armato in prigione. Ma quello che i tre jihadisti avevano in comune era il fatto di essere nati e cresciuti ai margini della società francese. Dove, in mancanza d’altro, l’integralismo islamico è percepito come l’unica cornice ideale attraverso cui contestare il presente. Ripercorriamo le strade percorse dai giovani attentatori francesi per capire come si arrivi dove sono arrivati loro.

E’ lungo i sentieri del parco parigino di Buttes-Chaumont, con le sue collinette, il suo stagno e un falso tempio romano, che Chérif Kouachi, il fattorino di una pizzeria del posto, amava fare jogging. Il parco di Buttes-Chaumont brulica di gente che corre come lui. Ma Kouachi e il suo gruppo di amici facevano jogging per tenersi in forma per il jihad.

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Parco di Buttes-Chaumont, Parigi (Street View – Google Maps)

Il gruppo parigino dei fratelli Kouachi, che i giornali chiamarono “la banda di Buttes-Chaumont”, era composto da una dozzina di ragazzi fra i 20-30 anni. Alcuni di loro si sono conosciuti a scuola. Molti avevano storie famigliari complesse e rendimenti scolastici scarsi. Venivano dai bassifondi del 19imo arrondissement nel nord-est di Parigi, una zona segnata da un mix di appartamenti e loft riqualificati accanto ad edifici popolari e a un patchwork di palazzoni in mano alla piccola criminalità e alle bande.

I jihadisti del 19imo arrondissement si consideravano dei combattenti, dei giusti che lottavano per una causa legittima: l’instaurazione di uno Stato islamico attraverso l’azione violenta. Giurarono di rifiutare qualsiasi ipotesi di compromesso o di collaborazione con il loro paese natale, la Francia, (ma in generale con tutto il mondo occidentale) nel momento in cui misero il Jihad al centro del loro credo, rendendolo un obbligo religioso. In generale, per tutti i jihadisti il ricorso alla violenza è sia ideologico che tattico. Così questi gruppi preferiscono l’azione diretta ad approcci “politici” che, invece, rifiutano sistematicamente.

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Parco di Buttes-Chaumont, Parigi (Street View – Google Maps)

I ragazzi appartenenti al gruppo dei fratelli Kouachi, molti dei quali disoccupati o alle prese con piccoli lavori precari, erano tutti conosciuti dalle forze dell’ordine per reati minori, furti e traffico di droga. Poi incontrarono una figura carismatica, un leader. Il capo carismatico esercita un magistero morale, religioso e ideologico sul discepolo ed è una figura ricorrente nella galassia dei gruppi islamisti radicali che da sempre si rifanno alla conoscenza coranica di alcuni teologi militanti o emiri ritenuti detentori del messaggio divino. Lo era Oussama Ben Laden, lo è l’attuale “califfo” del cosiddetto Stato Islamico, Abu Bakr al Baghdadi.

Nel suo piccolo lo era anche Farid Benyettou. Anch’egli giovanissimo, un anno più grande di Chérif Kouachi (classe 1982). Farid era un inserviente presso un’impresa di pulizie e punto di riferimento per i suoi coetanei con i quali discuteva dell’ipotesi di “Jihad”. Era il 2004, all’indomani dell’invasione statunitense dell’Iraq e il gruppo decise di partire per il paese mediorientale per combattere gli americani.

Farid Benyettou

Farid Benyettou

Questo piccolo gruppo di combattenti per la fede, descritto dai magistrati come dei dilettanti sprovveduti, è stato definito dal quotidiano Le Monde come la “prima scuola del Jihad in Francia”. Fra una sessione di jogging e l’altra, impararono a tenere in braccio un kalashnikov e presto una manciata di loro partì alla volta dell’Iraq, per fare la guerra santa agli Americani. Tre di loro morirono in combattimento, altri tornarono gravemente menomati: uno senza un occhio e senza un braccio. Altri ancora non riuscirono a partire, bloccati dalla polizia francese.

All’epoca Chérif Kouachi si guadagnava da vivere come fattorino presso una catena di pizzerie, El Primo Pizza. Venne arrestato nel gennaio del 2005 mentre tentava di imbarcarsi su di un volo con destinazione Damasco. I servizi di intelligence francesi erano convinti che stesse per raggiungere i ribelli islamisti in Iraq, via la Siria.

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Rue Philippe de Girard, Parigi (Street View – Google Maps)

Chérif Kouachi dichiarò ai magistrati che l’intervento della polizia era stato provvidenziale e che si sentiva sollevato dell’arresto poiché, in fondo, non aveva intenzione di arruolarsi. “Più si avvicinava la data della partenza, più ci ripensavo” disse al giudice. “Allo stesso tempo non volevo che i miei compagni venissero a sapere del mio cedimento”. La corte gli inflisse una condanna relativamente lieve: 36 mesi, la metà dei quali passati in regime di libertà condizionale. Oltre al biglietto aereo per la Siria non vi erano prove schiaccianti contro di lui.

Per gli avvocati, Chérif era un ragazzo fragile senza particolari idee politiche e psicologicamente manipolato da una simil-setta. Non è sbagliato usare la parola setta in merito alle cellule jihadiste contemporanee poiché esse si muovono come vere società segrete. I membri condividono la stessa convinzione e la preservano in segreto. “L’idea di appartenere a un gruppo di eletti con una missione divina e di rappresentare la più pura avanguardia di Allah, in un mondo dominato dall’ignoranza e dalla corruzione, implica la segretezza per difendersi da quella stessa società empia, quella occidentale, che diffonde volontariamente dei valori anti-islamici e attua le persecuzioni contro i musulmani”, dichiara un ex-jihadista francese pentito al quotidiano Libération.

Dopo il processo del 2008, Chérif si sistemò e trovò lavoro in una pescheria.

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Rue Philippe de Girard, Parigi (Street View – Google Maps)

Meno di una decade dopo, Chérif (32 anni) e suo fratello maggiore Said (34 anni) compiono l’attacco terroristico più feroce degli ultimi 50 anni della storia di Francia. Entrano con i Kalashnikov nella redazione del mensile satirico Charlie Hebdo. Fanno fuoco: 12 morti. Dopo tre giorni di follia i fratelli Kouachi muoiono durante una sparatoria a nord di Parigi provocata dall’irruzione delle forze speciali del GIGN (“Groupe d’intervention de la gendarmerie nationale”) all’interno della tipografia sequestrata dai fratelli Kouachi, nella quale detenevano un ostaggio. Nel frattempo, Amédy Coulibaly (32 anni), dopo aver ucciso una poliziotta, assaltava un piccolo supermarket di alimentari kosher, nell’est della capitale, tenendo in ostaggio i clienti e uccidendone quattro. Anche in quell’occasione il GIGN fece irruzione e uccise il jihadista.

Sia i fratelli Kouachi sia Amédy Coulibaly erano francesi, dell’area metropolitana parigina, cresciuti e avvicinatisi all’Islam radicale sul posto. Il quotidiano Libération li ha chiamati “Figli di Francia”; un noto avvocato che garantisce la difesa di un altro giovane jihadista li ha chiamati invece “I figli smarriti della Repubblica”.

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Rue Philippe de Girard, Parigi (Street View – Google Maps)

Intanto il governo francese corre ai ripari, la questione è delicata, ci sono oltre 7,5 milioni di francesi di confessione musulmana. L’obiettivo a breve termine è intervenire sui sistemi di reclutamento per impedire la crescita del terrorismo fatto in casa, e poi capire come hanno fatto dei pregiudicati segnalati persino nelle black list degli Stati Uniti a organizzare, pianificare e commettere una carneficina. Il governo francese ha preso molto sul serio il pericolo di imminenti attacchi da parte dei reduci francesi della guerra in Siria, tant’è che ha alzato il livello di guardia e rafforzato la divisione antiterrorismo.

Secondo il governo, 1400 francesi hanno raggiunto o stanno pianificando di raggiungere, in nome della Jihad, i teatri di guerra in Siria e in Iraq. Circa 70 jihadisti francesi hanno invece già perso la vita durante i combattimenti.

Ma la radicalizzazione dei fratelli Kouachi e di Amédy Koulibaly è iniziata molto prima della guerra in Siria.

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Rue Philippe de Girard, Parigi (Street View – Google Maps)

I jihadisti di oggi che partono per la Siria e per l’Iraq vengono spesso dalla classe media, talvolta hanno una buona educazione e buone prospettive. In contrasto, i jihadisti che andarono a combattere 10 anni prima in Iraq erano dipinti come mentalmente fragili, poveri e senza prospettive.

Come mai i veterani della guerra in Iraq, come Kaouchi e i suoi amici, pur essendo un pericolo per la sicurezza nazionale, hanno potuto muoversi indisturbati, procurarsi armi e soldi, organizzare l’attentato? Forse l’intelligence francese si è troppo concentrata sulle nuove generazioni di jihadisti, coloro che partono in Siria, trascurando la generazione precedente di jihadisti, quelli che partirono per l’Iraq.

Chérif Kouachi è nato a Parigi nel 1982, nel 10imo arrondissement che si estende da place de la République fino alla Gare du Nord. Era uno dei cinque figli di genitori di origine algerina. Un amico d’infanzia di Chérif ha detto alla televisione pubblica francese: “E’ stato abbandonato in giovanissima età, non si è mai capito se fossero i genitori ad essere stati incapaci di curare i cinque figli oppure se fossero morti”. Risultato: Chérif è entrato nelle comunità d’accoglienza per minori non avendo compiuto neanche 10 anni. Le case d’accoglienza erano lontane da Parigi e la sua infanzia venne descritta come caotica.

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Chérif e Said Kouachi ancora minorenni a Treignac

A 18 anni, gli orfani Chérif e Said (il fratello piu’ grande) tornano a Parigi, dal nord-est dove erano cresciuti. Chérif era in possesso di un diploma in educazione fisica ma i suoi risultati scolastici erano miseri e non aveva nessuna famiglia a cui chiedere aiuto. Quando si legò al gruppo di Buttes-Chaumont era già tornato a Parigi e viveva di espedienti.

“Viveva come un vagabondo, trovava sempre un tetto sotto il quale dormire ma si doveva quasi sempre accontentare di un materasso per terra o poco più: era chiaramente un emarginato. Era immaturo, appena uscito dall’adolescenza. Non era rancoroso. Andava in moschea, ma andava anche per discoteche, si cimentava con il rap, fumava erba e beveva in compagnia, insomma non era un santo ma nemmeno un asociale”, precisa l’amico d’infanzia alla televisione pubblica transalpina.

Secondo Le Monde, quando Chérif venne arrestato poco prima del suo imbarco per la Siria, si presentò ai poliziotti definendosi un “Ghetto Muslim”.

“Prima ero un delinquente, ma dopo ho trovato la forza. Non mi immaginavo neanche di poter morire”, dichiarò ai magistrati. In un documentario televisivo sulla gioventù francese radicalizzata troviamo proprio Chérif che, durante un’esibizione rap, pronuncia le seguenti parole:”E’ scritto nei Testi, morire da martire è un onore”.

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via nel XIX arrondissement di Parigi (Street View – Google Maps)

Le aspirazioni del gruppo jihadista di Buttes-Chaumont erano direttamente legate ai destini della seconda guerra irachena del 2003. Di solito si riunivano in casa di un membro e guardavano insieme le immagini dell’invasione statunitense. “Tutto quello che ho visto in tv, su Internet, le torture nella prigione di Abu Ghraib, tutto quello, è proprio quello che mi ha motivato”, dichiarò un amico dei Kouachi durante il processo a Chérif.

Durante la presidenza di Jacques Chirac, però, la Francia si rifiutò di intervenire in Iraq. Il gruppo concentrò quindi il suo odio nei confronti degli americani e nell’ossessione di combatterli per liberare l’Iraq.

“Sono stati i pionieri del jihadismo francese”, scrive Jacques Follorou, giornalista di Le Monde e specialista di questioni islamiche. “Erano un gruppo di ragazzi con poca istruzione, senza progetto politico, senza esperienza, de-socializzati, delinquenti, disoccupati, ai margini della società e alla ricerca di un’identità. Il mentore, loro coetaneo, era un manipolatore”. Follorou sostiene anche che quando i ragazzi del gruppo entrarono in carcere, davanti ai loro occhi si aprì un nuovo universo:“Se Buttes-Chaumont era la scuola informale del jihad, il carcere era l’università degli studi del jihad”.

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1965-1969. Carcere di Fleury-Mérogis. Foto Fonds Guillaume Gillet. SIAF/Cité de l’architecture et du patrimoine.

Dopo il suo arresto nel 2005, mentre tentava di lasciare il paese alla volta di Damasco, Chérif fu condotto presso la casa circondariale di Fleury-Mérogis, un enorme e decadente super-prigione di cemento armato. E’ il carcere più grande d’Europa, solo la sezione maschile contiene 3,800 detenuti.

Costruita negli anni ’60, Fleury-Mérogis doveva rappresentare il modello del carcere dal volto umano. Finì per diventare un inferno di tensioni, violenza fra detenuti, droga, suicidio e persino episodio di una rivolta dei detenuti con tanto di agenti di polizia penitenziaria presi come ostaggi.

Kouachi si trovava a Fleury-Mérogis, in attesa di giudizio. In quel periodo la popolazione carceraria eccedeva del 150% le capacità di “accoglienza” della prigione.

Nel 2008 alcuni carcerati riuscirono a consegnare all’esterno un video sulle condizioni di vita a Fleury-Mérogis. Il filmato mostrava scene di violenza fra carcerati, soffitti infiltrati di acqua, muffa sui muri, sanitari fuori uso e inaccessibili, acqua stagnante e freddo gelido. “Ci stiamo congelando come i vagabondi, anzi siamo peggio dei vagabondi”, dice un recluso nel video.

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Amédy Coulibaly

Uno dei prigionieri in prima linea nella denuncia delle condizioni carcerarie fu Amédy Coulibaly. Era in carcere per rapina a mano armata, la sua terza condanna. Coulibaly incontrò Chérif in carcere, erano nella stessa ala e diventarono presto inseparabili. Meno di dieci anni dopo, Coulibaly si unisce ai fratelli Kouachi per compiere la sua parte nell’attacco, cioè l’uccisione di una poliziotta e di quattro clienti di un negozio ebraico.

Amédy Coulibaly, conosciuto come “Doly”, è nato in Francia da genitori del Mali. Unico maschio, fratello di nove sorelle, Amédy cresce nella Cité (complesso di case popolari) della Grande Borne, a Grigny, a sud di Parigi. “E’ una delle Cité più difficili del paese”, nota un giornalista di Libération.

Costruita negli anni ’60, nei piani degli urbanisti doveva essere la cittadella-dormitorio ideale. Invece con i suoi 11mila abitanti, la Grande Borne divenne nota per la povertà, per il traffico di droga e di armi, per l’alto tasso di criminalità giovanile, per gli attacchi alla stazione della polizia locale e per gli incendi dolosi di edifici pubblici.

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La Grande Borne, Grigny

Alcuni sociologi francesi la definiscono un “cassonetto per l’immondizia sociale” dove venivano confinati i più poveri elementi della città. Il 40% dei suoi abitanti è disoccupato, le famiglie vi abitano in una situazione di miseria, il livello di violenza e decomposizione sociale è alle stelle.

“E’ un contesto favorevole allo sviluppo del radicalismo, non tanto per la povertà quanto per lo sfascio dell’ordine sociale. C’è una miseria sociale estrema, le famiglie sono abbandonate a se stesse. Lo Stato qui è assente, la polizia neanche ci mette i piedi”, spiega un educatore della zona che aggiunge: “Se un datore di lavoro ha per le mani un cv con sopra scritto l’indirizzo della Cité con ogni probabilità la candidatura finisce direttamente nel cestino”. In quest’angolo di Francia, i valori repubblicani, “Liberté, égalité, fraternité”, non si sa neanche cosa siano.

Nel 2005 le periferie dei grandi centri urbani francesi furono teatro delle più gravi sommosse della storia recente di Francia. La rabbia esplose dopo l’uccisione di due ragazzini in fuga da un controllo di polizia. Proprio a Grigny la violenza raggiunse livelli mai visti prima, quando dai rivoltosi partirono colpi di arma da fuoco verso le forze dell’ordine.

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La Grande Borne, Grigny

Anche alla Grande Borne, come in molte Cité, c’è una sottocultura giovanile fatta di soldi facili, rapine, droghe e armi. Damien Brossier, avvocato che si occupa di criminalità giovanile nella vicina Evry si ricorda di Coulibaly. “Una testa calda, un ragazzo coraggioso”, racconta il legale che lo ha difeso in due casi di rapina a mano armata risalenti a dieci anni fa.
Il primo caso fu una rapina a un negozio di articoli sportivi. In quell’occasione, dopo un inseguimento con la polizia, la macchina su cui scappavano lui e il suo complice venne coinvolta in un incidente stradale. Il suo complice, Alì, coetaneo di origini magrebine, rimase ucciso. Coulibaly invece riuscì a uscire dalla vettura disastrata e tornò a casa a piedi.

L’avvocato Brossier difese poi Coulibaly dall’accusa di rapina a mano armata in banca. “Era un cane sciolto, al contempo era socievole e gentile, non era difficile entrarci in confidenza”.

Il padre di Amédy era un lavoratore maliano di umili origini, immigrato in Francia. Come molti suoi coetanei nella Cité, Amédy non voleva fare la stessa vita del genitore. “Aveva dei risultati scolastici molto scarsi, non penso avesse mai avuto delle vere ambizioni lavorative. Come molti giovani delle periferia aveva il culto del denaro facile”, ricorda ancora l’avvocato Brossier.

Coulibaly e Chérif fecero amicizia in prigione, e sempre in prigione trovarono un nuovo mentore che li portò alla definitiva radicalizzazione: Djamel Beghal.

Djamel Beghal, said to be the mentor of Cherif Kouachi, one of the Charlie Hebdo Massacre Gunmen - 2015

Djamel Beghal

Beghal, condannato a 10 anni per il fallito attentato all’ambasciata israeliana di Parigi, era stato un frequentatore della moschea londinese di Finsbury park e discepolo dei predicatori radicali Abu Hamza e Abu Qatada. Secondo l’intelligence francese e americana era il reclutatore di al Qaeda in Europa.

Una volta scontata la pena, Chérif Kouachi uscì di prigione, si sposò e trovò un lavoro in una pescheria: sembrava che volesse mettere la testa a posto. Uscito dal carcere, era diventato un uomo. La reclusione avesse inasprito il suo carattere e cambiato il suo fisico. Un suo amico ha affermato recentemente alla televisione pubblica: “Era fisicamente cambiato, muscoloso, aveva fatto sollevamento pesi, in carcere non c’è nient’altro da fare”.

In quel periodo, Benyettou, il guru del gruppo di Buttes-Chaumont, studiava per diventare infermiere. Coulibaly, invece, era riuscito a trovare lavoro presso una fabbrica della Coca-cola e nel 2009, nonostante la fedina penale, fu uno dei 500 giovani invitati all’Eliseo dall’allora presidente Nicolas Sarkozy per discutere di disoccupazione giovanile. “Forse riuscirà lui a trovarmi un lavoro”, disse allora il giovane, intervistato dal quotidiano Le Parisien.

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Fabbrica della Coca-Cola, Grigny

Meno di un anno dopo, la polizia aprì una nuova indagine su Coulibaly. Era sospettato di appartenere a un gruppo che cospirava per fare evadere di prigione l’islamista algerino Smain Ait Ali Belkacem, condannato all’ergastolo nel 2002 per l’attentato dell’ottobre 1995 al treno urbano RER in sosta presso la stazione Musée d’Orsay, un attentato che provocò il ferimento di 30 persone.

I seguaci di Beghal vennero arrestati per cospirazione.

I sistemi di sorveglianza della polizia mostrano Coulibaly e Chérif Kouachi in visita a Beghal, all’epoca uscito di prigione ma agli arresti domiciliari in una piccola cittadina della Francia rurale. Le foto di Coulibaly assieme a sua moglie in niqab nero, Hayat Boumeddiene, intenti a maneggiare una balestra in aperta campagna, sono state scattate proprio nella zona in cui Beghal era agli arresti domiciliari. Boumeddiene sposò Coulibaly secondo la tradizione islamica. Dopo il matrimonio, la giovane decise di lasciare il suo lavoro di cassiera in un supermercato per dedicarsi interamente alla religione e per portare in libertà il niqab, velo che il presidente dell’epoca, Nicolas Sarkozy, avrebbe poi bandito da tutti i luoghi pubblici.

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Hayat Boumeddiene

Hayat Boumeddiene è ad oggi latitante. Gli 007 francesi pensano che abbia raggiunto la Siria ad inizio gennaio per arruolarsi fra i combattenti dello Stato Islamico (secondo l’intelligence potrebbe essere apparsa in un video dell’Isis). Anche Hayat è cresciuta nelle case-famiglia della periferia di Parigi, dopo la morte della madre e le difficoltà economiche del padre.

Durante una perquisizione presso il domicilio di Amédy e Hayat a Bagneux, nella periferia della capitale, la polizia trovò un gran numero di munizioni di AK-47 e un revolver. “Sono miei”, dichiarò Coulibaly alla polizia. “Sono munizioni di Kalashnikov. Avevo intenzione di venderle sul mercato nero”, aggiunse. La polizia lo interrogò tentando di capire se fosse ispirato dalla religione. Coulibaly rispose che faceva del suo meglio per essere un buon musulmano, ma che non sempre ci riusciva.

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una via di Bagneux (Street View – Google Maps)

Dal canto suo, Kouachi rimase in silenzio durante gli interrogatori. Venne rilasciato poco dopo per mancanza di prove. A Coulibaly, invece, inflissero una pena detentiva di 5 anni di reclusione per aver ideato il piano di evasione del jihadista algerino Ali Belkacem. Descritto dalle autorità penitenziarie come un detenuto modello, venne rilasciato nella primavera del 2014. Ad aspettarlo fuori dalle mura del carcere c’era Hayat Boumeddienne con la quale tornò a convivere. Meno di un anno dopo, Coulibaly sarà uno dei protagonisti del peggior attacco terroristico in terra francese degli ultimi decenni.

Una precedente perizia psichiatrica su Coulibaly, citata dal quotidiano Libération, indica che il giovane “non soffre di nessuna patologia” ma che ha “una personalità immatura e paranoica”. Lo psicologo precisava anche che la personalità di Amédy “mancava di analisi critica e di senso morale” e che aveva “manie di grandezza”.

Un testimone dell’assalto al supermercato kosher di porte de Vincennes afferma che, dopo aver ucciso quattro ostaggi e aver trasformato l’alimentari ebraico in un teatro di guerra, Coulibaly si sia preparato un panino, incurante dei corpi senza vita intorno a lui.

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Amédy Coulibaly

Poco dopo la morte di Amédy Coulibaly, la madre e una delle sorelle hanno rilasciato una dichiarazione in cui prendevano le distanze dal giovane, condannando gli attacchi e definendoli “atti di odio”.

Il fratello maggiore di Chérif Kouachi, Said, co-responsabile della mattanza alla redazione di Charlie Hebdo era l’unico del trio a non essere mai stato in prigione. E’ stato tuttavia indagato e interrogato dalla polizia nel 2005 nel quadro dell’inchiesta alla cellula jihadista di Buttes-Chaumont. Gli investigatori lo considerarono una figura minore. Una persona diversa dal fratello Chérif. Meno aggressivo e più preoccupato di trovare lavoro che a fare il Jihad.

Secondo i servizi segreti yemeniti, Said avrebbe soggiornato nel paese della penisola arabica per diversi mesi. E’ sospettato di aver combattuto per al Qaeda. Entrambi i fratelli Kouachi erano sulle “no-fly list” britanniche e statunitensi.

Said e Chérif Kouachi

Prima dell’attacco a Charlie Hebdo, Said abitava con la moglie e i figli a Reims, nella regione della Champagne. I vicini lo descrivevano come silenzioso e solitario.

Non è la prima volta che la sicurezza nazionale e i servizi di intelligence transalpini vengono pesantemente criticati dall’opinione pubblica. Il paese porta ancora le cicatrici di altri casi clamorosi. Nel 2012 Mohamed Merah, disoccupato e pregiudicato di origini magrebine di 23 anni, appena tornato da un periodo di addestramento in Pakistan e Afghanistan, tenne sotto scacco le forze dell’ordine per 10 giorni. L’avventura di Merah culminò nell’uccisione a sangue freddo di un rabbino e di tre bambini ebrei, tutti assassinati davanti a una scuola ebraica di Tolosa.

Medhi Nemmouche

E poi c’è stato Medhi Nemmouche, un ex delinquente giovanile cresciuto nella miseria in una città della Francia settentrionale. Abbandonato dai genitori, anche lui è cresciuto in una casa-famiglia. E’ sospettato di essere l’autore della strage del 2014 al museo ebraico di Bruxelles in cui persero la vita quattro persone. Era stato formato e addestrato in Siria dove aveva combattuto per lo Stato Islamico.

Marie, un’educatrice parigina che si occupa di assistere le famiglie i cui figli sono tentati dall’ipotesi jihadista o hanno addirittura già preso la strada della guerra santa nel Levante, sostiene che il profilo delle giovani reclute sia cambiata. Kouachi, Merah e Nemmouche rappresenterebbero la “vecchia guardia” dei jihadisti.

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casa murata nel XIX arrondissement di Parigi (Street View – Google Maps)

Fragili psicologicamente, cresciuti nella giungla metropolitana e con famiglie disastrate o inesistenti. “Il discorso fondamentalista attecchisce fra coloro con una bassa autostima. Si tratta di sostituire il sentimento di disagio con il sentimento di onnipotenza. E’ un modo per rivalorizzare la propria identità in un contesto sotto tutti i punti di vista sfavorevole allo sviluppo individuale”. Ma il profilo del giovane combattente sta cambiando ed è ormai obsoleto “sostenere che il terrorismo nasca semplicemente dalla combinazione di discriminazione e disagio sociale”.

Marie fornisce assistenza a famiglie di estrazione sociale molto diversa. Ha aiutato ragazzi di famiglie istruite della classe media, figli di medici e di altri professionisti, molti provenienti da famiglie non musulmane. Così i profili della nuova generazione di giovani jihadisti radicalizzati o auto radicalizzati in Francia si fa più complesso e sfumato.

Ma la questione rimane la stessa: in mancanza d’altro, l’integralismo islamico è percepito come l’unica cornice ideale attraverso cui contestare il presente. L’Islam viene quindi considerato come un’ideologia degli oppressi, l’unica ideologia capace di incanalare l’energia della ribellione in un paese che sembra aver perso i suoi riferimenti più intimi.

Gaetano Gasparini