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di Martino Pinna

Antonio non ha gli occhi. Gli sono stati asportati i bulbi oculari quando era un bambino. La prima volta che ho parlato con lui al telefono, mi ha colpito la sua millimetrica precisione nel darmi le indicazioni per raggiungere la casa dove vive. Sono le indicazioni più dettagliate che io abbia mai ricevuto in vita mia. Più preciso di un navigatore.

“Sono nato con il glaucoma” racconta. “Ci vedevo male e da un occhio solo e a quattro anni  me l’hanno tolto. Fino alla quinta elementare però un po’ ci vedevo. A 14 anni poi mi hanno asportato anche il secondo bulbo oculare”. Da allora Antonio vive nel buio assoluto.

“Io nei sogni sono vedente” mi dice. “Vedo i colori, le sagome. Nei sogni non sono cieco. Ad esempio nella realtà uso il bastone, nei sogni no. Ma sogno anche di guidare la bicicletta, o addirittura di guidare la macchina. La macchina in effetti una volta l’ho guidata davvero grazie a quel pazzo di mio cugino, una 500 truccata… Però è difficile, perché non riesco a percepire lo spazio, chiuso dentro la macchina”.

Oggi fra i ciechi vanno molto i corsi di orientamento e mobilità. Servono a imparare a muoversi con naturalezza nello spazio. Alcuni ciechi diventano così bravi che rischiano di passare per falsi invalidi. Potreste incontrarli per strada e non accorgervi che non ci vedono. Antonio invece non ha fatto questi corsi. “Sono autodidatta” dice compiaciuto. Tutta la sua vita è all’insegna di un’ostinata determinazione.

antonio
Antonio

È una storia che si sente spesso: persone che hanno condotto vite normali, poi diventano ciechi e si prendono tre lauree, vanno a sciare, partecipano alle maratone, scalano montagne. Altri invece si rassegnano, si chiudono, si incazzano con il mondo, non accettano la realtà della cecità. Antonio non è fra questi, appartiene più alla prima categoria, anche se per ora non partecipa alle maratone ma ogni mattina alle cinque fa una lunga passeggiata, da solo.

“Io ho lasciato casa appena ho potuto, a 18 anni, perché volevo essere indipendente” mi spiega. “Molti pensano che siccome sono nati con una diversità allora devono essere iperprotetti. Io non sono d’accordo, bisogna uscire dalla campana di vetro. La verità nuda e cruda è che molto spesso i parenti vedono il cieco come una fonte di reddito, per via della pensione, e quindi se lo tengono stretto”.

Antonio da giovane si trasferisce in un’altra città, fa un corso come centralinista, trova lavoro, si sposa. Tutti gli chiedono sempre se anche la moglie è cieca. Una domanda a cui è abituato, come se i ciechi si sposassero solo tra loro. La risposta comunque è no, la moglie ci vede bene. All’inizio con lui non ci voleva stare, ma Antonio ha saputo conquistarla. Ora sono sposati da trent’anni e hanno due figli grandi.

Anche lui, come molti altri ciechi, usa in continuazione il verbo vedere. I vedenti non abituati a frequentare i non vedenti sono sempre terrorizzati dal fare delle gaffe dicendo frasi come “arrivederci”, “ci vediamo” o “hai visto”, ma tra ciechi è del tutto normale.

“Per me il verbo vedere non comporta solo l’atto dell’occhio, ma anche la somma di tutti gli altri sensi, ecco perché io dico che vedo una cosa” mi spiega Antonio. Per lui vedere è un mix di informazioni sensoriali: “Io quando esco di casa e cammino mi formo una mappa nel cervello con la posizione del sole, le ombre che percepisco dalla differenza di temperatura, gli spifferi d’aria, i rumori… Tutto questo insieme per me è vedere”.

Questa mappa però dev’essere molto precisa, altrimenti Antonio perde l’orientamento.

Mentre parliamo si alza per rispondere al telefono muovendosi dentro casa con una naturalezza che nemmeno io – vedente – ho dentro casa mia. Ma quando ritorna al tavolo manca clamorosamente la sedia: la sua mano cerca nel vuoto, sbagliando di almeno 30 centimetri. Io non dico niente, un po’ per imbarazzo, un po’ perché voglio vedere cosa succede.

Lui si blocca per un attimo e in quel momento capisco che è davvero nel buio più assoluto.

Ma dura poco, poi si riprende, come se il sistema di navigazione ripartisse. Trova la sedia e si siede. “Hai visto?” mi dice. “Basta poco, ho notato che c’era qualcosa che non andava. Ho sentito dal viso che il termosifone non era alla distanza giusta. Il fatto è questo: i vedenti con un colpo d’occhio vedono tutto insieme quello che stanno guardando, invece noi ciechi per vedere una cosa dobbiamo sommare vari elementi: ne tocchiamo un pezzo, poi un altro e un altro ancora, e così costruiamo la mappa. Ma se qualcosa non è al posto giusto…”.

angela
Angela

Quando Antonio sogna vede i luoghi che conosce, quelli della sua infanzia. “L’altra notte ho sognato che facevo la pasta a mano con mia moglie. Io quando ancora potevo un po’ vedere, da bambino, ho visto mia madre che faceva il pane in casa. Poi quando ho sposato mia moglie, lei mi ha insegnato a lavorare la pasta. Ora non la fa più, si è comprata l’impastatrice. Ma nel sogno facevamo la pasta insieme, prima nella casa dei miei genitori, poi nella nostra vecchia casa, infine nella casa dove abitiamo ora”.

Se ci fosse una classifica dei ciechi, Antonio sarebbe ai primi posti, dato che addirittura non ha gli occhi. Ma non al primo, perché comunque non ha sempre vissuto nel buio: per qualche anno ha visto un po’ di realtà. Il primo posto di questa improbabile classifica spetterebbe senza dubbio ai ciechi dalla nascita. Non lo dice nessuno, ma parlando con molti non vedenti viene fuori un aspetto interessante: c’è una sorta di rivalità tra i vari tipi di cecità.

Nessuno sarà disposto ad ammetterlo, ma quando un cieco totale mi parla di un ipovedente, o di una persona diventata cieca dopo i 30 anni, lo fa con una strana sufficienza.

Un giorno una persona cieca dalla nascita mi confessa, parlando di un’altra persona, che ha il sospetto che non fosse davvero cieca, “o comunque secondo me esagera”. Gli chiedo di spiegarmi perché, su quale base ha questo sospetto. Non me lo sa dire, ma siccome un po’ ci vede, non lo considera un “vero cieco”. E poi, “quello fino ai 30 anni ci vedeva perfettamente, ora viene qua a dare lezioni… Mah”.

Angela invece è nata con la retinite pigmentosa, una malattia genetica che colpisce la retina: prima peggiora la vista in situazioni di poca luce, poi si perde il campo visivo periferico e col tempo peggiora. Non per forza può portare alla cecità totale, ma in alcuni casi sì. Angela vive da sola vicino al mare, è un insegnante in pensione ed è il tipo di persona che ride con gli occhi. “Non ho mai visto bene, ma fino ai 35 anni qualcosa vedevo. Ora quasi niente.”

Si ricorda i colori, il suo preferito è il blu. Nei suoi sogni Angela vede spesso parenti o amici, così come se li ricorda. È come se il tempo si fosse fermato al periodo in cui riusciva ancora a distinguere i volti. Le persone nel frattempo sono invecchiate, ma nella sua memoria sono rimaste com’erano, e così i luoghi.

Anche lei non sogna mai di essere cieca. Nei suoi sogni vede. “C’è un sogno ricorrente che faccio. Sogno di stare al mare, è un posto dove ci portava mio padre. Non c’è la spiaggia, è tutto roccia e mare. Si chiama Sas Covas. È un luogo che sogno da anni. Certe volte sono sola sulle rocce e guardo il mare. A volte è agitato, a volte è calmo. A volte c’è il sole, a volte ci sono le nuvole. In alcuni sogni ci sono anche i miei fratelli o altre persone. Nei sogni me li ricordo bambini, così come li ho visti l’ultima volta”.

Anche Carmela è nata con la retinite pigmentosa. È una bella signora di 74 anni. Da piccola vedeva la differenza tra ombra e luce, poi dai 16 anni in su la vista si è offuscata sempre di più. “Per anni vedevo un po’ di luce, poi si è spenta” mi dice. Ora è nel buio.

carmela
Carmela

Le piace molto ascoltare la musica da Youtube, soprattutto Elton John. La sera invece si mette sul divano per vedere i film: “Il problema è che non dicono il titolo. Io so che a una certa ora iniziano i film, sento la musica, ma non so di che film si tratta. Allora chiamo mio figlio e gli chiedo ‘che film stanno facendo su questo canale?’ e lui me lo dice”.

Le chiedo se usa le audiodescrizioni dei film, pensate apposta per i ciechi, cioè quelle voci che descrivono ogni scena. Mi dice di no. Anche lei, come molti altri ciechi che ho conosciuto, preferisce guardare i film così come sono. “Preferisco quelli dove parlano molto. E poi di solito quando c’è silenzio vuol dire che si stanno baciando” ride.

Suo marito è morto anni fa. Quando si sono conosciuti lei aveva 26 anni e già viveva nel buio, quindi non ha mai visto il suo viso. “Dopo la morte di mio marito una volta l’ho sognato. Eravamo in una casa che non conoscevo. L’avrei potuto riconoscere dalla voce, ma non parlava. Però sentivo che era lui” mi dice. “Da piccola invece sognavo quello che sognano tutti, di volare, di giocare. Da adolescente ho iniziato a fare anche sogni sentimentali, come tutte le ragazzine. Magari sognavo un ragazzo che mi piaceva.”

Però non sapeva com’era fatto, le chiedo.

“No, ma nemmeno mio figlio so che aspetto ha, non nel senso che intende lei. Però so come sono fatte le persone perché posso toccarle” mi dice. E poi mi racconta un aneddoto per farmi capire meglio: “Vede, una volta a scuola c’era un professore, era un prete e un bravo disegnatore. Ci spiegava i colori, ci faceva toccare gli oggetti per riconoscerli. Un giorno ha portato una testa fatta da lui, voleva vedere se noi ragazzi eravamo in grado di indovinare chi era. Tutti l’abbiamo toccata. Anche io l’ho toccata e l’ho riconosciuta. Aveva fatto la mia faccia. Ero io”.

Testo e foto di Martino Pinna

Questo articolo è un’anticipazione di un mini-documentario sui sogni dei ciechi dal titolo “Sogni ad occhi aperti” che sarà pubblicato prossimamente. Qui un breve trailer:

La musica del video è di E.Ruggeri