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di Anna Ferri

La bicicletta a scatto fisso si chiama così perché, avendo un solo rapporto, il pignone – che è la ruota dentata che aggancia la catena – fa un giro continuo. Questo significa, in poche parole, che non c’è nessun meccanismo di ruota libera e quindi la pedalata è solidale con il movimento della ruota posteriore. Si pedala sempre: in curva, salita e discesa. Non ci si ferma mai.

“Sei un pezzo unico con la trazione”, spiegano Matteo Zazzara e Walter Carrubba, che quest’anno con la loro squadra corse Iride Demode – formata da sei ciclisti guidati dal capitano Samuele Cai – hanno vinto la Red Hook Criterium Championship Series, la corsa ciclistica più grande d’America che è sbarcata in Europa conquistandola. Una gara di velocità in tre tappe, Brooklyn, Barcellona e Milano dove la caratteristica è facilmente intuibile dal nome: hook significa uncino e quindi nel percorso deve esserci almeno una curva a uncino. La prima cosa che ci si chiede è come si fa a frenare. Prima o poi ci si dovrà fermare, chiediamo.

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Matteo Zazzara (a sinistra nella foto) e Walter Carrubba

La spiegazione lascia un po’ perplessi ma i due ragazzi giurano che funziona: ci si deve buttare in avanti con il corpo dando un colpo netto con tutta la forza possibile e in questo modo si blocca la catena, di conseguenza la ruota, che però non si ferma subito ma inizia a strisciare. “E’ più facile quando vai veloce perché abbatti gli attriti”, ci raccontano, ma la verità, ammette Walter, è che per frenare “bisogna scollegare il cervello” e fare qualcosa che, se ci dovessi riflettere, non faresti mai. Come alzare il sedere dal seggiolino e rischiare di ritrovarti a terra.

La gara di bici a scatto fisso è molto più simile a quelle di moto che a una tradizionale corsa di biciclette. Si parte nel pomeriggio con i giri liberi di prova del percorso, che è lungo un miglio. Poi ci sono le batterie di qualifica e da quelle si forma la griglia di partenza in base ai tempi. I primi tre vengono premiati e i primi 24 guadagnano dei punti. Alla fine delle tre gare si sommano i punti e si forma la classifica dei ciclisti e della squadra. Un’altra cosa che la rende simile a una gara di motociclismo è che quando qualcuno cade puoi solo saltarlo o passarci sopra. Perché, anche se lo volessi, sarebbe impossibile fermarsi visto che non hai i freni. A meno che uno non se ne renda conto molto prima e allora si può tentare di rallentare e aggirare.

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“L’evoluzione di questo sport ha portato a un livello tale di bravura e velocità che se sei nei primi venti sei più sicuro”, spiega Matteo. Il rischio quindi è quando sei tra gli ultimi, che sono quelli con meno esperienza. Arrivati al traguardo per fermarsi bisogna fare almeno cento metri, se non un intero giro di rallentamento. Lo stesso concetto è applicato alla vita di tutti i giorni dove però sarebbe obbligatorio per legge avere almeno un freno e quindi si rischia una multa o un concorso di colpa in caso di incidente. Sui forum dei fissati ci tengono a precisare che anche se non hai il campanello o le luci i vigili possono sanzionarti. Anche se la velocità è ovviamente inferiore, quando si gira per strada, gli ostacoli possono solo essere evitati. Proprio come nei film dove i bike messangers, i famosissimi pony express su due ruote, sfrecciano nel traffico delle metropoli schivando macchine e persone come se stessero danzando. “Paura non ne ho mai avuta perché quando sei tra le auto hai una botta di adrenalina – spiega Walter – più che altro all’inizio mi incazzavo perché non riuscivo a frenare e quindi cadevo”.

Matteo ha fondato con altri amici Iride Modena nel 2009, in un capannone del villaggio artigiano, dove hanno iniziato a costruire le bici a scatto fisso che anni dopo – oggi – sono diventate una moda. L’ispirazione arriva dall’altra parte dell’Oceano, dove già si usavano le bici da corsa per andare al lavoro, vestiti normali. Una cosa che ha affascinato moltissimo Walter, che ha quindi deciso di esportarla puntando molto sulla ricerca estetica. Basta entrare nel loro negozio di viale Tassoni a Modena per capire che l’aria che si respira non è certo quella della piccola città di provincia: sulle bici a scatto fisso hanno costruito una filosofia di vita all’insegna di “car is over” con magliette, cappellini e gadget vari che sono diventati subito un must have. Matteo e Walter hanno la stessa camicia di jeans e sotto la stessa tshirt con la faccia di Matteo, che è anche l’uomo simbolo del marchio Iride. Lo facciamo notare a Walter che sottovoce ci dice: “Gli ho mandato un messaggio per chiedergli come si vestiva e non mi ha risposto. Questo è il risultato”. Poi afferra una maglietta da una gruccia e si va a cambiare.

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Matteo nel 2010 andò a New York per partecipare a un criterium – una gara di velocità per bici a scatto fisso – e quando tornò, entusiasta, ne parlò con il suo socio che decise di organizzarne una. Il primato italiano l’hanno perso per pochissimi mesi, ma quello europeo è loro. Si chiamava “The wild side of the moon” e si svolgeva per cinque giovedì, di notte, in una zona industriale di Modena i cui accessi venivano controllati da alcuni amici per evitare il passaggio delle auto. Alla prima erano in dieci, alla seconda in sessanta. Arrivava gente da tutto il nord Italia: “Le persone erano scontente del ciclismo, dopo gli scandali del doping. Guardando noi ritrovavano l’entusiasmo dell’inizio e ci seguivano. La gente stava per strada a guardare. Anche i vigili urbani”.

Grazie al web le informazioni viaggiano veloce e nel giro di poco tempo Iride è diventata una delle realtà più conosciute. “E’ quello che è successo con lo skater negli anni Sessanta – racconta Walter – solo che questa volta noi non solo c’eravamo quando nasceva, ma abbiamo anche contribuito a farlo crescere”. A guardarle, le bici a scatto fisso, sembrano fatte di nulla. Niente di più sbagliato. Dietro la loro essenziale eleganza c’è una ricerca meccanica e una precisione chirurgica nell’assemblaggio. Per esempio, il movimento centrale (la scatola interna con la guarnitura a cui si attaccano i pedali) e i pedali sono più alti rispetto al normale, perché così quando pedalando in curva ti devi piegare non tocchi l’asfalto.

“Ha geometrie diverse rispetto alle bici da corsa – spiegano Matteo e Walter – e abbiamo dovuto imparare a farle, guardando video e provando sulla nostra pelle”. Oggi le bici le disegnano loro e per i telai hanno un marchio, Iride Betulla. Walter e Matteo non corrono più e hanno fondato un’associazione sportiva e gestiscono la squadra corse e il negozio e laboratorio Iride Modena. L’associazione si chiama Meo Venturelli, in ricordo di un ciclista modenese che “era veloce ma anche un perdente”. Falling and rising, come il loro motto. Perché quando cadi puoi solo rialzarti e tornare in sella.

Anna Ferri

Immagine di copertina, photo credit: mqnr via photopin cc