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di Martino Pinna

C’è una parte di mondo che non ha il bagno, non ha acqua pulita e fa la cacca all’aperto, e un’altra parte di mondo che di bagni ne ha anche due, comodi, lussuosi, accoglienti, e del cesso ne ha fatto quasi un tempio.

Non è moralismo: non voglio farvi sentire in colpa mentre siete seduti sulla tazza del cesso e pensate “c’è un bambino in Africa che non è fortunato come me”. Non è questo lo scopo. Però è un dato di fatto: nel mondo 2 miliardi e mezzo di persone non hanno accesso ai servizi igienici, soprattutto nei paesi orientali e africani.

Il dato viene dall’agenzia delle Nazioni Unite UN-Water. Circa un miliardo di persone defeca all’aperto, e di questi 600 milioni sono in India, dove la pratica è molto diffusa, nelle zone rurali povere ma non solo. Anche dove ci sono case con elettricità, famiglie che lavorano, scuole, automobili, capita che non ci siano i bagni. Questa situazione porta a malattie, colera, diarrea, varie malattie infettive, e col tempo provoca malnutrizione, danni alla crescita e alle funzioni cognitive. Inoltre, nelle nazioni dove trovare un bagno è quasi impossibile, sono frequenti gli stupri ai danni di donne che, nell’oscurità, cercano all’aperto un posto riparato dove fare i bisogni.

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Cacca all’aperto sulla spiaggia da qualche parte in India

Una situazione classica che fotografa perfettamente questi due mondi paralleli – il nostro e quello di chi non ha accesso ai servizi igienici – è quello del turista occidentale che va in India a vedere il Taj Mahal, prenota in un lussuoso albergo con stanza dotata di ampio e accogliente bagno e vista sulla grande opera, si alza all’alba pronto a immergersi in un’esperienza mistica a contatto con la Bellezza per poterla magari fotografare e poi raccontare agli amici, si affaccia alla finestra e quello che si trova di fronte è una distesa con decine e decine persone che defecano all’aperto. Sullo sfondo, magnifico, il Taj Mahal. Benvenuti in India, si dice in questi casi.

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Defecazione all’aperto sulle rive del Yamuna, alle spalle il Taj Mahal

Anche se con numeri decisamente più piccoli quello dell’assenza dei servizi igienici per qualcuno è un problema anche nelle nostre civilissime nazioni europee. Pensiamo ai campi rom, ma anche ai senza tetto, alle persone che dormono in macchina, a tutti quelli la cui vita non a caso ruota attorno al mondo delle stazioni ferroviarie e dei bagni pubblici.

Recentemente, parlando con alcuni volontari dei centri di accoglienza Caritas, è venuto fuori che è in aumento il numero di persone che si rivolgono a queste strutture per utilizzare i bagni e le docce. Nella maggior parte dei casi si tratta di senza tetto, ma sempre di più arrivano persone che una casa ce l’hanno, ma non possono utilizzare il bagno. A volte perché vivono in case che in realtà case non sono, come garage, edifici abbandonati o stanze non adibite all’abitazione. A volte perché non hanno i soldi per pagare le bollette dell’acqua o riparare servizi igienici rotti. Quindi la mattina si svegliano e vanno nelle strutture di accoglienza, dove l’utilizzo dei bagni è organizzato in turni, oppure nei bagni pubblici.

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Quello che noi diamo per scontato, cioè una stanza della casa dedicata alla pulizia del corpo e alle funzioni corporali, non è scontato per tutti, e non lo è sempre stato nemmeno in Italia. E’ solo da qualche generazione che il bagno fa parte della casa: prima il gabinetto era quasi sempre esterno, e nei palazzi spesso condiviso con gli altri inquilini. Nei primi anni del Novecento in Italia si erano diffusi anche i cosiddetti “alberghi diurni”, sostanzialmente dei bagni pubblici molto comodi, con tanto di terme e arredamento elegante, di solito costruiti all’interno o nei pressi di stazioni ferroviarie. Un bagno con doccia costava lire 3,50, la toletta completa con bidet, wc, sapone ecc., una lira. Ad esempio a Bologna era molto famoso l’Albergo diurno Colabianchi.

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Una celebre scena dei Simpson

Dagli anni ’60 in poi, complice anche il boom economico, il bagno è passato da semplice luogo di servizio a un ambiente della casa dedicato alla cura di sé, a momenti di riflessione e a momenti – per citare una parola ricorrente sulle riviste di arredamento – di “relax”. Successivamente è diventato qualcosa di sempre più importante, fino a sconfinare addirittura nell’arte e nell’esperienza trascendentale.

Forse molti non lo sanno, ma negli ultimi 30 anni gli arredi sanitari sono diventati uno dei più tipici prodotti del made in Italy. Al pari di borse, scarpe e vestiti i water e i bidet italiani sono tra le eccellenze mondiali, anche se forse vantarsene fa meno figo di vantarsi del made in Italy di Gucci o Prada.

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I tempi in cui il nonno si svegliava per primo e col giornale sotto braccio andava nel cortile battendo tutti sul tempo sembrano lontani, così come sembrano appartenere a una realtà parallela le nostre moderne, lussuose e super accoglienti “stanze da bagno”, soprattutto se confrontate alle situazioni drammatiche di alcuni paesi poveri.

Sfogliando i cataloghi delle aziende del settore non si capisce immediatamente che si sta parlando di oggetti il cui scopo principale è quello di rendere comoda e igienica l’evacuazione degli intestini. Water che hanno nomi da profumi costosi, come Veus, New light, Genesis, Eden, Casanova Royal, o “l’orinatoio Nuvola”. Un lavabo viene chiamato “Graal”, come la mitica coppa dove venne raccolto il sangue di Cristo. Si parla di “un nuovo concetto di vasca da bagno” e il gabinetto non viene mai chiamato gabinetto, bagno o cesso, ma stanza da bagno, ambiente bagno o in alcuni casi spazio bagno. Fino ad arrivare a definirlo “la sala benessere”, per dare l’idea di avere una piccola Spa in casa.

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I copywriter, cioè le persone che si occupano dei testi pubblicitari e aziendali, si devono sbizzarrire per descrivere prodotti dalla connotazione molto precisa, puntando non tanto sul reale scopo e sull’utilità, ma più sulle sensazioni, e in alcuni casi addirittura sulle emozioni, che questi prodotti dovrebbero provocare. Come se l’esperienza dell’evacuazione diventasse un’esperienza mistica. Di un water non leggerete mai che è molto efficiente e ha un ottimo scarico, ma più cose di questo tipo:

Sottrarsi agli impulsi della realtà, lasciandosi trasportare dall’illusione di ogni singola fantasia. Immergersi in un luogo magico che lascia spazio all’immaginazione. Un foglio bianco sul quale scrivere la storia del proprio spazio benessere e della propria intimità, attraverso forme adeguate e un design morbido.

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Questo brano è tratto da un testo che pubblicizza una collezione di water e bidet di un noto marchio italiano. In questo caso bisogna fare i complimenti al copywriter perché è riuscito a creare un mondo dalle mille e una notte parlando di water, senza peraltro mentire.

“Luogo magico che lascia spazio all’immaginazione”: molto vero. Quanti di noi, mentre sono seduti per l’evacuazione quotidiana, si lasciano andare a pensieri e fantasie? C’è perfino chi ha idee geniali o intuizioni fondamentali seduto sul vaso. Una delle più celebri scene della serie tv americana Breaking Bad è quella in cui Hank ha un’intuizione fondamentale che cambierà drasticamente la trama della serie, e ce l’ha proprio mentre è seduto sul water.

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Hank ha un’intuizione fondamentale seduto sul water. Scena tratta da Breaking Bad

Un altro testo tratto da un catalogo di un’azienda di sanitari, parlando sempre di water, spiega che la “linea” è stata concepita…

“…come strumento sia pratico che mentale: un’ampia gamma di misure che permette l’inserimento in qualsiasi tipo d’ambiente, un linguaggio contemporaneo con un’attenzione ossessiva per le proporzioni che rendono le forme sottili e leggere: forme che appartengono alla memoria, comode, corrette, internazionali”

Anche in questo caso, chapeau.

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Un catalogo di un’azienda di arredi sanitari di design si chiama “Everyday emotions”, e anche in questo caso si cerca di unire la comunicazione di tipo emozionale alla regolarità intestinale (everyday, appunto – almeno per chi non ha problemi di stitichezza).

Nell’introduzione del catalogo – simile a una vera e propria prefazione di un libro – si legge che per l’azienda “se sfogliando questo libro, se guardando queste immagini, sentirete un’emozione, sarà un altro successo”. Seguono 150 pagine di fotografie di sanitari.

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Gabinetto d’oro a 24 carati, di Lam Sai-wing, Hong Kong

Per ovvi motivi quello degli arredi sanitari è un campo pubblicitario dove, così come non viene mai descritta o esaltata la reale funzione dei prodotti, raramente viene mostrato il prodotto mentre viene utilizzato.

Non si vedono mai pubblicità dove una persona è seduta sul water, conclude quello che stava facendo, tira soddisfatto lo sciacquone per poi rivolgersi all’obiettivo della telecamera e manifestare la soddisfazione per l’esperienza appena vissuta. Di solito le immagini sono più evocative, in alcuni casi perfino poetiche. Se ci fate caso non si vede mai neanche la carta igienica. I bagni dei cataloghi e delle pubblicità sono tutti sprovvisti di carta igienica. Gli asciugamani sì, le saponette sempre, ma la carta igienica mai e poi mai.

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Rendering 3d di uno “spazio bagno”. Niente carta igienica

Normalmente nelle foto pubblicitarie i bagni sono vuoti, senza gli utilizzatori, per i motivi già spiegati. Ma in alcuni casi pubblicitari e fotografi si lasciano andare al loro spirito creativo e mostrano donne che in bagno fanno di tutto: soffiano la schiuma, giocano con l’acqua della vasca, si specchiano, sorridono, innaffiano le piante, a volte si truccano, a volte si struccano, si fanno selfie e in alcuni casi perfino piastrellano. Insomma di tutto tranne Quella Cosa, la cosa innominabile, cioè la cacca.

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Donna che piastrella un bagno

Negli ultimi anni poi l’evoluzione dei sanitari ha portato l’attenzione italiana alla bellezza e al design a unirsi con la tecnologia e l’incredibile cura per i dettagli dei paesi orientali, in particolare del Giappone. Quindi water ormai simili ad astronavi, con bidet inclusi, getto d’acqua regolabile, tavoletta riscaldabile, ma anche l’otohime, cioè un congegno che riproduce un suono con lo scopo di coprire quello delle funzioni corporali. In precedenza le persone imbarazzate all’idea che gli altri potessero sentire certi rumori tiravano lo sciacquone più volte, cosa che accade ancora oggi in molti uffici italiani, con un notevole spreco d’acqua. Invece i giapponesi hanno risolto così:

I paesi più ricchi ovviamente hanno sviluppato anche tutta una serie di nevrosi e perfino fobie legate alle evacuazioni: stitichezza, diarrea nervosa, colon irritabile. Sappiate che esiste anche la Comunità Italiana Paruretici che riunisce le persone che soffrono della sindrome della vescica timida, definita come “una condizione di ansia che il soggetto affettone prova quando tenta di urinare in presenza di altre persone o su mezzi di trasporto”. Online si trovano addirittura guide che spiegano in maniera dettagliata come fare la cacca e forum dove si discute dell’argomento.

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Secondo Google Trend, lo strumento che misure le tendenze nelle ricerche di Google, la ricerca “come fare la cacca” è in aumento dal 2008 a oggi, con un inspiegabile picco nell’agosto 2014, quando questa ricerca ha superato di molto “come fare la pizza”. Pizza contro water. E ha vinto il water. Una data storica per il made in Italy.

Martino Pinna

(Immagine di copertina da Flickr / 1stbase)