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Mio adorato amore,
 per favore non morire, io ce l’ho quasi fatta.
Dopo mesi e giorni di viaggio sono arrivato in Libia. Domani mi imbarco per l’Italia. Che Allah mi protegga. Quello che ho fatto, l’ho fatto per sopravvivere. Se mi salverò, ti prometto che farò tutto quello che mi è possibile per trovare un lavoro e farti venire in Europa da me. Se leggerai questa lettera, io sarò salvo e noi avremo un futuro.

Ti amo, tuo per sempre.
Samir”.

Samir aveva 20 anni ed era egiziano. In Italia è arrivato il suo corpo senza vita, approdato a Pozzallo, in provincia di Ragusa, dopo quello che doveva essere un viaggio delle speranza e che invece si è concluso con la sua morte. Addosso aveva una busta di plastica gialla con dentro questa lettera, che è stata tradotta dalle autorità e ora gira sul web alla ricerca disperata di quell’adorato amore che non vedrà mai più. Su Facebook in centinaia stanno copiando e incollando le sue parole per diffonderle e magari raggiungere quella ragazza, aggiungendo il proprio nome ai saluti. Perché?

Forse perché le parole di speranza e amore di quella lettera ci ricordano che siamo tutti esseri umani e che i nostri sogni non sono tanto diversi da quelli di chi ormai quotidianamente arriva da clandestino sulle nostre coste, rischiando tutto per una nuova vita e che si trovano ad affrontare una società che lo considera un pericoloso fastidio: quegli abiti, quel velo portato dalle donne e quelle tradizioni sono temute solo perché non sono le nostre. C’è la paura del diverso alla base di ogni forma di razzismo e in Italia purtroppo negli ultimi anni le cose non sono migliorate .

Qui da noi arrivano omosessuali che scappano da paesi dove essere se stessi gli costerebbe la vita , donne e uomini che fuggono da guerre e distruzione, bambini soli o che diventano orfani durante il viaggio . Tutti esseri umani che ormai siamo abituati a vedere come numeri perché anche il dramma peggiore, se riproposto ogni giorno, diventa abitudine e indifferenza. Finché non leggiamo una storia, come quella di Samir, che ci ricorda che tutti facciamo parte dello stesso mondo.

(Anna Ferri)

(photo credit: Cokul via photopin cc)