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Chi si si ricorda del cantante romano Robertino Loreti? Dopo aver conosciuto una certa popolarità negli anni ’60 per aver partecipato tre volte a Sanremo, è dal 1970 che non pubblica più un disco. Eppure da allora, in Russia e in tutte le repubbliche ex sovietiche, è una star con centinaia di migliaia di persone che affollano i suoi concerti. E’ lui il capofila dello stuolo di cantanti che hanno reso enormemente popolare la musica italiana in Russia. Dagli anni ’80 fino ad oggi. Un documentario racconta della folle passione di un popolo intero per le nostre canzonette.

Volete sperimentare il modo migliore per scoprire una paese straniero e la sua gente? Provate a partire, invece che con in mano una guida turistica, portandovi dietro una telecamera. E un’idea in testa: quella di fare un documentario. Un modo per interagire col mondo, invece di limitarsi a guardarlo dal di fuori. “Quando vai a girare un documentario come ho fatto io in Russia, in un mese di riprese capisci quello che non riusciresti a comprendere neanche abitandoci per dieci anni”.

E’ questa la lezione più importante che dice di aver appreso Giuni Ligabue, giovane regista modenese, che insieme al coautore Marco Raffaini e Marco Mello alla fotografia, ha girato nel 2013 un documentario che è un piccolo gioiello, “Italiani veri”, incentrato sull’incredibile successo a partire dagli anni ’80 della musica nazionalpopolare italiana in Unione Sovietica. Insomma, le nostre “canzonette”. Quelle di Al Bano e Pupo, Toto Cotugno, Riccardo Fogli e tanti altri, fino al cantante romano Robertino Loreti, tanto sconosciuto da noi quanto una star ancora oggi osannata e seguita da un esercito di fan in tutte le repubbliche ex sovietiche.

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“Pensavo fosse un fenomeno di dominio pubblico – dice Ligabue – invece, ora che con Marco andiamo in giro a presentare il nostro film in attesa della pubblicazione in dvd, scopro che qui da noi la gente non sa nulla di quello che la musica italiana ha rappresentato e rappresenta per i russi”. Un pezzo della loro storia che ha perfino contribuito, seppur con tutti i limiti del caso, al crollo del comunismo.

In pratica, il ribaltamento di una serie di profezie, che da Nostradamus passando per Don Bosco fino alla beata Suor Elena Aiello, preannunciavano una Russia in marcia “su tutte le nazioni d’Europa, particolarmente sull’Italia, fino a innalzare la sua bandiera sulla cupola di San Pietro”. Macché, siamo stati noi a imporre il ballo del Qua Qua sulla piazza Rossa.

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L’esplosione della popolarità delle nostre canzonette in un Unione Sovietica risale ai primi anni ’80, quando i vertici del partito decidono di concedere la messa in onda sulla televisione di stato della serata finale del festival di Sanremo, unica trasmissione occidentale a poter passare le maglie della rigidissima censura.

Una scelta dettata dalla totale assenza di qualsiasi contenuto minimamente impegnato nelle orecchiabili melodie della nostra musica popolare, utilizzata – con almeno un decennio di ritardo – come una specie di farmaco innocuo per sedare la voglia di occidente della popolazione, attratta in via clandestina dalle sirene del rock anni ’60 e ’70 con i suoi pericolosi risvolti anti-sistema. Come racconta Mikhail Cherchik, uno degli intervistati nel film di Ligabue e Raffaini: “La musica inglese e americana era considerata di protesta e proibita, imponeva alle persone di pensare, quella italiana no: goditi la vita, il sole, il mare, bevi vino, ama le donne e sii contento”.

 

In realtà, ben prima di questa pensata di qualche genio del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, forse ammorbidito anche dai tradizionali buoni rapporti col partito comunista più importante d’Occidente, quello italiano, già dagli anni ’60 impazzava in Urss la musica di Robertino Loreti, che con la sua voce bianca spopolava con un pezzo come Jamaica, pubblicato su 45 giri nel 1962. E chissà come riuscito a passare la frontiera sovietica dove – racconta Loreti nel documentario – “qualcuno decise di stamparlo facendogli raggiungere la bellezza di oltre 50 milioni di copie vendute”. Probabilmente, all’epoca, all’insaputa di Robertino stesso.

Un successo talmente stratosferico che la prima cosmonauta donna russa, Valentina Tereškova, quando nel 1963 fu lanciata nello spazio, chiese di poter rompere il silenzio dal quale era circondata ascoltando via radio proprio le canzoni di Loreti.

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Quando poi, nell’89, Robertino si reca in turné per la prima volta in un’Unione Sovietica ormai prossima al crollo, a Leningrando (oggi San Pietroburgo) proveniente da Mosca, trova alla stazione ad accoglierlo migliaia di persone che lo sollevano e lo portano di peso alla sala concerti dove avrebbe dovuto cantare.

Impressionante il video del concerto di Kharkov, seconda città più grande dell’Ucraina dopo la capitale Kiev, con un pubblico calcolato tra le 300 e le 500 mila persone ad ascoltare Robertino accompagnato dal solo Fabrizio Masci al synthesizer. Spettacolo che da noi faticherebbe a riempire un pianobar.

 

“Ma il vero protagonista del nostro documentario è il popolo russo e il suo romanzo d’amore per l’Italia – spiega Ligabue – non i vari Al Bano, Cotugno, Pupo, pure presenti nel film, o l’irraggiungibile Celentano, una vera e propria leggenda da quelle parti. Così come non sono le vere protagoniste del nostro lavoro le tante star della musica russa, sconosciute in Italia, che è stato faticoso intervistare perché lì sono un po’ come da noi Laura Pausini: difficile farsi concedere un’intervista per una piccola produzione come la nostra.

“L’unica canzone che ci hanno negato è stata ‘Azzurro’. Ci hanno detto che è una canzone talmente importante per la cultura italiana da non poter essere usata in un film come questo”

 Proprio per dare rilevanza non tanto a questi “big”, ma ai tanti russi che abbiamo sentito per il documentario (se vogliamo le due personalità più importanti sono quelle a due cari amici di Marco che bazzica in Russia almeno dal 1991) abbiamo fatto la scelta registica di non riportare la qualifica ma solo il nome dei vari intervistati, anche se alcuni di loro sono importanti critici musicali locali. Ma volevamo proprio che emergesse la passione per l’Italia di un popolo intero spesso soggetto a giudizi ingiusti e affrettati da parte nostra, mentre generalmente sono tutte persone di una gentilezza e ospitalità straordinarie”.

Difficile realizzare un documentario autoprodotto, a budget zero, con tanti chilometri da fare e tanti personaggi da inseguire da est a ovest? “In realtà nemmeno tanto – commenta Ligabue – Cotugno e Pupo ad esempio sono stati molti disponibili, un po’ meno Al Bano. Più che altro è difficile contattarli perché sono sempre in Russia – ride – e nemmeno ci sono stati particolari problemi con la colonna sonora, anche se ovviamente contiene molte canzoni protette da diritto d’autore. L’unica che ci è stata negata dalla casa discografica che ne detiene i diritti è stata ‘Azzurro’, scritta da Paolo Conte ma resa famosa da Celentano. La motivazione? Ci hanno detto che è una canzone talmente importante per la cultura italiana da non poter essere usata in un film come questo”.

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Naturalmente l’esperienza del trio emiliano per girare “Italiani veri” in Russia meriterebbe un racconto a parte. Che inizia nel 2011 quando “Marco Raffaini – spiega Ligabue – mi ha contattato lanciandomi l’idea che ho subito accettato, essendo da sempre appassionato del mondo slavo. Come ci si prepara a un lavoro come questo? Beh, prima di partire abbiamo attivato una serie di contatti in modo da procedere speditamente con le interviste una volta là. Marco ha preceduto me e l’altro Marco (Mello), mentre noi che ce la facciamo sotto a viaggiare in aereo abbiamo prima raggiunto Budapest in macchina e da lì, Mosca in treno.

Il doc è tutto girato nel mese trascorso tra la capitale e San Pietroburgo, quasi sempre ospiti di amici di Marco. Un’esperienza fantastica, piena anche di avventure. Proprio a San Pietroburgo abbiamo partecipato a una serata celebrativa del trentennale della chiusura di uno storico locale – oggi sede di un cinema teatro – a suo tempo ritrovo obbligato di gruppi locali di techno punk. Una serata piena di vecchie glorie, oggi in avanzato stato di decomposizione. All’inizio sembrava un ritrovo di vecchi amici, baci, abbracci, allegria e musica. Poi ha cominciato a girare la vodka, lo standard di un russo in libera uscita serale è una bottiglia e mezza a testa, e nella notte la festa è degenerata. E’ finita a botte. Non con noi, eh. Tra le vecchie glorie”.

La versione del gruppo rock russo degli Strannye Igri di “Felicità” di Al Bano e Romina Power, una delle canzoni italiane più famose di sempre in Russia. Spiega oggi uno di loro: “Ci ritenevamo esponenti di un nuovo movimento che rifiutava le tradizioni precedenti che consideravamo borghesi e perciò prendemmo di mira ‘Felicità’, allora popolarissima in Urss, perché secondo noi dava un’idea troppo superficiale della vita”

Anche questa è Russia. Forse quella che maggiormente risponde certi nostri stereotipi riguardo “l’orso siberiano”, un popolo di ubriaconi violenti con le grinfie sempre protese verso l’occidente. Ieri come oggi con la Russia di Putin. Probabilmente retaggi della propaganda da guerra fredda. Invece i russi sono soprattutto “italiani veri”, semplici e disponibili, talmente autentici da risultare quasi commoventi nelle loro dichiarazioni d’amore per il Belpaese e la sua musica popolare. Italiani d’elezione come l’ex esponente della Duma – il parlamento russo – Sergej Apatanko il cui sogno (poi realizzato nel documentario) fin da bambino è quello di poter cantare insieme al suo idolo: Robertino, “un amore trasmesso ai miei figli che oggi cantano le sue canzoni”. Uno che ha perfino commissionato a Raffaini di scrivere la biografia in russo di Loreti. Fatta anche questa.

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“I cutugnisti hanno imparato l’italiano ascoltando Toto Cutugno”

Oppure come i cotugnisti, fan sfegatati di Toto Cotugno, tanto da impegnarsi a imparare l’italiano – che parlano molto bene – attraverso le sue canzoni. Racconta una di loro, Olga Rybakova, che negli anni ’80, mentre la tv trasmetteva il festival di Sanremo, loro cercavano di fotografare lo schermo della tv, per poi raccogliere il materiale in ordinati quaderni dove incollare articoli ritagliati con una lametta dall’unico giornale occidentale disponibile in biblioteca, l’Unità, ricopiando a mano quelli che non si riuscivano proprio a “rubare”.

Proprio Toto Cotugno è il protagonista di quello che è forse il siparietto più divertente di tutto il documentario, nel dialogo a distanza con Svetlana Svetikova, stella della musica russa, con la quale si è esibito nella canzone “Soli” in quello che dagli anni ’90 fino ad oggi rappresenta il nuovo modo di proporsi dei cantanti italiani in Russia: le esibizioni in duetto con artiste e artisti locali.

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Il video della performance dei due è imperdibile. Con Cotugno che per tutto il tempo bacia, abbraccia, tocca, s’appiccica come una cozza alla bellissima Svetlana che in “Italiani veri” dice: “Toto si è praticamente dichiarato sul palco”. Aggiungendo poi: “Dopo quella esibizione, delle signore anziane mi hanno sgridata perché non l’avevo sposato e non ero andata con lui in Italia”.

“Per noi l’italiano rappresenta l’uomo meridionale, pieno di passione, al contrario dei rozzi vichinghi settentrionali. L’italiano è quello che regala alla donna tutta la passione che merita” spiega un’altra intervistata. Alé, anche i russi hanno i loro begli stereotipi nei nostri confronti. Ma, al solito, a guadagnarci siamo noi. Del tutto immeritatamente, bisogna aggiungere, come dimostra un tipico commento made in Italy sotto il video del duetto: “beato lui, chissà che trombate si è fatto in Russia”. Cotugno se la ride e nega tutto: “Svetlana andò anche a raccontare che le avevo regalato una Bentley rosa, facendomi anche litigare con mia moglie. Tutte balle”.

 

Uno che in Russia pare si sia innamorato davvero (di una russa), è stato Pupo, Enzo Ghinazzi, un’altra superstar italiana lungo le rive del Don. Di una certa Lidia, al quale ha dedicato “una delle più belle canzoni che io abbia mai scritto”, dice, ‘Lidia a Mosca‘:

Lidia col profumo del Berioska
sto lasciando Lidia a Mosca
mentre tu mi stai aspettando.

Lidia non conosce l’italiano
ha imparato due parole
dice sempre “io ti amo”

Lidia se abitassi più vicino
pensa un po’ che bel casino.

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Può sembrare del tutto folle ai nostri occhi che simili canzoni, potessero ottenere nell’Unione Sovietica al tramonto un effetto opposto da quello atteso dai dirigenti del partito. Eppure, come emerge chiaramente dal documentario, perfino “Felicità” di Al Bano e Romina o “L’italiano” di Toto Cotugno riuscirono a rappresentare per il popolo sovietico il desiderio di cambiamento. “Per noi la musica italiana era simbolo di libertà, roba che veniva dall’occidente. Valvola di sfogo, finestra sull’Europa, sul mondo libero. Anche se era spinta dall’alto, dal potere sovietico – pare piacesse molto anche a Breznev – per allontanare i giovani dalla musica rock”.

Quando nel 1991 la Georgia si dichiarò indipendente dall’Urss, a Batumi, una delle città più importanti, la prima cosa che pensarono fu di organizzare un concerto di Sabrina Salerno, “amatissima in Georgia per le sue tette grandi” racconta Mikhail Cherchik. “Impazzivamo per lei, non importava cosa cantasse. Mi ricordo soltanto le sue tette. Sabrina è arrivata, cantava in playback, faceva ballare le tette, e tutti noi eravamo felicissimi, al settimo cielo”.

Russi, italiani veri. Anche in questo.

Davide Lombardi