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 di Anna Ferri

Quando è salito su quell’autobus Domenico non si aspettava di iniziare un viaggio che lo avrebbe portato a vivere dall’altra parte del mondo, in una piccola casa di mattoni vicino alla foresta amazzonica. Era il 2006, anno della laurea, e con l’inconsapevolezza dei suoi 23 anni aveva deciso di partire con un gruppo di amici per l’India, però non con un volo diretto e neanche con un treno, ma con un autobus che si sarebbe fermato per delle tappe lungo la strada, per vedere un po’ di mondo e a fare spettacoli teatrali e circensi in Grecia, Turchia, Kurdistan, Pakistan per promuovere incontri tra le culture.

Un’idea pazzesca arrivata durante la stesura della tesi in filosofia morale. E così Domenico Campanelli, classe 1983, una testa di ricci biondi e occhi azzurri, aveva deciso di prepararsi per questa nuova avventura facendo un corso intensivo con Jean Mening, maestro francese di teatro e clownerie. A settembre nel suo gruppo erano in 18 tra amici e amiche: 12 stavano sull’autobus e altri sei su due furgoni. Una vera e propria carovana. Per raggiungere l’India ci vollero quattro mesi e in mezzo ci furono spettacoli nelle scuole, quartieri poveri, orfanatrofi. Arrivati finalmente in India ne restano talmente affascinati che Domenico decide di fermarsi cinque mesi e continuare lì gli studi di teatro e musica, iniziando anche un percorso spirituale legato allo yoga e alla terapia alternativa. Come spesso accade, l’India rimescola le carte nella vita di una persona e trasforma un viaggio in luoghi geografici in un viaggio dentro se stessi: per Domenico e suoi amici l’idea di tornare alla vita normale, tra università e lavoro, era ormai un pensiero lontanissimo.

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La comunità nomade del Circo Paniko

Dopo circa nove mesi dalla partenza la carovana torna in Europa con l’idea di non sciogliersi ma, anzi, di diventare ancora più grande. Nasce così a Bologna il Circo Paniko, una vera e propria comunità nomade e indipendente. Un esperimento sociale e di convivenza che con i suoi furgoni e tende colorate gira per l’Europa per portare un messaggio di pace.
“Avevamo visto la sofferenza e le problematiche sociali, politiche e culturali dei paesi del Medio Oriente e dell’India, tra guerre e povertà”, spiega Domenico. “In tutto questo però c’era anche tanta ricchezza e colore. Il mondo è più grande e vasto di quello che pensiamo. Abbiamo capito che dovevamo andare avanti e abbiamo fondato questo circo pirata: i cinque furgoni iniziali sono diventati quindici”.

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Decidono di partire dalla Grecia e da subito è chiaro a tutti che il lavoro del circo e del teatro è solo una piccola parte di quello che sta realmente accadendo: “Vivere in comunità ci mette di fronte a degli specchi – che poi sono le altre persone – dove vediamo riflessi i nostri difetti, il nostro ego e altre cose che raramente notiamo di noi stessi. Questo ci ha aiutato molto a crescere. Suonavamo, facevamo gli spettacoli e arriviamo in posti dove nessuno si aspettava di vederci e la gente rimaneva sbalordita”. Il progetto culturale è ambizioso: Circo Paniko propone un atto scenico forte, ama il grottesco: attraverso i racconti di alcuni personaggi mette a nudo le dinamiche umane per portare a una riflessione sulla società contemporanea. Per questo viene classificato come spettacolo per adulti. Passano i giorni, le settimane e i mesi. La carovana arriva in Spagna e con lei il freddo. Un giorno si trovavano vicino a Barcellona, in un centro residenziale per compagnie e Domenico decide che non ha intenzione trascorrere l’inverno lì e con altri tre prende un biglietto per il Brasile.

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Il richiamo della foresta
“Da subito ho sentito che il Brasile era un posto che aveva tanto da offrire e come spesso accade le cose sono successe e basta: ho conosciuto persone che conducevano un’altra qualità di vita e ho iniziato a lavorare in un progetto dentro la foresta”. Nella Chapada Diamantina, un gigantesco parco nazionale che si trova nello Stato di Bahia, Domenico resta cinque anni e qui incontra quella che nel 2012 è diventata sua moglie, Dulcinea. Lei stava lavorando a un progetto educativo per i bambini nativi della zona che a parte la famiglia potevano contare su pochi stimoli di crescita e Domenico decide di aiutarla a costruire questa scuola su un pezzetto di terra. Danno vita a questo spazio ricco di teatro, musica, disegno, yoga, capoeira dove tante persone arrivano ad aiutare trasformandolo in un luogo di scambio culturale molto attivo.

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All’inizio la vita è piuttosto dura: vivevano in una struttura senza finestre, gas e luce. L’acqua c’era solo perché dal fiume vicino erano riusciti in un qualche modo a fare un collegamento. La spesa si fa nel mercato del paese vicino e il cibo si cuoce con il fuoco. Una cosa difficilissima se ci si pensa guardando la propria cucina super attrezzata. Però lì, lontano dal mondo, lontano da tutti, completamente immersi in un paradiso naturale incontaminato, riscoprendo i ritmi e i tempi che la natura ti dà, Domenico trova casa sua. “Animali, insetti, acqua cristallina, luoghi fantastici e ore e ore di camminate senza trovare altro che la bellezza della natura”, racconta Domenico: “Ho compreso cose dentro di me, aspetti del mio passato e del mio presente. La natura è stata la mia più grande maestra”. Dopo due anni riescono a recuperare un fornello a gas e poi arrivano anche i soldi per costruire porte e finestre. La casa diventa uno spazio educativo per i bambini e piano piano la situazione della zona migliora e arriva anche l’elettricità.

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Ritorno a casa
Adesso Domenico è tornato in Italia e ha deciso che ci si fermerà per un po’. Sua moglie arriverà tra qualche mese perché adesso è in Cile. In questi anni hanno sempre trascorso qui l’estate, organizzando spettacoli e diffondendo le pratiche imparate nella foresta. Chissà cosa pensano mamma e papà, chiediamo sorridendo: “Che sono un matto”, ci risponde in un soffio. “Ho dei genitori fantastici che mi hanno sempre appoggiato e seguito in questo mio percorso. Senza il loro aiuto e la loro comprensione sarebbe stato più difficile”. Gli chiediamo quali sono queste pratiche che ha imparato nella foresta e lui ci parla del Santo Daime di cui noi, un po’ vergognandoci, ammettiamo di non conoscere nulla. Domenico ci spiega che è una pratica molto speciale di purificazione interiore che porta benefici sia in termini di salute fisica che spirituale.

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Ci chiediamo come sia possibile vivere là e qua, in due luoghi così diversi, sentendosi sempre se stessi. “C’è voluto tempo per superare la sensazione di difficoltà a riconciliarmi col mondo occidentale. Poi ho capito che non dipendeva da quello che c’era fuori ma solo da aspetti di me legati a questa mia vita”. Già, perché per capire se stesso Domenico è andato dritto dritto alle radici senza aver paura. Ripartendo dalla natura e distaccandosi da tutta una serie di cose che lo legavano a degli schemi dati dalla società, che ci spiega “alla fine ti porta a fare quello che vuole lei”. Ma lì, nella foresta amazzonica, tutto sembrava lontanissimo ed è riuscito a osservarsi e a rendersi conto di come funzionavano le cose: “Per comprendere me stesso mi sono allontanato dalle situazioni del mondo. Sono dovuto scappare perché sentivo che c’era qualcosa che non andava. Ho imparato a riconoscere gli aspetti che non mi fanno bene, a distaccarmene e a non farmi condizionare. E ora, dopo tutto questo tempo, mi sento libero anche qui”.

Anna Ferri