JOHANNA MARIA CATHARINA BLOM

Per me Modena – Adriana Querzè Sindaco

Vengo dall’Olanda. Ancora giovanissima, mentre ero negli Stati Uniti a studiare, ho vinto uno dei primi grant dell’Unione Europea per la ricerca e così sono approdata in Italia. Sono ricercatrice all’università e docente di neurobiologia dello sviluppo e psicobiologia della salute.
Ho sempre avuto un’impronta di sinistra, ma non ho mai voluto fare politica. Poi, tramite conoscenze comuni, la mia strada si è incrociata con quella di Adriana Querzè. Sono stati soprattutto i miei amici a spingere perché mi candidassi, sostengono che ho qualcosa da dire perché sono una voce scomoda: io voglio sapere il perché quando le cose non vengono fatte, penso che si debba realizzare prima di tutto la coerenza e la trasparenza; ho un’idea del bene comune simile a quella dei Paesi del Nord Europa e la vorrei anche qui.
Non ho avuto difficoltà nel percorso politico, a causa del fatto che sono straniera. Ma c’è una cosa interessante che vorrei raccontare: quando sono arrivata dall’America sono andata indietro professionalmente rispetto al ruolo che avevo raggiunto e nel giro di qualche tempo sono riuscita ad uscire dal precariato, entrando di ruolo. E per questo mi hanno chiamato fortunata! Essendo straniera e non avendo nessuno che mi proteggeva, dovevo ritenermi fortunata ad aver fatto carriera all’interno dell’università. Ecco, queste cose mi fanno arrabbiare. Poi in Italia è molto difficile per le donne fare qualunque cosa, al di la del fatto di essere straniere.
Non ho mai ricevuto insulti razzisti, ma mi è capitato di assistere a delle scene in cui sono state insultate delle persone straniere, visibilmente diverse, per il colore della pelle o i vestiti. E ad una mia presa posizione mi è stato risposto che per me è diverso. Questo è molto fastidioso, come lo sono quelle situazioni in cui ti relazioni a qualcuno che sentendo il tuo accento inizia ad alzare la voce e a scandire le parole, perché pensa che tu non sia in grado di capire. A quel punto io dico: “guardate che io sto insegnando ai vostri figli”.
Io sono Olandese, quando ero piccola, nel mio Paese c’era una politica di assoluta tolleranza che non ha funzionato, perché i figli e i nipoti dei primi immigrati hanno rifiutato l’integrazione e si sono impadroniti del Paese. In Italia quello che bisognerebbe fare è insegnare ai bambini, fin da piccoli, ad accettare la diversità. Gli italiani hanno spesso paura di ciò che non conoscono. L’Italiano vuole vivere nella sua bolla di italianità, senza capire che la diversità significa confronto da cui deriva ricchezza. Una soluzione è quella di portare dei progetti nelle scuole, ma anche lavorare con gli adulti, se no ne deriva un paradosso, una schizofrenia: i bambini si sentono dire tante cose belle a scuola e in famiglia trovano tutto l’opposto. Integrazione significa accoglienza da parte di chi è già qui, ma anche da chi arriva.

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