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Dalle radio libere alle grandi emittenti commerciali, dalla realtà pirata nell’etere al moltiplicarsi delle web più o meno amatoriali. Cambia il sistema, cambiano le regole del gioco, ma la passione radio non viene meno. Storie d’amore per la radiofonia e di altre buone idee.

di Lucia Maini, Mattia Rossi, Davide Mantovani.

VIDEO / Storie di radio


Radio mania: fare radio oggi, tra Internet con le sue enormi potenzialità e norme e regole obsolete (nell’interesse di pochi) che, al solito in Italia, finiscono per soffocare ogni voglia. Ma qualcuno disposto a credere nelle buone idee e nella voglia di inventare di giovani e meno giovani ancora si trova. Come nel caso di una start up bolognese di successo, Spreaker.com.

REPORTAGE / I love Radio Rock

“Quando sono nate si chiamavano radio pirata, e mi stava bene, poi hanno preso il nome di radio libere, e mi stava ancora bene, poi sono diventate radio commerciali, e non mi è più stato bene. Sono arrivati i format e niente più è stato libero. Non avrei voluto andasse così”.
Spregiudicatezza, cattiveria, convinzione. Ma anche coraggio, cultura musicale e bisogno di comunicare. Erano così le prime radio libere in Italia, figlie delle contestazioni del ’68 e del ’72, in cui le rivendicazioni di giovani e operai trasudavano concetti come libertà, uguaglianza e partecipazione. In quel clima Carlo Savigni fonda Modena Radio City, dando vita a un pezzo di storia nella radiofonia modenese.

Pochi watt per la mia radio

Era il primo gennaio 1975 quando nacque la prima radio libera d’Italia. Si chiamava – e si chiama ancora – Radio Parma e trasmetteva musica, informazione, radiocronache sportive e programmi di intrattenimento in tutta la provincia attraverso un vecchio trasmettitore militare. Altri tentativi c’erano stati in precedenza già altrove in Italia, ma nessuna emittente prima aveva garantito una regolare programmazione. Erano le cosiddette radio pirata che, anche oltre confine, senza alcuna autorizzazione governativa irrompevano nell’etere dalle postazioni più nascoste e disparate: navi in mezzo al mare, roulotte in cima alle montagne, soffitte anonime. Molte di queste radio periodicamente venivano individuate e chiuse forzatamente dalle autorità.

Fino a quel momento infatti la Rai aveva detenuto il monopolio delle frequenze e lo spuntare di radio private faceva paura, perché modificava il mercato rubando ascolto all’emittente di Stato.
Già il 1975 rappresentò un anno di svolta per le radio. Se fino ad allora, si viveva con il timore di vedersi affissi i sigilli alle porte da un momento all’altro, per la prima volta un pretore definì legittima l’attività di una radio locale, Radio Milano international (oggi Radio 101), in quanto non comportava interferenze tali da nuocere o disturbare le emittenti di Stato. “Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, sancisce l’articolo 21 della Costituzione italiana cui si rifece. L’anno seguente tutti i dubbi ancora rimasti furono spazzati via dalla sentenza della Corte costituzionale 202 del 28 luglio che, di fatto, sancì la liberalizzazione delle trasmissioni radio in ambito locale.

E così, nel giro di poco, le radio iniziarono a spuntare come funghi occupando in breve tempo tutte le frequenze. Si ascoltavano in FM attraverso ricevitori da poche migliaia di lire che a poco a poco comparivano in tutte le case, in cui l’ascolto era un momento da vivere in famiglia. Nascevano a volte per gioco tra amici, per la necessità di dare voce a movimenti, per denunciare situazioni rimaste nell’ombra o per un semplice bisogno di esprimere e condividere la propria identità culturale e musicale. Giovani pieni di entusiasmo, in ogni parte d’Italia, con una spesa modesta si procuravano dischi, registratori, cuffie, mixer e giradischi e con antenne rudimentali, uno spazio a disposizione e pochi watt davano vita alla propria radio.
In quell’anno anche il poco più che trentenne Carlo Savigni, con un passato nel negozio di dischi e hi-fi del padre e a far foto ai protagonisti del beat modenese – dall’Equipe ’84 ai Nomadi a Francesco Guccini – decide di buttarsi nell’avventura delle trasmissioni radio.

“I love radio rock”, esordisce Savigni citando la pellicola omonima ispirata alla storia di Radio Caroline, emittente britannica pirata che nel 1964 trasmetteva da una nave. “Quando sentii dell’esistenza di Radio Parma dissi: ‘Bela, an in fam òna?’”, racconta. “Proprio in quel periodo Vincenzo Bocchi, anch’egli proprietario di un negozio di hi-fi a Parma, mi chiese di dargli una mano per metterne in piedi una e decisi di accettare”. I due danno vita a Radio Modena, la prima nella città emiliana. Ma l’avventura di squadra dura poco perché Savigni, poco incline a diplomazia e compromessi, capisce ben presto di aver bisogno di qualcosa di più, di dover creare la “sua” radio.

Modena Radio City va on air

Modena Radio City si fa spazio nell’etere poco più di un anno dopo la nascita di Radio Modena, alle 7.30 di domenica 6 giugno 1976 dal decimo piano del Direzionale 70. “A quel tempo l’unica vera radio libera alternativa, in zona, era Punto Radio, con sede a Zocca, fondata da Vasco Rossi e altri”, spiega Savigni. “Io volevo una radio trasgressiva, fuori dagli schemi, in contrapposizione alla Rai. E per un po’ di tempo lo siamo stati”, afferma con una nota di nostalgia nella voce. “Sognavo una radio come quelle in America: la radio del paesino, con una forte identità cittadina e in grado di coinvolgere gli abitanti del luogo. Per realizzare il mio sogno – prosegue – bastava un’antenna sul tetto con pochi watt e, con una spesa equivalente alla bolletta della luce di una famiglia, coprivi l’intera provincia”.
Prima che Modena Radio City andasse ‘on air’ Savigni e il suo gruppo fecero diversi numeri zero. Registravano le trasmissioni per 24 ore su pizze per poi riascoltarsi e capire se poteva funzionare.

Tra brani di Donna Summer, Umberto Balsamo, Abba e Julio Iglesias e notiziari di informazione, nel palinsesto si alternavano, tra le altre, le voci del trio Enzo, Mario e Gianni, di Chicca uau (wow), di Bobo e Pincelli e di Clod. E molti erano gli eventi organizzati sul territorio da Modena Radio City, soprattutto nell’allora tempo della dance music Isola Verde.
“Andavamo in diretta 24 ore su 24 – racconta – e dovevamo litigare tra di noi per stabilire chi andava in onda anche da mezzanotte alle quattro del mattino. Avevamo ideato un programmone che scimmiottava la trasmissione Alto gradimento di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni, i primi a trasgredire e a proporre una modalità più potente di fare radio. Trasferivamo sul contesto locale idee che trovavamo a livello nazionale”. Così, ai microfoni di Modena Radio City parlano il vecchio da bocciofila che tende ad alzare un po’ il gomito, il giocatore di biliardo, e tutta una serie di personaggi tipicamente modenesi che la signora Maria, la casalinga della porta accanto, conosceva bene. “Erano personaggi fortemente dialettizzati – precisa Savigni – a tal punto che se ti ascoltava una persona di Brescia non capiva”.

Altra novità per l’emittente è quella di mandare in onda le telefonate degli ascoltatori in qualsiasi ora del giorno o della notte: “Avrebbero pagato per andare in onda”, spiega. “L’appello che lanciavamo era: ‘Se non dormite telefonate’ e regolarmente raccattavamo ogni genere di persona, dai turnisti ai matti: talvolta più che una radio sembrava trasformarsi in un Telefono amico”, aggiunge ridendo.

Il pezzo forte però erano gli scherzi telefonici in diretta: “Li facevo già quando non avevo la radio e ho continuato a farli in etere”, sogghigna Savigni. “E la trasmissione funzionava: ancora oggi la gente mi ferma per ricordare il tal scherzo o il tal altro. Un ascoltatore ha addirittura le cassette con tutte le puntate, al contrario di noi, che facevamo trasmissioni epocali e non abbiamo mai registrato alcun archivio”, dice con tono di biasimo.

Mi lego al trasmettitore

“Quando il pretore ha ordinato la chiusura dei ponti radio mi sono legato al trasmettitore, ma l’hanno spento, coperto e sigillato comunque”, racconta Savigni. “Allora sono andato a Roma e ho chiesto di parlare con il ministro. Mi ha ricevuto il sottosegretario: ho minacciato di legarmi alle colonne del ministero se non mi dissequestravano la radio. Il giorno dopo Modena Radio City trasmetteva di nuovo nell’etere”.

Il nodo della contestazione era il fatto che l’aeroporto di Bologna lamentava disturbi da parte delle radio private sull’Instrument landing system (Ils), cioè il sistema di atterraggio strumentale che consente agli aerei di portare a termine l’atterraggio anche in situazione di scarsa visibilità. Ma a Savigni la spiegazione ricevuta non bastava: per chiudere la sua radio servivano prove di queste interferenze. Per questa ragione, dopo essersi inutilmente opposto all’impacchettamento del suo trasmettitore, si rivolse all’avvocato Eugenio Porta, presidente dell’allora Associazione nazionale teleradio indipendenti (Anti), nata per la difesa dell’emittenza radiotelevisiva medio-piccola e oggi confluita con altre associazioni in Aeranti-Corallo. Denunciò all’avvocato quanto era accaduto una sera a casa di un amico, innanzi a una tavolata imbandita di gnocco e tigelle, salumi e lambrusco. L’indomani partirono alla volta di Roma, destinazione Ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni, dove Savigni fece sentire le sue ragioni: “Voi mi state arrecando danno – disse al sottosegretario – sulla base di una semplice supposizione che il ponte radio disturbi l’aeroporto, ma non avete prove. Se non vengo dissequestrato entro domani faccio una strage”, esagerò. La minaccia però diede i suoi frutti e l’avvocato Porta, da quel giorno, ebbe un precedente cui appellarsi ogni qualvolta in seguito si verificò una situazione simile. E difficilmente si dimenticò della cucina modenese.

La fine delle radio libere

Poi cos’è successo? Come si è passati dalle radio libere a quelle commerciali e generaliste?
“La pubblicità è sempre stata determinante per l’esistenza e la continuità delle emittenti – precisa Savigni – ma quando le agenzie pubblicitarie si sono accorte che le radio erano un mezzo su cui investire, tutto è cambiato. Sono nate le grandi radio con già i soldi in tasca. Attraverso i finanziamenti della pubblicità alcuni gruppi si sono comprati tutto il comprabile. È iniziata una guerra di coperture, in cui per farsi rispettare si dovevano avere almeno cinque o sei postazioni da 50-60 mila euro di manutenzione, stando bassi. E a poco a poco tutti i gruppi editoriali hanno iniziato a trasmettere le stesse cose, allineandosi agli stessi format”.

Resistere al mercato e alla concorrenza sfrenata di gruppi potenti portando avanti la propria idea di radio, per Savigni, non era più possibile. Si finiva per essere schiacciati, per perdere uno a uno gli sponsor e fallire. E Savigni non voleva che la sua radio facesse quella fine. Così, nel 1985 decise di vendere Modena Radio City. Quello non era più il suo mondo e sentiva già il bisogno di percorrere una nuova via, meno commerciale e inflazionata.

“Io ci ho creduto, sono andato avanti con il sogno”, aggiunge Savigni. “Ma questa storia mi ha talmente usurato che fatico a parlarne. Ciò che mi rende contento, almeno, è la stima di persone che hanno lavorato e la speranza che forse gli ho trasmetto qualcosa di quello che per me era la radio”. La malinconia, nascosta nemmeno tanto bene dal modo di fare burbero che lo contraddistingue, però dura solo un attimo: “Ho settant’anni – spiega ancora Savigni – e posso dire di essere stato pioniere in diversi settori: da piccolo facevo per passione foto agli amici: molti hanno iniziato a suonare e alcuni sono diventati famosi. Nel ’75 ho aperto una radio lanciando nell’etere trasmissioni innovative. Nel 2000, quando ancora la gente non sapeva cosa fosse ebay, vendevo già su internet”.

Oggi Modena Radio City fa parte del gruppo editoriale di Radio Bruno, insieme a quasi tutte le radio della zona: Radio Stella, Modena 90 e Radio Pico. La radio carpigiana, negli anni, ha investito e si è allargata sempre più, rimanendo leader in provincia e diventandolo in regione Emilia-Romagna, fino ad espandersi alla Toscana, alla Liguria, alla Lombardia e alla Sardegna.

Web radio. Di nuovo libere?

Oggi la crisi ha messo a dura prova le radio, anche quelle più grandi. Quella delle trasmissioni nell’etere sembra destinata sempre più a divenire la storia delle radio. Esistono infinite possibilità di ascoltare trasmissioni radio, di ogni genere, tramite la rete internet. Anche se è proprio questa offerta infinita che rende meno unica ogni radio e, senza dubbio, meno affascinante questo mondo, per chi ci lavora e per chi lo ascolta. A volte si tratta di estensioni del raggio d’azione delle radio tradizionali, in altri casi si tratta di emittenti più o meno amatoriali. In tutti i casi, comunque, trasmettono programmi in streaming, cioè consentono agli utenti di ascoltarli direttamente dalla rete, senza la necessità di scaricare file, avvicinandosi molto alla fruizione delle radio tradizionali.

La nascita delle radio on line si posiziona intorno al 1995 (1998 in Italia) e non è possibile rilevare quante ce ne siano vista la facilità di apertura e chiusura. Per aprire una web radio è comunque necessario versare alla Siae una quota, seppur modesta, per i diritti d’autore, possedere un archivio musicale minimo e pagare un abbonamento per il servizio straming.
“Farsi ascoltare, anche sul web, ha dei costi”, commenta Savigni. “Per fare dello streaming ci vuole della banda. Solo così possono ascoltarti più persone in contemporanea. Quindi o ti autofinanzi oppure, se ci riesci, trovi degli sponsor districandoti tra una competizione impossibile su scala mondiale. Qualcuno ci riesce, riesce a farsi conoscere. Ma ci vuole dell’abilità e del culo – conclude Savigni – altrimenti ad ascoltarvi siete tu e il tuo gruppo di amici”.

Lucia Maini

FOTO / Ad alta frequenza

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Andrea Savio, classe 1968, ha trasformato la sua passione per la radio in un mestiere. Dalla sua prima radio libera, nel 77, alla gestione delle comunicazioni nel mondo del motorsport. Di Davide Mantovani.   VAI ALLA GALLERY