CONDIVIDI

di Matteo Rinaldi

Ecco come l’Ordine dei giornalisti radia un iscritto che non ha pagato la quota: un’avventura da Inquisizione medievale che dà pienamente ragione a chi spinge per la sua abolizione.

dx01Quanti sono i giornalisti iscritti all’ordine che non vedono l’ora di cancellarsi ma non ne hanno il coraggio?

Secondo me tantissimi, soprattutto tra i pubblicisti. Migliaia, voglio dire. Li capisco: l’ordine è realmente inutile come lo disegnano in molti (soprattutto chi giornalista non è, questo va detto). Ma è un’inutilità talmente evidente che perfino un paese come l’Italia dovrebbe capirlo prima della prossima rivoluzione galattica. Non solo inefficace, incapace, forte coi deboli e debole coi forti: l’ordine è perfino incapace di tenersi stretti i guadagni che ottiene senza far niente. E perfino di cacciare un collega senza spendere un sacco di tempo e denaro.
Un distinguo: l’ordine è totalmente inutile per la maggioranza dei giornalisti, i cosiddetti “pubblicisti”. I “professionisti”, la minoranza, ne hanno invece necessità e pare perfino qualche beneficio. Ma le migliaia di pubblicisti – ovvero chi non lavora a tempo pieno in un giornale e non conta sul contratto professionistico – non ci guadagnano niente.

Le ragioni serie per cui i pubblicisti iscritti continuano a pagare la farsesca tessera annuale sono principalmente tre:
1) scrivono in qualche giornale, anche piccolo, che li riconosce come pubblicisti e non come co.co.pro (meno tasse per tutti);
2) ne dirigono uno, fosse anche un bollettino parrocchiale, e ricevono un rimborso spese. Senza tessera non è possibile dirigere e senza direttore un giornale paga una spesa postale molto più alta;
3) sognano di diventare professionisti e hanno bisogno della tessera per la scalata sociale verso il contratto vero e proprio.

dx02Al di fuori di queste tre categorie, le uniche con una solida ragione di base, ne esista una quarta, numerosa ma in costante calo: quella dei pubblicisti appassionati (o squilibrati, scegliete voi il termine migliore) per i quali la tessera ha un valore di prestigio. Dio sa perché: già il nome, da serie B rispetto al professionista, dovrebbe far vergognare.
Eppure una volta erano decine di migliaia i giornalisti pubblicisti fieri: ogni giornale aveva i suoi collaboratori che si vantavano di possedere la tessera e si sentivano colleghi di Montanelli pur scrivendo le brevi sulle sagre di paese o sulle partite di terza categoria.
Forse io ebbi la sfortuna di incrociare uno di questi, all’inizio della mia carriera. Era certamente un pazzo che scriveva malissimo (ma otto giornalisti su dieci scrivono malissimo), si sentiva Hemingway (ma nove su dieci si sentono Hemingway) e considerava la sua tessera come un punto d’arrivo esistenziale (dieci su dieci).

Per questo io, che sono sempre stato più demente dei personaggi sopra elencati, decisi che la tessera non la volevo. Volevo scrivere e basta.

Con i miei diciassette anni e un futuro tutto da decifrare, pensavo che un documento di carta non avrebbe potuto certificare la mia eventuale bravura, passione, capacità, ovvero il mio professionismo. Perché avevo letto i colleghi scarsi e avevo letto i bravi: avevo capito che l’unico professionista è il cronista che scrive la verità (a volte è difficile) e soprattutto che attacca con più forza e coraggio i potenti piuttosto che le mezze tacche. E questo è molto più difficile.

dx03Mi era già evidente, senza mai essere entrato nella redazione di un giornale, che due terzi dei giornalisti non avrebbero attaccato un potente nemmeno sotto tortura. E che tre quarti dei pezzi che leggevo, nei quotidiani al bar, erano scritti coi piedi e, ancora peggio, pensati coi piedi.

Più leggevo e più capivo che gli articoli erano un interminabile elenco di frasi fatte, di inizi sempre uguali, di banalità ripetute a pappagallo, di sciatteria e pigrizia mentale. Dopo tre pezzi di sport, avevi letto tutti i pezzi di sport. Dopo tre di politica, davi ragione a chi odiava la politica. Dopo tre di cultura… Aspetta, credo di non averli mai letti, tre pezzi interi nelle pagine di cultura: sono svenuto al secondo.

Il brutto era talmente evidente, nella scrittura dei giornalisti, che perfino la mia testa minorenne sentiva la necessità di rifugiarsi nei pochi che scrivevano col cuore, con una tecnica vera, limata, sudata, col rispetto per chi legge e perfino col coraggio di osare.
Insomma, se quelli delle pagine di politica e cultura erano i giornalisti con la tessera, io la tessera non la volevo.

E così fu. Scrissi per anni senza più pensarci, tanto il mio giornale era piccolo, pagava pochissimo e la parola “contratto” si usava solo per definire il muscolo contratto del bomber costretto al riposo (ecco, solo a ricordare sto già scrivendo come loro, dannazione).
Purtroppo nel giornalismo, come in tutte le carriere, la cosa importante è la continuità. La mia andava a corrente alternata: dx05ogni due anni mi stancavo e cambiavo passione. Un’agenzia editoriale, un’agenzia di pubblicità, lavoretti dimenticati…

Finché un giorno, mi capita tra le mani una copia della Stampa. Sono gli anni novanta e leggendo distrattamente la cronaca nazionale trovo il primo pezzo di nera scritto senza imitare il linguaggio del verbale dei Carabinieri: non “Il Trombini entrava dalla finestra e qui si impossessava di un sacchetto contenente bigiotteria tra cui una fede nuziale e una madonna di Loreto”.

No, il cronista entrava nella casa di un assassino e raccontava la casa, la vita, gli odori perfino, le sensazioni: “Entro nella camera: ha mobili semplici, quasi tutti Ikea. C’è un’aria ordinata ma fredda, come se la stanza fosse sì abitata ma non vissuta davvero”.

L’autore era Gabriele Romagnoli, me lo ricordo ancora. Quella Stampa aveva un giovane Curzio Maltese, non ancora trasformato in Johnny il Triste, e un ancor più giovane Massimo Gramellini, che scriveva come scriveva solo Gramellini.

Voi non avete mai letto il suo primo libro, vero? Si chiamava “Colpo Grosso”, era un instant book scritto a sei mani con lo stesso Maltese e Pino Corrias. dx04Berlusconi aveva vinto le prime elezioni e loro raccontavano il futuro immaginato (e impeccabile) con un’ironia da piangere da quant’era bella e veritiera. Non potete averlo letto in ogni caso: i berluscloni fecero razzia di copie dal giorno dopo: le comperarono quasi tutte e le fecero sparire, convincendo poi l’editore a non ristampare nemmeno una copia. Io ebbi la fortuna, chissà come, di trovarne una e la stupidità di prestarla a chissà chi.

Grazie a quella Stampa mi torna la voglia di scrivere. Ma stavolta vado in un giornale vero, il principale quotidiano vicentino. Collaboro tre mesi. Sono anni in cui fare il giornalista è un sogno per moltissimi: c’è un fila di collaboratori infinita, davanti a me.

Alcuni bravissimi, da anni in attesa di un piccolo contratto per arrivare un giorno all’assunzione. Alla fine del terzo mese il direttore mi chiama: mi assume, scavalcando tutti, per sei mesi di fila, in sostituzione di un collega che prende aspettativa. In verità mi devo sposare tra poche settimane ma la proposta è secca: sette giorni di ferie al massimo in tutto il semestre, prendere o lasciare, decisione in otto secondi.

dx06Accetto e comincio dal giorno stesso. La stessa sera stacco e mentre punto l’uscita, barcollando (nei giornali veri, da giovane e neo-assunto lavori come un pazzo, altro che no) un amministrativo mi ferma: “Rinaldi, dammi la tessera che devo prendere il numero per fare il contratto. “Eh? Non l’ho mai fatta io la tessera”.
La scena si blocca, come un film. Sento le zanzare della stanza accanto. Ma è così importante questa cazzutissima tessera? Dopo il silenzio, l’esplosione.

Mi insultano con una sequela di bestemmie che avevo sentito solo nell’esercito: “Cazzooooo, come cazzo è possibile che non hai la tessera dopo quindici anni che scriviiiiiiii!”

Ecco, non mi pare il caso di spiegare a tutti la mia interessante teoria sul professionismo reale e percepito. Meglio spiegare a voi quel che succede: mi chiudono tutta la notte in una stanza, a ritagliare i trenta articoli scritti nei mesi precedenti (per fortuna li trovo) e a ritagliarne altri sessanta, rubacchiandoli qua e là (per fortuna molti professionisti non firmano mai i loro pezzi, così posso spacciarli per miei).

Li incollo in un quaderno, compilo carte e giuramenti e all’alba del giorno dopo – previa telefonata di un potente del giornale a un potente dell’ordine – filo a Venezia a fare la tessera più veloce della storia.
Tutto questo giusto per mettere nero su bianco la serietà del sistema con cui si diventa pubblicisti: perché è chiaro che lo ero, un cronista. Anzi, ero già un professionista vero e proprio, almeno in prospettiva. Ma se ci sono delle regole, bisognerebbe rispettarle. Invece le regole italiane sono così: non solo stupide, ma aggirabili in quattro e quattr’otto.

dx07Era il 1995. Due anni dopo smetto di fare il cronista e torno in pubblicità. La tessera però la tengo: non si sa mai, con questa testa. E poi non serve più dimostrare che scrivi: puoi anche smettere per dieci anni, nessuno fa una piega. L’ordine poi: a quelli basta il fisso annuale. Vi pare che abbia senso?
La tengo senza ragione. L’unico servizio che ottengo è la rivista dell’ordine – un bollettino tristissimo e illeggibile – e un curioso regalo: una specie di enorme bibbia con l’elenco di tutti i giornalisti d’Italia, divisi tra pubblicisti e professionisti. Nome, cognome, età, anno e mese dell’iscrizione. Un po’ come se ai macellai italiani regalassero un libro con tutti i macellai, da Aosta a Lampedusa. Mah.

Molti anni dopo però la tessera mi torna utile: mi chiamano a dirigere un giornale e il documento è fondamentale: per scrivere “direttore responsabile” di fianco al nome e per prendere una querela per diffamazione (un milione di euro, pensate un po’) che dopo dieci anni e passa è ancora a spasso tra i cassetti del tribunale.
Con la querela davanti al naso, penso che forse per la prima volta potrò sfruttarlo, l’amico ordine. Finalmente mi servirà per qualcosa di molto più importante della sacra bibbia dei colleghi.

Chiamo e spiego il problema: “Un assessore mi ha fatto una causa milionaria, ma le cose che ho scritto non possono essere considerate diffamazione, secondo me e pure secondo il mio legale. Cosa posso fare? Come potete aiutarmi?”

dx08Capisco, rispondono. Segue un lungo silenzio, come quelli delle interrogazioni scolastiche di Franti su Cuore. Scusate, ripeto la domanda: cosa mi consigliate di fare? Come mi potete aiutare? “Richiamiamo noi” rispondono, dopo un altro silenzio frantesco.
Nessuno richiama. Telefono ancora, più volte. Stessa scena. Nessuno sa niente, nessuno fa niente. Mi consigliano di rivolgermi al sindacato. Il sindacato giornalisti mi ascolta, poi chiede: “Sei nostro socio?” No, dico, dirigo un piccolo giornale, non siamo nemmeno pagati come giornalisti”. “E allora che cacchio vuoi da noi?” Richiamo l’ordine. A parte la parole “cacchio” il risultato è lo stesso.
Lascio perdere, convincendomi ancor più di quanto l’ordine sia non solo inutile ma addirittura immateriale, inconsistente, incapace di una qualunque reazione umana.

Il mio giornale chiude dopo due anni, ma tengo la tessera e faccio bene: un ente ha bisogno di un direttore e sceglie me. Mi pagano mille euro l’anno per mettere semplicemente la firma e controllare che non escano pezzi a rischio denuncia. Nel frattempo continuo a scrivere, collaborando con più giornali, ma ormai nessuno paga più noi scribacchini come giornalisti.
Ed eccoci al presente: tre anni fa pago la tessera in ritardo (succede); mi arriva una penale irritante ma sopportabile.
Due anni fa non pago perché cambio casa e dimentico di dare all’ordine il nuovo indirizzo. Così non ricevo le lettere di sollecito che mi mandano.

I mesi passano: un bel giorno mi arriva un plico che neanche al re di Francia prima della ghigliottina. È un faldone gigantesco, firmato e controfirmato da araldi e cicisbei: mi intimano di recarmi a Venezia dove una corte di giudici togati mi interrogherà sulle cause del mio mancato pagamento e deciderà se cancellarmi dalla faccia dal Sacro Ordine Dei Giornalisti Pubblicisti O Se Perdonarmi A Patto Che Io Abiuri Come Galileo E Paghi Cospargendomi Il Capo Di Cenere.
A naso, la spesa in carte, timbri e bolle papali supera lo stipendio di un consigliere regionale.
In piccolo però, alla fine della bolla papale, è scritto: “Pagando questa cifra con un vaglia postale entro il giorno X, la sua posizione sarà di nuovo in regola”.
Penso: pagliacci. Se mi avessero fatto una telefonata, una semplice telefonata, avremmo risolto tutto in otto secondi. Però pago. E penso: pagliaccio.

SCUSA SE TI INTERROMPIAMO

Ti piace l’articolo che stai leggendo?

Allora prendi in considerazione l’idea di sostenere il nostro progetto, con un semplice clic:

Donazione libera con Paypal o carta di credito. Converso è un giornale indipendente e autofinanziato dai suoi lettori. Grazie!

(Scusa e buona lettura)

Siamo alla fine della storia. Quest’anno succede lo stesso. Dico la verità: lo lascio succedere. Voglio vedere che accade. Voglio vedere i cavalli neri dell’Ordine di Mordor, la ghigliottina dei Pubblicisti, la mia tessera messa a ferro e fuoco, la maledizione del Grande Giornalista Professionista, padre di tutti i pubblicisti, cadermi tra capo e collo. Voglio essere un pagliaccio vero: loro hanno più onestà di tutti noi.

Purtroppo non mi spediscono il faldone con la Bolla Tutta In Maiuscolo. Mi inviano un faldone più piccolo, ma odorante di zolfo, con un testo laconico: il Gran Consiglio Della Corte Giudicante si è riunito (e immagino dieci persone attorno a un tavolo per me: chi ha pagato il loro viaggio veneziano? Dieci anni d’iscrizione di un altro pubblicista?). Qui – prosegue – il Gran Consiglio ha preso atto della mia Assenza Ingiustificata e con una Penna Stilografica Mefisto color nero pece ha cancellato il mio nome dal Sacro Libro Dei Pubblicisti Veneti Et Italiani.

Mi avvisano che non c’è più niente da fare: potrei scrivere la Divina Commedia, il viaggio di Pigafetta, il Milione di Marco Polo, il Codice Da Vinci e Diciotto Editoriali Di Scalfari ma, per cinque anni almeno, nessuno mi ridarà la prestigiosa tessera. Solo al sesto anno, a patto di aver perso tutti i capelli ed essermi lasciato crescere una lunga e serissima barba grigia, potrò rifare domanda

Ho perso il guadagno della rivista, questo è vero. Ma che siate d’accordo o no, ho fatto anche una delle poche cose giuste della mia vita.

Matteo Rinaldi