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Dalla nascita spontanea di orti condivisi, frutto di un percorso di confronto e di socialità generato dai singoli, alla proprietà collettiva di terreni agricoli della Partecipanza di Nonantola, lascito di una tradizione millenaria. Alcune dimostrazioni che c’è una alternativa alle due canoniche forme della proprietà, quella privata e quella pubblica.

di Lucia Maini, Antonio Tomeo e Davide Lombardi

VIDEO / Condividere non è qualcosa che si fa solo su Facebook. #sapevatelo

Elisa, Elena e Patrizia fanno parte di un gruppo di una trentina di persone che si sono ritagliate un piccolo spazio in periferia per fare, insieme, una delle attività più antiche dell’umanità: coltivare. L’agricoltura familiare, compresa quella micro da terrazzi di città, sta ritornando in voga. Ma la crisi economica non c’entra. Piuttosto, è la voglia di piantare (le proprie) radici nella terra nell’epoca della rivoluzione digitale. Un video di Davide Lombardi.

REPORTAGE / L’altro modo di possedere

Toni no, meglio Tori. Abate non è il massimo, è preferibile Abati. Se si potesse scegliere, poi, ce ne sarebbero altri di cognomi papabili, come Borsari, Melotti, Reggiani, Vaccari o Zoboli. Perché in alcune località, come ad esempio nel comune di Nonantola in provincia di Modena, nascere con un cognome piuttosto che un altro è un vantaggio a tutti gli effetti, scritto nero su bianco. Basta risiedere all’interno del Comune e avere uno dei 22 cognomi delle antiche famiglie originarie nonantolane per avere automaticamente diritto all’usufrutto di un pezzo di terra a destinazione agricola. Ma se nei secoli passati questo rappresentava a tutti gli effetti un privilegio, oggi le cose sono cambiate ed essere un Partecipante vuol dire quasi avere più oneri che onori. Quello della Partecipanza di Nonantola, quindi, è più un impegno per portare avanti la tradizione del passato, legato a un forte senso di appartenenza al territorio e alla volontà di preservare il concetto di “proprietà collettiva” come eccezione al tradizionale dualismo pubblico-privato.

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Buon millenario

Unica nella provincia di Modena, la Partecipanza agraria di Nonantola è la più antica delle sei tuttora esistenti in Emilia (Sant’Agata Bolognese, S. Giovanni in Persiceto, Cento, Pieve di Cento, Villa Fontana–Medicina). Si tratta di una forma di proprietà collettiva di terreni interessati da bonifiche che ha origine nel Medioevo ed è tuttora presente anche in Veneto, nel Polesine di Rovigo. In Piemonte, a Trino Vercellese, la Partecipanza gestisce invece aree di territorio boschivo.

Le origini della Partecipanza di Nonantola risalgono al 1058, quando l’Abate Gotescalco emanò una Carta nella quale si esplicitava la concessione al popolo del diritto d’uso delle terre all’interno dei confini del paese, in cambio dell’impegno a difendere il Monastero. Fino alla fine del 1500 il diritto di utilizzo delle terre era esteso anche a coloro che dalle zone limitrofe si traferivano a Nonantola e diversi forestieri possidenti usufruirono del diritto dopo che il duca di Modena e Ferrara Ercole I° decise di dividere in due parti uguali le terre della Partecipanza, una destinata ai benestanti previo pagamento di un estimo (Bocca morta) e una ai non abbienti (Bocca viva).

Fu nel 1584 che il popolo ottenne una carta giuridica che riconosceva ai soli nonantolani la possibilità di tramandarsi il diritto di usufruire delle terre. Nel tempo, la composizione dei cittadini nonantolani si modificò e non coincise più esattamente con gli appartenenti alla Partecipanza. In sostanza, quello che nacque come un sistema per tutelare il popolo, divenne l’elemento che ha dato vita, almeno per molto tempo, a un privilegio di alcuni rispetto ad altri. Risale invece all’inizio del ‘900 la scelta dei partecipanti di liquidare le terre di Bocca morta: per farlo i membri di Bocca viva, cioè i non abbienti, stipularono un mutuo e fu venduta una parte del patrimonio della Partecipanza.

Ancora oggi accedono alla Partecipanza e si tramandano il diritto per via ereditaria i discendenti maschi residenti che hanno uno dei 22 cognomi da ‘nonantolani doc’, ciascuna con un proprio stemma (Abati, Ansaloni, Apparuti, Bevini, Borsari, Bruni, Cerchiari, Corradi, Grenzi, Magnoni, Medici, Melotti, Piccinini, Reggiani, Serafini, Sighinolfi, Simoni, Succi, Tavernari, Tinti, Tori, Vaccari e Zoboli). Solo nell’ultimo riparto è stato permesso anche alle donne di partecipare alla suddivisione e di usufruire del terreno, ma non di tramandare il diritto. Nel 2007 gli aventi diritto erano circa 3 mila, un quarto della popolazione complessiva di Nonantola (12.000). I Partecipanti che hanno aderito all’ultimo riparto, avvenuto nel 2009, sono stati 2.814 e hanno ricevuto in usufrutto una Bocca ciascuno di circa 2.000 metri quadrati.

Nel 1894 la Partecipanza è stata riconosciuta come ente morale dotato di un proprio statuto e di organi amministrativi. Oggi l’ente non si limita ad attività esclusivamente in favore dei Partecipanti ma sviluppa progetti culturali e ambientali che vanno a beneficio dell’intero territorio. Negli ultimi 20 anni, ad esempio, circa il 10% dei terreni non viene ripartito tra gli aventi diritto perché è stato destinato a bosco, querce, valli e zona umida ed è meta di molte scolaresche e visitatori.

Onore o onere?

Un tempo avere un terreno da coltivare rappresentava a tutti gli effetti un vantaggio e chi aveva accesso alla Partecipanza godeva di un certo privilegio. Oggi invece sono pochi i Partecipanti che coltivano direttamente la terra; molto più spesso affittano il terreno ad agricoltori che mettono insieme un certo numero di Bocche da coltivare.

Si potrebbe pensare che il beneficio permanga con le entrate da locazione, ma non è così: “Mediamente l’affitto annuale per Bocca è di 35-40 euro – spiega Valter Reggiani, presidente della Partecipanza – e, anche nei casi in cui l’agricoltore che prende in affitto il terreno si accolla il costo annuale della quota sociale della Partecipanza, di 43 euro, tra tasse e altro al Partecipante rimane ben poco, fino a rischiare di andare in perdita”. In alcuni casi, addirittura, il Partecipante decide di esercitare il proprio diritto, ma di affidare la gestione del terreno all’ente, affinché si occupi lui stesso dell’affitto e delle spese o lo utilizzi per finalità diverse.

Anche volendo, secondo Reggiani, non sarebbe semplice modificare l’elenco degli aventi diritto, aggiornandolo all’attualità: “I cognomi sono quelli – spiega – altrimenti diventerebbe un uso civico delle terre. Tutte le Partecipanze hanno una forma di trasmissione del diritto familiare; se vogliamo possiamo chiamarlo privilegio, ma è in questo modo che il bene viene conservato nel modo migliore e trasmesso”.

Talvolta è capitato che qualcuno esprimesse rammarico per non poter accedere alla Partecipanza, ma “non si trattava di un problema economico – prosegue il presidente – piuttosto del desiderio di partecipare a una storia millenaria. Il beneficio che deriva dall’avere un ambiente ben tenuto è dell’intera comunità e, oggi, all’interno della Partecipanza prevale la volontà di sentirsi utili, aperti e inseriti nel territorio”.

Ripartiamo

Oggi la Partecipanza è composta da un territorio di 760 ettari, a nord-est di Nonantola. È suddivisa in 25 parti (Co’), ciascuna delle quali composta da un uguale numero di appezzamenti delle stesse dimensioni, detti Bocche, tanti quanti sono gli individui che godono del diritto e richiedono l’appezzamento. A capo di ogni Co’ il Consiglio di amministrazione nomina un Partecipante che si distingue per rappresentatività e si rende disponibile a ricoprire il ruolo.

Ogni 12 anni si procede al sorteggio e quindi alla ripartizione e riassegnazione delle terre: “Ogni capofamiglia sceglie un capo Co’ e si iscrive sotto la sua lista, segnalando il numero di Bocche che gli spettano in base ai componenti della famiglia”, prosegue Reggiani. “Solo nel momento del sorteggio ciascun Partecipante scopre dove è collocato il terreno che gli spetta. A quel punto il capo Co’ deve ripartire il Co’ sugli aventi diritto, operazione che però, da quando i Partecipanti non coltivano più direttamente la terra, si cerca di anticipare”.

Gli accordi tra i Partecipanti e le aziende agricole interessate ad affittare il loro terreno avvengono infatti prima della ripartizione e addirittura dell’iscrizione nelle liste, cosi che tutti coloro che trovano accordi con una determinata azienda si iscrivano nella stessa lista garantendo una concentrazione di territori a chi deve coltivare. Il coltivatore, a quel punto, paga l’affitto al Partecipante e acquisisce il diritto a lavorare la terra e a vendere i prodotti che raccoglie per un periodo massimo di 12 anni.

Oltre ai Partecipanti agricoltori, che uniscono le loro Bocche ai terreni di proprietà privata per la produzione, rimane però ancora qualche superstite della coltivazione in proprio. Viste le difficoltà dei singoli di coltivare il proprio orto senza gli strumenti adeguati in mezzo a distese di campi, spesso accade che questi decidano di dare in affitto a un’azienda agricola la propria Bocca e di accedere agli orti organizzati dell’ente: in questo caso l’avente diritto prende in affitto, a sua volta, un pezzo di terra tra quella rimasta in gestione alla Partecipanza per fare il proprio orto accedendo alle attrezzature a disposizione, in particolare l’attacco per l’irrigazione.

Il terreno, sopra ogni cosa

Non tutti i terreni della Partecipanza sono ugualmente fertili. È questa la ragione ufficiale per cui ogni 12 anni si procede al riparto tramite sorteggio. Ma c’è una ragione ufficiosa, e più profonda, alla base di questo meccanismo: “Se si ha l’usufrutto dello stesso terreno per tanti anni – evidenzia Reggiani – il rischio è quello di perdere il concetto di proprietà collettiva. La proprietà privata vede il primato del proprietario, che del suo bene può fare quello che vuole, mentre nella proprietà collettiva il primato è del terreno, che andrà alle future generazioni e per questo deve essere trattato bene. Al secondo posto vi è la collettività e solo al terzo l’avente diritto. Si tratta di un altro modo di possedere – aggiunge – che non si riesce a inquadrare in nessuna forma, perché non è né pubblico né privato”.

Questa particolare forma di gestione dei terreni agricoli è ricca di implicazioni storiche e sociali, si fonda su un profondo rapporto tra i Partecipanti e il territorio, e su regole quasi immutate nel tempo, che hanno come obiettivo la conservazione e la cura del patrimonio avuto in concessione per consegnarlo alle future generazioni, e l’intento di arricchire la biodiversità e di tutelare e valorizzare l’ambiente.

Lucia Maini

FOTO / Le mani nella terra

Pezzi di Paul

L’esperienza degli Orti Condivisi di Modena è nata da un laboratorio svoltosi a febbraio 2014 dal titolo “Dai semi alle piantarole”. Nei quattro incontri di formazione, un gruppo di circa 40 persone ha deciso di coltivare insieme un pezzo di terra e di condividerne i frutti, sia vegetali che relazionali. Foto di Antonio Tomeo.   VAI ALLA GALLERY