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“Che cosa c’è di volontario nell’interrompere una gravidanza? Nulla. E’ solo un termine per dare alibi a tutti e che mi fa proprio incazzare”. Chiara aveva 24 anni quando ha scoperto di essere incinta, adesso ne ha qualcuno di più ma il ricordo è impresso nella sua mente e il dolore torna a pulsare quando ne parla. “Si era rotto il preservativo e abbiamo dovuto girare cinque o sei ospedali a Roma prima di trovare un medico non obiettore che ci prescrivesse la pillola del giorno dopo (delle difficoltà della legge 194 ne abbiamo parlato su Converso), che però non ha funzionato – racconta – e quindi sono finita in un consultorio”.

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Il suo compagno non ne voleva sapere del bambino e Chiara era decisa a non chiedere aiuto ai suoi genitori perché “avrei dovuto crescerlo alle loro regole, come io sono cresciuta a quelle dei miei nonni perché erano loro a pagare”. Alla dottoressa fa una domanda ben precisa: “Posso entrare in una casa famiglia, lavorare e crescere mio figlio?”. La risposta è stata un secco no, perché nei primi tre mesi non è previsto nessun tipo di aiuto e anche dopo non è così semplice. “In soldoni ti spiegano che tu puoi volontariamente interrompere la gravidanza e loro sono dalla tua parte perché è un tuo diritto ma non c’è verso di trovare altrettanto volontariamente un modo per crescere tuo figlio aiutata dallo Stato e non dai tuoi genitori”.

Il bambino, Chiara, lo voleva tenere perché – come spiega lei stessa – con un misto di “incoscienza e fantasie romantiche” credeva di poter fare la mamma, studiare e lavorare. L’idea che abortire fosse come uccidere non l’ha mai sfiorata: “Ero convinta che il mio impegno fosse quello di crescere un nuovo individuo per la società e che lo Stato mi avrebbe reso possibile la cosa facendomi accedere a in una struttura dove ti aiutano a essere madre e tu lavorando, ti costruisci un futuro per te e tuo figlio”.

Davvero lo Stato non aiuta? Dipende dai punti di vista. Il sostegno alla maternità è garantito: assistenza medica gratuita, preparazione al parto, assegni per i neonati, scuole d’infanzia. Questo certo non risolve i problemi delle madri, come la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia, ma in maniera parziale prova a tappare qualche buco.

Come spesso accade, sono i numeri a dare la dimensione della realtà: nel 2010 l’Italia era il fanalino di coda in Europa con solo l’1,4% del Pil speso per il supporto a maternità e famiglia. Una cifra ridicola se pensiamo alla maternità come a un investimento per la società.

Per vedere come dovrebbero funzionare le cose basta dare un’occhiata ai cugini europei: in Danimarca se si è disoccupati lo Stato aiuta con un sussidio di 1325 euro al mese, che diventano 1760 per chi ha figli, al netto del sostegno per l’affitto. In Germania per ogni figlio si riceve un assegno che va dai 200 ai 300 euro mensili. In Francia, una coppia di disoccupati con due figli arriva a prendere quasi mille euro, che aumentano se la prole è in numero superiore. Inoltre negli ultimi mesi proprio sotto la Torre Eiffel è stato fatto un importante lavoro sulla parità di genere fondamentale per aiutare le madri.

Qui in Italia invece la strada da fare è ancora tanta. La donna viene sostenuta durante gravidanza e parto ma dopo gli aiuti statali nella maggior parte dei casi servono solo a coprire una parte ridicola delle spese, senza contare la mancanza di sostegno reale per chi si ritrova sola o con una famiglia a centinaia di chilometri di distanza e che quindi non può contare sull’unica cosa che davvero ancora funziona: la rete di welfare famigliare.

Paradossalmente è più semplice ottenere aiuti se si è una giovane madre problematica – indigente o con problemi di droga o alcol – e in quel caso c’è la possibilità di entrare in una casa famiglia, molto spesso gestita dalla Caritas diocesana e convenzionata con i comuni. Le strutture che aiutano madri e minori sono di diverso tipo e diffuse sul territorio. L’accesso però, per chi come Chiara non presenta difficoltà oggettive ma si trova comunque a dover fare una dolorosa scelta, non è così semplice.

(Anna Ferri)

copertina: ShotHotspot.com via photopin cc