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Sono passati 50 anni da quando Lyndon Johnson firmava il Civil rights act, mettendo fine alla segregazione razziale negli Stati Uniti. Da quel momento bianchi e neri sono diventati uguali per legge, anche se forse non dal punto di vista sociale. Questo ancora nonostante Barak Obama. Secondo il giornalista Gary Younge del Guardian, infatti: “Gli Stati Uniti non sono ancora il paese libero e tollerante che qualcuno vorrebbe farci credere. Se alcune porte si sono aperte, altre sono rimaste chiuse a doppia mandata”. Un esempio? “Secondo uno studio condotto da ProPubblica, negli stati del sud la percentuale di bambini afroamericani che frequenta scuole a maggioranza nera ha raggiunto i livelli più alti degli ultimi quarant’anni”.

E in Italia? Con l’aumento dei flussi migratori, gli sbarchi di immigrati e la crisi economica è inutile negare che il razzismo sia tornato di moda e visto che anche qui, come negli Usa, c’è un passato di leggi e segregazione, il problema potrebbe assumere dimensioni incontrollabili. La realtà, però è una sola: l’Italia, come l’Europa, ha un destino di società multietnica e multiculturale, bisogna solo decidere che percorso fare per arrivarci. Scegliere, insomma, se accompagnare la crescita del numero degli immigrati (che sono anche gli unici a fare figli) puntando su conoscenza e integrazione oppure combattere un’inutile guerra fatta di pregiudizi e insulti.

La questione centrale, ovviamente, è il lavoro. Che non c’è, vista la crisi economica e il tasso di disoccupazione alle stelle. Un problema per quelli che pensano che “i neri vengono qui a rubarci il posto” ma anche per gli stessi immigrati che sono i primi a rimetterci il lavoro, visto che causa crisi gli italiani sono molto più disponibili ad accettare occupazioni che fino a quel momento non prendevano neppure in considerazione. I dati parlano chiaro: secondo il rapporto 2013 del ministero del lavoro, l’Italia, insieme alla Spagna, è lo stato con la maggiore crescita della popolazione straniera. Parliamo del 211% in soli 11 anni, e se pensiamo che in Francia si parla di un più 20% capiamo l’enormità del dato.

Jean-Michel Basquiat col gallerista Emilio Mazzoli
Jean-Michel Basquiat col gallerista Emilio Mazzoli

Come dicevamo, la paura è che quel poco che c’è – benessere, lavoro, servizi – venga portato via dagli immigrati e questo risveglia non troppo sopiti istinti razzisti. Del resto, anche Basquiat quando andò a Modena negli anni Ottanta del Novecento venne additato dagli artisti locali come “negro” solo perché esponeva nella galleria d’arte Emilio Mazzoli (qui potete leggere la storia), che aveva scelto lui invece di uno di loro. Da allora sono passati trent’anni, ma il pregiudizio e le paure sono rimaste, purtroppo, le stesse.

(Anna Ferri)