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I giovani italiani si dividono soprattutto in tre categorie di robot: c’è il modello Neet, quelli che non studiano e non lavorano né fanno formazione (Not Education, Employment or Training). Cioè gli inattivi, quelli in attesa che il sistema centrale prenda una decisione. Secondo l’Istat sono oltre 2 milioni, cioè più o meno il 24% dei giovani sotto i 30 anni. Poi ci sono i giovani robot disoccupati: il 44,2% nella fascia 15-24 anni. Ci sono inoltre gli RS, i Robot Studenti, quelli che passano molti anni della loro vita a formarsi, spesso accumulando lauree, master e corsi di formazione.

Gli RS sono programmati per seguire un algoritmo molto preciso che li rende tutti uguali pur facendoli sentire tutti unici e speciali. Studiano, si diplomano, poi si iscrivono all’università e vanno all’estero. L’algoritmo è piuttosto semplice e dunque il percorso di questi robot è altrettanto semplice: studiano tutti nelle stesse università, studiano le stesse materie, leggono gli stessi libri, fanno gli stessi pensieri. Quando scrivono le tesi, sono programmati per scrivere tesi originali, uniche, insolite. Tutti allo stesso modo.

A un certo punto – alcuni prima, alcuni dopo – sono programmati per andare all’estero. Anche su questo aspetto l’algoritmo dimostra scarsa complessità: i giovani robot vanno tutti negli stessi posti ed “estero” si traduce in due o tre capitali: Londra, New York, alcuni a Berlino. Il resto è hic sunt leones, fuori dall’algoritmo, se non per viaggi di piacere o marginali esperienze extra.

Ogni tanto qualche robot fa eccezione. Non sappiamo se anche questo sia previsto dall’algoritmo del sistema, o se si tratti davvero di una scheggia impazzita. Ma capita che qualche robot sfugga al compito per cui è programmato e segua semplicemente il proprio percorso personale.

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Sarah con un umanoide musicista

Sarah da bambina, negli anni 80, come molti altri della sua età guardava i cartoni animati giapponesi con i robot: Jeeg Robot D’acciaio, Il grande Mazinger, Cyborg 009, Yattaman. Come molti altri della sua età desiderava o essere un robot o poter costruire i robot.

Molti suoi coetanei sono diventati dei robot, lei invece è finita in Giappone a costruirli.“Mio padre è ingegnere elettronico anche lui” mi spiega. “E anche lui laureato al Politecnico di Milano (notare una certa ciclicità…), mentre mia madre è perito chimico. Io al momento lavoro nel laboratorio Takanishi di Tokyo e mi occupo di sensori fisiologici e quant’altro, per interazione uomo-robot”.

Siccome parliamo via mail, il mio primo dubbio – come sempre quando parlo con qualcuno via mail – è che non si tratti di un essere umano ma di un robot. La mia prima domanda dunque non poteva che essere:

Sarah, come faccio a sapere che sei un essere umano e non un robot?

Mah, l’unica cosa che puoi fare è un atto di fede. Magari sono un androide tipo Terminator ma più avanzato. Perciò a meno di subire danni fisici gravi – dissezioni – non si può accertare la presenza di cablaggi.

Mi fido. Come sei finita a Tokyo?

Sono partita per Tokyo per la prima volta subito dopo la laurea in Ingegneria elettronica con il “Vulcanus in Japan” (programma per la cooperazione industriale finanziato dal Europa e Giappone, ndr). Ho scelto proprio il Giappone perché volevo fare i robot! E anche perché avendo pochi soldi miei a disposizione, ho lasciato perdere l’Erasmus durante gli studi, che non mi avrebbe permesso di campare e studiare all’estero, e mi sono informata su progetti più concreti.

Perché l’Erasmus non andava bene? Cosa intendi per progetti più concreti?

L’Erasmus non andava bene in quanto non si è in grado di automantenersi con la sola borsa di studio, almeno a Glasgow, dove volevo andare io, e i miei genitori non potevano supportarmi. Inoltre, l’Erasmus è più un’esperienza culturale che scientifica: quello che conta è andare all’estero e vivere in uno stato estero, e non proprio il corso di studi o la possibilità di far parte di un progetto di ricerca.

Con progetti più concreti intendo progetti più tecnico-scientifici: in generale, stages retribuiti in laboratori di ricerca o aziende. Durante gli studi sono stata dai miei, vitto e alloggio – vivendo a Milano – e lavorando negli ultimi anni di notte come cameriera in un pub (un buon pretesto per uscire tutte le sere).

Da "Metropolis" (1927) di Fritz Lang
Da “Metropolis” (1927) di Fritz Lang

E poi che hai fatto?

Poi sono rimasta nell’azienda che mi ha ospitato, e che mi ha tenuto altri 2 anni a contratto come ingegnere elettronico. A quel punto son tornata “da mamma e papà” e ho deciso di fare un dottorato. Dopo un anno di ricerche e applicazioni varie, dagli esiti più o meno negativi, ho trovato una posizione interessante qui in Waseda e ho applicato per la borsa di studio MEXT.

Ci è voluto un anno (durante il quale ho trovato lavoro in Costa Azzurra… e ho trovato anche marito! Italiano, per giunta) tra prima domanda con documentazione, test di lingua giapponese e inglese, colloquio sul progetto di ricerca, conferenza estemporanea per adempiere agli obblighi di Waseda di avere almeno una pubblicazione per poter iscriversi al dottorato, ecc. per avere il via… E ora eccomi qua.

E durante l’attesa cos’hai fatto in Costa Azzurra, a parte trovare marito?

In Costa Azzurra ho lavorato come sviluppatore software, consulente per Amadeus (Amadeus IT Group, multinazionale del settore viaggi, ndr), un lavoro quindi non del tutto slegato dal mio campo ma comunque decisamente lontano dall’elettronica/robotica. E’ capitato un po’ per caso, cercavo un lavoro per mantenermi mentre facevo domanda per la borsa di studi, mi è capitata questa occasione, non ci ho pensato troppo su e sono partita.

Entrambi i tuoi genitori vengono dal campo scientifico. Possiamo dire che sei nata in un contesto favorevole allo sviluppo di un’attitudine scientifica… I tuoi sono contenti del lavoro che fai?

Certamente, soprattutto mio padre. Ovviamente invece sono scontentissimi che viva dall’altra parte del pianeta.

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Il robot Kobian e le sue espressioni buffe

 

Mi hai detto che ti occupi dell’interazione uomo-robot. Mi spieghi in che senso? 

Interazione uomo-robot o interazione uomo-macchina. Con l’avvento della personal robotics e della consumer automation l’idea è di raggiungere un livello abbastanza naturale di interfaccia, di modo che non ci sia bisogno di una laurea o almeno di un training tecnico per utilizzare le macchine di servizio. Per esempio, i riconoscitori vocali tipo SIRI, sono parte di queste interfacce naturali.

L’idea è che non sia più l’uomo a dover imparare la “lingua” del robot/device (i comandi), ma sia il device che impara la lingua umana e la interpreta. Io in particolare mi occupo della risata e di tutti i segnali sociali non verbali di cui punteggiamo la comunicazione. In generale, l’idea è di utilizzare sensori tipo accelerometri, EMG, MG -generalmente di utilizzo robotico o medicale – per studiare invece il comportamento dell’uomo nella realtà quotidiana.

Cioè? Devi far ridere i robot?

Anche. In realtà sono quelli dell’altro team che devono far ridere il robot, usando i miei dati. Io devo essere in grado di usare i sensori per capire se la persona che interagisce col robot sta ridendo… e perché. Io applico sensori sulla persona e cerco di farla ridere. Siccome è abbastanza difficile avere un ambiente “ecologico” in laboratorio, stiamo cercando di sviluppare un sistema multimodale portatile per analisi “sul campo” fuori dal laboratorio.

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Perché è così importante la risata? Sempre perché rientra nell’interazione uomo-robot in quanto comunicazione non verbale?

Esatto. Comunicazione multimodale. Considera che noi ridiamo quando siamo felici, imbarazzati, sotto stress… e lo facciamo come riflesso semi-spontaneo e in maniera leggermente diversa. L’idea è di recepire lo stato d’animo di una persona per “modulare” il comportamento del robot.

Un robot che ha a che fare con una persona che ride di gusto potrà permettersi di avvicinarsi, di “osare di più” nella conversazione, viceversa se ha a che fare con una persona sotto stress, magari perché non abituata ad interagire col robot, cercherà di guadagnarsi prima la sua fiducia, manterrà una distanza di sicurezza (non invadendo il cosiddetto “spazio vitale”) dalla persona, e così via.

Emotional Mapping, Takanishi Laboratory, Waseda University
Emotional Mapping, Takanishi Laboratory, Waseda University

Ma secondo te la robotica umanoide resterà sempre fantascienza o materiale da esibizione/expo/fiera, oppure ci sarà un reale, concreto utilizzo dei robot umanoidi prima o poi?

Per applicazioni di interazione con clienti, persone normali, ci sarà sicuramente un più concreto utilizzo degli umanoidi, sia perché “fanno scena”, sia perché sono simili a noi, e quindi paradossamente meno spaventosi e più approcciabili di robot di forme diverse, tipo il ragno, ad esempio.

Per applicazioni più tecniche, tipo militari o heavy duty, gli umanoidi non sono molto adatti, perché presentano difficoltà di ottimizzazione del controllo quasi proibitive, a fronte di poco guadagno: mandare sulla luna un umanoide non avrebbe senso, meglio un rover, che è più stabile, più strutturalmente robusto e meno dispendioso.

Ti è mai capitato di avere a che fare con un robot umanoide e di provare paura?

Non direi. Noi abbiamo un umanoide, ad esempio, il Kobian. E’ grande come me, veramente carino e ispira simpatia. Un altro umanoide abbastanza impressionante è il Geminoid, di Ishiguro sensei, a Osaka, molto verosimile esteticamente, però abbastanza scadente come capacità interattive. Paura non ne fa, ma da l’idea di essere “un po’ lento di comprendonio”.

Il Kobian a cosa serve?

Il Kobian può servire a studiare come la gente normale vede/percepisce i robot “intelligenti”, quelli cioè con un grado di indipendenza rispetto alle macchine tradizionali; ma anche per analisi sociologico-culturali, per vedere come persone di diverse culture reagiscono ad uno stesso input. Un buon utilizzo dei robot umanoidi è quello di “umano asettico riprogrammabile”, non tanto diverso dai topini da laboratorio modificati geneticamente per studiare l’effetto che ogni singola modifica al DNA comporta.

L'”umano asettico” non è nè bianco, nè nero, non fa nessun odore, non parla nessuna lingua in particolare: e perciò si può utilizzare per studiare l’effetto che la differenza in uno qualsiasi di questi aspetti provoca in una determinata popolazione di individui.

Secondo a te a livello mondiale a che punto si è con la robotica? Siamo ancora nel passato, nel presente o nel futuro?

Ovviamente siamo indietro: tra 20 anni quando tutti guideranno droni invece che scooter ci chiederemo come facevamo vent’anni prima. In particolare, io aspetto con ansia il giorno in cui i primi bioinnesti saranno disponibili, per aumentare le capacità umane.

Londra, cameriere drone porta il sushi al tavolo.
Londra, cameriere drone porta il sushi al tavolo.

Ma pagano bene in Giappone? Ci vivi bene con il tuo lavoro?

Quando lavoravo, si. Ora sono studente in borsa di studio: la mia borsa di studio mensile è di 146000yen, che a dicembre scorso ha toccato (spero) il fondo a circa 900 euro. Ci vivo bene? No. Ho un lavoro part-time di babysitter per arrotondare un po’. Il problema più grosso è comunque l’affitto, visto che vivo a Tokyo, e non voglio allontanarmi troppo dal laboratorio. Per il resto, in posto come il Giappone, se non hai vizi/bisogni particolari, ci sono tantissimi modi per risparmiare e puoi vivere una vita abbastanza sregolata senza spendere troppo.

Che lingua si parla sul lavoro? Che aria si respira?

Sul lavoro si parla giapponese, in generale. Ho dovuto quindi studiarlo e impararlo, insieme a tutta la realtà culturale circostante. Però ho due colleghi italiani, due cinesi, uno francese, c’erano un polacco e un tedesco che si sono dottorati negli anni passati. Con loro si parla inglese in generale, e in italiano quando siamo solo tra italiani (raro). Dunque parlo correntemente 3 lingue, tutti i giorni.

JAPAN-TECHNOLOGY-SCIENCE-ROBOT-OFFBEATChe aria si respira? Si lavora tanto, tantissimo. Come giapponesi! Quando non passo le notti in laboratorio, lavoro dalle 9 di mattina fino alle undici e mezza di sera, più o meno. Considera che alcuni giorni alla settimana ho il mio part-time da babysitter, quindi lascio alle 7 di sera, poi magari continuo dopo da casa. Anche il sabato, generalmente. Ma il sabato è giornata corta, verso le 18 stacco.

Che atmosfera c’è?

Non ti saprei dire, ormai è tanto che son qui, mi sono abituata. Ma devi sapere che i giapponesi sono molto razzisti, e hanno due pesi e due misure per se stessi e per gli altri. Non necessariamente a svantaggio degli stranieri. Per esempio, io lavoro tanto. Gli stranieri (eccezion fatta per i cinesi) lavorano generalmente di meno. I giapponesi lavorano di più. Gli studenti giapponesi del mio lab passano quasi tutte le notti al lab. C’è una grandissima pressione sociale che determina più o meno tutto quello che i giapponesi possono o non devono fare, e noi ne siamo esenti.

L’altro lato della medaglia è che ovviamente ci trattano da diversi, fuori dal gruppo, e non c’è nessuna possibilità di integrarsi. Questo, in generale. E’ ovvio che ci sono persone più o meno aperte (la famiglia presso cui sono babysitter è giapponese), e che, trovato un equilibrio tra l’essere fuori dal gruppo e l’essere esente dagli obblighi sociali, non si sta poi tanto male.

Hai voglia di tornare in Italia? Se potessi fare le stesse cose, le faresti in Italia?

No. E se avessi potuto farle in Italia ma avessi avuto scelta, le avrei comunque fatte all’estero. Considera però che in accademia, un dottorato all’estero è generalmente necessario e auspicabile: necessario perchè ogni lab ha una specialità diversa, e quello che vuoi fare tu non lo trovi sotto casa con facilità, e auspicabile perchè nell’ottica che prima o poi diventi professore (cosa cui io non aspiro) devi essere pronto a partire per dove trovi una cattedra, e i posti di lavoro in accademia sono un centesimo di quelli tradizionali in azienda.

Barbara D'Urso e le sue espressioni a Pomeriggio Cinque (Canale 5)
Barbara D’Urso e le sue espressioni a Pomeriggio Cinque (Canale 5)

Detto questo, sono molto arrabbiata con l’Italia: vedo un paese dove ognuno si fa i fatti suoi, il ceto medio affonda nella povertà mentre i ricchi snob evadono le tasse, la classe politica è una classe di parassiti incompetenti, la meritocrazia non esiste, e l’educazione culturale collettiva dei giovani è in mano a gente tipo Maria De Filippi o peggio ancora Barbara D’Urso. Stiamo diventando peggio degli americani. Il Giappone ha tantissimi lati negativi, ma ha proprio quello che manca a noi italiani: un’identità culturale profonda (forse anche troppo). La collettività è molto più importante dell’individuo. E quindi me lo godo un altro po’, fino al giorno in cui, molto probabilmente, dovrò decidermi a ritornare in Europa, fare un mutuo, metter su famiglia..

Perché dici che dovrai ritornare in Europa e fare un mutuo? Non vorrai smettere di lavorare ai robot…

Possibilmente no, ma potrebbe anche darsi. In Giappone per uno straniero è difficile fare molta carriera, inoltre tieni presente che i posti in accademia sono relativamente meno rispetto all’industria e che ovviamente per entrambe più si sale più è richiesta una conoscenza del giapponese perfetta – ma questo nel mio caso è l’ultimo dei problemi.

Il problema più grande riguarda le difficoltà per gli stranieri, di qualsiasi livello sociale, di accedere ai servizi pubblici giapponesi (mutui a tassi quasi nulli, assistenza sanitaria decente – considera che la sanità è più o meno come in US, scuole pubbliche per bambini 100% stranieri -anche mio marito è italiano – e così via). Inoltre ovviamente le famiglie non sono contentissime . C’è da dire che però, piano piano, questo sta cambiando… perciò si vedrà.