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di Chiara Zucchellini

Malmesbury, Inghilterra, poco dopo l’anno 1000. Eilmer, conosciuto anche come Oliver, è in cima alla torre del suo monastero. Il tempo è sereno, qualche uccello volteggia lontano. Una piccola folla si è raccolta ai piedi della torre per vedere che cosa succederà: ce la farà il giovane monaco a volare? Una brezza propizia scuote le fronde, è quella giusta per lanciarsi. Assicurate le grandi ali alle braccia, Eilmer si prepara a spiccare il volo…

Quando pensiamo ai pionieri dell’aviazione ci vengono in mente i fratelli Wright, i due venditori di biciclette americani che il 17 dicembre 1903 riescono a compiere il primo volo motorizzato e controllato. Durata, 12 secondi. Il secondo tentativo va ancora meglio: 59 secondi. L’impresa dei due fratelli, che segna un passo fondamentale per la storia dell’aviazione, arriva in una temperie ricca di tentativi di volo – a volte rovinosi, a volte no – , effettuati soprattutto in Europa grazie alla costruzione di strutture senza motore, somiglianti piuttosto a rudimentali deltaplani.

Anche l’idea del paracadute affascina. Tra gli esperimenti più surreali del periodo c’è infatti quello di Franz Reichelt, un sarto viennese di trentadue anni che decide di fabbricarne uno. Lo progetta e lo cuce lui stesso diverso tempo dopo l’impresa dei fratelli Wright. La mattina del 4 febbraio 1912 decide di testare la sua creazione lanciandosi da uno dei piani della Tour Eiffel, a 60 metri di altezza. Giornalisti e reporter del tempo sono lì riuniti. Riprendono la vestizione di Reicheld, il suo indugiare in piedi sulla ringhiera, il volo in caduta libera e l’inevitabile triste fine. Il paracadute non si apre e il giovane sarto si schianta al suolo, già morto di paura in volo.

Andando indietro nel passato, ci vengono poi in mente i disegni di Leonardo da Vinci che alla fine del XV secolo inizia a ragionare (anche) sulla possibilità del volo umano. Nonostante il mito di Dedalo e Icaro parli chiaro, Leonardo sa bene che l’uomo è troppo pesante per volare o planare appiccicandosi semplicemente ali e simili diavolerie al corpo. E così disegna i progetti dei primi “ornitotteri”, strutture alate di supporto, ben congegnate, che tengano conto di forze, pesi e agenti atmosferici.

Sono gli albori del Rinascimento, il riscatto dell’ingegno umano che si rialza dopo il cosiddetto buio medievale della ragione. Trattando il volo come una questione di meccanica, Leonardo diventa il precursore della moderna concezione di “macchina volante”. Tuttavia, non può essere considerato un pioniere del volo.

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Herbert James Draper, The Lament for Icarus (dettaglio)

Per trovare i primi arditi pionieri, quelli della stessa stoffa di Reichelt, bisogna pescare proprio in quel Medioevo considerato – a torto – culturalmente arretrato, imbevuto soltanto di guerre e religione. Anzi, bisogna andare a ritroso fino al cosiddetto Alto Medioevo, ossia il periodo che va dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) fino ai dintorni dell’Anno Mille. Un periodo lontano, più buio del buio, così sfuggente da sembrarci quasi mitologico e sicuramente pieno di draghi e fate, ma che in realtà è popolato da persone molto più curiose del previsto.

Yuan Huangtou, Ye (Cina), 559 d.C.

Il primo uomo volante lo è suo malgrado, perché il volo che compie non è sorretto né da volontà sperimentali, né da interessi aerodinamici. Va però citato per dovere di cronaca. Si chiama Yuang Huantou, è il figlio dell’Imperatore dell’Est Yuan Lang e viene fatto prigioniero dall’Imperatore del Nord Gao Yang. Quest’ultimo è un grandissimo estimatore del volo, ovviamente come spettatore. Per la sua iniziazione buddhista, ad esempio, ordina una particolare interpretazione del “rito di liberazione degli animali in gabbia”, decidendo di liberare i suoi prigionieri e facendoli volare sopra l’antica città di Ye con ali di bambù. Nessuno sopravvive e l’Imperatore si diverte.

Il volo su Ye, infatti, è il modo in cui Gao Yang fa compiere normalmente l’esecuzione dei suoi prigionieri, i quali, a quanto pare, vengono assicurati ad aquiloni di carta a forma di civetta e poi lanciati di sotto: un inquietante parapendio. Nel 559, anche il nostro Yuang Huangtou subisce il temuto verdetto, ma a differenza di tutti gli altri riesce a sopravvivere svolazzando e atterrando oltre le mura di Ye, fregiandosi così di un grande primato. Ce lo racconta una cronaca cinese successiva all’anno Mille, perché purtroppo Yuan non rimane in vita tanto a lungo per raccontarlo a sua volta: la sua sopravvivenza è un intoppo nei piani e l’esecuzione viene prontamente portata a termine dagli scagnozzi dell’Imperatore in modo più tradizionale.

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Abbas ibn Firnas, Cordova (Spagna), 875 d.C.

Una curiosità più strutturata verso la possibilità del volo va cercata piuttosto nella vecchia Europa, pervasa negli stessi secoli dalle scorrerie di quei popoli i cui nomi profumano di scuole elementari: Unni, Visigoti, Ostrogoti, Longobardi, con l’aggiunta dei più conosciuti Arabi che in breve conquistano quasi tutta la Penisola Iberica.

Qui, nel fervido centro culturale che è la Cordova islamizzata, abbiamo il primo uomo volante consenziente. Si chiama Abbas ibn Firnas, vive tra gli anni 810 e 887, ed è uno studioso di astronomia. Ma è anche inventore, ingegnere, poeta e musicista. Nell’anno 875, all’età di ben 65 anni, decide di buttarsi da un’altura ricoperto di piume e assicurato a una struttura alata, o almeno così sembra, per vedere l’effetto che fa. Lo storico marocchino Al Maqquari riporta l’episodio, seppur molti secoli dopo, raccontandoci che Abbas atterra di nuovo nel punto in cui è partito, ma si fa molto male alla schiena per non essersi munito di una coda, elemento fondamentale per bilanciarsi in fase di atterraggio. Benché mezzo rotto, gli spetteranno altri dodici anni di vita, l’intitolazione di uno degli aeroporti di Baghdad e una statua lì collocata.

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Monumento dedicato a Abbas ibn Firnas

Pare che avrà anche un imitatore: uno studioso originario della città di Farab (oggi in Kazakistan) chiamato Ismail ibn Hammad al-Jawhari. Dopo aver compilato un importante dizionario in lingua araba contenente 40.000 definizioni, Ismail si dà all’aviazione, forse per approfondire gli studi di Abbas. In un anno compreso tra il 1003 e il 1010 si lancia dal tetto della moschea di Nishapur (oggi in Iran) con un paio di ali montate su una struttura di legno. Purtroppo non ce la farà.

Eilmer, Malmesbury (Inghilterra), 1000 d.C circa.

Non si sa se anche Eilmer – che abbiamo lasciato sulla torre di Malmesbury mentre aspetta il vento a favore – conoscesse la vicenda di Abbas. Nell’Inghilterra del tempo, come nel resto dell’Europa cristiana, i maggiori luoghi di trasmissione della cultura sono i monasteri. Il nostro monaco benedettino, per esempio, si interessa di astronomia proprio come Abbas, oltre a nutrire una malsana attrazione per il mito di Dedalo e Icaro. Non se ne conosce la data di nascita, ma dovrebbe avere più o meno vent’anni quando decide di paracadutarsi dalla torre, impresa che il suo confratello William riporta negli “Atti dei re inglesi” (1125) definendola sia “un’azione di notevole coraggio” sia “uno sconsiderato tentativo”.

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Quando sente che il vento è a favore Eilmer si butta, volando e planando per circa 200 metri. Pare che veda da vicino gli uccelli volteggiargli intorno e le fronde più alte di alcune piante. Poi, una folata più forte gli fa perdere il controllo delle sue ali-paracadute e atterra malamente rompendosi entrambe le gambe. Senza dubbio è più fortunato di Franz Reichelt. Assieme al dolore arriva l’illuminazione: proprio come Abbas si è dimenticato la coda!

Una volta rimessosi è quindi ben deciso a riprovare, ma riceve il secco “no” delle alte sfere del monastero che non vogliono avere un confratello alato e caudato sulla coscienza. Eilmer, che comunque rimane zoppo per tutta la vita, torna così ai suoi studi di astronomia sfornando trattati che circoleranno per svariati secoli e tramandando ai novizi la sua impresa. Muore tranquillo in età avanzata, solo dopo aver assistito a uno dei più celebri passaggi della cometa di Halley nel 1066, segno, per lui, del destino sciagurato del suo paese conquistato dai Normanni nello stesso anno.

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Vetrata dedicata al monaco volante Eilmer, abbazia di Malmesbury

Del cosiddetto “flying monk” – da non confondere con il nostro S.Giuseppe da Copertino che preso dall’estasi estasi mistica volteggiava nell’aria – resta oggi una vetrata che lo ritrae. È stata realizzata nel 1920 presso l’abbazia di Malmesbury, chiesa ancora esistente seppur diversa nelle forme rispetto ai tempi di Eilmer poiché ricostruita nel corso dei secoli. A duecento metri, lungo il viale dello shopping che porta all’abbazia, una minuscola strada laterale si apre stretta e sonnolenta con il nome di Oliver’s Lane. Forse non è un caso. Nel suo paese natale la fama di Eilmer è rimasta, tanto che nel 2013 il regista inglese Charlie Graley gli ha dedicato un cortometraggio.

“Arriveremo a costruire macchine alate, capaci di sollevarsi nell’aria come gli uccelli”, scriveva lo scienziato e filosofo medievale Roger Bacon un paio di secoli dopo il volo di Eilmer. Non aveva torto. Se la ricerca procede per tentativi, la voglia di conoscenza nel Medioevo procedeva per esiti creativi, bizzarri e tutti particolari, che oggi possono farci sorridere. Con il naso all’insù, a osservare gli astri e a invidiare i colombi, Eilmer e Abbas furono due dei tanti uomini del proprio tempo che decisero di usare i mezzi a loro disposizione per conoscere qualcosa di più del mondo che li circondava.

E allora sì, che c’era da applaudire all’atterraggio.

Chiara Zucchellini

(La copertina è tratta dal corto “Eilmer the Flying Monk” di Charlie Graley)