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L’arte di sopravvivere ai tempi della crisi. Fra flessibilità forzata, lavoretti extra e contratti a tempo determinato, i giovani raccontano aspirazioni e scelte obbligate. Da chi pratica il cohousing per risparmiare a chi decide di scappare all’estero. Di Lucia Maini, Davide Lombardi e Antonio Tomeo.

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Cinque trentenni laureati, tutti lavoratori anche se precari, decidono di vivere insieme in una grande casa di campagna. Una scelta che per quattro anni li tiene uniti. Poi qualcosa cambia e il quintetto decide di dividersi. Ma solo un po’. Una storia di ragazzi e ragazze che cercano di rispondere a loro modo, facendo gruppo, al bisogno di sentirsi meno soli in una società dove è sempre più difficile riuscire a mettere in piedi una nuova famiglia.

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Oggi l’imperativo è essere flessibili. E a molte persone piacerebbe pure, se solo il mercato del lavoro lo consentisse invece che produrre solamente precari. Perché flessibilità e precarietà sono due facce della stessa medaglia in Paesi come l’Italia dove il modello della flexicurity, tanto sbandierato, ha avuto finora un’applicazione un po’ monca, a discapito della sicurezza occupazionale.
Lo sa bene Erika, che nonostante tutto nella flessibilità ci crede davvero e, ancor prima di perdere il posto fisso, stava già cercando una strada per non rimanere bloccata sotto i diktat di altri. Lo sa bene Fabio, che dopo la laurea in ingegneria ha deciso di andare all’estero, dove si occupa di ricerca e sviluppo e, in futuro, non esclude di cambiare settore. Ma lo sa bene anche Elena, che sogna la stabilità e intanto vive insieme ad altre quattro persone per dividere le spese, oltre che l’amicizia. Perché anche vivere con altri, quando non hai più vent’anni, è un bell’esempio di flessibilità.

“Hanno rubato il futuro ai nostri figli? Forse anche il nostro presente”
Elena ha 29 anni, tre contratti a tempo determinato alle spalle e diversi lavoretti extra grazie ai quali si avvicina alla soglia dei mille euro al mese. È laureata in antropologia ma fa l’educatrice per disabili nelle scuole superiori. E ha paura di rischiare. Perché questo lavoro le offre uno stipendio e le permette di vivere una vita modesta ma dignitosa. Ma soprattutto perché le consente di guardare al futuro.
“La flessibilità è una cosa che ci vogliono raccontare – dice – io mi sento precaria e spero che a settembre mi assumano a tempo indeterminato, così posso pensare alla maternità in modo più sereno”. Quasi che l’alternativa tra cui scegliere sia fare il lavoro che desideri o farti una vita e una famiglia. E purtroppo oggi è un po’ così, almeno in Italia.
“L’aspirazione a un’attività lavorativa che consenta una progettualità di vita è legittima e fondamentale – afferma Carla Spinelli, ricercatrice dell’Università di Bari – ma non significa che in generale manchi flessibilità nelle scelte e nell’adattamento delle persone. Motivata – aggiunge – è anche l’aspirazione a svolgere un lavoro corrispondente alle proprie competenze”. Al momento, però, per Elena l’unica alternativa possibile sembra quella di fare il lavoro da antropologa con collaborazioni anche gratuite nei ritagli di tempo in cui non va a scuola. Una situazione che gli esperti definiscono di overeducation, cioè uno dei numerosi casi in cui viene svolto un lavoro che richiede un livello di istruzione inferiore a quello posseduto.
“Apparentemente l’Italia sembra in buone condizioni rispetto a questo fattore – spiega Raffaella Cascioli, ricercatrice presso il servizio Formazione e lavoro dell’Istat –, ma solo perché l’analisi abbraccia tutta la popolazione. Scindendo tra giovani e adulti si riscontrerebbe invece una situazione più allarmante, in quanto nelle nuove generazioni è un fenomeno già da tempo più elevato in Italia rispetto agli altri Paesi europei”. Al problema della quantità del lavoro, aggravato dalla crisi, si aggiunge così quello della qualità e se, da un lato, l’aumento del fenomeno è comprensibilmente collegato alla generale crescita del livello d’istruzione, dall’altro “è opportuno porvi la giusta attenzione – evidenzia Cascioli – perché è sempre più consistente”.
Il sogno di Elena non è eccessivamente ambizioso. Spera solo in un contratto a tempo indeterminato che, nella migliore delle ipotesi, le verrà offerto come part time di 10 mesi l’anno: uno stratagemma molto diffuso nel settore in cui lavora, con il quale le aziende evitano di pagare le mensilità di ferie di luglio e agosto. “Non dovrebbe essere possibile sperare di fare questa fine”, aggiunge Elena dopo una pausa. “Sembra di pretendere chissà quali privilegi, mentre si auspica a un semplice contratto di lavoro nazionale. Siamo dentro alla precarietà fino al collo – aggiunge – e per noi è la normalità, mentre le generazioni precedenti vivono una vita diversa e non riescono a capire”.
Nei prossimi mesi Elena lascerà la casa in affitto che condivide con altri quattro amici e andrà a vivere in un rustico in campagna col suo compagno e un’altra coppia, per avere più spazio nella vita a due mantenendo comunque il senso di comunità che ha apprezzato negli anni di convivenza. Una forma embrionale di cohousing dal basso, che rappresenta anche una soluzione di vita alternativa in una fase di crisi come quella di oggi. Se può realizzare questo progetto è grazie ai suoi genitori e viene da chiedersi se tra vent’anni anche lei, figlia della precarietà, potrà fare lo stesso per i suoi figli, cui forse è stato rubato il futuro.

L’Italia non è un Paese per giovani
Se i fratelli Coen, riprendendo il romanzo di Cormac McCarthy, nel loro celebre film descrivono un Paese non adatto ai vecchi, dell’Italia si potrebbe dire esattamente il contrario. A fronte della vasta popolazione pensionata e delle garanzie contrattuali di cui gode ancora la fascia adulta attiva più in età, nonostante le difficoltà della crisi, i giovani non più solo delle nuove generazioni si trovano a fare i conti con i più fantasiosi sistemi di accesso al lavoro: dagli stage al lavoro interinale, passando per l’apprendistato, le collaborazioni a progetto e i semplici tempi determinati, quando non gli viene proposto di aprire direttamente Partita Iva per mascherare in realtà un’attività da dipendente .
Nonostante la molteplicità di contratti a disposizione, a distanza di tre anni dall’uscita dalle scuole superiori o dall’università, però, la percentuale di occupazione nei giovani in Italia ammonta al 54,3 per cento, circa il 21 per cento in meno degli altri Stati europei (dati Istat 2012, indicatore Commissione europea). “L’Italia ha i tempi più lunghi di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro e ha i tassi di occupazione più bassi”, spiega ancora Raffaela Cascioli dell’Istat. Un gap fortissimo che appare in continua crescita e che la crisi non ha certo aiutato a riassorbire. Ma a cosa è dovuto principalmente? “La situazione di isolamento in cui si trova il nostro Paese è disarmante e la causa non è certo una sola”, prosegue Cascioli. “C’è chi punta il dito su formazione e istruzione, considerate non sufficientemente collegate al mondo del lavoro. E senza dubbio tali elementi influiscono. Ma a questi si aggiunge, ad esempio, il fatto che coloro che trovano lavoro attraverso i Centri per l’impiego rappresentano solamente il 4-5 per cento del totale”. L’Italia deve quindi rivedere il sistema di strumenti per l’ingresso nel mondo del lavoro e deve ridisegnare la struttura produttiva dell’intero Paese, perché per sanare questo gap diventa fondamentale aumentare la domanda di lavoro. Altrimenti il rischio è una sempre maggiore fuga di cervelli all’estero.
Anche Fabio, 36 anni, ha scelto di andare via dall’Italia dopo la laurea in ingegneria, ma nel suo caso la scelta è stata motivata prevalentemente dalla voglia di fare un’esperienza diversa. Certo è che, dopo aver testato come si sta a Londra, non ha tutta questa fretta di tornare.
“C’è chi va a fare il cammino di Santiago e chi, come me, decide di andare a Londra per vedere cosa riesce a fare contando solo su se stesso”, afferma. Dopo qualche lavoro improvvisato Fabio trova un primo impiego legato al suo percorso di studi, dove rimane qualche mese prima di ottenere un contratto a tempo indeterminato in una grossa multinazionale. Forse un percorso simile a quello di un giovane ingegnere in Italia, ma che presenta alcune significative differenze: “Qui il contratto più diffuso è quello permanente e quelli a termine vengono pagati molto di più a confronto”, dice. E, pur consapevoli del maggior costo della vita in una città come Londra, non vogliamo sapere cosa intende per “molto di più” considerato che a fine mese porta a casa circa 2.100 euro puliti. Va riconosciuto che, anche in Italia, un ingegnere difficilmente rimane disoccupato e si tratta di una attività professionalmente qualificata e quindi ben remunerata, ma “probabilmente con una minore e più lenta progressione di carriera”. In generale, spiega Fabio, “qui i giovani dopo qualche anno cambiano lavoro. C’è una mentalità più flessibile – prosegue – perché supportata dallo Stato, che garantisce a tutti un salario minimo per la sopravvivenza e, se hai perso il lavoro, ti aiuta a trovare nuova collocazione in maniera efficace attraverso corsi di formazione mirati”. In poche parole, in tutto l’arco della vita, non vieni mai lasciato solo e in qualsiasi momento di difficoltà economica il job center (centro per l’impiego inglese) interviene. Sicuramente non un modello perfetto, ma comprensivo di quei famosi ammortizzatori sociali e percorsi di reinserimento che in Italia ancora mancano, soprattutto per i lavoratori atipici.
Fabio ora è contento, il suo lavoro gli piace, ma ha una mentalità flessibile e in futuro non esclude di fare esperienze diverse, sicuro che comunque non avrà problemi: “Seguendo uno dei corsi che vengono organizzati – dice – qui anche a 50 anni hai la possibilità di iniziare una nuova attività”.

Flexicurity senza security
La flessibilità sembra la panacea per ogni male. Il motore fondamentale per far ripartire l’economia. È il leit motiv del momento, di cui si riempiono la bocca fior di politici ed esperti. Ma era davvero necessario scardinare decenni di lotte per i diritti dei lavoratori per ridare spinta al sistema? E allora perché la macchina Italia non è ripartita nonostante le svariate tipologie contrattuali introdotte dal 1998 ad oggi? Forse il modello della flexicurity non è poi la soluzione per ogni Paese. Forse non è giusto per l’Italia. O forse qualcosa è mancato nella sua attuazione.
“Oggi nel nostro Paese c’è prevalentemente lavoro precario, perché il modello della flexicurity è privo del pilastro della security”, spiega ancora Carla Spinelli dell’Università di Bari. Di fatto, non si è proceduto con sincronia: si è introdotta la flessibilità in entrata ma non in uscita, rimandando a tempi migliori misure che consentano di dotare le persone di competenze adeguate per progredire durante la vita lavorativa, di indennità che agevolino le transizioni e di opportunità di formazione che favoriscano la ricollocazione in ogni fase della vita.
Lo stesso Jobs Act proposto da Renzi, che ha visto la pubblicazione di un decreto legge qualche giorno fa, “introduce immediate nuove misure di flessibilità in entrata – spiega Spinelli – ma rimanda a un disegno di legge per quelle di stabilità”. A tutti gli effetti, quindi, manca il necessario bilanciamento tra flessibilità e strumenti di supporto alla ricollocazione del mercato del lavoro. E se anche lo sviluppo della legislazione italiana più recente va in questa direzione, il processo è lento e richiede nuove forme di finanziamento, come ad esempio i fondi di solidarietà derivanti da accordi bilaterali. “E’ giusto ripensare le categorie tradizionali del mercato del lavoro – prosegue – ma certi principi non possono essere messi in discussione e uno di questi è il modello di società che esce dalla Costituzione quando parla di Repubblica fondata sul lavoro, andando oltre la tutela minimalista, e di retribuzione proporzionata e sufficiente a un’esistenza libera e dignitosa”.
Una cosa è certa: così non si può continuare. E le strade da percorrere per ridurre crisi e precarietà sono quelle di politiche del lavoro che portino maggior sicurezza e politiche economiche che creino occupazione e spingano le imprese a cercare competitività, non solo sul costo del lavoro ma soprattutto attraverso un lavoro di qualità.

Homo flexibilis
La persona flessibile deve avere diverse caratteristiche. La prima è sicuramente una certa propensione all’ottimismo.
È il caso di Erika che, dopo diversi lavori precari, nel 2008 ottiene finalmente un contratto a tempo indeterminato. Una carriera brillante e in costante crescita la sua. Già prima dei trent’anni è responsabile qualità di una grande azienda ceramica, che lascia per il troppo lavoro e per il posto fisso. Nel nuovo lavoro fa la consulente sicurezza presso uno studio, ben pagata e con orari comodi. Ma le manca qualcosa, forse una vita più semplice e più a contatto con la natura. O forse semplicemente più gratificante, perché dentro quelle quattro mura e sotto la spada di Damocle di qualcuno che decide per lei si sente bloccata. E allora decide di buttarsi a testa bassa su una sua passione: frequenta corsi di educazione cinofila e pet terapy, con l’intenzione di cambiare mestiere.
“Si trattava di un cambiamento non indifferente, perché voleva dire mettere da parte gli studi e le esperienze fatte fino a quel momento e fare un lavoro completamente diverso”, spiega Erika. “Era difficile mollare tutto, ma la consapevolezza è aumentata pari passo con l’insoddisfazione per quello che facevo”. Erika però non ha dovuto scegliere, la crisi l’ha preceduta: è stata licenziata nel 2012 per riduzione del personale dovuto a difficoltà economiche dello studio. È paradossale, di questi tempi, parlare di licenziamento in questi termini, ma si può considerare fortunata perché la vita ha scelto per lei e, da ex dipendente, ha potuto sviluppare il suo progetto godendo del sussidio di disoccupazione. Lo Stato l’ha sostenuta nel suo momento di difficoltà, lo stesso in cui si trovano in tanti tutti i giorni, ma spesso senza alcun tipo di sostegno.
Dopo qualche tempo le risorse iniziano a scarseggiare e, nella prospettiva dei lunghi tempi di avvio del campo cinofilo che ha aperto, Erika decide di avviare una seconda attività, sfruttando come libera professionista le competenze sviluppate nei lavori precedenti. “All’inizio è stata una scelta dovuta a ragioni economiche – spiega – ma mi è piaciuta e ho deciso di portarla comunque avanti”. Le entrate sono ancora molto instabili e il guadagno per Erika a fine mese può variare dai 600 ai 1500 euro puliti. “Il salto di qualità con la libera professione consiste nelle gratificazioni professionali, che sono impagabili”, prosegue. “Il vedersi riconosciuta dai clienti la propria professionalità, la libertà di organizzare il proprio tempo, la possibilità di sviluppare con creatività progetti miei valgono più di uno stipendio garantito”.
Erika non è minimamente pentita del cambio di vita: “Nei primi lavori che ho fatto ero precaria, allo studio ero stabile e ora sono flessibile: mi piego ma non mi spezzo”, aggiunge ridendo. “A farmi sentire precaria era il fatto di non essere io a decidere, a differenza di oggi. Lavorare in autonomia mi dà un tipo di controllo che mi fa illudere di poter decidere io le cose, anche se la congiuntura economica, le spese e gli adempimenti imposti dallo Stato, insieme ad altre variabili, possono portarti a scegliere di prendere una direzione piuttosto che l’altra”.
Erika oggi ha 35 anni e non esclude di fare un figlio. Ma le difficoltà di conciliazione casa-lavoro autonomo non le creano alcuna ansia, perché da quando l’hanno licenziata è diventata davvero ottimista.

Lucia Maini

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