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di Antonio Tomeo

Lamerica dei giovani italiani continua ad avere profumo di Londra. Non è una novità a dire il vero. E’ così almeno dagli anni ’60, i tempi della Swinging London, quando tutto ciò che si muoveva in Italia, assai lentamente, pareva solo una replica di provincia dell’effervescenza che si respirava oltremanica, nella Cool Britannia. In campo musicale poi, il confronto resta semplicemente improponibile. Oggi come allora. E se vuoi far musica sul serio, Londra è sempre la mecca. Più o meno.

Mirko Piconese, ventottenne da Torre Santa Susanna, provincia di Brindisi, di professione fa il chitarrista. L’11 settembre del 2011 – non una data a caso, ma il giorno in cui i voli sono più economici perché l’aereo verso Inghilterra e Stati Uniti si prende meno tranquillamente – si è messo in spalla la sua chitarra e lasciato il paese. A dire il vero neanche lì come musicista andava poi male: “Avevo una cover band di Battisti e una rock band di pezzi nostri – racconta – e ce la passavamo meglio di quanto si possa pensare. Per i concerti, tiravamo su 50 euro a testa a serata. In inverno se ne faceva uno, due al massimo a settimana, ma in estate eravamo impegnati quasi ogni sera. Se ci aggiungi le lezioni private che davo a 10 euro l’ora e il fatto di vivere a casa coi miei, non posso proprio dire che le cose andassero nel verso sbagliato. Ma neanche in quello giusto. Non quello che sognavo io”.

Un sogno coltivato dai 20 anni, quando un viaggio a Londra per trovare alcuni amici apre a Mirko gli occhi sul mondo. Che esiste davvero, non si vede solo in tv: “Ho capito che questa era la mia città e che mi avrebbe offerto ciò che stavo cercando”. Solo che dalle parti del Tamigi non è che si aspettino che il prossimo Keith Richards arrivi da Torre Santa Susanna, provincia di Brindisi, e il primo anno – soprattutto per uno che come molti altri italiani l’inglese lo biascica appena – è di quelli parecchio duri.

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A migliaia di chilometri di distanza da casa, il classico “vado a vivere da solo”, non è una finzione: passata la sbornia per il fascino della novità, la solitudine e l’ambiente estraneo possono spezzare i più tenaci. “Prima di arrivare a Londra non ero mai andato via di casa: studiavo e stando con i miei avevo determinate sicurezze. Sapevo anche che scegliendo di vivere da solo avrei dovuto smettere di studiare perchè i miei economicamente non avrebbero potuto aiutarmi”. Mirko però tiene duro, anche grazie ai due amici che lo ospitano – Veronica e Sebastian, vuole siano citati – facendolo sentire un po’ meno solo.

Immancabilmente, l’impatto con la “vita vera”, col lavoro, è di quelli tosti: “Il primo anno ho fatto veramente un po’ di tutto. Il primo impiego – ricorda – in un ristorante con italiani. Mesi bruttissimi in cui mi hanno fatto ruotare in ogni mansione: barista, cameriere, in cucina. Il vero problema è che stando in mezzo a loro l’inglese non lo imparavo proprio. Non avevo tempo per studiare la lingua, e nemmeno per esercitarmi con la chitarra: me la portavo al ristorante e suonavo nei break, mezz’ora di pausa ogni sei ore di quei lavori massacranti. Quando ho detto che sarei andato in vacanza in Italia per un breve periodo, mi hanno licenziato. E buonanotte ai suonatori”.

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Tornato a Londra Mirko cerca di fare il suo lavoro nel modo più semplice, anche se parecchio scomodo, in cui un musicista può tentare di suonare: per strada. Quattro mesi, da novembre a febbraio. Non proprio i migliori per far scorrere veloci le dita sulla tastiera della chitarra all’aperto. Coi soldi che raccoglie però, si può permettere di frequentare un corso per stranieri in un college, perché, spiega, “a Londra si può fare carriera, ma senza sapere bene l’inglese non vai da nessuna parte”. Nel frattempo trova lavoro come ragazzo Aupair e per undici mesi, in cambio del lavoro di babysitting, ha vitto e alloggio gratis e anche un centinaio di sterline a settimana.

Poi, finalmente, sembra arrivare il momento della svolta: “Conosco un’artista americano che mi propone di lavorare per lui come co-writer. Ma soprattutto mi fa balenare la prospettiva di un tour in tutta Europa e negli Usa. Mi sembrava un sogno. Il mio compito era riarrangiare le basi e anche se soldi non se ne vedevano, era troppo bello immaginare notte e giorno il mio primo tour. Un tour vero, di quelli che ogni musicista sogna dal giorno in cui prende in mano per la prima volta lo strumento. Dopo otto mesi il grande momento sembra arrivare: il tipo ci annuncia che possiamo partire. Con me ci sono anche altri due italiani e due turchi. Al momento della firma del contratto ci accorgiamo però che è tutto gratis. In pratica, un tour a nostre spese. Delusione atomica e tutti a casa”.

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Però dopo due anni, ormai con l’inglese ci siamo. E pure economicamente le cose sono parecchio migliorate con lezioni private di musica a una ventina di allievi per 25 pound l’ora più un contratto con una scuola elementare come insegnante. Sempre di musica. E’ il momento di mettere in piedi una band ma, ennesima sorpresa: “In Inghilterra è costoso avere un gruppo perché nessuno ti paga per suonare nei locali. Per me è stato uno shock. E’ come da noi: le cover band riescono a guadagnare qualcosa di più, ma la musica originale non paga. Però va detto che la Gran Bretegna resta un buon approdo per suonare: ci sono buone case discografiche e buoni contatti. Sono entrato in un gruppo che si chiama “The Curious Incident”. Ognuno di noi ha un lavoro e quindi possiamo investire e selezionare i contatti. Ci autoproduciamo con la speranza di essere poi ripagati. E qualche risultato è già arrivato. Abbiamo registrato un pezzo che ora sta girando su BBC Radio, partecipato a uno dei più importanti festival in Svizzera, il Caprices, e faremo un tour in Sudafrica a dicembre”.

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Però, gli chiedo, che differenze ci sono con l’Italia se uno vuol far musica? Non mi paiono così abissali. “In Italia – ribatte Mirko – le case discografiche sono difficili da raggiungere, ci arrivi solo se hai soldi. Qui invece sono aperti, puntano sui giovani, ti danno fiducia. Da noi si ha la sensazione di un mercato assolutamente chiuso. Non dico aver successo con la propria musica, ma nemmeno si riesce a fare il turnista in qualche band affermata. Qual è il problema? Da noi la meritocrazia è sconosciuta, in Inghilterra no. Non è semplice, devi lavorare molto, ma hai la sensazione che se sei bravo e dai il massimo alla fine ce la puoi fare davvero. La tua vita può cambiare sul serio”. Già, la differenza in fondo sta tutta qui.

Antonio Tomeo (ha collaborato Davide Lombardi)

Tutte le immagini sono tratte dai profili Instagram e Facebook dei “The curious Incident”.