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In pochi oggi hanno davvero memoria di quei 5 milioni e 200 mila italiani, per la gran parte poveri contadini, che combatterono tra il 1915 e il 1918 nella prima guerra mondiale. Al termine dei 42 mesi di conflitto, 650 mila furono i caduti. Quasi 1 milione, i feriti e mutilati. La loro storia è quella di uno sterminio. Dimenticato.

Provate a chiedere in giro, a parte gli storici e qualche appassionato: nessuno sa nulla della prima guerra mondiale. Quella di cui quest’anno, in Italia (per quasi tutta Europa è stato invece l’anno scorso) si commemora il centenario. Era il 24 maggio 1915, un lunedì, quando le truppe italiane oltrepassarono il confine italo-austriaco, quel cuneo nel “sacro suolo” che andava fin sotto Trento e la striscia di terra tra Gorizia e Trieste, le «terre irredente», dopo che due giorni prima, il 22, il ministro degli esteri Sidney Sonnino aveva telegrafato al Duca d’Avena, ambasciatore a Vienna, l’ordine di consegnare la dichiarazione di guerra all’Impero austro ungarico. Da vaghi ricordi scolastici, si sa poi che la guerra terminò nel 1918 quando, dopo aver resistito sul fronte del Piave a seguito della disfatta di Caporetto dell’ottobre 1917, le truppe italiane contrattaccarono nella vittoriosa battaglia detta di Vittorio Veneto, combattuta tra il 24 ottobre e il novembre 1918, fino alla capitolazione austro ungarica con l’armistizio firmato a Padova il 4 novembre. In mezzo, tre anni e mezzo di una guerra ferocissima. Sulla quale però, per la maggior parte di noi, è calato l’oblio.

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La spiegazione più convincente di una simile rimozione l’ho trovata nel libro di Aldo Cazzullo, “La guerra dei nostri nonni. 1915-1918: Storie di uomini, donne, famiglie” dove, a riguardo, si scrive: “La Grande Guerra 1914-1918, che noi italiani chiamiamo 15-18, è l’unica guerra dell’umanità senza un eroe, uno stratega, un generale o uno statista vittorioso oppure sconfitto. Non c’è un Annibale, un Cesare, un Alessandro Magno. Altre guerre, per esempio quelle napoleoniche, portano il protagonista nel nome. La seconda guerra mondiale è legata al ricordo dei vincitori – Roosevelt, Churchill, Stalin, Eisenhower, Patton, Montgomery – e dei vinti: il Duce Mussolini, l’imperatore Hirohito, la volpe Rommel, il feldmaresciallo Kesselring, il Führer Hitler. Oggi solo gli storici si ricordano di Cadorna e di Capello, di Salandra e di Orlando, di Joffre e di Nivelle, di Clemenceau e di Lloyd George, di Falkenhayn e di Boroević”.

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Nessun Garibaldi si è conquistato il palcoscenico eterno di quella carneficina che forse qualcuno, quest’anno, vorrà celebrare più che commemorare, in nome di un’unità di Italia che a distanza di un secolo è più geografica che nei fatti. No, i veri protagonisti di quel primo conflitto globale, in Italia come nel resto d’Europa, furono principalmente milioni di contadini – i cafoni di Ignazio Silone – per il 46% allora analfabeti, che vennero strappati alle loro terre da tutta Italia e spediti a morire come mosche per conquistare territori e città, Trento e Trieste, di cui probabilmente molti non avevano mai sentito parlare in vita loro. Nel 1915 in tutta Italia eravamo 36 milioni. 5 milioni e 200 mila furono mandati al fronte, tra Veneto e Friuli. Al termine dei 42 mesi di conflitto, racconta Paolo Brogi nel libro “Eroi e poveri diavoli della Grande guerra”, 650 mila furono i caduti. 1 milione di soldati (947 mila, la cifra nota) feriti o mutilati. “Di cui 21.200 ciechi da un occhio, 1940 ciechi da due occhi, 74.620 storpi, 5440 mutilati al volto, 120 privi delle due mani, 12.000 invalidi totali, 3260 muti, 6740 sordi, oltre 40 mila ricoverati nei manicomi… Caporetto da solo produsse 11 mila morti, 29 mila feriti, 300 mila prigionieri”.

Un’ecatombe dovuta in parte alle caratteristiche del conflitto in tutta Europa (la famosa guerra di trincea) in parte alla totale insipienza e crudeltà “di una casta militare che fino a Caporetto si dimostrò la più sprezzante d’Europa (tranne forse quella russa) nei confronti dei propri soldati”. Tanto che lo scrittore americano, John Dos Passos, volontario in Italia nella Croce Rossa così come Ernest Hemingway, di certi ufficiali italiani scrisse: «La loro sprezzante cattiveria nei confronti di tutti quelli a cui non leccano gli stivali è rivoltante».

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Le testimonianze che dimostrano l’assoluto disprezzo delle classi dirigenti dell’epoca (militari, nello specifico, ma la politica non era da meno) nei confronti dei cafoni, carne da cannone da lanciare verso la morte all’urlo “Avanti, Savoia!”, sono decine. A partire dalla famosa “decimazione”, la prima fu del 27 maggio 1916, pratica approvata e caldeggiata dal capo di Stato maggiore Raffaele Cadorna, sostituito da Armando Diaz dopo Caporetto, per cui in caso di ribellioni o mancata esecuzione di ordini da parte di singoli o di interi reggimenti (accadeva che più d’uno si rifiutasse di andare incontro a morte sicura o semplicemente si ribellasse alle condizioni inumane della vita di trincea) venivano estratti a sorte i nomi di dieci appartenenti alla brigata, indipendentemente dalle responsabilità individuali, e quindi fucilati.

Il più temuto tra gli ufficiali, racconta ancora Cazzullo, “era il generale Andrea Graziani, da Bardolino, Verona. Di lui si raccontava che il suo disprezzo per la vita dei sottoposti sconfinasse nel sadismo”. A Noventa padovana, sul muro di quella che oggi è la sede di una banca si possono ancora vedere cinque fori di proiettile, e una lapide con incise le seguenti parole: “A ricordo di Ruffini Alessandro, N. 29.1.1893, M. 3.11.1917″. Ruffini era un artigliere e in quel giorno di novembre sfila insieme ai compagni tra le vie di Noventa con un sigaro in bocca. Notato da Graziani, ne subisce le ire. Il generale prima gli inveisce contro, poi gli si avvicina e lo bastona. “Un borghese – raccontò in seguito in prima pagina il quotidiano socialista L’Avanti! – “interviene e osserva al generale che quello non è il modo di trattare i nostri soldati. Il generale, infuriato, risponde: “Dei soldati io faccio quello che mi piace” e per provarlo fa buttare contro un muricciuolo il Ruffini e lo fa fucilare immediatamente, tra le urla delle povere donne inorridite”. Per questo vero e proprio assassinio (tra i tanti, all’epoca) Graziani non subì alcuna conseguenza significativa, fino a quando, parecchi anni dopo, nel 1931, fu ritrovato cadavere – probabilmente assassinato – lungo la ferrovia della tratta Firenze-Prato.

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Del resto la vita umana in quegli anni di guerra non aveva praticamente nessun valore, tanto più quella dei cafoni. Nel primo mese di guerra, l’Italia perse ventimila fantaccini, sacrificati in nome di una retorica patriottica ossessiva. Che naturalmente nessuno meglio del Vate dell’epoca, Gabriele D’Annunzio, autodefinitosi “poeta del massacro” seppe esprimere: «Il sangue sgorga dalle vene d’Italia» – scrive dopo il primo giorno dall’entrata in guerra – «L’uccisione comincia, la distruzione comincia. Uno della nostra gente è morto sul mare, uno della nostra gente è morto sul suolo. Tutto quel popolo, che ieri tumultuava nelle vie e nelle piazze, che ieri a gran voce domandava la guerra, è pieno di vene, è pieno di sangue. Anche noi non abbiamo ormai altro valore se non quello del nostro sangue da versare».

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Anche se l’ultimo superstite di quel conflitto, Carlo Orelli, è morto nel 2005 alla bellezza di centodieci anni, sono ancora parecchie le storie da approfondire e raccontare – come Converso lo faremo nei prossimi mesi – sulla prima guerra mondiale. O su quello che ne seguì, sempre per i poveri soldatini prigionieri di guerra, catturati a Caporetto che, mentre a Roma la commissione d’inchiesta lavorava per chiarire le circostanze di quella disfatta (furono 241 sedute tenutesi tra il 15 febbraio 1918 ed il 25 giugno 1919), venivano rinchiusi in “campi di raccolta circondati da filo spinato – prima nel porto franco di Trieste, poi a Castelfranco Emilia, Rivergaro, Gossolengo –, dove venivano interrogati sulle circostanze della resa, e magari irrisi dal comandante del campo. Come accadde a Pietro Ronco, alpino del battaglione Aosta, che si sentiva di continuo ripetere: «Se aveste fatto il vostro dovere, dovreste essere morti»”.

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O come tutto il capitolo degli “scemi di guerra” termine col quale si semplificava quello che oggi in gergo scientifico si chiama “post traumatic stress disorder”, insomma la follia che colpì quasi 40 mila tra i soldati del nostro esercito nel corso dei tre anni di guerra. Uomini devastati che venivano messi in mano agli psichiatri dell’epoca che, con l’obiettivo di rimetterli in sesto per poterli fare rientrare al fronte, potevano sperimentare liberamente su di loro, “povere marionette in mano agli alienisti che, in camice bianco, cercano una soluzione introvabile. L’elettricità, con i suoi vari stimoli, rappresenta in qualche immagine l’indicibilità di alcune pratiche “riabilitative” condotte qua e là su queste misere cavie umane, totalmente indifese”. Allontanati dalle trincee, finivano nei vari manicomi sparsi principalmente nel nord Italia, tra cui uno dei più importanti a Colorno, Parma, per non uscirvi mai più.

Con tutte le (enormi) differenze del caso, l’unica continuità riscontrabile tra quell’Italia, quella gente, e quella di oggi, è la più banale di tutte. E forse, secolo dopo secolo, anche la più vera: a pagare il prezzo più alto di una crisi, ieri di aperto conflitto militare oggi quella economica – la più grave dal secondo dopoguerra – sono sempre gli stessi. Vedi un po’ la fortuna come è cieca.

Davide Lombardi