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Il razzismo? Con la crisi e l’aumento dei flussi migratori – nel mondo, non solo in Italia – è tornato di moda. Senza alcun pudore. Un problema, nel paese che ha conosciuto un passato di leggi razziali. Ma qualche immigrato non è d’accordo: gli italiani non sono razzisti. Basta essere il più possibile simili a loro.

Di Davide Lombardi, Mattia Rossi, Anna Ferri, Davide Mantovani, Martino Pinna

VIDEO / GLI OSPITI


Sul Web è molto facile trovare pesanti insulti razzisti e perfino minacce. Ma cosa succede se la stessa cosa capita per strada? Abbiamo provato a provocare le persone per vedere cosa pensano degli “ospiti” e del loro diritto a essere italiani. C’è chi non interviene e si fa gli affari suoi, chi è d’accordo e chi invece – molti – reagisce energicamente contro il razzismo.

REPORTAGE/ Italians do it better

I neri? Dei bingo bongo. Ovvero: scimmie, o giù di lì. A decretarne lo stadio evolutivo, con un’uscita che gelò le platee, fu l’ex ministro Roberto Calderoli durante un discorso sulla possibilità di far votare gli extracomunitari che vivono in Italia. Cosa per lui inaccettabile visto che “fino a poco tempo fa vivevano sugli alberi”. Poi, come ormai siamo abituati a sentire da anni, la retromarcia e le scuse: “Sono stato frainteso”. Insomma, era una battuta. Che però non fa ridere. Perché son lontani i tempi i cui una canzone come “Bongo Bongo Bongo” – una hit senza tempo da quando Nilla Pizzi nel 1947 la portò al successo insieme a Luciano Benevene, traduzione italiana di “Civilization” di Bob Hilliard di Carl Sigman scritta per il musical “Angel in the wing” – poteva essere canticchiata senza timore di scivolare già dal primo verso nel politicamente scorretto. Per non dire nel razzismo esplicito. Anche perché la canzone del duo Hilliard/Sigman era una satira contro la civilizzazione, vista nella prospettiva di una tribù africana, assai poco interessata a godere dei benefici promessi dai civilizzatori: “scarpe strette, saponette, treni e tassì”. “No, grazie, non ci interessa” rispondeva il vecchio capovillaggio, probabilmente con un sorriso. Lo stesso con cui Renzo Arbore la ripropose, aggiornandola, nella sua leggendaria trasmissione “Quelli della notte”. Era il 1985. Tre anni prima Adriano Celentano, nel ruolo di uomo scimmia, era stato protagonista di un film di grande successo di Paquale Festa Campanile, “Bingo Bongo”. Odore di razzismo già nel titolo? Macché. Un film animalista ed ecologista. Celentano/Bingo Bongo, una specie di Tarzan cresciuto fin da neonato dagli animali nella giungla, viene ritrovato e riportato a Milano, nella civiltà, ma non ci si trova affatto. Nella scena più importante del film, Bingo Bongo tiene un discorso rivoluzionario che annuncia una rivolta degli animali, se gli esseri umani non cominceranno a rispettarli.

A lezione di civiltà

Poi appunto arrivò Calderoli Roberto, ancora oggi esponente di rilievo del Carroccio e vicepresidente del Senato, a sdoganare in chiave marcatamente razzista Bingo Bongo. Era il 2010: “Dare il voto agli extracomunitari? Un paese civile non può fare votare dei bingo-bongo che fino a qualche anno fa stavano ancora sugli alberi”. E’ vero, prima di lui altri nella Lega erano andati giù duri nei confronti dei neri, nuovo bersaglio degli strali padani in nome della purezza della razza (nordica), dopo aver per anni martellato, nell’ordine, prima contro i terroni, che sono italiani sì, ma un po’ meno di quelli del nord, poi contro i marocchini, poi gli albanesi, i rumeni e via di passaporto in passaporto. Chi non ricorda Mario Borghezio, europarlamentare, impegnato a girare in treno a disinfettare con lo spray i posti occupati da extracomunitari? A Calderoli però va il discutibile merito di averci illuminato sulle caratteristiche proprie di un “paese civile” dall’alto del suo ruolo di ministro della Repubblica, precisamente della “Semplificazione normativa”, incarico mantenuto fino al novembre 2011. Oggi, a distanza di quattro anni dalla lezione di civiltà regalataci dal chirurgo bergamasco prestato alla politica, l’Italia è un paese dalle sempre più marcate venature razziste. Tutta colpa di Calderoli & Soci? Non scherziamo, senza nulla togliere alla responsabilità personale di ciascuno di noi rispetto a pensieri e azioni, tanto più se si rivestono incarichi istituzionali, il populismo in politica si traduce essenzialmente nella capacità di fiutare e utilizzare per le proprie finalità quel che si muove nella pancia di una certa fetta di elettorato, il “popolo”. Un’entità variabile definibile per sottrazione, in quanto opposta alle élite e a «una serie di nemici i quali attentano ai diritti, i valori, i beni, l’identità e la possibilità di esprimersi del ‘popolo sovrano’». E poi, a parziale discolpa di Calderoli – si fa per dire – bisogna aggiungere che il primo a gettare il seme di una presunta superiorità razziale da un pulpito ben più importante di quello sul quale è solito lanciare frecce di civiltà il leghista, è stato Silvio Berlusconi. Da Berlino, tredici anni fa, quando l’allora presidente del consiglio disquisì sulla “superiorità della nostra civiltà” rispetto a chi è “fermo a 1400 anni fa“. Grande scandalo internazionale, naturalmente, ma con scarsa rilevanza rispetto alla recrudescenza di un’ideologia razzista fino a non molto tempo fa limitata ad alcuni gruppuscoli di estrema destra, storicamente sensibili alla questione. Era il 2001 e l’Italia d’allora non era certo quella di oggi. Innanzitutto si era appena agli inizi dell’imponente fenomeno migratorio a cui assistiamo oggi, in Italia e in tutto il mondo. L’ONU ha stimato che, nel 2013, il numero delle persone che hanno lasciato il paese d’origine per andare a vivere altrove ha superato i 232 milioni, senza contare le migrazioni interne. Nel nostro paese, alla data del censimento del 2001, risultavano presenti in Italia 1.334.889 stranieri, la comunità marocchina con 180.103 persone la maggiormente rappresentata, seguita da quella albanese con 173.064 (di qui l’escalation di bersagli leghisti di cui si accennava). Oggi invece sono molti di più. Secondo i dati riportati nel XXIII Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes presentato il 30 gennaio scorso, nel 2013 risiedevano ufficialmente in Italia 4.387.721 persone di origine straniera, il 7,4% sul totale della popolazione, con un aumento dell’8,2% rispetto all’anno precedente. Numeri che ci piazzano al terzo posto come presenza di stranieri nei paesi Ue dopo Germania (7,4 milioni) e Spagna (5,6 milioni). Ma i numeri non bastano a spiegare perché una parte importante di italiani stia diventando sempre meno tollerante nei confronti dello straniero. Molto di più può la crisi economica che da almeno sei anni colpisce l’occidente e i paesi mediterranei in particolare. Una crisi considerata altrettanto grave, se non di più, di quella del 1929. E’ la crisi ad aver dato la stura ai peggiori istinti presenti in ognuno di noi. Banalmente: la pancia vuota, o meno piena di quanto fossimo abituati ad avere, faccia il lettore, produce strani rigurgiti.

Undici fette di torta

Se non c’è più trippa per gatti, la colpa di qualcuno deve essere. E non serve molto ripescare una vecchia barzelletta marxista. Questa. Ci sono un ricco, un cittadino e uno zingaro. E una torta con undici fette. Il ricco se ne prende dieci e poi apostrofa il cittadino: “Hey, guarda che lo zingaro sta cercando di fregarti la tua fetta”. “La colpa del malessere di oggi non è certo degli stranieri – ha ricordato l’ex ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge di recente ad Anno Uno, la trasmissione su La7 – ma dell’allargamento della forbice di reddito tra ricchi e poveri”. E del conseguente impoverimento della spina dorsale di ogni democrazia occidentale: la classe media. Inutile anche discettare sulla bontà delle politiche anti-crisi attuate dalla UE, dalla BCE, dal Fondo Monetario Internazionale e compagnia cantante. Oltre che a scivolare nel campo dell’opinione, ogni economista – anche da bar – ha da dire la sua a riguardo, si entra in argomenti estremamente tecnici, anche solo a livello terminologico. Posso pure prendermela con lo spread (cioè il differenziale tra il tasso di rendimento di un’obbligazione tra un Paese e l’altro, dove il riferimento è dato da quello tedesco) e l’eurobond (ovvero, la possibilità di cui si discute da tempo senza risultato, di garantire la solvibilità dei debiti sovrani dei singoli Paesi da parte dell’intera eurozona), ma semplificare dando addosso al negro “che ci ruba il lavoro”, è estremamente più facile. E appagante per chi ha bisogno di sfogare la propria rabbia con ogni mezzo disponibile. Lo sa bene proprio la Kyenge, i cui profili social, Twitter e Facebook, qualsiasi cosa lei vi scriva, sono letteralmente inondati da una quantità di insulti di chiara matrice razzista. Senza dimenticare – all’epoca in cui la dottoressa di origine congolese, ma cittadina italiana da anni, primo ministro nero della storia d’Italia – i lanci diretti di banane, a Cervia nel luglio 2013, e le minacce di morte esplicite che costringono la parlamentare PD a vivere sotto scorta, per altro sistematicamente confusa e contrabbandata dai suoi detrattori per “auto blu”. Che pure, è ben altra cosa. E’ che alla Kyenge possono essere ascritte una serie di caratteristiche davvero poco invidiabili di questi tempi.

  • Fa politica ed è quindi parte dell’odiatissima casta, anzi della kasta, come da variante ortografica che in molti prediligono;
  • E’ donna;
  • E’ nera.

Nello zoo Italia, non c’è posto per le scimmie

Un triplete che la rende bersaglio privilegiato, simbolo sicuramente, degli strali di un irripetibile incrocio di pregiudizi. Sessisti, razzisti, culturali. E aggiungiamoci pure antropologici, fisiognomici, estetici, tanto per far mucchio. A prescindere da qualsiasi valutazione sul suo operato politico, rispetto al quale, ciascuno può legittimamente pensarla come vuole. Tra i primi a contribuire di persona ad alzare l’asticella dello stile rispetto a questo simbolo dei nuovi italiani, c’è il solito Calderoli, impareggiabile gaffeur, per i più buoni, fine intellettuale contemporaneo, per chi invece ne apprezza (ironicamente) la capacità chirurgica di infilare una perla di civiltà dopo l’altra. “Amo gli animali, orsi e lupi com’è noto, ma quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare, anche se non dico che lo sia, alle sembianze di orango” sentenziò nel luglio 2013 il dottore in camice verde. Con l’accortezza, bontà sua, di riconoscere alla Kyenge la comune appartenenza alla razza umana, nonostante le di lei sembianze. Per l’uscita considerata dai più un tantinello infelice, il senatore Calderoli si è beccato una denuncia, il cui procedimento è tutt’oggi in corso, nonostante le successive scuse imbarazzate dell’improvvisato esperto di fisiognomica. Del resto, la media di “argomentazioni” e commenti vomitati quotidianamente sul web contro la Kyenge supera abbondantemente il livello segnato da Calderoli. Che, al paragone, finisce quasi per far la figura del critico raffinato. Giunti a questo punto però, serve un’avvertenza per coloro che abbiano avuto la pazienza di giungere fin qui nella lettura del pezzo. Da questo momento in poi, astenersi minorenni, anime belle e cultori della bella lingua del Sì. Che il materiale che segue è crudo e grezzo come la realtà che ci circonda quando non cerchiamo, per sopravvivere a noi stessi, di renderla edulcorata. Giusto per non continuare a domandarci cose come “che ci faccio io qui?” o anche “ma io, italiano, cosa ho in comune con questi italiani? Davvero siamo figli della stessa razza?”. La risposta è evidente: no. Quindi Sangue & Suolo, forse più che mai prima nell’epoca del mondo globale, servono poco per determinare la comune appartenenza. Semmai spiega di più il censo. Se è vero che oggi un ricco, anche convintamente razzista, non si degnerebbe mai di sprecare il proprio tempo in Internet a insultare la Kyenge o altri. Non gli serve. Gli rovinerebbe la degustazione dello champagne a bordo piscina. Così come non sono da ascrivere a un fenomeno molto diffuso sul web, il bullismo tradizionale che prima di Internet si esprimeva in mille altre forme ma sempre istintive e animalesche per natura, i continui attacchi verbali all’ex ministro che, semmai, sono frutto di frustrazione, ignoranza, paura, povertà. Una rabbia incontrollabile, indifferente a ogni rischio visto che molti postano insulti e minacce accompagnati da nome e cognome (anche non considerando la tracciabilità dell’autore da parte della polizia postale grazie all’IP) in un paese in cui l’istigazione all’odio razziale è un reato penale dal 1993, che finisce per concentrarsi sul bersaglio più facile: lo “straniero”, di cui la Kyenge – e davvero solo per il colore della pelle visto che è appunto italiana da diversi lustri – è il simbolo più forte presente nel nostro paese.

Bingo Bongo, torna in Congo

La Kyenge è italiana, anche se ha un diverso colore della pelle. Non è certo l’unica ormai. Un’italiana che però, per alcuni, non potrà essere mai davvero tale. L’invito che le viene rivolto più di frequente? Tornarsene nel paese d’origine. Come fa questo tweet, postato dal profilo di tal “Come i pesci nel Piave”: “cara neretta a busta paga del PD, perché non vai a curare i malati di ebola nel Congo?” Tweet “basic” dal punto di vista del livello di offesa (si legge di ben peggio, soprattutto su Facebook) ma perfetto dal punto di vista sociologico perché identifica chiaramente, nella mente del nostro pesce del Piave, l’untore di manzoniana memoria. Il nero portatore del virus considerato oggi potenzialmente più letale per l’uomo, ebola, la febbre emorragica individuata per la prima volta proprio in Congo, nel 1976. Gli stessi neri che, con numeri apocalittici propagandati da alcune forze politiche, starebbero per invadere come cavallette il nostro paese e l’intera Europa (cristiana), portando con sé ogni genere di malattia. Poco importa sapere che le persone che arrivano via mare, a parte qualche malattia curabile contratta durante viaggi spesso lunghissimi, pericolosi e faticosi, sono le più sane perché altrimenti non sarebbero nemmeno in grado di affrontare certe prove. Così come è del tutto inutile spiegare che i migranti tratti in salvo da naufragi o recuperati dai barconi nell’ambito dell’operazione avviata nell’ottobre 2013, Mare Nostrum, sono sottoposti a un primo triage già sulle navi della marina militare per poi essere ulteriormente visitati a terra da personale medico composto non sole dalle autorità sanitarie locali, ma anche da Croce Rossa, Emergency e Medici senza frontiere.

“Qualcuno uccida quella puttana idiota e inutile”

Ma appunto, le spiegazioni non servono, non hanno presa, non parlano alla pancia, non convincono, perché il piano su cui si dialoga, se si può usare questo termine in un contesto così improprio, è un altro. Come lascia ben emergere il signor Roberto T. in un suo argomentato commento contro la proposta dell’onorevole Kyenge, per adottare in Italia uno Ius soli temperato, cioè la possibilità di diventare cittadini italiani per i nati in Italia figli di stranieri e residenti sul territorio nazionale dalla nascita, dal primo giorno di scuola elementare a cinque, sei anni: “Per quanto tempo dovremo mantenere ancora una clandestina lazzarona di nome Cecile. KYENGE, quando ti rimpatriati (sic) nel tuo amato Congo?”. Il tema suscita parecchio interesse, a quanto pare. E la discussione infiamma. “Ma perché non diamo la cittadinanza italiana a tutto il mondo? Così ogni straccione può venire qui da noi a farsi mantenere” profetizza Alex M. Dal canto suo Nicola B. commenta, anche lui a seguito di un serio approfondimento sulla proposta Kyenge: “Che bello, gli stranieri verranno qui a partorire e poi torneranno nel loro nel loro paese d’origine a vivere con i sussidi italiani. La pacchia a spese dei fessi”. Meno argomentato l’intervento di Federico D., che dalla sua però ha il pregio della sintesi: “Torna a casa tua e vai lì a rompere i coglioni”. Sulla sua scia anche Carmelo C., addirittura lapidario: “Vaffanculo!” Il punto, come spiega in un commento una certa Shary, forse un nome vero, forse un nick, è che in Italia “…il lavoro c’è ma viene dato agli immigrati…”perché è giusto” ma questa non è giustizia!! è tutto sbagliato ci stanno fottendo e non ve ne rendete conto…distratti dai media che raccontano stronzate”. La butta sull’ironia invece Stefano P. “Diamo la cittadinanza d’ufficio anche agli africani che risiedono in Africa !!”. Su Twitter invece, nick NSP, preferisce nemmeno addentrarsi nella discussione: “alla congolese è anche inutile rispondere: preferisco usare quei pochi secondi per fare pipì!”. Ad un recente post di solidarietà della Kyenge per le quaranta vittime di un naufragio di un barcone, Stefano S. commenta così “E’ colpa tua come fai a essere dispiaciuta sono nella tua coscenza (sic) se ce l’hai stronza” seguito a ruota da Luca G.: “Peccato che tu non eri fra loro. 40 sono troppo pochi però”. Il cerchio logico lo chiude sempre su Twitter tal Miguel: “Se uno diventa razzista dopo aver ascoltato la #Kyenge merita sicuramente tutte le attenuanti possibili…”. Naturalmente potremmo continuare quasi all’infinito. Ormai il senso è chiaro. E poi, confesso, ho mentito. In questo articolo non abbiamo affatto inserito i commenti peggiori. Quella proposta qui è tutta roba all’acqua di rose. Nulla a che vedere col peggio di quanto si può trovare spulciando con un po’ di pazienza tra i profili social della Kyenge, spesso omaggiata da qualcosa di più di semplici insulti, come nel caso, finito su tutti i media nell’agosto dell’anno scorso, dell’ex esponente trevigiano di Veneto Stato, lista vicina all’estrema destra, che sul suo profilo Facebook propose una soluzione definitiva al problema: “La Kyenge dice che se vogliamo eliminare il burqa anche le suore si devono togliere il velo. Siamo all’assurdo, qualcuno uccida questa puttana idiota e inutile”. Di recente invece, la storia è di qualche giorno fa, un anonimo buontempone ha proposto “di riaprire i forni, iniziando con Cécile Kyenge”. Sparate buone per il web dove nel chiuso della propria casa si ha l’illusione di un certo anonimato tale da poter sproloquiare a briglia sciolta? Forse. O forse, quello che racconta questo pezzo d’Italia è che la ruota della storia potrebbe tornare indietro. Ricordate? Italians do it better: il fascismo lo abbiamo esportato noi in tutto il mondo e dunque possiamo vantare particolare credito in materia. E anche se oggi rasserena il mantra che la storia non si ripete perché siamo in Europa, nel pianeta globale, eccetera eccetera, da creativi quali siamo potremmo sempre inventarci qualcosa di nuovo. A meno che, ed è quello che bisogna augurarsi, le classi dirigenti italiana ed europea non siano in grado di tornare ad occuparsi credibilmente del bene comune disegnando orizzonti, proponendo soluzioni e strategie per raggiungerle. Magari, una modesta proposta, partendo proprio da una più equa suddivisione dell’ormai famosa torta con undici fette.

Davide Lombardi

FOTO / Olimpiadi elettorali

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Candidati di origine straniera, in vari schieramenti politici, alle prossime amministrative del comune di Modena. Foto di Davide Mantovani VAI ALLA GALLERY