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Quasi due terzi degli emiliano-romagnoli abitano, vivono, lavorano, mangiano e dormono nell’area segnata dai 262 chilometri della via Emilia. “Tanto servì e tanto seppe questa strada, che la gente chiamò infine la regione dalla strada, non la strada dalla regione” ha scritto il bolognese Riccardo Bacchelli. La via Emilia è l’Emilia. Una regione unica – “il nord del sud e il sud del nord”- che da sempre ha fatto da collante all’Italia intera. Grazie a una raccolta di crowdfunding, grazie all’aiuto di due “esperti” incaricati di far tappa nei bar lungo la strada per stabilire quale siano #imiglioribardellaviaemilia, abbiamo ripercorso l’antica strada consolare romana da Piacenza a Rimini. Un viaggio picaresco per scoprire cosa ne è oggi, dopo 2200 anni, di una delle strade definite di recente da un quotidiano inglese (a dire il vero, più esperto di tette che di viabilità) “una delle venti più interessanti al mondo”. Un reportage che ben presto si è trasformato in un tour sentimentale, in qualche modo iniziato oltre trent’anni fa, di traverso all’Emilia – in definitiva una gran signora – e la sua via.

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FOTO / Emilia Ritrovata

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Dopo oltre duemila anni in cui è stata un’arteria pulsante di storie, persone, vite e leggende, oggi la via Emilia non è altro che un “non luogo” attraversato quotidianamente da anonimi automobilisti interessati esclusivamente a percorrere nel più breve tempo possibile la tratta da un paese all’altro? Sì e no. Il reportage fotografico di Antonio Tomeo. VAI ALLA GALLERY

Un ricordo personale a mo’ di aperitivo: la mia prima Emilia, la Ducati (che si fa a Bologna) e i possibili usi alternativi di un quotidiano

Il mio primo contatto importante con la via Emilia risale a 35 anni fa. Giugno 1980: neanche il tempo che la scuola chiudesse i battenti e già eravamo pronti alla partenza su due vecchie Ducati passate di mano un’infinità di volte. Destinazione Cesena. “Dove – ci aveva assicurato un amico che la sapeva lunga – da giugno a settembre assumono tanta di quella gente per raccogliere mele che non farete neanche in tempo ad arrivare in Emilia (a parte Rimini, per chi non abita da queste parti, tutta la Romagna è Emilia) che vi trovate già con una cassetta in mano a tirar giù frutta”. Entusiasmo alle stelle per un viaggio già leggendario prima ancora di compierlo e, insieme, la possibilità di guadagnar quattro palanche. Una micro orda barbarica di quattro ragazzotti dalla profonda provincia veneta in sella a due Ducati Scrambler. Insieme alla Harley la moto sessantottina per eccellenza, bellissima e fragile.

Infatti poco dopo Bologna, alla Scrambler di Curio, sulla quale viaggiavo come passeggero, parte la biella. Giusto il tempo di uscire dall’autostrada e infilarsi sulla via Emilia dove, miracolo! sul ciglio della carreggiata troviamo una corda di tapparella. Ci attacchiamo a rimorchio degli altri due, Panetta ed Enzo, per arrivare fino a Cesena. Con quel pazzo di Panetta che in certi tratti tira anche fino a 90. Magari in sorpasso. E neanche il casco a proteggerci in caso di incidente. Ce l’avevamo a dire il vero ma, non essendo obbligatorio, non poteva assolutamente reggere il confronto con la bandana tipo gli easy rider Peter Fonda e Dennis Hopper. Così, ancora non so quale santo devo ringraziare se oggi sono qui a raccontarla, la via Emilia.

Le Scrambler sono una gamma di moto prodotte dalla casa di Borgo Panigale (Bologna) dal 1962 al 1976.
Le Ducati Scrambler sono state prodotte dalla casa di Borgo Panigale (Bologna) dal 1962 al 1976.

Comunque alla fine ci arriviamo alla meta. Pausa in un bar dove Curio si infila nel cesso – il termine non è casuale – a sciacquarsi le ascelle che nell’ultima ora in coda a Panetta gli è venuto giù un niagara di sudore; io invece lo seguo perché dalla paura c’è mancato poco me la facessi addosso. Mi libero lì di tutta la tensione accumulata e solo a missione compiuta mi accorgo che, per le operazioni conclusive, il bar mette a disposizione dei propri clienti solo il Resto del Carlino tagliuzzato in tanti riquadri di 10×10 cm appoggiati con ordine in un incavo del muro. A dimostrazione che un quotidiano, il giorno dopo, può avere altri usi oltre a quello di “incartare il pesce” reso celebre da Luigi Pintor.

L’avventura emiliana – romagnola in realtà, ma noi non lo sapevamo – fu tanto intensa quanto breve. Un tizio in un bar ci disse che per la raccolta eravamo in anticipo, bisognava aspettare fine giugno, o luglio. E avventura finita con largo anticipo: senza più soldi, dopo quattro giorni si decise per il precipitoso rientro a casa.

Del ritorno, ricordo solo una notte in una spiaggia di Cervia infilati nel sacco a pelo a mummia e zanzare grandi come tafani. Tanto da costringerci per riuscire a dormire a utilizzare finalmente il casco. Un look da bacelloni spaziali degno de “L’invasione degli ultracorpi” di Don Siegel. D’accordo, Cervia non si trova sulla via Emilia che è la splendida protagonista di questo reportage, ma è pur sempre Emilia (Romagna, in realtà).
Trent’anni dopo, in Emilia ci sono venuto ad abitare. Ma quella strada lunga e diritta, la SS 9, resta una sconosciuta anche per chi risiede da queste parti.

La SS9? Un’entità astratta che nessuno conosce davvero, neanche gli emiliani

Non si può dire che il trasloco dal Veneto barbaro di muschi e nebbie” a una delle perle attraversate dalla via Emilia, Modena, abbia arricchito la mia conoscenza dell’antica strada romana tracciata ormai duemiladuecento anni fa dal console Emilio Lepido. Sono già sette anni che vivo da queste parti, ma la via Emilia, la Strada Statale 9, quella lunga striscia d’asfalto lunga 262 chilometri da Rimini a Piacenza, nel suo insieme resta un’entità astratta. C’è, ma né io né altri la percorriamo mai nella sua interezza. Nemmeno chi è nato e vive qui da sempre la conosce davvero, se non per brevi tratti locali.

Per spostarsi lungo l’asse emiliano-romagnolo, dal 1964 c’è l’Autostrada del Sole fino a Bologna, dal 1969 l’Adriatica dal capoluogo fino ad Ancona. Anche se la distanza è di soli 48 chilometri da un centro all’altro, pochissimi modenesi per raggiungere Bologna si avventurerebbero lungo la via Emilia. Intasata di traffico locale senza neanche un briciolo della fighetteria di una superstrada di serie A, è impercorribile nelle ore di punta e parecchio incasinata nelle rimanenti, almeno fino a notte fonda. Da Modena, più comoda da raggiungere invece Reggio, ma solo grazie alla relativa vicinanza: 33 chilometri. Ecco, 20 o 30 chilometri possiamo considerarli la distanza massima per cui abbia ancora senso scegliere la via Emilia per muoversi. Per chilometraggi superiori, c’è il casello più vicino.

Se la via Emilia è una vecchia signora decadente e un po’ bolsa, è tutta colpa degli Agnelli e della loro Fiat 600

Dopo due millenni di onorato servizio, l’autostrada ha di fatto declassato a un aggregato di segmenti locali, ad arteria di serie B, quella lunga linea retta che sarebbe la via Emilia. A posteriori, c’è da dire però che il suo destino era già segnato quando nel 1955 Fiat lanciò sul mercato la 600, la prima vera macchina popolare, capace di raggiungere i 95 km/h e venduta al prezzo di 590.000 lire, venti mensilità del salario di un operaio. Fu un successo incredibile finanziato da una montagna di cambiali degli italiani. Biciclette, vespe e lambrette cominciarono a essere sostituite dal nuovo mezzo, decisamente più impattante sugli spazi e sul traffico rispetto alle due ruote. Una preoccupazione del tutto prematura, all’epoca.

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Pur di potersi appropriare di quel simbolo di un benessere finalmente a portata di mano – racconta Enrico Menduni nel suo libro “L’autostrada del Sole” – “la gente faceva docilmente la fila davanti ai saloni dei concessionari, grandi come ministeri, si sottoponeva a lunghissimi tempi di prenotazione; si cercavano raccomandazioni autorevoli per guadagnare posti nella lista d’attesa, si pregustavano scampagnate e gite al mare con la famiglia o, magari, in più lieta compagnia. L’Italia, insomma, era pronta per le autostrade”. E ciao ciao a Emilia e alle sue sorelle consolari.

Breve storia del socialismo a trazione agricola e della sua inevitabile sconfitta

Tanto che si può datare l’inizio della sua fine al 19 maggio 1956, con la posa della prima pietra della futura Autosole. A dire il vero qualcuno tentò inconsapevolmente, al tempo, di “salvarla”, opponendosi all’onda montante di asfalto e lamiere. A storcere il naso nei confronti del nuovo sogno così “americano” degli italiani ci provò inizialmente il Partito comunista che, comprensibilmente, diffidava del consumismo ritenendolo uno spreco di risorse e una distrazione dall’impegno sociale. Alla motorizzazione individuale il PCI preferiva la superiorità sociale del trattore, elemento «che unificava città e campagna, operai e contadini», come in Unione Sovietica.

La maggior parte degli edifici della sede produttiva e amministrativa storica delle Reggiane, è attualmente in stato di abbandono. Fonte immagine: Archeologiaindustriale.net

A Reggio Emilia, la storica fabbrica metalmeccanica “Reggiane” progettò e realizzò un proprio trattore da contrapporre all’automobile – mezzo marcatamente borghese – per dimostrare di “esser pronti a un diverso modello di sviluppo”. Pragmaticamente, considerato che la 600 entrò nella lista dei desideri di operai e contadini non meno di qualunque italiano, la via del socialismo a trazione agricola fu presto abbandonata. Consegnando però la regione tutta e la via Emilia al suo fatal destino. Fatto oggi di un paesaggio segnato da orridi capannoni, molti dei quali in evidente stato di decomposizione (si sa: c’è la crisi), case coloniche diroccate, brevi tratti di campagna coltivata – sopravvissuta alla colata di cemento che ha forgiato la nuova Italia tra i Sessanta e i Novanta – a fare pendant con ciclopici parcheggi di altrettanto mastodontici centri commerciali. Infine, qualche coraggioso ancora di casa sullo stradone che, non fosse per la toponomastica, non di distinguerebbe più da qualsiasi altra Statale di qualsiasi regione della pianura padana.

Un trattore parcheggiato sulla via Emilia
Un trattore parcheggiato sulla via Emilia

Quella via Emilia che non si fila mai nessuno, oggi come tanti secoli fa

Stiamo parlando naturalmente della via Emilia extra-urbana. Perché per la via Emilia vanno considerate almeno tre tipologie viarie tra loro profondamente differenti: quella fighetta dei centro città che attraversa tutti i capoluoghi di provincia, ad eccezione di Ferrara e Ravenna; la via Emilia D.E.P. – a “Degrado Estetico Progressivo” – quella della periferia urbana man man che ci si allontana dal centro; infine la via Emilia dura e pura, quella che una volta era campagna nuda dove – spiegava Francesco Guccini in apertura di un brano dedicato a Modena in un suo famoso album live del 1984 – “c’era veramente il west, il west sognato visto in diecimila film. E anche un west reale, il west dei nostri campi, dove noi andavamo a giocare agli indiani e ai cowboy e poi dopo un pochino più grandi andavamo con le nostre amichette a giocare”.

Quest’ultima, la tipologia di via Emilia un tempo campagnola, verace e popolare, è quella che non si fila mai nessun viaggiatore, irrimediabilmente catturato dalle luci sfavillanti dei centri storici delle città allineate lungo la strada romana. Da sempre. Come racconta lo scrittore François Maximilien Misson nel suo “Nouveau Voyage d’Italie” pubblicato per la prima volta nel 1702: “Lungo la strada [da Bologna verso Modena] si vedono campi coltivati e viti sostenute da alberi disposti a scacchiera. (…) La vista è sempre limitata dalle fronde degli alberi e questo rischia di diventare noioso per i viaggiatori”. Sostituite viti e alberi col paesaggio contemporaneo descritto in precedenza, e il gioco è fatto: tra una città e l’altra il viaggio, oggi come allora, potrebbe sembrare – a un occhio poco attento – un po’ una palla. A movimentarne la monotonia, poteva almeno consolarsi all’epoca Misson, “milioni di mosche luminescenti che riempiono [all’imbrunire] le siepi e i campi. Gli alberi e i campi ne sono ricoperti e tutta l’aria brilla per la loro luce. Questi piccoli insetti sono chiamati lucciole”. Magari non a milioni, ma verso sera lungo la via Emilia di “lucciole” se ne incrociano ancora parecchie, all’ingresso di Bologna pure in pieno giorno, anche se non sono esattamente le stesse tanto apprezzate da Misson e da altri viaggiatori.

Appartamenti in vendita lungo la via Emilia
Appartamenti in vendita lungo la via Emilia

La via che dà il nome a tutta la regione è un gran pezzo di strada

Ma non lasciatevi ingannare dall’apparente uniformità del paesaggio della via Emilia, percorrere anche oggi tutti quei chilometri da Piacenza a Rimini è un’impresa che vale ancora la pena. E non solo perché oltre il 60% degli abitanti della regione risiedono in città e paesi attraversati da questa lunga striscia d’asfalto (il dato è della metà degli anni ‘80, probabilmente la percentuale è aumentata). “Tanto servì e tanto seppe questa strada, che la gente chiamò infine la regione dalla strada, non la strada dalla regione” ha scritto il bolognese Riccardo Bacchelli: la via Emilia è l’Emilia. La sua sintesi, o un concentrato, se vogliamo. Per secoli l’aorta di un’intera regione. L’unica al mondo ad aver preso il proprio nome da una strada. L’unica che porta un nome di donna, e anche piuttosto diffuso: sono 121.417 le italiane a chiamarsi così, senza considerare la variante “Emiliana”. Curiosità: la regione dove il nome è più comune è la Lombardia (22,8% del totale) seguita dalla Campania. Le Emilie d’Emilia sono invece 5,1% del totale, solo al sesto posto nella classifica. Si capisce: chiamarsi così qui può risultare un tantinello ridondante.

Un vecchio casale lungo la SS9
Un vecchio casale lungo la SS9

Ma non solo. Anche senza voler minimamente piegarsi a logiche di campanile – visto che io nemmeno sono emiliano – l’Emilia-Romagna è senza dubbio una regione particolare. Che è stata giustamente definita il “sud del nord e il nord del sud”. In pratica, da oltre duemila anni a questa parte, l’anello di congiunzione ininterrotto tra il nord Italia, l’antica Gallia cisalpina, e il resto della Penisola. Ventidue secoli che hanno visto passare per questa strada consolare la cui prima pietra venne posata nel 187 a. C. per congiungere l’avamposto romano di Piacenza con Rimini e, da lì, la capitale attraverso la già tracciata Flaminia, genti e popoli da tutta Europa. Non sempre con intenzioni benevole. Questa condizione particolare, di essere “uno spazio geografico e umano” indubitabilmente padano ma anche proiettato verso il centro lungo la dorsale appenninica e la riviera adriatica, autorizza – ha scritto Edmondo Berselli in “Quel gran pezzo dell’Emilia” – “a sostenere che l’Emilia, con le sue estensioni fin verso Pesaro, è una sorta di Italia concentrata, di super-Italia. Per dedurne poi come conclusione non fallace che gli italiani compresi nei suoi labili confini costituiscono un popolo di iper-italiani”.

Se aggiungiamo infine che l’Emilia rossa è stata per qualche decennio un mito di efficienza amministrativa coniugata alla fama, molto più antica a dire il vero, di terra parecchio godereccia, ce n’è abbastanza per dedicare tutta la nostra attenzione all’Emilia, anzi, alla strada che le dà il nome. Che nonostante i suoi tanti tormenti contemporanei, resta comunque un gran pezzo di strada.

Una delle strade più interessanti del mondo? Sì, secondo il quotidiano inglese a cui piacciono le tette

A questo punto però, è bene ribadirlo una volta per tutte: la via Emilia è caratterizzata solo in piccola misura dai centri storici delle tante città che attraversa. Come ha scritto la poetessa Giulia Niccolai a proposito della SS 9, “non è tanto la meta che qualifica il viaggiare, quanto il cammino stesso o comunque, hanno entrambi lo stesso valore. (…) Il viaggio è diventato tortura e penitenza, buco nero, vuoto che si cerca di attraversare il più in fretta possibile”. Succede tutti i giorni lungo la via Emilia: se proprio si è obbligati a percorrerla, l’obiettivo è arrivare alla meta lasciandosi alle spalle il più presto possibile il suo concentrato di brutture di cemento e gas di scarico. Quasi quasi, meglio far finta che non esista.

Una tipica pagina 3 del Sun. Non esattamente il New York Times

Come ha fatto in un recente articolo tal Lisa Minot del Sun – quotidiano inglese di Rupert Murdoch famoso soprattutto grazie alle procaci bellezze in topless ospitate in terza pagina (ancora per poco, pare) – per poter inserire la via Emilia tra le venti strade più interessanti al mondo. Per altro attribuendole, con un lapsus che sembra quasi voluto, una lunghezza di 110 chilometri: saltando da un casello autostradale all’altro, quel che rimane nello sguardo di Minot è un puzzle di immagini da cartolina. Come se la via Emilia, e perciò la regione intera, si risolvesse tutta nella prospettiva generosa offerta da piazza Maggiore a Bologna. O piazza Garibaldi a Parma. E via così.

L’altra via Emilia, quella dei capannoni smisurati e delle campagne impolverate, delle puttane e dei camionisti, dei benzinai e dei bar da un caffè al volo, non merita nemmeno la dignità di un proprio chilometraggio. Scorre via senza un punto che sia uno su cui fermare lo sguardo. Non esiste, appunto. E’ quella parte dimenticata che nessuna guida turistica segnalerebbe mai. Quella che invece siamo andati a scoprire noi.

Noi che in Emilia siamo stranieri per davvero come l’impiegato comunale Watanabe di Akira Kurosawa

Noi che siamo diversi dagli autoctoni, per cultura e formazione. Cosa significhi essere “stranieri” qui l’ho capito un giorno chiacchierando con una collega, modenese d.o.c. Per me che sono lombardo-veneto per nascita, cultura e formazione appunto, lo Stato e le sue istituzioni, giù giù fino a quelle locali, non sono altro che un Moloch distante e del tutto indifferente alla mia sorte come individuo. Un’entità kafkiana che chiede tantissimo offrendo poco o niente in cambio, una tragica e quotidiana determinazione reale della finzione cinematografica di un film come “Vivere” di Akira Kurosawa.

Eccone la trama in breve: scoperto di avere un tumore, l’impiegato comunale Watanabe, decide di rendersi utile alla collettività dedicando gli ultimi mesi di vita a un’iniziativa seria. Superando mille ostacoli burocratici, passando di ufficio in ufficio, si dà da fare per risistemare un parco giochi per bambini abbandonato nel disinteresse di tutti. Sarà questa la sua eredità. Watanabe muore prima del giorno dell’inaugurazione in cui i colleghi ubriachi giurano di vedere in lui esempio da lui. Le madri dei bambini pensano al loro benefattore. Il sindaco, abilmente, si prende tutto il merito dell’iniziativa e del suo successo. Poco cambia: il giorno dopo è tutto dimenticato. Un altro impiegato ha preso il suo posto in ufficio e di Watanabe non si parlerà mai più. Detto altrimenti: lo Stato, se non mi è nemico, certamente non mi è amico. Diffidenza e sfiducia sono la cifra del nostro rapporto. Reciprocamente.

Watanabe

Per la mia collega modenese invece, “ciò che il Comune decide di fare è nell’interesse dei cittadini. Io almeno inizialmente mi fido che il bene comune sia stato l’obiettivo primario di qualsiasi decisione. Se poi non è così, o la scelta si rivela sbagliata, sono pronta a contestarla. Ma il primo sentimento è di fiducia”. Eccola lì, la transustanziazione in carne e sangue del mito emiliano del buon governo. Che arriva – o arrivava, ultimamente mi pare decisamente appannato – fino a Bologna, alla Regione. Un’unica filiera “rossa” che dai comuni più piccoli passando per le provincie si articolava senza soluzione di continuità fino alle torri color avorio dell’architetto giapponese Kenzo Tange, sede della Regione.

Il passato: quando l’isola rossa in un mare bianco ebbe l’occasione storica di dimostrare che il socialismo si può fare pacificamente

C’è una ragione storica in questa specificità tutta emiliana che a lungo ha prodotto risultati universalmente riconosciuti come eccellenti. La spiega bene Edmondo Berselli: “L’idea di un compromesso a suo modo storico tra l’egemonia comunista e la realtà delle classi borghesi nasceva dalla consapevolezza che l’Emilia era un’isola rossa in un mare bianco, la rivoluzione non era alle porte, che c’erano le condizioni per creare benessere e distribuirlo: «Compagni» disse Togliatti ai funzionari comunisti «qui da voi c’è l’occasione storica di dimostrare che il socialismo si può fare pacificamente, con un largo fronte democratico, in cui le ragioni del lavoro e quelle del capitale possono collaborare per far vedere al fronte reazionario che i comunisti sono capaci di far star bene il popolo.».”

Palmiro Togliatti con Nilde Iotti.
Palmiro Togliatti con Nilde Iotti

In due parole, il modello emiliano – oggi in caduta libera, inceppato in sodalizi storici tra gli eredi del PCI, fondazioni, cooperative ormai tali solo nel nome e un buon numero di imprese che sotto l’ala protettiva del partito ha prosperato – è questo qui. Un modello che però oggi ha perso il proprio smalto, assumendo semmai, il sapore della conservazione. Della difesa a spada tratta dell’esistente visto che, nonostante la crisi l’abbia toccata pesantemente, l’Emilia resta ancora uno dei pilastri economici del Paese. Per fortuna. Ci sono eccezioni a macchia di leopardo naturalmente, come dappertutto, ma pensare che il sistema-Emilia possa ancora proporsi come locomotiva d’innovazione, dai, non ci crede più nessuno. Nemmeno gli emiliano romagnoli, che infatti hanno punito alle ultime elezioni regionali del dicembre scorso gli eredi del partito egemone da sempre (e parte imprescindibile del “modello”), eleggendo sì, come accade dal 1970, il candidato “di sinistra”, ma con un’affluenza degli elettori alle urne appena del 37,71%. Una débâcle storica impensabile solo fino a qualche anno fa.

Il presente: di eccezionale in Emilia resta poco. Sic transit gloria mundi

Per quanto mi riguarda, posso dire che i sette anni trascorsi in queste lande non hanno modificato i miei giudizi, o pregiudizi, che dir si voglia. Lo Stato (anche nelle sue istituzioni locali) resta una controparte, perfino quando assume la faccia paciosa e bonaria, tanto da risultare quasi un’incarnazione di uno stereotipo, di quello che fino all’anno scorso è stato il sindaco di Modena, Giorgio Pighi.
Non dubito che in passato il modello emiliano abbia prodotto grandi risultati, e che la sua fama fosse meritata. Non so. Non c’ero. Mi fido.

L'ex sindaco di Modena, Giorgio Pighi. Fonte immagine: Wiki Commons
L’ex sindaco di Modena, Giorgio Pighi. Fonte immagine: Wiki Commons

Ma oggi che non esiste più alcun avversario col quale misurarsi per dimostrare la propria bravura o eccezionalità; oggi che la parola “comunista” fa venire in mente al più le quattordici scissioni vissute dalla sua nascita nel ’91 dal partito che ritiene di essere erede di quell’ideologia, Rifondazione; oggi che la socialdemocrazia non sa nemmeno da che parte girare la testa per definire un proprio modello credibile, l’omologazione, verso il basso, ha sopito qualsiasi eccezionalità emiliana. Forse verranno tempi migliori, per l’Italia e per l’Emilia-Romagna. O forse no, non torneremo mai più quelli che eravamo. In fondo, si potrebbe anche farsene una ragione: “sic transit gloria mundi”.

Il tramonto della leggendaria Emilia rossa e il ritorno collettivo a certezze prepolitiche

Proprio perché “stranieri”, per evitare in quanto tali di essere accusati di non conoscere a fondo queste terre e le loro genti, ci siamo fatti accompagnare nel nostro tour alla scoperta della via Emilia da due insider – o fixer come si dice in gergo giornalistico – due emiliani d.o.c, Ilmo Malagoli e Marco Balugani. Tappe del viaggio: i bar lungo la Statale. Uno ogni 10/15 chilometri circa. Scelta non casuale né dettata dalla faciloneria. Piuttosto, il tentativo di avventurarsi in quei luoghi dove le persone ancora si incrociano, giocano a carte, discutono, commentano le notizie dei giornali, chiacchierano, ricordano, litigano, bevono e mangiano. Attività quest’ultima che da questi parti ha valenza liturgica, tanto l’han menata e la menano sul cibo, dal maiale al parmigiano, dal cappelletto e poi giù giù, fino alla piadina romagnola.

Fino a sconfinare, a sprezzo del ridicolo, nella santificazione dello Chef Maximo del momento, Bottura da Modena. Rispetto al quale ogni volta mi domando: ma chi mai ci andrà a mangiare nella sua chiesa con i prezzi cardinalizi che c’ha, nonostante l’umiltà del nome, Osteria Francescana? Da tempo assurto all’Olimpo il divino Pavarotti, la scranna di celebrità locale la occupa oggi il papa della cucina molecolare. Una star globale per palati fini, al quale però bisogna riconoscere una notevole comprensione del genius loci e dello spirito del tempo, tanto da prestarsi a una “splendida lezione sulla cucina e sullo stile di vita italiano” in una location nazional popolare come il Grandemilia, mastodontico centro commerciale for the masses giusto sulla via Emilia, tra Modena e Rubiera, dove appena qualche settimana fa il nostro si è esibito in un “live cooking” cucinando un memorabile: “Ricordo di un panino alla mortadella”.

Folla al centro commerciale Grandemilia per lo chef Massimo Bottura. Fonte immagine: Grandemilia
Folla al centro commerciale Grandemilia per lo chef Massimo Bottura. Fonte immagine: Grandemilia

Un piatto – ha spiegato – “che vuole essere un ricordo dei miei quattordici anni, quando mia mamma mi correva dietro e mi metteva nello zaino il panino alla mortadella da portare a scuola. Oggi vuole essere invece un ricordo per il vostro palato”. Ad ascoltare la sua lezione (e successiva degustazione, al solito molecolare per dimensioni) una folla che agli incontri politici delle feste dell’Unità non riescono più a tirar su neanche sfondando le balle dei militanti storici a colpi di sms, nemmeno se arriva un ministro con tanto di tessera Pd appuntata in fronte. A meno che non si tratti di una vecchia gloria come Bersani, Matteo in persona (per lui, che ha i modi informali di un amico, basta il nome, come per Silvio), o di qualche gnocca del suo governo: Boschi in testa. Che col tramonto della leggendaria Emilia rossa, la sensazione è quella di un collettivo ritorno a certezze prepolitiche. Le sole rimaste a poter vantare una indiscussa fedeltà alla linea e percentuali di gradimento bulgare: “pan, parsot, figa e lambrosc”.

Gli “Emilia bar lovers” a caccia del miglior cappuccino e spritz offerti dalla via Emilia

A questo punto però, prima di addentrarci nei dettagli di questo tour sentimentale e picaresco tre decenni dopo la mia prima comparsata in terra emiliana, occorre fare una digressione sui nostri fixer, Marco e Ilmo, autoproclamatisi per l’occasione “Emilia bar lovers”. Tappa dopo tappa, bar dopo bar, assaggiando ogni volta un cappuccino e un spritz per stabilire quale sia “il miglior bar della via Emilia”, incaricati di agganciare nella nostra rete baristi e avventori. Per cercare di capire attraverso questi, che tutti i giorni sulla Statale ci bazzicano, ci lavorano, ci vivono e – immagino – ci tirino giù santi e madonne, che cos’è oggi questa via lunga e diritta. Nemmeno Ilmo e Marco come compagni di viaggio sono stati una scelta casuale. Rappresentano, la specifica è di Ilmo, “quell’altra” Emilia. Quella che con le cartoline del Sun e le brochure pro Expo non c’entra un fico secco ma che da queste parti ha storia e dignità, volendo per forza trovargli delle radici, almeno dagli indiani metropolitani bolognesi del ’77, se non da prima: Modena si fa vanto un po’ a sproposito di esser stata negli anni ’60 la capitale del beat italiano; la Romagna è storica terra d’anarchici, e via così.

Da sinsitra a destra, Ilmo e Marco
Da sinistra a destra, Ilmo e Marco, gli Emilia Bar Lovers

Ilmo presenta un curriculum d’artista underground di tutto rispetto, forte di un’intima adesione a una cultura che – son parole sue – “schifa tutto ciò che di solito piace di questi posti, i suoi innumerevoli stereotipi”, dalla passione per i motori, all’idolatria per il maiale, alla filosofia in veste festivaliera (a Modena, a settembre). Una tipologia d’emiliano che trova la propria identità nello sberleffo, nell’irrisione e nell’irriverenza rispetto a tutto ciò che viene considerato rappresentativo del genius loci e perciò, per antica consuetudine, immediatamente istituzionalizzato e incapsulato dal sistema (centri sociali e ambienti underground compresi, di solito ospitati in locali messi a disposizione dal comune): da quel totem di lardo e carnazza che è il superzampone di Castelnuovo Rangone, al recente revival del beat sempre a Modena, con concerto in Piazza Grande dell’Equipe 84 – i posti a sedere in prima fila rigorosamente riservati alle autorità – che del beat conserva un tasso di trasgressione pari a quello di Giovanni Allevi al concerto di Natale in Senato.

Insomma, Ilmo è uno di quelli per cui l’eredità di “di un panino alla mortadella”, il suo “ricordo”, si sostanzia al più in un residuo organico. Quello su cui il suo amico Federico, altro modenese dal baricentro spostato, c’ha fatto un oggetto di culto per pochi, pochissimi, adepti: il calendario della merda. Fotomontaggi creativi basati su stronzi veri fotografati in tutto il loro primitivismo materico.

Emilia paranoiaca, dove “il nemico vero è là, è là che se la spassa e inventa un’altra tassa”

Se Ilmo è l’esteta, Marco invece tra i due è quello dall’anima più politica. Insomma, a suo modo. Secondo Ilmo è un fiero rappresentante de “L’Emilia paranoica”, quella sospettosa, intimamente partigiana e istituzionalmente “contro”, anch’essa forte di una tradizione notevole. Ma soprattutto, di una base musicale di tutto rispetto. Quella dagli indimenticabili “CCCP” di Giovanni Lindo Ferretti

Emilia di notti, dissolversi stupide sparire una ad una,
Impotenti in un posto nuovo dell’ARCI.
Emilia di notti agitate per riempire la vita,
Emilia di notti tranquille in cui seduzione è dormire.
Emilia di notti ricordo senza che torni la felicità,
Emilia di notti d’attesa di non so più quale amor mio che non muore,
E non sei tu, e non sei tu,e non sei tu.
Emilia paranoica. Emilia paranoica. Emilia paranoica!

Marco sul camper affittato per il reportage sulla via Emilia
Marco sul camper affittato per il reportage sulla via Emilia

o della Paolino Paperino Band, gruppo punk rock modenese con la quale Marco ci ha tampinato (alternandoli ai bolognesi de “Lo Stato sociale” e ai “Ministri”, band milanese di rock alternativo) da Piacenza a Rimini nel camper affittato per il tour.

Ogni domenica è un rituale darsi pugni e farsi male siamo gente un po’ così.
Otto ore sono pese in officina con le frese per pagare la cucina…
Domattina vado in banca per pagar le rate della casa e il mutuo della Golf…
Ma mi prende troppo male mi incazzo e poi mi dico,
almeno c’ho un nemico qualcuno da pestar.
Noi abbiamo queste sciarpe blu,
arrivan quelli con le gialle son nasi rotti e calci… nelle palle.
Ci diamo i pugni sulla testa ogni domenica è una festa
ma poi torna il lunedi e la rata è sempre lì.
Ma il nemico vero è là, è là che se la spassa inventa un’altra tassa.

I due “Emilia bar lovers” ci son sembrati subito i giusti compagni d’avventura. Come noi, “frammenti di marginalità umana irriducibili al sentimento collettivo e socialista” (e alla sua borghesissima variante contemporanea). Del resto, come scriveva Giovannino Guareschi da Fontanelle di Roccabianca, nel parmigiano, “quando il sole martella le zucche e il grande fiume scorre grigio e lento, i cervelli ci mettono poco a bollire”. Pur senza giungere alle conclusioni dell’autore di Don Camillo sull’incidenza del meteo sulla salute mentale degli emiliani, del clima di queste parti – afoso d’estate e umido d’inverno – si lamentano un po’ tutti, da sempre.

“Sono alfin giunto a Bologna dopo un diabolico viaggio fra nubi di polveri e sotto la sferza di un sole cocente” appunta Lord Byron nel 1819 nelle sue “Lettere dall’Italia”. Sempre parlando di Bologna, “una delle più belle e grandi città d’Italia” scriveva invece il prete e scrittore del XVII secolo Richard Lassels: “Sarebbe una città adatta per trascorrervi l’estate, se l’aria non fosse così insalubre”. In sintesi, come recita il ritornello di “Rol”, hit in dialetto di un gruppo rock della Bassa reggiana, le “Cagne pelose”:

E se d’isté tan tir mi l’fie
e d’inveren at sela gli ungi di pé,
atse a Rol, Rol,
Rol, Rol!
Rol cl’e che in dla basa.

(e se d’estate non tiri neanche il fiato,
e d’inverno ti si gelano le unghie dei piedi,
sei a Rolo,
Rolo che è qua nella Bassa).

E buon viaggio in Emilia. Senza nostalgia, con occhio cinico e presente, ma con lo stesso “piacere di un tempo, quando al bar di sera si guardava il giornale per vedere che film davano in provincia, e poi si partiva in tre o quattro, in macchina, in mezzo alla nebbia”. A noi piace così.

Marco in posa sulla via Emilia
Marco in posa sulla via Emilia

I bar da “centrifugati all’ananas, mela, carota e limone” e quelli invece “adatti a far battute”. In mezzo: the Chinese connection

I nostri bar sulla via Emilia non sono stati quelli dei centro città. Quelli eleganti e quasi sempre “arricchiti da un tocco unico e personale”. Quelli per una clientela dello stesso livello, da centro, che schifa roba tipo la brioche scongelata per colazione anche senza scivolare sulla classica Luisona di Stefano Benni, la “decana delle paste” da bar sport. Quei locali che in alternativa a caffè e cappuccino propongono “centrifugati all’ananas, mela, carota e limone” e “dissetanti vitaminici”. Quelli che per mantenere tirato a lucido l’intelletto dei propri clienti mettono a disposizione mica solo la Libertà a Piacenza, la Gazzetta di Parma a Parma, quella di Reggio a Reggio e via dicendo – insomma, i giornali locali – ma La Repubblica, il Corriere e perfino La Lettura, domenicale di libri e cultura del quotidiano milanese. “Perché vi trovate qui e non al bar di fronte?” abbiamo chiesto a Castelfranco Emilia a un crocchio di anziani seduti in un locale decisamente più scrauso giusto di fronte a un raffinato bar “da centro”? “Noi ci troviamo qui ogni mattina – han risposto – perché questo è un bar adatto alle battute, quell’altro è per fighetti”. E giù risate.

adesivi

E nemmeno gli “Emilia bar lovers” han potuto marchiare coi loro adesivi “bar consigliato” i locali della cintura periferica delle città. Anche se spesso i nomi sono accattivanti perfino per accalappiare eventuali turisti – “Bar Emilia”, “Bar Romagna” fino a un classicissimo “Bar Sport” – a gestirli son quasi tutti cinesi. Che, vuole la leggenda, a suon di contanti hanno rilevato i bar di periferia dagli antichi gestori, lasciando tutto intatto, perfino la clientela che dopo l’iniziale sconcerto per il cambio di gestione è ritornata a occupare i tavolini di sempre. Ma gli eredi del Celeste Impero non si fanno intervistare. Usando sempre la stessa motivazione: “non parlo bene italiano”. Una scusa probabilmente. O forse, una vendetta consumata a freddo per la storica scarsa prossimità coi compagni emiliani, che han sempre guardato più all’Unione Sovietica che alla Cina di Mao.

Via Emilia periferica
Via Emilia periferica

Emilia anno zero. E per fortuna che su tutto veglia la buonanima di quel santo di Padre Pio

No, i bar nei quali abbiamo tappa sono quelli della terza via Emilia. Quella più di strada, più popolare, più d’occasione, da outlet di cappuccini e spritz. Posti per lo più senza storia perché, a parte i locali eredi di qualche antico posto di cambio dei cavalli, l’anno zero per questi tratti della Statale 9 coincide con i ’60 o giù di lì, quando sulla sterminata campagna emiliana han cominciato a piovere milioni di metri cubi di cemento. Tanto che più d’un bar precisa nell’insegna la propria data di nascita: Bar Santi, dal 1976.

Così come accade per ogni regola, va da sé che anche questa via Emilia presenti le proprie eccezioni. Come il bar “da Romano”, dal 1936 “passione per la gente”, locale che coniuga, ci spiega il titolare, “tradizione e modernità”. Per colazione, propone la formula americana del “all you can eat”: si può mangiare tutto quel che viene messo a disposizione pagando un prezzo fisso, 5 euro, in teoria fino allo svenimento. Il posto è curato e cool, il titolare pure. Insomma, roba da centro. E infatti, è in centro anche se tra il cartello d’inizio e di fine del territorio comunale sono meno di due chilometri. Siamo a Cadeo, seimila abitanti frazioni comprese, in provincia di Piacenza. Un paese aggrappato alla sua main street come una di quelle cittadine di provincia americane che si vedono nei film. Un posto come “da Romano” non sfigurerebbe affatto anche in un centro storico di qualsiasi città capoluogo. A restituire alla location la sua dimensione pop, tra la via Emilia e il west, si incarica a pochi metri dal dehors laterale del locale una statua di Padre Pio a grandezza naturale.

Foto di Antonio Tomeo
Foto di Antonio Tomeo

Un’icona perfetta per la via Emilia che più amiamo. Anche se giustamente Ilmo lamenta che anche la parte più fighetta, quella da guida turistica che intenzionalmente abbiamo snobbato cassando dalla nostra mappa tutte le “eccellenze” che puntellano la strada, non è meno Emilia. Disquisizioni, elucubrazioni e sottigliezze da pedanti. La giustificazione filosofica dell’esistenza stessa della via Emilia così come è oggi, delle sue trasformazioni, perfino delle sue brutture, contraddizioni e incongruenze, ce la offre su un piatto d’argento (si fa per dire naturalmente, da questi parti tira molto di più la plastica) Francesco, titolare di un anonimo bar tabacchi poco dopo Parma con tanto di forme di Parmigiano – rigorosamente in pvc – piazzate sul bancone: “Dà da mangiare a tanta gente”. Come in fondo è da sempre. E punto. Tutto il resto è pedanteria.

Totò Riina presidente del consiglio. Candidature alternative: oltre al sempiterno Mussolini, anche Hitler, Pol Pot, Stalin e Mao Tse Tung

Di Emilia rossa, sulla SS 9, se ne incrocia poca. Anzi, dovessimo basarci solo sulla nostra esperienza, fossimo marziani piombati direttamente da un’altra galassia, dovremmo pensare che l’Emilia ha un cuore nero. Non che noi la si sia buttata in politica. Ma le poche volte che è venuta fuori, su iniziativa personale di qualche cliente o barista, ha sempre assunto toni che non ti aspetteresti da queste parti. Storia a sé fa naturalmente il tratto tra Forlì e Forlimpopoli, pochi chilometri a nord di Predappio, in Romagna. Da quelle parti abbondano in più d’un bar memorabilia di Mussolini, dalle targhe di metallo vintage con frasi celebri del genere “Vincere e vinceremo” fino a un busto di Rosa Maltoni, mamma di Benito e, per ferma volontà del duce stesso, rappresentazione nel corso del Ventennio della donna italiana ideale.

Mostra sul giovane Mussolini a Predappio. Fonte: Notizie Comuni-italiani.it
Mostra sul giovane Mussolini a Predappio. Fonte: Notizie Comuni-italiani.it

Ma se è noto da tempo che da queste parti ci han fatto un business sui nostalgici del fascismo, più preoccupante è il fatto che di fronte alla crisi economica e alla sfiducia generalizzata nei confronti della classe politica, nell’aria si respiri una certa voglia di affidarsi alle presunte virtù taumaturgiche di un uomo solo al comando. “Bene che vada, siamo rovinati” attacca un anziano in un bar appena fuori Modena. Per concludere addirittura che l’Italia e gli italiani sono talmente incasinati che per risollevarci servirebbe che qualcuno creasse una specie di Frankenstein composto da pezzi “nobili” ricavati da Stalin, Hitler, Pol Pot e Mao Tse Tung.

Mentre nel corso del nostro viaggio qualcun altro invoca con scarsa fantasia il ritorno in vita dello “zio Benito”, il top lo raggiungiamo in un bar ristorante poco fuori Faenza, con un tizio, romagnolo d.o.c., che vorrebbe come presidente del consiglio Totò Riina, uno che – ci spiega – “ha fatto anche del bene”. E se sulle presunte benemerenze di Totò ‘u curtu appare un po’ confuso nelle argomentazioni, risulta inamovibile la sua convinzione che con Riina a Palazzo Chigi i vantaggi economici per il Paese sarebbero notevoli: “Lo stato è mafioso uguale, ma Riina ci costerebbe meno”. E una qualche alternativa compresa all’interno dell’arco parlamentare, no eh? Macché, “è l’ora di tirarci nella fronte a quella gente lì”. E problema risolto.

Notte sulla via Emilia 1. Quando Slot machine e puttane, ormai parte integrante del paesaggio, lavorano a pieno regime

La via Emilia di notte sta a quella di giorno come lo yin (nero) sta allo yang (bianco). E’ abitata da popoli diversi. Se di giorno non è impossibile vedere una mamma con carrozzina uscire dal cancello di casa con comodo accesso direttamente sulla Statale per affrontare lo stretto pertugio tra il guard-rail e la carreggiata intasata da Tir e automobili; se dopo i fasti del sabato sera, la domenica mattina il traffico si placa fino quasi a estinguersi permettendo così ai ciclisti di cimentarsi nella pedalata in coppia (odiatissima dagli automobilisti), la notte è il momento in cui Slot machine e prostitute, ormai parte integrante del paesaggio, lavorano a pieno regime. Che, dopo una giornata a farsi il culo a produrre, un po’ di svago è indispensabile. Le Slot sono presenti in molti bar, sempre rigorosamente accompagnate dal più ipocrita dei cartelli, appeso a norma di legge: “Se il gioco diventa un problema puoi chiedere aiuto”.

Fonte immagine: CougarLicious via photopin (license)

A dire il vero, anche se sono un buon affare per i gestori, non tutti i baristi le vogliono. A volte possono contenere anche migliaia di euro di giocate finendo per accendere gli appetiti di qualche delinquente, professionista o anche uno scalzacani. Può sembrare un controsenso, ma se proprio si ha la sfortuna di finire in mezzo a una rapina, meglio imbattersi nei primi. Me lo assicurava anni fa il membro di una banda di rapinatori professionisti agli arresti domiciliari nella comunità per recupero di tossicodipendenti dove lavoravo. “Se sono professionisti – mi spiegava col puntiglio dell’esperto – sanno quello che fanno e hanno interesse a fare il lavoro il più velocemente e nella maniera più pulita possibile. Tu esegui alla lettera quello che ti ordinano e non succederà un bel niente. Prelevano e se ne vanno. Invece il dilettante, il cane sciolto, magari il tossico che ha bisogno di farsi una dose, è imprevedibile, nervoso, ha più paura di te. Di quelli bisogna stare attenti” ammoniva.

Non solo ho mai vissuto una simile esperienza e spero sinceramente di risparmiarmela per tutto il resto della vita, ma non è andata altrettanto bene a più d’un barista lungo la via Emilia che, ci raccontano, dopo aver subito una rapina ha deciso di rinunciare agli introiti delle Slot. Detto questo, se è pur vero che il “crimine non dorme mai”, raccontare che di notte la Statale 9 sia una specie di Far West senza ordine né legge, per quanto narrativamente affascinante, sarebbe semplicemente falso.

Notte sulla via Emilia 2. Immancabilmente, “fra cosce e zanzare e nebbia e locali a cui dai del tu

Invece, la nostra notte in tour lungo la Statale è stata solo divertente. Tra bar “open 24 h” in cui si praticano improbabili karaoke e sfrenate danze con qualche anziano umarell a far da spettatore dopo una giornata – immaginiamo – spesa a controllare l’andamento dei lavori in corso di qua e di là dalla via Emilia. Con giovani leoni a tentar, forse, di farsi belli esibendosi con voce stentorea sulle note di “Certe notti” del Liga, tanto per fare “un po’ di cagnara” in “quelle notti fra cosce e zanzare e nebbia e locali a cui dai del tu”. A ballare in mezzo ai tavolini però, c’è giusto un’attempata ragazza che gli “Emilia bar lovers”, con il piglio sicuro dei conoscitori della materia, battezzano subito come ‘cougar’, termine gergale per etichettare “donne mature che si comportano come predatrici sessuali nei confronti di uomini notevolmente più giovani”. E chissà se la serata è finita in gloria per tutti. Ce lo auguriamo. Per loro.

Gli Emilia Bar Lovers
Gli Emilia Bar Lovers

Naturalmente le notti in Emilia possono andare ben oltre simili esibizioni così marcatamente naif da scivolare nello sdolcinato. O nel romantico, a seconda dei punti di vista. Da almeno dieci anni a Bologna, mi spiegano Ilmo e Marco mentre ce la raccontiamo accomodati sui divanetti del camper, va sempre forte il Decadence, “estrema espressione di eleganza e diversità”. In pratica, una serie di eventi organizzati in posti sempre diversi e, a quanto pare, frequentati da un numero enorme di persone, con “concerti, musicisti, scrittori, spettacoli di burlesque e fakirismo, performance di body art, body modification e fetish, lezioni di bondage e installazioni di video estremamente rari, relativi a tematiche di nicchia”.

In sintesi, ambienti sadomaso e fetish aperti a tutti, a patto si rispetti – mi insegnano un termine nuovo che nella mia ingenuità non conoscevo – il ‘dress code’. Insomma, il look, l’abbigliamento. Esser vestiti di nero, possibilmente con capi in pelle, è il minimo sindacale per ottenere il visto d’ingresso. In jeans e camicetta si resta fuori, al palo. Confesso che la cosa mi incuriosisce e volentieri ci farei una capatina per un reportage. Salvo realizzare che l’unica cosa nera che possiedo è una maglietta in maniche corte con la scritta Sony ben visibile sul petto, una di quelle raccattate aggratis a qualche evento promozionale. In pratica, per il servizio dovrei spendere una cifra per adeguare il mio armadio al ‘dress code’ dell’ambiente. Mi sa che dovrò rinunciare.

Un mio scatto di una giornata invernale in Emilia
Un mio scatto di una giornata invernale in Emilia

Afa e nebbia saranno anche schifose, ma abbiamo belle donne sempre generose”, con le ossa grosse e un guizzo libertino nello sguardo

Una cosa a cui non ho rinunciato in questo tour sentimentale lungo la via Emilia, è stato ammirare almeno con lo sguardo le bellezze locali. Forte del viatico fornitomi sempre dalle Cagne Pelose da Rolo:

“Stofeg, fumana, sarani schifosi
ma gom dal beli doni semper generosi”

Circolano diverse leggende sulle emiliane. Tra le più note, vi è quella che siano costituzionalmente di “ossa grosse”. Annotazione anatomica per giustificare, penso, una certa abbondante formosità di fianchi e seno dovuta probabilmente più alla storica passione per il porco e derivati che a una improbabile peculiarità etnica. Naturalmente la faccenda vale più per il passato. O per le contemporanee belle di periferia. Quelle del centro ormai hanno del tutto perso certi tratti caratteristici. Grazie, o colpa, di una dieta globish rigorosamente bio, vegana, attenta alle combinazioni alimentari, amante delle crudité e via rinunciando, giorno dopo giorno, ai piaceri garantiti da salami e prosciutti. La fama di libertine invece, anche questa storica, resta inalterata. Almeno a dar ascolto a Manuela, la mia amica del sexy bar e dell’annesso negozio di biancheria intima, intimissima diciamo pure, in centro a Modena, a un tiro di schioppo dalla sagrato del Duomo e dalla via Emilia, che mi assicura essere rimasto costante nel tempo l’interesse delle signore della Modena-bene per i suoi prodotti. A più d’una delle quali, giura, “ho salvato il matrimonio” grazie ai giusti ritocchi all’abbigliamento intimo.

“Ci sono in Italia città – scriveva nel 1756 un certificatore indiscutibile come Giacomo Casanova – dove ci si può procurare tutti i piaceri che l’uomo sensuale trova a Bologna, ma in nessuna parte li si ottiene così a buon mercato, né così facilmente né così liberamente”. Sempre della Bologna papale, annotava Stendhal nel 1817, “i preti tollerano la libertà dei costumi, altrimenti le frecciate impedirebbero a loro stessi di goderne”. Una libertà che andava oltre i confini bolognesi fino a disegnare un caratteristico tratto emiliano, almeno a dar ascolto allo storico francese e monaco benedettino del XVIII secolo, Casimir Freschot che, a proposito di Reggio, scriveva: “Non so se sia per il clima, ma l’amore conta tanto nella città di Reggio che essa si potrebbe definire un’Isola di Venere (…). Le donne hanno sguardo vivace e così pronte ad afferrare tutte le occasioni per conquistare i cuori, che nessuno può loro sfuggire”.

VIDEO / I migliori bar della Via Emilia

Ecco che mi parte la penna in una ingiustificabile invettiva contro le donne. Ma solo quelle del centro, quelle più belle, che no, non sono le fate

Per quanto mi riguarda, an ghe gninta da fer, non c’è niente da fare, le emiliane mi piacciono così: con le ossa grossa e con quel guizzo libertino negli occhi. Caratteristiche che ormai conservano con rigore filologico solo le eredi di certi tradizioni popolari, quelle fedeli alla linea del lardo e al socialismo da balera. A dire il vero, è anche che le fighette centrine, bellissime e fatte con lo stampino, uguali a Modena come a Londra o Berlino, non soddisfano minimamente il mio gusto estetico, sempre più convinto della verità del motto proustiano che invita a lasciare “le belle donne agli uomini senza immaginazione”. Nel corso del nostro tour mi sono platonicamente innamorato almeno in un paio di occasioni. La prima volta di una cameriera di un bar incrociato nel parmigiano, attratto dal suo sguardo trasparente e dalle sue giovani mani già segnate dal lavoro. E ho tanto insistito per convincerla a farsi fotografare dal nostro fotoreporter Antonio Tomeo da riuscire infine a vincere la sua ritrosia. Posto qui qui la sua foto con tutta la delicatezza e il rispetto che le parole mi permettono di esprimere.

Foto di Antonio Tomeo
Foto di Antonio Tomeo

La mia seconda infatuazione ha trovato l’oggetto del suo desiderio in un bar del reggiano. Una bella mora, almeno secondo i miei gusti, con lo sguardo perso nel vuoto e l’aria annoiata seduta al tavolo di una compagnia talmente ciarliera da raggiungere un volume sonoro da concerto rock. Mi ha incuriosito subito la sua scollatura da brividi immaginando che la donna del mistero potesse racchiudere più d’un segreto. E infatti a un certo punto si è alzata rivelando un minigonna mozzafiato a coprire, per modo di dire, un paio di cosce tornite delle dimensioni di due tronchi velate da una tulle nera lunga fino alle caviglie. Me l’aspettavo così, giuro. Se qualcuno volesse leggere in queste parole dell’ironia snob, si fermi subito. Trovo più verità, originalità e semplicità in questo tipo di donne che nelle tante fatine del centro, giovani e meno giovani, ma sempre così uguali l’una all’altra. Così noiose. Così prevedibili. Forse ci stiamo sbagliando ragazzi, ma così è, an ghe gninta da fer.

Il bar Bacone, nei pressi di Reggio, prende il nome dal grande filosofo inglese. Senza negare la propria profonda emilianità: "Gnocco fritto take away tipico"
Il bar Bacone, nei pressi di Reggio, prende il nome dal grande filosofo inglese. Senza negare la propria profonda emilianità: “Gnocco fritto take away tipico”. Foto di Antonio Tomeo

E la Romagna? A Rimini ci sono stato qualche volta solo d’inverno. Trovandola per altro bellissima nella sua malinconia da doposbronza

Il nostro viaggio a ritroso giunge al termine sul ponte di Tiberio, a Rimini, in Romagna. Che, mi accorgo, aver ampiamente sacrificato nel mio racconto. E’ sempre così quando si parte dall’Emilia. Non me ne vogliano gli amici romagnoli, ma per un emiliano – anche se d’adozione o d’accatto come nel mio caso – la Romagna è un po’ figlia di un dio minore. Al fine di evitare una crisi interregionale, premetto che dissento totalmente da ciò che state per leggere, ma devo confessare che una delle prime cose che mi hanno insegnato quando sono venuto a vivere qui è stato il coro che gli ultrà del Modena calcio cantano a quelli del Cesena in trasferta da queste parti. Un feroce sfottò che storpia così il finale del ritornello di ‘Romagna mia’ di Raul Casadei: “Quando ti penso, vorrei cagare, in quella merda che chiami mare”. Non mi pronuncio a riguardo, in Riviera non ho mai fatto il bagno perché a Rimini ci sono stato qualche volta solo d’inverno. Trovandola per altro bellissima nella sua malinconia da doposbronza. Col suo lungomare di bagni deserti e alberghi privi di segnali di vita. Quasi uno scenario post-atomico. Tanto che viene da chiedersi per quale miracolo possa subitaneamente rianimarsi da giugno a settembre fino a raggiungere densità umane tali da sfidare Hong Kong.

Ruota panoramica di Rimini
Ruota panoramica di Rimini

A Rimini naturalmente si conclude in bellezza: in piadineria. Poco distante, l’enorme ruota panoramica sfavillante di luci che in questa serata domenicale di maggio gira sorniona pur senza che alcun umano se la fili. La piada è salatissima per i miei gusti, e anche se ai tavoli siamo seduti solo noi e gli “Emilia bar lovers”, gli altoparlanti con volume a palla ci tormentano con la musica di Luciano Ligabue da Correggio, quella in cui – ironizzava un sito satirico – “è stato scoperto di recente un terzo accordo”. E’ chiaro che da queste parti si scaldano già i muscoli in vista dell’apertura della stagione. A noi invece, dopo due giorni di tour, al massimo i muscoli fanno male. A furia di ingollare cappuccini, Marco ha avuto seri problemi di stomaco, e fortuna che i bar si sono aggiornati sostituendo al Carlino strumentazioni più consone. Ilmo dopo una sequela di una decina di spritz al giorno, a partire dalle otto del mattino, comincia a mostrare chiari segni di cedimento. E’ ora di tornare a casa. In autostrada.

Davide Lombardi

Immagine di copertina di Antonio Tomeo.

Nota: le citazioni storiche sono tratte dal volume “Esplorazioni sulla Via Emilia. Scritture nel paesaggio” di Ermanno Cavazzoni.
La citazione “(…) quando al bar di sera si guardava il giornale per vedere che film davano in provincia (…) è tratta dalle “Opere complete di Learco Pignagnoli” di Daniele Benati.

Per la realizzazione di questo reportage (del video e delle foto), si ringraziano per il sostegno morale e il contributo economico:

Alberto Franchini
Daniele Bertulu
Sandro Campani
Moira Caracciolo
Francesco So
Enrico Ruggeri
Gaia Borghi
Alice Lombardi
Paolo Battaglia
Elena Savani
Claudio Simeone
Alessandro Violi