CONDIVIDI

Viaggio all’interno delle comunità islamiche più conservatrici della regione. Contrari alla guerra e ad ogni forma di violenza ma favorevoli ad una segregazione religiosa all’interno delle società occidentali, i puristi dell’Islam di oggi si chiamano Salafiti. Hanno le loro regole e contano sulla predicazione per islamizzare le coscienze e il mondo. Ecco le loro storie.

“Prendete il Libro e fatene la base della vostra identità islamica perché tutti voi dovete essere messaggeri dell’Islam in un ambiente che viene regolato da norme di vita che non vengono da Allah né dal suo profeta Mohamed”. Lo dice con voce gentile e in perfetto italiano l’imam, un signore anziano del milanese, ad una platea di una cinquantina di ragazzini che lo ascoltano in silenzio, composti.

Occhi chiari, barba folta sale e pepe, tunica bianca e tono pacato, continua il sermone alla gioventù islamica: “Dobbiamo evitare i comportamenti, gli atteggiamenti, i modi di pensare, i modi di vestire di coloro i quali appartengono ad un’area culturale, spirituale, diversa da quella che ha le sue fonti nel Sublime Corano”. L’imam si alza, si avvicina ai ragazzi e li guarda per qualche secondo. Poi con tono enfatico ammonisce:”Rimanete tutti uniti alla corda di Allah, cioè all’Islam, e non vada ciascuno di voi per i fatti suoi. E soprattutto predicate l’unità dei fratelli musulmani”.

islam

I ragazzini presenti possiedono gli ultimi modelli di smartphone e si vestono come i loro coetanei italiani: pantaloni a carota strettissimi lunghi fino alle caviglie, magliette a “V” larghe e giubbotti di pelle. Vengono dal Marocco, dal Senegal, dal Pakistan, dalla Bosnia e dall’Albania. E’ l’Internazionale islamica, sono il futuro del nostro paese: meticcio, multietnico “e presto musulmano”, aggiunge l’imam.

Il religioso spiega ai ragazzi l’inerranza del Corano:”State lontano dai vizi occidentali. Nel nostro Sacro Corano, scritto 1400 anni fa, troviamo il divieto di usare droghe, alcol e tutte le sostanze che possono rovinare il cervello. E’ tutto scritto nel Corano. Nelle discoteche, nei luoghi in cui si ascolta la musica a volume molto alto, si altera il pensiero, ricordatevelo prima di entrarci”.

Perché i peluche e le foto spaventano gli angeli?

Intanto, nella sala a fianco, le Giovani Musulmane (ragazzi e ragazze sono divisi) stanno concludendo la loro riunione settimanale con alcune domande curiose. Di età fra i 10 e i 20 anni, tutte rigorosamente vestite con l’abaya e il velo, chiedono alla loro coordinatrice marocchina, di qualche anno più grande di loro, quanto sia islamicamente opportuno tenere un pelouche in casa e se sia vietato mettersi lo smalto sulle unghie.

“Perché i peluche e le foto spaventano gli angeli?”, chiede la bimba bardata con un foulard viola. “Non li spaventano ma i pelouche possono essere abitati dal diavolo e dai demoni”. ”Perché non ci si può mettere lo smalto sulle unghie?” chiede un’altra ragazza. “Perché siamo invitate a essere umili e non civette” risponde la coordinatrice, una ragazza severa di 21 anni avvolta in un jilbab nero integrale che le lascia in vista solo il viso, dominato da due occhi scuri ornati da forti sopracciglia nere che si ricongiungono all’altezza del setto nasale.

Siamo in Emilia settentrionale, nel cuore economico del paese, presso un grande Centro Islamico polifunzionale, appena ristrutturato, capace di ospitare oltre 3500 fedeli. Nel week end il centro si anima con le attività dedicate all’infanzia e alla gioventù. Corsi di arabo per tutti i livelli, partite di calcio, conferenze, riunioni e dibattiti su argomenti religiosi e su come armonizzare la propria fede con il mondo circostante. In una terra che eccelle nella gastronomia suina e nella produzione vinicola: vino e salame, insomma.

muslim-woman-in-niqab

I musulmani nel mondo sono 1 miliardo e mezzo, di cui solo 400mila sono credenti arabi. L’islam sunnita (maggioritario nel mondo islamico) non è un monolite, non esiste un’autorità centrale né un clero. Geograficamente si estende in tutto il mondo: dal Marocco alla Malesia. Storicamente, l’Islam ha integrato i costumi locali dei paesi conquistati dagli eserciti musulmani, dando vita ad ibridi culturali e a sincretismi religiosi.

L’Islam è oggi la seconda religione d’Italia e del Vecchio Continente. Nella penisola vivono quasi un milione e mezzo di musulmani. Le regioni che contano il maggior numero di credenti sono la Lombardia (26,5% del totale dei musulmani), l’Emilia-Romagna (13,5%), il Veneto e il Piemonte (9%). In relazione al rapporto tra la comunità musulmana ed il totale della popolazione in regione, è l’Emilia-Romagna ad avere la percentuale maggiore con il 4,7% dei suoi abitanti di fede musulmana. In questo quadro, Modena è nella classifica delle prime dieci città italiane, precisamente al settimo posto, per il numero di residenti di religione islamica. Davanti alla città della Ghirlandina, ci sono al primo posto Milano, seguita da Roma, Brescia, Bergamo, Torino e Bologna.

mosque-is-original-place-prayer

Esistono circa 770 luoghi di culto islamico in Italia, in Emilia circa 110 edifici sono adibiti a sala di preghiera. Nel territorio di Modena sono presenti quattro centri islamici.

Dagli scantinati ai moderni centri islamici polifunzionali: la storia dello sviluppo dell’Islam organizzato in Italia comincia negli anni ’70 con un tappeto di preghiera messo in casa, al lavoro, in un angolo di strada, per proseguire con le prime preghiere collettive in garages o capannoni fino all’acquisto di edifici adibiti a centri culturali.

Chi sono i salafiti, gli ultrafondamentalisti

I musulmani in Italia sono divisi su linee culturali, politiche e religiose. Stati stranieri, moschee ed organizzazioni culturali competono per avere una loro rappresentanza e status quo. Il risultato è una miriade di organizzazioni sparse per tutto il Paese. Tale frammentazione ha inciso, tra l’altro, sulla rappresentanza istituzionale dell’Islam ed il suo rapporto con lo Stato italiano, con cui le maggiori organizzazioni islamiche non hanno ancora trovato un’intesa.

Questa frammentazione unita ad alcuni particolari contesti sociali e politici ha favorito anche lo sviluppo di una corrente dell’Islam profondamente ortodossa: i salafiti. Il salafismo è un fenomeno relativamente nuovo in Italia, non in Francia e Gran Bretagna o in altri paesi del nord Europa di storica immigrazione o con un passato coloniale come Germania, Belgio e Olanda dove è emerso negli anni ’80.

unnamed (1)

La parola salafismo deriva dall’arabo “salaf”, ovvero antenato. L’obiettivo dei salafiti è di tornare a un Islam primitivo, l’Islam mitico delle origini, scevro da ogni innovazione. Ultrafondamentalisti e ultrarigoristi, i salafiti si considerano come un gruppo di eletti da Dio che nell’aldilà verrà trattato con particolare clemenza. “Essere salafita per me significa ricercare un legame con l’Islam delle origini, quello del profeta e dei suoi primi compagni. Nel XXI secolo significa preservare il messaggio originale, rispettare e seguire l’Islam dei nostri antenati nella nostra vita quotidiana in seno alle società moderne”, afferma Emir, giovane di origini bosniache emigrato 15 anni fa in Emilia del nord.

Integralisti e contro il jihad

La grande maggioranza dei salafiti in Italia sono “quietisti”, in opposizione con i salafiti “politici” e i salafiti “jihadisti”.

Se i salafiti politici europei si compromettono con la politica per ottenere benefici per le loro comunità, gli jihadisti sono coloro che vogliono la guerra contro gli infedeli. Sono quelli che si radicalizzano o autoradicalizzano velocemente via internet, magari fanno un breve stage militare all’estero e poi vanno sul fronte in Iraq, Siria, Libia, Mali e altrove dove il richiamo di Allah risuona più forte.

“Le persone che mi vengono ad ascoltare non lo fanno per sentirmi urlare “A morte l’America e Israele” ma per avere risposte concrete dal Corano alle loro difficoltà quotidiane. E’ anche vero che alcuni giovani hanno trovato, nei criminali degli attentati di Parigi del 7 gennaio scorso per esempio, gli “eroi dei nostri tempi” da emulare. “Eroi” che lottano contro intere nazioni a suon di drammaturgia ben orchestrata”, dice l’imam.

Tutte le correnti salafite vorrebbero una società, uno stato e un mondo regolato dalle leggi dell’Islam. Ma solo gli jihadisti spingono per una soluzione armata e violenta. Il gruppo di al Qaeda e dello Stato Islamico fanno parte di questa corrente salafita minoritaria.

unnamed

I Quietisti sono la corrente maggioritaria all’interno del salafismo. Sono profondamente contrari alla guerra e ad ogni forma di violenza. Il loro atteggiamento nei confronti dell’Occidente non consiste né a sperare in una conversione di massa da parte degli europei né ad aspettare una crisi o una caduta dello Stato in cui risiedono. Essi vorrebbero solo farsi da parte per poter preservare la loro purezza personale e comunitaria. Indifferenti alle riforme sociali, il salafista quietista è contrario ad ogni forma di partecipazione politica poiché la “democrazia è contraria all’Islam. La democrazia è per i salafiti una forma di associazionismo che conduce all’eresia perchè i deputati occidentali legiferano in nome di valori estranei alla sharia”, osserva Samir Amghar, sociologo francese specializzato in questioni islamiche, nel suo ultimo saggio “Le salafisme d’aujourd’hui” (“Il salafismo contempoaneo”).

Sì alla barba, no al principio di libertà

Nella strada adiacente al Centro islamico intercetto Murad, un giovane musulmano algerino dalla barba lunga e rigorosamente senza baffi. E’ il tipico look salafita basato su di un “hadith”, una delle fonti della teologia islamica. Gli hadith sono una raccolta di detti e di comportamenti del profeta Maometto secondo cui, nel caso specifico, bisogna “curare con attenzione i baffi e lasciare la barba crescere fluente” (secondo Ibn Umar Muslim, hadith 498).

Murad mi dice:”La società occidentale ha forse dei punti positivi. Ma il principio di libertà non corrisponde alla natura degli uomini. Una società troppo permissiva che lascia l’individuo libero di decidere sulla propria vita è un’impostazione sbagliata. La gente è debole, ha bisogno di struttura, in caso contrario finisce per commettere errori e perdersi. Io sono affascinato dai regimi autoritari arabi. Con noi arabi funziona solo il bastone, se no è anarchia. Poi, a livello personale, posso dire che l’Islam mi ha aiutato: è molto angosciante dover controllare la propria vita senza punti di riferimento.

10896857_585898674843275_7769277225770144420_n

I quietisti rappresentano una forma di radicalismo non violento. Sono la corrente maggioritaria nell’universo del fondamentalismo islamico. Altri salafiti, quelli “politici”, hanno avuto piu’ visibilità con l’ascesa e il fracasso dei Fratelli Musulmani alla prova del potere in Egitto, nel 2012-2013. I salafiti jihadisti, invece, imperversano dalla Nigeria e dai fronti mediorientali del Levante fino al Caucaso.

L’ideale è lo stesso per tutti: l’instaurazione di uno Stato ispirato alla legge islamica. Per i quietisti ne differisce però la tattica e la modalità. Contrari alla violenza ed estranei alla politica, i salafiti “quietisti”, sono ben visti dalle istituzioni locali e nazionali che spesso li usano come bastione anti-jihadismo. Il disegno dei “quietisti” è di islamizzare dal basso, attraverso la predicazione, la società o almeno parti della società.

No alla musica, no agli omosessuali, no a Michelangelo

Nei week end, le bambine dei Centri islamici dominati dai salafiti vengono separate dai loro compagni maschi e nonostante la loro giovane età assistono alle lezioni di arabo classico con l’hijab addosso. Il colpo d’occhio non lascia indifferenti.

Ai ragazzi delle sezioni giovanili dei Centri islamici viene insegnato a dire “no alla droga e alle discoteche”. E anche che i tossicodipendenti e gli omosessuali sono inevitabilmente destinati a estinguersi e “a bruciare all’inferno”, ricorda un giovane di un Centro dell’Emilia centrale. Viene anche spiegato che ascoltare musica, realizzata con degli strumenti, è “haram” (cioè peccato in arabo). Le vocalizzazioni dei versetti del Corano sono invece ben viste.

I Giovani Musulmani organizzano, attraverso i rispettivi Centri Islamici di cui sono la costola giovanile, gite e viaggi entro i confini nazionali: lago di Garda, Venezia, Pisa, lago Trasimeno. Ma niente arte locale, la religione islamica proibisce le raffigurazioni antropomorfe e zoomorfe, un precetto che risale all’epoca del profeta Maometto, e pensato per arginare l’adorazione di idoli pagani, bandita dal monoteismo islamico.

met_6RamadanMood0806

Risultano inverocondi i nudi, sia pittorici che scultorei. “Se vuoi chiamarla arte”, mi disse una delle coordinatrici di un Centro islamico emiliano davanti al David di Michelangelo durante una gita a Firenze. Niente Venere del Botticelli, quindi, niente Bronzi di Riace, ma spazio invece alle nature morte e ai paesaggi. Il rapporto con l’arte è uno dei tanti punti di conflitto, riguardo all’intercultura, che può emergere nella discussione con un salafita quietista e persino con un semplice musulmano praticante. La regola non scritta è evitare musei, chiese e altri monumenti storici. La tendenza generale è quindi di ignorare la vita e la storia culturale locale. Per i musulmani, la Storia inzia con l’islamizzazione del mondo. Il 622, l’anno in cui Maometto partì per Medina per predicare, equivale al nostro anno 0. Per molti musulmani praticanti l’integrazione reale è implicita e passa per la scuola dell’obbligo e per il lavoro.

Le storie di Raghad e Michele, coppia salafita

Dopo un lungo negoziato, aiutato da alcuni amici musulmani, sono riuscito ad ottenere un appuntamento con una coppia di salafiti, frequentatori abituali di un Centro islamico dell’Emilia del nord. Come molti complessi islamici in Italia e in Europa, anche questa struttura è nata e si è sviluppata grazie ai finanziamenti dei paesi del Golfo arabo: Arabia Saudita e Qatar. In cambio, questi paesi hanno imposto la propria linea religiosa rigorista improntata al “wahhabismo”, una corrente islamica ultra-ortodossa fondata nella penisola araba nella metà del ‘700 dal religioso Mohamad Ibn Abd’ al-Wahhab. Corrente che si basa su un’interpretazione letterale dei Testi, il “wahhabismo” è la religione di Stato in Arabia Saudita. Dalle “Primavere arabe” in poi, l’esportazione di questa dottrina nel mondo si è intensificata.

Incontro Raghad a casa sua, situata a pochi kilometri dal Centro Islamico. La giovane donna ha scelto il “minhaj” (la via) salafita. Porta un “niqab” nero, il velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi, e un “jilbab” grigio scuro, un ampio abito femminile della tradizione islamica che nasconde le forme e copre tutto il corpo fuorché i piedi e le mani. Indossa dei guanti neri finemente ricamati.

l43-candidata-salafita-parlamento-120713182942_big

Raghad ha 23 anni, è madre di un bébé di 6 mesi. Mi invita a togliermi le scarpe prima di entrare in casa. L’interno è impeccabile, la decorazione minimalista. Niente foto né quadri, nessun riferimento all’Islam a parte alcuni libri religiosi elegantemente rilegati con finiture dorate, ordinati con cura in un mobile del salotto. Una tenda di colore beige separa il salotto dal resto dell’appartamento. “Questa sistemazione ci permette di dividere gli spazi quando ricevo le mie amiche, per noi la promiscuità di genere è vietata. Quando le mie amiche vengono a bere il tè a casa mia, abbasso la tenda e mio marito scompare in un’altra stanza”.

Raghad è di origine marocchina ed è nata in Italia in una famiglia numerosa. Si è avvicinata al salafismo in modo spontaneo e graduale. “Sono l’unica della mia famiglia ad avere scelto di portare il velo. Ho letto il Corano e studiato la vita del profeta e delle sue mogli che costituiscono per me dei modelli da seguire. Anche loro si coprivano. Ho trovato nell’Islam le risposte che cercavo: la religione è semplice e i divieti sono chiari”, spiega Raghad.

Convinta della sua scelta, Raghad non ha dubbi: la via salafita è quella giusta. L’unico rimpianto che confessa è l’esclusione dal mondo del lavoro. E gli sguardi ostili, i sarcasmi e il disprezzo dei non musulmani. “Non capisco questa ondata di odio. Non mi pongo al di fuori della legge, benché coperta non mi sono mai sottratta, per esempio, ai controlli delle forze dell’ordine. L’unica cosa a cui mi oppongo è l’educazione pubblica italiana, è incompatibile con i miei principi religiosi. Finché potrò, educherò mia figlia a casa, insegnandole le basi della religione islamica. Più avanti, spero di poterla iscrivere ad una scuola privata islamica, come già esistono in Francia e in Inghilterra”.

manouba-university-students-tunisia-are-hunger-strike-over-niqab-ban

Un rumore di chiavi spezza la nostra conversazione. E’ Michele, il marito di Raghad, che torna dal lavoro accompagnato dal fratello Giovanni. Dopo qualche minuto Michele riappare vestito con un “kamis” bianco, l’abito maschile islamico tradizionale lungo fino alle caviglie. Michele è panettiere. E’ un uomo grande e grosso dai capelli corti e la lunga barba d’ordinanza. Entrambi i fratelli sono di origine italiana, e si sono convertiti otto anni fa all’Islam.

Un’infanzia difficile, la disoccupazione, l’alcolismo dei genitori e poi la piccola delinquenza. Vulnerabili sia economicamente che socialmente e psicologicamente, i due fratelli hanno trovato negli scritti salafiti la propria ragione d’essere. “Eravamo dei casi umani, l’Islam ci ha salvati – ricorda Michele – Oggi non mi faccio più schifo. Se Allah accoglie e perdona coloro che si pentono, ebbene posso perdonare me stesso”.

Il matrimonio è un atto di adorazione nei confronti di Dio

Raghad e Michele si sono sposati 4 anni fa dopo essersi incontrati una sola volta. Un incontro regolato dalle leggi salafite. Si chiama “moukabala, una specie di speed dating islamica”, dice Raghad. Negli ambienti salafiti è vietato frequentarsi fuori dal matrimonio. Coloro che desiderano convolare a nozze informano la propria cerchia di parenti ed amici. Giungono poi le proposte concrete filtrate dalle rispettive famiglie. “Si tratta di essere precisi rispetto ai criteri fisici, all’età, al colore della pelle”, spiega Raghad. In seguito si combina un incontro fra gli aspiranti sposi. In questi casi la donna è sempre accompagnata da un tutore, di norma il padre o il fratello o uno zio.

La “moukabala” non è quindi un incontro galante. Nella dimensione salafita non è ammesso il colpo di fulmine. La priorità è un’altra: condividere gli stessi valori e principi religiosi. Si discute di educazione dei futuri figli, di vita di coppia e di pratiche religiose. Arriva poi la decisione dei potenziali sposi di proseguire o meno la reciproca conoscenza. In quest’ultimo caso si è liberi di rifare la “moukabala” alla ricerca del partner ideale. Non ci si sposa per amore, “ci si sposa perché il matrimonio è un atto di adorazione nei confronti di Dio”, afferma Michele.

I salafiti pretendono incarnare l’organizzazione perfetta voluta da Allah. Hanno la convinzione di essere gli unici detentori della verità in ambito religioso. Rappresentano un “puritanesimo esclusivista” secondo il sociologo delle religioni Samir Amghar. “Si differenziano dagli altri musulmani praticanti per la loro pretesa ad un esclusivismo religioso, ritengono di essere l’incarnazione dell’unico Islam autentico e stigmatizzano le altre espressioni islamiche. I suoi aderenti si considerano come membri di una ecclesia islamica pura, di un’aristocrazia religiosa, un’assemblea di puri e di guardiani del dogma islamico originale”, sostiene lo studioso francese.

SCUSA SE TI INTERROMPIAMO

Ti piace l’articolo che stai leggendo?

Allora prendi in considerazione l’idea di sostenere il nostro progetto, con un semplice clic:

Donazione libera con Paypal o carta di credito. Converso è un giornale indipendente e autofinanziato dai suoi lettori. Grazie!

(Scusa e buona lettura)

In qualità di avanguardia virtuosa in un mondo dominato dall’ignoranza e dalla corruzione, è imperativo per i salafiti limitare le relazioni con gli “altri”, musulmani o meno, per timore che questi ultimi possano contaminarli. Il ripiego comunitario e l’esclusivismo religioso rappresentano una precisa strategia identitaria di distinzione sociale rispetto alla propria comunità d’origine ma è anche la manifestazione di una reazione contro la società ospitante e la sua gerarchia sociale. Il desiderio di appartenere a un gruppo di eletti risponde a un bisogno di rivalsa rispetto al declassamento sociale di cui alcuni musulmani si dicono vittime oggi in Italia.

Giovanni, il fratello minore di Michele mi riaccompagna in macchina al Centro Islamico, è quasi giunta l’ora del “maghrib”, la preghiera del tramonto, una delle cinque preghiere canoniche quotidiane nell’Islam. Una volta in macchina, il telefono cellulare di Michele squilla. Non è una telefonata, è la sveglia che lo avverte di prepararsi alla preghiera. La suoneria del telefono non è come le altre: “Sono canti coranici”, spiega il giovane convertito. All’improvviso mi torna in mente il divieto di ascoltare la musica. Lo metto alla prova:“Posso accendere la radio?” chiedo. “No per favore, la musica fatta con gli strumenti è vietata per noi salafiti, perché fra le note degli strumenti musicali si nasconde il diavolo. I canti religiosi sono invece permessi e incoraggiati”.

RTR39QGZ

Torniamo al grande Centro Islamico. Il Centro non è una moschea. Una moschea è essenzialmente un luogo di preghiera, mentre in un Centro Culturale si possono svolgere altre attività come l’insegnamento e corsi di formazione, lo sport, la promozione di convegni e conferenze e un certo inquadramento giovanile. Nel Centro si celebrano inoltre battesimi, matrimoni e funerali secondo la legge islamica. “Ci siamo resi conto dell’importanza di una società di mediazione che si ponga fra il mondo circostante occidentale e le nostre tradizioni”, dice Giovanni.

Di nuovo al Centro Islamico, incontro Sarah, una donna trentacinquenne di origine tunisine. ”Lasciateci vivere in pace – chiosa – non siamo degli animali, siamo stanchi di doverci giustificare. Voglio dirvi una sola cosa: questo paese e tutto l’Occidente sono governati da persone che lavorano per Satana”. Quando la dottrina è radicale, il dialogo diventa difficile.

In definitiva i salafiti quietisti non violenti d’Italia sono innanzitutto un movimento pietista e moralizzatore incentrato sulla vita individuale e famigliare. Si astiene dal preconizzare l’azione armata. Esprimono la loro opposizione rispetto all’Occidente attraverso un atteggiamento di indifferenza politica e il rifiuto all’integrazione sociale.

Mentre mi allontano dal Centro Islamico, verso lidi più libertari, mi tornano in mente i due grandi modelli di integrazione pensati in Occidente in epoca contemporanea: il paradigma assimilazionista francese e quello multiculturalista britannico. Sono entrambe modelli obsoleti, ormai in evidente crisi. Eppure l’Italia, volente o nolente, ha adottato il modello multiculturalista che oggi fa rima con separatismo etnico-religioso intrasocietario, ghettizzazione e comunitarismo. Una deriva che interpreta l’integrazione delle popolazioni migranti attraverso la loro organizzazione in funzione della loro comunità d’origine. Blocchi etnici divisi che non si incrociano ma che generano scintille ogni volta che si toccano.

Gaetano Gasparini