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Da una parte ci sono giovani donne in abiti da favola che strette ai cadetti ballano il valzer in una notte senza tempo. Dall’altra ci sono ragazze che hanno scelto la divisa e ogni giorno lottano per conquistare il titolo di ufficiale in un mondo che fino a pochi anni fa era solo maschile. Per entrambe il debutto in società passa dall’Accademia militare di Modena, anche se in modi diversi: alcune sfilando come damigelle, altre saltando in un cerchio di fuoco.

di Lucia Maini, Mattia Rossi, Davide Mantovani, Anna Ferri.

VIDEO / Stasera debutto

Una festa ottocentesca alla quale partecipano decine di ragazze che giocano ad “entrare in società”. Qualcuna con l’ironia di chi sa di vivere una serata fuori dal tempo, un po’ come passare una giornata a Disneyland, altre invece con l’entusiasmo di chi realizza un sogno da fiction televisiva: sentirsi principessa per una notte. Video di Mattia Rossi e Lucia Maini.

REPORTAGE / Ufficiale e gentildonna

“Soldato Jane”, il film dove una muscolosa e rasata Demi Moore dimostrava all’America – e quindi al mondo – che la guerra non è solo roba da uomini, non lo ha mai visto. Lo ammette sorridendo, divertita. Poi ti fissa con i suoi occhi grandi e chiari e ti dice che “le donne vengono sottovalutate più all’esterno che qui, dove la gerarchia supera il sessismo”. Sarà vero? Difficile credere che in un mondo – quello delle forze armate – dove per secoli le donne hanno avuto solo un ruolo ausiliario o di supporto medico le cose siano cambiate in soli 14 anni. Il sottotenente Giulia Limarilli, però, non si lascia intimidire: “Qui quello che conta è il grado – dice toccandosi la divisa – non se sei maschio o femmina”. La realtà però, dietro l’imponente portone dell’Accademia militare di Modena, è più complessa di così. Perché, come spiega l’Allievo Ufficiale Francesca Pierri, “la parte più dura nella vita militare di una donna è il dover dimostrare, continuamente, di non essere inferiore a un uomo”. Allora, se è vero che il grado conta parecchio, è altrettanto vero che la battaglia contro il maschilismo – qui come altrove – non è ancora vinta del tutto.

L’esercito delle ragazze

L’Italia è stato l’ultimo paese Nato ad aprire le porte di caserme e accademie alle donne. Dal 1963, quando per la prima volta si parlò di questa possibilità, la riflessione è stata a dir poco lunga e contorta: ci sono voluti 37 anni, fino al 2000, quando un vero e proprio esercito di ragazze tra i 17 e i 25 anni si presentò alle prove di ammissione. Il primo approccio fu devastante: a Modena furono 12mila a tentare e solo 41 a riuscire. In realtà a partecipare ai test furono in meno perché i parametri fisici vennero fissati solo a marzo e contribuirono a ridurre la richiesta delle aspiranti allieve. Nonostante questo, si tratta comunque di numeri che rendono la misura del desiderio e della determinazione, da una parte, e delle difficoltà oggettive – soprattutto fisiche – che si sono presentate come muri insormontabili per tante aspiranti militari. “Nel fisico gli uomini sono superiori – spiega il sottotenente Giulia Limarilli, 24enne della provincia di Treviso – ma nello spirito organizzativo e nella predisposizione agli studi noi siamo migliori”.

Superate con fatica le prove di accesso, si parte con il tirocinio, che è uno dei primi ostacoli: orari serrati, convivenza, allenamento fisico. Si è fuori dal proprio ambiente, lontano dalla famiglia. “Il primo mese è emblematico: corpo e mente si abituano. Si passa da zero a cento”. A mollare durante questo periodo spesso sono gli uomini, forse meno motivati rispetto alle colleghe, che hanno qualcosa in più da dimostrare. Oggi circa il 7% dei militari sono donne: capitani di compagnia, top gun, paracadutiste e alla guida di carrarmati. Numeri e mansioni impensabili solo qualche anno fa. Esistono però ancora due luoghi off limits: le forze speciali – per una questione prettamente fisica – e i sottomarini, dove gli spazi ristretti non si adattano a una convivenza promiscua.

L’ingresso delle donne in un ambiente completamente maschile ha purtroppo sollevato anche un altro problema, quello delle molestie e delle violenze sessuali. In Italia se n’è parlato quando è scoppiato il caso della caserma “Clementi” di Ascoli Piceno, dove prestava servizio il marito e assassino di Melania Rea, il caporalmaggiore Salvatore Parolisi. Lì alcune allieve avevano raccontato di aver subito pressioni e molestie da parte di superiori, che furono denunciati dal Comandante e giudicati sia dalla giustizia civile che da quella militare. Negli Usa il numero delle violenze all’interno delle forze armate è spaventoso: secondo una ricerca interna pubblicata da Usa Today più del 20% delle donne militari in missioni tra Afghanistan e Iraq ha subito una violenza, stupro compreso. In Francia dopo l’uscita del libro inchiesta “La guerra invisibile” il governo ha deciso di fare chiarezza e ha annunciato una serie di misure contro discriminazione, persecuzione e violenza sulle donne. Il grande scoglio, purtroppo, resta quello dell’omertà: la paura di non essere prese sul serio, di rappresaglie o di bruschi stop alla carriera portano le donne che subiscono violenze – sia fisiche che psicologiche – a non sporgere denuncia. Anche qui l’Esercito è solo un triste specchio del mondo esterno.

Il militare (non) è maschio

La vita, in Accademia, non è certo facile. Sarebbe ingiusto puntare il dito contro l’Esercito come l’emblema del maschilismo perché, che si indossi una divisa o un abito più femminile, i pregiudizi e le difficoltà delle donne nel mondo del lavoro sono ovunque, dentro e fuori lo splendido palazzo ducale che ospita uno dei più antichi e prestigiosi istituti di formazione militare d’Europa. “In fondo – spiega il sottotenente Limarilli, sguardo disincantato e un velo di ironia nella voce – se lavori in un’azienda ci sono regole non scritte, qui almeno tutti le sanno”. Determinazione e spirito di adattamento certo non mancano alle aspiranti ufficiali, che sono consapevoli di fare parte di un cambiamento storico e di pagarne anche un po’ il prezzo. Per chi si è presentata da pioniera 14 anni fa la situazione è stata certo più difficile, l’augurio è che le donne che tra dieci anni indosseranno la divisa possano trovare meno pregiudizi ad accoglierle alla porta. Per il Generale Giuseppenicola Tota, Comandante dell’Accademia militare di Modena i numeri dicono che la strada percorsa è quella giusta: “E’ stata una donna ad arrivare prima al concorso per carabinieri di quest’anno, mentre in quello dell’Esercito è al secondo posto. Sono ottimi risultati. Oggi abbiamo corsi dove sono in maggioranza”. In soli 14 anni, spiega sempre il Comandante, “ci hanno dato molte soddisfazioni e in alcuni settori, come quello sanitario o amministrativo, sono migliori degli uomini”. Insomma, tra una decina di anni ci saranno colonnelli e generali, e chissà che alla giuda dell’Accademia non arriverà proprio una donna. “Non c’è limite all’ingresso e non c’è limite all’impiego – conclude il Generale Tota – quello che conta è dimostrare le proprie capacità”.

“Noi donne viviamo in continuazione sotto i riflettori: osservate e giudicate”, spiega l’Allievo Ufficiale Francesca Pierri, 23enne di Roma. Secondo la sua collega Eleonora Maestri gli uomini non si aspettano che una donna possa diventare un ufficiale dell’Esercito, soprattutto i civili: “La prima reazione è di stupore, che poi si trasforma in stima”. Dentro l’ambiente, invece, piano piano la considerazione nei loro confronti sta crescendo, soprattutto grazie ai buoni risultati raggiunti. L’ambiente, però, resta ancora “molto maschilista”, come spiega Pierri, che critica la poca adattabilità dei vestiti al corpo femminile: “Come militari abbiamo il dovere di mantenere un certo decoro esteriore ma sfido chiunque a sentirsi in ordine con camicie, giacche, scarpe e tanto altro che non si adatti alla propria conformazione fisica”. In realtà, spiegano dall’Accademia, le divise hanno tagli e caratteristiche diverse per le donne e per ogni evenienza è a disposizione una sarta. Mentre si studiava il loro ingresso nelle forze armate fu chiesta la consulenza di un’associazione di aspiranti donne soldato che avevano espresso la necessità di divise il più possibile simili a quelle degli uomini per non avere distinzioni. Anni dopo si decise di fare un’eccezione per modificare il copricapo.

Tra divise e mimetiche c’è spazio per la femminilità nell’esercito? “Non andiamo dal parrucchiere o a fare la manicure ogni settimana, ma non rinuncio mai a un filo di trucco e un po’ di profumo, ovviamente nei limiti del regolamento e del buonsenso”, racconta l’Allievo Ufficiale Luisa Piccione, 21enne anche lei romana. Già, il regolamento. I capelli devono essere raccolti o, se tenuti sciolti, non devono superare il limite massimo del colletto. Dal parrucchiere ci si presenta in divisa, per non sbagliare. Qui anche un millimetro fa la differenza. Niente gioielli, con eccezione delle perle e della fede nuziale. Il trucco – se c’è – deve essere naturale, viene concessa al massimo un po’ di mascara. Quando si indossa la mimetica, invece, niente. “Indossare una gonna durante un’occasione particolare non ci rende di certo più donne, così come mettere una mimetica stracciata e impolverata non fa di noi degli uomini”, racconta Pierri. In fondo, la femminilità è una questione di testa. La vanità invece, quella si deve certamente lasciare a casa.

Soldato Jane non abita più qui

Il sottotenente Giulia Limarilli non ha parenti nelle forze armate. Lo chiarisce subito quando le chiediamo perché ha deciso di entrare nell’Esercito: “Volevo fare medicina e avere una vita avventurosa”. L’idea delle forze armate è arrivata curiosando sul web: ne ha parlato con la sua famiglia, che l’ha sostenuta e ha mandato la domanda. Essendo sempre stata una sportiva, le prove fisiche non l’hanno spaventata né fermata. “Partire significa non tornare in maniera stabile e questo ha spaventato gli amici. In Accademia le amicizie sono come quelle fuori, forse con un qualcosa in più. E’ come una nuova famiglia – racconta. Qui anche un’ora di libertà sembra un dono divino. Ogni sacrificio che fai, però, viene corrisposto”. L’obiettivo ora è la laurea in Medicina e poi si aprirà una nuova fase in reparto, dove non sarà più una studentessa: “Mi piace la vita del medico militare”, dice soddisfatta. E quella sentimentale? “Si formano tante coppie tra militari perché ci si capisce nelle difficoltà”. Una famiglia è possibile? “Certo. Anche se decidere e progettare è difficile. Viviamo con la borsa pronta per partire. Se scegli questa vita è chiaro che il lavoro per te conta parecchio”.

L’Allievo ufficiale Francesca Pierri la sera, prima di andare a letto, appende con cura la mimetica all’anta dell’armadietto e ogni mattina, al risveglio, la osservava leggendo con orgoglio il suo nome accanto al tricolore. Aveva le idee chiare già prima di prendere la maturità e in attesa di essere accettata ha fatto un anno da volontaria: “Non ho vinto battaglie impossibili e spesso ho ricoperto incarichi umili e poco gratificanti”. Nonostante fatica e privazioni, l’amore per la divisa è stato immediato. “Alcuni anni fa sono stata il famoso caporale dell’ultima fila in fondo a destra e ho vissuto la vita militare dalla parte di chi si sente solo un numero”. Un’esperienza di cui spera di fare tesoro se farà carriera, perché – racconta – “tra i superiori ho avuto esempi positivi e negativi, ma da tutti ho imparato qualcosa”. Pierri ha le idee chiare, anche se è giovanissima. Per lei il grado definisce un ruolo e “non decreta una superiorità morale o personale né tantomeno rende legittimi alcuni comportamenti o pensieri”. Qualcosa da cambiare, insomma, magari anche grazie a futuri ufficiali come lei.

Non c’è nessun soldato Jane che gira per i corridoi affrescati dell’Accademia militare di Modena. Guardando i volti delle allieve ci si rende conto che il modello proposto da Demi Moore fortunatamente non ha preso piede. Viene da chiedersi se anche fuori di qui, prima o poi, le donne capiranno che si possono fare lavori da maschio senza trasformarsi in uomini. Il sottotenente Limarilli ci accompagna alla porta ed esce con noi: “Ora vivo fuori, ho una casa mia”. La guardiamo incamminarsi sotto il cielo terso, accanto a lei passano alcune ragazze con abiti fioriti. Le lanciano un’occhiata. Il sottotenente Giulia Limarilli guarda dritto davanti a sé senza voltarsi mai indietro.

AnnaFerri

FOTO / Mancano 100 giorni

Mak π 100

Mak π 100, una cerimonia antica che sancisce un traguardo ambito: mancano 100 giorni alla nomina a Sottotenente. Nel 1891 l’Accademia militare di Modena celebra la ricorrenza con cerimonie militari, saggi ginnici e festa danzante nelle sale del Palazzo Ducale. Foto di Davide Mantovani.   VAI ALLA GALLERY