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Siamo andati in Kenya. C’è un animale, ma non di quelli da Safari. C’è un kenyota ma non è un beach boy che anima le serate di un villaggio turistico. Ci sono i bambini, ma non sono quelli dell’orfanotrofio che, tra un’escursione e l’altra, fotografiamo avvolti dalle nostre toniche braccia abbronzate.

Non solo i leoni fanno paura in Kenya, esiste infatti un esserino minuscolo, una pulce di mare, grande circa un millimetro, chiamata jigger o pulce penetrante, capace di infestare a tal punto i piedi delle persone da procurare piaghe e orribili deformità. La femmina adulta del jigger scava nella pelle dell’ospite, penetrando in profondità e, se viene fecondata, inizia un rigonfiamento del corpo, fino ad aumentare il suo volume di mille volte in 2-3 giorni. Si tratta di una pulce che salta al massimo 20 cm e che si attacca, quindi, quasi esclusivamente alle dita dei piedi. L’infezione da jigger colpisce circa 2,6 milioni di persone, compresi 1,5 milioni di bambini in età scolare. Chi è colpito da questa malattia, ha enormi difficoltà a camminare, vede i piedi coprirsi di orribili tumefazioni via via più rigonfie, non può più andare a scuola e diventa improduttivo. L’infezione può degenerare in altre malattie come il tetano e, nei casi più gravi, se non si vuole andare incontro alla morte, si ricorre all’autoamputazione.

A sinistra: jigger all’inizio della metamorfosi. A destra: femmina con l’addome completamente rigonfio di uova. Fonte immagine:  bogleech.com.
A sinistra: jigger all’inizio della metamorfosi. A destra: femmina con l’addome completamente rigonfio di uova. Fonte immagine: bogleech.com.

Roy Ombatti, oggi ventiseienne studente di ingegneria meccanica di Nairobi, all’età di 23 anni insieme con un altro studente, Harris Nyali, ha ideato il progetto “Happy feet”, destinato a coniugare innovazione tecnologica, interesse per il sociale ed ecologia, allo scopo di porre un rimedio concreto alla malattia deformante provocata dal jigger. Ombatti è un innovatore sociale e dimostra il suo interesse per i bambini kenyoti, cofondando il programma Outreach FabLab Nairobi rivolto ai bambini più sfortunati per l’apprendimento di scienza, tecnologia e robotica.

Con “Happy feet” è finalista del 3D4D Challenge, per l’impiego socialmente utile della stampa in 3D, e dimostra che, grazie ad essa, oltre a creare magicamente dal nulla fantastiche statuine e mezzi busti di improvvisati fotomodelli ripresi a 360°, si può salvare una parte di mondo a costi relativamente ridotti. Con una stampante 3D e delle bottiglie da riciclare, infatti, “Happy feet” si pone l’obiettivo di creare calzature adatte a contenere le deformità causate dall’infezione da jigger, permettendo a milioni di persone di continuare a camminare e a milioni di bambini di non abbandonare la scuola.

Siamo riusciti a fargli qualche domanda a proposito dei suoi progetti, dei suoi valori e della situazione in Kenya all’indomani della recente strage al campus di Garissa del 2 aprile, in cui hanno visto la morte circa 150 persone.

Infezione avanzata da jigger.
Infezione avanzata da jigger.

Come è nato il progetto “Happy feet” e come si è evoluto fino ad oggi?
“Happy feet” è nato dal 3D4D Challenge 2012: una competizione internazionale indetta dall’organizzazione benefica “Techfortrade“, leader nel Regno Unito, con l’obiettivo di premiare il miglior progetto capace di coniugare stampa in 3D e problematiche sociali dei paesi in via di sviluppo. In quel periodo ero a conoscenza del rischio jigger in Kenya e, così, ho deciso di usare le mie competenze e la mia esperienza per trovare una soluzione a questo problema creando delle calzature personalizzate. Da allora ad oggi ho messo a punto una serie di prototipi di scarpe di forme diverse. In generale, sono arrivato alla scelta di una forma definitiva ma ho ancora bisogno di fare delle prove sul campo. Sarà questo il prossimo passo.

Il prototipo di Happy feet
Prototipo di scarpa in 3D del progetto Happy feet

Quali altri problemi del tuo paese contribuiscono ad aggravare le infezioni provocate dal jigger?
Il fattore principale di diffusione dell’infezione da jigger è la povertà. I poveri affetti da questa malattia non si possono permettere l’acqua per l’igiene personale. Né tantomeno delle scarpe per prevenire l’infestazione.

Come ti fa sentire aver trovato la potenziale soluzione per uno dei più gravi problemi del tuo paese?
In realtà la mia è una proposta di soluzione. Devo prima realizzare concretamente il progetto per poter parlare di soluzione. Quindi al momento posso dirmi davvero impaziente. Ma non lo faccio per la gloria, il mio intento è rendermi utile. Se posso, voglio aiutare. Rendere il mondo un posto migliore nel mio piccolo, a partire dal mio paese.

Pensi che la tua invenzione possa essere uno stimolo per un impegno sociale più diffuso? Come è stata accolta dal pubblico e dalle istituzioni?
Non posso parlare a nome di tutti i giovani, ma credo che in Kenya ci siano molti altri come me, pronti ad impegnarsi per aiutare il paese. Conosco vari ragazzi che stanno facendo cose straordinarie nei loro ambiti per il miglioramento del nostro paese. Certo, ce ne vorrebbero sempre di più. Per quanto riguarda l’accoglienza, poi, devo dire di aver trovato un certo supporto a livello locale anche se, purtroppo, ancora non sufficiente. È tutta colpa della burocrazia e della corruzione se in Kenya l’impegno sociale tende ad essere limitato. La maggior parte delle persone cerca il tornaconto personale prima di aiutarti. Eppure, nonostante questo, c’è quella percentuale che quando decide di aiutare il prossimo, va fino in fondo.

Come mai nessuno prima di te in Kenya ha pensato a questa soluzione, anche se più di due milioni di persone, tra cui oltre un milione di bambini, sono infestate dal jigger?
Purtroppo il Kenya ha, tristemente, problemi ancora più gravi da affrontare, senza contare le barriere politiche e socioeconomiche. Quindi non è che nessuno abbia pensato prima ad una soluzione, è più che si fanno parecchi sforzi isolati, i cui effetti possono sentirsi sul lungo periodo, solo se tutti insieme proseguiamo incessantemente verso il nostro comune obiettivo.

La stampante in 3d, come in questo caso, sembra molto adatta a trasformare i sogni in realtà ad un prezzo estremamente conveniente. Quali pensi possano essere gli ulteriori sviluppi del suo impiego?
Il futuro della stampa in 3D va al di là della nostra immaginazione. Il potenziale è rivoluzionario. Se usata per il giusto scopo, la stampa in 3D può cambiare il mondo in meglio in quasi tutti i campi, dalla salute, alla medicina, all’istruzione fino all’arte. La grande forza di questo strumento sta nel fatto che il ciclo di ideazione, produzione e realizzazione del prodotto è già nelle mani dell’utilizzatore finale! Certo bisogna stare attenti alla quantità di rifiuti prodotti. Ma, anche in questo caso, la stampa in 3D può essere usata per il riciclo. Si può dire di avere davanti un circolo virtuoso che crea solo vantaggi.
Con lo sviluppo esponenziale della tecnologia, ben presto tutti potranno permettersi una stampante in 3D e produrranno da soli prodotti di cui hanno bisogno per risolvere i loro problemi.

Hai in mente altri progetti innovativi per il futuro?
A dire il vero sto lavorando alla creazione di un’impresa di supporto per la crescita del progetto “Happy feet”. Sto producendo le mie stampanti 3D, per la vendita, recuperando parti elettroniche di scarto. Contemporaneamente, sto anche producendo i miei filamenti riciclando il materiale plastico PET. Si può dire che sto mettendo su un’azienda locale di stampa 3D etica e sociale con particolare attenzione al rispetto dell’ambiente.

Hai solo 26 anni e hai ideato un progetto che mette insieme tecnologia, ecologia e attenzione al sociale. In cosa ti consideri diverso dagli ragazzi kenyoti della tua età?
Se mi considero diverso…? Bè sì… Penso che siamo tutti diversi gli uni dagli altri e unici, ma questa è filosofia. Ritengo di far parte di una piccola schiera di giovani che condividono la voglia appassionata di cambiare il mondo attraverso l’impegno sociale e la sostenibilità ambientale. Ce ne sono molti come me in Kenya e possiamo fare sempre di più per il miglioramento del nostro e paese e del mondo intero.

Roy Ombatti
Roy Ombatti

Come sei cresciuto, che educazione hai ricevuto?
Vengo da un contesto familiare modesto ma felice. Sono il secondo di tre fratelli e puoi immaginare quello che facevamo passare a mia madre. Ma lei è l’essere umano più speciale e straordinario che conosca e ringrazio Dio ogni giorno per questo. E anche per mio padre. Ho frequentato le migliori scuole private di Nairobi e ho avuto la fortuna di iscrivermi a Ingegneria meccanica all’Università di Nairobi. I miei mi hanno sempre sostenuto anche se, qualche volta, hanno temuto che il mio lavoro fosse più a vantaggio degli altri che una fonte di guadagno per me.
I miei genitori appartengono a tribù differenti del Kenya, così la mia origine è mista ed è un bene per me considerando le conseguenze tragiche del tribalismo nel mio paese.

Sei religioso o hai un orientamento politico definito?
Sono un fervente cristiano. Cattolico ad essere precisi. Il mio scopo è essere ogni giorno e in tutto quello che faccio quanto più possibile simile a Cristo. Per quanto riguarda la politica, è frustrante il caos che domina il paese. Anche i buoni alla fine diventano cattivi. Magari potessi spingere i politici a impegnarsi per cambiare la vita delle persone. Ammiro la forza di volontà e il coraggio di quelli che in Kenya combattono per difendere chi non ha voce. E, da grande, voglio essere come loro. Per ora, faccio quello che è nelle mie possibilità ma, presto, so che potrò contribuire ancora di più alle battaglie giuste.

Roy Ombatti vincitore con Happy Feet del Purmundus Challenge 2014 per la categoria "Miglior prodotto".
Roy Ombatti vincitore con Happy Feet del Purmundus Challenge 2014 per la categoria “Miglior prodotto”.

Cos’è che ti muove ogni giorno? Quali sono i tuoi valori morali?
Wow! Domanda impegnativa! Quello che mi muove ogni giorno è la voglia di essere uno strumento di cambiamento. Dirigo i miei sforzi verso gli altri perché non c’è nulla che sia più gratificante. Credo fermamente che dobbiamo sfruttare tutte le risorse che abbiamo a disposizione, benché misere, per aiutare il prossimo in difficoltà. Se lo facessimo tutti, il mondo sarebbe davvero un posto migliore. Per il resto, sono una persona tranquilla, credo nel diritto di ciascuno a esprimere la propria opinione, anche se stupida, fino a che non viola il diritto e la libertà di un altro.
Credo, infine, che, anche se la storia è stata ingiusta con certe popolazioni, noi tutti dobbiamo fare la nostra parte per il bene del mondo. E dobbiamo farlo adesso. Perché non ammetto l’idea di un mondo sviluppato contro un mondo in via di sviluppo.
Solo quando i tuoi sogni spaventano e tutti ti credono pazzo, vuol dire che cambierai il mondo.

Il tuo paese sta vivendo un momento difficile in seguito ai recenti attacchi terroristici. Te la senti, dalla tua prospettiva, di descriverci come si vive in Kenya ultimamente, che aria si respira?
Tanto per cominciare, non dovresti credere alle notizie sensazionalistiche che vendono i media occidentali. Senza offesa, ma Tg e giornali tendono a drammatizzare quando si parla di Africa con lo zuccherino di quei pochi grandi salvatori degli ammalati e degli affamati. Il Kenya è un paese bello, pacifico e con belle persone. Nonostante quello con cui bisogna fare i conti ogni giorno, siamo felici e fiduciosi. Ti sfido a venire in Kenya e non innamorartene!
Questo non vuol dire che io non sappia che pochi individui hanno intenzione di macchiare la reputazione del Kenya. Che sia per ragioni politiche o religiose, non è ben chiaro, ma la cosa peggiore è che sono i “mwananchi” (gli abitanti) a pagarne il prezzo. Molto deve essere fatto e non solo dall’alto verso il basso, ma anche dal basso verso l’alto, per riportare il Kenya ai suoi pacifici giorni di gloria. Anch’io mi pongo tante domande sulla questione ma non è questo il luogo giusto per discuterne. Concludo dicendo che è triste che la morte di 167 persone a Garissa valga meno di quella di 68 vittime della strage del 2013 al lussuoso centro commerciale di Nairobi. Ed è ancora più triste che tutte queste vite, insieme con quelle distrutte in aree povere della terra da Boko Haram e da altri gruppi estremisti importino molto meno di un pugno di morti parigini.
Di questo siamo TUTTI responsabili!

L’incontro con Roy Ombatti ci mette davanti alla durezza della vita in un paese che, a seguito della decolonizzazione e la ritrovata indipendenza del 1963 dalla Gran Bretagna, è funestato da una vita politica segnata da instabilità e corruzione. Inoltre, da alcuni anni, il governo di Nairobi deve fronteggiare l’ascesa del radicalismo islamico in Somalia, paese confinante ingovernabile e al cui interno imperversano feroci signori della guerra, le milizie somale Al Shabaab, i guerriglieri jihadisti autori della strage di Garissa. Eppure il giovane uomo che abbiamo davanti appare entusiasta del suo paese e pronto a impegnarsi per intervenire sulle attuali criticità.
Quanti in Italia sarebbero disposti a fare lo stesso?

Rossella Famiglietti