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Una trentina di anni fa un amico mi propose di realizzare insieme un corto. Aveva investito la paga di un’estate di lavoro per fare un corso di montaggio e comprarsi una telecamera semiprofessionale usata e voleva mettere a frutto quell’investimento. Scrissi la sceneggiatura, un improbabile polpettone metaforico sul processo creativo, e cominciammo rapidamente le riprese. Roba impegnativa. Entrammo in una fabbrica a riprendere gli operai in catena di montaggio. Dovemmo chiedere all’Enel il permesso per girare in una lugubre centrale abbandonata. Un altro amico si fece riprendere a petto nudo mentre con un enorme martello da fabbro picchiava su un’incudine sulla quale avevamo sistemato dei petardi che a ogni colpo provocavano micro esplosioni. Il tutto in un’atmosfera nebbiosa e onirica resa possibile da una macchina del fumo noleggiata per l’occasione.

In qualche modo arrivammo all’ultimo ciak. A quel punto bisognava passare al montaggio. Non ci avevamo pensato, convinti che la parte più difficile dell’impresa fosse alle spalle. Poi arrivò la doccia fredda: per noleggiare una giornata uno studio di montaggio, il prezzo più basso sul mercato era un milione. All’epoca, inizio anni ’80, una cifra ben al di là delle nostre possibilità. Fu così che “La creaKzione”, questo il titolo del capolavoro incompiuto di due ventenni pieni di belle intenzioni e speranze, non vide mai luce: rimase una sequenza scollegata di riprese su diverse cassette vhs che chissà se il mio amico conserva ancora.

Oggi naturalmente le cose andrebbero diversamente. Con due strumenti ormai diffusi in ogni casa come computer e smartphone, si possono girare e montare prodotti probabilmente di qualità decisamente migliore di quello che tentammo di realizzare noi allora.

E’ esattamente questo che compresi quando acquistai il mio primo computer a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Anche se parliamo di macchine ancora preistoriche rispetto a quelle di oggi, ciò che balzava immediatamente agli occhi erano le possibilità creative che lo strumento offriva senza più la necessità dell’intermediazione di altri. Quando poi acquistai il primo modem analogico da 14,4 k  riuscendo a collegarmi alla rete e a dialogare con un altro computer remoto, be’, l’emozione fu fortissima: il mondo sarebbe cambiato per sempre. E quello schermo nero dove lentamente comparivano le parole di un’amica collegata a una quarantina di chilometri da me, ne era la prova.

 Naturalmente questo imprinting ha segnato per sempre il mio rapporto con il computer e con la rete che, a distanza di parecchi anni, resta entusiastico. Ai miei occhi, i due strumenti rimangono incasellati alla voce “enorme opportunità”, anche se non sono così cieco da accorgermi anche dei limiti e della dipendenza quasi assoluta che abbiamo maturato da allora.

Ma la storia non finisce qui.

Nel lungo articolo di Riccardo Staglianò pubblicato sul Venerdì di Repubblica, Jaron Lanier, informatico e guru della “realtà virtuale”, traccia un quadro a tinte veramente fosche sulle conseguenze della rivoluzione ancora in corso. Partito carico di entusiasmo (Internet come garanzia di un luminoso futuro di libertà e possibilità per l’umanità intera) oggi sembra aver cambiato radicalmente opinione.

Poi però ha assistito all’implosione dell’industria musicale («Vale un quarto di quanto valeva solo pochi anni fa. Presto varrà un decimo»). Ha visto sale di registrazione chiudere, sostituite da app fai da te. E guardato con sgomento assottigliarsi le royalty di gruppi che prima ci campavano. (…) Un mondo senza rock è triste, ma funziona ancora. Però a quel punto lui ha distolto lo sguardo dal monitor e ha deciso di guardare alle cose così come appaiono alla luce del sole. Arrendendosi a una realtà diversa da quella che gli era piaciuto immaginare. Giganti della new economy che impiegano un millesimo dei dipendenti della old economy. Negozi che muoiono, asfaltati da Amazon e le sue sorelle. Lavoratori che assistono all’inabissamento dei loro salari, prima parametrati ai cinesi, ora al software. Conclusione (sofferta e provvisoria): «Per quanto mi faccia male dirlo, potremo anche sopravvivere distruggendo solo la classe media composta da musicisti, giornalisti e fotografi. Ciò che non è sostenibile è la distruzione di quella che lavora nei trasporti, nella manifattura, nel settore energetico, nell’educazione e nella sanità, oltre che nel terziario. E una tale distruzione accadrà, a meno che le idee dominanti sull’economia dell’informazione non facciano dei passi avanti»”.

L’articolo, pieno di spunti interessantissimi, va letto tutto, ma il titolo è già una sintesi perfetta: “Il web sta uccidendo la classe media”.

Ma “non si tratta di un’espropriazione forzosa, quanto di un esercito di volenterosi carnefici che si consegna allo sfruttamento digitale altrui. La parola chiave è schizofrenia. «Ci piace la musica gratis, ma poi gridiamo allo scandalo per l’orchestrale nostro amico che non ha più fondi. Ci eccitiamo per i prezzi online stracciati, e poi piangiamo per l’ennesima serranda abbassata. Ci piacciono anche le notizie a costo zero, e poi rimpiangiamo i bei tempi in cui i giornali erano in salute. Siamo felicissimi dei nostri (apparenti) buoni affari, ma alla fine ci renderemo conto che stiamo dilapidando il nostro valore». Sdoppiamento raccontato benissimo anche da Robert Reich, l’ex ministro del lavoro di Clinton, in Supercapitalismo, dove spiega che, da cittadini, vorremmo salari equi ma da consumatori li barattiamo volentieri con sconti estremi. Come se le due cose non fossero correlate”.

Gli esempi di questa schizofrenia inconsapevole e di una realtà che non è più virtuale ma semmai “interreale” sono innumerevoli: «Al suo apice Kodak valeva 28 miliardi di dollari e impiegava 140 mila persone. Instagram, che risponde alla medesima esigenza di condividere foto, aveva 13 dipendenti quando è stata venduta per un miliardo. Ma non è stata valutata così tanto perché quei tredici sono straordinari. Il suo valore nasce invece da milioni di utenti che contribuiscono al network senza essere pagati».

Anche se Lanier qualche soluzione ce l’ha in testa ( ad esempio: «I mestieri del mondo fisico non spariranno. (…) La virtualità trasforma la fisicità in qualcosa di molto prezioso». Numeri più piccoli, però salari più alti per chi intercetta i nuovi bisogni.) lo scenario che traccia resta apocalittico.

Che succede a ex entusiasti sulle magnifiche sorti progressive come Lanier (e come me, anche se non sono un ex)? Computer e Internet stanno finalmente mostrando in tutta la sua nettezza il lato oscuro della forza? Personalmente credo di no. O almeno non come la racconta lui (via Staglianò).

Nessuno nega le conseguenze per certi versi devastanti dell’accelerazione nei processi di automazione possibile grazie alle macchine. Ma, con tutte le differenze del caso, un fenomeno con importanti analogie è stato già vissuto quando nell’Inghilterra del XIX secolo e poi in tutto il mondo furono introdotti macchinari come il telaio meccanico che ridussero pesantemente il fabbisogno di manodopera nel settore, producendo, oltre che una quantità molto maggiore di merci, anche licenziamenti e disoccupazione (e disperazione). La differenza tra allora ed oggi é che di quel processo abbiamo visto l’evoluzione e la conclusione, mentre questo è ancora in pieno corso. E anche se un certo trend è innegabile, nessuno è in grado di prevedere con assoluta certezza come si assesteranno gli scenari futuri. Perché, sia chiaro, in qualche modo lo faranno. Un qualche equilibrio si dovrà raggiungere. Anche se probabilmente a un prezzo molto alto per moltissimi di noi.

Internet è il nemico? No, ma certamente lo sono in qualche modo Mark Zuckerberg, Sergej Brin e Larry Page, Jeff Bezos e tutti quelli come loro (eh sì, anche il leggendario e ormai passato a miglior vita, Steve Jobs). Ma non perché operano attraverso strumenti che secondo Lanier “uccidono la classe media”, ma perché sono tra i protagonisti di quella “lotta di classe dall’alto” di cui ho parlato in un precedente post. I miliardi che guadagnano sono in parte dovuti al loro talento e alle loro capacità, ma per una parte molto più ampia sono semplicemente (e abilmente) accumulati sulle nostre spalle. Un fenomeno legato alla cosiddetta new economy non meno che alla old one.

Come segnala Luciano Gallino nel suo “La lotta di classe dopo la lotta di classe” (citato sempre nel mio post “Lavorare meno, lavorare tutti“) “il presidente e l’amministratore delegato in Italia, il Ceo (Chief executive officer) in Usa, il Pdg (President-Directeur Général) in Francia, il presidente o direttore del consiglio di gestione (Vorstand) e del consiglio di sorveglianza (Aufsichtrat) in Germania, percepivano intorno agli anni Ottanta compensi globali dell’ordine di 40 volte il salario di un impiegato o di un operaio. Al presente il rapporto è salito in media a oltre 300 volte, con punte che negli Stati Uniti possono raggiungere 1000 volte il salario di un lavoratore dipendente”.

Il problema è che né gli Zuckerberg né i Marchionne (per citare uno citatissimo qui da noi) saranno mai interessati a cambiare questo stato di cose (a meno che un eccessivo impoverimento globale non ne metta a rischio i profitti). Non saranno mai interessati a una più equa distribuzione delle risorse.

In Francia, Amazon addirittura sbeffeggia il tentativo della politica di riequilibrare un po’ la situazione applicando tariffe da un centesimo come risposta all’entrata in vigore di una legge che vieta le spedizioni gratuite dei libri.

La politica, per altro spesso complice, non può assolutamente nulla contro la potenza di simili player globali. La “rivoluzione redistributiva”, al momento impensabile, avrà bisogno di ben altre braccia.

(Davide Lombardi)

  • matteo rinaldi

    (Gran bel pezzo; dallo stile avrei giurato che l’autore fosse Martino. Sto invecchiando). A ogni modo secondo me la soluzione esiste: ce la danno gli stessi mezzi che, secondo questo pezzo, ci stanno mettendo in ginocchio. Indubbiamente il Marchionne di turno non ha alcun interesse a cambiare la situazione. Ma è facile costringerlo a cambiare idea. Siamo stanchi di persone che guadagnano 1000 volte lo stipendio di una persona normale? E che, badiamo bene, che non rischiano niente perché i loro posti di lavoro prevedono buonuscite da favola anche in caso di fallimento totale? Abbiamo un’arma strepitosa: non comprare. Una serrata di un mese contro uno solo di questi – dal produttore di auto a quello di computer, dagli spilli a tutto ciò che ha bisogno di moltissimi compratori – e mandiamo in vacca tutta la logica. Ma come riuscirci? Un’idea ce l’ho. Ne parliamo face to face.