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di Davide Lombardi

Le vere eminenze grigie delle case editrici, quelli che decidono cosa è degno di finire sugli scaffali di una libreria e cosa invece è destinato al cestino della spazzatura, magari accompagnato da una risata beffarda, sono gli editor. Ne abbiamo intervistato uno tra i più influenti (oltre che cinici e crudeli): Beppe Cottafavi di Mondadori.

Ahò Totti, è vero che hai venduto un milione di copie del tuo libro?“. “Nun è possibbile, io ne ho scritto uno solo“. Vera la prima: nel 2003 “Tutte le barzellette su Totti (raccolte da me)” è stato per Mondadori uno dei più grandi successi editoriali di tutti i tempi, 1 milione e 200 mila copie vendute in libreria dopo il fischio d’inizio. Ovviamente, falso, che autore di quel successo sia stato l’immarcescibile capitano della Roma che anzi, all’inizio non voleva saperne di apporre la propria firma a una raccolta di barzellette che giravano via sms o nei forum su Internet prendendolo bellamente per il culo. Furono Maurizio Costanzo e Walter Veltroni, all’epoca sindaco di Roma, a convincerlo che invece di soffrire di quei continui sfottò, poteva dribblarli con un colpo di autoironia. Lui fu abbastanza intelligente da capirlo e firmò il libro, dando così il via anche alla sua carriera – baciata dal successo non meno di quella calcistica – nella pubblicità.

Al mare Totti dice a Ilary: “Amò vatté a fà er bagno”.
Ilary: “Nun posso amò, c’ho le cose mie” e lui: “Nun te preoccupà, te le guardo io”.

Con Totti impegnato a guardare le cose di Ilary, a occuparsi di trasformare in un successo epocale un’accozzaglia informe di battutacce sull’ottavo re de Roma, era stato Beppe Cottafavi, editor o consulente editoriale che dir si voglia, della più importante casa editrice italiana, Mondadori. Un successo commerciale nato per caso, che lui racconta così: “Una sera sono a Roma a casa di Marco Giusti (coautore con Enrico Ghezzi del leggendario Blob di Rai Tre) di cui sono molto amico. E mentre chiacchieriamo del più e del meno, Marco mi fa: ‘Ma senti, tu che fai libri di cazzate, perché non fai un libro sulle barzellette di Totti che stanno spopolando?’. Mi si accende una lampadina: telefono subito a Camilla, mia figlia, che all’epoca aveva dodici anni e le dico, tirami giù da Internet tutte le barzellette che trovi su Totti. Poi con Marco le abbiamo riscritte e editate. Veltroni e Costanzo hanno convinto Francesco a metterci la faccia, operazione non facile perché era come chiedere al comandante generale dell’Arma di firmare un libro di barzellette sui carabinieri, quindi siamo usciti in libreria. Dove abbiamo fatto il botto. Ancora oggi è il successo commerciale più importante della mia carriera”.

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Photo credit: via photopin (license)

I “libri di cazzate” sui quali Giuseppe ‘Beppe’ Cottafavi ha costruito la propria carriera che ne fa oggi un Mazzarino dell’editoria italiana – non il solo, ma certamente tra i più influenti – sono umoristici: quelli della leva dei comici tirati su all’epoca eroica di Comix, settimanale della Cosimo Panini Editore di Modena da lui diretto tra il ’92 e il ’96. Luttazzi, Vergassola, Littizzetto e tanti altri sono passati per quelle pagine. Con Luttazzi ad esempio pubblica, sempre con Panini, la parodia del polpettone della Tamaro sbeffeggiandolo sin dal titolo, “Va dove ti porta il clito”, beccandosi una querela da parte della scrittrice triestina. Boom incredibile anche per la collana Comix Pillole, librettini che nel formato riprendono la collana Millelire inventata da Marcello Baraghini per Stampa Alternativa (rimasta nella storia dell’editoria italiana grazie ai 2 milioni di copie vendute con la “Lettera sulla felicità” di Epicuro). “Nutella Nutellae” di Riccardo Cassini, maccheronica parodia in chiave nutellesca di grandi classici della letteratura, sbanca con un milione di copie vendute.

Di quella collana, conservo ancora nella mia biblioteca quel gioiellino che è stato “101 cose da evitare a un funerale” di Daniele Luttazzi, ispirato a “Telling a Kid His Parents Are Dead” di Ed Bluestone pubblicato nel 1973 su un numero della rivista satirica americana The National Lampoon. Al di là delle polemiche che in questi ultimi anni hanno segnato il percorso del comico romagnolo, ancora oggi “porgere le condoglianze alla vedova servendosi di un pupazzo da ventriloquo” è qualcosa dalla quale astenersi a un funerale.

January 1973 Vol. 1 No 34

Baciato dall’aura di successi commerciali a ripetizione, una volta esaurita l’esperienza di Comix, nel 1996 Cottafavi comincia a lavorare per Mondadori occupandosi principalmente della biblioteca umoristica della casa editrice di Segrate come editor. In cosa consista esattamente questo mestiere non è chiaro ai più, e vale la pena fare un po’ di luce. Colpa della lingua italiana che non ha una parola per definirlo, “mentre in inglese – mi spiega – publisher è l’editore che mette i soldi per fare i libri, nel mio caso Marina Berlusconi proprietaria della Mondadori, invece l’editor è quello che concretamente li realizza, nel senso che sceglie quali libri pubblicare e quali no. Che poi capiamoci, all’interno di un gigante come Mondadori che da solo copre il 30% del mercato editoriale italiano, scegliere cosa pubblicare non significa solo individuare i libri belli ed eliminare quelli brutti, ma costruire un palinsesto che risponda a un progetto editoriale preciso. Magari in quel momento sto cercando un libro che abbia una buona resa commerciale, e se mi arriva roba di alta letteratura non mi serve. Anche se è buono, non va bene per me e lo rifiuto: può darsi che funzioni per un’altra casa editrice”.

Questa è la prima fase. Anzi, in realtà la seconda, perché sul tavolo di un editor del livello di Cottafavi arrivano proposte filtrate già da una prima scrematura dei “lettori”, di solito giovani incaricati del “lavoro in miniera, cioè della prima lettura o della correzione di bozze” che ogni editore ha in portafoglio (a 25 euro a testo, il prezzo di mercato) per visionare le migliaia di scritti che gli finiscono sul tavolo. Dopodiché, una volta individuato il volume ritenuto degno di raggiungere la libreria, comincia il suo lavoro vero e proprio, che Cottafavi descrive così: “Raramente si tratta di un lavoro di superfetazione, di una rimodellatura totale del testo, ma piuttosto di una negoziazione con l’autore. Spesso su dettagli quali il titolo, la copertina, a volte perfino una singola parola. Alcuni libri vengono costruiti come avviene in un film, solo che non ci sono i titoli di coda e il nome di coloro che hanno collaborato alla sua realizzazione non compare”.

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Giovani minatori nel primo ‘900. Fonte: Digitalcolored.

Quella dell’editor dunque, come una specie di “vita da mediano”, come nella canzone di Ligabue, “a recuperar palloni, nato senza i piedi buoni, lavorare sui polmoni” pur di far vincere i mondiali alla propria squadra? Non esattamente, l’editor lavora sì nell’ombra, ma non nei panni poco nobili dell’oscuro mediano ma, giura Cottafavi, come “un allenatore, un regista. A volte perfino uno psicanalista. Qualsiasi autore, anche il più bravo e il più esperto, una volta concluso il proprio lavoro non sa se ha scritto un capolavoro o una cagata pazzesca, e il limite spesso è sottile. L’editor è il suo primo lettore, quello che lo vede nudo, quello di cui si deve fidare e dal quale accettare consigli spesso sgraditi. Un alter ego col quale combattere perché inevitabilmente non è mai d’accordo. Dunque si parla di un rapporto di fiducia ma anche, inevitabilmente, conflittuale. Per questo mi sento di paragonarlo a un rapporto analitico. L’editor è anche un po’ uno sciamano, uno che vede un libro dove ancora non c’è”.

Un po’ come accade col self publishing. Grande moda del momento per cui chiunque – tanto più in un paese come il nostro con molti più autori (mancati) che lettori – può pubblicare direttamente su Internet il proprio lavoro saltando a piè pari l’intermediazione della casa editrice. E magari, se ha pure un proprio giro di aficionados sui social network, farci anche un po’ di soldi. Una concorrenza, quella di Internet, che Cottafavi dice di non temere. “Qualcuno dipinge le autoproduzioni come una sfida radicale all’editoria. Se così fosse, il lavoro dell’editore sarebbe già finito e questa fase altro non sarebbe che il nostro tramonto. Io non credo sia così. Faccio un esempio concreto: ‘Cinquanta sfumature di grigio’ di E. L. James apparentemente ha questo percorso, no? Lei è una fan della saga di Twilight e pubblica la prima versione del suo romanzo in formato digitale su un forum di fan della fiction. Il libro comincia a girare, vero. Ma diventa un caso editoriale solo quando un editore australiano decide di pubblicarlo rendendolo un successo planetario da cento milioni di copie. Perciò, va benissimo il self publishing. Anzi, noi peschiamo in quel mondo. Ma la funzione dell’editore resta sempre la stessa: rendere quella cosa lì un libro e chi l’ha scritta un autore. Puoi pubblicare sul web quanti libri vuoi e avere pure un certo successo, ma se ti telefona Calasso e ti dice che il tuo è un libro da Adelphi, cambia la tua vita. Il ruolo dell’editore resta e resterà anche in futuro questo: scegliere”.

autoproduzione

Ma come fa un editor a capire se il materiale raccolto in miniera è il solito sasso appena smaltato o una potenziale pepita d’oro? “Beh, è un fiuto che ti fai con l’esperienza – risponde Cottafavi – anche se ognuno di noi ha sviluppato un proprio metodo. Una cosa per me molto importante, è la mail di accompagnamento. Se mi colpisce, finisco per leggere anche lo scritto, se invece la trovo poco interessante o addirittura fastidiosa – tipo un libro di 100 pagine accompagnato da una mail di 30 – non mi ci metto neanche”.

Posso confermare. Come molti altri giornalisti, anch’io ho un capolavoro – tanto orrido quanto incomprensibilmente incompreso da quei bifolchi di editori – nel cassetto. Titolo: “Albergo ad ore”. Anni fa lo inviai a Minimum Fax con una lettera di accompagnamento che più meno diceva così: “Hey, ho questo capolavoro che mi degno di sottoporre alla vostra attenzione, va solo rivisto da capo a piedi da un bravo editor, ma è un vero gioiello!”. Gentilissimi, dalla casa editrice romana mi risposero a stretto giro di mail: “Ma se lei per primo scrive che va rivisto da capo a piedi, perché ce lo manda? Magari prima lo riveda lei”. Fu così che il solito ottuso editore prese una clamorosa cantonata affondando la mia precoce carriera di scrittore e privando così l’umanità, eccetera eccetera.

“Cantonate e successi sono nell’esperienza di tutti – chiosa Cottafavi – io ero alla fiera di Francoforte quando Mondadori perse a favore di Salani l’asta per i diritti di Harry Potter della Rowling. Sul piatto ce n’erano in quantità industriale di serie su nani, elfi e maghetti. Difficile capire anche per un occhio esperto quale fosse quella giusta. Noi puntammo su un fantasy diverso che in seguito non ha avuto l’esito culturale ed economico del ciclo della scrittrice inglese. Succede”.

A buttarla sempre sulla variabile “successo sì, successo no”, sembra che la bontà di un libro dipenda esclusivamente dal numero delle copie vendute, facendo di Cottafavi una specie di segugio perennemente a caccia di “libroidi”. Feroce definizione inventata da Gian Arturo Ferrari (oilà, freschissimo vicepresidente di Mondadori…) in un articolo su Repubblica del 2012, “Nel mondo degli pseudolibri” dove in pratica si accusava Cottafavi, e quelli come lui, di forgiare

“oggetti che dei libri hanno tutte le fattezze, sia fisiche, sia commerciali, sia propriamente libriche (dispongono di un autore – anche se a volte solo nominale -, di un editore, di un copyright, spesso di un indice), ma dei libri non hanno l’anima. O, più umilmente, non hanno il capo e la coda, l’invenzione di una storia, il bene di un concetto, un autore vero. Al contrario dei replicanti di Ridley Scott, i libroidi non sono immersi in un’ aura tragica, sembrano piuttosto soddisfatti di essere quello che sono e di occupare stabilmente posizioni elevate nelle classifiche, (…) assomigliano ai frequentatori del bar di Guerre stellari, allegri mostri e gaglioffi come loro”.

zazzera

Accusa non da poco per Beppe da Modena, visto che condanna il nostro alla dannazione eterna nell’inferno tratteggiato da Massimiliano Panarari nel suo saggio “L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip” (pubblicato da Einaudi, casa editrice del gruppo Mondadori e il cui editor, ironia, è lo stesso Cottafavi) secondo cui la direzione “di una pedagogia di massa che definisce i contorni di ciò che diventerà nazionalpopolare” è completamente sfuggita di mano alla sinistra per passare nelle mani (catodiche) dei vari Antonio Ricci o Maria De Filippi. O in quelle, libroidi, dei Cottafavi. Che però, con la zazzera ribelle e radical chic a fargli da elmetto, un po’ se la ride sotto il pizzetto, citando a sostegno il mai abbastanza rimpianto Edmondo Berselli, intellettuale anticonformista, modenese doc come lui e suo grande amico:

“Mai stato comunista. A me il birignao della cultura alta non è mai piaciuto. Invece sono sempre stato attratto dalla cultura popolare, dal mainstream, che sì, lo ammetto, è all’origine della mia fortuna professionale. Quando con Edmondo lavoravamo insieme a ‘Sinistrati. Storia sentimentale di una catastrofe politica’, discutemmo a lungo sul titolo. Lui, un po’ scherzando e un po’ no, era per puntare su ‘Sinistronzi’. Alla fine lo convinsi per ‘Sinistrati’. Edmondo, molto apprezzato a sinistra, fu anche colui che inventò l’espressione ‘professoresse democratiche’, un po’ il corrispettivo colto delle casalinghe di Voghera di Arbasino. Son quelle che guardano i programmi di Fabio Fazio e, quando presenta un libro, ci credono pure che sia bello perché lo dice lui”.

Insomma, più che infilarlo a forza nelle uniche categorie in cui in Italia siamo abituati a pensare, destra/sinistra, Cottafavi è uno che ama il cinismo beffardo, e in un ambiente strutturalmente omologato a sinistra (per quel poco che ancora può significare) come quello emiliano, facile intuire i bersagli più prossimi sui quali sfogare quel po’ di voglia di anticonformismo. Poca o tanta che sia. Perché poi va detto, nella piccola provincia, perfino per un autore di libroidi di successo non è impossibile vedersi appuntata la medaglia di gloria locale, e Cottafavi fa certamente parte dell’eletta schiera. Niente di male in fondo: farsi nominare baronetti dalla regina non fece schifo né ai Beatles né a Mick Jagger (per la cronaca: solo Lennon quattro anni dopo esserne insignito, rinunciò al titolo per protesta).

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(Scusa e buona lettura)

Piuttosto, con l’amico Berselli, Cottafavi condivide la feroce ironia. E soprattutto, l’autoironia. Come quando racconta di quella che ritiene essere la sua maggior soddisfazione letteraria, il suo “libro del cuore” che, precisa, “in Italia ha avuto poco successo nonostante sia bellissimo”: “I miei mostri”, primo e unico libro del maestro della commedia all’italiana, Dino Risi, scritto a 86 anni, quattro anni prima di morire. “Lo andammo a trovare nella sua casa romana io e Marco Giusti – racconta – solo che Marco è balbuziente e io ho questa voce afona dai toni acuti. Mentre siamo ancora sul pianerottolo Risi comincia a prenderci per il culo trasformandoci in uno sketch dei suoi film: ‘Chi cazzo siete voi due che sembrate due dei miei mostri?’. Ci facciamo quattro risate e alla fine ci fa entrare. Cerco di convincerlo a fare questo libro, una specie di montaggio per iscritto della sua irripetibile esistenza ma lui mi risponde: ‘sei arrivato troppo tardi’. La partita pare già chiusa e lascio perdere. Dopo un mese però ricevo una telefonata in cui mi dice: ‘Ho scritto 30 pagine, ma non te le mando’. Si comportava proprio come una figa, ma alla fine ho avuto per le mani questo dattiloscritto, l’ultimo che credo di aver visionato nella mia vita, buttato giù con una Olivetti Lettera 32, da cui ne è abbiamo ricavato questo libro stupendo, tra l’altro pieno di aneddoti tanto cattivi quanto esilaranti. Come quello su Nanni Moretti di cui Risi diceva: ‘Ogni volta che vado a vedere un suo film, penso: Nanni spostati e lasciami guardare il film’.

Ecco, togliersi di mezzo tra l’opera e chi ne fruisce. Proprio come fa un editor. Ogni volta che gli riesce.

Davide Lombardi