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Aggiornamento del 24 febbraio 2015: Gino Paoli si è dimesso da presidente della Siae.

Siae, Siae, Siae. Una semplice sigla che a molti fa venire la pelle d’oca. Il bollino Siae. L’ispettore Siae. Il borderò della Siae, una parola che sa di antico e che viene dal francese “bordereau”, da bord, orlo, margine. Ma la SIAE, Società Italiana degli Autori ed Editori, fondata a Milano nel 1882 – e il cui primo Consiglio Direttivo era formato da personaggi come De Amicis, Carducci, Giuseppe Verdi – oggi è spesso messa in discussione. Non a caso gli attuale vertici SIAE sono impegnati in un costante e quasi ossessivo tentativo di miglioramento dell’immagine dell’ente:

1-mini“Stiamo facendo una rivoluzione per cambiare la nostra immagine. Ci occupiamo di creatività e di tutela del lavoro degli autori e non siamo dei gabellieri”

Federico Monti Arduini, componente del Consiglio di Gestione della SIAE, 18 dicembre del 2014 #

Il gabelliere, per chi non lo sapesse, nel medioevo era il pubblico ufficiale che si occupava di riscuotere le imposte. Un personaggio che, com’è facile immaginare, non godeva di grandi simpatie.

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Ma a ogni evento di beneficenza, a ogni dichiarazione “in favore dei giovani musicisti” corrisponde una notizia negativa che demolisce i tentativi di ripulire l’immagine ormai compromessa. Una retata contro barbieri e commercianti, alcuni dei quali colpevoli solo di possedere degli altoparlanti collegati al computer. Una già famigerata “tassa” (virgolette perché il Governo ha precisato che non si tratta di una tassa) sull’equo compenso che dovrebbe portare nelle casse della SIAE oltre 10 milioni di euro all’anno come rimborso per i costi di gestione. Oppure scoperte paradossali come quella che il 42% dei dipendenti dell’ente è legato da legami di parentela o conoscenza.

O ancora il fatto che i dipendenti SIAE entrino abitualmente gratis nei cinema. E questo in teoria potrebbe essere giustificato come un esercizio ispettivo di controllo, ma se lo fanno con tanto di cestino di pop corn e accompagnati anche da amici e parenti, pure loro con accesso gratuito o ridotto, la cosa assume tutt’altro aspetto: quello del privilegio o peggio, dell’abuso. E allora via di rettifiche, di comunicati stampa, di pulizia.

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Ma questi sono solo alcuni degli aspetti, e nemmeno tra i più gravi, che mettono in discussione l’esistenza stessa della Società Italiana Autori ed Editori. Per indagare sugli altri, per capire perché la SIAE stessa si senta in dovere di “ripulirsi” abbiamo chiesto a vari addetti ai lavori, persone che lavorano quotidianamente tra borderò, bollini e moduli SIAE, la loro opinione sull’ente, cercando di costruire un mosaico di punti di vista. Partendo da una domanda fondamentale: la Siae è da abolire o da riformare?

COSA NE PENSANO DELLA SIAE MUSICISTI, AUTORI, AVVOCATI, GIORNALISTI E ALTRI ADDETTI AI LAVORI?

Ugo Laurenti, compositore di musica per film

laurentiCosa penso della SIAE? Penso che sia diventata, nel tempo, una “cittadella fortificata” occupata da pochi noti e mantenuta a spese di tutti gli altri iscritti, me compreso. E penso che sia da riformare, ma seriamente. In trent’anni ho dovuto quasi sempre occuparmi io di sollecitare la SIAE per avere quanto dovuto da parte di emittenti televisive nazionali: la SIAE non è in grado di sapere se i rendiconti semestrali sono corretti, ma (molto più grave) neanche si accorge se (come è capitato a me più volte) l’emittente NON dichiara assolutamente nulla! In più, praticamente ogni anno, la SIAE modifica i parametri con cui calcola quanto dovuto agli iscritti, ovviamente sempre in modo sfavorevole per questi ultimi.


 

Salvatore Primiceri, giurista, autore ed editore, esperto in diritto d’autore e comunicazione

primiceriPerché abolire la Siae? Nel momento in cui si raggiungerà il traguardo di liberalizzare il diritto d’autore auspico che non vi siano enti pubblici sul mercato in quanto rischierebbero di agire in regime di concorrenza sleale verso i privati, come già avviene in altri settori liberalizzati a metà, con gravi conseguenze. Per questo la SIAE andrebbe abolita come ente pubblico. Al momento Renzi non sembra offrire segnali interessanti verso il tema dei diritti d’autore. Finora si è distinto per aver introdotto una assurda e iniqua tassa sull’equo compenso, voluta a gran voce dalla SIAE, quindi le premesse non sono delle migliori. + LEGGI TUTTO

Oggi, per quanto riguarda la musica dal vivo, di fatto non è possibile fare a meno della SIAE. Anche se un gruppo esegue propri pezzi non registrati alla SIAE, occorre comunque un permesso preventivo di esecuzione per spettacoli dal vivo. Non si pagheranno i diritti d’autore dopo aver comunicato che le musiche utilizzate non sono depositate alla SIAE. Per la musica di sottofondo invece esistono già delle alternative. La più nota é Soundreef, società che riesce a operare in concorrenza con la SIAE grazie al fatto che ha sede legale all’estero, quindi non è ufficialmente italiana.


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Andrea Caovini, musicista e scrittore

caoviniLa mia vicenda con la SIAE prende vita da un episodio accadutomi personalmente nel Luglio 2013, che riassumo brevemente di seguito ma che trovate per esteso sulle pagine del mio blog. Sono un musicista, autore dei brani che eseguo nei miei live ed i miei brani non sono depositati presso la SIAE. A Luglio 2013, dopo una serata musicale in uno spazio associativo che gestivo, vengo convocato dal mandatario competente per la zona che avanzava pretese sulla mia serata, vantando doveri ed obblighi anche di chi non è iscritto – cosa che sapevo non vera – ma che mi ha portato ad approfondire gli studi sul diritto d’autore e le leggi che lo regolano, scoprendo che ai danni di molti autori avvengono una serie di “abusi” e si richiedono adempimenti che nessuna legge impone, al solo fine di far passare attraverso gli uffici SIAE anche chi autonomamente sceglie di non volergli delegare alcunché della propria produzione artistica. + LEGGI TUTTO

Scopro inoltre che un articolo che la SIAE stessa cita a margine dei programmi musicali che pare obbligare chiunque alla compilazione è abrogato dal 1996 e tutta una serie di magagne ai danni di autori che secondo la legge 633/1941 non sono tenuti invece ad alcun adempimento se decidono di gestire in proprio il loro diritto d’autore. Questo mi porta nell’Aprile 2014 ad organizzare un evento nazionale esente SIAE con oltre venti concerti sparsi sul territorio nazionale (grazie a collaboratori come Patamu, Soundreef, Associazioni Culturali) dove si è eseguita solo musica non tutelata dalla SIAE o di pubblico dominio senza richiedere alcun permesso, e di fatto in nessuno degli oltre venti eventi sono intervenuti ispettori. Fatto che mi pare parlar chiaro…

Dunque, cosa penso oggi della SIAE? Penso che sia un ente al quale rimane un monopolio affidatole da leggi fasciste (1941) che fa il bello e cattivo tempo in tema di diritto d’autore, sovvertendo qualsiasi ordine logico delle cose, addirittura contravvenendo ad una legge dello stato, in questo momento storico ostacola la diffusione della musica imponendo procedure illogiche nell’era di internet, come andare a ritirare il permesso a mano e riconsegnarlo a mano (vi diranno che si può fare anche dal web, ma provateci, ad un certo punto della procedura verrete invitati ad andare all’ufficio SIAE competente a ritirare una password per continuare). Inoltre nella redistribuzione dei proventi per diritto d’autore usando un illecito sistema a campione anziché analitico fa sì che serate di autori minori, pagate altrettanto di quelle dei big, non concorrano a ripartizione, ossia i soldi che un locale versa per far suonare me e le mie canzoni a titolo di MIO diritto d’autore vengono ripartite ad altri in base ad illogici criteri di vendita e fama. Si evince da ciò che la SIAE non è adatta ad alcuno degli scopi che si prefigge da statuto, quindi va necessariamente riformata e fatta lavorare in un regime di libera concorrenza dove l’autore possa scegliere con chi interfacciarsi per la riscossione dei PROPRI diritti, e per far sì che restino diritti e non diventino solo una serie di invalidanti doveri.


Edoardo Inglese, musicista iscritto alla SIAE

edoardoA mio parere non è sbagliata l’istituzione, se spogliata dalla sua storia “nazionalista” e “della musica che si scriveva”, storia a cui purtroppo è ancora legata. Che nell’era della riproducibilità io debba scrivere a mano almeno 16 battute della mia musica è fuori dal tempo, almeno da 100 anni fra l’altro. Ma è sbagliato il suo funzionamento, il suo essere una società in Italia e quindi in mano a pochi raramente eletti (c’è stata una repubblica di Weimar della SIAE con Migliacci presidente e Gianni Minà a dirigere VivaVerdi, una delle migliori riviste dell’epoca, che è stata immediatamente schiacciata dalla restaurazione Mogol e ora Paoli). Per me la SIAE è uno dei rari motivi di guadagno e quindi ci sto volentieri. Ma mi ruba oltre il solito 20 per cento di tasse, che servono a sostenere un centinaio di dipendenti tra i più nullafacenti oltre il luogo comune. + LEGGI TUTTO

E se io suono 15 pezzi miei una sera, e faccio regolare borderò, loro me ne pagheranno 7 massimo 8 e il resto sono i celeberrimi “resti” che vanno sempre a rimpinguare i soci che fanno fare più utili. Quindi io do un po’ dei miei soldi a Gino Paoli, Mogol e Vasco Rossi, che poretti c’hanno più bisogno di me. Insomma, la SIAE è un’istituzione malata di italianità ma resta il fatto che per me il diritto di autore (quando c’è sia l’opera che il diritto) va tutelato in qualche modo. Io fossi nella SIAE, romperei meno le palle sulla musica non a scopo di lucro (feste compleanni scuole etc etc) e massacrerei la RAI che invece non ti paga. Per dire, io ho una sigla in RAI da 3 anni, che nel pagare la SIAE ha già un anno di ritardo, la RAI paga la SIAE con due anni di ritardo e io dopo 3 anni non ho ancora visto una lira. Ci hanno fatto spot e tutto e già so che siccome paga a forfait, io non verrò pagato il dovuto, ché magari Piovani ne ha più bisogno.


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Anna Maria Dalla Valle, musicista, compositrice

dalla-valleLa Siae è un carrozzone che non vuole rinnovarsi, per poter preservare gli interessi di pochi, “grandi” autori. Questa politica uccide la creatività della musica italiana, preserva i diritti di soliti noti a danno di tutti gli altri, che non vengono considerati della ripartizione complessiva dei ricavi. In parole povere, un famoso jazzista con 30 dischi a suo nome non riesce nemmeno a ripagarsi i 160 euro di iscrizione annuale, mentre un autore di un programma della TV spazzatura guadagna in un anno tanto da pagarsi una villa al mare. Ho conosciuto chi gestisce Siae e no, non è possibile alcun dialogo, devono cambiare proprio le teste. La Siae va, a mio parere, riformata di sana pianta, ascoltando quella frangia innovatrice che lavora in Siae per smontare i vecchi privilegi. + LEGGI TUTTO

A partire dalla ripartizione dei diritti, che dovrebbe tornare eguale per tutti, in proporzione alle esecuzioni, e non come ora a “supposizioni” e sorteggi, su “ipotesi” (e quindi dando i soldi di esecuzioni di Jazz, musica popolare o cantautorale alla Rihanna di turno… perché il bello è che i nostri diritti poi li mandiamo all’estero..); rivedendo la burocrazia del deposito dei brani, la compilazione dei borderò, rivedendo le quote per i concerti dal vivo, unificandole in chiaro per tutta Italia, con un controllo vero e reale sui mandatari locali, spesso veri bulli nei confronti di musicisti come di gestori di locali. Qualcosa sta cambiando, bisogna dirlo: da gennaio 2015 i giovani fino ai 30 anni non pagheranno più l’iscrizione, una facilitazione chiesta a gran voce per favorire i giovani autori, poi l’abolizione della tariffa “a proporzione” in base ai musicisti sul palco… E’ poco, ma è segno che a furia di parlarne ed insistere, qualcosa inizia a franare.

Esistono oggi valide alternative? No. Da Siae si passa comunque, a meno di fare scelte artistiche precise. Le collecting estere sono validissime, ma per i diritti raccolti in Italia è sempre Siae a fare da tramite (e da costoso filtro). Soundreef è la novità straordinaria degli ultimi tempi, assieme a Patamu. Non sono alternative totali, però: come socio Soundreef potrei suonare i miei pezzi, ma volendo inserire un brano di un altro autore sarei assogettata ad un doppio borderò, uno Soundreef e uno Siae. L’alternativa migliore è rinunciare al ricavo dai propri diritti, proteggendo i propri brani ma evitando Siae, essendo consci che comunque il locale sarà “obbligato” dal mandante Siae a fare un borderò ugualmente.

E comunque, se si vuol fare seriamente questo lavoro, lavorando con un editore serio ad esempio, Siae è un passaggio obbligato. Purtroppo. Perché la Siae ha “rovinato” la reputazione dei diritti d’autore. In realtà, un compositore vive delle proprie opere, dell’esecuzione in concerti, in radio, a teatro. E’ sacrosanto richiederli, ma c’è modo e modo. Io combatto ogni giorno con chi, in realtà, dovrebbe “lavorare” per me. Lo stesso mandantario Siae che dovrebbe verificare che mi siano dovuti i diritti per un concerto di musica mia, viene invece a verificare quando suono musica improvvisata (quindi non protetta) facendo pressioni al gestore solo per avere un borderò (fasullo) in più. Ed aggiungo infine: non è forse il momento di inserire il diritto di arrangiamento ed improvvisazione, come altrove? Sarebbe il giusto premio per i jazzisti, gli arrangiatori, i bravi musicisti che non cercano soldi facili con le tribute band. Siae dovrebbe diventare pro-musica, esaltando la creatività, smettendo di preservare solo “Sapore di Sale”. Per dirne una a caso…

il blog di Anna Maria Dalla Valle è www.laflauta.it


 

Carlo Gubitosa, giornalista

gubitosaPenso che la Siae sia una associazione a delinquere legalizzata da una ingiustificata concessione di monopolio, finalizzata agli interessi dei pochi famosi che vi lucrano a spese dei tanti autori sconosciuti che pagano anche per suonare la loro musica. La abolirei per consentire agli autori di decidere liberamente da chi farsi rappresentare e di autoorganizzarsi. Penso che la Siae sia penalizzante per i nuovi autori perché i criteri di ripartizione degli utili sono decisi da sempre dai soliti vip. L’alternativa è che si rompa il monopolio per lasciare gli autori liberi di decidere da chi farsi rappresentare e come. Poi vediamo quanti continueranno a iscriversi alla Siae quando ci saranno alternative più serie e trasparenti.

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Andrea, musicista di una rock band

andreaEsistono alternative alla SIAE? Mah, si diceva anche 10 anni fa appena uscirono le Creative Commons, ma in campo musicale la fa ancora da padrona, per tanti motivi, compresa la possibilità di controlli durante le serate dal vivo (controllo borderò e bollini su eventuali cd in vendita). Una band che propone musica propria (non cover band) quando va a suonare in un pub può alzare 200-300 euro nei casi migliori. Nei casi peggiori, ovvero il 99% delle volte, invece hai solo da bere gratis e un rimborso benzina se vieni da lontano. La SIAE si becca almeno 110 euro però. Il problema è che il musicista non vede una lira e il locale ha comunque delle spese, cosa che non lo incentiva a fare musica dal vivo. Abolire la SIAE? Non lo so, è complicato. In realtà secondo me è giusto che un artista sia tutelato, soprattutto nella situazione in cui una tua opera viene usata per fini commerciali, però così è solo una barzelletta costosissima.


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Stefano Lelii, produttore

stefano-lelliPenso che purtroppo la SIAE sia l’unico servizio di recupero diritti a disposizione In italia. Ci sono degli artisti che pretendono, e a me sembra anche giusto, un beneficio economico se un locale o un gruppo guadagna grazie alla sua musica. Ma si può anche fare a meno della Siae.  Se alla Siae si dice che si suonerà musica che non fa parte del repertorio protetto, potete non pagare nulla. La comunicazione bisogna farla comunque, altrimenti sarebbe l’anarchia totale, ma non costa nulla, dopotutto anche se cambi casa devi comunicarlo al comune interessato, no? Di solito cosa succede? Diciamo che io gruppo faccio un disco e non mi importa nulla di guadagnare se qualcuno suona la mia musica. Poi vado a suonare in un locale e alla SIAE dichiaro che suono la mia musica che non è tutelata da loro e quindi non si paga nulla. Ma se poi nel concerto mi metto a suonare i Queen of the Stone Age perché la gente si diverte con quello e della mia musica non frega un cazzo a nessuno, ecco che mi becco la multa. + LEGGI TUTTO

Poi, la Siae funziona male? Sì, funziona male perchè abbiamo degli agenti di zona incompetenti e poco informati su come stanno le cose e spesso non illustrano in maniera trasparente i dettagli… Cosi si crea ignoranza tra gli utenti. Però al momento la Siae è l’unica soluzione che c’è, e ho paura che le cose non cambieranno perché creare un’altra agenzia di tale portata è difficilissimo. In America il recupero del diritto d’autore lo fanno agenzie private a costi esorbitanti che i Nickelback magari si possono permettere di pagare ma l’80 % dei gruppi no. Se trovate una SIAE che ostacola in qualche modo un evento o un gruppo vi consiglio di leggervi lo statuto perchè non può farlo… Quando succede è sempre a causa dell’agente di zona che non sa nulla! La SIAE non può fermare per alcun motivo un concerto, leggete lo statuto. La SIAE è stata costituita da gente di una cultura gigantesca… Gente che ci permette di vantarci di essere italiani. E’ un po’ come la costituzione italiana. Le cose sono andate un po’ a sfumare, è vero, ma il principio c’era!


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Enrico, musicista iscritto alla SIAE

enricoHo sempre pensato che la SIAE fosse una gabella assurda ad appannaggio dei musicisti famosi che godono della ripartizione, in buona parte arbitraria, dei diritti d’autore. Solo per un certo periodo mi sono rientrati dei soldini ma giusto perché facevo tanti concerti, quindi se guardiamo il mio bilancio come autore resta comunque fortemente in negativo. Altra cosa che non ho mai capito (ma che quelli della SIAE sanno spiegare benissimo) è il perché si dovesse pagare una tassa per un concerto gratuito e magari pure per beneficenza. Per altri versi posso dire che si è pure dimostrata efficiente: ad esempio anni fa ho trascorso 3 settimane in ospedale e l’assicurazione legata alla SIAE mi ha riconosciuto una discreta cifra, circa mille euro. In ogni caso ribadisco che il bilancio è fortemente negativo e che si tratta di un carrozzone che va bene per i grandi artisti ma che non fa altro che stritolare tutte le piccole realtà, artisti, locali, etichette.


Simone Aliprandi, avvocato e responsabile di Copyleft-Italia.it

aliprandiLa questione dell’abolizione della SIAE è molto delicata, perché, nonostante i mostruosi segni di malfunzionamento (che sono già stati messi in luce in moltissime altre sedi e su cui quindi non mi dilungo), ad oggi non esiste altro ente in grado di svolgere in modo efficiente l’attività svolta finora da SIAE. Chi spinge con irruenza verso la radicale abolizione è perchè non ha ben chiara la complessità della situazione e quante siano le funzioni demandate a SIAE. Ne consegue che una liberalizzazione della gestione collettiva dei diritti d’autore fatta in modo sconsiderato e avventato rischierebbe di creare ulteriore confusione e aumentare le storture del sistema. Il problema di fondo è che la SIAE incarna in sé non solo funzioni di “rappresentanza” degli interessi dei titolari dei diritti (autori ed editori) ma anche funzioni di “controllo” ramificate in tutto il territorio nazionale. In altre parole, la SIAE non è solo l’ente che (in regime di monopolio) rappresenta gli interessi dei creativi ma è anche una grande rete (burocratizzata e dai meccanismi spesso obsoleti) di uffici e incaricati che si occupano di rilasciare i permessi e di effettuare i vari controlli sul territorio nazionale. + LEGGI TUTTO

Il primo passo da compiere sarebbe a mio avviso proprio quello di trovare il modo per scindere queste due funzioni della SIAE (e di farlo in ottica di efficienza ed economicità): da un lato creare un ente pubblico che, con regole chiare e con massima trasparenza, si occupi del controllo e dei rapporti con gli utilizzatori delle opere, dall’altro liberalizzare l’aspetto della gestione dei diritti e della rappresentanza degli autori, stabilendo chiare regole per garantire in modo equo e trasparente l’accesso a questa attività da parte dei soggetti privati (associazioni, consorzi, etc.). Inoltre, tutto ciò deve essere fatto con una prospettiva il più possibile internazionale o quanto meno europea, dato che ci troviamo in un mercato del copyright ormai globalizzato. E ciò aggiunge altri aspetti di delicatezza e cautela.

Avv. Simone Aliprandi (Copyleft-Italia.it – Copyright-Italia.it – Array.eu)
Autore del blog “Perchè pagare la SIAE?” e del libro “Pillole di diritto per creativi e musicisti”

Questo intervento è rilasciato con licenza Creative Commons Attribution – ShareAlike 4.0.


Guido Scorza, Avvocato, docente di diritto delle nuove tecnologie, giornalista

scorzaLa SIAE, per come la conosciamo oggi e per come la raccontano in modo obiettivo – nonostante i grandi sforzi di imbellettamento compiuti da chi la governa – i suoi bilanci è, a mio modesto parere, una società dal passato glorioso, che sta vivendo un presente precario e che è destinata tecnicamente al fallimento. Lo dico senza alcun intento polemico ma semplicemente guardando al margine operativo registrato nei bilanci della società che racconta di una società che – se si guardasse ai soli proventi da intermediazione dei diritti d’autore – costerebbe enormemente di più di quanto produce. E’ un dato di fatto in relazione al quale non mi sembra che il primo bilancio firmato da Gino Paoli, dopo l’ennesimo commissariamento consenta di identificare segnali di effettiva ripresa, capaci di invertire il trend degli ultimi anni. Sotto questo profilo occorre dirsi con grande onestà che il modestissimo utile raccontato dallo stesso bilancio è un dato fallace perché è – ed anche qui si tratta di numeri e non di opinioni – un dato dopato da enormi proventi finanziari frutto del ritardo con il quale la società ripartisce quello che incassa tra gli aventi diritto e di alcune operazioni immobiliari che nel breve, medio periodo stanno producendo plusvalenze che, tuttavia, sono destinate ad esaurirsi lasciando poi una società, assai probabilmente, più povera di quanto non lo sarebbe stato in difetto di tali operazioni.+ LEGGI TUTTO

Ma nonostante tutto non credo che il problema possa essere ridotto – come spesso avviene – ad una domanda binaria come aboliamo o non aboliamo la SIAE.
Quella che serve, infatti, non è una riflessione “contro” qualcuno ma, invece, una riflessione nell’interesse di qualcun altro e il qualcun altro in questione sono le decine migliaia di creativi italiani e, soprattutto, la cultura del nostro Paese.
Quello che dovremmo chiederci tutti quanti è se l’attuale assetto dell’intermediazione dei diritti in Italia è il migliore possibile nell’interesse di chi produce e diffonde cultura ed in quello del Paese.
A questa domanda, personalmente, da anni, mi rispondo senza esitazioni che quello attuale non è il migliore perché garantisce ricchezza solo a pochi e condanna i più in una condizione sostanzialmente passiva ovvero in una condizione di perenne attesa di vedersi riconoscere, quasi per grazia ricevuta – anziché per effettivo diritto – quanto il “Sovrano”, decide, di anno in anno, di riconoscere loro.
Così non va e di questa condizione non solo credo si possa fare a meno ma sono convinto si debba fare a meno.
Guai a credere di avere in tasca soluzioni e ricette facili davanti ad un problema oggettivamente complesso ma, obiettivamente, credo che ci siano alcuni principi che dovrebbero ispirare una riforma immediata del mercato del diritti di proprietà intellettuale nel nostro Paese travolgendo un impianto che – anche a prescindere dalle troppe patologie che affliggono SIAE – è semplicemente vecchio rispetto ad un mondo completamente rivoluzionato dalla tecnologia e dalla globalizzazione.

Eccone alcuni:

1. Ogni autore dovrebbe avere la costante ed assoluta libertà di gestire o far gestire i propri diritti a chiunque reputi capace di garantirgli i risultati a cui tende che si tratti di risultati economici o di massimizzazione della circolazione delle proprie opere. Il ricorso alle creative commons, alle società di gestione straniere, alle grandi piattaforme di aggregazione e distribuzione di contenuti non dovrebbe essere in alcun modo ostacolato o frenato ma, al contrario promosso.

2. Ogni autore – salvo casi eccezionali in cui ciò risultasse impossibile – dovrebbe vedersi riconoscere quanto gli compete in modo analitico perché è giusto così, perché le tecnologie lo consentono e, soprattutto, perché ogni parametro forfettario contiene in sé il germe della discrezionalità e dei favoritismi verso amici ed amici degli amici.

3. Vigilare che chi utilizza opere frutto dell’ingegno altrui lo faccia in modo lecito è compito dello Stato come è lo Stato a dover vigilare sul fatto che non si rubi e che si paghino le tasse mentre negoziare le condizioni alle quali chi utilizza un’opera riconosca all’autore un compenso tocca all’autore ed ai soggetti dai quali questi, eventualmente, scelga di farsi rappresentare. La convergenza in un unico soggetto – come oggi avviene nella SIAE – di compiti pubblici e privati è inaccettabile sotto un profilo di mercato prima e democratico poi.

4. Il libero mercato, nel mondo della cultura liquida e digitale, è la regola mentre esclusive e monopoli sono l’eccezione. Liberalizzare non significa necessariamente abbandonare la cultura e gli autori in un far west senza regole. E’ compito dello Stato garantire che il mercato serva a promuovere la cultura ed i suoi protagonisti e non a lasciar depredare la prima ed affamare i secondi.

E’ per queste ragioni – e per tante altre che non stanno in questo contributo solo per ragioni di spazio – che penso assai poco di buono della SIAE e sono convinto che di questa SIAE [ndr e non necessariamente di una SIAE diversa] si possa e si debba fare a meno il più rapidamente possibile prima che ci si ritrovi a doverne registrare il catastrofico fallimento dal quale si salverebbero solo i più ricchi, lasciando gli altri orfani dell’unica madre che le regole dell’esclusiva abbiano loro consentito di conoscere.


Luca Ruggero Jacovella, musicista, musicologo, consulente tecnico in musica

jacovellaMolto è già stato evidenziato, perciò il mio intervento vuole concentrarsi su un aspetto che, a mio avviso, è quasi sempre mancante all’interno del dibattito tra addetti ai lavori: il pensiero epistemico-musicologico per cercare di definire più appropriatamente cosa è l’opera creativa, cosa fa un performer, chi sono gli autori, e in cosa dovrebbe cambiare, conseguentemente, la Siae. Partendo proprio da questo specifico focus sono contento di essere riuscito, nel 2014, insieme all’associazione sindacale SOS MUSICISTI e ad ACEP (associazione dei piccoli autori ed editori), a far abolire una iniqua maggiorazione tariffaria per la musica dal vivo che considerava il numero dei musicisti un parametro attraverso il quale calcolare il diritto d’autore. Va dato atto quindi che, almeno secondo questa mia esperienza, la Siae ha saputo ascoltare un “nuovo” punto di vista, ed è stata capace di cambiare in meglio. + LEGGI TUTTO

Dunque, tornando al tema di questo mio intervento, desideravo mettere a confronto la legge 633 del 1941 (l.d.a.) e lo Statuto della Siae approvato nel 2012.
La legge italiana sul diritto d’autore, all’art. 2 c.2, enuncia in questo modo le opere dell’ingegno tutelate: ““le OPERE e le composizioni musicali, con o senza parole, le opere drammatico-musicali e le variazioni musicali costituenti di per sé opera originale“.
Leggendo invece lo Statuto della Siae all’art. 6 c.2, si trova: “A) opere assegnate: composizioni sinfoniche e composizioni musicali di vario genere, (…)”.
Salta agli occhi un campo più ristretto rispetto a quanto concepito dalla legge nel 1941! Per brevità posso dire che la Siae, nel proprio Statuto (quindi “a monte”), riconosce solo, come opere da assegnare, le “composizioni”, ovvero gli “artefatti compositivi” preparati e basati sul mezzo della scrittura, in regime di preminenza del senso visivo, secondo una concezione culturale eurocentrica, quindi parziale rispetto alla complessità dei fenomeni creativi. Da ciò ne consegue poi una sistematica subordinazione della figura dell’interprete/esecutore rispetto a quella dell’autore, e tutta una concatenazione di norme e di sistemi economici poggiati su questa visione estremamente parziale della poliedrica realtà artistica oggettiva.
Ma a onor di verità, La legge sul diritto d’autore del 1941, che appone una “e” tra “OPERE” e “COMPOSIZIONI”, concepisce di fatto la possibilità di altre forme espressive oltre la “composizione”, e aggiunge anche “le variazioni musicali costituenti di per sé opera originale”.
Per contro, nello Statuto della Siae (e anche nel suo Regolamento Generale) non c’è menzione di tutto l’altro mondo musicale creativo nel quale, parafrasando Pareyson (può sembrare un gioco di parole): “la forma si forma mentre si performa …”, nel quale il “testo” non è, evidentemente, quello scritto, e l’opera non è soggetta all’imperativo della “ripetibilità uniforme” occidentale di ascendenza cartesiana. Sottigliezze? No. Si tratta di campi semantici diversi che in musica possono significare mondi creativi che adottano medium formativi cogenti opposti.
La Siae quindi, già attraverso lo Statuto, rivela evidentemente l’ambito gnoseologico di appartenenza, e ne fa il proprio paradigma applicativo nella musica.
La riflessione da fare sarebbe però lunghissima …
Infine, un altro problema che ravvedo nel ruolo della Siae, è costituto dall’attribuzione, per legge, di poteri di accertamento e riscossione di imposte. Gli interessi perseguiti dall’ente, perciò, sono talmente grandi ed evidentemente lontani dalla pura tutela della creatività, che gli esiti e la percezione da parte degli utenti sono amaramente sotto gli occhi di tutti.
Dovendo esprimere un desiderio, mi auguro quindi una Siae che in futuro si occupi solo di opere dell’ingegno, nella quale si possa fare ricerca scientifica e culturale, e che ponga (davvero) al centro della propria azione la difesa della cultura anche nella sua dimensione processuale “poietica” performativa.

blog: www.concertainment.it

Repliche

2/1/15 – Ci scrive Alessandro Angrisano, Consigliere di Sorveglianza della SIAE e presidente dell’ACEP (Associazione Autori, Compositori, Editori e Produttori):

Spettabile redazione CONVERSO,

come già accennato nel mio tweet del 24 dicembre scorso, vi confermo che la fattispecie del “debito della SIAE verso i propri associati”, così come da voi presentata, non è corretta.
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Si tratta infatti di un fenomeno fisiologico per la SIAE. Considerato che la stessa ripartisce i diritti d’autore ai suoi Associati ogni 6 mesi, l’esistenza di somme da ripartire (debiti verso gli associati) trova origine nella circostanza che gli incassi per le utilizzazioni precedono ciclicamente i flussi di ripartizione (che richiedono tempi tecnici per l’individuazione dei legittimi titolari). Di conseguenza, al 31 dicembre di ogni anno, la SIAE si ritrova in bilancio le somme incassate durante lo stesso anno, ma anche negli anni precedenti, tutte in attesa di ripartizione e che non possono che essere classificate come “debito verso gli associati”. La maggior parte di queste somme vengono ripartite nei semestri successivi secondo le ordinanze di ripartizione ma può capitare che determinate somme vengano ripartite a distanza di tempo per cause spesso non imputabili direttamente alla SIAE (è il caso delle erronee dichiarazioni nei bollettini di deposito delle opere che rendono difficile l’immediato abbinamento autore, editore e titolo dell’opera, come pure le errate dichiarazioni di titoli ed autori nelle richieste dei bollini, ecc.) ma che impediscono di fatto la regolare ripartizione di tutti i diritti incassati, determinando a loro volta l’incremento di somme in attesa di ripartizione.

Sicuramente la SIAE deve recuperare molta efficienza nella gestione della ripartizione, soprattutto in termini di analiticità delle stesse e chi vi scrive, oltre ad essere membro di minoranza del Consiglio di Sorveglianza SIAE, presiede un’ Associazione di categoria, quale è l’ACEP (Associazione Autori, Compositori, Editori e Produttori), storicamente fra le più critiche (se non la più critica), nei confronti di alcuni aspetti gestionali della SIAE. Il nostro obiettivo principale è quello di stimolare azioni che portino ad un efficientamento dell’operato della SIAE specialmente verso le categorie meno rappresentate quali i giovani e piccoli Associati (sia autori che editori) e diversi risultati li abbiamo già ottenuti, (grazie al lavoro congiunto con altre realtà associative) come l’accesso più facilitato alle prestazioni solidaristiche, l’incentivo per le live-band oltre i tre elementi e, in ultimo, l’iscrizione gratuita per i giovani sotto i 30 anni.

Certamente c’è ancora tanto da fare e l’ACEP non mancherà di far sentire la sua voce, ma crediamo che prima di fare facili critiche o inchieste sommarie sarebbe opportuno documentarsi da fonti certe anche e soprattutto per l’interpretazione dei dati di bilancio. A riguardo faccio anche presente che il numero totale dei dipendenti da voi rappresentato è quasi il doppio di quello reale.

Naturalmente parlo per mio conto e non ufficialmente per SIAE, alla quale Direzione potete sicuramente rivolgervi per ogni e più dettagliata informazione tecnica.

Cordiali saluti,
Alessandro Angrisano
SIAE: Consigliere di Sorveglianza – ACEP: Presidente

Risposta di Converso:

Innanzitutto la ringraziamo per aver contribuito alla discussione.

Al di là delle sue importanti specifiche, quando si parla di una somma da distribuire o da ricevere, non è scorretto parlare di somma “a debito” o “a credito”. Nello specifico, la somma segnalata ci pare inequivocabilmente “a debito”.

Il numero dei dipendenti è quello determinato dalla SIAE stessa nel suo “Bilancio di gestione” del dicembre 2013. Ci siamo attenuti ai dati ufficiali SIAE. Aggiornamento 6/1/15: abbiamo commesso un errore invertendo due cifre. Il numero dei dipendenti SIAE, secondo i dati ufficiali del 2013, è 1268.

redazione di Converso

bb

  • Lino Palombo

    Dico la mia da semplice fruitore delle “opere d’ingegno”, non sono né un musicista né un autore. Premetto che trovo giusto che un artista si ricompensato per il frutto della propria arte. E su questo non ci piove. Detto questo, penso che la SIAE sia uno dei tanti carrozzoni all’italiana: inefficiente, autoreferenziale, volto a fare l’interesse di pochi a scapito dei tanti, obsoleto nel modo stesso di concepire il diritto d’autore che evidentemente va ripensato (e ci stanno lavorando in tutto il mondo) nell’epoca in Internet ha completamente modificato le possibilità di fruire delle opere d’arte, siano esse un film o un brano musicale. SIAE va nella direzione opposta, attua logiche esclusivamente punitive e repressive. “Ma non si ferma il vento con le mani”. Cito questa frase di Renzi non a caso. Proprio il suo governo ha attuato un balzello chiamato “equo compenso” che trovo scandaloso per la cultura punitiva (al solito, ai danni dei cittadini) che ci sta dietro: l’idea che siamo tutti pirati. Il tema della “pirateria” inoltre è assai complesso e non va limitato alla solita lettura manichea che SIAE e altri, nel loro esclusivo interesse, gli danno. A riguardo consiglio la lettura di questo pezzo di circa un anno fa: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/07/limbarazzante-rapporto-sulla-pirateria-digitale-del-parlamento-italiano/492120/
    La chiudo qui. Io non sono per l’abolizione della SIAE, ma certo sono per un regime di concorrenza, per una sua riforma radicale, per il suo sganciamento da ogni prossimità col potere politico. Insomma, che diventi una libera associazione di autori in concorrenza con altri soggetti, e poi che “vinca” chi ne tutela meglio gli interessi in una chiave però “contemporanea”. Alla politica il compito di ripensare il diritto d’autore, ovviamente in una dimensione internazionale, aggiornandolo alle trasformazioni che stiamo vivendo.

  • Giorgio

    E’ già una buona notizia che se ne parli. Comunque, come segnalato da alcuni degli interventi sopra, non bisogna farsi confondere dalla solita risposta che non è colpa dei vertici ma di alcuni ispettori, di tizio, di caio, insomma il discorso delle mele marce che si fa anche in altri contesti. La Siae è una organizzazione del tutto marcia, proprio alle fondamenta. Non funziona e basta, non basta sostituire un ispettore o un presidente e dire ecco ora abbia la Siae 2.0 o 3.0 o quello che è. Andrebbe abolita, tabula rasa, ma ovviamente prima andrebbero trovate delle valide alternative in materia di diritto d’autore ecc. Ma non mi sembra che questo sia su nessun tavolo di discussione, di certo non in quelli che contano…

  • Vincenzo Palmieri

    Io direi che gabelliere invece è la parola giusta per definirli. Sapete chi ha parlato di “cultura intimidatoria nei confronti dell’utenza” Siae? Lo stesso dg siae, cioè Getano Blandini, in relazione a questi avvisi lasciati nei negozi dai mandatari Siae http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2014/12/documento-blog.jpg cioè minacce di galera per chi non paga la Siae. Diciamo che c’è MOLTA pulizia da fare in Siae, bisognerebbe partire proprio dai dipendenti (che fanno praticamente quello che vogliono), più che dai vertici. Questa è la mia opinione.

  • Durruti

    A me scandalizza la faccenda dell’equo compenso che ancora non ho digerito. Prima che venisse applicata questa norma 1 buon hd interno da 1 tera si poteva acquistare con 50 euro, adesso bisogna aggiungerne 32 per ogni tera come si vede dalla tabella http://goo.gl/owGuIo. Vuol dire che il costo è aumentato di ben il 64%!!!!! Un aumento veramente assurdo, inconcepibile! Non ho parole.

  • Alberto Ortolani

    Credo personalmente che la Siae debba mantenere i propositi per cui essa è sorta, ma una vera e propria riforma andrebbe bensì fatta, anzi direi proprio che siamo molto in ritardo. I miei 10 anni di conservatorio e una vita da musicista e compositore a tempo pieno credo mi diano il permesso di dire che è ora di togliere di mezzo cioè eliminare dagli introiti tutti coloro che non hanno capacita per non parlare di possibilità compositive e mi riferisco ai tanti mandanti e firmatari senza conoscenza musicale e letteraria. Non mi dilungo altrimenti dovrei scrivere un libro…
    Alberto Ortolani

  • Federico Max

    Io trovo molto significativa l’affermazione di Federico Monti Arduini sulla necessità di “cambiare l’immagine della Siae”. E’ questo che stanno facendo, anche se nella sostanza non cambia, dunque penso che sia stato involontariamente fin troppo sincero. Anche novità come l’iscrizione gratuita per gli under 30 non sono altro per metà iniziative di marketing, quelle che in altri contesti si chiamano di “green washing”, per l’altra metà sono tentativi di ripararsi dalla possibile concorrenza come soundreef, anche se non sarà mai un vero concorrente per i motivi spiegati negli interventi sopra.

  • Stefano B

    Se non avessero fatto la pagliacciata degli Iphone comprati in Francia,
    magari una possibilità gliela darei. Ritengo che la SIAE debba essere
    demolita e i terreni su cui erano presenti i loro uffici, cosparsi di
    sale.