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di Anna Ferri

Per i trentenni di oggi il sindacato è un’istituzione novecentesca che non li rappresenta. A dirlo sono anche i numeri: solo l’1,1% degli iscritti alla Cgil sono “lavoratori atipici”, precari, mentre la percentuale più alta è rappresentata dai pensionati. Il sindacato è finito? “Non ancora ma non è detto che vivrà in eterno”, spiega Donato Pivanti, che alla Cgil ci ha passato trent’anni: “Manca una cultura del lavoro anche da parte della politica e il dibattito è affidato alla disperazione. O ci si rinnova o si muore”.

Avere trent’anni oggi significa, tra le altre cose, non capire bene che cosa voglia dire essere iscritti a un sindacato. Anzi, per molti è solo un’istituzione novecentesca che oggi, rispetto alla precarietà, non ha nessun tipo di rappresentanza e anzi è piuttosto inutile. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Che il sindacato necessiti di un restyling è fuori da ogni dubbio, lo ammettono anche loro e questo – come si dice – è il primo passo per migliorarsi. Come ci spiega uno che alla Cgil ci ha passato la vita, l’ex segretario modenese Donato Pivanti, “c’è un problema di linguaggio ma non si può risolvere tutto con un tweet. Manca la cultura del lavoro e il dibattito è lasciato alla pancia e alla disperazione”. Perché non importa quale tipo di contratto avremo da domani, se a tutele crescenti o decrescenti, se avrà sigle ridicole oppure sarà miracolosamente perfetto: se i lavoratori non potranno organizzarsi o avranno paura di lottare insieme per difendere i propri diritti, allora non avrà perso solo il sindacato ma avremo perso tutti noi.

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Donato Pivanti è in pensione da un paio di anni, dopo aver guidato la Cgil modenese, dove è entrato nel 1977, quando il mondo era completamente diverso e il sindacato era reduce di grandi vittorie tra cui lo Statuto dei lavoratori che, come disse Vittorio Foa, fece varcare alla Costituzione i cancelli delle fabbriche, ma anche di grossi lutti, come la morte di Guido Rossa, il sindacalista che denunciò la presenza dei brigatisti all’Ansaldo di Genova e per questo venne barbaramente ucciso. Nel 1980 ci sarebbe stata la vertenza Fiat, la marcia dei quarantamila per le strade di Torino e la rottura definitiva tra Cgil, Cisl e Uil. Nonostante tutto, però, quelli erano anni dove c’era un riferimento politico sul tema del lavoro, “nella stessa DC un’area guardava al mondo del lavoro e c’era l’idea che fosse un pezzo fondamentale su cui costruire una società, mentre oggi – spiega Pivanti – non è più così e la prova è il Job Act: l’attacco all’articolo 18 e le tutele crescenti sono un chiaro segnale che la priorità viene data all’impresa, che sostiene che gli investimenti siano legati alla possibilità di licenziare”.

Però, se proprio vogliamo essere precisi, l’articolo 18 tutela una parte minima di lavoratori e per molti è una battaglia che il sindacato porta avanti più per ideologia che per reale necessità. Pivanti ci guarda fisso negli occhi un lunghissimo secondo: “Se un precario, un co.co.co o una partita Iva mi dice cosa me ne frega dell’articolo 18 lo capisco, anche se non condivido il ragionamento, ma chi a fatto la legge non può usare lo stato di queste persone come scusa per togliere un diritto”. In effetti è una cosa un po’ strana: perché togliere l’articolo 18 che tutela ormai pochi ma è frutto comunque di una lunga battaglia per i diritti dei lavoratori? Dall’altra parte il sindacato non dovrebbe aiutare ad arginare i furbetti? E soprattutto, licenziare oggi è davvero così difficile? “Ci sono dei percorsi da seguire: contestazioni, richiami, multe, fino a lasciare a casa una persona. I furbetti si possono tenere sotto controllo ma nel rispetto delle regole: se uno è davvero malato non può deciderlo l’azienda o il sindacato, per quello c’è il medico. Poi è chiaro che anche il medico deve essere controllato”. Pivanti un po’ si scalda e ci dice che ok, se un lavoratore sbaglia paga ma se a sbagliare è l’imprenditore cosa succede? Nulla, a meno che non fallisca. “Una cosa incredibile – conclude – se pensiamo che nella Costituzione c’è scritto che l’impresa deve svolgere un ruolo sociale”.

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Il punto, in fondo, è proprio questo: l’impresa oggi svolge un ruolo sociale? Il lavoro è al centro dell’agenda politica? La risposta è un secco e triste “no”. “Oggi il lavoro viene visto come una variabile, una merce. Si è affermato il pensiero liberista e tutto si è trasformato in politiche giocate sulla competitività dei diritti, sul costo del lavoro e sulla precarizzazione”. In tutto questo, però, non si può negare che il sindacato viva una fase di difficoltà: come si dice, o ci si rinnova o si muore. “Dopo una crisi come questa, che dura da sette anni, il solo fatto che esista ancora un sindacato confederale è di grande rilevanza ma questo non vuol dire che vivrà all’infinito. Bisogna capire che cosa succede in Europa e ci si deve impegnare per una politica sociale ed economica diversa e non incentrata sulla riduzione dei diritti. Non possiamo limitarci a denunciare la precarizzazione a vita ma dobbiamo proporre una sfida: se siamo meno forti nei luoghi di lavoro allora dobbiamo parlare alla gente fuori e spiegare che il modello sociale che ci viene proposta – meno diritti, meno salari e relativo impoverimento – è drammatico perché si riducono i sogni: i figli degli operari e impiegati difficilmente avranno accesso all’università perché studiare è costoso e l’ingresso nel mondo del lavoro non è giocato sul merito ma sulla disponibilità”. Insomma, chi crede che il ruolo del sindacato sia solo quello di difendere il lavoratore licenziato senza giusta causa si sbaglia di grosso. Il lavoro ha conseguenze enormi sulla nostra tenuta sociale e sulla qualità delle nostre vite. Un esempio su tutti: senza la possibilità di organizzarsi e quindi di lottare in gruppo, chi avrebbe più il coraggio di denunciare il lavoro nero o fare uno sciopero? Nessuno. Perché chi lo fa sa già che perderebbe il lavoro e di conseguenze si cancella con un colpo di spugna la battaglia per la legalità e i diritti.

Chi c’è oggi nel sindacato? Il primo pensiero è che l’età media sia molto alta: i giovani quando va bene sono precari e quindi si sentono poco rappresentati e il primo pensiero è che i tesserati siano soprattutto quelli della generazione dei padri dei famosi trentenni che non sanno cosa significa farne parte. Pivanti ci frena e dice che a Modena, per esempio, c’è una minore incidenza di pensionati rispetto alle altre realtà. Chiediamo i numeri e lui li snocciola veloce: 52% pensionati e 48% lavoratori attivi e precari. Praticamente la metà e quindi va un po’ a sentimento valutare se è buono o no. Noi siamo più propensi verso il no – soprattutto se pensiamo che Modena è considerata una realtà dove i pensionati incidono relativamente rispetto ad altre città – e chiediamo all’ex segretario se non si rischia di trasformare la Cgil in un sindacato di anziani. Pivanti ci risponde che anche se per una fase intermedia fosse così non sarebbe una tragedia. Perché? “Perché il sindacato vive di contributi volontari e quindi muore nel momento in cui vengono a mancare le risorse economiche”. Niente iscritti, niente sindacato.

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Ci stiamo per salutare e chiediamo quale sia stato, secondo lui, l’errore più grosso fatto dalla Cgil. Pivanti si risiede e noi capiamo che forse la lista è più lunga del previsto. Il primo che ci cita è il non aver completato il dibattito sui modelli delle relazioni industriali come quello tedesco, dove però – ci tiene a precisare – il sindacato è uno solo. Il secondo è legato al rischio della settorialità: operai, impiegati e tecnici curano i propri interessi senza guardare il quadro complessivo e questo rende difficile intervenire sulle condizioni di lavoro, con conseguenze anche sulla competitività aziendale. “Perdere questo – dice Pivanti – significa perdere un pezzo della ragione per cui siamo nati”. Siamo sulla porta per salutarci e si gira di colpo: “C’è anche la questione Fornero. Lo sciopero di tre ore non è stata una risposta adeguata, non ce l’avremmo fatta lo stesso ma siamo stati deboli. Berluscono si era dimesso e le otto ore di sciopero non sarebbero state comprese”. E allora perché è un errore? “Perché avremmo avuto la possibilità di rispondere a Renzi quando dice il sindacato dov’era per la legge Fornero a avremmo costretto le forze politiche a mettere il tema nel programma. Questa è l’idea di cosa serve a volte uno sciopero: non solo una testimonianza ma anche il far presente un problema e costringerli a non ignorarlo”. Lo guardiamo andare via e pensiamo che forse il senso di avere la tessera del sindacato in tasca è un po’ anche questo: costringerli – e qui immaginiamo che si riferisca a politici, economisti e imprenditori – a non ignorare che il lavoro è un diritto.

Anna Ferri

Immagine di copertina, rielaborazione da uno scatto di Slaust.