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di Anna Ferri

Una mattina Guido Melli, uscendo dal barbiere, barba e capelli tagliati di fresco, fu fermato dai fascisti e portato in prigione, prima di essere deportato al campo di transito di Fossoli, nel modenese, e poi ad Auschwitz, dal quale non fece più ritorno.

Morì il 4 maggio 1944 di malattia: “Era diabetico, le condizioni del lager lo uccisero prima della camera a gas”, scrive il giornalista Arrigo Levi nel suo libro “Un Paese non basta”. Guido Melli era nato a Reggio Emilia alla fine dell’Ottocento, era sposato con Adriana Usiglio e a Modena aveva un negozio di abbigliamento inglese al numero 85 di via Emilia centro, vicino al Portico del Collegio.

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Melli aveva alcune cose che i fascisti proprio non potevano mandar giù: la prima era che era ebreo, la seconda che non la pensava come loro e non faceva nulla per nasconderlo; la terza era che non aveva paura e la quarta, molto legata alle altre due, era che l’8 settembre del 1943 aveva preso a schiaffi, sotto il Portico del Collegio e quindi in pieno centro storico, un caporione fascista. Quando da un funzionario della questura arrivò la soffiata che i fascisti sarebbero passati a cercare gli ebrei lui non ne volle sapere di scappare. Silvana Formiggini racconta che “Guido Melli rifiutò di nascondersi nella convinzione che non potesse accadergli nulla, ma fu arrestato il 12 novembre 1943. Gli dicevano dai nasconditi e lui che cosa? Io sono modenese e nessuno mi farà niente. E invece, un giorno, lui antifascista da sempre, conosciuto, era andato a farsi tagliare i capelli. Uscito dal barbiere l’hanno preso e poi l’hanno mandato ad Auschwitz e da Auschwitz non è più tornato”.

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Guido Melli fu portato nel campo di Fossoli insieme allo zio di Arrigo Levi, Enrico, come racconta il giornalista nel suo libro. Pochi mesi prima della sua morte fece un gesto molto coraggioso: firmò insieme ad altri otto internati un appello scritto a macchina, indirizzato al vescovo di Carpi e all’arcivescovo di Modena. Nella lettera si chiedevano “soccorsi per vecchi, donne, bambini, infermi, implorano alla umana solidarietà dei meno diseredati”. Per farlo corsero rischi terribili: se scoperti sarebbero stati uccisi all’istante. Secondo Arrigo Levi, però, la lettera non raggiunse mai il vescovo. In ogni caso, il giorno dopo averla scritta e consegnata in mani ritenute sicure – il 20 febbraio 1943 – giunsero al campo di Fossoli le SS e il mattino successivo si seppe che “gli ebrei sarebbero partiti”.

E’ Primo Levi a raccontare quella lunghissima e terribile notte dove la speranza morì – perché nessuno ancora sapeva cosa fosse Auschwitz ma tutti avevano capito che la fine era vicina – ma nonostante questo “le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero i bagagli, e all’alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare” scrive Levi in “Se questo è un uomo”. Guido Melli viaggiava su uno dei dodici vagoni: erano in seicentocinquanta “pezzi”, come li chiamavano i funzionari fascisti. Con loro non c’era lo zio di Arrigo Levi, Enrico, che era stato trasferito in ospedale poco prima della partenza e dal quale riuscì a fuggire due giorni dopo. Arrivati ad Auschwitz dopo un lunghissimo viaggio tra freddo e fame, le porte si aprirono: “In meno di dieci minuti tutti noi uomini validi fummo radunati in un gruppo. Quello che accadde degli altri, delle donne, dei bambini e dei vecchi noi non potemmo stabilire allora né dopo: la notte li inghiottì, puramente e semplicemente”. Guido Melli finì nel gruppo dei sani, di quelli che potevano lavorare. Tre mesi dopo morì a causa del diabete e per le dure condizioni di vita. Non aveva ancora 50 anni. Ne aveva 47 quando fu portato via dai fascisti, barba e capelli appena tagliati.

 

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Fondazione CDEC, Fondo Massimo Adolfo Vitale

Arriviamo davanti alla porta del suo negozio 71 anni dopo il suo arresto guidati da un’applicazione per smartphone e tablet che raccoglie alcuni itinerari legati ai luoghi della Resistenza. Si chiama Resistenza mAPPe, appunto. Pensiamo che Guido Melli, una cosa così, non se la sarebbe mai immaginata. A farla sono stati gli istituti storici dell’Emilia Romagna in rete ed è un po’ come la versione contemporanea dei percorsi tra i cippi partigiani e ha di bello che ti racconta qualcosa che non sapevi della tua città. La foto in bianco e nero di Guido Melli, un uomo con la faccia larga e i capelli ordinati, elegantemente vestito e con il volto girato di tre quarti e illuminato dalla luce come si usava nelle foto d’epoca, è spuntata dopo la tappa nelle carceri giudiziarie dove sempre Guido Melli era stato imprigionato con altri cinque modenesi: Giuseppe Coen, Marcello Coen e la moglie Ines Levi Coen, Mario Fornari e Gino Jona.

E’ il percorso sulla deportazione e la comunità ebraica di Modena. Siamo ancora qui davanti al numero 85 di via Emilia centro e decidiamo di entrare per chiedere se anche loro lo conoscono, Guido Melli. La commessa ci dice che sì, quello è il numero 85 ma il negozio in realtà è su corso Canalgrande, a due passi da lì. Giriamo l’angolo e vediamo l’insegna bianca e luminosa: Melli. E’ un negozio di vestiti eleganti e dentro ci sono due signori che stanno rifacendo la vetrina. Entriamo per chiedere se quello è proprio il negozio di Guido Melli e loro dicono che sì, è proprio quello. Allora ci viene spontaneo chiedere se sono parenti, visto che il nome è lo stesso. No, non sono parenti.

Però il signore più anziano lavora qui dal 1959 e ha conosciuto la famiglia di Guido Melli. La moglie e la figlia sono state deportate in un campo di concentramento in Svizzera ma sono sopravvissute e finita la guerra sono tornate a casa. Il proprietario si chiama Andrea Serrao e ci spiega che “l’arredo è lo stesso di quando c’era Guido Melli, solo il pavimento e il soffitto sono cambiati”. Ci guardiamo intorno e respiriamo un po’ di storia, felici che di Guido Melli sia sopravvissuto qualcosa di più del ricordo.

Anna Ferri