Nelle acque italiane più pesticidi che pesci

L’ultimo Rapporto nazionale dei pesticidi nelle acque ne rileva la presenza di 175 tipi diversi, più di quante siano le specie di pesci che abitano i nostri fiumi e laghi.

Ho passato la maggior parte della mia vita in luoghi incantevoli. Quelli conosciuti nel mondo come le colline del Prosecco, tra Conegliano e Valdobbiadene. Certe mattine, percorrendo la provinciale 36 tra Vittorio Veneto e Valdobbiadene, la nebbia fitta ricopriva il terreno lasciando alla vista solo i cocuzzoli dei rilievi collinari, simili a un arcipelago perso in un mare morbido e bianco. Dietro l’incanto però, si nasconde una realtà decisamente meno fascinosa. Oltre a produrre il buonissimo Prosecco, che da autoctono non posso non amare, i vigneti abbarbicati sulle colline hanno riversato sul terreno tonnellate di veleni infiltrati anche nelle falde acquifere, tanto da costringere i sindaci della zona ad approvare due anni fa un regolamento che stabilisce limiti nell’uso di fitofarmaci ancora più restrittivi rispetto a quelli nazionali .

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Il problema dei pesticidi non riguarda naturalmente solo le colline del Prosecco. Secondo l’edizione 2014 del Rapporto nazionale pesticidi nelle acque, rispetto ai primi anni del nuovo millennio, in Italia è significativamente diminuita la vendita di pesticidi per uso agricolo, ma l’inquinamento è aumentato. Basato sull’analisi di campioni prelevati fino al 2012 in 19 regioni – all’appello mancano Molise e Calabria dalle quali non sono pervenuti i dati – il rapporto rivela la presenza di 175 tipi di pesticidi diversi tra acque sotterranee, meglio note come falde acquifere, e quelle superficiali del territorio (le specie di pesci d’acqua dolce presenti in Italia sono molte di meno).

I dati che seguono, come tutti i dati, sono un po’ aridi, ma vale la pena leggerli con attenzione.

Nelle acque superficiali è stata rilevata una presenza di pesticidi pari al 56,9 per cento, con il 17,2 per cento dei casi in cui la concentrazione di sostanze supera il limite consentito. In quelle sotterranee la percentuale invece è del 31 per cento, il 6,3 per cento delle quali supera i limiti.

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Eppure i dati Istat indicano una sensibile diminuzione delle vendite di prodotti fitosanitari, passati da 147.771 a 134.242 tonnellate (-9,1%). È diminuita, inoltre, in modo più che proporzionale (-30,2%), la quantità dei prodotti più pericolosi (molto tossici e tossici) mentre è aumentata quella dei prodotti nocivi. Tuttavia la diminuzione nell’utilizzo non si è tradotta in un calo dell’inquinamento a causa di una serie di fattori che vanno dalla lunga durata di certe molecole nel suolo all’uso di pesticidi anche in ambiti non agricoli.

La contaminazione è più diffusa nelle aree della pianura padano-veneta anche grazie a un monitoraggio più puntuale e completo. D’altra parte, laddove l’efficacia del monitoraggio è migliorata, sono state evidenziate aree di contaminazione significativa anche nel centro-sud.

Da tener presente inoltre, che escluse dal monitoraggio sono le sostanze immesse sul mercato negli ultimi anni. Sono assenti ad esempio il glifosate, un diserbante sistemico fitotossico per tutte le piante, e il metabolita AMPA (acido ammino metil fosfonico) che sono le principali responsabili della non conformità nelle acque superficiali.

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In Emilia, terra dove vivo ora (in pratica sono passato dalla padella veneta alla brace emiliana) nelle acque superficiali si ha la presenza di pesticidi nell’82,8% dei punti e nel 50,3% dei campioni. Complessivamente sono state rinvenute 50 sostanze. Nelle acque sotterranee è stata riscontrata la presenza di residui nel 19,5% dei punti e nel 18,7% dei campioni. Sono state rinvenute 35 sostanze. Il livello di contaminazione è superiore ai limiti di qualità ambientale in 14 punti delle acque superficiali e in 8 punti delle acque sotterranee. Bisogna tuttavia precisare che alla Regione Emilia-Romagna va riconosciuto uno dei livelli più alti di monitoraggio, fattore che incide sui risultati finali. Anche se è un po’ poco per stare allegri.

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Salviamo le foche degli altri, ma abbiamo fatto estinguere le nostre

Mentre eravamo occupati e commuoverci e indignarci per la caccia alle foche nel mare Artico (a circa 4mila chilometri da casa nostra), le foche in Italia venivano uccise e allontanate, fino a estinguersi negli anni ’80.

Mentre eravamo occupati e commuoverci e indignarci per la caccia alle foche nel mare Artico (a circa 4mila chilometri da casa nostra), le foche in Italia venivano uccise e allontanate, fino a estinguersi negli anni ’80. Cioè più o meno nello stesso periodo in cui Greenpeace portava avanti la campagna contro la caccia alle foche nelle acque canadesi, finendo per rovinare l’economia degli inuit. Nel frattempo la foca monaca, quella che abitava i nostri mari, è scomparsa nel silenzio generale. Com’è successo? Facciamo un passo indietro.

Le foche degli altri

Per gli inuit, quelli che da bambini chiamavano eschimesi, la tradizionale caccia alla foca ha sempre rappresentato una fonte di sostentamento ma anche un momento importante di vita comunitaria. Da quando in Groenlandia e Canada sono apparse le popolazioni non autoctone, che venivano dal sud, la foca è diventata un elemento di scambio all’interno di una economia di mercato. Questo significa che gli inuit hanno continuato a praticare la caccia per mangiare la carne e per realizzare indumenti con le pelli, ma anche per vendere i prodotti ricavandone il denaro necessario per vivere e continuare a cacciare. Tutto bene, a parte per le foche, ma diciamo che c’era un certo equilibrio.

Nel 1977 però appare questa foto:

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Brigitte Bardot con un cucciolo di foca, 1977

Ora, tra la bellezza indiscutibile di Brigitte Bardot e gli occhioni del cucciolo di foca (e sottolineiamo cucciolo, poi vedremo perché è importante) restare freddi è praticamente impossibile: viene voglia di sposare Brigitte e adottare la piccola e adorabile foca e vivere per sempre felici dentro un igloo.

L’attrice francese, da sempre attivista animalista, in quel periodo diventa testimonial di una grossa campagna di Greenpeace contro la caccia alla foca. Si tratta, assieme a quella contro la caccia delle balene, della più grande campagna nella storia dell’organizzazione ambientalista.

Una campagna motivata: in Canada la caccia commerciale non aveva limiti, venivano uccisi soprattutto i cuccioli per la loro candida pelliccia, oltretutto con metodi che il resto del mondo considera crudeli. Cioè, nella maggior parte dei casi, colpendoli alla testa con un bastone per poi scorticarli ancora vivi. Una situazione totalmente diversa dalla tradizionale caccia degli inuit. Tanto che all’inizio anche loro appoggiano la campagna di Greenpeace.

Ma le cose fatte con buone intenzioni a volte possono rivelarsi peggio delle cose fatte con cattive intenzioni.

Ecco cosa succede: la campagna di Greenpeace, dall’enorme eco mediatica, soprattutto in Europa, porta la Comunità europea, nel 1983, a una direttiva che vieta l’importazione di prodotti derivanti da cuccioli di foca cacciati con metodi non tradizionali. E’ scritto espressamente che la direttiva “si applica soltanto ai prodotti che non provengono dalla caccia tradizionale praticata dalle popolazioni Inuit”, una precisazione in realtà inutile dato che, tradizionalmente, gli inuit non cacciano i cuccioli.

La direttiva vuole andare a colpire economicamente la caccia alle foche praticata dai canadesi, ma a rimetterci sono anche gli inuit, perché per tutto il mondo l’equazione è molto semplice: nessuna caccia alla foca va bene.

La distinzione tra i cuccioli di foca e le foche adulte, e quella tra la caccia commerciale canadese e la caccia di sostentamento inuit, sparisce completamente: diventa una campagna mondiale contro tutti i cacciatori di foca, con conseguenze disastrose per l’economia e la vita sociale degli inuit. Le alternative per la popolazione locale non sono molte, e col tempo si diffondono fenomeni mai visti prima: povertà, suicidi, alcolismo.

“I nostri giovani hanno iniziato a suicidarsi negli anni ’70 perché non potevano più nutrire le loro famiglie”. Parole di Rosemarie Kuptana, ex presidente del Consiglio circumpolare Inuit, organizzazione che rappresenta gli inuit.

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Cacciatori di foche canadesi

Va precisato che le foche cacciate dai canadesi – Harp seal (Pagophilus groenlandicus) o Grey seal (Halichoerus grypus) – non sono in via di estinzione. Anzi, nella lista rossa dell’IUCN, dove sono monitorate le specie a rischio di estinzione, quelle specie di foca sono considerate a rischio minimo (LC / Least Concern). Solo quella chiamata Hooded seal (Cystophora cristata) è segnalata come “vulnerabile”. Rivedremo più avanti la stessa lista, per altri motivi.

Nel 2009 la direttiva europea viene modificata: si vieta l’importazione di prodotti derivati sia da cuccioli sia da adulti di foca, ma si fa eccezione per gli inuit. Nel Regolamento 1007/2009 del Parlamento europeo si precisa che “è opportuno che non siano lesi gli interessi economici e sociali fondamentali delle comunità Inuit che praticano la caccia alle foche a fini di sostentamento”.

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Anche in questo caso le intenzioni sono buone (per quanto in ritardo) ma il risultato è del tutto inutile. Il Canada continua a cacciare le foche, ogni anno viene stabilito un numero, anche se spesso ne vengono cacciate meno semplicemente perché la domanda del mercato è minore. Nel frattempo gli inuit sono ormai una comunità depressa. Sempre più suicidi, disoccupazione, abuso di alcol e droghe, giovani che migrano altrove e decenni di studi per sociologi e antropologi culturali.

Solo quest’anno Greenpeace, a decenni di distanza, rendendosi conto dell’involontario ma enorme danno causato dalla sua campagna, si scusa con gli inuit, precisando che le intenzioni erano buone e i danni arrecati alla comunità locali non erano intenzionali. Tra gli inuit e l’organizzazione ambientalista ora, dopo qualche perplessità da parte degli indigeni, sembra sia scoppiata la pace, tanto che attualmente sono uniti contro le trivellazioni petrolifere nel mare artico. Un’alleanza strana, considerando il passato, tanto che il quotidiano canadese The Globe and Mail li ha definiti “strani compagni di letto”. I maligni pensano che le scuse di Greenpeace siano arrivate giusto in tempo per avere gli inuit come alleati nella nuova campagna mediatica, ma lasciamo i maligni ai loro oscuri pensieri.

Le nostre foche

L’aspetto davvero paradossale della vicenda, è che in Europa – Italia compresa – non si dormiva la notte al pensiero delle foche uccise a 4mila chilometri di distanza, ma nel frattempo nei nostri mari, praticamente sotto casa, c’erano altre foche che lentamente si estinguevano a causa nostra. Uccise dall’uomo. Prima dalla pesca e poi dal turismo. Senza giustificazioni di tipo economico, commerciale o culturale.

Vediamo un’altra foto, del tutto differente dalla precedente:

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Tavolara 1953 – Foca monaca deceduta, dopo essere stata tenuta in cattività per essere venduta ad uno zoo estero

Come potete notare qua non c’è Brigitte Bardot. In realtà ci troviamo molto lontani dai freddi mari artici. Quelli ritratti nella foto sono dei pescatori sardi con un esemplare di Monachus monachus, ovvero di foca monaca mediterranea. Si chiama così perché il manto degli esemplari maschi adulti ricorda il saio di un monaco, in inglese infatti si chiama “monk seal”, anche se in italiano, per il sostantivo femminile, fa pensare alle foche suore.

Molti non lo sanno, alcuni se lo sono dimenticati, ma la foca era uno degli animali marini tipici dei nostri mari. In realtà ha smesso di esserlo non molto tempo fa: più o meno nello stesso periodo in cui volevamo salvare le foche dell’Artico.

Oggi in Italia la foca è estinta e appare solo sporadicamente, e secondo la red list dell’IUCN che abbiamo già visto prima, è considerata uno dei mammiferi marini più a rischio d’estinzione al mondo.

Si stima che gli esemplari in tutto il pianeta si siano ridotti a poche centinaia, tra i 400 e i 500 in tutto il mondo. Una parte sono nella costa della Mauritania, le altre nel mare mediterraneo, tra Grecia, Turchia e Marocco. Tra gli anni ’50 e ’60 erano circa 5mila. Dal 1960 in poi si calcola che il numero si sia ridotto del 90%.

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Pescatori con foca monaca nel Sulcis, sud Sardegna

Questi mammiferi sono sempre stati cacciati, fin dai tempi degli antichi romani e anche durante il medioevo. Successivamente l’attività umana, in particolare la pesca e il turismo, hanno portato le foche monache a cercare sempre di più luoghi isolati e appartati come le grotte marine, al sicuro dalla presenza umana. Ma fuori da questi ripari, le foche incontravano inevitabilmente i pescatori.

A volte capitava che mangiassero i pesci incastrati nelle reti, a volte che rimanessero incastrate a loro volta. Risultato: i pescatori le uccidevano. A volte per divertimento, a volte per esibirle come animale bizzarro e magari scattare una fotografia. A volte semplicemente perché le vedevano come un concorrente e un nemico.

In alcuni casi le foche venivano catturate per essere esposte negli zoo, come si può vedere in questo curioso video in cui una foca monaca proveniente dalla Sardegna fa il bagno addirittura della fontana di Trevi:

Insomma, erano anni spensierati dove si agiva senza riflettere troppo e la parola “estinzione” faceva pensare al massimo ai dinosauri. Nel frattempo sulle coste frequentate dalle foche aumenta il turismo. Gli spazi per ripararsi e riprodursi si riducono ancora e l’animale, già molto elusivo, diventa sempre più raro e diffidente.

Nel 1955 in Sardegna iniziano le visite turistiche nella Grotta del Bue Marino (il bue marino sarebbe appunto la foca, mentre il cucciolo in sardo è chiamato vitellino). I visitatori sono sempre di più: si passa da poche decine di individui all’anno a decine di migliaia negli anni ’70.

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Cucciolo di foca monaca nato a Tavolara, 1975. Foto di Carlo Alberto Martines

In questo periodo, uno strano personaggio, Padre Antonio Furreddu, un prete ma anche un esperto speleologo, è l’unico a portare avanti uno studio sulle grotte frequentate dalle foche in Sardegna, ridotte ormai a circa una decina di esemplari. Più aumentano i turisti, più diminuiscono le foche, che smettono di riprodursi nelle grotte: molte muoiono, altre si spostano altrove. Nel 1969, secondo alcune testimonianze, erano circa una decina in tutta l’isola.

Negli anni ’80 in Sardegna ci sono alcuni tristi ritrovamenti: nel 1983 un maschio adulto ucciso da un colpo di fucile, nel 1984 un cucciolo ucciso da un amo nelle coste di Bosa, testimonianza forse di una delle ultime rare riproduzioni nella zona. Alla fine degli anni ’80 il Wwf, che da tempo chiedeva l’istituzione di aree protette, inizia una campagna di sensibilizzazione: lancia allarmi, fa pubblicità sui giornali, vengono distribuiti volantini ai turisti sui traghetti.

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Foca monaca a Cala di Levante, Tavolara, anni ’60

Tutto questo porta al decreto Padovan del 1987, che prende il nome dall’allora ministro dell’ambiente. Questo decreto, un po’ come la campagna di Greenpeace nel mare artico, si dimostrerà sia problema che una soluzione. Un altro esempio di come leggi restrittive fatte sull’onda di emergenze o campagne emotive portino a conseguenze imprevedibili.

L’obiettivo principale del decreto è quello di interdire la navigazione e la pesca in tutto il golfo di Orosei per 40 km di costa. Gli amministratori locali non la prendono per niente bene: “Arroganza e colonialismo” si legge nei quotidiani dell’epoca.

Il traffico marino, la balneazione e la pesca sono vietati, e ovviamente il turismo – economia fondamentale dell’isola – ne risente. La Repubblica del 6 luglio 1988 titola addirittura: “Guerra in Sardegna, d’estate meno turisti e più foche monache”. La situazione si è paradossalmente capovolta: sembra che i turisti siano a rischio di estinzione a causa delle foche monache.

In realtà il decreto non porterà né al crollo del turismo né a un ripopolamento delle foche, ormai destinate all’estinzione, anche perché verrà annullato dal governo successivo.

E oggi?

Oggi in Italia sono stati documentati alcuni sporadici avvistamenti, in Sardegna, in Sicilia, nell’Istria, in Calabria, e nell’isola del Giglio (sì, quella della Costa Concordia). Dal 1998 al 2010 l’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha documentato 30 avvistamenti ritenuti validi. Sottolineiamo validi perché è capitato spesso che le foche, soprattutto in mare aperto, venissero confuse con altri animali, e in passato addirittura con mitologici mostri marini. In alcuni casi sono state fotografate e riprese, ma si tratta quasi sempre di eventi rari che dimostrerebbero come le foche ormai si fermino nei nostri mari solo per brevi periodi.

Ci sono alcune eccezioni di foche che sembrerebbero stanziali: ad esempio nell’arcipelago delle Egadi ce n’è una ribattezzato Morgana, nome particolarmente azzeccato vista l’elusività di questo animale. Un’altra chiamata Adriana era presente nelle spiagge di Pula, Croazia, fin dal 2006, dove conviveva con i bagnanti.

Lo scorso agosto è stata trovata morta, molto probabilmente di vecchiaia, fatto che porterebbe a ipotizzare che si era fermata in quelle coste solo perché molto vecchia e non in grado di andare lontano. Inoltre, nonostante siano passati 50 anni dagli anni spensierati in cui le foche venivano uccise senza scrupoli, la foca Adriana era stata più volte inspiegabilmente attaccata e picchiata. In un caso riportato dai quotidiani, perfino presa a sassate.

La foca monaca scompare lentamente, nel silenzio generale.

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Foca monaca in Mauritania, foto di E.Trainito

Ma mettiamo anche che le foche monache si estinguano. C’è una domanda che di solito si sottovaluta ma alla quale non si può sfuggire: è davvero così importante la loro sopravvivenza? Come per i panda o le tigri: perché è importante che questi animali non si estinguano?

Non commettiamo l’errore di considerarla una domanda stupida, né di rispondere “perché sì” o un semplicistico “perché la biodiversità è importante” senza spiegare davvero perché.

In realtà si tratta di una domanda fondamentale per capire quale sia il ruolo della specie umana su questo pianeta. C’è chi sostiene che quello delle foche è il loro destino e mettersi in mezzo vorrebbe dire mettersi in mezzo al ciclo naturale delle cose. E’ la natura, si dice, sottolineando la sua spietata ineluttabilità. Ma è davvero così?

Questo vorrebbe dire che l’uomo si sente parte della natura, perché in realtà – nel caso delle foche ma non solo – non sono state le condizioni climatiche o qualche causa ambientale a farle morire, ma l’uomo. E’ l’uomo che le ha portato all’estinzione, con la sua presenza e con il suo intervento diretto.

Se invece non ci sentiamo parte della natura ma al di sopra di essa, allora siamo come Dio, e stiamo decidendo noi chi può sopravvivere e chi no. E non so quanti di noi abbiano voglia di prendersi questa responsabilità.

Martino Pinna

(per le foto della foca monaca si ringrazia Egidio Trainito. Nella foto di copertina pescatori delle Baleari con un esemplare di foca morta, circa 1945)

Extra – L’eleganza del cinghiale

Forse definirlo “elegante” è una leggera forzatura per un animale che ama grufolare in dieci centimetri di fango e pure sguazzarci dentro (per coprirsi di una patina a difesa dei parassiti), ma – lo sapevate? – il cinghiale è uno degli animali più intelligenti che ci siano. Anche più del cane. Sì, proprio lui: quel porcellone che può raggiungere anche i 180 cm di lunghezza e il peso di un quintale. Un animale che conosciamo al massimo come carne di cacciagione o per i danni che può  provocare alle colture, ma del quale il compianto etologo e scrittore Giorgio Celli diceva: «Maiali e cinghiali sono straordinariamente intelligenti – dichiarava in un’intervista – sono animali capaci di grandi relazioni sociali. Con l’uomo, ma anche fra loro. E fra esemplari dello stesso sesso. Sì: esistono maiali gay…». Che probabilmente, contrariamente a quanto accade per noi umani che siamo ancora qui a discutere se l’omosessualità sia o meno “secondo natura”, nemmeno crea problemi alla loro comunità.

Insomma, per dirla alla Piero Milani – coordinatore dei volontari del Centro Fauna Selvatica “Il Pettirosso” di Modena che fa da Pronto Soccorso e clinica a centinaia di animali selvatici feriti, vittime di incidenti stradali o semplicemente in difficoltà –  è tutta una questione di conoscenza. Perché, banalmente, “abbiamo paura di ciò che non conosciamo”. Vale per il nostro rapporto con gli animali, quelli selvaggi in particolare – come ha dimostrato il caso (ormai consegnato all’oblio dopo il polverone di media e social network) dell’orsa Daniza che abbiamo analizzato nel reportage “Voci dalla foresta oscura” – ma anche nel rapporto tra noi esseri umani. Tra culture, religioni e nazionalità differenti.

Che poi, a voler conoscere davvero, si ribaltano facilmente alcuni luoghi comuni:

 

Storia di Milly che ha reso il mondo un po’ più pulito

Il 3 agosto scorso è morta alla veneranda età di 91 anni. E probabilmente, la frase più appropriata da scolpire sulla sua lapide dovrebbe essere “la storia siamo noi”.  Perché lei, Milly Zantow, sconosciuta vecchietta di North Freedom, nella contea di Sauk, Wisconsin, ne è stata la dimostrazione.  A celebrarla saranno in pochi,  nessuno la conosce al di fuori della cerchia ristretta dell’ambientalismo negli Usa, ma se oggi il riciclo dei rifiuti è diventato un processo comune in moltissimi paesi e l’opinione pubblica è sempre più sensibile a quelli che dovranno essere i passi successivi (riuso, riduzione e recupero. Ne abbiamo parlato qui) un po’ – molto – lo si deve anche lei.

Fonte immagine: Wisconsin State Journal
Fonte immagine: Wisconsin State Journal

E’ stata lei infatti a fondare uno dei primi centri di riciclo dei rifiuti negli Stati Uniti (e quindi del mondo).  E’ stata la sua determinazione nel cercare di capire come separare le differenti tipologie di plastica a spingere The American Society of the Plastics Industry a creare i primi codici di riciclaggio oggi diventati standard in tutto il mondo.

La storia di Milly Zantow comincia verso la fine degli anni ’70, all’apice della cultura dell’usa e getta nata dal boom economico e dalla diffusione enorme della materie plastiche. All’epoca il concetto di riciclaggio è praticamente sconosciuto. Ma non in Giappone, paese nel quale Milly, allora cinquantacinquenne, compie un viaggio insieme al marito nel 1978. Rimanendo impressionata dalla qualità e quantità dell’attività di riciclo dei rifiuti praticata nel paese del Sol levante.

Tornata negli Stati Uniti Milly capisce di trovarsi davanti a un terreno praticamente vergine nel settore del riciclaggio: c’è una rivoluzione da fare in un paese infestato dalla plastica.  Chiama un’industria di Milwaukee, la Borden Milk Company, e fa una semplice domanda: “Cosa accade se uno dei vostri contenitori di plastica per il latte esce difettoso dalla catena?” La risposta è altrettanto lineare: “riparte dell’inizio, viene decomposta e reinserita in catena”.  Per Milly, un’illuminazione. “Perchè – si chiede – se un prodotto plastico può essere riciclato all’origine, non si può fare lo stesso dopo il suo consumo?”.

Coinvolge un’amica, Jenny Ehl, insieme ritirano le proprie polizze sulla vita e per 5000 dollari comprano un granulatore di plastica e nel 1979 fondano la loro piccola società di riciclo rifiuti, la E-Z Recycling. Uno dei primi centri negli Usa, se non il primo, a riciclare plastica, vetro, giornali, cartone e alluminio. Parallelamente, comincia a creare in giro per la contea quelle che oggi si chiamano “isole ecologiche” per la raccolta dei rifiuti. 

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(Scusa e buona lettura)

Man mano che la piccola società cresce, Milly si convince di dover allargare lo spettro di materiali plastici da riciclare. Vuole includere prodotti dall’uso comune come bottiglie di shampoo, detergenti per casa e simili. Un problema, vista la varietà di tipi di plastica coinvolti. Ma lei non molla. Si rivolge all’Università del Wisconsin per imparare come distinguere le varie plastiche utilizzando diversi test. Si convince che la varietà di materiali riciclabili è molto più ampia di quella fino ad allora inclusa in sistemi di riciclaggio. Sperimenta e comincia a riciclare.

La notizia si diffonde e da tutti gli Stati Uniti cominciano ad arrivarle telefonate di persone e imprese che intendono a loro volta allargare i tipi di prodotti da riciclare, come racconta la stessa Zantow nel breve documentario del 2009 dedicato alla sua storia, “Plastics One through Seven“.

Il movimento ambientalista cresce e, racconta sempre Zantow nel documentario, “mi convinsi che la tipologia di plastica doveva essere già segnalata sull’etichetta del contenitore, in modo da facilitare le attività di riciclo”. Nel 1988, finalmente, la Società americana dell’industria plastica definisce i codici di riciclaggio.

Come racconta il Wisconsin State Journal, la Zantow non ha guadagnato praticamente niente dalla sua attività (ceduta nel 1982 a una società di Milwaukee) nella quale, al suo apice, hanno lavorato cinque persone, tutte volontarie.

Nel 2010, l’APA (American Planning Association) società non profit che premia coloro che operano con progetti di sviluppo della comunità, le ha assegnato un premio come riconoscimento per la sua attività di pioniera del riciclaggio negli Stati Uniti e nel mondo intero.

(Davide Lombardi)

Leggi il reportage di Converso: E la chiamavano spazzatura.

copertina: Tal Bright via photopin cc