Salviamo le foche degli altri, ma abbiamo fatto estinguere le nostre

Mentre eravamo occupati e commuoverci e indignarci per la caccia alle foche nel mare Artico (a circa 4mila chilometri da casa nostra), le foche in Italia venivano uccise e allontanate, fino a estinguersi negli anni ’80.

Mentre eravamo occupati e commuoverci e indignarci per la caccia alle foche nel mare Artico (a circa 4mila chilometri da casa nostra), le foche in Italia venivano uccise e allontanate, fino a estinguersi negli anni ’80. Cioè più o meno nello stesso periodo in cui Greenpeace portava avanti la campagna contro la caccia alle foche nelle acque canadesi, finendo per rovinare l’economia degli inuit. Nel frattempo la foca monaca, quella che abitava i nostri mari, è scomparsa nel silenzio generale. Com’è successo? Facciamo un passo indietro.

Le foche degli altri

Per gli inuit, quelli che da bambini chiamavano eschimesi, la tradizionale caccia alla foca ha sempre rappresentato una fonte di sostentamento ma anche un momento importante di vita comunitaria. Da quando in Groenlandia e Canada sono apparse le popolazioni non autoctone, che venivano dal sud, la foca è diventata un elemento di scambio all’interno di una economia di mercato. Questo significa che gli inuit hanno continuato a praticare la caccia per mangiare la carne e per realizzare indumenti con le pelli, ma anche per vendere i prodotti ricavandone il denaro necessario per vivere e continuare a cacciare. Tutto bene, a parte per le foche, ma diciamo che c’era un certo equilibrio.

Nel 1977 però appare questa foto:

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Brigitte Bardot con un cucciolo di foca, 1977

Ora, tra la bellezza indiscutibile di Brigitte Bardot e gli occhioni del cucciolo di foca (e sottolineiamo cucciolo, poi vedremo perché è importante) restare freddi è praticamente impossibile: viene voglia di sposare Brigitte e adottare la piccola e adorabile foca e vivere per sempre felici dentro un igloo.

L’attrice francese, da sempre attivista animalista, in quel periodo diventa testimonial di una grossa campagna di Greenpeace contro la caccia alla foca. Si tratta, assieme a quella contro la caccia delle balene, della più grande campagna nella storia dell’organizzazione ambientalista.

Una campagna motivata: in Canada la caccia commerciale non aveva limiti, venivano uccisi soprattutto i cuccioli per la loro candida pelliccia, oltretutto con metodi che il resto del mondo considera crudeli. Cioè, nella maggior parte dei casi, colpendoli alla testa con un bastone per poi scorticarli ancora vivi. Una situazione totalmente diversa dalla tradizionale caccia degli inuit. Tanto che all’inizio anche loro appoggiano la campagna di Greenpeace.

Ma le cose fatte con buone intenzioni a volte possono rivelarsi peggio delle cose fatte con cattive intenzioni.

Ecco cosa succede: la campagna di Greenpeace, dall’enorme eco mediatica, soprattutto in Europa, porta la Comunità europea, nel 1983, a una direttiva che vieta l’importazione di prodotti derivanti da cuccioli di foca cacciati con metodi non tradizionali. E’ scritto espressamente che la direttiva “si applica soltanto ai prodotti che non provengono dalla caccia tradizionale praticata dalle popolazioni Inuit”, una precisazione in realtà inutile dato che, tradizionalmente, gli inuit non cacciano i cuccioli.

La direttiva vuole andare a colpire economicamente la caccia alle foche praticata dai canadesi, ma a rimetterci sono anche gli inuit, perché per tutto il mondo l’equazione è molto semplice: nessuna caccia alla foca va bene.

La distinzione tra i cuccioli di foca e le foche adulte, e quella tra la caccia commerciale canadese e la caccia di sostentamento inuit, sparisce completamente: diventa una campagna mondiale contro tutti i cacciatori di foca, con conseguenze disastrose per l’economia e la vita sociale degli inuit. Le alternative per la popolazione locale non sono molte, e col tempo si diffondono fenomeni mai visti prima: povertà, suicidi, alcolismo.

“I nostri giovani hanno iniziato a suicidarsi negli anni ’70 perché non potevano più nutrire le loro famiglie”. Parole di Rosemarie Kuptana, ex presidente del Consiglio circumpolare Inuit, organizzazione che rappresenta gli inuit.

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Cacciatori di foche canadesi

Va precisato che le foche cacciate dai canadesi – Harp seal (Pagophilus groenlandicus) o Grey seal (Halichoerus grypus) – non sono in via di estinzione. Anzi, nella lista rossa dell’IUCN, dove sono monitorate le specie a rischio di estinzione, quelle specie di foca sono considerate a rischio minimo (LC / Least Concern). Solo quella chiamata Hooded seal (Cystophora cristata) è segnalata come “vulnerabile”. Rivedremo più avanti la stessa lista, per altri motivi.

Nel 2009 la direttiva europea viene modificata: si vieta l’importazione di prodotti derivati sia da cuccioli sia da adulti di foca, ma si fa eccezione per gli inuit. Nel Regolamento 1007/2009 del Parlamento europeo si precisa che “è opportuno che non siano lesi gli interessi economici e sociali fondamentali delle comunità Inuit che praticano la caccia alle foche a fini di sostentamento”.

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Anche in questo caso le intenzioni sono buone (per quanto in ritardo) ma il risultato è del tutto inutile. Il Canada continua a cacciare le foche, ogni anno viene stabilito un numero, anche se spesso ne vengono cacciate meno semplicemente perché la domanda del mercato è minore. Nel frattempo gli inuit sono ormai una comunità depressa. Sempre più suicidi, disoccupazione, abuso di alcol e droghe, giovani che migrano altrove e decenni di studi per sociologi e antropologi culturali.

Solo quest’anno Greenpeace, a decenni di distanza, rendendosi conto dell’involontario ma enorme danno causato dalla sua campagna, si scusa con gli inuit, precisando che le intenzioni erano buone e i danni arrecati alla comunità locali non erano intenzionali. Tra gli inuit e l’organizzazione ambientalista ora, dopo qualche perplessità da parte degli indigeni, sembra sia scoppiata la pace, tanto che attualmente sono uniti contro le trivellazioni petrolifere nel mare artico. Un’alleanza strana, considerando il passato, tanto che il quotidiano canadese The Globe and Mail li ha definiti “strani compagni di letto”. I maligni pensano che le scuse di Greenpeace siano arrivate giusto in tempo per avere gli inuit come alleati nella nuova campagna mediatica, ma lasciamo i maligni ai loro oscuri pensieri.

Le nostre foche

L’aspetto davvero paradossale della vicenda, è che in Europa – Italia compresa – non si dormiva la notte al pensiero delle foche uccise a 4mila chilometri di distanza, ma nel frattempo nei nostri mari, praticamente sotto casa, c’erano altre foche che lentamente si estinguevano a causa nostra. Uccise dall’uomo. Prima dalla pesca e poi dal turismo. Senza giustificazioni di tipo economico, commerciale o culturale.

Vediamo un’altra foto, del tutto differente dalla precedente:

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Tavolara 1953 – Foca monaca deceduta, dopo essere stata tenuta in cattività per essere venduta ad uno zoo estero

Come potete notare qua non c’è Brigitte Bardot. In realtà ci troviamo molto lontani dai freddi mari artici. Quelli ritratti nella foto sono dei pescatori sardi con un esemplare di Monachus monachus, ovvero di foca monaca mediterranea. Si chiama così perché il manto degli esemplari maschi adulti ricorda il saio di un monaco, in inglese infatti si chiama “monk seal”, anche se in italiano, per il sostantivo femminile, fa pensare alle foche suore.

Molti non lo sanno, alcuni se lo sono dimenticati, ma la foca era uno degli animali marini tipici dei nostri mari. In realtà ha smesso di esserlo non molto tempo fa: più o meno nello stesso periodo in cui volevamo salvare le foche dell’Artico.

Oggi in Italia la foca è estinta e appare solo sporadicamente, e secondo la red list dell’IUCN che abbiamo già visto prima, è considerata uno dei mammiferi marini più a rischio d’estinzione al mondo.

Si stima che gli esemplari in tutto il pianeta si siano ridotti a poche centinaia, tra i 400 e i 500 in tutto il mondo. Una parte sono nella costa della Mauritania, le altre nel mare mediterraneo, tra Grecia, Turchia e Marocco. Tra gli anni ’50 e ’60 erano circa 5mila. Dal 1960 in poi si calcola che il numero si sia ridotto del 90%.

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Pescatori con foca monaca nel Sulcis, sud Sardegna

Questi mammiferi sono sempre stati cacciati, fin dai tempi degli antichi romani e anche durante il medioevo. Successivamente l’attività umana, in particolare la pesca e il turismo, hanno portato le foche monache a cercare sempre di più luoghi isolati e appartati come le grotte marine, al sicuro dalla presenza umana. Ma fuori da questi ripari, le foche incontravano inevitabilmente i pescatori.

A volte capitava che mangiassero i pesci incastrati nelle reti, a volte che rimanessero incastrate a loro volta. Risultato: i pescatori le uccidevano. A volte per divertimento, a volte per esibirle come animale bizzarro e magari scattare una fotografia. A volte semplicemente perché le vedevano come un concorrente e un nemico.

In alcuni casi le foche venivano catturate per essere esposte negli zoo, come si può vedere in questo curioso video in cui una foca monaca proveniente dalla Sardegna fa il bagno addirittura della fontana di Trevi:

Insomma, erano anni spensierati dove si agiva senza riflettere troppo e la parola “estinzione” faceva pensare al massimo ai dinosauri. Nel frattempo sulle coste frequentate dalle foche aumenta il turismo. Gli spazi per ripararsi e riprodursi si riducono ancora e l’animale, già molto elusivo, diventa sempre più raro e diffidente.

Nel 1955 in Sardegna iniziano le visite turistiche nella Grotta del Bue Marino (il bue marino sarebbe appunto la foca, mentre il cucciolo in sardo è chiamato vitellino). I visitatori sono sempre di più: si passa da poche decine di individui all’anno a decine di migliaia negli anni ’70.

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Cucciolo di foca monaca nato a Tavolara, 1975. Foto di Carlo Alberto Martines

In questo periodo, uno strano personaggio, Padre Antonio Furreddu, un prete ma anche un esperto speleologo, è l’unico a portare avanti uno studio sulle grotte frequentate dalle foche in Sardegna, ridotte ormai a circa una decina di esemplari. Più aumentano i turisti, più diminuiscono le foche, che smettono di riprodursi nelle grotte: molte muoiono, altre si spostano altrove. Nel 1969, secondo alcune testimonianze, erano circa una decina in tutta l’isola.

Negli anni ’80 in Sardegna ci sono alcuni tristi ritrovamenti: nel 1983 un maschio adulto ucciso da un colpo di fucile, nel 1984 un cucciolo ucciso da un amo nelle coste di Bosa, testimonianza forse di una delle ultime rare riproduzioni nella zona. Alla fine degli anni ’80 il Wwf, che da tempo chiedeva l’istituzione di aree protette, inizia una campagna di sensibilizzazione: lancia allarmi, fa pubblicità sui giornali, vengono distribuiti volantini ai turisti sui traghetti.

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Foca monaca a Cala di Levante, Tavolara, anni ’60

Tutto questo porta al decreto Padovan del 1987, che prende il nome dall’allora ministro dell’ambiente. Questo decreto, un po’ come la campagna di Greenpeace nel mare artico, si dimostrerà sia problema che una soluzione. Un altro esempio di come leggi restrittive fatte sull’onda di emergenze o campagne emotive portino a conseguenze imprevedibili.

L’obiettivo principale del decreto è quello di interdire la navigazione e la pesca in tutto il golfo di Orosei per 40 km di costa. Gli amministratori locali non la prendono per niente bene: “Arroganza e colonialismo” si legge nei quotidiani dell’epoca.

Il traffico marino, la balneazione e la pesca sono vietati, e ovviamente il turismo – economia fondamentale dell’isola – ne risente. La Repubblica del 6 luglio 1988 titola addirittura: “Guerra in Sardegna, d’estate meno turisti e più foche monache”. La situazione si è paradossalmente capovolta: sembra che i turisti siano a rischio di estinzione a causa delle foche monache.

In realtà il decreto non porterà né al crollo del turismo né a un ripopolamento delle foche, ormai destinate all’estinzione, anche perché verrà annullato dal governo successivo.

E oggi?

Oggi in Italia sono stati documentati alcuni sporadici avvistamenti, in Sardegna, in Sicilia, nell’Istria, in Calabria, e nell’isola del Giglio (sì, quella della Costa Concordia). Dal 1998 al 2010 l’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha documentato 30 avvistamenti ritenuti validi. Sottolineiamo validi perché è capitato spesso che le foche, soprattutto in mare aperto, venissero confuse con altri animali, e in passato addirittura con mitologici mostri marini. In alcuni casi sono state fotografate e riprese, ma si tratta quasi sempre di eventi rari che dimostrerebbero come le foche ormai si fermino nei nostri mari solo per brevi periodi.

Ci sono alcune eccezioni di foche che sembrerebbero stanziali: ad esempio nell’arcipelago delle Egadi ce n’è una ribattezzato Morgana, nome particolarmente azzeccato vista l’elusività di questo animale. Un’altra chiamata Adriana era presente nelle spiagge di Pula, Croazia, fin dal 2006, dove conviveva con i bagnanti.

Lo scorso agosto è stata trovata morta, molto probabilmente di vecchiaia, fatto che porterebbe a ipotizzare che si era fermata in quelle coste solo perché molto vecchia e non in grado di andare lontano. Inoltre, nonostante siano passati 50 anni dagli anni spensierati in cui le foche venivano uccise senza scrupoli, la foca Adriana era stata più volte inspiegabilmente attaccata e picchiata. In un caso riportato dai quotidiani, perfino presa a sassate.

La foca monaca scompare lentamente, nel silenzio generale.

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Foca monaca in Mauritania, foto di E.Trainito

Ma mettiamo anche che le foche monache si estinguano. C’è una domanda che di solito si sottovaluta ma alla quale non si può sfuggire: è davvero così importante la loro sopravvivenza? Come per i panda o le tigri: perché è importante che questi animali non si estinguano?

Non commettiamo l’errore di considerarla una domanda stupida, né di rispondere “perché sì” o un semplicistico “perché la biodiversità è importante” senza spiegare davvero perché.

In realtà si tratta di una domanda fondamentale per capire quale sia il ruolo della specie umana su questo pianeta. C’è chi sostiene che quello delle foche è il loro destino e mettersi in mezzo vorrebbe dire mettersi in mezzo al ciclo naturale delle cose. E’ la natura, si dice, sottolineando la sua spietata ineluttabilità. Ma è davvero così?

Questo vorrebbe dire che l’uomo si sente parte della natura, perché in realtà – nel caso delle foche ma non solo – non sono state le condizioni climatiche o qualche causa ambientale a farle morire, ma l’uomo. E’ l’uomo che le ha portato all’estinzione, con la sua presenza e con il suo intervento diretto.

Se invece non ci sentiamo parte della natura ma al di sopra di essa, allora siamo come Dio, e stiamo decidendo noi chi può sopravvivere e chi no. E non so quanti di noi abbiano voglia di prendersi questa responsabilità.

Martino Pinna

(per le foto della foca monaca si ringrazia Egidio Trainito. Nella foto di copertina pescatori delle Baleari con un esemplare di foca morta, circa 1945)

Voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida

di Eva Ferri

Ho immerso i piedi nell’acqua limpida e, subito, una miriade di piccoli pesci sono arrivati, curiosi e delicati, a farmi il solletico. I pesciolini si sono concentrati nelle zone più rigide e stanche, dando migliaia di piccoli baci.

Ho sentito il formicolio della micro-circolazione attivarsi e i fasci nervosi restituire la tensione. Sono stata lì mezz’ora, in pace, senza pensare a nulla. Ad ascoltare l’ineffabile muoversi delle endorfine. No, non ero ai Caraibi e nemmeno alle Maldive e queste non sono le insopportabili memorie delle mie vacanze. E’ successo l’altro ieri, nel mio borghese paesone emiliano: me ne stavo con i piedi a mollo, in una situazione di relax tropicale di quelle che si vedono in vetrina nelle agenzie turistiche, a due passi da uno degli incroci più trafficati della città, dove ogni mezz’ora sfreccia un’ambulanza e, sulle strisce pedonali, si viene avvolti da una roboante nube di gas di scarico.

Si chiama fish therapy, in italiano ittioterapia: un trattamento al confine tra estetica e medicina alternativa, che pulisce la pelle dalle cellule morte e la rende morbida e levigata come dopo un peeling, ma senza l’uso di aggressive sostanze sintetiche.

I terapeuti sono loro, i Garra Rufa, conosciuti anche come “pesci dottore”. Fanno parte della stessa famiglia delle carpe e vengono dalle acque dolci del Medio Oriente: Turchia, Siria, Iran, Giordania e bacino idrico del Tigri e dell’Eufrate. Si tratta di un piccolo pesce pulitore – chi ha avuto un acquario sa di cosa stiamo parlando – che si nutre un po’ di tutto e, tra le altre cose, anche di detriti organici come le cellule morte della cute.

Non avendo denti, rilasciano al contatto, con movimenti della bocca che somigliano a piccoli baci, un particolare enzima che, oltre a consentire loro di staccare le sostanze nutritive, ha sulla pelle umana un effetto emolliente, lenitivo e rigenerante. Il primo a scoprirne i benefici – si racconta – è stato un pastore turco che, dopo essersi immerso in uno stagno per pulire una ferita, notò uno straordinario miglioramento. Leggenda o verità, sta di fatto che in Turchia, a partire dalle rive del lago di Kangal, si è da tempo sviluppata una florida industria turistica che ha come core business l’attrattiva terapeutica del Garra Rufa. La fish therapy si è così diffusa in molti Paesi asiatici come pratica tradizionale utile al benessere e, come sempre più spesso accade, è stata importata anche in Occidente.

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Un giorno in una via del centro storico di Modena è apparso un nuovo strano negozio: in vetrina non abiti o scarpe o cover per lo smartphone, ma una specie di salotto arabescato, con due grandi vasche di vetro piene d’acqua in cui roteano tantissimi piccoli pesci. A volte poi, passando, si vedono sedute in vetrina, con i pantaloni arrotolati e i piedi a mollo, persone che chiacchierano o leggono. I passanti si perdono a fissare, senza capire, i ciclisti continuano a pedalare con la testa voltata indietro; qualcuno decide di entrare per chiedere informazioni.

Wiky Bonacorsi e Sauro Di Lato, con i loro 1.400 Garra Rufa puro sangue, hanno scommesso su un’ambiziosa impresa commerciale che, con la fish therapy, vuole portare nella provincia emiliana un angolo metropolitano, in cui il concetto di “fusion” – che in cucina è sinonimo di interculturale, sano e molto chic – si estende alla sfera del benessere e dell’estetica.

Il percorso inizia con quello che loro chiamano “il rituale”: prima di immergersi è chiaramente necessario lavarsi i piedi o fare la doccia, a seconda del trattamento, con un apposito sapone a base di oli naturali. “Oltre alle impurità – spiega Wiky – è necessario rimuovere anche eventuali creme cosmetiche che potrebbero dare fastidio ai pesciolini e, di conseguenza, tenerli a distanza”.

E’ possibile scegliere il trattamento ai piedi, alle mani, oppure a tutto il corpo, immergendosi completamente. “Quest’ultimo – spiega Wiky – è particolarmente adatto a persone che hanno psoriasi, acne, eczemi e dermatiti”.

Specie nel caso della psoriasi, alcuni studi medici hanno infatti riscontrato l’efficacia di questo metodo che, a quanto pare, consente di lenire e controllare i sintomi senza ricorrere a farmaci come il cortisone.

Non è tuttavia necessario avere un problema dermatologico per accedere alla fish therapy, anzi, il centro ha già parecchi clienti fissi che, oltre al “total body”, richiedono la “fish pedicure” e la “fish manicure”, come trattamento estetico e rilassante. Oltre a liberare la pelle dagli strati secchi e opachi con un’azione esfoliante e ad idratarla in profondità grazie al magico enzima, con i loro micro-baci i Garra Rufa praticano infatti un massaggio che riattiva la circolazione, scioglie le tensioni e toglie il senso di fatica e pesantezza dalle estremità.

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Pare persino che questi piccoli terapeuti siano portati a riconoscere le parti del corpo che hanno più bisogno del loro intervento, concentrando istintivamente le loro operose e voraci attenzioni proprio in quei punti. Sesto senso? “No – sorride Wiky – è che le parti del corpo più stressate sono anche quelle con più pelle morta, che per loro è nutrimento”.

Più che di empatia, si tratta quindi di uno di quei casi – rari, al giorno d’oggi – in cui ci si ricorda che l’uomo fa parte di un ciclo vitale fatto di biodiversità, dove ciò che non serve a qualcuno può essere nutrimento per qualcun altro. Un po’ come accade per quegli uccellini della savana che vivono nella bocca dell’ippopotamo: si nutrono dei detriti della sua masticazione e in questo modo mantengono in salute la sua enorme dentatura.

Immergere i piedi nell’acqua cristallina e sentirsi fare il solletico dai pesciolini non è certo un’esperienza all’ordine del giorno oggi, nemmeno per chi vive al mare o sulle rive di un lago, eppure, paradossalmente, è possibile farlo in città, all’interno di un negozio.

Trattandosi di una tecnica nuova, che implica il contatto con animali esotici e l’immersione in una vasca d’acqua in cui sono state altre persone, viene spontaneo chiedersi se sia sicura. “Non si tratta di una pratica pericolosa – spiega Emanuele Del Fava, ricercatore in campo epidemiologico presso il Centro Dondena dell’Università Bocconi di Milano – ci sono più che altro alcune cose a cui fare attenzione”.

Quando arriva qualcosa di nuovo dall’esterno non si può mai escludere il rischio di entrare in contatto con agenti patogeni a cui non si è abituati, come accadde cinquecento anni fa, quando i conquistatori sbarcarono in America: portarono con sé malattie che in Europa erano abituali, come la varicella e certi tipi di influenza, che però tra gli indigeni provocarono epidemie letali.

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Sulla carta questo vale ogni volta che c’è circolazione di persone, animali e merci provenienti da molto lontano, anche se – come conferma Del Fava – la globalizzazione ha ormai mescolato parecchio le carte, riducendo progressivamente il grado di estraneità dei microrganismi su scala mondiale.

Il rischio di entrare in contatto con batteri e virus “alieni” facendo fish therapy è quindi presente solo se il pesce è stato importato dall’estero, cosa non frequente in Italia, dicono i titolari dello Spazio Garrarufa di Modena, che hanno acquistato i loro preziosi “collaboratori” da allevatori italiani certificati.

Non è quindi tanto dai pesci che ci si deve guardare, quanto dagli altri clienti dei centri che offrono questo servizio, con cui, in assenza di complessi impianti di sterilizzazione e rigorose prassi di sicurezza, si condivide giocoforza una invisibile ma molto concreta situazione di promiscuità, che veicola facilmente lo scambio di funghi e batteri. In Italia – in cui il boom di queste attività commerciali è scoppiato nel 2011 – non c’è una legge specifica, ma esistono precisi protocolli igienico-sanitari che, in teoria, garantiscono la sicurezza dei trattamenti.

“Le nostre – spiega Wiky – sono vasche specifiche, realizzate in collaborazione con università e istituti di ittiologia. In pratica sono acquari, ognuno con il proprio impianto di ricircolo continuo dell’acqua, dotato di filtri meccanici e biologici che eliminano le impurità e le sostanze dannose”.

Chiaramente, non tutti coloro che cavalcano l’onda della fish therapy seguono le procedure di sicurezza in maniera scrupolosa. Si pensi ad esempio alla Riviera Romagnola, dove da un paio di estati a questa parte la fish pedicure è una delle attrazioni più trendy del momento all’interno degli stabilimenti balneari; oppure alle spiagge spagnole, “dove – spiega Wiky – gli impianti sono fatti a regola d’arte, ma viene fatto entrare un cliente dopo l’altro, a ripetizione, senza aspettare che l’acqua venga filtrata: non è molto diverso da mettere i piedi nella stessa bacinella di acqua ferma in cui li ha messi uno sconosciuto un attimo prima”.

“In ogni caso – conclude Emanuele Del Fava – per poter contrarre qualche malattia è necessario avere una ferita aperta: la pelle è una barriera più potente di quanto si pensi, perciò, per non correre il rischio di essere contagiati, dal pesce o da qualcuno che si è immerso prima di noi, è sufficiente evitare questa pratica quando si hanno escoriazioni. Per sicurezza, il trattamento è inoltre sconsigliato a coloro che sono affetti da alcune malattie particolari, come ad esempio il diabete”.

Certo, la nostra è una società ipocondriaca e schizzinosa, viviamo tutti con il gel igienizzante – un presidio medico-chirurgico – in tasca o nella borsa; qualcuno ha anche già trovato la versione naturale, quella alle erbe – che fa meno male ed è più sostenibile, ma igienizza altrettanto bene – ed invita gli altri a provarla. Ma quando si parla del demone della bellezza e della giovinezza, non c’è prudenza o nevrosi che tenga.

Come resistere alla tentazione di avere, a quaranta, cinquanta o sessant’anni la pelle luminosa come una foglia di edera? C’è una cliente, una delle tante signore modenesi ormai affezionate al posto, che non si accontenta della fish pedicure e ogni settimana si fa immergere completamente nella vasca con i pesci garra rufa, tutta intera, dal collo in giù. “E’ come immergersi in una vasca di champagne”, dice.

Eva Ferri

Foto di Davide Mantovani

Extra – L’eleganza del cinghiale

Forse definirlo “elegante” è una leggera forzatura per un animale che ama grufolare in dieci centimetri di fango e pure sguazzarci dentro (per coprirsi di una patina a difesa dei parassiti), ma – lo sapevate? – il cinghiale è uno degli animali più intelligenti che ci siano. Anche più del cane. Sì, proprio lui: quel porcellone che può raggiungere anche i 180 cm di lunghezza e il peso di un quintale. Un animale che conosciamo al massimo come carne di cacciagione o per i danni che può  provocare alle colture, ma del quale il compianto etologo e scrittore Giorgio Celli diceva: «Maiali e cinghiali sono straordinariamente intelligenti – dichiarava in un’intervista – sono animali capaci di grandi relazioni sociali. Con l’uomo, ma anche fra loro. E fra esemplari dello stesso sesso. Sì: esistono maiali gay…». Che probabilmente, contrariamente a quanto accade per noi umani che siamo ancora qui a discutere se l’omosessualità sia o meno “secondo natura”, nemmeno crea problemi alla loro comunità.

Insomma, per dirla alla Piero Milani – coordinatore dei volontari del Centro Fauna Selvatica “Il Pettirosso” di Modena che fa da Pronto Soccorso e clinica a centinaia di animali selvatici feriti, vittime di incidenti stradali o semplicemente in difficoltà –  è tutta una questione di conoscenza. Perché, banalmente, “abbiamo paura di ciò che non conosciamo”. Vale per il nostro rapporto con gli animali, quelli selvaggi in particolare – come ha dimostrato il caso (ormai consegnato all’oblio dopo il polverone di media e social network) dell’orsa Daniza che abbiamo analizzato nel reportage “Voci dalla foresta oscura” – ma anche nel rapporto tra noi esseri umani. Tra culture, religioni e nazionalità differenti.

Che poi, a voler conoscere davvero, si ribaltano facilmente alcuni luoghi comuni:

 

Voci dalla foresta oscura

La natura selvaggia? Al massimo va bene ammirarla in un film. O in una fotografia. E quando un animale libero come l’orsa Daniza si comporta semplicemente secondo natura, crea il caos. Perché la verità è che siamo ormai incapaci di convivere con tutti quei pezzi di ambiente che ancora non si piegano al totale controllo di noi umani.

di Eva Ferri, Isabella Colucci e Davide Lombardi

Leggi tutto “Voci dalla foresta oscura”

Maltrattare gli animali non sarà più tanto facile

Anche se in Italia il maltrattamento di animali è ancora considerato un reato di serie B, qualcosa si sta muovendo. Il 18 settembre 2014 è stato siglato tra Corpo Forestale dello Stato e associazione Link Italia, un accordo che pone le basi per colmare la distanza tra il contesto italiano e paesi come gli Stati Uniti in cui, a seguito di rigorosi studi scientifici, la crudeltà su animali è considerata un importante indicatore di pericolosità sociale (ne abbiamo parlato nel reportage “La crudele legge del più forte“).

Il protocollo prevede l’istituzione della prima équipe multidisciplinare di studio e investigazione del profilo del maltrattatore e assassino di animali e verrà sviluppata l’attività di raccolta dati avviata da Link Italia in questi anni, attraverso l’istituzione di un apposito fascicolo di accertamento dei reati di maltrattamento da parte del NIRDA (Nucleo Investigativo Reati a Danno di Animali) del Corpo Forestale dello Stato.

“Obiettivo dell’accordo – spiega Francesca Sorcinelli, Presidente Link Italia – è indagare il fenomeno link, il legame tra crudeltà su animali e violenza interpersonale, nel contesto italiano, per sostenere le politiche criminologiche e vittimologiche, elevando il maltrattamento di animali da reato minore a reato grave”.

L’ultima volta che lo Stato Italiano si era fatto interprete così direttamente di interventi di tutela degli animali era il 1938, quando fu costituito l’Ente nazionale fascista per la protezione degli animali, che nel dopoguerra ottenne il riconoscimento di personalità giuridica di diritto pubblico, operando in stretta collaborazione con il Ministero dell’Interno. Nel 1979 tuttavia l’ENPA venne privatizzata, perdendo la qualifica di ente parastatale. A distanza di 35 anni, oggi, si apre quindi un nuovo capitolo, che pone al centro il rispetto degli animali come strumento di civiltà.

(Eva Ferri)

copertina: visualpanic via photopin cc

Storie di ordinaria cavalleria

E’ morta dopo un giorno di agonia, la cagnolina seviziata nella notte tra l’8 e il 9 agosto in Romagna; si chiamava Gina e aveva dieci anni. Da circa un mese Claudia, la sua padrona, frequentava un uomo – un fantino – che proprio in quei giorni avrebbe gareggiato in un concorso ippico internazionale a San Giorgio Marignano: avrebbero trascorso qualche giorno insieme per la prima volta. Giovedì sera un litigio. Claudia si è accorta che il suo cavaliere beve e fa uso di cocaina e, a fronte dei rimproveri, la minaccia: “Non mi rompere, ti faccio fuori il cane”. Claudia va a dormire, non dà peso alle sue parole; viene svegliata all’alba da lui che rientra da non si sa dove e si accorge che il cane è scomparso. “Cercatelo da sola”, dice lui. Poco dopo la cagnolina viene trovata in fin di vita subito fuori dall’impianto: è stata picchiata e infilzata più volte con un forcone e rinchiusa in un sacchetto di plastica a cui è stato tentato di dar fuoco.

Leggi tutto “Storie di ordinaria cavalleria”

La città degli animali

C’è chi lancia un programma di dating per pet lovers e chi da vent’anni insegna a cani e padroni a lavorare insieme. Ci sono le gattare, che danno da mangiare al loro bisogno di libertà. E persone disabili che trovano nell’equitazione una terapia d’amore. Storie di uomini e animali, al di là dei luoghi comuni.

Di Eva Ferri, Mattia Rossi, Davide Mantovani

Leggi tutto “La città degli animali”