Il dottore di Van Gogh

Uno strano rapporto medico paziente quello tra Vincent van Gogh e il dottore che lo seguì nelle ultime settimane di vita prima del suicidio, Paul-Ferdinand Gachet. E il protagonista della storia è proprio lui: il dottore, un malinconico appassionato d’arte e pittore dilettante.

di Martino Pinna

Uno strano rapporto medico paziente quello tra Vincent van Gogh e il dottore che lo seguì nelle ultime settimane di vita prima del suicidio, Paul-Ferdinand Gachet. E il protagonista della storia è proprio lui: il dottore, un malinconico appassionato d’arte e pittore dilettante.

Il 16 maggio del 1890 Vincent van Gogh lascia la clinica di Saint-Rémy-de-Provence dove si è fatto ricoverare per farsi curare. L’anno prima, oltre ad aver dipinto molti dei suoi più noti capolavori, si è tagliato un orecchio e ha sofferto di varie crisi: allucinazioni, deliri, tentativi di suicidio. La guarigione tanto desiderata non è arrivata nella clinica di Saint-Rémy gestita dal dottor Peyron, che gli diagnostica l’epilessia e che lo cura con dei semplici bagni settimanali. Risultato? Il pittore tenta di avvelenarsi ingerendo i suoi stessi colori e il cherosene delle lampade, finché, in un momento di lucidità, capisce che il suo soggiorno in quella clinica è del tutto inutile, così decide di lasciare Saint-Remy e raggiungere il fratello Theo a Parigi, a cui chiede consiglio.

Il 21 maggio del 1890, dopo essersi consultato con lui, Van Gogh parte per Auvers-sur-Oise, un piccolo e tranquillo villaggio di campagna a pochi chilometri da Parigi, dove abita il dottor Paul-Ferdinand Gachet, il vero protagonista di questa storia.

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Medico, collezionista d’arte, è anche lui un pittore, e tra i due si instaura un rapporto di stima reciproca e amicizia. La speranza è che il dottor Gachet possa finalmente portare alla guarigione l’artista ed evitare le frequenti crisi e i tentativi di suicidio. Il medico spiega a Van Gogh che soffre di malinconia. Successivamente Vincent scrive al fratello Theo:

«[Il dottore] mi ha detto che se la malinconia, o che altro, diventasse troppo forte, potrebbe fare sicuramente ancora qualcosa per diminuirne l’intensità, e che non dovevo farmi scrupolo di essere franco con lui. Sì, il momento in cui avrò bisogno di lui può certo arrivare, comunque per adesso mi sento bene.»

Qualche settimana dopo, il 29 luglio del 1890, il pittore si spara una pallottola al petto e muore dopo varie ore di agonia. Aveva 37 anni.

“Per adesso mi sento bene” diceva nella lettera. Allora cos’è successo nel frattempo? Il dottore aveva sottovalutato la depressione del suo nuovo paziente? E che rapporto c’era tra il dottor Gachet e Van Gogh?

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Per capirlo bisogna fare un passo indietro. Gachet è un personaggio molto interessante. E’ considerato il medico amico dei pittori: amico di Courbet, Manet, Pissarro, Renoir e Cézanne, che per un periodo visse proprio nel villaggio del dottore. Dipingeva e incideva, ma soprattutto collezionava tele di impressionisti, che amava follemente. Era un uomo particolare, il dottore. Un passionale, uno che quando nel 1870 scoppia la guerra contro la Prussia di Bismarck va a Parigi, rischiando la pelle come medico in prima linea, durante l’assedio alla città. Si era laureato con una tesi dal titolo “Etude sur la mélancolie”, studio sulla malinconia. Quando Vincent lo conosce il dottore ha 62 anni ed è ancora molto provato dalla morte della moglie, scomparsa 16 anni prima, nel 1874. I due quindi non hanno in comune solo l’amore per l’arte, ma anche una situazione di sconforto, di tristezza insuperabile. Tanto che Van Gogh si identifica in lui e scrive:

«[Il dottore] è scoraggiato nel suo lavoro di medico di campagna come io lo sono nella pittura.»

Si verifica una situazione paradossale: doveva essere Gachet a osservare e curare il pittore, ma probabilmente a sua insaputa, è Van Gogh ad analizzare il dottore. Nelle lettere al fratello Vincent considera Gachet come colpito “da un male nervoso” e descrive il suo volto come “irrigidito dalla sofferenza”. La diagnosi perfetta però non arriverà dalle parole, ma dai colori, in quello che è uno degli ultimi capolavori del grande artista olandese: il celebre “Ritratto del dottor Gachet”.

Vincent-van-Gogh-Il-Ritratto-del-dottor-Gachet-1890

Questo magnifico dipinto è stato analizzato varie volte in chiave psicologica. Diciamo la verità: non c’è bisogno di una laurea per capire che quello ritratto non è proprio un allegrone. Una descrizione e un’analisi tanto accurata quanto involontaria, arriva proprio dalle parole del dottor Gachet, scritte molti anni prima nella sua tesi di laurea sulla malinconia. Parlando dei malinconici infatti scrive:

«L’atteggiamento del malato è assolutamente particolare […] La testa china sul petto e leggermente inclinata a destra o a sinistra. Tutti i muscoli del corpo sono in stato di semicontrazione permanente, in specie quelli flessori; i muscoli facciali sono come raggrinziti, tormentati e conferiscono alla fisionomia un’impronta di particolare durezza; quelli sopraccigliari, sempre tesi, sembrano nascondere l’occhio e rendere l’orbita piú profonda; le arcate sopraccigliari sono prominenti e separate da due o tre pieghe verticali. La bocca disegna una linea retta, sembra che le labbra siano scomparse […]. Il solco naso-labiale è piú vistoso, le gote sono cave, la pelle è come incollata agli zigomi, la tinta è giallastra o terrea […]. Lo sguardo è fisso, inquieto, obliquo, diretto verso terra o di lato»

Provate a rileggere queste parole guardando il “Ritratto del dottor Gachet” e noterete diverse similitudini. Il dottore è ritratto come un malinconico. Perché? Il pittore vede nel dottore un suo doppio? I due dopotutto si assomigliano non solo caratterialmente – sebbene con le dovute differenze: Gachet aveva ancora entrambe le orecchie intere – ma anche fisicamente: hanno entrambi i capelli rossi. Il ritratto del dottore dunque sarebbe allo stesso tempo un autoritratto di Van Gogh. O forse è l’occhio malinconico del pittore a vedere il mondo attraverso il filtro della sofferenza che lo affligge rappresentando dunque il medico più malinconico di quello che è nella realtà?

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Il dottor Gachet infatti verrà rappresentato altre volte, non solo da Van Gogh, ma anche, successivamente, da Norbet Goeneutte, in una tela dove non sembra avere la pesante malinconia che invece mostra nel capolavoro del suo amico e paziente.

Nella descrizione che lo stesso pittore – in una delle lettere al fratello – fa del ritratto si scopre che considerava il dottore “un vero amico e in un certo senso un nuovo fratello, tanto ci somigliamo fisicamente e anche moralmente. È molto nervoso e assai bizzarro anche lui”.

Dunque l’ipotesi del doppio, del ritratto-autoritratto sembra sempre meno azzardata. In una lettera non portata a termine del giugno del 1890 (un mese prima di morire) diretta a Gaugain, il pittore scrive:

«Ho adesso un ritratto del dottor Gachet con l’espressione straziata [navrée] del nostro tempo.»

Viene da chiedersi: cosa avrà pensato Gachet riconoscendo nel suo ritratto la descrizione che lui stesso aveva fatto del paziente malinconico? Come si sarà sentito ad essere rappresentato così proprio dall’uomo che si era incaricato di curare? Erano entrambi l’uno specchio dell’altro?

In realtà leggendo una delle ultime lettere al fratello (luglio 1890) si scopre che il pittore, dopo poche settimane di permanenza nel villaggio, non considerava il medico utile per la sua guarigione, dato che anche lui, ai suoi occhi, era evidentemente malato:

«Credo che non bisogna contare in alcun modo sul dottor Gachet. Mi sembra che sia più malato di me, o almeno quanto me. Ora, quando un cieco guida un altro cieco, non andranno a finire tutti e due nel fosso? Non so che dire.»

La situazione per il pittore è senza dubbio angosciante: la persona a cui lui ha chiesto aiuto, ha a sua volta bisogno d’aiuto. Più che aiutarsi a vicenda – pensa il pittore dimostrando grande lucidità – il rischio è i due malinconici finiscano per danneggiarsi reciprocamente. Possono forse capirsi, ma aiutarsi, questo no.

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Inoltre, come in ogni buon racconto, a un certo punto compare una donna. Si chiama Marguerite, ha 21 anni ed è la figlia del dottor Gachet. A quanto si dice lei si innamorò di Van Gogh, e lui iniziò a ritrarla. Prima mentre suona il piano, poi nel giardino con un abito da sposa. La relazione però viene impedita dal dottore, preoccupato che sua figlia possa finire con una persona che stima e a cui è affezionato, ma che resta comunque un malato. In effetti Vincent, tra abuso di alcol e assenzio, automutilazioni, allucinazioni e tentativi di suicidio, non è esattamente lo sposo ideale.

C’è chi ipotizza che anche questo rapporto interrotto o forse mai nato (di fatto, che si sappia, ci sono solo i due quadri, a cui il dottore non aveva dato il permesso) influirà sull’umore del pittore e sulla sua opinione nei confronti di Gachet (“Mi sembra che sia più malato di me”).

In quegli stessi giorni Van Gogh va ancora una volta nei campi e dipinge quello che si può considerare diagnosi e testamento del pittore: il Campo di grano con volo di corvi (luglio 1890, oggi si trova al Van Gogh Museum, Amsterdam).

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Questo dipinto straordinario nell’ultimo secolo è stato analizzato psicologicamente più di molti esseri umani. C’è chi si è concentrato sui colori, chi sulla direzione dei corvi, chi sul significato dei tre sentieri, chi ci ha voluto vedere un’allucinazione (l’ipotesi più suggestiva e paradossale, se ci pensate: voler vedere un’allucinazione). Ma ciò che rappresenta è molto più triste e semplice, anche se questo non ne scalfisce la potenza e il fascino, ed è spiegato dallo stesso pittore in una successiva lettera al fratello: tristezza. Tristezza ed estrema solitudine.

«Ritornato qui mi sono sentito molto triste, e ho continuato a sentire pesare su di me la tempesta che vi minaccia. […] Sono delle immense distese di grano sotto cieli nuvolosi e non mi sento assolutamente imbarazzato nel tentare di esprimere tristezza, e un’estrema solitudine. Spero che li vedrete fra poco – perché spero di portarveli a Parigi il più presto possibile, perché ho persino fiducia che tutti questi quadri vi potranno dire, ciò che non riesco a dire a parole, ciò che io vedo di sano e di rinfrancante nella campagna.»

La versione leggendaria vuole che Van Gogh stesse dipingendo proprio questa incredibile tela quando estrasse la pistola e si sparò al petto. In realtà questo è improbabile e non sappiamo con precisione come andarono le cose. Di recente c’è anche chi ha ipotizzato che non si sia trattato di un vero e proprio suicidio: il pittore sarebbe stato colpito da due ragazzi che giocavano con una pistola, e allora vide in quell’incidente un’occasione per morire. Non disse nulla, andò nella sua stanza d’albergo e aspettò di morire.

Si scoprirà in seguito che negli ultimi 70 giorni della sua vita passati a Auvers-sur-Oise Van Gogh realizzò 70 dipinti: una media di uno al giorno.

Ma la storia non finisce qui. Perché, come abbiamo detto all’inizio, il vero protagonista è il dottor Gachet. Infatti il primo ad essere chiamato in soccorso nell’albergo è lui, il dottore Il proiettile non si può estrarre, dunque il dottore si limita a fasciare la ferita. Alcune ore dopo arriva anche il fratello Theo al quale Vincent spiega che ha tentato il suicidio ma ha fatto cilecca. Inoltre gli confessa che la sua “tristezza non avrà mai fine” e che se dovesse sopravvivere proverà ancora a togliersi la vita. Passerà le ultime ore a fumare la pipa.

All’una e trenta del 29 luglio 1890 Vincent van Gogh muore.

Il dottor Gachet si siede a fianco al suo letto e disegna il volto di van Gogh senza vita. Il disegno reca una scritta: “Vincent van Gogh sur son lit de mort” con la firma del dottore, che ne realizzerà anche un’altra versione. Solo un mese prima era stato il pittore a ritrarre il dottore, nella posa malinconica che abbia visto prima. E ora è lui, il medico che doveva curarlo, a ritrarre il suo corpo morto. Un disegno che, secondo molti, è il suo lavoro migliore: beffarda consolazione.

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Secondo diverse testimonianze il dottor Gachet resta scioccato dalla morte del pittore. Non c’è solo il dolore per la morte di quello che era velocemente diventato un amico, ma anche – ipotizziamo – quel senso di frustrazione e di sconfitta di un medico che perde il proprio paziente. E quindi l’inevitabile senso di colpa.

Alla sepoltura, avvenuta il 30 luglio, sono presenti pochi amici, oltre il fratello Theo e ovviamente il dottor Gachet. La bara viene ricoperta di dalie e girasoli.

Uno dei pochi presenti, il pittore Emile Bernard, in una lettera descrive la scena raccontando che il dottor Gachet voleva dire qualche parole su Vincent “ma anche lui stava piangendo così tanto che avrebbe potuto solo balbettare un addio molto confuso”.

Successivamente il dottore sarà criticato per non aver in qualche modo evitato il suicidio del pittore. Eppure vanno considerati diversi fattori: quella che affliggeva il pittore era una malattia all’epoca sconosciuta. Oggi, dopo centinaia di diagnosi diverse, si tende a pensare che soffrisse di una forma di psicosi epilettica o di porfiria acuta intermittente. Inoltre il dottor Gachet poté seguirlo per sole dieci settimane, durante le quali il pittore continuò a bere, nonostante i consigli del medico.

Insomma, Van Gogh era senza dubbio un paziente difficile, forse uno dei più difficili che possano capitare a un medico e anche oggi uno psichiatra avrebbe grosse difficoltà ad aiutarlo e ad evitare una morte che ancora oggi appare inevitabile. Perché la malinconia, come la chiamavano all’epoca, va a colpire proprio quelle forze che dovrebbero aiutare a reagire.

Lo stesso Gachet nella sua tesi l’aveva descritta molto bene, fatto che fa pensare che la conoscesse da vicino, non solo come medico, da prima che incontrasse Van Gogh e da prima che perdesse sua moglie:

«Sembra che ci sia in tutto l’essere un ostacolo che rallenta, diminuisce, o perfino inibisce completamente il movimento vitale […] Di fronte a questo ostacolo, il pensiero, il movimento si urtano di continuo, si incalzano incessantemente e vanamente; l’ostacolo non può essere superato, il blocco non recede, diventa permanente: si realizza lo stato stazionario. Tutte le potenze dell’essere umano si concentrano in un medesimo punto; e cosí − vuoi che simile concentrazione sia il risultato di una lotta preesistente che ha abusato delle forze reattive, vuoi che tutte le forze vitali agiscano in senso opposto alle leggi della vita e del movimento alle quali ogni essere vivente è fatalmente sottomesso – ha luogo la quiete […]. Questo stato di incubazione costante, concentrico, permanente, indefinito, è il punto culminante, la pietra di paragone di ogni delirio malinconico. La creatura malinconica assume in alto grado tutti i caratteri dell’inerzia piú completa, piú profonda; il principio vitale, che presiede a tutto l’essere, tace, e con lui gli organi, i sensi, la mente, gli istinti, le passioni sono colpite da mutismo. L’uomo assomiglia a un vegetale, a una pietra»

Vegetable man, canterà molti anni dopo un altro artista che affogava nella follia, Syd Barrett, all’apice del suo delirio, quando si allontanerà dalla sua band, i Pink Floyd, e in un certo senso dal mondo intero. Il suo produttore, Peter Jenner, a proposito di questo brano dove si parla di un uomo vegetale e di colori, dice:

«Per me queste canzoni sono come il dipinto di Van Gogh con gli uccelli sopra il campo di grano, che poi è quello che era il cervello di Syd. Provate a guardare la confusione, l’agitazione di Van Gogh attraverso i suoi dipinti. Se volete capire Syd, se volete sapere cosa gli stava succedendo, dovete ascoltare queste tracce allo stesso modo.»

Peter Jenner

Curiosa coincidenza? Ma il dottor Gachet, quasi un secolo prima, era andato oltre ancora, scrivendo che se l’uomo malinconico assomiglia a un vegetale o a una pietra, viceversa:

«La malinconia è diffusa in tutta la natura. Ci sono animali, vegetali, perfino pietre, che sono malinconici.»

Gachet era un uomo che vedeva pietre e fiori malinconici.

Sicuramente non era un bravo pittore come Van Gogh, o un bravo musicista come Syd Barrett, ma rileggendo le sue parole non è difficile immaginare i tre andare d’accordo. Qualcosa in comune ce l’avevano.

Martino Pinna

 

Fonti: Emanuel Von Baeyer London, Wikipedia,  Artnet.net, New York Times, The New England Journal of Medicine, mentre le citazioni delle lettere di Van Gogh e del dottor Gachet vengono da “L’inchiostro della malinconia” di Jean Starobinski

Tutte le mie note, dal la alla zeta

Musicista, poeta, editore e cineasta, il modenese Ilmo Malagoli è uno dei più interessanti e poliedrici artisti che una città di provincia possa vantare.

di Davide Lombardi

Nemo propheta in patria. Locuzione latina vera come non mai se riferita all’artista modenese (anche se lui preferisce definirsi ideatore e autore di progetti artistici atipici) Ilmo Malagoli. Sebbene autore capace di muoversi con abilità indiscutibile tra le più diverse discipline artistiche, dalla musica, sua vera musa, al cinema, in città nessuno lo hai mai preso seriamente in considerazione. Nessun giornale locale ha mai recensito le sue opere. Nessun assessore alla cultura lo ha mai chiamato per partecipare a eventi ufficiali. Eppure nessuno come Malagoli è espressione altrettanto pura dell’anima più verace e profonda della provincia emiliana.

Non fosse nato e vivesse in provincia, verrebbe probabilmente celebrato come un bizzarro e geniale funambolo capace di saltellare divertito e divertente tra un’arte e l’altra. Invece qui in provincia, quella vera, piccola e conservatrice, dove perfino al vento pare vietato arrivare fino in centro che non sia mai si muova qualcosa, le sue opere non “raggiungono il minimo sindacale di ciò che è da considerarsi arte & cultura”. Eppure: che follia! A uno come Ilmo Malagoli, da Cognento, frazione di Modena, dovrebbero fare un monumento in piazza grande. Perché nessuno più di lui è un talentuoso, straordinario, artista di provincia. Quando attacco l’intervista cercando di sviluppare un ragionamento su quella che penso sia la sua estetica trash, mi spiazza subito: “ma no, ma quale trash, mai amato il trash. E’ che non ho i mezzi e quel che faccio viene come viene”.

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Un artista poliedrico

Video, musica, soprattutto musica, tantissima, ma anche: editoria, poesia, narrativa, cinema. Malagoli è un vulcano e in quindici anni di onorata attività artistica, senza mai un riconoscimento se non quello dei pochi ma affezionatissimi fan, ha spaziato alto tra una pletora d’arti con la cocciuta maestria di un artigiano. Quale per altro è, visto che l’arte per lui è una passione. La sua attività principale è il laboratorio rilevato dal padre dove realizza finiture in acciaio per giostre. “Ma mi va bene così – spiega – non ho mai pensato di dedicarmi solo all’arte, io la vivo come pura passione e come tale, sono sempre stato libero di fare tutto quel che mi pareva. Se la trasformassi in una professione probabilmente dovrei scendere a compromessi”. Gli chiedo se almeno esiste qualche legame tra le sua attività artistica e quella con l’acciaio, se nel tempo ha costruito delle connessioni tra i suoi mondi. “Assolutamente no”.

L’amore per l’arte, per Malagoli – giovane di età imprecisata – over 35, concede vezzoso, è storia antica. “Fin da bambino scrivevo e riempivo pagine e pagine di disegni, anche se non sono mai stato capace di disegnare. Un’ossessione” mi racconta. “La mia prima vera esperienza artistica – prosegue – risale a circa quindici anni fa, quando incontro un amico musicista, Mucci. Avevo dei testi già pronti e gli ho chiesto di musicarli. Abbiamo un po’ discusso perché lui voleva una cosa più musicale, io invece puntavo su dei reading da leggere su delle basi, visto che non so suonare né cantare. Alla fine ci siamo accordati e abbiamo trovato una cantante che interpretasse le nostre canzoni. E’ nato così il progetto narrator.it, che era il nome del gruppo ma anche il sito Internet. Allora mi sembrava un’ottima operazione promozionale unire le due cose, così chi ci ascoltava si ricordava subito il nome del sito in cui poterci trovare.

Gruppo rock sui generis offresi per serate di piano bar alternativo

Abbiamo realizzato il nostro primo e unico album: ‘Gruppo rock sui generis offresi per serate di piano bar alternativo’. Anche questa era una scelta promozionale perché fungeva anche da testo dell’annuncio che abbiamo pubblicato sui giornali e sulle radio locali. Se ci ha mai chiamato nessuno? No, mai. Anche se per quell’album mi sono molto occupato proprio della promozione. Avevo preparato dei manifesti che andavo ad appendere nei treni. Sceglievo apposta quelli che andavano lontano, treni a lunga percorrenza, che magari arrivavano fino a Palermo o Lecce. Vedi mai che li notasse qualcuno e ci chiamasse. Se è mai successo? No, mai. Ho portato il cd che abbiamo realizzato in quindici mesi di lavoro a una radio locale, oggi defunta, Antenna 1, e credo che un paio di volte ci abbiano fatto passare un pezzo. Ma insomma, non si può dire che sia stato un successo.

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Morse tua, vita mea

Comunque con Mucci abbiamo messo in piedi tempo dopo un altro bellissimo progetto. Lo incontro: lui ha per mano delle basi musicali interessanti e aveva già fatto la copertina di un possibile album con delle foto tirate giù da Internet. Alle sue basi elettroniche ci abbiamo aggiunto i miei testi. Il nuovo gruppo si chiama ‘Morse tua, vita mea’ e l’album che alla fine abbiamo realizzato ‘Le sette vite del gatto nero’. La particolarità di questo progetto è che i testi non sono cantati ma trasmessi in codice morse. Nel libretto di accompagnamento abbiamo dovuto aggiungere una legenda perché altrimenti i testi sarebbero stati incomprensibili, così invece gli ascoltatori potevano tradurli. E’ stato un lavoro molto lungo, anche perché abbiamo dovuto cercare uno che conoscesse il codice morse per poter registrare i brani. A lavoro completato, ho portato al solito il cd in radio ma non è mai stato trasmesso nessun brano.

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La stagione del menarca viene e va

Prima di questa seconda esperienza con Mucci però c’è stato quello che posso considerare uno dei miei maggiori successi. E’ una storia un po’ lunga ma parecchio interessante. Io ero un grande fan di Antonio Facci Tosatti, meglio noto col nome d’arte di Menarca, un personaggio un po’ di culto nell’underground modenese. Ha fatto un sacco di cose negli anni ’90. All’epoca telefonavo ogni giorno in radio richiedendo che trasmettessero qualche brano tratto dal suo album ’93-99 il peggio della sua vita’. E dai e dai, hanno cominciato a mandarlo in onda e lui, anche grazie a questo modesto contributo, ha avuto un certo successo. Lo abbiamo chiamato per partecipare come ospite al primo e unico album dei narrator.it e poi anche al concerto che abbiamo fatto nel cortile della mia ditta (poi la cantante se ne è andata ad abitare a Livorno e i narrator.it hanno appeso gli strumenti al chiodo). Io avevo una voglia matta di fare ancora qualcosa con lui. Era agosto, perciò gli dico: senti, la mia ditta – che usavo anche come studio di registrazione – è chiusa per un mese. Perché in questo periodo non facciamo un album?

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Lui prima ha nicchiato un po’, poi ha ceduto. E’ nato così il progetto Viados, acronimo di “Verga in ano dolente orifizio sfonda”. Come gruppo, insieme ad Antonio, abbiamo realizzato due album. Il primo, 50 copie, in studio, ‘Lo sperma di Eva” (qui il video del brano ‘Tangenziale‘), il secondo live, ‘Nessuno mi caga e se mi cagano, cagano il cazzo’. Possiamo considerarli due successi. Penso per la presenza del Menarca, perché era lui il riferimento. Il cd live ha una storia un po’ particolare. Visto che era andato bene l’album in studio propongo al Menarca un album dal vivo. Lui dice ok, facciamolo, ma non deve esserci nessuno mentre registriamo. E così è stato. A dire il vero una sola persona ha assistito a quel leggendario concerto. Un mio amico, fan sfegatato. Dell’album live abbiamo stampato 15 copie. Una mia amica che lavora in radio, sempre Antenna 1, mi telefona e dice che in studio ‘Lo sperma di Eva’ non si trova più. Allora le porto il live e devo dire che lo hanno promosso per tanto tempo con un buon successo. Al punto che ci chiesero di fare un concerto organizzato da loro, dalla radio. Ma Facci Tosatti non ne volle sapere e così saltò tutto.

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Mi sono buttato allora su un nuovo progetto: Giacobazzi e Beethoven. Questo il nome del gruppo. Ha una storia un po’ particolare. Mi ritrovo con un amico, Raimondi, col quale avevo già lavorato coi Viados. Lui però non vuole che compaia il suo nome così troviamo due tizi che conoscevo per interpretarci. Giacobazzi e Beethoven appunto. Quest’ultimo si è fatto fare anche la maglietta apposta per la copertina dell’album che si intitola ‘Noi suoniamo solo in playback’. Altra particolarità del disco è che tutti i brani, a parte CCCP che è l’acronimo di ‘cose che capitano purtroppo’, sono dei nomi di persone: Loris, Nurglo e altri.

Guaìtoli e il suo doppio

Una canzone si intitola col cognome di un altro mio amico, Guaìtoli. E’ importante questo pezzo perché mi aggancia al progetto successivo, ‘Due stinchi di santo‘ di cui parlerò dopo. Insomma, per recitarlo, chiamo un altro amico, Cavazzuti. Guaìtoli, inteso come brano, racconta la storia di un tizio – interpretato da Cavazzuti – che comincia ad andare in paranoia perché ovunque vada incontra lui, Guaìtoli. Comincia a pensare che Guaìtoli ce l’abbia con lui, lo spii. Così assolda un killer per farlo fuori. Solo che, dall’altra parte, anche Guaìtoli incontra sempre il tizio che va in paranoia perché incontra lui, Guaìtoli. Che precipita nello stesso loop mentale e perciò assolda a sua volta un killer per ammazzarlo. Alla fine il killer uccide Guaìtoli, e lo getta nel Panaro, uno dei due fiumi di Modena, poi uccide l’altro (quello interpretato da Cavazzuti) e getta pure lui nel Panaro con un bel paio di stivali di cemento. Solo che questo qui, mentre sprofonda, chi ti incontra sul fondo del fiume? Il cadavere di Guaìtoli! Ah, all’inizio Guaìtoli, quello vero, il mio amico, non l’ha presa tanto bene la storia del brano, ma alla fine si è divertito anche lui.

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Cavazzuti & Me: due stinchi di santo

Dopo quell’esperienza, Cavazzuti mi dice: c’ho della musica. Io, al solito: c’ho tutti i testi che vuoi. E’ l’epoca in cui muore papa Wojtyla e sta per essere eletto Ratzinger. Decidiamo allora di dar vita ai “Due stinchi di santo” che in pratica sono due peccatori ravveduti che vanno in giro a predicare. Realizziamo un sacco di roba. Prima un minidisc  di 4 brani, ‘Cantando e portando la croce‘ che contiene anche la nostra hit ‘Tutti i santi del calendario’ il cui testo è esattamente come da titolo: l’elenco tutti i santi del calendario, snocciolati uno ad uno in una specie di litania. Poi un album doppio. La prima parte un cd con 12 pezzi che si chiama ‘Per un nuovo diluvio universale’, la seconda parte un dvd registrato durante un concerto dal vivo nella frazione di Marzaglia, ‘Libera me domine’. Ho portato il cd in radio, sempre la solita Antenna 1, che ha cominciato a far girare un gran pezzo: ‘Satana è una merda‘. Da quei successi abbiamo tratto il cofanetto de luxe ‘Solo per pochi’ riprodotto in 12 copie vendute tutte in un solo concerto. Che ha un format un po’ particolare. Nel senso che Cavazzuti inizia buttando per terra dei ceci sui quali si inginocchia. Poi comincia a fustigarsi mentre io attacco a recitare i nostri brani.

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Di solito i miei progetti nascono a termine. Non devono continuare. Ma ‘Due stinchi di santo’ lo posso considerare ancora attivo perché per il nuovo album stiamo aspettando il prossimo papa. L’idea è proprio questa:  il gruppo deve fare un disco e un video ogni morte di papa. Solo che, come dice un pezzo del nostro primo album, ‘Dio c’è e prima o poi si vendica’. Dopo 2000 anni il papa non è morto. Quando è stato eletto Bergoglio, abbiam detto: beh, anche se è stato solo un cambio della guardia, facciamo l’album lo stesso. Ma sono sorte una serie di altre complicanze e Cavazzuti non ha più potuto. Così è saltato tutto: dio si è vendicato”.

In attesa che un altro papa ascenda al paradiso, Malagoli abbandona temporaneamente la musica dandosi al cinema co-sceneggiando, insieme all’amico Termanini, detto Thermos, batterista della storica band modenese Paolino Paperino Band, il film di 45 minuti diviso in tre parti, “L’ispettore Brugnacci” e, sempre con Thermos, “Le storie incredute” alle quali partecipa anche come attore.  “E’ un film a episodi ispirato dalle metamorfosi di Apuleio. Le storie incredute sono molto importanti – mi spiega – perché Thermos aveva inventato un metodo detto ‘Pinna’, dal nome della casa di produzione che ha fondato, la Bramiero Pinna Production. Il metodo, credo per la prima volta al mondo, applica una visione totalmente democratica al cinema. Niente piramide che scende giù dal regista, padrone assoluto, fino all’ultima delle maestranze. Nel metodo Pinna viene assegnata a ciascuno dei partecipanti una parte che gestisce in totale autonomia, e su quell’aspetto del film ha potere totale. Tu immaginati il casino che ne è venuto fuori”. Poco dopo, Malagoli conosce Lenny Pescara.

Lenny Pescara and the Cactus Cowboys

“Lenny Pescara – mi racconta – è un cantautore americano nato in Italia ma emigrato piccolissimo negli Usa dove per tanti anni ha lavorato come musicista di strada. Torna brevemente qui per vendere una casa ereditata da due zii e così ci conosciamo. Prima di tornare negli Stati Uniti, realizza un solo album per pochi intimi che si intitola ‘Spaghetti versions of my songs’. Lo ascoltiamo con un gruppo di amici, e decidiamo di fondare una band, di cui io sono il manager, che faccia cover dei pezzi di Lenny Pescara, i Cactus Cowboys.  Solo che nel frattempo succede che Lenny appende la chitarra al chiodo e si dedica alla pittura. Si trasferisce a El Paso, in Texas, e si dà alla meditazione dipingendo poi quello che vede nei suoi viaggi della mente. Raggiunge uno stadio di meditazione così profonda da toccare zone inesplorate dell’animo umano in cui riesce a vedersi in vite precedenti e future. Scopre così di esser stato in una sua vita precedente una vacca, e in quella futura un cactus. Quindi in tutti i suoi quadri ci sono solo una vacca e un cactus in mezzo al deserto.

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Lenny mi manda il suo trittico ‘Vacca d’un cactus’ che mi entusiasma. Propongo a Giancarlo Guidotti della galleria Spazio Fisico, l’unica galleria modenese che abbia mai dimostrato interesse per la mia opera (anche se in questo caso non era nemmeno mia), di fare una mostra sui quadri di Lenny Pescara. In realtà si tratta di quadri muggenti, nel senso che se ti avvicini scatta una fotocellula e il quadro comincia a muggire. La mostra viene fatta nell’ambito del Festival della filosofia 2010. Realizzo una bellissima installazione: una staccionata che separa il Trittico dagli spettatori e all’interno vi inserisco anche un’opera d’arte vivente che insieme al co-autore, il mio amico Lugli, chiamiamo ‘Cactusification‘, in omaggio a Lenny. Il cactus vivente, che ha una chitarra in mano, propone agli spettatori la cosiddetta ‘Prova del cactus’. Bisognava piazzarsi davanti al cactus e se lui percepiva delle good vibration, nel senso che vede in te qualcuno che ha trovato la strada per la realizzazione del vero se stesso, fa una certa scala di note, in caso contrario, se sei ancora lontano dalla tua via, ne fa un’altra. Tra l’altro, a quelli ormai sulla via della luce, il cactus regalava un Pescara Drink, un cocktail di Whiskey and Cola che poi è lo stesso che Lenny beve ogni mattina prima di darsi alla meditazione. E’ tanto che non lo sento più. Ma i suoi quadri ce li ho ancora e sono in vendita: costano dai 1500 ai 3000 euro l’uno.

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I libri post datati

E’ nello stesso periodo che nasce quella che Malagoli considera ancora oggi la sua opera più importante. Un vero capolavoro: i libri post datati. Fonda una sua casa editrice, Quarto Millennio, e vi pubblica la collana “Romanzi post-datati. Letture differite”. Dieci romanzi di autori vari – uno, lo stesso Malagoli – in bella edizione cartonata con una caratteristica unica: ogni volume infatti è protetto da un solido lucchetto che potrà essere aperto con la chiave consegnata all’acquirente (la collana può essere venduta solo in blocco) solo ogni cento anni, secolo dopo secolo. In pratica il primo romanzo potrà essere sfogliato solo nel 2110, il secondo nel 2210 (la data di apertura è specificata in copertina) e così via fino al 3010. Se il compratore – o più probabilmente i suoi discendenti – non resistesse alla tentazione di leggerne il contenuto, i romanzi post-datati da leggersi in differita sono dotati di un meccanismo di autodistruzione che in pochi secondi cancellerà i testi contenuti privando l’umanità, forse, dei più grandi capolavori letterari che siano mai stati scritti. “L’idea di fondo di questo progetto – mi spiega – è di produrre volumi contemporanei che durino nel tempo, visto che un libro ai giorni nostri passa direttamente dalla tipografia al macero dopo un breve passaggio in libreria. Come per tutti gli altri progetti, la mia intenzione è ribaltare la prospettiva, puntare sul bizzarro e sul grottesco, l’ironico, anche un po’ sul goliardico, sì, che sono le chiavi di tutti i miei lavori. I book trailer realizzati per i romanzi post datati ne sono un ottimo esempio. Si tratta di un’opera iperbolica e il prezzo di vendita non può che essere lo stesso: esagerato. Ognuno costa mille volte il prezzo medio di un libro moltiplicato per i dieci volumi dell’intera collana che appunto, non vendo separatamente”.

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Cult mute

Il progetto più recente è di nuovo una produzione cinematografica. Dieci film cult, da ‘Apocalypse Now’ a ‘Il silenzio degli innocenti’, dal ‘Secondo tragico Fantozzi’ a ‘L’Esorcista’ trasformati in film muti, in bianco e nero e sottotitolati, musicati con opere di grandi del primo Novecento, da Béla Bartòk a Sergei Prokofiev, a tanti altri. “Si tratta di un lavoro molto impegnativo perché è una sfida straordinaria cimentarsi con questi grandi del cinema e della musica. E’ come andare a spaciulare sulla Gioconda. In casi simili, più facile raccogliere critiche che consensi. Comunque finora è andata bene. Abbiamo proposto le prime quattro opere, che sono tutte integrali, lunghe quanto i film originali, in una maratona iniziata alle sette di sera proiettando ‘La corazzata Potëmkin’ di Ėjzenštejn, capolavoro per eccellenza del muto, per poi proporre le nostre opere di film rivisitati fino alle sei del mattino. L’obiettivo era riuscire a mandare via tutti gli spettatori, cosa che mi propongo spesso durante le mie varie performance, ma invece niente: in quattro hanno resistito fino alla fine e devo ammettere che la cosa mi ha piacevolmente sorpreso”.

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La provincia ed Io

“Tutto ciò che faccio – conclude – queste opere di cui ho parlato e tanta altra roba ancora, è tutto materiale autoprodotto nell’ambito di un contesto locale. Nel quale voglio rimanere. Anche perché ci ho provato a inviare le mie produzioni musicali a varie radio e riviste, tipo Rockerilla o quel genere lì, ma non mi ha mai risposto nessuno. Del resto nemmeno in ambito locale non mi caga nessuno. Mai avuto nemmeno una recensione su un giornale modenese.  Del resto sono un artista indipendente e tale voglio rimanere, anche perché qui in Emilia tutto, cultura compresa, tende a essere pianificato, burocratizzato, inserito in piani quinquennali. Io invece voglio rimanere libero, anche perché so bene che le mie produzioni sono destinate a un pubblico di nicchia. I benpensanti quando vedono anche solo i titoli dei miei lavori storcono il naso, e ritengono che non raggiungano il minimo sindacale di ciò che qui è da considerarsi ‘arte & cultura’. A parte la galleria di Guidotti, che è uno che vede avanti, a ospitare le mie performance sono soprattutto i centri sociali locali. Fondamentalmente perché lasciano fare qualsiasi cosa a chiunque si proponga, se non c’è di mezzo la politica. In carriera ho fatto sei concerti in tutto, uno con i narrator.it e cinque con i Due stinchi di santo. A parte naturalmente il live coi Viados con un solo spettatore. Se sono incazzato con la mia città, Modena? Assolutamente no. Io qui ci sono nato e mi ci trovo bene, anche se naturalmente sono molto critico. Mi piace girare, incontrare persone. Vado spesso a mostre e inaugurazioni perché c’è socialità. No, alle inaugurazioni dei negozi non più: un tempo onoravo i buffet, ma adesso mi sono messo un po’ a dieta. Dal lunedì al venerdì lavoro nel mio capannone con l’acciaio. Dalle 8 alle 12 e dalle 14 alle 18. Poi, la sera, mi muovo.  Non che sia sempre fuori, eh, magari lavoro a casa ai miei progetti. O guardo semplicemente un film. Leggo. In generale, faccio cose, vedo gente. Ma non nel senso che gli dà Nanni Moretti, eh, mi raccomando”.

Davide Lombardi

La bottega dove si cuciono sogni

In pieno centro a Modena il laboratorio di costumi oggi portato avanti da Barbara Casalgrandi, conta circa mille abiti, la maggior parte pezzi unici creati dalla nonna di Barbara, Carmen.

di Anna Ferri

Una tradizione che continua da oltre cento anni senza aver perso il suo fascino antico. In pieno centro a Modena il laboratorio di costumi oggi portato avanti da Barbara Casalgrandi, conta circa mille abiti, la maggior parte pezzi unici creati dalla nonna di Barbara, Carmen. Negli anni il laboratorio ha avuto parecchie collaborazioni di grande rilievo: dal regista del Gattopardo Luchino Visconti a Koki Fregni, il maggiore scenografo modenese del ‘900, disegnatore, pittore e costumista che firmò oltre 150 spettacoli di lirica.

Quando Carmen Reali, giovane donna torinese amante dell’arte, entrò per la prima volta nel laboratorio di costumi della famiglia Barbieri di Modena capì che quello era esattamente il suo sogno. Nella città emiliana era arrivata per presentarsi alla famiglia del fidanzato, Mario Barbieri, conosciuto grazie al telegrafo: lei nell’ufficio delle poste di Torino e lui in quello di Vercelli, dove faceva il militare, avevano parlato per mesi finché Mario non prese il coraggio a quattro mani e le chiese di uscire. Un appuntamento al buio un po’ come succede oggi con le chat su internet. Era il 1940. L’anno dopo erano sposati. Carmen certe passioni le aveva nel sangue: sua madre, Emilia Blan, faceva i busti a mano e la bisnonna era stata alla corte dei Savoia, quando erano a Roma, e con loro si era poi trasferita a Torino.

I nonni di Barbara

“Mia nonna era eccentrica – racconta Barbara Casalgrandi, che ora gestisce il laboratorio di costumi – era nata nel 1914 e voleva fare a tutti i costi l’istituto d’arte. Una scelta azzardata per quei tempi e infatti i suoi genitori glielo impedirono perché avrebbe dovuto disegnare dei nudi”. Appassionata di arte, cucito e ricamo, durante la sua vita confezionò centinaia a centinaia di costumi rendendo il laboratorio della famiglia Barbieri talmente prestigioso da attirare mostri sacri come il regista Luchino Visconti, quello del Gattopardo tanto per capirci, che proprio lì prese alcuni abiti quando, arrivato a Modena per dirigere lo spettacolo teatrale il “Duca d’Alba”, si rese conto che la sartoria romana alla quale si affidava di solito non aveva confezionato abbastanza costumi e così gli fu consigliato il laboratorio di Carmen Reali. A Visconti – scrivono sui giornali dell’epoca – “era bastato il linguaggio della signora per giudicarla costumista di grande valore”.

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A dire il vero, il laboratorio non nasce con la famiglia Barbieri. La storia della bottega di via della Vite, in pieno centro, inizia nei primi del Novecento con Silvio Galli, un personaggio abbastanza noto in città perché, oltre al noleggio dei costumi, aveva una compagnia teatrale, dove faceva pure l’attore e una scuola di danza. Silvio Galli non aveva figli e così quando morì lasciò il noleggio di costumi a Oreste Rubbiani, di cui era padrino. Oreste poi sposò una maestra di nome Marta Barbieri, che negli anni Venti e Trenta del Novecento era molto famosa perché insegnava alle Polle, sull’Appennino modenese a circa cinquanta chilometri dalla città, e ogni anno partiva a piedi all’inizio della scuola per raggiungere la sua classe e tornava prima dell’estate. Marta aveva due sorelle e un fratello, che era appunto quel Mario Barbieri che poi sposò Carmen Reali di Torino.

Siamo negli anni Quaranta: Carmen arriva a Modena e chiede di collaborare con il laboratorio di costumi. Da Torino inizia a mandare dei cappelli creati da lei, gli anni passano e dà alla luce due bambine. A quel punto tutta la famiglia si trasferisce a Modena, dove sia lei che il marito Mario iniziano a lavorare alle locali poste. Il lavoro d’ufficio dura poco perché un bel giorno Carmen decide che vuole seguire la sua passione per i vistiti e l’arte e allestisce il laboratorio nell’appartamento doveva viveva con il marito e le figlie, che è poi quello dove ora vive la nipote Barbara: “Allora era più facile perché c’era meno burocrazia. Mia madre e mia zia hanno sempre odiato i costumi perché si trovavano i clienti anche in bagno. Mia nonna piano piano ampliò il laboratorio e comprò l’appartamento di una cugina, al piano di sopra, dove negli anni Settanta è stata trasferita la bottega. Da lì incominciò a confezionare abiti su abiti, soprattutto d’epoca”.

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Oggi il laboratorio, che è stato trasferito vicinissimo alla prima sede, in via Ruggera, conta circa mille abiti, la maggior parte sono pezzi unici creati proprio da Carmen. Negli anni furono parecchie le collaborazioni: da Luchino Visconti a Koki Fregni che firmò oltre 150 spettacoli di lirica e infine Carmen Reali fu anche protagonista di un’importante mostra in Giappone, dove andò lei stessa tornando a casa con un kimono che ancora oggi spicca nella collezione di abiti insieme ad un altro, nero e decorato, confezionato da lei.

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Barbara iniziò a frequentare il laboratorio già da bambina, quando faceva da modella per la nonna. Da ragazza iniziò a lavorarci part time e infine, dopo la morte di Carmen il 30 dicembre 2003, ne prese in mano la gestione: “Mia madre e mia zia mi chiesero se volevo continuare. Io dissi di sì. A quel punto ci trasferimmo in via Ruggera 13, dove siamo ancora oggi”. Con lei lavora il marito Luca e insieme portano avanti una tradizione di famiglia. “Non ho mai indossato dei costumi in vita mia – racconta Barbara – ma amo vestire gli altri. E’ un lavoro faticoso e divertente: tutti i clienti strani li abbiamo noi. A volte ci sono situazioni esilaranti: a carnevale hai diversi clienti di cui non conosci il nome e li chiami in base ai costumi, per esempio Biancaneve come va? Oppure Il gladiatore è a posto? e a quel punto tutti scoppiano a ridere. E’ un lavoro bello e creativo, ci divertiamo a mischiare costumi e creare nuovi personaggi”.

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Mentre siamo nel laboratorio incantati dai costumi che ricoprono le pareti e riempiono le stanze squilla ancora una volta il telefono e Barbara risponde: dall’altra parte del filo c’è qualcuno che insiste dicendo che conosce perfettamente la taglia che serve e sentiamo Barbara con una calma esemplare rispondere che no, non è come andare in un negozio e il costume va provato e nel caso modificato. La conversazione dure alcuni minuti e noi ci fermiamo a pensare che in effetti non deve essere facilissimo. Quando attacca la cornetta c’è uno sguardo di intesa e lei ci spiega che “da qui passano dal ragazzino di 15 anni alla signora della Modena bene che vuole il costume a misura perché veniva quarant’anni fa quando c’era mia nonna”. Viene da chiedersi come siano cambiate le richieste, da quando c’era Carmen a governare quel piccolo regno, fino a oggi. A quanto pare, negli anni Settata e Ottanta l’epoca che andava per la maggiore era l’Ottocento, lo stile di Rossella O’Hara di “ Via col vento”. Poi sono arrivate le rievocazioni storiche, la prima a Castelvetro e poi a Mirandola, nella provincia modenese, negli anni Settanta, e poi a Modena negli anni Ottanta e Novanta, che portarono con sé il vento del rinascimento e Carmen si adeguò cucendo costumi adeguati.

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Per il carnevale di Venezia invece è il Settecento ad andare per la maggiore. Per chi se lo chiedesse come abbiamo fatto noi, sì, ci sono persone che si prendono su un week end solo per indossare un costume da favola in piazza San Marco. Per quanto riguarda il carnevale, invece, Barbara ci tiene a sottolineare che qui non si seguono le mode: “Se avessimo avuto un costume da Peppa Pig per adulti lo avremmo noleggiato almeno 20 volte. Però non è la nostra filosofia. Noi abbiamo abiti dai romani agli anni Cinquanta. In mezzo ci sono Biancaneve, maghi, fate, principesse e nani”. Poi ci sono gli evergreen, come lo smoking, che per un uomo va sempre di moda e infatti fioccano le prenotazioni per le cene e le feste eleganti organizzate dalle grandi aziende. Per le donne invece il discorso cambia, perché appunto esistono le varie tendenze. Nel laboratorio si trovano abiti lunghi neri molto classici oppure i charleston anni Venti, che ancora vanno a ruba. Per quanto però non si voglia seguire la moda, è la moda che segue noi: allora scopriamo che, per esempio, negli ultimi anni Pierrot ha visto crollare le sue quotazioni perché considerato troppo triste, mentre Arlecchino, che da tempo sembrava aver perso il suo fascino, ha riscoperto una seconda giovinezza. Un must sembra essere anche il vestito da bagnante dell’Ottocento, quel pigiamone a righe bianche e rosse arricchito da una paglietta – che poi è un cappello – che ricorda le vignette umoristiche o le barzellette.

Sarebbe sbagliato pensare che noleggiare un abito sia una semplice transazione, perché in realtà racchiude molto di più: quell’abito, nella maggior parte dei casi, significa realizzare un sogno. Barbara ammette che “in questo lavoro c’è anche tanta psicologia, perché spesso c’è un sogno ma li clienti non te lo dicono e allora sei tu che devi capire e aiutarli. Dopo ore e ore di prove si riesce a trovare il costume giusto che li rende felici. A quel punto si prendono le misure e facciamo le modifiche del caso in base alla taglia, che ovviamente non può essere molto distante da quella dell’abito. Il cliente viene a ritirarlo e poi lo può tenere quattro giorni”. Prima di andare via chiediamo se la crisi economica è arrivata fin qui, tra le parrucche e le calze colorate, tra gli specchi d’epoca e le gonne che si gonfiano tra pizzi e pieghe. “La verità – risponde Barbara – è che non c’è più la tradizione che c’era una volta, quella dei veglioni di carnevale dove tutti, ma proprio tutti, si mascheravano. Ora il lavoro è spalmato su tanti mesi invece che concentrato su pochi momenti. La voglia di travestirsi c’è sempre e per questo ci si inventano feste ed eventi. Ne affittiamo molti per le lauree, ad esempio, cosa che qualche anno fa era impensabile. Non ci sono più canoni definiti: una volta andavano le befane, adesso al loro posto ci sono i Re Magi”. E Babbo Natale, chiediamo con una voce che tradisce un po’ di ansia. “Babbo Natale? – risponde Barbara sorridendo – Lui resiste ancora”.

Anna Ferri

Il fachiro della porta accanto

di Davide Lombardi

Il paragone più semplice che gli viene in mente per aiutarmi a capire il demone che lo abita è quello col dottor Jekyll e Mr Hyde. “L’uomo non è veracemente uno, ma veracemente due”. E’ nella nostra natura e punto, non ci sono grandi spiegazioni. E’ così che Riccardo, timido, impacciato, faccia da bravo ragazzo della porta accanto e una dolcezza disarmante mentre racconta di sé e del suo “lato oscuro”, si trasforma in Abraxas, il fachiro che durante gli spettacoli si infila la punta di un trapano acceso nel naso, si appende al soffitto con dei ganci da macellaio conficcati nella schiena o nelle ginocchia, spegne una fiamma ossidrica infilandosela in bocca.

Un nome d’arte, Abraxas, non proprio qualsiasi: per gli gnostici, un dio che incarna insieme il pensiero del bene e del male, per i cristiani uno dei tanti nomi del demonio dopo che i Basilidiani, eretici attivi almeno fino al IV secolo d.C., identificarono in lui il dio supremo. “Non so perché ho scelto di chiamarmi così – assicura – probabilmente è Abraxas che ha deciso per me”. Ma il lato misterico di certe esperimenti estremi, per lui finisce qui, quasi che Riccardo-Yin si rifiuti di scandagliare nel profondo i segreti di Abraxas-Yang: “quel che faccio è solo uno show – assicura – nient’altro che uno spettacolo per il pubblico, anche se non ci sono trucchi e tutto quello che propongo è possibile grazie a conoscenze minime di fisica e anatomia che ho appreso da autodidatta leggendo in Internet articoli sulle varie pratiche dei fachiri”.

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I suoi riferimenti non sono le Danza sacra del sole degli indiani d’America (ricordate uno dei più famosi film western di tutti i tempi, “L’uomo chiamato Cavallo”?) o le pratiche ascetiche dei dervisci e dei fachiri indù, ma i Freak Show, gli spettacoli in cui venivano esibite ogni genere di bizzarie biologiche – fenomeni da baraccone come donne barbute, nani, gemelli siamesi, persone affette da malattie deturpanti come the elephant man – in voga soprattutto negli Stati Uniti a cavallo tra Ottocento e Novecento e celebrati dal capolavoro del 1932 “Freaks” di Tod Browning.

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“Da bambino, a Spilamberto, cittadina della provincia modenese, abitavo proprio sopra il piazzale destinato ai circhi che arrivavano in città. I miei mi ci portavano sempre, fin da piccolissimo. A parte forse i clown, non c’era qualcosa in particolare, ma mi affascinava proprio tutto l’insieme: l’odore, le luci, i colori. Un sogno. Tutto è nato da lì. Poi ho scoperto i Sideshow, le esibizioni ai margini dei circhi che, in origine, consistevano in acrobazie o imprese assurdamente pericolose, o dolorose, per impressionare il pubblico. Ho sempre avuto fascinazione per il bizzarro e l’inusuale. Non c’è spiegazione, mi piace e basta. Se sono autolesionista? No, per niente. Mi piace sfidarmi non perché goda nel provare dolore, ma per vedere fino a che punto posso resistere, per misurare i miei limiti. Su un letto di chiodi o appeso a un soffitto. Non mi creo lesioni permanenti, anche se qualche cicatrice sulla lingua a causa dei miei esperimenti con la fiamma ossidrica o sul petto e la schiena per il body suspension, ce l’ho. Ma niente di che. Avrei voluto nascere da una famiglia circense, anche se della mia non mi posso proprio lamentare. I miei non vengono a vedere le mie esibizioni. Però tutte le attrezzature che uso – il letto a otto chiodi da una ventina di centimetri, o quello da 400 (più corti) o il cannone per spararmi una patata nel ventre – le ha realizzate quasi tutte mio padre”.

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I primi tentativi di Riccardo, che oggi ha ventisette anni, sono di cinque anni fa, nel 2009: “E’ stato allora che ho fatto la mia prima sospensione di prova. Mi sono appeso al soffitto per qualche minuto. In realtà si prova un po’ di dolore quando il tuo assistente, nel mio caso un amico esperto di piercing, ti infila sotto la pelle i ganci da 3 o 4 millimetri, a seconda della quantità che aghi che uno si infila per appendersi. Generalmente uso due aghi nelle scapole o uno più grosso in mezzo alla schiena. Una volta che sono appeso, dolore non ne sento. Nemmeno dondolando. Si impara a conoscere questa sensazione forte, traumatica per il corpo, controllando la sofferenza, ad esempio attraverso la respirazione. Posso stare appeso pochi minuti o anche per mezz’ora. Cosa penso mentre sono appeso? Boh, niente, agli affari miei. Sono serenissimo, mi diverto perché si diverte il pubblico. A volte chiacchiero con chi mi sta vicino. Non provo sensazioni mistiche, è uno spettacolo e basta. So che non per tutti è così. La body suspension è una pratica mistica per qualcuno, per altri una forma di body art. C’è chi, quando è su, vive di tutto, ha delle visioni. Ho un’amica che dice di aver avuto un orgasmo durante una sospensione. Se vogliamo, l’unica alterazione che percepisco chiaramente è la temperatura: non sento né caldo né freddo. E’ talmente tanta l’adrenalina in circolo che il corpo non sente niente a parte quello che sto facendo in quel momento”.

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Dopo le prime sperimentazioni fatte in casa arriva anche, quasi subito, il primo spettacolo a un congresso di prestigiatori, accompagnato da quello che Riccardo chiama ‘l’imbonitore’, il partner che come nei Sideshow di un tempo chiama a raccolta il pubblico intorno all’attrazione. In quel caso, una sospensione e una performance di Bile Beerman, un tubo di 75 centimetri infilato dal naso nello stomaco. “Roba inventata negli anni ’90 – spiega – l’imbonitore versa nel tubo della birra che arriva allo stomaco e poi la risucchia di nuovo. Poi cerca qualche volontario tra il pubblico che voglia gustarsi la birra arricchita dai miei succhi gastrici. Se abbiamo trovato qualcuno che volesse provarla? Sì, di volontari ce n’erano, ma non gliel’abbiamo data da bere”. Oggi Riccardo fa ancora un lavoro normale, il magazziniere, ma il suo sogno è quello di vivere della sua arte di fachiro: “In realtà nei vari spettacoli in giro per locali, feste di paese, discoteche, guadagno abbastanza bene ma non ancora a sufficienza. Il mio sogno comunque è lavorare in un circo, adesso ho un contatto importante. Vediamo se va tutto come voglio”.

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Nell’attesa, Riccardo cerca di arricchire sempre di più la varietà della propria proposta. Attualmente la sua offerta comprende il cosiddetto blockhead, infilarsi oggetti appuntiti come chiodi o la punta del trapano nel naso (“le prime volte, per imparare sfruttando l’anatomia del corpo umano in quel punto, ho usato dei cotton fioc”), la body suspension, spegnere una fiamma ossidrica con la lingua, far scattare una tagliola sulla mano e una trappola per topi sulla lingua, gettarsi addosso un secchio di azoto liquido (versato sulla testa col pericolo di ustioni immediate a causa della temperatura, meno 195°). Questo il pacchetto attuale. “Per il futuro, mi propongo di imparare a appoggiare una mano sul metallo rovente”. Tutta roba, insiste, che non richiede trucchi, ma solo la conoscenza di leggi fisiche. Nel caso dell’azoto liquido ad esempio, cita l’effetto Leidenfrost, il fenomeno per il quale quando un liquido entra in contatto con una massa con una temperatura significativamente più alta, produce un vapore isolante. Il che evita le ustioni di cui sopra. Anche se a Riccardo, durante un tentativo, si è congelata la maglietta e toglierla poi è stato un problema.

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“ Tutto quello che faccio – dice – l’ho visto fare prima da altri. E se lo fa uno che non ha superpoteri lo posso fare anch’io, questo è il mio approccio. Però mi piacerebbe un giorno inventare qualcosa di solo mio. Oppure, al limite, anche entrare nel Guinness dei primati, che so, col maggior numero di trappole per topi fatte scattare sulla lingua in un minuto, record esistenti che mi piacerebbe sfidare. Nella mia attività non mi ispiro ad artisti, penso a Marina Abramovic per la body art, ma a fenomeni da baraccone. Con Erik Sprague, conosciuto come l’uomo lucertola per la sua passione per i tatuaggi e la body modification, ci ho lavorato insieme per quattro giorni. È fantastico. È un nerd che ti sorprende per la semplicità e la disponibilità. La sua è stata indubbiamente una scelta molto forte. Io ero affascinato da lui, non schifato, nonostante la sua trasformazione totale. Che ci posso fare? I fenomeni da baraccone mi piacciono, non so perché. Mi piace proporre queste forme di spettacolo perché piace guardarle a me per primo. Prendi un canale come Real Time. 24 ore su 24 dove vengono proposte malattie imbarazzanti, amore tra nani, mostri vari, ossessioni di ogni genere. Roba da freak. La gente, quasi tutta, è incuriosita da queste cose. Magari si copre gli occhi ma sbircia tra le dita”.

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“Se mi sento anch’io un fenomeno da circo anch’io? No, non direi, non penso di voler superare un certo limite e lasciare che Riccardo diventi in tutto e per tutto Abraxas. Anche se ne sono parecchio affascinato da questo continuo confronto coi miei limiti. Di tatuaggi ne ho parecchi e mi piacerebbe farmeli anche sulla faccia, ma capisco che dopo potrebbero essere un problema, per trovare un lavoro “normale” nel caso ne avessi bisogno. Forse se non avessi la mia ragazza, i miei genitori, insomma le persone che mi sono più vicine, mi lascerei andare e sperimenterei ancora di più. Andrei oltre. Ma per ora mi fermo a quello che faccio. In futuro, non so”.

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Anche il corpo di Riccardo, oggetto delle sue sperimentazioni, ha però il suo tallone d’Achille. Anzi due: il collo e l’incavo delle braccia. Quelli non si toccano. “E’ una specie di fobia – spiega – ho grossi problemi a farmi tatuaggi sul collo o prelievi di sangue dalle braccia. Per superare i blocchi rispetto a queste zone intoccabili, mi sono fatto aiutare da un counselor, un professionista nella relazione d’aiuto. Infine ho capito che avevo bisogno di forzarmi per superare questi limiti. Così ho provato a prelevarmi del sangue da solo, farlo colare in un bicchiere e poi berlo. Quindi ho spaccato il bicchiere e mangiato il vetro. Quest’ultima è stata la parte più facile. Nessun problema”.

Davide Lombardi

Foto di Maura Corvace

Ercole contro le scritte sui muri

di Anna Ferri

Il Cavalier Ercole Toni è un eroe senza mantello che gira per le strade della città cancellando le scritte sui muri. Tutte le offese, le poesie, le dichiarazioni d’amore o i disegni fatti spariscono dietro un riquadro colorato di una sfumatura molto simile al resto della parete che li circonda. Gira armato di pennello e colore, che tiene in due stanze che danno sulla strada in pieno centro a Modena e che sono piene di piramidi di bidoni di tintura e vernice dove qualcuno ha scritto a mano, con un pennarello indelebile, il nome di una via o di un palazzo. In quelle due stanze ci sono tutti i colori della città.

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Seduto alla sua scrivania il Cavalier Ercole Toni sfoglia album di foto di scritte cancellate: un vero e proprio archivio di scatti fatti da lui e dagli altri volontari dell’associazione Vivere Sicuri prima di prendere il pennello e passarci sopra il colore. Perché, ci spiega Ercole, “la scritta dà il senso di degrado e insicurezza e per questo noi le togliamo”. Tutte? “Tutte. Risparmiamo i murales artistici, anche se a quello di Blu abbiamo fatto mettere le mutande. Per esempio, una sera ho trovato un giovane con una bomboletta in mano nel sottopasso di via Divisione Acqui e gli ho chiesto che cosa stava facendo. Lui mi ha risposto che era morto il suo cane e che voleva fare un disegno per ricordarlo. Io rispetto molto gli animali. Così ho detto: vediamo ma se non mi piace lo cancello. Più tardi sono tornato, non era un’eleganza ma neanche brutto. L’ho lasciato lì”.

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Ercole Toni ha 71 anni, è un uomo alto e ben piazzato con lo sguardo che brilla. Si ricorda ancora la prima scritta che ha cancellato: era il 1997 e l’allora sindaco di sinistra Giuliano Barbolini chiamò la sua associazione per cancellare un’offesa contro il presidente Pertini comparsa nella zona del mercato bestiame. Si trovarono là davanti e fu proprio il sindaco a dare la prima pennellata di un bel rosso brillante. Da allora Ercole Toni è diventato il simbolo delle scritte cancellate, un lavoro che gli è valso il titolo di Cavaliere al merito della Repubblica: “Il prefetto mi disse che facevo un lavoro utile e unico in Italia”.

Nello stesso anno gli consegnarono anche il premio La Bonissima, lui era in consiglio comunale in quota centro sinistra ma il suo nome venne fatto dal rappresentate di un altro partito. “La sicurezza non è né di destra né di sinistra – spiega – Mi hanno sempre chiamato tutti perché sapevano che io non cancellavo solo le scritte di destra perché sono di sinistra. Le cancello tutte. Perché una città senza scritte è più bella. Gli unici che non mi hanno mai capito sono gli anarchici. Anni fa ho dovuto togliere scritte offensive nei miei confronti e ho ricevuto anche minacce”.

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Cancellare una scritta non è semplicissimo. Bisogna valutare la dimensione, trovare il colore giusto e disegnare un rettangolo sul muro. A questo servono i bidoni di colore che gelosamente vengono conservati in quelle due stanze nel pieno centro di Modena. Ogni palazzo, muro, portico ha la sua particolare tonalità e negli anni sono state tutte archiviate. Poi c’è una cesta con tanti tubi di colore che servono per scurire o schiarire. Quando si trova la tonalità giusta si scrive il nome sul bidoncino e si conserva per la volta successiva. Anche se dopo qualche mese è tutto da rifare, perché il colore si secca ed è inutilizzabile.

Il problema è che ora in molti scrivono sul marmo, che da pulire è molto costoso perché non si può spennellare. Alla fine degli anni Novanta trovarono una scritta di due metri per tre sul cotto che diceva Scricciolo torna da me. Per pulirla spesero 480mila lire. Poi c’è anche chi si vendica della cancellatura facendo un rigo di vernice, come quelli che si fanno con le chiavi sulle auto. Ercole con un tono carico di sdegno lo definisce “puro vandalismo”.

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L’avvento dei social network, muro virtuale dove urlare le proprie idee ed emozioni senza rischiare multe o (quasi mai) denunce, non ha sostituito la necessità di scrivere sui muri veri, quelli di mattoni. Ercole Toni ci racconta che negli ultimi vent’anni le scritte sono aumentate, anche se con temi diversi. Ci sono stati gli anni della politica e delle citazioni, mentre oggi quelli che vanno per la maggiore sono i firmaioli. Li chiama proprio così. Sono quelli che mettono la propria firma – o tag – sui muri delle città per segnare il proprio passaggio, per dire “sono stato qui”. Un po’ come Jean Michel Basquiat con il suo Samo solo che loro sono tantissimi e con molto meno stile.

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In vent’anni di scritte, il Cavalier Toni ne ha viste letteralmente di tutti i colori. Anni fa c’era una “Sonia ladra” ripetute all’infinito dal centro fino a fuori città: “Sono arrivato a San Donino per cancellarla. Ho pensato si trattasse di un fidanzato lasciato o di una donna tradita”. Un’altra volta ne ha trovata una con numero di telefono e lista delle prestazioni sessuali nelle zone frequentate dalle prostitute. Poi ci sono i bestemmiatori e i satanisti: “Una volta qualcuno ha rubato in un cimitero tutti i lumini e li ha portati in un punto con disegnati simboli strani. Li abbiamo cancellati tutti”. Il Cavalier Ercole Toni rimette a posto gli album di foto sul mobile semi nascosto dai barattoli di colore e dice che adesso le date sulle immagini le mettono a mano perché nessuno le stampa più come una volta, quando comparivano nell’angolino in basso a destra ed era più facile archiviarle. Era il tempo in cui sui muri non si vedevano i firmaioli ma scritte come “W il (nuovo) PCI”. Il pennello non ha risparmiato neanche loro ma almeno a Ercole strappavano un sorriso.

Tutte le foto sono dell’archivio dell’Associazione Vivere sicuri.

Il progetto di Converso in Via Carteria

Siamo un collettivo di fotografi, illustratori, grafici, artisti, videomaker e giornalisti che hanno dato vita al progetto Converso, una realtà indipendente che si muove dentro e fuori dal web per creare forme di impulso culturale. Insieme abbiamo fondato il web magazine conversomag.com e curato eventi culturali e artistici.

In un momento di grande cambiamento nel modo di comunicare ed esprimersi, Converso si immerge nella realtà in cui viviamo, per ritrarla in modo approfondito realizzando articoli, reportage, fotografie e video partendo dalla storia delle persone. Consideriamo Modena, e più in generale la provincia italiana, come “punto zero” per raccontare il mondo e una società in continuo cambiamento. A questi vogliamo aggiungere illustrazione, grafica, disegno e pittura in un percorso di contaminazione tra arte e informazione.

Converso non è solo una realtà on line. Per creare un circuito espressivo fertile e all’avanguardia è necessario costruire un collegamento sinergico tra quelle che ormai sono le due dimensioni primarie della comunicazione: fisica e digitale. Lo scambio di idee e la fusione delle discipline artistiche si declinano in una serie di eventi culturali in cui Converso si propone come curatore e artista, organizzando occasioni in cui diverse forme d’arte possano interagire, in una comune esperienza di ricerca, per far nascere nuove sintesi espressive che siano di stimolo per la comunità.

Che cosa sarà lo spazio Converso:

L’obiettivo è costruire uno spazio identitario, radicato, che possa essere un punto di riferimento per tutti coloro che desiderano condividere un’esperienza di ricerca tra giornalismo, approfondimento, cultura e arte. Cercheremo di offrire agli artisti modenesi un luogo, vivo e aperto, dove incontrarsi, confrontarsi e intrecciare i propri percorsi per crescere, attraverso la realizzazione di collaborazioni o il semplice scambio di idee ed esperienze. Tutti i progetti realizzati verranno raccontati su conversomag.com per valorizzarli e promuoverli anche fuori dal territorio.

Lavoreremo per fare rete con gallerie e istituzioni per sviluppare insieme idee rivolte alla città per offrire una programmazione culturale innovativa ed efficace: mostre d’arte, dibattiti, presentazione di reportage, installazioni video, happening. Infine, apriremo il nostro spazio alla città offrendo a chi è interessato la possibilità di avvicinarsi al mondo dell’arte, del giornalismo, della fotografia e del videomaking e di sperimentare la propria creatività attraverso la partecipazione a laboratori e workshop.

Quali mostre troverete:

Il progetto espositivo segue due strade parallele: una volta al mese verrà allestita una mostra su uno dei temi sviluppati da conversomag.com con esposizione di fotografie e installazioni video. L’inaugurazione sarà anche occasione di dibattito con la presentazione del lavoro, degli autori e la partecipazione di ospiti.
Il secondo progetto invece ci vede in qualità di curatori della rassegna Converso On Art: almeno 10 eventi nell’arco del biennio, totalmente dedicati all’esposizione di opere d’arte realizzate da giovani artisti modenesi. Verranno individuati temi significativi di approfondimento (sociali, culturali, d’inchiesta) sui quali verrà realizzato un duplice percorso di ricerca: da un lato l’approfondimento giornalistico e dall’altro, in parallelo, l’attività di elaborazione artistico-creativa, che coinvolgerà di volta in volta artisti diversi del territorio. L’obiettivo è quello di raccontare la società e i suoi cambiamenti non solo con l’uso classico del mezzo giornalistico (reportage) ma anche grazie al supporto dell’arte: illustrazioni, street art, disegno, pittura, stickers art, posters art; fotografia, video, installazioni; scultura.

CONVERSO – CRONACHE: 31 OTTOBRE 2014

Venerdì 31 ottobre 2014 ore 17

Spazio Converso, via Carteria 104 Modena

Un grande occhio fatto di frammenti di attualità diventa un racconto per immagini della società contemporanea dove chi guarda è a sua volta osservato. Conversomag.com si presenta attraverso una selezione di 240 scatti, tra fotografie e screenshot di video presi dai propri reportage, sui quali Vanessa Rinaldi interverrà aggiungendo dettagli immaginari alla realtà giornalistica.

Converso è un collettivo di fotografi, illustratori, grafici, artisti, videomaker e giornalisti che hanno dato vita a una realtà indipendente che si muove dentro e fuori dal web per creare forme di impulso culturale. Insieme hanno fondato il magazine conversomag.com e nello spazio di via Carteria 104 presenteranno un progetto espositivo che vede la fusione tra arte e giornalismo.

Orari di apertura:
Sabato 1 novembre 10-12; 17-20
Domenica 2 novembre 10-12

Da Carosello a Super Gulp in mostra. Perché non farci un museo?

Abbiamo recuperato le vecchie glorie del disegno modenese per una mostra che racconta da Carosello a Supergulp. Sotto la Ghirlandina sono nati alcuni tra i protagonisti del fumetto e dell’animazione italiana, è incredibile che il Comune non abbia mai pesato di dedicare loro uno spazio“. Andrea Losavio, della galleria D406 – fedeli alla linea, presenta la sua esposizione con una punta di polemica mentre appende alle pareti gli ultimi disegni: “Qui a Modena abbiamo avuto la Paul film e poi quattro studi importantissimi con nomi come Paul Campani, Guido de Maria, Bonvi, Secondo Bignardi e Renato Berselli. Possibile che non si riesca a tenere insieme questo pezzo di storia?“.

Leggi tutto “Da Carosello a Super Gulp in mostra. Perché non farci un museo?”

I corti a colori della Paul Film

Alla Paul Film di Modena – la casa di produzione di Paul Campani (vedi reportage) – non si facevano solo corti di animazione in bianco e nero per Carosello, ma anche corti a colori più sperimentali, di solito destinati al cinema. Ecco tre esempi: l’avanguardistico “Pasta Corticella” del 1967, l’elegante e raffinato “L’elettronica” del 1959 e “Montana” del 1965, mirabile esempio di stop-motion.

Vai al reportage dedicato alla Paul Film: Paul Campani, il manovratore di sogni che Walt Disney voleva con sé in America

Storia di Paul, papà del Carosello

La leggenda racconta che Paul Campani, parlando con il Cavalier Alfonso Bialetti che voleva realizzare alcuni spot per il Carosello, prese la matita in mano e ne fece una caricatura trasformandolo in quell’Omino coi baffi che troneggia, ancora oggi, sulle caffettiere.

Paolo Campani, in arte Paul.
Paolo Campani, in arte Paul. Cortesia Fondo Eredi Campani.

Erano gli anni Cinquanta e la Paul Film di Modena era la casa di produzione più importante d’Europa. Paul che fin da giovanissimo disegnava fumetti sognava di fare il cartone animato italiano. Fu lui a produrre alcuni dei primi lungometraggi animati e fu sempre lui a inserire musiche originali di autori famosi dentro la pubblicità. Dagli studi della Paul film passarono tutti: dal jazzista Luis Armstrong allo scrittore Giovannino Guareschi.

Louis Armstrong gira uno spot alla Paul Film. Cortesia  Fondo Eredi Campani.
Louis Armstrong gira uno spot alla Paul Film. Cortesia Fondo Eredi Campani.

Campani trascorreva le sue giornate in piedi al tavolo da lavoro a disegnare, ma mentre lui creava nuovi fantastici mondi la società fuori dalla sua porta cambiava velocemente: i suoi collaboratori spiccavano il volo, la pubblicità esplodeva e nascevano le agenzie, che avrebbero modificato per sempre il rapporto con i clienti. Per Paul, tanto geniale quanto complicato, fu impossibile tenere insieme tutti i pezzi. Nel 1977 era da solo a guardare le ruspe distruggere mattone dopo mattone il suo sogno.

(Anna Ferri)

La storia di Paul Campani e degli anni del Carosello in esclusiva su Converso lunedì 8 settembre.

Si gira uno spot alla Paul Film.
Si gira uno spot alla Paul Film. Cortesia Fondo Eredi Campani.

Una ballata di pianura padana

Negli anni ’70 Hugo Pratt fu spesso in Emilia per realizzare le versioni animate di alcune tra le più celebri storie di Corto Maltese insieme ad uno dei maestri dell’animazione italiana, Secondo Bignardi, allora titolare dello Studio Bignardi di Modena e, in precedenza, socio di Paolo Campani della leggendaria Paul film (sempre di Modena) – oggetto di uno dei reportage di Converso in uscita a settembre – che ha fatto la storia del Carosello e del disegno animato nel nostro Paese.

Nel video, il figlio di Secondo, Fabio, rievoca quella straordinaria collaborazione.


Le quattro storie realizzate tra il 1972 e il 1977 da Pratt e Bignardi di cui si parla nel video, sono visualizzabili integralmente sul sito www.bignardi.it. (dl)

Immagine tratta dal corto "Sogno di un mattino di mezzo inverno". Cortesia di Fabio e Giacomo Bignardi. www.bignardi.it
Immagine tratta dal corto “Sogno di un mattino di mezzo inverno”. Cortesia di Fabio e Giacomo Bignardi. www.bignardi.it

 

Aggiornamento 8/09/2014. Leggi il reportage sulla Paul Film: “Paul Campani, il manovratore di sogni che Walt Disney voleva con sé in America“.