Emilia psichedelica: lo zampone più grande del mondo

di Martino Pinna

Sono su un palco vicino a una gigantesca zampa di maiale finta ripiena di carne suina, tra il presidente della regione, il sindaco della città, una cantante di fama mondiale, eleganti signori con il mantello e un tizio con un microfono a forma di coccodrillo. Fotografi e video operatori riprendono freneticamente la gigantesca zampa di maiale come si fa con le star. Tutto intorno, sotto il palco, migliaia di persone sgomitano per vedere meglio e nell’aria regna uno strano odore grasso e dolciastro. Non è un sogno: è una domenica emiliana.

In questo grande luna park che è l’Emilia, ci sono due attrazioni importanti, due piazze fondamentali che rappresentano l’essenza stessa di questa terra, fatta di contraddizioni e sapori forti: il busto di Lenin a Cavriago e il maiale in bronzo di Castelnuovo Rangone. Si può dire che l’Emilia inizia e finisca in queste due piazze, in questi due monumenti apparentemente lontani tra loro eppure legati da un legame invisibile ma dall’odore molto forte.

Molti non lo sanno, molti forse non lo vorrebbero sapere, ma l’intestino del maiale può raggiungere i 25 metri di lunghezza: ed è questo il vero fil rouge che lega Lenin e la mortadella, il comunismo e la piadina, Cavriago e Castelnuovo Rangone. Per quanto moderna, industrializzata, all’avanguardia e inquinata, in Emilia le code più lunghe non sono quelle per il nuovo iPhone né quelle in autostrada, ma quelle alla festa dell’Unità per il panino con la porchetta. Si ritorna sempre lì: all’unto e succulento simbolo dell’Emilia rosso sangue, il maiale.

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Nella vecchia iconografia anticapitalista il padrone è spesso rappresentato come un maiale, ma anche altrove i suini rappresentano il potere, sono simboli dell’opulenza, del grasso, dell’eccesso. Nella “Fattoria degli animali” di George Orwell erano i maiali, gli animali considerati più intelligenti, a diventare dittatori. In “Animals” dei Pink Floyd i maiali sono i politici e i capitalisti, ed entrando a Castelnuovo Rangone una delle prime cose che noto è proprio un maiale volante, un palloncino gonfio di elio, che fa pensare al famoso maiale volante usato nei concerti dal gruppo inglese. Tutto torna: il logo della manifestazione è una mongolfiera-zampone.

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Nelle bancarelle ci sono statuine a forma di maiale, borse a forma di maiale, magliette con il maiale, e ovviamente molti prodotti fatti con carne suina, come lo “stinco Pavarotti”, chiamato così in onore del grande tenore modenese. Ma la star della giornata è il Superzampone. Ovviamente non si tratta di una vera zampa di maiale, dato che, viste le dimensioni, se fosse reale dovrebbe appartenere a un suino grande quanto un dinosauro. Il Superzampone è una rappresentazione della zampa del maiale: è un insaccato che ha la forma di una zampa e che viene riempito con un impasto di carne suina. Diciamo che è l’idea di maiale, il concetto stesso di maialosità, stilizzato, astratto, portato all’eccesso.

E qui a Castelnuovo Rangone è tradizione portare questo concetto all’eccesso ormai da 26 anni. Qui ogni anno si celebra la Festa dello Zampone più Grande del Mondo, realizzando zamponi sempre più grandi e pesanti, battendo di volta in volta ogni record. Quest’anno pesa 1038 chilogrammi, ovvero più di una tonnellata, ed è il record assoluto. Se la tendenza è quella di battere ogni anno il record, viene da chiedersi come sarà il Superzampone tra 10 anni. Nessuno può immaginarlo.

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A prepararlo sono stati i membri dell’Ordine dei Maestri Salumieri. Nella piazza principale di Castelnuovo, in attesa che il Superzampone venga tagliato e distribuito al popolo, i Maestri salumieri si aggirano come figure misteriose, che incutono riverenza e rispetto. Hanno un mantello e appesa al collo una medaglia raffigurante un suino. Prendo coraggio e rivolgo la parola a uno dei Maestri, gli chiedo quante persone prevede che possa sfamare il gigantesco zampone, e lui, sicuro di sé, mi dice circa tremila. Gli vorrei chiedere anche anche quanti maiali sono stati usati per realizzare il Superzampone, ma il Maestro è chiamato altrove, e la nostra conversazione finisce lì.

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Sul palco un presentatore molto popolare da queste parti, incita il pubblico urlando in un microfono a forma di coccodrillo, mentre il Superzampone è in una vasca metallica chiamata “zamponiera” dove ha cotto per 90 ore. Ho l’impressione che la situazione non sembri strana a nessuno del pubblico, come se l’insieme dei singoli elementi assurdi, sommati, costituisse qualcosa di perfettamente normale. Perfino il microfono a forma di coccodrillo, o l’esistenza stessa di un aggeggio che si chiama “zamponiera”, in questo contesto non meravigliano, come se si trattasse di un sogno o un’allucinazione dove la regole della realtà non hanno valore, dunque tutto è possibile e ci si abitua in fretta a qualsiasi stramberia.

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Il Superzampone viene bucato dai Maestri salumieri e i loro fedeli assistenti affinché perda il liquido, così mi spiega una giovane adepta. La gente ride svogliata alle battute del presentatore e applaude solo quando lui lo chiede esplicitamente. Lo spettacolo è obbligatorio, devono soffrire se vogliono arrivare al piatto finale, cioè l’agognata porzione di Superzampone. Non basterà per tutti, e infatti c’è già chi è in fila da ore. A mezzogiorno le autorità si affacciano dal Palazzo: le teste del pubblico si spostano sono verso l’alto, ci sono il presidente della Regione, il sindaco, un altro sindaco, il soprano Mirella Freni, cantante d’opera di fama mondiale, e altri personaggi che vengono salutati dal pubblico affamato.

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Il momento è giunto: il Superzampone da una tonnellata dev’essere spostato dalla zamponiera al palco, dove sarà eseguito il taglio ufficiale per poi essere distribuito. Un po’ preoccupato, mi rivolgo al signore che guida il mezzo adibito a questo compito e gli chiedo informazioni sui movimenti. Lui mi rassicura, dice che sa quello che fa, anche se mi sembra preoccupato dall’eventualità che una volta in alto il Superzampone si metta a ondeggiare. Difficile che prenda il volo, come il maiale volante, ma potrebbe cadere sulle persone, e questo rischierebbe di rovinare la festa.

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Di nuovo le teste delle persone sono verso l’alto: il Superzampone, imbragato con delle catene, viene sollevato di qualche metro stagliandosi magnifico sul cielo grigio di questa domenica di dicembre. Non è un mese a caso: il maiale si è sempre ucciso nei mesi freddi, si facevano ingrassare il resto dell’anno e in dicembre veniva ucciso come provvista per l’inverno, anche perché le basse temperature garantivano una buona conservazione della carne. Per questo motivo negli antichi calendari il mese di dicembre è spesso rappresentato da un uomo che squarta un maiale. Oggi il rito si ripete.

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Sul palco sale miss Superzampone 2014. Ma il taglio ufficiale, una volta che il Superzampone viene sistemato sul palco, spetta prima a un Maestro Salumiere, che ne saggia la qualità, insieme all’ospite d’onore, la cantante Mirella Freni, e successivamente al presidente della Regione e al presidente della Provincia. Eseguono il taglio insieme tra gli applausi del pubblico, le battute del microfono a forma di coccodrillo, i molti flash dei fotografi e le lamentele di parte del pubblico che non vede nulla perché il palco è coperto dai fotografi, dove però c’è un problema più importante: il grasso del Superzampone cola dal tavolo, rivoli di liquido denso e giallastro avanzano inarrestabili. Si cerca di fermarlo in tutti i modi con la carta, perfino il sindaco interviene e tenta almeno di non sporcarsi le scarpe. Mentre il Superzampone veniva spostato sembrava un missile, ora sembra una bomba pronta ad esplodere.

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(Scusa e buona lettura)

A questo punto una fila lunghissima di persone aspetta l’ormai imminente momento della distribuzione del Superzampone, che sarà servito con un contorno di fagioloni (ne sono stati preparati 8 quintali) e un bicchiere di Lambrusco. I primi della fila sono soprattutto anziani, che diligentemente uno dietro l’altro scorrono di fronte alla statua in bronzo del maiale che si trova nella piazza della chiesa. Se la posizione della statua può risultare bizzarra considerate che in uno dei più noti macelli del paese c’è la statua di San Francesco. Anzi, a conferma che le barriere tra sacro e profano qua non sono mai esistite, a Castelnuovo Rangone si vantano di essere l’unico paese ad avere la statua di un maiale di fronte alla chiesa e la statua di un santo di fronte a un macello.

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Inoltre, durante le celebrazioni dello Zampone più Grande del Mondo, ci sarà spazio anche per un ricordo a John Lennon, di cui ricorre l’anniversario della morte, curiosamente l’unico dei Beatles – pare – a non essere diventato vegetariano. E sempre seguendo quel fil rouge dall’odore così caratteristico, ricordiamo che nel romanzo di Orwell il maiale protagonista pare rappresentasse Lenin. Dunque il legame tra Cavriago e Castelnuovo Rangone, inizialmente intuibile ma di incerta definizione, assume una forma sempre più sensata.

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Videoperatori e fotografi dei giornali locali hanno tutti gli obiettivi puntati sul Superzampone, che dopo essere stato tagliato e assaggiato dalle autorità inizia a essere distribuito al popolo in piatti e vassoi. Il rito è concluso. Il Superzampone era troppo pesante per volare via. Quel che rimane alla fine è la vasca dove ha cotto per 90 ore, ancora colma di quel liquido giallognolo, denso e grasso. Mi chiedo che fine farà. Penso che forse andrebbe distribuito anche quello alla folla, per essere bevuto, per cospargersi la pelle, ma anche che sarebbe bello se Miss Superzampone facesse il bagno nuda dentro la zamponiera, per la gioia dei videoperatori e fotografi dei giornali locali. Ma sarebbe chiedere troppo a questa domenica di dicembre che ci ha già dato abbastanza. Nel frattempo a Cavriago immagino Lenin nella piazza vuota. Solo, silenzioso. Chissà se l’odore del Superzampone arriva fin là.

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(Video Martino Pinna, Alessandro Violi / Foto Alice Lombardi, Martino Pinna)

Tutto quello che metti nel carrello della spesa è sbagliato

“Noi qui in Italia mangiamo male”. Questa è la frase che non ti aspetti e per un attimo ti chiedi se hai capito bene. Lui, Andrea Segrè, agronomo ed economista nonché docente all’Università di Bologna e fondatore di Last Minute Market, ti dice che sì, hai capito bene e te lo dimostra con i numeri, spiegandoti che quello che metti nel carrello della spesa è sbagliato e costoso.

Insomma, che mangiar male non è per niente economico e altre cose che ti fanno riflettere sulla precarietà della tua gestione domestica. Allora ti chiedi perché tra tutte le cose di cui poteva appassionarsi ha scelto proprio lo spreco di cibo e lui te lo spiega raccontandoti che tanti anni prima, dopo la caduta del muro di Berlino, era nei paesi Baltici con un progetto di cooperazione internazionale ed entrando in un supermercato ha visto che sugli scaffali c’era un solo prodotto: un solo tipo di sapone, un solo tipo di miele, un solo tipo di latte. Stupefatto – dice proprio così – torna nel mondo diciamo sviluppato ed entrando in un supermercato guarda gli scaffali e vede che ci sono 50 tipi di sapone, 50 tipi di miele e 50 tipi di latte. Si chiede perché da una parte un prodotto solo e dall’altra migliaia: “Va bene la diversificazione, ma noi abbiamo esagerato. Guardando il ripiano frigo con gli yogurt ne ho visti 32 e mi sono perso”.

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Confezione Barilla 1984

Professor Segrè, che cosa significa sprecare il cibo?
Significa gettare via alimenti che sono ancora buoni da mangiare o bere e che quindi diventano un rifiuto. Lo si fa perché magari la scadenza è ravvicinata o la confezione è danneggiata ma in realtà il contenuto è ancora buono. Noi pensiamo che il cibo sia una merce come le altre, perché possiamo sostituirlo e pagarlo poco. Non ne riconosciamo più il valore: non sappiamo a cosa ci serve e chi lo produce, cosa c’è dietro, quali sono i costi e quali i guadagni. Per questo bisogna portare l’educazione alimentare nelle scuole, riconoscendola così come una parte importante nella nostra vita. Sembra incredibile da dire ma noi, qui in Italia, mangiamo male.

In effetti sembra abbastanza incredibile. In Italia abbiamo una delle cucine più premiate al mondo e anche la famosa dieta mediterranea.
La verità è che quando facciamo la spesa il nostro carrello è sbilanciato: poca frutta e verdura e molti zuccheri. In media, secondo le nostre ricerche, questo ci costa 48 euro la settimana. Sa quanto costa lo stesso carrello fatto secondo le regole della piramide alimentare e quindi della famosissima dieta mediterranea, sulla cui qualità siamo tutti d’accordo?

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Pubblicità della Nutella presumibilmente 70, 80

Non ne ho idea, forse costa molto di più.
Anche io credevo così: si dice che la dieta mediterranea faccia bene ma nessuno ti dice che costa solo due euro in più. Lo abbiamo testato con un carrello da 50 euro nello stesso posto dove abbiamo fatto la spesa classica italiana. La differenza, quei due euro, li investiamo in salute e impatto ambientale. Il problema, qui in Italia, è che nessuno ti insegna a mangiare perché non c’è nessun interesse a farlo. Ed è sbagliatissimo. Pensi che c’è un terzo carrello, quello cosiddetto fast food, che evidentemente non è sinonimo di low cost perché ci costa 130 euro la settimana. Più del doppio.

C’è qualcuno che mangia peggio degli altri?
I poveri mangiano male e la prova è che l’obesità è un problema delle fasce di popolazione con reddito più basso. Sembra assurdo ma questo problema legato all’alimentazione non è sinonimo di ricchezza: il ricco cerca di mangiare meglio, spende di più e ha un tasso di obesità inferiore. Il povero invece magia male perché vuole spendere poco e non sa scegliere gli alimenti. In più c’è un altro fattore che deve essere considerato: si preferisce spendere soldi per uno smartphone piuttosto che in cibi sani. Una decisione che ha ripercussioni sulla salute e sull’ambiente, perché il cibo spazzatura fa male a entrambi.

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Torniamo allo spreco alimentare. Con la crisi economica vien da dire che la situazione sia migliorata. Tutti stanno più attenti a risparmiare?
Sì, un po’ è vero. Ma non è un bel segnale: dovremmo stare attenti allo spreco alimentare per la salute nostra e del pianeta, non per i soldi.

Quali sono le regole da seguire per ridurre lo spreco?
Quelle delle nonne: fare la spesa in maniera decente senza troppo accumulo, recuperare gli avanzi, usare meglio i fornelli e la cucina. Il frigorifero non è un bidone della spazzatura refrigerato dove infilare roba che poi nessuno consuma e che quindi diventa rifiuto.

Lei ha fondato Last Minute Market con il quale cerca di ridurre lo spreco di cibo coinvolgendo grande distribuzione e associazioni di volontariato in un circuito virtuoso. Qual è il vostro obiettivo?
Chiudere, è questo il nostro obiettivo. Questo significherebbe non aver più spreco su cui lavorare. Ci siamo resi conto che non risolvi il problema recuperando perché l’obiettivo è non sprecare, non mettere in condizione di riutilizzare qualcosa. Questo perché lo spreca significa costi ambientali ed economici.

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(Scusa e buona lettura)

Il nostro modello sociale ed economico è però basato sul consumismo. Difficile uscirne, che dice?
Il nostro modello economico è basato sul produrre e consumare e visto che non si riesce a consumare tutto si distrugge parte della produzione. Quello che serve è un cambiamento radicale: passare dal modello attuale, che è di crescita lineare, ad un modello di crescita circolare, che è quello della natura. Se ci pensa, noi siamo gli unici animali a distruggere il territorio che abbiamo intorno. Riflettiamo sul fatto che i nostri rifiuti sono risorse per altre specie e che il tempo permette di ripristinare le risorse.

Perché ha iniziato a occuparsi di politiche agricole, modelli di consumo e strategie contro gli sprechi?
Ho lavorato molto nella cooperazione internazionale e ho guardato in faccia lo spreco. Sono partito da lì. Ho visto gettare via le risorse e ho capito perché i paesi in via di sviluppo restano sempre in via di sviluppo. Per me era insopportabile veder sprecati tutti quei prodotti agricoli, ma nessuno diceva nulla. Io però sono un professore indipendente e così ho iniziato a parlare. E adesso sono qui e continuo a farlo.

Anna Ferri

Immagine di copertina, photo credit: John Donges via photopin cc.

Le ragazze che mangiano l’insalata sono sempre felici

di Martino Pinna

Mi scrive un amico per comunicarmi che ha deciso che d’ora in poi digiunerà una volta a settimana. Un suo conoscente lo fa già da tempo e dice che non è mai stato così bene. Un altro amico ha eliminato uova e latticini dalla sua dieta, anche se non ha nessun tipo di intolleranza o allergia, né motivazioni di tipo etico.

C’è un’amica che invece non si fida più della pizza, perché ha scoperto che è cancerogena, ed è terrorizzata dallo zucchero bianco e dal glutammato. Con altri capita spesso, riuniti a tavola, di finire per parlare di quanto quello che stiamo mangiando potrebbe farci male. L’inquinamento, la chimica, e poi chissà cosa ci mettono dentro: si finisce il pasto salutandoci come se fosse l’ultima volta che ci vediamo e con una domanda: chissà se dopo la prossima pizza saremo ancora vivi?

Da qualche decennio noi fortunelli della benestante società occidentale abbiamo a disposizione un’ampissima scelta di cibi. Una quantità inimmaginabile anche solo prima della seconda guerra mondiale, quando più della metà del reddito medio di un italiano veniva speso in cibo ma la scelta era limitata: non c’erano corsie infinite e scaffali pieni con decine di versioni dello stesso prodotto. I nostri nonni, quando erano giovani, per fare la spesa ci mettevano pochi minuti e i dubbi erano a zero. Noi possiamo metterci anche delle ore, muovendoci tra le corsie del supermercato con dilemmi amletici di fronte a cartoni di succhi di frutta: in uno c’è scritto bio 100% naturale, ma l’altro contiene vitamina C. Quale dei due è meglio per me?

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Buona parte della nostra società quando pensa al cibo è ansiosa e spaventata. Leggiamo un titolo del giornale: il burro uccide tot persone ogni anno, allora compriamo la margarina, solo che poi su un forum leggiamo che la margarina è cancerogena, la farina 00 è quasi veleno, e se mangi i salumi con i conservanti puoi anche fare testamento. Si diffondono sempre di più diete bizzarre basate su convinzioni pseudoscientifiche.

Le nostre scelte sono influenzate in parte da un mix di informazione superficiale, vere e proprie leggende metropolitane e complottismo di stampo paranoide, dall’altra dal marketing pubblicitario che cavalca questa tendenza generale al salutismo ansioso pubblicizzando sempre più prodotti “100% naturali” (dimenticando che anche il petrolio è naturale, ad esempio, e da quello si estrae anche la vanillina), “senza conservanti” e ovviamente “bio”.

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Si è creata una distinzione tra “prodotti chimici” e “prodotti naturali”: i primi cattivi, i secondi buoni. Anche se in realtà molti prodotti “naturali” hanno una dose letale. Perché tutto è potenzialmente letale: come diceva Paracelso qualche secolo fa, “è la dose che fa il veleno”. Ma noi questo lo ignoriamo, la parola “cancerogena” è più forte di qualsiasi ragionamento e così la spesa diventa come una visita in farmacia.

Alla vetta di questo genere di comportamenti ossessivi nei confronti del cibo ci sono i cosiddetti ortoressici, cioè persone che curano in maniera maniacale l’alimentazione arrivando ad avere problemi sociali a causa della loro ossessione per la dieta. Ovviamente uno stile di vita sano e un’alimentazione corretta sono auspicabili per tutti, ed è vero che alcuni dei cibi industriali sarebbe meglio evitarli. Ma tra queste argomentazioni razionali e arrivare a nutrirsi di sole mele c’è un bel passo. E questo passo ha un nome preciso: ossessione.

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Ameya Canovi è una psicologa con un passato da ortoressica. Oggi si occupa di disturbi alimentari, ma qualche decennio fa era una di quelle persone che di fronte alla parola “conservanti” rischiava uno svenimento. “Ho iniziato negli anni ‘90, quando imperava la moda della New Age” racconta. “Era un movimento culturale di forte ricerca spirituale che imputava al cibo la qualità della propria energia. In pratica se mangiavi i cibi giusti potevi concorrere a un livello di coscienza superiore. Era una specie di congrega di eletti. Ricordo una volta di aver aggredito verbalmente mia suocera perché aveva dato a mia figlia del prosciutto cotto” continua la Canovi. “Ecco: lì ero davvero in guerra, il mondo si divideva in due: noi sani che avevamo capito tutto, e i poveri inconsapevoli, condannati ad estinguersi”.

Anche Alessandra Guigoni, antropologa culturale che si occupa di alimentazione, dà una spiegazione “magica” di questa esasperata ricerca del cibo perfetto: “Nonostante i vari progressi nel mondo della scienza, l’uomo rimane un animale sociale profondamente ancorato al mondo magico, alle superstizioni e alle credenze irrazionali” spiega. “Ci si costruisce una sorta di fede fatta di riti e miti alimentari che ci danno quella tranquillità e quelle certezze che sono venute a mancare con la fine delle grandi ideologie, narrative politiche e religiose nella seconda metà del XX secolo”.

Mangiare sano, mangiare nel modo che reputiamo più corretto, ci dà una confortante sensazione di controllo della nostra vita: “Attraverso quel tipo di fede alimentare è possibile ripetere ogni giorno delle tranquillizzanti routine: pesare il cibo, leggere gli ingredienti, convincersi che quel cibo è puro e scartare quello ritenuto impuro” continua la Guigoni. “Molti ortoressici fanno i penitenti, in nome della purezza del cibo, del proprio corpo, e potremmo aggiungere, per la salvezza della propria anima.”

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Questa ossessione, come ogni altra dipendenza, è solo la punta di un icerberg che nasconde un disagio più profondo: “Uno stile di vita sano viene spontaneo nelle persone che hanno un rapporto sereno con il cibo” dice la Canovi. “Esse riescono a distinguere il pasto per nutrirsi quotidianamente dalle ‘eccezioni della festa’, rientrando nel solito regime senza tensioni. L’ortoressico no. L’ortoressico nasconde un disagio che si può riassumere con paura della vita”.

Ma come inizia l’ossessione? Quando ci si accorge che si sta esagerando?

“Si inizia con escludere i cibi più demonizzati, zucchero, carne, latticini, lieviti. Poi non esci più a mangiare nei ristoranti, tutto ti sembra velenoso, contaminato” spiega la psicologa. “Inizi a vedere il mondo in termini persecutori. Tutto sembra farti male, non riesci più a tollerare una brioche del bar, o una pizza con gli amici. Diventi un asociale, chiuso nel tuo salutismo esaperato”.

Tra le diete più estreme ci sono quelle che scelgono un solo alimento come unico accettato e spesso considerato un vero elisir della lunga vita. Recentemente si parla spesso dei melariani, cioè persone che si nutrono di sole mele. Alcune di loro sono convinte che la mela sia una sorta di panacea, di cibo magico e perfetto, l’unico giusto, quello delle origini, quello dell’Eden. Tanto che spesso arrivano a demonizzare perfino altri fruttariani – cioè chi si alimenta di sola frutta – colpevoli di concedersi peccati gravi come kiwi o arance.

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Ad esempio nella pagina Facebook Cosmo Fruttariano 3M, è in atto una guerra di comunicazione dei melariani contro chi si ciba di altri frutti. È interessante notare come i carnivori – o “mangiacadaveri” – non vengono nemmeno presi in considerazione, quasi appartenessero a un’altra razza destinata ormai all’estinzione, troppo lontani dall’idea di purezza a cui aspirano i melariani. La guerra è tra loro, tra i fruttariani: tra una mela e un limone.

Questo è un messaggio pubblicato nella pagina Specie Umana Progetto 3M. Non saltatelo, fidatevi, leggetelo integralmente e con attenzione:

Le persone che consumano Frutta Acida e quindi sono in acidosi oppure in iperossidazione per la maggior parte del tempo, hanno così tanto di quell’acido citrico in circolo che la barriera Emato-Encefalica è impossibilitata a fare da filtro alle tossine che vanno a depositarsi quasi tutte sui neuroni, rendendo loro le normali interazioni della vita un qualcosa di complicatissimo da gestire.

La Mela è l’unica che dà il MASSIMO di Indolamine, cioè gli unici Neurotrasmettitori che danno la VERA felicità, dove sei capace di goderti al TOP anche la più piccola cosa, da un filo d’erba che cominci a vederlo come una PERSONA e ci parli, fino al sorriso di un amico/a che ti consente di entrargli dentro al cervello senza che lui/lei nemmeno se ne accorge, e tutto diventa un PARADISO.

La mela insomma – o Mela, maiuscola e senza articolo, come viene spesso scritta dai melariani – ti consente di accedere a un altro mondo, a uno stadio superiore.

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(Scusa e buona lettura)

Le posizioni dei melariani sono così bizzarre da far venire il dubbio, in alcuni casi, che non siano vere. In alcuni post su Facebook si parla di melariani che non sopportano più l’odore dei carnivori e che per baciare una ragazza devono prima cospargerle della camomilla sulle labbra. Altri dopo qualche mese non riescono più a mangiare le mele e allora chiedono se sia possibile alimentarsi con clisteri di mele frullate. Sono persone reali o troll che vogliono solo scherzare? A volte è impossibile capirlo. Tanto che, anche quando si tratta di commenti palesemente falsi, capita che vengono presi seriamente dagli stessi melariani. È addirittura ipotizzabile che oggi ci siano in giro più finti melariani che veri melariani, perché impersonare per scherzo uno stile di vita così estremo per alcuni è molto divertente.

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Negli ultimi anni come reazione al salutismo, al veganesimo sempre più diffuso e alle diete strane come quella melariana, si è sviluppata una tendenza un po’ infantile alla derisione di tali pratiche e una sorta di “orgoglio junk food”, che sembra essere l’altra faccia della stessa medaglia.

Persone che ostentano la loro gioia nel mangiare solo carne o cibi grassi, altre che come foto profilo scelgono immagini dove sono ritratti nell’atto di addentare un hamburger, altri ancora che scrivono manifesti ideologici pro-junk food, ironici ma neanche tanto, dove osannano diete adolescenziali a base di pizza con i wurstel, patatine fritte e Coca-cola, vere e proprie bandiere del partito anti-ortoressico. Ci si divide in schieramenti in base al proprio rapporto con il cibo, in maniera speculare a quella degli ortoressici che considerano “gli altri” degli ingenui che si fanno del male.

Tra i melariani noti ce n’era uno notissimo: Steve Jobs. Pochi sanno che il fondatore della Apple (appunto) seguiva diete estreme: mangiava solo carote o solo mele, a volte digiunava per giorni, e – secondo la biografia di Walter Isaacson – Jobs era “un fervente predicatore che intratteneva i propri ospiti a tavola con noiosi sermoni sul regime alimentare del momento”, proprio come gli ortoressici prima di rassegnarsi e chiudersi nel loro salutismo solitario, convinti che gli altri non capiranno mai e quindi è inutile insistere.

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“Io anni dopo sono diventata una psicologa e ho compreso a fondo il mio disagio” spiega la Canovi. “Sono tornata a uscire con gli amici, faccio un lavoro che amo. Non proibirei più nessun cibo alle mie figlie. La repressione rende infelici. Una merendina se non viene proibita prima o poi stanca. Se la si demonizza invece diventa ancora più interessante”.

Chiedo all’antropologa Alessandra Guigoni se questo tipo di nevrosi legate all’alimentazione riguardano solo il ricco Occidente. Mi sembra difficile immaginare discussioni sui nitrati o il glutammato nello Zimbabwe. Sbaglio?

“Il rapporto problematico col cibo, che è rapporto problematico con se stessi e col mondo circostante, riguarda molti a diverse latitudini” risponde la Guigoni. “Ma è soprattutto nella cosiddetta civiltà del benessere occidentale, dove i mass media sono pervasivi e influenzano profondamente le nostre ideologie e pratiche quotidiane, che le nevrosi attorno al cibo esplodono in tutta la loro drammaticità. In nazioni come India, Cina e Brasile, aumenta vertiginosamente il tasso di persone sovrappeso o obese, e con esse aumentano le malattie legate ad un distorto rapporto col cibo, dall’anoressia alla bulimia, sino alla ortoressia”.

In pratica dove arriva il benessere arriva il troppo benessere, e di conseguenza le nevrosi. Ma la Guigoni ha anche un’altra teoria: “A mio parere quanto meno si produce il cibo con le proprie mani, diventando così dei semplici consumatori finali, tanto più si è a rischio”.

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Io non sono in grado di produrre il cibo con le mie mani, e quindi vado al supermercato. E sono ancora fermo lì, davanti ai cartoni di succhi di frutta, in preda al mio dubbio amletico. Prendo quelli bio 100% naturali o quelli con vitamina C? E perché la vitamina C mi attira tanto? L’assumo già in altre decine di alimenti che mangio regolarmente senza pensarci, eppure quando la vedo pubblicizzata sulla scatola di un prodotto non resisto, penso che se ne prendessi un altro po’ starei meglio, come gli omega 3, come il selenio: è quello di cui ho bisogno per essere più bello e felice. E in alcuni casi perfino intelligente. Tutti ricorderete la pubblicità delle patate al selenio che promettevano di far diventare più intelligenti. Non era vero, ma sarebbe stato bello se lo fosse stato.

“La pubblicità non fa altro che concretizzare desideri, paure, impulsi e repulsioni dell’immaginario collettivo” spiega la Guigoni. “È piena di riferimenti a presunte qualità nutraceutiche degli alimenti, a fantasmagoriche qualità nutrizionali, ma soprattutto gli spot televisivi lasciano trasparire che dietro certi alimenti c’è la possibilità concreta di diventare come gli attori che li consumano: belli, perfetti, eternamente giovani e sani”.

Magia, insomma. Ecco perché se cercate negli archivi fotografici “woman eating salad” (donna che mangia insalata) entrerete in una sorta di realtà parallela dove esistono solo ragazze bellissime e sorridenti, felici, solari. Quasi creature sovrannaturali. Sono sempre molto illuminate, appaiono pulite, leggere, come se non piangessero o sudassero mai. A volte sembra perfino che ridano a crepapelle, come se l’insalata fosse divertentissima.

Io nel dubbio prendo entrambi i succhi di frutta: quelli bio 100% naturali e quelli con la vitamina C. Uno dei due mi renderà felice, no?

Martino Pinna

Tutti crazy for pasta

Mai provato ad aggiungere un bel po’ di pezzi di pollo alla pasta al pesto? E’ il condimento inusuale che si sono inventati Laura e Andrea per andare incontro ai gusti degli inglesi, dopo aver aperto una loro attività di produzione di pasta fresca in un famoso mercato di Londra. I due ragazzi hanno vent’anni e hanno deciso di provarci lontano dall’Italia. Perché, dicono, in Inghilterra mettersi in proprio è decisamente più facile. God save the Queen.

Sono inglesi, dunque tutti pazzi per la pasta (più o meno). Devono aver scommesso sulla storica attrazione nordica per l’Italia e il suo cibo, Andrea e Laura – lui ventiquattrenne, lei appena ventenne, entrambi romani – quando nel febbraio scorso hanno aperto a Camden Town, zona a nord di Londra famosa per l’affollatissimo mercato e per l’alta densità di popolazione studentesca residente, la loro bancarella dal nome inequivocabile: ‘Crazy for pasta‘. Handmade pasta, naturalmente, pasta fatta a mano che preparano lì, al momento. Poi la cuociono, la condiscono, e la vendono ai clienti a sei sterline al piatto.

I menù sono vari: nella fase di apertura hanno sperimentato e cambiato molto, ora invece hanno un menù più o meno fisso di cinque o sei piatti. Per le sperimentazioni c’è il “piatto della settimana” che cambia ogni volta. Se poi funziona, via, approved! Rispetto ai classici condimenti della cucina italiana, qualcosa hanno dovuto modificare e adattare al palato inglese: per esempio nella pasta con il pesto hanno aggiunto il pollo, ovviamente molto apprezzato Oltremanica. Vanno forte i piatti vegetariani/vegani perché Londra è la prima città vegetariana/vegan d’Europa. Tutti i prodotti arrivano dall’Italia – garantisce Andrea – farina, pomodoro, olio, uova. Sì, anche le uova perché qui in Inghilterra o sono troppo grigie o troppo gialle” giura.

Il 40% circa della clientela che si affolla intorno al banco dei due ragazzi romani è inglese. Impiegati negli uffici della zona o residenti che piuttosto che mettersi a cucinare in casa propria, preferiscono uscire a farsi un piatto di ottima pasta all’uovo. Il rimanente, italiani e spagnoli. ‘Crazy for pasta’ è aperto 7 giorni su 7, anche con la pioggia. Anche la domenica, perché il giro è comunque buono. Secondo Andrea “gli inglesi non amano molto spignattare in cucina” perciò la sua bancarella funziona come una sirena acchiappa naufraghi dei fornelli.

“All’inizio è stata dura, naturalmente – racconta lui – i primi tre mesi tra le spese iniziali e il freddo che faceva sì che ci fossero poche persone, ho dovuto fare tre lavori per vivere: il mercato con ‘Crazy for pasta’, commesso in negozio di moda il sabato e la domenica, cameriere la sera. Questo perché i banchi appena nati non possono lavorare anche il sabato e la domenica. Ora invece io e Laura riusciamo a vivere solo della nostra pasta all’uovo. Con noi adesso c’è anche mia cugina. Tutti italiani naturalmente: in questo modo il nostro prodotto è davvero credibile e totalmente Made in Italy. Per il futuro abbiamo intenzione di aprire altri quattro banchi e un negozio. Intanto, abbiamo registrato il marchio ‘Crazy for pasta’, poi si vedrà”.

Crazy for pasta

La storia di Laura e Andrea è un po’ diversa dai tantissimi giovani disoccupati d’Italia (si va verso la percentuale monstre del 45%) che fuggono da un Paese sfiduciato e apparentemente senza prospettive. Un vero e proprio esodo, scrive La Stampa: gli emigranti italiani sono il doppio degli stranieri che arrivano, 93 mila nel 2013. E sono solo i numeri “ufficiali”, il dato reale è sicuramente molto più alto. Sia Andrea che Laura avevano un lavoro con assunzione a tempo indeterminato. Entrambi come commessi, lui in un negozio di una catena di accessori per abbigliamento, lei in una bigiotteria.

“Ma volevo andarmene – continua Andrea – perché in Italia non c’è futuro. Soprattutto se hai voglia di avere qualcosa di tuo. Lasciare il lavoro non è stato difficile, anche se né i miei genitori né quelli di Laura erano contenti perché lasciavamo dei posti sicuri per la precarietà, ma noi eravamo assolutamente convinti di voler fare questa scelta. Prima di aprire ‘Crazy for pasta’ siamo stati a Londra sette volte per valutare quale fosse la zona migliore. Abbiamo girato vari mercati. Alla fine abbiamo optato per Camden Town perché mancava un banco dove si prepara pasta e c’è un giro turistico elevato”.

Dopo aver ottenuto l’ok del mercato e del Comune hanno potuto cominciare con la loro attività. Contrariamente a quanto accade in Italia dove anche per respirare occorre destreggiarsi tra i meandri di una burocrazia bizantina, i  tempi sono molto rapidi: in pochi giorni dalla richiesta si ha l’approvazione e si apre. “Si presenta un progetto e se il progetto è buono si ha l’ok. Condizione primaria: deve essere unico e non fare concorrenza ad altre attività già presenti in zona” dice Andrea. “Un mio amico ha provato ad aprire un banco di cannelloni qui a Camden Town. Ma i cannelloni, anche se diversi dalla pasta, sono un prodotto simile, quindi è stato scartato. Dal punto di vista burocratico in mezza giornata si riesce ad avere tutto: io mi sono alzato la mattina e la sera avevo un conto in banca e tutto il necessario per aprire. Anche quando ero a Roma volevo avere una cosa mia, un pub o roba simile, ma da noi burocrazia e tasse ti uccidono. Così ci ho rinunciato”.

Almeno per il momento, Laura e Andrea non si sognano nemmeno di tornare in Italia. “Mi piace la Germania – racconta sempre Andrea – e il mio futuro lo vedo lì. C’è solo il problema della lingua. Magari quando avrò 40 o 50 anni emigrerò un’altra volta, ma per i prossimi vent’anni voglio stare a Londra”.

Testo di Antonio Tomeo e Davide Lombardi

Foto di Antonio Tomeo

 

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