Pisorno, la storia del fallimento della prima Hollywood italiana

Prima della nascita di Cinecittà, il duce decide che la Hollywood italiana dovrà avere sede tra Pisa e Livorno. Nasce così Pisorno, stabilimento oggi abbandonato. Attraverso il figlio di uno dei suoi protagonisti, ripercorriamo l’epoca d’oro del primo grande studio cinematografico italiano.

Nella selva di Tombolo, in località Tirrenia fra Pisa e Livorno, nacquero nel 1934 i primi stabilimenti cinematografici italiani adatti a girare film sonori. Erano gli studios Pisorno, concepiti come una struttura all’avanguardia per curare ogni film in tutte le sue fasi, dalla produzione alla distribuzione. La storia di un (in)successo, in bilico tra potenziale da esprimere e concorrenza da fronteggiare, fra grandi nomi che ne punteggiano la storia e l’accanimento della sfortuna che, di questa storia, detta i titoli di coda. Tra un residence di lusso e un campo da golf a 18 buche.

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La targa con scritto “Cosmopolitan Film – Stabilimenti Cinematografici Tirrenia” è ancora lì, affissa alla struttura bianca dell’ex-portineria. Sopra campeggia un’altra scritta, molto più moderna: “Prossima Consegna. Appartamenti varie metrature, posto auto incluso nel prezzo”. Il cancello è aperto su un viale d’ingresso in asfalto e ghiaia, circondato da erba e sterpi, su cui passa qualche macchinone impaziente di raggiungere la strada. Imboccandolo, ci si trova davanti un altro gigantesco pannello che recita “Tennis”, con una freccia puntata verso destra. Copre un intrico di impalcature rossastre, le quali coprono a loro volta quel che resta del corpo principale degli studios Pisorno, costruiti nel 1934 e solo successivamente rinominati Cosmopolitan. Proprio come il resort e golf club che nel frattempo è stato fabbricato nelle immediate vicinanze, quello dove ci sono i campi da tennis e da dove provengono i macchinoni.

La struttura coperta di impalcature, svuotata e circondata dalla vegetazione racchiudeva un tempo gli uffici generali degli studi cinematografici, le sale di deposito pellicola e sincro-proiezione, allungandosi poi nelle aree destinate agli uffici di produzione, al trucco e ai reparti tecnici; sui lati, i due teatri di posa: la grande curva del Teatro B è ancora intatta e perfettamente riconoscibile. Qui, nel 1934, è nato il cinema sonoro italiano.

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Hollywood si trasferisce a Tirrenia
Siamo nel 1932 e per il regime fascista sono gli anni della costruzione del consenso. Tra le altre cose, vengono promosse bonifiche di aree malsane e paludose e il loro popolamento attraverso la costruzione di nuovi abitati. Una delle aree prescelte è quella che Gabriele D’Annunzio definì in “Forse che sì, forse che no” (1911) “l’amara selva del Tombolo ove forse la lonza s’aggira”: una vasta macchia di pini e tamerici su spiagge a duna e depressioni che separa – in parte ancora oggi – le due città di Pisa e Livorno. Un luogo selvatico e salmastro, una terra di nessuno nella cui zona prospiciente il mare viene deciso di costruire una piccola città balneare dal nome evocativo. Tirrenia.

Le direttive sono chiare. La nuova località deve essere costruita nel rispetto del verde circostante e viene fissato un limite agli ettari edificabili. Deve inoltre diventare il punto di partenza per una nuova valorizzazione turistica dell’area. Non basta costruire qualche edificio per renderla attraente: ci vuole una leva in più per popolare questo luogo sospeso tra mare, dune e selva, ed ecco che entra in scena il cinema.

Nei primissimi anni ’30 il cinema italiano non gode di buona salute. Sono i primi anni dei film sonori, “inventati” nel 1926 nella lontana e scintillante Hollywood e così apprezzati da spazzare via in poco tempo la filosofia del cinema muto e molti dei suoi divi. Da una parte l’Italia resta indietro. E’ sprovvista di teatri di posa adatti a girare film sonori e non può così competere sul mercato. Dall’altra parte, però, Mussolini è un grande appassionato di film, soprattutto di commedie. “La cinematografia è l’arma più forte!”, tuona, e nel 1934 fonda la Direzione Generale della Cinematografia. Ma servono altri due ingredienti per portare “l’arma più forte” proprio a Tirrenia: un regista deluso e un investitore illuminato. Il primo è il fiorentino Giovacchino Forzano, il secondo è Edoardo Agnelli, della nota famiglia torinese.

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Forzano è uno di quegli uomini vicini al potere ma non troppo, un fascista senza tessera del partito. “Era uno a cui piaceva soprattutto vivere bene. – scriverà di lui il regista Mario Monicelli, che andava a scuola con uno dei suoi figli e che vide per la prima volta un teatro di posa proprio a Tirrenia – Lui, come tutta la sua famiglia, viveva da vero e proprio nababbo. Credo che non gli importasse altro che di vivere bene e per questo a un certo punto simpatizzò per Mussolini. Ma non perché fosse fascista”.

Agnelli, invece, fiuta il business di un’industria del cinema dall’avvenire grandioso, così l’establishment suggerisce di puntare su Tirrenia poiché la neonata località è circondata da una perfetta varietà di scenari per girare anche in esterno: mare, boscaglia, corsi d’acqua, colline e montagne poco lontano, Pisa come città antica e Livorno come città moderna nelle immediate vicinanze, Lucca e Firenze a un’ora circa di distanza. Forzano si fa convincere, parte per un sopralluogo e ritorna commentando che il luogo prescelto è tutta una palude abitata solo da rospi e vipere. Ma tant’è: Tirrenia sia.

La Pisorno negli anni '30. Fotografie tratte da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.
La Pisorno negli anni ’30. Fotografie tratte da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.

I tempi d’oro della Pisorno
1934. Gli stabilimenti cinematografici di Tirrenia vengono fondati con il nome particolare di Pisorno, l’unione simbolica – e forse impossibile – di Pisa e Livorno. Per il progetto viene scelto Antonio Valente, uno degli architetti e scenografi di punta del periodo fascista. L’impianto industriale da lui concepito è importato direttamente da Hollywood e assolutamente rivoluzionario per l’Italia. Non solo sono i primi studios italiani con la giusta tecnologia per poter girare in sonoro, ma tutti gli spazi sono progettati all’insegna della funzionalità, per poter curare in sequenza tutte le fasi di lavorazione dei film, fino alla distribuzione. Questo avrà un forte impatto anche dal punto di vista occupazionale nell’intera zona circostante. Non solo attori, sceneggiatori e registi saranno chiamati a lavorare a Tirrenia, ma anche sarti, tecnici, truccatori, elettricisti, addetti alla ristorazione, ragionieri, tutte le maestranze necessarie per la creazione di un film dalla A alla Z.

La Pisorno negli anni '30. Fotografie tratte da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.
La Pisorno negli anni ’30. Fotografie tratte da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.

Come il truccatore Piero Mecacci, parrucchiere e barbiere livornese che verso la fine degli anni ’30 decide di avventurarsi a Tirrenia per vedere se alle produzioni poteva servire qualcuno che tagliasse i capelli e che aiutasse le attrici a sistemarsi per andare in scena. “Ai tempi, fra gli anni ’35 e ’40, le attrici non avevano un vero e proprio truccatore e spesso si truccavano da sole – spiega il figlio Pier Antonio, 75 anni e una voce squillante che mischia romano e livornese -. Mio padre ha cominciato così fra il 1939 e il 1940, da solo, come si suol dire con la volontà e con la fame”.

Foto di gruppo alla Pisorno. Piero Mecacci è il secondo sulla destra. Fotografia di proprietà Mecacci.
Foto di gruppo alla Pisorno. Piero Mecacci è il secondo sulla destra. Fotografia di proprietà Mecacci.

Il primo film girato alla Pisorno è il napoleonico “Campo di Maggio” di Giovacchino Forzano. Fra il 1934 e il 1942 a Tirrenia si girano e producono 86 film di diverso genere, persino un western intitolato “L’imperatore della California”, girato da Luis Trenker; il gotha degli attori del tempo passa da qui, tra questi Clara Calamai, Osvaldo Valenti, Luisa Ferida e Doris Duranti. Le commedie sono il genere più battuto; la mussoliniana “arma più forte” è infatti un’arma di evasione di massa e trova la sua strada attraverso leggere commedie sentimentali che tra scenografie déco ed elementi di modernità mettono in scena la faccia benestante e spensierata di un’Italia che non c’è.

Ma i tempi d’oro della Pisorno durano poco. Nel 1937 arriva Cinecittà. Il nuovo polo romano attrae e, in virtù di un raffreddamento nei rapporti tra Forzano e la Direzione generale per la Cinematografia, diventa subito concorrenziale. Ogni tanto arrivano a Tirrenia alcuni truccatori da Roma e Piero Mecacci impara il mestiere anche da loro. Racconta sempre il figlio Pier Antonio: “Mecacci, gli dicevano, se tu vuoi lavorà devi venire a Roma. Là si lavora tutto l’anno”. Così, nel 1940, il parrucchiere reinventatosi truccatore Piero parte alla volta di Cinecittà, e per i successivi 15 anni fa la spola tra Roma e Tirrenia lavorando per diverse produzioni nell’uno e nell’altro luogo.

Carla Del Poggio in una scena di "Senza Pietà" (Lattuada, 1948)
Carla Del Poggio in una scena di “Senza Pietà” (Lattuada, 1948)

Nel 1940 arriva anche la guerra. Alla Pisorno, l’ultima realizzazione di questa fase è un tentativo mai concluso di film apologetico del fascismo, “Piazza San Sepolcro”, girato proprio da Giovacchino Forzano. Ma siamo nel 1943: il fascismo si sgretola e all’indomani dell’armistizio gli studios vengono occupati dai tedeschi, mentre Pisa e Livorno – importanti punti nevralgici – vengono bombardate senza pietà. Anche uno dei teatri di posa della Pisorno viene distrutto dalle bombe e dopo la liberazione, avvenuta in questa zona nel settembre 1944, gli studios diventano un deposito americano. La macchia di Tombolo si riappropria del suo volto più selvaggio e diventa in poco tempo il rifugio di sbandati, contrabbandieri, prostitute, disertori, soldati americani, un luogo senza regole né morale, raccontato nel film “Senza Pietà” di Lattuada e nelle pagine di Gino Serfogli, “Tombolo città perduta”.

La ripresa che non arriva
Una volta liberata la macchia dai “fuorilegge”, nei primi anni ’50 Giovacchino Forzano ci riprova. Con gli aiuti del Piano Marshall la Pisorno riapre i battenti e nel 1952 rianima le aspettative con un film drammatico di belle speranze: “Imbarco a mezzanotte” di Joseph Losey. Le cose però non vanno per il verso giusto. Forzano, il fascista non-fascista, è ormai bollato inesorabilmente come uomo invischiato con il vecchio regime, mentre Losey è scappato a gambe levate dagli USA perché ricercato dalla commissione di inchiesta maccartista volta a eliminare i filo-comunisti dal mondo dello spettacolo. Il flop iniziale è assicurato e il successo tardivo del film arriva, per l’appunto, troppo tardi per sancire una vera rinascita della Pisorno.

Inoltre, dopo la guerra le produzioni più interessanti hanno ufficialmente traslocato. Il genere del momento è il neorealismo e il luogo del momento è Roma. A Tirrenia arrivano solo produzioni minori, per circuiti di distribuzione di nicchia. Tra i 43 film qui prodotti e girati in questa seconda fase il più conosciuto è “Pellegrini d’amore” (1953) di Andrea Forzano, film di debutto di Sophia Loren.

Sophia Loren a Tirrenia, anni '50. Fotografia tratta da da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.
Sophia Loren a Tirrenia, anni ’50. Fotografia tratta da da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.

Sono questi gli anni in cui anche Pier Antonio Mecacci si avvicina al mestiere di truccatore. “Negli anni ’50 alla Pisorno venivano girati soprattutto questi filmetti canori. Li chiamo filmetti perché erano produzioni minori, storie leggere, ma ne venivano fatti tanti – racconta, e scherza -. Negli stessi anni ci siamo stabiliti nuovamente a Tirrenia. Io ero talmente bravo a scuola che mio padre mi ci ha tolto. La prima media l’ho fatta 3 o 4 volte, non mi ricordo, così lui mi ha preso e mi ha portato sul set a imparare il mestiere. Sette canzoni per sette sorelle è stato il mio primo film come aiuto truccatore alla Pisorno nel 1956. Avevo 16 anni.”

Tra un “filmetto” e l’altro, la Pisorno vive anche una grande occasione mancata. Nel 1957 il produttore inglese Henry Saltzman viene in visita a Tirrenia, in cerca di una location adatta per un nuovo progetto: una serie di film d’azione tratti dai romanzi di Ian Fleming di cui ha appena acquistato i diritti. Il luogo gli piace, ma fiuta aria di crisi imminente e decide di cercare un’altra ambientazione. Nel 1959 la Pisorno fallisce e nel 1962 esce il primo film della serie prodotta da Saltzman, girato infine tra Londra e la Giamaica: “Agente 007 – Licenza di uccidere”, con Sean Connery e Ursula Andress.

Pier Antonio Mecacci dietro al ciak sul set di "Sette canzoni per sette sorelle" di Marino Girolami, 1956, a Tirrenia. Fotografia di proprietà Mecacci.
Pier Antonio Mecacci dietro al ciak sul set di “Sette canzoni per sette sorelle” di Marino Girolami, 1956, a Tirrenia. Fotografia di proprietà Mecacci.

Il 1959 è anche l’anno in cui i Mecacci decidono di trasferirsi definitivamente a Roma. Racconta ancora Pier Antonio: “Ci siamo fatti convincere dal fotografo di scena Ivo Cavicchioli. Vieni a Roma, vedrai che qualcosa si fa. Così io ho preso la patente, abbiamo firmato circa 100 cambiali per comprare una macchina e siamo partiti con tutti i bagagli e il materasso sopra il tetto. A Civitavecchia ci hanno fermati e ci hanno fatto pure una contravvenzione, perché nella fretta di partire per Roma avevo messo la targa davanti. A Cinecittà il mio primo film come aiuto truccatore è stato Messalina Venere Imperatrice.

Il primo come capo truccatore è stato “Morte di un bandito” di Peppino Amato e il segretario di produzione era Bud Spencer. Ci siamo rivisti nel film “Occhio alla penna”, io da anni capo truccatore e lui grande attore dei film spaghetti western. Anche mio cugino, Gianfranco Mecacci, ci ha raggiunti a Roma per lavorare come truccatore. Lui ha lavorato con Nanni Moretti, Paolo Villaggio, e spesso ha fatto qualche comparsa perché gli piaceva. Io no, ero più schivo, solo una volta ho fatto il dottore perché l’attore da fuori Roma non è arrivato e ho dovuto dire a Massimo Dapporto “Mi dispiace, ma è un caso raro”. Insomma – conclude Pier Antonio -, tutta la mia famiglia ha lavorato nel cinema, tranne mio fratello Luciano. Lui è diventato prorettore dell’Università di Firenze: per noi è la pecora nera!”

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Cosmopolitan: dalle pellicole al golf club
E la Pisorno? Mentre James Bond si concede il suo Vodka Martini – agitato, non mescolato – e l’indimenticabile Honey Ryder, emerge dall’acqua di una spiaggia che non è quella di Tirrenia, tra Pisa e Livorno viene calato un poker d’assi. Il produttore Carlo Ponti, già ben conosciuto nel mondo del cinema, compra gli stabilimenti falliti ribattezzandoli “Cosmopolitan”. Non sarà il cocktail di 007, ma certamente vuole essere un nome più frizzante e dinamico adatto all’Italia del boom, che non profuma più di orbace e autarchia. Con questa sorpresa arrivano a Tirrenia una breve ventata di star system, un’atmosfera da red carpet, e una vecchia conoscenza: Sophia Loren, diventata nel frattempo la moglie di Ponti, che sarà l’attrice protagonista del film del rilancio “Madame sans gene” di Christian Jacque (1961).

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(Scusa e buona lettura)

Ma se l’anno successivo la coppia del momento Ponti-Loren vince l’Oscar con “La Ciociara” girato a Roma nel 1960, nemmeno questa sinergia riesce a fare decollare Tirrenia. L’estremo tentativo di resistenza alla centralizzazione della produzione nella capitale scricchiola fin da subito. Come i Mecacci, le maestranze che vorranno continuare a lavorare continuativamente nel cinema dovranno lasciare la selvatica costa toscana per recarsi a Roma. “Il cinema a Tirrenia non ha futuro – dirà lo stesso Ponti lapidario in un’intervista a La Nazione di quegli anni -. In Italia non c’è spazio per un’alternativa a Cinecittà. Il Cinema si fa a Roma e basta”. Nel 1969, infatti, gli studios di Tirrenia chiudono di nuovo i battenti e questa volta per sempre.

Poco dopo il 2000 Pierantonio Mecacci si trova a passare da Tirrenia e decide di andare a vedere il luogo dove ha imparato il suo lavoro di truccatore per il cinema. “Ho trovato un passaggio e sono entrato in bicicletta, con la macchina fotografica. Perché a me sui set piace andare in bicicletta – racconta -. Ho visto la struttura che era il bar in cui il fratello di mia madre lavorava e la palazzina di Valente… Poi non ho avuto il coraggio di proseguire perché lì a destra c’è quella cosa che hanno voluto costruire. Tornare nei posti di quando eri giovane e trovarli così mette tristezza. E’ tutta una cosa di business.”

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Oggi, nelle immediate vicinanze degli studios, sorge il Cosmopolitan Resort, un cinque stelle con una club house progettata da Aldo Rossi, campi da golf e da tennis, e l’ultimo tassello ancora in fieri di questa trasformazione: gli appartamenti residenziali in prossima consegna. Si tratta in parte del progetto di riuso presentato nel 1985 da Guendalina Ponti (la figlia di Carlo) e Valerio Veltroni (il fratello di Walter). Pur finendo subito in bancarotta, il progetto sancisce inesorabilmente la nuova destinazione d’uso della zona: nuove cordate lo porteranno avanti a ribadire che il tempo delle pellicole è definitivamente superato.

La storia della Pisorno/Cosmopolitan non è la prima né l’ultima ad essere stata investita dal rullo compressore della realtà, da un’idea di produzione che ha voluto diventare a tutti i costi centralizzata e da un’idea di business al servizio del rilancio della zona che si è modificata a seconda dei tempi. Resta una storia da conoscere e raccontare, costruita sugli echi di un tempo che fu, magico e travolgente come a volte solo il cinema sa essere.

Chiara Zucchellini

La bottega dove si cuciono sogni

In pieno centro a Modena il laboratorio di costumi oggi portato avanti da Barbara Casalgrandi, conta circa mille abiti, la maggior parte pezzi unici creati dalla nonna di Barbara, Carmen.

di Anna Ferri

Una tradizione che continua da oltre cento anni senza aver perso il suo fascino antico. In pieno centro a Modena il laboratorio di costumi oggi portato avanti da Barbara Casalgrandi, conta circa mille abiti, la maggior parte pezzi unici creati dalla nonna di Barbara, Carmen. Negli anni il laboratorio ha avuto parecchie collaborazioni di grande rilievo: dal regista del Gattopardo Luchino Visconti a Koki Fregni, il maggiore scenografo modenese del ‘900, disegnatore, pittore e costumista che firmò oltre 150 spettacoli di lirica.

Quando Carmen Reali, giovane donna torinese amante dell’arte, entrò per la prima volta nel laboratorio di costumi della famiglia Barbieri di Modena capì che quello era esattamente il suo sogno. Nella città emiliana era arrivata per presentarsi alla famiglia del fidanzato, Mario Barbieri, conosciuto grazie al telegrafo: lei nell’ufficio delle poste di Torino e lui in quello di Vercelli, dove faceva il militare, avevano parlato per mesi finché Mario non prese il coraggio a quattro mani e le chiese di uscire. Un appuntamento al buio un po’ come succede oggi con le chat su internet. Era il 1940. L’anno dopo erano sposati. Carmen certe passioni le aveva nel sangue: sua madre, Emilia Blan, faceva i busti a mano e la bisnonna era stata alla corte dei Savoia, quando erano a Roma, e con loro si era poi trasferita a Torino.

I nonni di Barbara

“Mia nonna era eccentrica – racconta Barbara Casalgrandi, che ora gestisce il laboratorio di costumi – era nata nel 1914 e voleva fare a tutti i costi l’istituto d’arte. Una scelta azzardata per quei tempi e infatti i suoi genitori glielo impedirono perché avrebbe dovuto disegnare dei nudi”. Appassionata di arte, cucito e ricamo, durante la sua vita confezionò centinaia a centinaia di costumi rendendo il laboratorio della famiglia Barbieri talmente prestigioso da attirare mostri sacri come il regista Luchino Visconti, quello del Gattopardo tanto per capirci, che proprio lì prese alcuni abiti quando, arrivato a Modena per dirigere lo spettacolo teatrale il “Duca d’Alba”, si rese conto che la sartoria romana alla quale si affidava di solito non aveva confezionato abbastanza costumi e così gli fu consigliato il laboratorio di Carmen Reali. A Visconti – scrivono sui giornali dell’epoca – “era bastato il linguaggio della signora per giudicarla costumista di grande valore”.

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A dire il vero, il laboratorio non nasce con la famiglia Barbieri. La storia della bottega di via della Vite, in pieno centro, inizia nei primi del Novecento con Silvio Galli, un personaggio abbastanza noto in città perché, oltre al noleggio dei costumi, aveva una compagnia teatrale, dove faceva pure l’attore e una scuola di danza. Silvio Galli non aveva figli e così quando morì lasciò il noleggio di costumi a Oreste Rubbiani, di cui era padrino. Oreste poi sposò una maestra di nome Marta Barbieri, che negli anni Venti e Trenta del Novecento era molto famosa perché insegnava alle Polle, sull’Appennino modenese a circa cinquanta chilometri dalla città, e ogni anno partiva a piedi all’inizio della scuola per raggiungere la sua classe e tornava prima dell’estate. Marta aveva due sorelle e un fratello, che era appunto quel Mario Barbieri che poi sposò Carmen Reali di Torino.

Siamo negli anni Quaranta: Carmen arriva a Modena e chiede di collaborare con il laboratorio di costumi. Da Torino inizia a mandare dei cappelli creati da lei, gli anni passano e dà alla luce due bambine. A quel punto tutta la famiglia si trasferisce a Modena, dove sia lei che il marito Mario iniziano a lavorare alle locali poste. Il lavoro d’ufficio dura poco perché un bel giorno Carmen decide che vuole seguire la sua passione per i vistiti e l’arte e allestisce il laboratorio nell’appartamento doveva viveva con il marito e le figlie, che è poi quello dove ora vive la nipote Barbara: “Allora era più facile perché c’era meno burocrazia. Mia madre e mia zia hanno sempre odiato i costumi perché si trovavano i clienti anche in bagno. Mia nonna piano piano ampliò il laboratorio e comprò l’appartamento di una cugina, al piano di sopra, dove negli anni Settanta è stata trasferita la bottega. Da lì incominciò a confezionare abiti su abiti, soprattutto d’epoca”.

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Oggi il laboratorio, che è stato trasferito vicinissimo alla prima sede, in via Ruggera, conta circa mille abiti, la maggior parte sono pezzi unici creati proprio da Carmen. Negli anni furono parecchie le collaborazioni: da Luchino Visconti a Koki Fregni che firmò oltre 150 spettacoli di lirica e infine Carmen Reali fu anche protagonista di un’importante mostra in Giappone, dove andò lei stessa tornando a casa con un kimono che ancora oggi spicca nella collezione di abiti insieme ad un altro, nero e decorato, confezionato da lei.

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(Scusa e buona lettura)

Barbara iniziò a frequentare il laboratorio già da bambina, quando faceva da modella per la nonna. Da ragazza iniziò a lavorarci part time e infine, dopo la morte di Carmen il 30 dicembre 2003, ne prese in mano la gestione: “Mia madre e mia zia mi chiesero se volevo continuare. Io dissi di sì. A quel punto ci trasferimmo in via Ruggera 13, dove siamo ancora oggi”. Con lei lavora il marito Luca e insieme portano avanti una tradizione di famiglia. “Non ho mai indossato dei costumi in vita mia – racconta Barbara – ma amo vestire gli altri. E’ un lavoro faticoso e divertente: tutti i clienti strani li abbiamo noi. A volte ci sono situazioni esilaranti: a carnevale hai diversi clienti di cui non conosci il nome e li chiami in base ai costumi, per esempio Biancaneve come va? Oppure Il gladiatore è a posto? e a quel punto tutti scoppiano a ridere. E’ un lavoro bello e creativo, ci divertiamo a mischiare costumi e creare nuovi personaggi”.

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Mentre siamo nel laboratorio incantati dai costumi che ricoprono le pareti e riempiono le stanze squilla ancora una volta il telefono e Barbara risponde: dall’altra parte del filo c’è qualcuno che insiste dicendo che conosce perfettamente la taglia che serve e sentiamo Barbara con una calma esemplare rispondere che no, non è come andare in un negozio e il costume va provato e nel caso modificato. La conversazione dure alcuni minuti e noi ci fermiamo a pensare che in effetti non deve essere facilissimo. Quando attacca la cornetta c’è uno sguardo di intesa e lei ci spiega che “da qui passano dal ragazzino di 15 anni alla signora della Modena bene che vuole il costume a misura perché veniva quarant’anni fa quando c’era mia nonna”. Viene da chiedersi come siano cambiate le richieste, da quando c’era Carmen a governare quel piccolo regno, fino a oggi. A quanto pare, negli anni Settata e Ottanta l’epoca che andava per la maggiore era l’Ottocento, lo stile di Rossella O’Hara di “ Via col vento”. Poi sono arrivate le rievocazioni storiche, la prima a Castelvetro e poi a Mirandola, nella provincia modenese, negli anni Settanta, e poi a Modena negli anni Ottanta e Novanta, che portarono con sé il vento del rinascimento e Carmen si adeguò cucendo costumi adeguati.

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Per il carnevale di Venezia invece è il Settecento ad andare per la maggiore. Per chi se lo chiedesse come abbiamo fatto noi, sì, ci sono persone che si prendono su un week end solo per indossare un costume da favola in piazza San Marco. Per quanto riguarda il carnevale, invece, Barbara ci tiene a sottolineare che qui non si seguono le mode: “Se avessimo avuto un costume da Peppa Pig per adulti lo avremmo noleggiato almeno 20 volte. Però non è la nostra filosofia. Noi abbiamo abiti dai romani agli anni Cinquanta. In mezzo ci sono Biancaneve, maghi, fate, principesse e nani”. Poi ci sono gli evergreen, come lo smoking, che per un uomo va sempre di moda e infatti fioccano le prenotazioni per le cene e le feste eleganti organizzate dalle grandi aziende. Per le donne invece il discorso cambia, perché appunto esistono le varie tendenze. Nel laboratorio si trovano abiti lunghi neri molto classici oppure i charleston anni Venti, che ancora vanno a ruba. Per quanto però non si voglia seguire la moda, è la moda che segue noi: allora scopriamo che, per esempio, negli ultimi anni Pierrot ha visto crollare le sue quotazioni perché considerato troppo triste, mentre Arlecchino, che da tempo sembrava aver perso il suo fascino, ha riscoperto una seconda giovinezza. Un must sembra essere anche il vestito da bagnante dell’Ottocento, quel pigiamone a righe bianche e rosse arricchito da una paglietta – che poi è un cappello – che ricorda le vignette umoristiche o le barzellette.

Sarebbe sbagliato pensare che noleggiare un abito sia una semplice transazione, perché in realtà racchiude molto di più: quell’abito, nella maggior parte dei casi, significa realizzare un sogno. Barbara ammette che “in questo lavoro c’è anche tanta psicologia, perché spesso c’è un sogno ma li clienti non te lo dicono e allora sei tu che devi capire e aiutarli. Dopo ore e ore di prove si riesce a trovare il costume giusto che li rende felici. A quel punto si prendono le misure e facciamo le modifiche del caso in base alla taglia, che ovviamente non può essere molto distante da quella dell’abito. Il cliente viene a ritirarlo e poi lo può tenere quattro giorni”. Prima di andare via chiediamo se la crisi economica è arrivata fin qui, tra le parrucche e le calze colorate, tra gli specchi d’epoca e le gonne che si gonfiano tra pizzi e pieghe. “La verità – risponde Barbara – è che non c’è più la tradizione che c’era una volta, quella dei veglioni di carnevale dove tutti, ma proprio tutti, si mascheravano. Ora il lavoro è spalmato su tanti mesi invece che concentrato su pochi momenti. La voglia di travestirsi c’è sempre e per questo ci si inventano feste ed eventi. Ne affittiamo molti per le lauree, ad esempio, cosa che qualche anno fa era impensabile. Non ci sono più canoni definiti: una volta andavano le befane, adesso al loro posto ci sono i Re Magi”. E Babbo Natale, chiediamo con una voce che tradisce un po’ di ansia. “Babbo Natale? – risponde Barbara sorridendo – Lui resiste ancora”.

Anna Ferri

L’attesa è finita

Foto di Andrea Pirisi

Almeno per una sera, le sale in attesa sono tornate a riempirsi di pubblico con la mostra inaugurata ieri allo Spazio Converso di via Carteria 104, a Modena. Sarà possibile visitare la mostra, che comprende anche una serie di locandine originali di famosi film dagli anni ’60 ai ’90, fino alla fine di gennaio.

Orari di apertura:

  • venerdì 18-20
  • sabato 10-12 / 18-20
  • domenica 10-12

Trama
Italia, fine anni ’90. Le sale cinematografiche chiudono, soprattutto i cinema monosala, quelli fermi a un’altra epoca del cinema, non digitalizzati, dove le sedie erano scomode e dentro si poteva fumare. Le sale diminuiscono ma gli schermi aumentano: le nuove multisala, vie di mezzo tra cinema e centro commerciali, possono avere anche una dozzina di schermi, e all’interno si trova di tutto. Per dodici cinema che chiudono, basta una multisala che apre. Le vecchie sale sentono il fiato del futuro sul collo: come andrà a finire? Passano vent’anni. Ritroviamo le vecchie sale dove le avevamo lasciate, solo con qualche ragnatela in più: alcune sono chiuse e abbandonate, altre sono state trasformate in qualcos’altro, e del passato restano solo le pallide insegne al neon. Il futuro le ha ormai raggiunte e superate. Alcune però sembrano non rassegnarsi e ancora aspettano un pubblico che non arriverà mai. Sono le sale in attesa.