Non credo di essere speciale, ma cerco qualcuno che voglia sposarmi

Pensiamo di essere talmente complessi che è quasi impossibile descriverci. Eppure ci sono casi in cui è possibile farlo in poche righe, come negli annunci matrimoniali. Siamo andati in un’agenzia matrimoniale a capire come si fa.

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di Martino Pinna

Pensiamo di essere talmente complessi che è quasi impossibile descriverci. Eppure ci sono casi in cui è possibile farlo in poche righe, come negli annunci matrimoniali. Dove ci si presenta più o meno come quando si cerca un lavoro, alla ricerca della persona giusta con cui condividere il proprio futuro. Ma per farlo ci vuole una professionista. Noi ci siamo fatti spiegare come funziona da Nadia.

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Nota: in questo articolo non verrà mai scritta la parola amore, tranne in questa frase.

Nadia gestisce un’agenzia matrimoniale che ha tre sedi in Emilia ed è attiva dal 1984. “Non ha mai chiuso” specifica. Lei prima studiava medicina, poi nel 1989 la madre ha acquisito l’agenzia e Nadia ha iniziato a lavorarci, scoprendo che questa era la missione della sua vita. Tanto che, ammettendo che non è un’impresa che rende tanto economicamente, la porta avanti perché adora il suo lavoro. Le chiedo se parlare con tanta gente a volte non la annoia e la risposta è secca: “Assolutamente no. Io sono innamorata di questo lavoro. Le persone mi interessano tutte, sono tutte interessanti”.

Quello che voglio sapere da Nadia, quello che voglio imparare da lei, è come sintetizzare una persona in poche righe e fare in modo che qualcuno la trovi interessante.

Infatti, anche se non ci conoscevamo, io almeno da un anno sono un grande ammiratore di quella forma di micro-letteratura in cui lei eccelle, ovvero gli annunci matrimoniali. Da lettore attento, avevo già capito che dietro c’era un’unica mano, una sola mente, e quando lei me l’ha confermato mi sono sentito come di fronte a uno dei miei scrittori preferiti, indeciso se chiedere una dedica sul free press dove di solito la leggo oppure no (non l’ho fatto).

La incontro nel suo ufficio dalle pareti color salmone, molto illuminato e molto riscaldato. Lei è gentilissima, molto bionda e sempre sorridente, il tipo di persona realmente entusiasta della vita. Ha un compagno storico ma non è sposata, “però faccio sposare gli altri” dice. È un’appassionata di paracadutismo, ma “appassionata” forse è un termine riduttivo: dal 1995 ad oggi ha fatto 2500 lanci. Significa che si è lanciata da un aereo in media 125 volte all’anno. “Dipende dai periodi, mi è capitato di fare anche 10 lanci in un giorno, è bellissimo, dovrebbe provare” mi spiega raggiante.

TARGA

Da fan quale sono tiro fuori i giornali con alcuni annunci sottolineati o cerchiati, i miei preferiti. Lei è sorpresa, forse è la prima volta che incontra un fan, ma è disposta a spiegarmi tutto del mondo delle agenzie matrimoniali, compreso il grande segreto del mondo degli annunci: la definizione di “bella presenza”. Partiamo da questo. Come si decide se una persona è di bella presenza o no?

Annuisce e risponde, come se si aspettasse questa domanda: “Allora, di bella presenza se parliamo di donne non vuol dire per forza la donna fatale o la fotomodella. Vuol dire tante cose. Ad esempio una persona che ha un aspetto gradevole, curato, ma soprattutto che sia interessante, che abbia degli interessi, una vita attiva”.

La spiegazione non mi sembra convincente, anche perché in alcuni annunci non viene scritto che una persona è di bella presenza: alcune sono “gradevoli” o “dall’aspetto più che gradevole”. Altre invece sono di bella presenza. Quindi insisto e le chiedo se la persona che è appena andata via, un cliente che era qui per fare un colloquio con lei, era una persona di bella presenza.

Ci pensa un po’ e dice: “Sì, era un ragazzo di bella presenza [solo dopo capirò il perché dell’iniziale tentennamento]. Cioè, inutile far finta che l’aspetto fisico non conti. Molti uomini sono convinti che sia così: che l’aspetto fisico alle donne interessi relativamente. Non raccontiamoci storie, conta eccome, anzi è determinante, anche per le donne. Siamo d’accordo?”

Sì.

“Ma a questo punto qualcuno potrebbe dirmi: ma scusi Nadia, come fa a decidere lei, dato quello che è bello per lei non è bello per me? Giusto?”

Giusto.

“Cioè, ci sono dei canoni fisici come avere dei lineamenti regolari, dimensioni normali, ecco… Però poi la bellezza è una cosa soggettiva, no? La bella presenza però è un’altra cosa, ed ecco perché è importante. Di una persona possiamo dire: io che è brutta, lei che è bella, ma entrambi possiamo concordare sul fatto che si presenti bene, che sia di bella presenza. È un criterio oggettivo”.

Ho capito. E io sono di bella presenza?

Mi guarda e risponde subito: “Sì, ma senza barba”. La barba infatti, nonostante ammetta che “ora è alla moda”, le dà un’idea di trascuratezza, e questo non va bene. “Lo so che lei la porta per sembrare più grande, ma senza starebbe molto meglio” mi dice. Ed ecco spiegato il tentennamento di poco fa: il ragazzo che usciva dal suo ufficio poco prima che entrassi io aveva un po’ di barba.

E di me come cosa scriverebbe?

“Di lei scriverei che ha 30 anni, giusto? Ecco. Alto diciamo 1,78, mi sbaglio? [non sbaglia] Dunque 30 anni, alto 1,78, di bella presenza, libero professionista. No, non scriverei giornalista, meglio libero professionista. E poi qualcuno dei suoi interessi e quello che cerca, quali intenzioni ha”.

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Quello che mi colpisce degli annunci di Nadia è che non mentono. Cioè, non solo sono tutti veri nel senso che sono corrispondenti a persone reali, ma dicono tutti la verità. Le persone vengono ridotte ai minimi termini lasciando solo quegli aspetti che vengono ritenuti utili al raggiungimento dello scopo e tutto il resto viene tolto, sottratto, come si fa in poesia.

E quello che resta è la verità, l’essenziale.

Altrimenti perché l’annuncio di una donna che cerca un futuro marito dovrebbe iniziare con la frase “so di non essere un granché”? È una frase ricorrente, e siccome so che è Nadia che la scrive (sempre in base a quanto dicono le clienti), le chiedo spiegazioni. Perché scrivere non sono un granché? Perché sminuirsi così? Per capirlo, bisogna prima spiegare come funziona un’agenzia matrimoniale.

“Dunque, funziona così: la persona legge i nostri annunci sui giornali o sul sito internet, che in sostanza servono da pubblicità. Poi ci chiama, ma non per uno specifico annuncio, perché quello che hanno letto potrebbe appartenere a una persona che potrebbe non essere interessata a loro, giusto? Non si può sapere. Tu magari sei interessata a lei, ma a lei di te non importa nulla. Invece il mio lavoro consiste proprio nel mettere in contatto persone che potrebbero andare d’accordo. Gli annunci danno un’idea delle persone che abbiamo a disposizione. Quindi come prima cosa la persona viene qua e si fa il colloquio, senza impegno”.

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Questo è il magico momento in cui Nadia mette in atto le sue capacità di analizzare le persone e sintetizzarle. Il primo colloquio serve proprio a questo: a creare un profilo della persona.

“Arrivano qua e chiacchieriamo, la persona parla di sé, delle proprie passioni, delle proprie intenzioni. Noi chiediamo un documento e facciamo firmare un contratto dove loro dichiarano di non essere sposate. È un’agenzia matrimoniale, non un’altra cosa. Se vogliono ‘altre cose’ vanno da un’altra parte… Spendono meno ed è più facile”.

Ci siamo capiti. Qua lo scopo è quello di far incontrare dei single per creare delle coppie che possibilmente poi si sposino, che formino una famiglia e che magari facciano dei figli. Non a caso negli annunci ricorre spesso l’espressione “famiglia tradizionale”. Cosa si intende?

“Quando scrivo così vuol dire che si cerca un rapporto stabile che porti anche a dei bambini. Una famiglia normale, ecco. Non di quelle coppie aperte, quelle cose strane. Io non ho tabù sul sesso, ma su certi valori sono un po’ all’antica” dice ridendo.

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Il funzionamento dell’agenzia è identico a quello delle agenzie del lavoro. Ci si presenta e si fa un profilo in base al proprio curriculum. E questa fase è fondamentale, perché Nadia segna tutto, ma poi tiene conto solo delle informazioni realmente utili a “trovarvi lavoro”, cioè la persona interessata a voi. E mentire è sempre un errore: è come scrivere nel curriculum che si parla un inglese eccellente e poi dimostrare al colloquio di non andare oltre il livello di Matteo Renzi. Al primo incontro con il responsabile del personale riceverete un bel due di picche, e qua non servono a nulla le raccomandazioni. Il mondo delle relazioni sentimentali è più spietato di quello lavorativo.

Ecco perché una frase come “so di non essere un granché” o “so di non essere speciale”, se all’apparenza può sembrare un’errore di comunicazione, in realtà fa parte di una strategia molto sensata. Infatti chi sarà attratto da una dichiarazione del genere, è difficile che poi resti deluso, perché sarà uscito di casa senza aspettative. “E quindi è più facile che scatti la scintilla” dice Nadia.

In questo modo non si creano illusioni, o meglio: se ne creano di molto raffinate.

“È importante capire che la persona che viene qua non è un emarginato all’ultima spiaggia come pensano alcuni” precisa. “Tutt’altro. Sono spesso persone molto molto selettive, di solito divorziate, che non hanno voglia di perdere tempo con storielle, ma vogliono trovare una persona con cui condividere una certa progettualità”.

Progettualità vuol dire “capacità di elaborare progetti”. In questo caso i progetti sarebbero le relazioni stabili, possibilmente a lungo termine. “C’è chi va a convivere, chi sta insieme ma ognuno a casa sua, chi invece si sposa e fa figli” racconta Nadia. “Ma lo scopo generalmente è quello: formare una coppia. Mi hanno invitata a tanti matrimoni, ma non ci sono mai andata, non mi sembra professionale”.

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Viene da chiedersi perché allora non mettersi d’accordo formalmente saltando la parte dell’innamoramento, come di fatto avveniva e avviene ancora in certe culture. In realtà per noi questa prima fase è fondamentale. Quello che chiamiamo innamoramento è un insieme di fenomeni necessari alla formazione della coppia e al consolidamento del suo legame.

Potrete non essere d’accordo, dato che l’aspetto culturale dell’innamoramento si è talmente evoluto da farcelo apparire molto più complesso di quello che è, ma se lo vediamo con gli occhi della biologia e dell’antropologia il senso è sempre quello. Tutta questa serie di impulsi ed emozioni che fanno sì che l’incontro tra le due persone risulti gradevole soprattutto grazie ad alcuni neurotrasmettitori (in particolare la dopamina, che dà la sensazione di piacere) hanno lo scopo di creare un’unione stabile. Secondo un popolare testo degli anni ’60 dell’etologo Desmond Morris, probabilmente superato ma sempre suggestivo e stimolante, l’innamoramento è nato come esigenza per tenere unita la coppia e limitare i contrasti all’interno di un gruppo:

Era inaudito per un virile primate maschio partire per una spedizione in cerca di cibo lasciando la sua femmina esposta alle avances di qualunque maschio di passaggio. Nessun addestramento culturale poteva farglielo sembrare giusto. Ciò richiedeva un maggior adattamento al modo di vivere sociale. Il risultato fu la formazione di un legame tra la coppia. Lo scimmione cacciatore maschio e la sua femmina furono così obbligati ad innamorarsi e a restare fedeli l’uno all’altra.

(Desmond Morris, La scimmia nuda)

Si tratta dunque di un accordo tra due persone per creare un legame che porti alla riproduzione e successivamente alla difesa della prole. Ora le cose hanno cambiato un po’ d’aspetto, forse si sono “evolute” come ci piace dire, ma la sostanza è la stessa, come dimostra il fatto che anche la diffusione delle coppie omosessuali vada in quella direzione: creazione della coppia, famiglia, prole.

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Essendo aumentata considerevolmente l’offerta, cioè il numero di persone “singole”, non facenti parte di una coppia, è diminuito il tempo da dedicare alla ricerca della persona giusta, anche perché nel frattempo dedichiamo sempre gran parte del nostro tempo a procacciarci il cibo, cioè a lavorare.

Come spiega Nadia: “Molti mi dicono ‘se volessi accontentarmi riuscirei a trovare la persona giusta da sola, non verrei qua’. Sa, internet, i locali, le discoteche. Il punto però è che non vogliono perdere tempo”.

Esattamente come un’azienda. E così come sul mercato del lavoro per essere appetibili bisogna avere certe voci nel curriculum, anche qui ci sono alcuni requisiti fondamentali che è necessario indicare per non essere esclusi a priori e per aumentare le probabilità di essere scelti.

Età, situazione professionale, bella presenza oppure no, in alcuni casi tipologia fisica (bellezza mediterranea, ad esempio), precedenti rapporti (divorzio alle spalle, figli), intenzioni sul tipo di rapporto, presenza o meno di interessi, però senza scendere troppo nel dettaglio, “perché altrimenti si rischia di essere riconosciuti, e gli annunci sono anonimi. Ad esempio il ragazzo che c’era prima mi ha specificato di non scrivere di cosa si occupa, perché fa una cosa molto particolare e siccome l’annuncio va sul giornale locale qualcuno l’avrebbe potuto riconoscere”.

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Il profilo che viene fuori è dettagliato, ma l’annuncio dev’essere sintetico. Voi ad esempio potete pensare di essere le persone più interessanti della terra, di essere speciali, e in un certo senso è così. Il problema è che anche altri pensano la stessa cosa, e quindi se Nadia non facesse da filtro ci sarebbero più annunci di persone che sostengono di essere tutte speciali. Annunci così non sarebbero credibili. Farebbero l’effetto di pubblicità di prodotti che sostengono tutti di essere i migliori e che urlano: compraci, compraci! Il consumatore attento storce il naso, non si fida.

Ecco quindi che Nadia riduce tutto ai minimi termini, a ciò che secondo lei conta davvero, alle informazioni basilari, nella maniera più semplice e onesta, in base a una metodologia di classificazione ormai rodata e basata sulla pratica di anni di esperienza.

Dire “sono un sognatore” serve meno di scrivere “sono un non fumatore”. Così come scrivendo un curriculum è più utile specificare che si possiede la patente e si è auto muniti e non che si ritiene di essere delle persone eccezionali. La prima affermazione (patente) è un dato oggettivo, verificabile, attendibile, la seconda (persona eccezionale) no. Il mondo è pieno di persone che dicono di essere eccezionali. Ma intanto vediamo se hanno la patente.

(Curiosamente, il possesso o meno di un’automobile è determinante anche nella ricerca di una persona con cui vivere. Un 40enne che non guida ha meno possibilità di un coetaneo automunito.)

Quindi potete anche parlare di voi stessi per un’ora, e Nadia annuirà sinceramente interessata alla vostra vita, sorriderà e vi farà sorridere, ma poi sul giornale apparirà una riga così: “43 anni, separata, alta, graziosa. Impiegata”. Praticamente un haiku. Sintesi estrema, nessuna bugia, l’umanità telegrafabile, o twittabile, se preferite.

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La situazione economica e lavorativa è fondamentale. “Insomma, per un disoccupato è dura, diciamo la verità” ammette Nadia. “Io non li voglio discriminare, questo è chiaro, ma bisogna essere realisti, sono difficili da sistemare. C’è una scaletta di bisogni, diciamo, e il lavoro è uno di quelli più importanti. Un disoccupato parte male”.

Le altre persone difficili da sistemare, oltre ai disoccupati, sono gli anziani e gli omosessuali.

Nadia mi spiega perché: “A volte mi capitano 65enni che vengono qua dicendomi che cercano una ragazza giovane per mettere su famiglia. E io gli dico: se ne è accorto ora che vuole mettere su famiglia? Ovviamente scherzo, lo faccio con gentilezza e ironia. Ma in certi casi hanno pretese impossibili. Sono quasi sempre uomini che vogliono donne giovani. Mi è capitato anche un signore di 90 anni. Ha insistito tanto per incontrarlo e quando l’ho visto mi ha sorpresa: era un bell’uomo, spalle dritte, venne qua con la bicicletta, elegante, giacca e cappello, colto, educato, una bella persona. Ma il problema è sempre trovare un profilo corrispondente. Nel suo caso non era facile”.

Con gli omosessuali il problema invece è un altro: “Me ne sono capitati alcuni, ma io non li tratto. Semplicemente perché è un mondo che non conosco e non riuscirei ad aiutarli in maniera professionale. Poi è anche un fatto di numeri: se si presentano 4 persone omosessuali e devo sistemarli tra loro come faccio? Diventa difficile”.

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Gli stranieri sono pochi. Ma rispetto al passato sono in aumento le donne straniere, che Nadia apprezza molto: “Soprattutto quelle dell’est. Donne serie, grandi lavoratrici, testa sulle spalle, spesso con patente, automobile e casa, e intenzionate a rapporti seri”. Praticamente perfette, agli occhi di Nadia.

A parte casi eccezionali come quello dell’arzillo ed elegante 90enne, la maggior parte dei clienti sono nella fascia 40/50.

“La maggioranza di quelli che vengono qua sono 40enni divorziati. A volte vengono uomini che stanno ancora divorziando. Mettono le mani avanti. Sa com’è, con le separazioni spesso si crea il vuoto, gli amici in comune spariscono, quindi iniziano a progettare da subito un’altra vita, non vogliono restare  soli. Quelli sotto i 40 è facile che siano celibi o nubili. Mentre dai 50/60 in su è facile che siano vedovi.” E i giovani?

“Ci sono, sono pochi ma ci sono. Sono meno rispetto al passato, l’età media si è alzata. Da poco è venuta una 23enne, carina, però introversa, molto concentrata sullo studio, non era tipa da locali, diciamo che si era un po’ isolata. Si è rivolta a noi per conoscere delle persone di buona cultura. Ma i giovani sono pochi, usano altri mezzi. Stanno lì a giocare su internet, a perdere tempo… Online c’è troppa scelta e ognuno può dire di sé quello che vuole, ci si fanno troppe illusioni”.

Il contratto che la persona stipula con l’agenzia dura 12 o 18 mesi. Vuol dire che in quel periodo di tempo Nadia e la sua collaboratrice contatteranno la persona proponendole degli incontri. L’agenzia viene pagata all’inizio per poi fornire al cliente contatti con persone da conoscere. Può andare bene al primo colpo, oppure no e allora si tenta finché il cliente è soddisfatto o il periodo del contratto è concluso. “Insomma, non presentiamo le persone per tutta la vita. A un certo punto il nostro lavoro finisce”.

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Quando vengono trovati due profili che potrebbero corrispondere Nadia chiama prima la donna e le propone il contatto. “Chiamo prima le donne perché sono più noiosine, selettive, danno più problemi. Allora dico: guarda, c’è questa persona, ha 38 anni, fa questo lavoro, ha questo titolo di studio, è celibe, divorziato, figli, non figli, non fuma, ha questi interessi, spiego insomma un po’ chi è questa persona, senza dire chi è la persona. Se lei dice di sì, allora io chiamo lui e gli do il numero di lei. A quel punto lui la chiama e noi ci mettiamo da parte: abbiamo creato il contatto, il resto, cioè l’incontro, spetta a loro. Anche se a volte vorrei vedere cosa succede durante gli incontri! Ovviamente non posso, ma mi piacerebbe, sarei curiosa”.

Le persone quindi si sentono via telefono e si mettono d’accordo per vedersi e conoscersi. Nadia suggerisce che questa parte sia il più breve possibile, altrimenti si rischia di creare illusioni e di distruggere tutto il lavoro di sintesi e sottrazione fatto dall’agenzia. “È il primo consiglio che do: non fate l’incontro al telefono, non mandatevi foto, non ditevi troppe cose, non create illusioni e aspettatevi o idee strane, non descrivetevi. Bisogna vedersi direttamente, parlate di voi fuori, all’incontro vero”.

Perché qui entra in gioco un altro aspetto fondamentale, quello dell’attrazione fisica. Ad esempio qualche giorno fa una cliente di Nadia ha chiesto al contatto che l’agenzia le aveva fornito di mandarle una foto. Lui ha commesso l’errore di mandargliela: “Lei non l’ha voluto più incontrare! Ma questo non era un uomo brutto, anzi. Era un bell’uomo. Uno di bella presenza. Ma nella foto era venuto male. Se si fossero visti dal vivo magari poteva andare bene”.

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Le persone normalmente si incontrano per un caffè, un aperitivo o una pizza. L’importante è che sia un posto non troppo affollato, altrimenti non si riesce a parlare bene. Dopo il primo incontro i clienti fanno sapere a Nadia se è andato bene o no: “Intanto mi serve per sapere se devo proporre altre persone, ma poi mi serve anche come metro di misura per capire a chi può andare bene quella persona”.

A volte le cose che fanno la differenza sono le più elementari, basilari: “Oggi, sembrerà strano, la cosa più difficile è mettere insieme fumatori con non fumatori” spiega Nadia. “Un tempo fumavano tutti, quel portacenere che vede là era sempre pieno, era normale. Oggi sarebbe impensabile, i non fumatori non sopportano più i fumatori. La maggioranza dei clienti mi dicono che preferiscono una persona che fuma, e i fumatori mi chiedono persone che non abbiano problemi con il fumo”.

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E il fattore religione? Chiedo a Nadia se è cattolica. “Ma cosa fa, mi chiede queste cose? Non si può, sono dati sensibili!” dice sorridente. Mi scuso, le dico che se preferisce non lo scrivo. “Ma no, lo scriva pure. Sono cattolica ma non frequento molto la chiesa, come molti italiani. Però ho certi valori. Ho fatto le scuole cattoliche e penso che quell’educazione mi abbia dato tanto. Ecco, questo lo scriva”.

Ma capita che una persona richieda come requisito l’appartenenza una religione? “Io non lo chiedo perché sono dati sensibili [frecciatina a me], ma è capitato che loro me l’abbiano voluto dire, e allora io ne tengo conto. Se una persona mi dice che va regolarmente in chiesa, e se capisco che una persona invece è molto diversa, allora non le faccio incontrare. Sa, è vero che gli opposti si attraggono, ma la relazioni stabili sono quelle tra simili”.

Martino Pinna

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Il vero volto della guerra

Volti feriti orrendamente deformi, ricuciti, riassemblati alla bell’e meglio. E’ questo il lascito più visibile – e insieme, quello che nessuno vuol vedere – di ogni conflitto.

Volti feriti orrendamente deformi, ricuciti, riassemblati alla bell’e meglio. E’ questo il lascito più visibile – e insieme, quello che nessuno vuol vedere – di ogni conflitto. La chirurgia plastica ricostruttiva nasceva cento anni fa “grazie” al primo conflitto mondiale. I morti furono milioni, ma altrettanti e ancor di più i feriti. Alcuni con lesioni gravissime che, se li lasciarono fisicamente in vita, di fatto li resero dei fantasmi sociali. In Italia furono 5440 i mutilati al viso. Spesso, con i modesti strumenti dell’epoca, negli ospedali da campo i medici dovevano rinunciare a rimuovere le schegge più grandi. E la faccia di questi ragazzi diventava un orribile assemblaggio di carne e pezzi di metallo.


 

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La moderna chirurgia plastica nasce con la prima guerra mondiale. Dalle sperimentazioni sui volti devastati dei veterani. Non che prima non fosse in qualche modo praticata – i primi casi di “innesti cutanei” risalgono addirittura al 6 secolo a.C. come riporta il Sushruta Samhita, testo di medicina ayurvedica, la medicina tradizionale indiana – ma la quantità impressionante di feriti che quel primo conflitto globale provocò, finì inevitabilmente per stimolare la sperimentazione e la ricerca scientifica. Se complessivamente i caduti militari di tutte le parti in conflitto furono tra i 9 e i 10 milioni, solo la Russia ebbe quasi 5 milioni di feriti. 4.266.000 la Francia. Più di 2 milioni la Gran Bretagna. Oltre 8 milioni gli Imperi Centrali. 947 mila l’Italia di cui, accertati, 5440 mutilati al viso. Ferite spesso mostruose che non solo devastavano i lineamenti distruggendo per sempre la vita sociale dei reduci, ma impedivano anche funzioni basilari come la masticazione o la respirazione.

947mila i feriti italiani della Prima guerra mondiale. Di questi, 5440 i mutilati al viso

Quello che viene considerato il primo reparto ospedaliero al mondo esclusivamente dedicato alla chirurgia ricostruttiva maxillo-facciale nasce a Londra nel 1917, al Queen Mary, a seguito della terribile battaglia della Somme. All’inizio degli scontri, nel luglio 1916, l’attesa stimata di soldati feriti al volto era di circa 200. Alla conclusione, a novembre, sui tavoli dei chirurghi britannici ne arrivarono 2000. Tradizionalmente, le ferite facciali venivano semplicemente ricucite, ma quando i tessuti cicatriziali si ricomponevano lasciavano i volti completamente sfigurati. Nacque così la necessità di ricostruire i volti utilizzando altre parti del corpo. Impresa tutt’altro che scontata all’epoca, visto che gli antibiotici non erano ancora stati inventati e spesso, con l’innesto di tessuti prelevati da altre parti, si sviluppavano infezioni mortali. E’ rimasto negli annali della medicina il caso del soldato William M. Spreckley al quale, durante la battaglia di Ypres, una scheggia asportò completamente il naso. All’epoca, la ricostruzione che fu effettuata venne considerata miracolosa.

William M Spreckley

In Italia, pionieri nel campo furono i due chirurghi bolognesi Arturo Beretta e Cesare Cavina. Entrambi, allo scoppio del conflitto nel ’15, partirono per il fronte, Beretta con il grado di maggiore medico, Cavina, come tenente. In particolare quest’ultimo, si dedicò alle ferite al volto e alla mandibola. Di stanza sul Carso, Cavina studiò, fotografò e praticò i primi interventi di cura e ricostruzione chirurgica. Al termine del conflitto rientrarono all’ospedale militare di Bologna dove, sempre sotto la guida di Beretta, operava un reparto per la cura dei numerosi feriti bucco-facciali. Ma anche a guerra ormai conclusa, i casi restavano migliaia. Nel 1919, Beretta – anche grazie ai bolognesi che contribuirono grandemente alla somma di 165.000 lire che fu allora raccolta – trasformò l’ospedale militare in una nuova istituzione che venne denominata “Istituto Clinico per le Malattie della Bocca” (oggi parte dell’Ospedale Maggiore) affidando la direzione del reparto di chirurgia allo stesso Cavina. Le tecniche sviluppate dai due pionieri nel corso del conflitto e successivamente, furono prese a esempio in molti ospedali militari dell’Intesa.

A distanza di cento anni da quei primi tentativi a cui tanto deve la chirurgia plastica contemporanea, quel tipo di ferite che normalmente vengono “nascoste” e di cui ben poco si parla rispetto a qualsiasi conflitto, rimangono ancora oggi il “vero volto della guerra”. Il suo lascito per decine di migliaia di belligeranti. Ad esempio, nelle guerre di Iraq e Afghanistan, il numero dei militari feriti resta altissimo: oltre 50.000 gli americani, 10.000 gli inglesi. Più di 30.000 sia per l’esercito regolare afghano che per quello iracheno. Secondo dati riportati dal New York Times, nei conflitti ai quali hanno partecipato gli Stati Uniti negli ultimi cento anni, le ferite al volto incidono percentualmente tra il 17 e il 21 per cento sul totale, e arrivano addirittura al 40 per cento nel caso di queste ultime due guerre. Nonostante le tecnologie sviluppate nel corso degli ultimi venti o trent’anni per proteggere il corpo dei militari in battaglia, il viso resta ancora oggi una delle parti più esposte e complicate da proteggere.

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Difficile, cento anni fa come oggi, rintracciare in quei volti devastati alcunché di “eroico” da celebrare a posteriori. Difficile ammantare il loro sacrificio di retorica bellica sul genere di quella con cui a mio nonno Pietro fu assegnata la medaglia d’argento al valor militare (anche se lui, nel corso della guerra civile spagnola, per fortuna fu ferito solo alla mano): “Comandante di plotone fucilieri, durante un furioso attacco nemico, incurante del pericolo accorreva dove più ferveva la lotta animando con la sua presenza e con l’esempio i propri uomini. Rimasto ferito continuava nel comando del reparto che lasciava soltanto a combattimento ultimato e per ordine del comandante del battaglione” (Brihuega, 18 marzo 1937).

Niente di tutto questo per quei ragazzi rovinati per sempre dalla guerra – volti «che non hanno quasi più forma umana», come scrisse nel 1917 il relatore della legge al Senato sull’assistenza dei ciechi di guerra, Ferrero di Cambiano – e che film e romanzi difficilmente hanno raccontato. Se non per quel capolavoro del 1939 “E Johnny prese il fucile” di Dalton Trumbo, in cui il protagonista, Joe Bonham, colpito da una cannonata nell’ultimo giorno della prima grande guerra, perde gambe, braccia e parte del viso: vista, olfatto, udito e parola.

Una scelta volutamente beffarda, quella di fargli perdere tutto al termine del conflitto, quando ormai la salvezza e il ritorno alla vita, dopo gli anni passati in mezzo alla morte, sembrano a un passo. Invece, come dimostrano queste gallerie fotografiche della Wellcome Library (qui e qui), una delle più importanti raccolte al mondo di materiali sulla storia della medicina, per molti sopravvissuti a quella e a tante altre guerre, non c’è mai stato alcun ritorno. (dl)

GALLERIA FOTOGRAFICA

Casi di chirurgia plastica fotografati all’ospedale militare londinese “King George”, (più tardi Ospedale della Croce rossa), tra il 1916 e il 1918. 

Perché indossiamo le mutande di cotone

Il cotone è uno dei materiali più utilizzati nella nostre vite. Non solo per l’abbigliamento. Fino al dodicesimo secolo però, era praticamente sconosciuto in tutta Europa e invece molto utilizzato dagli arabi, dai quali abbiamo cominciato a importarlo e imparare a tesserlo. La prima industria del cotone che si possa definire tale è nata nella pianura padana, in città come Bologna, Mantova, Milano e Verona.

Fino a 900 anni fa il cotone era praticamente sconosciuto in tutta Europa e invece molto utilizzato dagli arabi, dai quali abbiamo cominciato a importarlo e imparato a tesserlo. Le prima industrie del cotone sono nate in città come Bologna, Mantova, Milano e Verona.

Anche se siamo in pieno inverno e la temperatura esterna viaggia intorno ai zero gradi, ognuno di noi, in questo momento, indossa qualcosa di cotone. Se non altro le mutande. O i calzini. Nessuno ci fa caso, ovviamente: nella nostra vita il cotone è ormai una presenza scontata. Non solo nell’abbigliamento, l’utilizzo più comune, ma per molte altre cose di cui non siamo nemmeno a conoscenza. Sono in fibra di cotone le banconote che utilizziamo, la carta dei libri e dei giornali che leggiamo (il cotone è cellulosa quasi al 100%), perfino la polvere da sparo, la cordite, è composta al 65% da fulmicotone o nitrocellulosa. La sua scoperta, poi portata a compimento da Alfred Nobel nel 1889, è del 1846, ad opera del chimico tedesco Christian Friedrich Schönbein che facendo reagire una miscela nitrante da lui inventata col cotone, si accorse che il composto derivato, colpito con un martello, esplodeva e si incendiava subitaneamente. Alla velocità del fulmicotone, appunto.

Insomma, per questi e mille altri usi, il cotone è uno dei materiali più presenti nelle nostre vite. È talmente utilizzato che nel 2013 nel mondo sono state prodotte almeno 123 milioni di balle di cotone, ciascuna delle quali dal peso di poco meno di 2 quintali, abbastanza per produrre 20 t-shirt per ogni abitante del pianeta. Impilate una sopra l’altra, questa montagna di balle creerebbe una torre alta quasi 65 chilometri; sistemate orizzontalmente, farebbero il giro del mondo una volta e mezza.

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Fonte immagine, conekt via photopin cc

Ma non è sempre stato così. Almeno in Europa. Prima della conquista araba della penisola iberica iniziata ai primi del 700 d.C. e quella della Sicilia un secolo dopo, il cotone da noi era praticamente sconosciuto. Gli unici capi di abbigliamento erano tessuti in lino e lana. Anche presso i romani, seppur conosciuto, il cotone era utilizzato pochissimo. Molto semplicemente, per noi europei, era un prodotto esotico. Storie diffuse nell’Europa medievale ne raccontano come di una misteriosa miscela tra piante e animali: un agnello germogliato da una pianta e attaccato ai suoi steli che, chissà perché, di notte si protende verso il terreno per bere. L’origine araba del cotone (per noi occidentali) è testimoniata anche dalla parola con cui viene chiamato in quella lingua, qutun. Il francese coton, l’inglese cotton, lo spagnolo algodón, il portoghese algodão, l’olandese katoen, rivelano la radice mediorientale.

E’ solo intorno al 1100 che, dopo circa 150 anni di produzioni già attive nell’emirato di Sicilia e nel califfato di Cordoba, che comincia a diffondersi anche nell’Europa occidentale la lavorazione del cotone. Nel nord Italia, a Piacenza e Parma, Bologna, Milano, Mantova, Pavia, Verona e Venezia, che per almeno tre secoli costituiranno il più importante polo produttivo d’Europa. Il cotone viene coltivato, oltre che in Sicilia, anche in Puglia e Calabria, per poi essere esportato al grezzo verso nord, a Venezia e Genova, e da lì proseguire lungo il Po e i suoi affluenti.

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Nell’immagine, tratta dallo “Statuto dei commercianti di panni di fustagno” del 1339, conservata al Museo civico di Bologna, un tessitore mostra il suo prodotto a un gruppo di possibili acquirenti. (Fonte: Elizabethancostume.net)

L’aumento della produzione rende concorrenziale il prezzo del nuovo tessuto. Si cominciano a realizzare lenzuola in cotone ad esempio, assai poco costose e decisamente meno ruvide per la pelle rispetto alla lana. Il cotone si dimostra particolarmente versatile (richiede meno lavorazioni rispetto alla lana ed è quindi più facile da produrre in grandi quantità) e combinabile con altri tessuti. Oltre alla lana, anche seta, lino e canapa. E’ così che la domanda aumenta esponenzialmente. Particolarmente popolare diventa il fustagno, dall’arabo fushtan, un ordito di lino con una trama di cotone in varie combinazioni. Il massimo splendore dell’industria italiana del cotone si raggiunge intorno al 1300, fino a quando i fustagnari, gli artigiani italiani del fustagno, si trovano a dover affrontare la concorrenza tedesca (i tedeschi, sempre loro, già da allora) in forte espansione.

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(Scusa e buona lettura)

Ma ci vorranno almeno un paio di secoli ancora prima del completo declino dell’industria della lavorazione del cotone italiana. Nel suo saggio del 2008 “The Italian Cotton Industry in the Later Middle Ages, 1100-1600” la storica americana Maureen Fennell Mazzaoui data all’inizio del sedicesimo secolo la virtuale estinzione dell’imprenditoria locale in due centri importantissimi come Bologna e Verona. Da lì in poi, l’industria del cotone prenderà altre strade fino a trovare la propria capitale, quella di un vero e proprio impero industriale, nell’Inghilterra del diciannovesimo secolo.

cottonLo sanno in pochissimi, ma se oggi il cotone è il principale capo d’abbigliamento che utilizziamo lo dobbiamo anche all’ingegno e all’operosità di quegli artigiani italiani che lo diffusero in tutta Europa. Ma perché fu proprio il nord Italia a costituire il più importante polo produttivo d’Europa? A spiegarlo ci ha pensato il docente di Harvard Sven Beckert nel suo monumentale saggio “Empire of cotton. A global history”, inedito in Italia.

Scrive Beckert:

“La produzione di cotone si sviluppò in Italia per due motivi. Innanzitutto, perché città come Bologna, Milano, Verona, ecc. avevano già alle spalle una lunga tradizione nella produzione di lana: e dunque la disponibilità di operai specializzati, commercianti ricchi di capitali, e consuetudine al commercio su lunghe distanze. Una volta deciso di impegnarsi nella trasformazione intensiva del cotone, gli imprenditori dell’epoca poterono attingere pienamente a tali risorse, mettendo in rete le tante donne delle campagne della pianura padana, dedite alla filatura del grezzo, con gli artigiani delle città ai quali andava invece il compito della tessitura.

In secondo luogo, l’Italia settentrionale, grazie ai propri porti molto sviluppati, in particolare Genova e Venezia – le Liverpool del dodicesimo secolo – aveva facile accesso al cotone grezzo proveniente da Anatolia e Siria, oltre che – successivamente – alle produzioni agricole del sud d’Italia. I primi documenti che testimoniano l’importazione di cotone grezzo dal Medio Oriente, a seguito delle Crociate, risalgono al 1125”.

Ecco, la storia delle mutande (dal latino mutandae, gerundivo di mutare, che significa “da cambiarsi”) di cotone che indossate in questo momento, comincia allora. Non proprio a dire il vero, perché almeno fino all’Ottocento le mutande non erano affatto diffuse e quelle poche che venivano usate erano di lana o lino. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia. (Davide Lombardi)

Quei delitti che Modena ha dimenticato

Il 3 gennaio 1995 veniva brutalmente assassinata Monica Abate, ultima di una serie di vittime, giovani donne, di quello che venne chiamato “il mostro di Modena”. A distanza di vent’anni esatti, giustizia non è stata fatta: tutti gli omicidi sono ancora senza un colpevole.

Otto delitti efferati nell’arco di dieci anni, tra l’85 e il 95. Otto ragazze legate agli ambienti della droga e della prostituzione barbaramente uccise da quello che venne chiamato il “mostro di Modena”.  Ma sulle indagini calò subito una fitta nebbia, tra il torpore di una città accusata di indifferenza per la sorte di vittime “considerate di serie b” e i veleni di una Procura rispetto alla quale si parlò di depistaggi e approssimazione nelle inchieste. Che, per un certo periodo, videro coinvolti anche alcuni poliziotti, poi scagionati. A distanza di tanti anni, l’unica verità accertata è che per quelle giovani vite strappate nessun colpevole è stato assicurato alla giustizia. Né, probabilmente, lo sarà mai.

di Davide Lombardi

Giusto vent’anni fa, nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 1995, veniva assassinata nella sua casa di Rua Freda, nel centro di Modena, Monica Abate. Quello di Monica, all’epoca trentunenne, è l’ultimo di una sequenza di delitti che nell’arco di dieci anni fece otto vittime tra Modena e provincia. Giovani donne tra i venti e i trent’anni che in comune avevano la dipendenza da eroina. E, per sette di loro, la prostituzione come mezzo per procurarsi i soldi necessari per acquistare la sostanza. La prima fu Giovanna Marchetti, appena diciannove, ritrovata il 21 agosto 1985 in una fornace abbandonata, il volto da bambina sfigurato e il cranio fracassato da una grossa pietra ritrovata accanto al cadavere. Le indagini vanno avanti per circa sei mesi concentrandosi su un paio di sospettati, inizialmente un agricoltore della provincia di Reggio che si fa tre mesi di carcere prima di venire scagionato, poi il fidanzato di Giovanna, anch’egli tossicodipendente, pure lui quasi subito riconosciuto estraneo ai fatti. L’indagine si spegne lì, con un nulla di fatto. La morte di Giovanna non sconvolge più di tanto la città.

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La polvere sotto il tappeto del benessere modenese

E’ vero, si tratta di un assassinio, che soprattutto in provincia fa sempre scalpore, ma all’epoca le morti per droga sono tutt’altro che infrequenti. Negli anni ’80, la città ha il reddito pro capite più alto d’Italia insieme a Milano. E un numero di eroinomani che i carabinieri quantificano in circa 300, molte centinaia di più secondo la stampa locale. “Qualcuno – scrive La Stampa in un articolo del 3 novembre 1981 – sostiene che Modena sia seconda in Italia, dopo Verona, per diffusione di droga. Molti giovani incominciano a drogarsi perché hanno i soldi. Poi, quando il denaro non basta più, scippano la borsetta o la catenina alle passanti. Centocinquanta scippi nei mesi estivi”. Il titolo del pezzo è di quelli che piacerebbero tanto pure oggi, anche se la paranoia per la “sicurezza” nel più grasso capoluogo dell’ex Emilia rossa adesso si fonda su convinzioni persecutorie differenti: “Scippi, furti e droga pesante. Anche Modena conosce la paura”.

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Ma non basta il volto infantile e sorridente di Giovanna a commuovere la città che archivia quasi subito il delitto come uno spiacevolissimo, ma comprensibile, incidente per chi si infila in certi giri da bassi fondi. Marginalità che germogliano un po’ dappertutto e che vengono in fondo tollerate se non sconfinano, se rimangono invisibili e non salgono in superficie a disturbare il torpore della quiete pubblica. E nemmeno le vittime successive di quel decennio di sangue, sempre prostitute eroinomani, producono alcun effetto. Anzi, le indagini si fanno sempre più veloci e, visti i risultati – il niente – sommarie, come vedremo in seguito. Un’inchiesta di appena 30 giorni per Donatella Guerra, accoltellata a morte nella notte dell’11 settembre 1987. Così come per l’amica, Marina Balboni, strangolata meno di due mesi dopo, forse perché, si sospetta, poteva essere a conoscenza di particolari riguardanti l’assassino di Donatella che la notte in cui era salita sull’auto del suo ultimo cliente si trovava a pochi metri a Marina: anche per lei caso chiuso dopo un mese circa di indagini. Poi ancora Claudia Santachiara, strangolata nel maggio del 1989 con un cappio dopo aver lottato disperatamente per opporsi al suo carnefice e ritrovata nuda nel terminal dell’Autobrennero di Campogalliano, cittadina a pochi chilometri dal capoluogo. Per lei indagini di un paio di mesi, l’arresto di un sospettato poi scagionato, e infine il solito nulla di fatto.

Le vittime del presunto Mostro

Scheda delitti

Per la prima volta si parla di un “mostro di Modena”

A risvegliare un certo interesse per la sequenza di delitti di queste giovani donne è l’allora titolare della nera della Gazzetta di Modena, Pier Luigi Salinaro, oggi in pensione, che comincia nei suoi articoli a collegare tra di loro i vari delitti individuandone la serialità. Dapprima semplicemente collegandola all’ambiente, quello di droga e prostituzione, poi alla sequenza temporale degli omicidi, ogni due anni (in realtà, una forzatura almeno nei casi di Marina Balboni, uccisa subito dopo Donatella Guerra e di Fabiana Zuccarini, assassinata l’8 marzo 1990, dieci mesi dopo Claudia Santachiara). Infine ai luoghi di ritrovamento delle vittime che, collegati l’un l’altro da una serie di linee, formerebbero secondo Salinaro un pentacolo, figura geometrica considerata in alcuni ambiti esoterici un simbolo demoniaco, anche se la pista satanista non è mai stata presa seriamente in considerazione dagli inquirenti. Prende vita così il “Mostro di Modena”, il fantomatico serial killer che finalmente comincia a suscitare un certo interesse, almeno nella seconda metà degli anni ’90, perché il riconoscimento dello status di “seriale” per l’assassino, o gli assassini, delle otto ragazze fa molto romanzo giallo.

Ma è davvero esistito un unico serial killer?

“Il mostro di Modena l’ho inventato io” dice oggi Salinaro, lasciando così intendere di esser stato il primo a ricucire in un’unica trama la serie di delitti che invece la Magistratura ha sempre faticato ad attribuire alla stessa mano. Anche perché ogni indagine è stata presa in carico di volta in volta da un magistrato diverso, senza mai creare un pool fino alla seconda metà degli anni ’90 quando il caso dell’ultima vittima, Monica Abate, ha fatto scoppiare per qualche mese un polverone politico mediatico che, se all’atto pratico non ha prodotto nulla visto che tutti i delitti restano ancora oggi impuniti, almeno ha acceso l’interesse dell’opinione pubblica. E, come vedremo in seguito, messo temporaneamente sotto accusa gli stessi inquirenti. Poca cosa. Ma questo è stato l’unico risultato – se così si può chiamare – raggiunto a distanza di vent’anni dall’ultimo omicidio della serie. Per la quale, l’ipotesi del killer seriale è sempre rimasta tale, come riportato dallo studio comparativo del 1998 basato sulle autopsie delle vittime realizzato dal professor Francesco De Fazio, criminologo di fama mondiale e allora Direttore del Dipartimento di medicina legale del Policlinico di Modena, secondo il quale – si legge nel testo – non sarebbe possibile delineare una “tipologia unitaria d’autore, non bastando pertanto la tipologia pressoché unitaria delle vittime a configurare l’ipotesi di un unico autore, che tuttavia – concludeva De Fazio – non può essere esclusa in assoluto”.

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Presunti depistaggi e sicure superficialità nelle indagini

A smuovere un po’ le acque pareva potesse essere l’ultimo omicidio, quello di Monica Abate appunto, consumato in circostanze parecchio diverse dalle altre. Monica è stata uccisa a casa propria, luogo che non utilizzava per prostituirsi. L’omicida, o gli omicidi, che sicuramente la ragazza conosceva, ha tentato di simulare una morte per overdose piantando un ago nel braccio della giovane mentre in realtà l’autopsia ha certificato la morte per soffocamento. L’assassino le ha premuto la bocca e il naso con le mani fino ad ucciderla. Sul pianerottolo di fronte alla porta di casa vengono trovate delle macchie di sangue che l’esame del dna identifica come appartenente a Laura Bernardi, all’epoca convivente da breve tempo dell’Abate e prima a lanciare l’allarme dopo aver scoperto il cadavere nel pomeriggio del 3 gennaio. La ragazza viene inquisita per omicidio volontario. Secondo la ricostruzione della Procura, la Bernardi si è ferita mentre, con altre persone, uccideva l’amica. All’udienza preliminare del 18 novembre 1997 però, il gip Francesco Maria Caruso proscioglie la donna dalle accuse, con una sentenza che dà il via a mesi di polemiche. Scrive infatti Caruso: “Quello di Monica Abate è un omicidio che forse si sarebbe potuto risolvere e che forse si potrebbe ancora risolvere a partire dai dati esistenti e dalla loro valorizzazione investigativa. Purtroppo errori e interferenze hanno largamente compromesso un’indagine assai delicata, che meritava di essere trattata con estrema cautela. Allo stato, agli inquirenti non rimane che riprendere il filo e tentare di dipanare la matassa”.

La polizia sotto accusa

In pratica – commenta il giornalista di Rai Emilia-Romagna Luca Ponzi nel suo libro “Mostri normali”, quello di Caruso è un atto d’accusa contro la polizia: “il giudice ha lasciato intravedere uno scenario inaspettato per Modena, un gruppo di poliziotti avrebbe avuto rapporti con tossicodipendenti, sfruttandole, cedendo loro droga, ottenendo in cambio informazioni e, soprattutto, prestazioni sessuali. Per questo – continua Ponzi – il gip ha restituito gli atti al Pubblico Ministero, indicando in maniera piuttosto esplicita da che parte cercare. Fin dai primi interrogatori (…) erano emersi i nomi di due agenti, in servizio alla centrale operativa e alle volanti, che conoscevano la ragazza”. I due poliziotti vengono messi sotto accusa dal pool di tre magistrati che viene formato per la prima volta, coordinato dal Sostituto Vito Zincani inviato da Bologna nel giugno del 1998 dal Procuratore generale. Oltre ai due poliziotti, finiscono nel registro degli indagati due piccoli spacciatori. A tutti e quattro viene prelevata della saliva per effettuare l’esame del dna.

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Alle pesanti accuse di Caruso risponde dopo mesi, con un intervista rilasciata al Carlino il 25 aprile 1998, l’ex sostituto procuratore della repubblica Alberto Pederiali, al tempo in servizio non più a Modena ma a Trento, che per primo si era occupato dell’inchiesta Abate. Pederiali respinge al mittente le accuse di mancanze e superficialità nell’inchiesta. Tornando a puntare il dito contro Laura Bernardi, l’amica di Monica: “nel corso dell’indagine l’abbiamo sentita sei o sette volte ed è sempre caduta in contraddizione. Per esempio solo alla fine raccontò di essersi bucata sul pianerottolo della casa di Monica Abate dove poi fu trovata la traccia del suo sangue”. Per Pederiali fu fatto tutto ciò che c’era da fare: “Sono stati approfonditi tutti i legami sospetti dei poliziotti (…). Sul loro presunto coinvolgimento nel delitto non è emerso nulla. I due agenti indagati inoltre hanno entrambi alibi per la notte dell’omicidio”. I risultati del successivo test del dna dei poliziotti effettuato dal Reparto d’investigazioni scientifiche, il Ris di Parma, acquisiti dalla procura nel novembre 1998 scagioneranno i due: non erano nella stanza. L’eventualità di un coinvolgimento di elementi deviati delle forze dell’ordine, oltre a essere un’ipotesi investigativa almeno fino ai risultati del test del Ris, intriga la stampa e l’opinione pubblica. Anche perché gli anni dei delitti del “mostro di Modena” coincidono con quelli delle azioni criminali dalla banda della Uno Bianca dei tre fratelli Savi, due dei quali erano poliziotti di base proprio nella vicina Bologna. E, nel 1998 è ancora fresca l’eco della cattura dei tre e dei loro complici avvenuta nel novembre 1994.

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“Gli omicidi sono maturati nello stesso giro di poliziotti corrotti”

La temporanea ripresa delle indagini ridà soprattutto fiato alla disperazione di Romana Caselli, mamma di Monica, quella che insieme al papà di Fabiana Zuccarini, Ermanno, ha lottato più a lungo per avere giustizia, senza mai ottenerla. Negli anni, Romana ha cercato in tutti i modi di tener viva l’attenzione sull’omicidio di sua figlia e delle altre ragazze assassinate dal presunto mostro, partecipando a varie trasmissioni televisive, da “Telefono giallo” a “Moby Dick”, o rilasciando interviste di fuoco a vari giornali. Come quella dell’aprile del 1998 al Messaggero, dove Romana lancia pesantissime accuse. “Io non ci credo all’ipotesi di un serial killer modenese – dichiara nell’intervista rilasciata all’inviato Enzo Pasero – però sono convinta che tutti e otto gli omicidi siano maturati nello stesso giro, un giro di poliziotti corrotti che fanno i soldi con la droga e la prostituzione”. Perché, scrive Pasero, secondo la Caselli alcuni poliziotti avrebbero “costretto Monica con angherie e persecuzioni ad accettare la loro protezione, in cambio di qualche dose di roba buona. Che lei si iniettava accuratamente sotto le unghie dei piedi per non deturparsi le braccia”. Nella stessa intervista Romana avanza qualche dubbio anche sull’estraneità dell’amica di Monica, Laura: “Mi aveva telefonato dicendo di essere rimasta senza chiavi, e che era sicura che Monica era in casa, però non apriva. Io ero andata di corsa, le avevo passato le chiavi dal finestrino mentre parcheggiavo l’auto. E non avevo ancora finito di parcheggiare che lei era già scesa, gridandomi di chiamare la polizia: possibile che avesse già fatto in tempo a salire tre piani a piedi, perché non c’era ascensore, aprire la porta e capire subito che c’era bisogno della polizia e non di un’ambulanza?”.

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“Della morte di quelle ragazze non importa a nessuno”

Ma la mamma di Monica non lancia solo, da subito, accuse precise. Ce l’ha con la città intera. A suo dire, in qualche modo “complice” del pressapochismo delle indagini (“manchevolezze e superficialità nella conduzione delle fasi più urgenti, quindi il più delle volte decisive”, furono rilevate e segnalate anche dalla successiva relazione di Zincani al Procuratore generale) perché riguardanti vittime di serie b, ragazze drogate e tossicodipendenti. E in un articolo su La Stampa del 19 gennaio 1995, afferma: “la loro morte non commuove, la gente dice: tanto erano drogate e poco di buono. Nessuno si allarma, tutti pensano: i miei figli sono al sicuro, tanto il mostro ammazza solo quelle là”. Gabriele Romagnoli, autore del pezzo, conclude con quello che è un vero e proprio atto d’accusa nei confronti dell’intera comunità modenese: “a mettere insieme gli otto casi, per quel che ne resta negli archivi, i punti di contatto affiorano, l’ombra del serial killer si allunga, ma l’unico elemento comune che si delinea, netto e forte, è questo: quando a Modena ammazzano una prostituta eroinomane gli inquirenti non perdono il sonno e la città non trema”.

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(Scusa e buona lettura)

Sono passati vent’anni da quella notte di gennaio del 1995. Da allora, il presunto mostro non ha più colpito e, anche se ancora a piede libero, ha capito che forse il gioco stava diventando troppo pericoloso. Dopo le polemiche successive alla sentenza di Caruso e al presunto coinvolgimento di elementi deviati della Polizia di Stato, attizzate dall’allora segretario del PDS Massimo Mezzetti e l’ex senatore, sempre PDS, Luciano Guerzoni che chiesero conto di presunte interferenze e depistaggi nelle indagini (per altro senza nulla ottenere a parte un po’ di rumore sui giornali), pian piano il “mostro di Modena” è finito nell’oblio. Come le varie inchieste che hanno riguardato le otto giovani vittime. L’ultimo a cercare di tener viva una vicenda che ha visto la fine di giovanissime vite ancora senza giustizia, è stato l’ex consigliere del PD Fausto Cigni, con un’interrogazione presentata in consiglio provinciale nel 2013. Un breve interesse suscitò anche la pubblicazione del libro di Luca Ponzi, nel 2012. Ma tutto si è esaurito con qualche articolo, l’ennesimo, sui giornali locali.

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Tra i pochi rimasti a chiedere una giustizia che probabilmente non arriverà mai, c’è la mamma di Monica Abate, Romana, che a piedi o in bicicletta incontro spesso in centro a Modena. La si riconosce subito, assomiglia incredibilmente a sua figlia. Giura di non aver smesso di voler cercare i colpevoli della morte di Monica. E’ ancora piena di rabbia, comprensibilmente. Senza giustizia, non può esserci pace. Per Romana, ma nemmeno per questa città, anche se da tempo ha smesso di interessarsi a una ragazza – e a tutte le altre come lei – uccisa proprio in questo giorno, vent’anni fa. E il cui assassino, o gli assassini, magari in questo momento si starà bevendo tranquillamente un caffé in piazza Grande.

Davide Lombardi

Perché Wikipedia vorrebbe dominare il mondo

Intervista ad Andra Zanni, presidente di Wikimedia Italia, su Wikipedia, la vita e tutto quanto. Ovvero: come un gruppo di nerd è riuscito a creare una gigantesca comunità all’insegna dell’anarchia organizzata.

di Anna Ferri

Wikipedia è un sistema talmente rivoluzionario che non esiste una teoria capace di spiegarlo: funziona solo in pratica e questo è abbastanza strano. Quelli che lo conoscono bene parlano di un’anarchia organizzata, dove una comunità si autoregola e attraverso un controllo scientifico delle fonti diffonde informazioni nel mondo.

Una cosa pazzesca se pensiamo alla difficoltà di accordarsi su qualsiasi cosa, per esempio su una legge in Parlamento o molto più in piccolo per dei lavori in un condominio. Perché nel mondo virtuale funziona e in quello cosiddetto reale no? Una domanda da un milione di dollari la cui risposta è nascosta in milioni di piccoli dettagli. Il primo è che nonostante i tempi bui l’idea di libertà mantiene ancora un grande fascino, perché è su questo che si basa tutto il lavoro: contributi liberi, volontari e anonimi. Un sistema che in un nanosecondo ha spazzato via lo stereotipo secondo il quale una persona decide di collaborare a qualcosa solo per soldi, gloria o obbligo. L’idea che un essere umano possa fare qualcosa senza avere o chiedere nulla in cambio sembra fantascienza e invece proprio su questo è stato costruito un impero culturale, libero e gratuito. Dietro a tutto, dietro a ogni singola lettera che compare sul sito che è sesto al mondo per accessi (ogni mese circa 500milioni di utenti unici e 22miliardi di pagine visitate), si nascondono persone che ogni giorno mettono in pratica la loro personale piccola resistenza contro una società che si basa su un modello economico consumista e dove la cultura, tutta quanta e non solo quella ritenuta degna, viene relegata in un angolo come si fa in casa con quel vaso bruttino che ti ha regalato la suocera.

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Chi sono gli eroi di questa rivoluzione? I nerd. Se vi viene da ridere sappiate che non dovete. Per capire chi sono davvero i nerd cerchiamo la definizione su Wikipedia, dove c’è scritto che si tratta di persone con una certa predisposizione per la scienza e la tecnologia, al contempo tendenzialmente solitarie e con una più o meno ridotta propensione alla socializzazione. Comunemente conosciuti come smanettoni del computer con (spesso) una forte passione per la cultura sono loro che zitti zitti, dietro i loro schermi, stanno dimostrando che internet non è solo un luogo di perdizione ma anche di costruzione. “Internet è un moltiplicatore: ci metti dentro un gruppo di nerd con la passione per la cultura ed esce Wikipedia”, ci racconta Andrea Zanni, 30enne presidente di Wikimedia Italia, l’associazione che fa capo a Wikimedia Foundation e si occupa di diffondere la cultura libera nel mondo e quindi, in sostanza, di Wikipedia.

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Il fatto però, spiega Andrea, è che il lavoro dei nerd non basta più. Per quanto fondamentale, ora andrebbe integrato con quelli che potrebbero essere i veri protagonisti di una rivoluzione culturale e razionale che è già nell’aria: bibliotecari, professori, ricercatori. Figure, diciamocelo francamente, che spesso vengono bistrattate da istituzioni e società ma che in realtà posseggono le conoscenze e che potrebbero decidere di condividerle con il resto del mondo. Andrea è uno di loro: prototipo del bibliotecario del futuro, è laureato in matematica con un master in biblioteconomia digitale e si impegna nella diffusione della cultura e nell’open source “bacchettando” i colleghi che si limitano a gestire un catalogo e dare informazioni su dove si trova un libro su uno scaffale: “Se oggi nell’immaginario collettivo l’idea del bibliotecario è molto vicina a quella di un commesso la colpa è di un sistema che vuole resistere al mondo che cambia.

Il bibliotecario è un facilitatore della conoscenza ma se la gente lo bypassa perché va su Google diventa un problema. Allora io dico: se la vostra missione è l’accesso alla conoscenza sappiate che i vostri utenti sono tutti su Wikipedia ed è importante che tutti partecipino alla sua scrittura. Non solo maschi bianchi e nerd, ma anche professori e storici. Travasate le conoscenze e rendetele accessibili a tutti”. L’obiettivo quindi è quello di coinvolgere i tecnici e Andrea non gira intorno al concetto: “Se una cosa manca da Wikipedia è colpa tua, è questo il principio importante da far passare. Se hai un bene comune pensi non sia di nessuno. Non è così: se è di tutti vuol dire che è di tutti, quindi anche tuo. Se vedi una voce che non ti piace, che è sbagliata e lo capisci perché hai le competenze per giudicarlo ma comunque decidi di non migliorarla, la colpa è tua e non è di Wikipedia”.

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Wikipedia come una grande utopia? Non per Andrea che l’idea di comunità e di condivisione ce l’ha nel sangue. Maggiore di sei fratelli è cresciuto in una famiglia dove in casa venivano accolti bambini e madri in difficoltà. “Certi giorni a tavola eravamo più di quindici e questo mi ha portato a cercare un po’ di solitudine prima sui libri e poi davanti al computer. Diciamo che ho avuto un’adolescenza intensa. Rispetto la vocazione dei miei genitori ma non la condivido: Wikipedia è il mio modo di rendermi utile agli altri”. Andrea l’ha scoperta in un momento difficile da un punto di vista espressivo: viveva un conflitto tra l’amore per la lettura e la cultura e l’inutilità che vedeva nel leggere e stare a casa, accumulare nozioni e sentimenti.

Quando ha scoperto che quel bagaglio di informazioni potevano essere condivise, ha capito di aver trovato casa: “E’ una comunità di cui mi sento parte e che non avrei potuto incontrare senza internet per motivi geografici”. Quando gli chiedi dove sarà Wikipedia tra dieci anni, Andrea ti risponde in un soffio, senza pensare: “world domination”, e allora un po’ ti spaventi e invece lui ti guarda e inizia a elencare una serie di cose che si potrebbero fare anche subito e sarebbero pure belle: “Inserire nei contratti di professori e bibliotecari 3 ore di lavoro wikipediano – dice proprio così – a settimana e sull’open source. Creare maggiori rapporti con le istituzioni che hanno a che fare con la cultura e lavorare perché Wikipedia sia più letta e scritta in Africa, Sud America e Asia”.

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(Scusa e buona lettura)

Si ferma un istante e continua: “Tra dieci anni spero di vedere progetti che non abbiamo ancora pensato”. Ci soffermiamo su quel termine, wikipediano, e viene da chiedersi se in effetti questo modello possa essere esportato, se davvero la possibilità sia non solo di condividere contenuti ma anche il modello che li gestisce: “Il nostro è un serio esperimento di governo di una comunità con il fine di dare accesso alla conoscenza. Da noi non si vota: lo vediamo come un ripiego perché significa che ci sono parti divise. Cerchiamo il consenso tra le persone e proviamo a far sì che la comunità converga su un’opinione. La gente lo fa perché è libero e bello e dobbiamo far sì che questo accada anche per altre cose”.

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Wikipedia però non è un paradiso. Recentemente è stata espulsa la femminista Carol Moore perché aveva insultato due colleghi maschi mentre a loro non è stata riservata la stessa sorte. Un fatto che ha risollevato le polemiche sulla discriminazione femminile all’interno della comunità. In realtà, se ci si riflette, una comunità virtuale è pur sempre fatta di persone e lì vengono riprodotte le dinamiche del mondo off line, dove di fatto le donne sono discriminate sul lavoro rispetto agli uomini e dove il digital divide – che vede tra le altre cose le donne in minoranza – è una realtà. Però i problemi non si riducono a questo. Diventare un wikipediano non è semplicissimo: “Siamo cresciuti e ci siamo strutturati – spiega Andrea -. Le regole sono aumentate quindi si è alzata la soglia per l’ingresso. Molte persone si sentono rigettate dalle difficoltà di accesso e dalla stessa comunità perché magari viene cancellata una voce o una modifica. Questo porta un certo livello di frustrazione: nessuno ha parlato con te e quindi decidi di andartene. Dall’altra parte, quelli che ogni giorno lavorano in maniera volontaria non hanno sempre tempo di inviare le spiegazioni delle modifiche. La comunità cerca di proteggersi da tutto: vandali, troll e per questo a volte può esserci un fuoco amico”.

Impossibile pensare che le difficoltà siano solo all’ingresso. Si discute in ogni gruppo, figuriamoci in uno di queste dimensioni e importanza. Andrea conferma la nostra tesi e ci scherza sopra: “Si litiga su tutto: forma e sostanza”. Questo però non toglie nulla al fatto che la comunità globale di Wikimedia, con la sua pignoleria e precisione, sia un esperimento importante di multiculturalismo con un obiettivo preciso: che tutte le persone del pianeta abbiano accesso alla conoscenza. Forse il sistema è perfezionabile, certo. Si tratta sempre di esseri umani e di un dibattito che varia dall’utopia all’impegno alle competenze, un po’ come quei discorsi bellissimi che si fanno da ragazzi all’Università. “E’ tutto raggiungibile – sottolinea Andrea – non è così fuori dal mondo come la gente pensa”.

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Tutto raggiungibile, non sempre però facilmente. L’esempio più eclatante è questo progetto che si chiama Wiki loves monuments che avrebbe l’ambizione di creare un catalogo virtuale di tutti i monumenti del mondo attraverso le fotografie scattate dagli utenti. Un’idea pazzesca non solo dal punto di vista culturale ma anche turistico. Come spesso accade, però, le leggi italiane rendono difficile anche la cosa più semplice, come appunto fotografare un monumento e metterlo su Wikipedia. Perché? Perché i beni culturali non si possono condividere con Creative commons  la cui filosofia è quella del riuso, modifica e condivisione. In poche parole, mettere a disposizione un contenuto che poi uno può prendere e usare come meglio crede e che potrebbe, ovviamente, tra le tante possibilità anche finire anche su siti a scopo di lucro.

Questo, nell’Italia che ha visto il Rinascimento, non è possibile. Quelli di Wikimedia hanno quindi assunto un avvocato che ha parlato con il ministero dei Beni culturali e raggiunto l’accordo che se si ottiene l’autorizzazione alla pubblicazione da chi possiede il bene culturale allora le foto possono finire sul sito web. Più facile a dirsi che a farsi. Oggi, spiega Andrea, “esiste una lista di 4500 monumenti fotografabili dei quali abbiamo preventivamente chiesto l’autorizzazione. Pochissimi in confronto al numero reale”. La battaglia per Wiki loves monuments sta continuando e a mandarla avanti c’è un nutrito gruppo. Già, perché se in molte cose l’Italia non conta molto nel mondo, su Wikipedia invece un minimo di credibilità ce l’ha: “Wikipedia in italiano è nella top ten e consideriamo che la nostra lingua si parla solo qui.

Per la legge bavaglio la comunità è andata in sciopero. Un’azione potente che è stata ripetuta dalle altre wikipedia nel mondo quando ci sono state proposte di leggi simili. In questo caso siamo stati un esempio per tutti”. Andrea è un bibliotecario, per quanto illuminato, e allora ci chiediamo se tutto questo lavoro sul web, i siti, gli ebook, non porterà alla scomparsa dei libri di carta e quindi anche delle biblioteche, almeno come le conosciamo oggi. Lui ci guarda e sorride: “Se Wikipedia si mangerà le biblioteche in termini di contenuto saremo tutti contenti perché significherà che hanno raggiunto il loro scopo. Wikipedia però è neutrale, mentre la cultura umana è fatta di espressioni singole, personali. Le tesi le presenti ma il libro – quello vero – lo trovi in biblioteca”.

Anna Ferri

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Ebola, storia di una pandemia. Di balle

Se c’è qualcosa di veramente globale, ben prima che Tim Berners Lee inventasse il web, prima che la stessa parola “globalizzazione” entrasse nel nostro vocabolario, è la naturale capacità delle bufale di diffondersi a macchia d’olio. Una pandemia millenaria. Forse per l’innata tendenza dell’uomo alla mitopoiesi, insomma a creare miti, leggende – o balle, per semplificare alla grossa – perfino di fronte all’evidenza della realtà. Campionessa indiscussa delle boiate targate 2014 è l’epidemia di Ebola. Non tanto per la gravità della malattia presente in alcune zone circoscritte dell’Africa, come dimostra questa grafica pubblicata dal Washington Post, ma per come politici e media hanno lanciato – da un capo all’altro del globo – allarmi insensati sulla “catastrofe imminente”. A nominare “Boiata dell’anno 2014“, la miriade di esagerazioni del tutto prive di fondamento pronunciate riguardo Ebola, è stato Politifact.com, sito di fact checking del quotidiano Tampa Bay Times, che nel 2009 ha vinto il più importante premio giornalistico americano, il Pulitzer.

Nel corso dell’anno. PolitiFact ha accertato 16 casi distinti di affermazioni di media e politici riguardanti Ebola, false o completamente false. Dieci di tali dichiarazioni sono state diffuse in ottobre, dopo che si è verificato il primo decesso negli Stati Uniti, quello del liberiano Thomas Eric Duncan, e poco prima che gli elettori fossero chiamati alle urne  per le elezioni di midterm, che hanno visto trionfare il Partito Repubblicano. Un esempio? L’analista di Fox News George Will ha sostenuto che Ebola potrebbe essere diffusa per via aerea, attraverso uno starnuto o un colpo di tosse, mentre invece è acclarato che la malattia si può diffondere attualmente solo attraverso il contatto diretto con i fluidi corporei.

Il New York Times ha pubblicato appena due giorni fa un articolo in cui fa il punto, numeri e grafici alla mano, sulla diffusione della malattia in Africa, in Europa e Stati Uniti, dove si sono verificati gli unici 5 casi di morte (2 negli Usa e 3 in Europa, di cui 2 in Spagna e uno in Germania) tra i poco più di 20 casi di contagio in Occidente, molti dei quali per altro risoltisi con la guarigione del paziente.

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PS: “Recovered” non si traduce con “ricoverato”, ma con “guarito”. Le persone attualmente in cura sono comprese nella voce “In treatment”.

 

Ovviamente questo non significa che Ebola non sia un problema reale, soprattuto a causa della sua diffusione in tre paesi dell’Africa occidentale, Liberia, Guinea e Sierra Leone (qui la pagina aggiornata dell’Organizzazione Mondiale della Sanità con tutti i dati statistici su casi di contagio e decessi nei paesi africani), ma gridare al pericolo di una epidemia in Occidente – attualmente inesistente – per alimentare paure e raccattare consenso tra il proprio elettorato (o pubblico, nel caso dei media) di riferimento, è tutt’altra faccenda.

Naturalmente da noi fa scuola Matteo Salvini che sul pericolo Ebola ci marcia da un pezzo. Innumerevoli gli allarmi lanciati via Twitter e Facebook dal segretario della Lega Nord. Solo per ricordarne qualcuno:

  • “EBOLA minaccia Regno Unito” denuncia Ministro degli Esteri Hammond. I MINISTRI ITALIANI? DORMONO. Da #MareNostrum a Ebola Nostrum! (31 luglio)
  • “Migliaia di morti in Africa per Ebola. Stop a MareNostrum, prima che l’epidemia faccia strage anche da noi” (17 settembre)
  • Primo caso di #EBOLA in USA, 1 milione di contagiati in Africa. Governo #Renzi assicura “in Italia controlli serrati”. Ci fidiamo? (1 ottobre) [Per inciso, i casi attualmente accertati dall’OMS sono 18.464, esattamente 981.536 in meno di quelli dichiarati da Salvini]

Naturalmente il leghista, che pare lanciato nella corsa alla successione di Berlusconi alla guida del centro-destra, si trova in buona compagnia nel vaneggiare di numeri e pericoli di cui sa ben poco. Al primo posto in classifica del premioPanzana dell’anno” lanciato dal sito italiano di Fact Checking Pagella Politica  e con ottime possibilità di ottenere la vittoria finale, si trova attualmente il deputato del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista, titolare di una sparata davvero da bollino rosso: “Nigeria, vai su Wikipedia: 60% del territorio è in mano ai fondamentalisti islamici di Boko Haram, la restante parte Ebola”. Contagiato anche lui: dall’epidemia di cazzate.

Fuoco amico

Appena entri in contatto con lui capisci subito che ha nel dna quel modo di fare di chi non te la manda – mai – a dire. Anche troppo. Fino a risultare il classico rompicoglioni atomico, sempre e comunque. O lo stereotipo del giornalista vecchio stampo, quello con la ghigna del duro ma un’infantile adrenalina che sale a mille quando può tuffarsi in una nuova storia. Che lui, da freelance, racconta in zone di guerra dove gli altri non vanno. E’ stato in Siria, Afghanistan, Iraq, posti nei quali fare giornalismo significa sudare l’anima e rischiare la pelle. Dove tutto diventa essenziale. E che Cristiano Tinazzi racconta allo stesso modo. Senza fronzoli. Per far male. Come fuoco amico.

Hai raccontato la guerra da zone come Iraq, Afghanistan, Siria e Libia. La prima domanda è, forse, la più scontata (ma non troppo): chi te lo fa fare?
Direi nessuno. In questo senso i giornalisti sono un po’ egocentrici, sono al centro delle storie e spesso anche al centro della storia quella con la esse maiuscola. Se avessi dovuto usare la razionalità avrei smesso di fare questo lavoro dopo le prime esperienze, vista la situazione sempre più deprimente del mercato editoriale italiano. Ma parafrasando Luigi Barzini Jr, anche se è un lavoro in declino è sempre meglio che lavorare. Tant’è che me lo sono pure tatuato. E poi c’è forse un problema di immaturità, anche se negli ultimi anni sono diventato molto pianificatore nel calcolare rischi e benefici di ogni trasferta. A 42 anni mi sento ancora “in the middle without any plans/I’m a boy and I’m a man” come canta Alice Cooper in ‘Eighteen’.

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libia 2011

La tua bio (laurea in storia, poi operaio, rappresentante, receptionist d’ostello, contrabbandiere, custode, ecc. ecc,) sembra un copia/incolla contemporaneo di, che so, quella di Jack London.
In effetti uno dei miei libri preferiti è Martin Eden di London. Io però, a differenza del protagonista del libro, vengo da una normalissima famiglia di estrazione borghese. Mia madre aveva un negozio a Milano, mio padre era un piccolo imprenditore. Per vicissitudini finanziarie e dopo la morte di mia madre, dall’essere uno che non studiava e veniva mandato all’ultima spiaggia delle scuole private e poi all’università Cattolica mi sono trovato a dovermi rimboccare le maniche, pagare l’affitto di casa e mantenere me e mio padre, sempre inseguito dal fisco e dalle banche. Ho passato momenti duri e a volte ci si doveva inventare lo stipendio. Questo per dire che non ho avuto un sviluppo lineare casa-studio-famiglia-lavoro. Una vita un po’ errabonda, in quel periodo, che mi ha portato anche a vivere a Londra. La storia del contrabbando è limitata al fatto che per arrotondare lo stipendio, commerciavo stecche di sigarette che rivendevo sottobanco. Sì, ho fatto tanti lavori. Mi sono mantenuto agli studi guidando un muletto, facendo il magazziniere e lavorando nella grande distribuzione degli ipermercati. Mi sono avvicinato al giornalismo, nel 2004, e in dieci anni ho percorso tutte le tappe fino ai massimi livelli pubblicando su innumerevoli testate nazionali, per quello che mi era concesso arrivare, visto che non ho avuto raccomandazioni, parenti nel settore e padrini politici. E non ho un bel carattere.

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Siria 2012

Cosa vuol dire oggi, fare giornalismo di guerra?
Io parlerei di giornalismo di esteri. Il giornalismo di guerra è un settore fin troppo elitario e nello stesso tempo un termine fin troppo abusato per usarlo come metro di paragone. Ho sentito gente che si definiva “inviata di guerra” senza sapere neanche che gli inviati sono quelli interni ai giornali ed è una qualifica (appunto di inviato); così come c’è gente che va embedded coi militari per poi dire di aver visto una guerra. I grandi giornalisti di esteri in Italia sono una quindicina e l’età media è molto alta. Ci sono poi le nuove generazioni, soprattutto fotografi. Un po’ scapestrati e spesso non pienamente consci del concetto di giornalismo classico. Dall’altra parte sono fuori dall’anacronismo esistenziale e mummificante dell’ordine dei giornalisti. Respirano, sudano, danno l’anima e qualcuno purtroppo anche muore, come è successo ultimamente. E’ l’eccesso della vita presa a pieni polmoni. Però sono loro il futuro.

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Cristiano Tinazzi insieme al grande inviato del Corriere della Sera, Ettore Mo

Generalizzare è sempre una forzatura, ma come valuti dal tuo punto d’osservazione la qualità media dell’informazione italiana rispetto alle aree di crisi?
Bassa. Direi molto bassa. Manca anche un settimanale, un mensile di riferimento capace di dare spazio a grandi temi internazionali e ai reportage. Foto e testi di qualità. E quando c’è paga molto poco rispetto alla qualità che chiede.

Quale testata o sito web consiglieresti come maggiormente attendibili per quanto riguarda questo tipo di informazioni?
Come italiani direi Limes. Poi c’è East e Q Code. E Internazionale. Anche Pagina99 ha belle pagine di esteri. Per il resto è molta fuffa, spesso copiata da siti stranieri. Per i giornali ‘storici’ è sempre un piacere leggere Bernardo Valli su Repubblica e gli approfondimenti di Ugo Tramballi sul Sole24Ore. Poi ci sono Daniele Raineri del Foglio e Lorenzo Cremonesi del Corriere.

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Libia 2011

C’è ancora qualcuno che pensa valga la pena avere un inviato (o pagare un freelance come te) piuttosto che attingere dalla Reuters?
Tranne le pochissime testate che ancora hanno inviati, direi di no. Almeno in Italia.

Cosa ti fa più incazzare di come vengono raccontate le guerre?
La superficialità e il tuttologismo. Spesso gli inviati o anche i freelance che si recano in un contesto sanno poco o nulla del posto in cui si trovano. Passano dalle elezioni in Brasile alla Siria. Spesso c’è gente che fa interni che a un dato momento si inventa sugli esteri.

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Libia 2011

Come funziona esattamente la tua attività di freelance in zone di guerra?
Ho una formazione di studi storici e quindi mi pongo con un approccio analitico rispetto ai Paesi che devo seguire. Innanzitutto seguo solo alcune zone, come l’area nordafricana e quella mediorientale. Ritengo che si debba essere specializzati, non generalisti e questo comporta grossi studi e molto tempo perso in rete a cercare materiale affidabile. Non per niente ho scritto e scrivo spesso per testate di geopolitica. Serve anche valutare appieno quali sono i rischi andando in un determinato posto e come muoversi avendo un minimo di sicurezza. Se ci sono alert di possibili rapimenti, l’atteggiamento della polizia nei confronti della stampa etc. Il secondo step è sul posto.

Ti proponi tu a qualche testata/tv per seguire gli eventi? Ti contattano loro?
Entrambi i casi. Ho ormai una serie di referenti e di contatti sviluppati nel corso degli anni che mi permettono un ventaglio di possibilità sia sulla carta stampata che in ambito radiotelevisivo. A volte vengo contattato per committenze da altre realtà con le quali non ero precedentemente in contatto.

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Libia 2011

Con che tipo di attrezzatura “basic” ti muovi?
Io paragono sempre una partenza per lavoro a una escursione in montagna. Cosa mi serve per partire? Che tipo di indumenti? Come li trasporto, come distribuisco il peso, quanto peso massimo posso trasportare calcolando che potrei dovermi spostare con tutto il materiale. In questo caso quindi il mio consiglio è che devi provare più volte a portare tutto addosso. E ti devi allenare a farlo. Due zaini, uno da trekking di ultima generazione e uno frontale con l’attrezzatura. Anche qui come riempirlo lo decidi in base a dove vai. Ti serve giubbotto antiproiettile ed elmetto? Hai un kit medico? E soprattutto sai correttamente usare questo materiale? Altro peso supplementare. E poi doppi cavi, batterie, caricatori. Il peso varia a seconda del contesto in cui si opera. Anche qui vale la logica. Ho visto gente girare con le valigie con le rotelle o portarsi le scarpe coi tacchi. La testa serve anche a questo.

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Concretamente, come ti organizzi per realizzare i tuoi reportage quando ti trovi sul territorio? Come ti crei i tuoi contatti in zona? Quali canali usi per raccogliere le informazioni necessarie per scrivere i tuoi pezzi?
L’organizzazione viene a monte, prima di partire, si trova un fixer, lo si incarica di pianificare e preparare interviste o sviluppare delle idee, trovare contatti. Se non hai idee è inutile che ti prendi un fixer e lo paghi 200 euro al giorno. Lo devi guidare tu. Se non sa cosa vuoi difficilmente ti porta a trovare qualcosa. Quindi anche qui: la testa. Si parte se si hanno idee da sviluppare e se c’è spazio sul mercato. Altrimenti si fanno le stesse cose che han fatto altre cento persone e difficilmente si vende qualcosa. Fare il giornalista è un lavoro, non un gioco per adulti.

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Siria 2012

Che rapporto si instaura tra giornalisti presenti in zona di guerra? Solidarietà o competizione?
Una forte solidarietà che diventa spesso amicizia. Spesso mi capita di trovare persone che ho conosciuto in altri posto in precedenza. A volte offri un passaggio, altre ti viene offerto. Situazioni dove hai bisogno della corrente elettrica o di spedire un file. Un posto per dormire. E’ una situazione molto comunitaria. Oggi poi esistono piattaforme dedicate ai giornalisti internazionali anche su Facebook dove ci si scambia informazioni, contatti, si condividono idee. La stessa funzione che aveva prima il sito Lightstalker.org. C’è un bell’ambiente, ci si scambia informazioni senza nessun problema. Ci sono sottogruppi dedicati a specifiche aree di crisi. Non ho mai avuto problemi a dare o ricevere contatti e persone sul posto, cosa che invece mi è capitata con alcuni giornalisti italiani.

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Libia 2011

Cosa consiglieresti a chi ha intenzione di intraprendere il tuo stesso percorso?
Di deviare percorso.

Insieme ad alcuni colleghi, sei stato presente all’attacco a Tripoli al compound di Gheddafi. Oltre a questa, quali sono le esperienze più forti e significative che hai vissuto durante il tuo lavoro di giornalista di guerra?
Credo Aleppo. A Tripoli ero in un contesto di caos totale. In Siria invece mi sono sentito come un topo in trappola, sotto bombardamenti aerei e d’artiglieria per giorni. Lì in diverse occasioni ho pensato che non ce l’avrei fatta a tornare.

Intervista di Davide Lombardi.

Tutte le foto sono di Cristiano Tinazzi

Tutto quello che metti nel carrello della spesa è sbagliato

“Noi qui in Italia mangiamo male”. Questa è la frase che non ti aspetti e per un attimo ti chiedi se hai capito bene. Lui, Andrea Segrè, agronomo ed economista nonché docente all’Università di Bologna e fondatore di Last Minute Market, ti dice che sì, hai capito bene e te lo dimostra con i numeri, spiegandoti che quello che metti nel carrello della spesa è sbagliato e costoso.

Insomma, che mangiar male non è per niente economico e altre cose che ti fanno riflettere sulla precarietà della tua gestione domestica. Allora ti chiedi perché tra tutte le cose di cui poteva appassionarsi ha scelto proprio lo spreco di cibo e lui te lo spiega raccontandoti che tanti anni prima, dopo la caduta del muro di Berlino, era nei paesi Baltici con un progetto di cooperazione internazionale ed entrando in un supermercato ha visto che sugli scaffali c’era un solo prodotto: un solo tipo di sapone, un solo tipo di miele, un solo tipo di latte. Stupefatto – dice proprio così – torna nel mondo diciamo sviluppato ed entrando in un supermercato guarda gli scaffali e vede che ci sono 50 tipi di sapone, 50 tipi di miele e 50 tipi di latte. Si chiede perché da una parte un prodotto solo e dall’altra migliaia: “Va bene la diversificazione, ma noi abbiamo esagerato. Guardando il ripiano frigo con gli yogurt ne ho visti 32 e mi sono perso”.

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Confezione Barilla 1984

Professor Segrè, che cosa significa sprecare il cibo?
Significa gettare via alimenti che sono ancora buoni da mangiare o bere e che quindi diventano un rifiuto. Lo si fa perché magari la scadenza è ravvicinata o la confezione è danneggiata ma in realtà il contenuto è ancora buono. Noi pensiamo che il cibo sia una merce come le altre, perché possiamo sostituirlo e pagarlo poco. Non ne riconosciamo più il valore: non sappiamo a cosa ci serve e chi lo produce, cosa c’è dietro, quali sono i costi e quali i guadagni. Per questo bisogna portare l’educazione alimentare nelle scuole, riconoscendola così come una parte importante nella nostra vita. Sembra incredibile da dire ma noi, qui in Italia, mangiamo male.

In effetti sembra abbastanza incredibile. In Italia abbiamo una delle cucine più premiate al mondo e anche la famosa dieta mediterranea.
La verità è che quando facciamo la spesa il nostro carrello è sbilanciato: poca frutta e verdura e molti zuccheri. In media, secondo le nostre ricerche, questo ci costa 48 euro la settimana. Sa quanto costa lo stesso carrello fatto secondo le regole della piramide alimentare e quindi della famosissima dieta mediterranea, sulla cui qualità siamo tutti d’accordo?

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Pubblicità della Nutella presumibilmente 70, 80

Non ne ho idea, forse costa molto di più.
Anche io credevo così: si dice che la dieta mediterranea faccia bene ma nessuno ti dice che costa solo due euro in più. Lo abbiamo testato con un carrello da 50 euro nello stesso posto dove abbiamo fatto la spesa classica italiana. La differenza, quei due euro, li investiamo in salute e impatto ambientale. Il problema, qui in Italia, è che nessuno ti insegna a mangiare perché non c’è nessun interesse a farlo. Ed è sbagliatissimo. Pensi che c’è un terzo carrello, quello cosiddetto fast food, che evidentemente non è sinonimo di low cost perché ci costa 130 euro la settimana. Più del doppio.

C’è qualcuno che mangia peggio degli altri?
I poveri mangiano male e la prova è che l’obesità è un problema delle fasce di popolazione con reddito più basso. Sembra assurdo ma questo problema legato all’alimentazione non è sinonimo di ricchezza: il ricco cerca di mangiare meglio, spende di più e ha un tasso di obesità inferiore. Il povero invece magia male perché vuole spendere poco e non sa scegliere gli alimenti. In più c’è un altro fattore che deve essere considerato: si preferisce spendere soldi per uno smartphone piuttosto che in cibi sani. Una decisione che ha ripercussioni sulla salute e sull’ambiente, perché il cibo spazzatura fa male a entrambi.

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Torniamo allo spreco alimentare. Con la crisi economica vien da dire che la situazione sia migliorata. Tutti stanno più attenti a risparmiare?
Sì, un po’ è vero. Ma non è un bel segnale: dovremmo stare attenti allo spreco alimentare per la salute nostra e del pianeta, non per i soldi.

Quali sono le regole da seguire per ridurre lo spreco?
Quelle delle nonne: fare la spesa in maniera decente senza troppo accumulo, recuperare gli avanzi, usare meglio i fornelli e la cucina. Il frigorifero non è un bidone della spazzatura refrigerato dove infilare roba che poi nessuno consuma e che quindi diventa rifiuto.

Lei ha fondato Last Minute Market con il quale cerca di ridurre lo spreco di cibo coinvolgendo grande distribuzione e associazioni di volontariato in un circuito virtuoso. Qual è il vostro obiettivo?
Chiudere, è questo il nostro obiettivo. Questo significherebbe non aver più spreco su cui lavorare. Ci siamo resi conto che non risolvi il problema recuperando perché l’obiettivo è non sprecare, non mettere in condizione di riutilizzare qualcosa. Questo perché lo spreca significa costi ambientali ed economici.

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Il nostro modello sociale ed economico è però basato sul consumismo. Difficile uscirne, che dice?
Il nostro modello economico è basato sul produrre e consumare e visto che non si riesce a consumare tutto si distrugge parte della produzione. Quello che serve è un cambiamento radicale: passare dal modello attuale, che è di crescita lineare, ad un modello di crescita circolare, che è quello della natura. Se ci pensa, noi siamo gli unici animali a distruggere il territorio che abbiamo intorno. Riflettiamo sul fatto che i nostri rifiuti sono risorse per altre specie e che il tempo permette di ripristinare le risorse.

Perché ha iniziato a occuparsi di politiche agricole, modelli di consumo e strategie contro gli sprechi?
Ho lavorato molto nella cooperazione internazionale e ho guardato in faccia lo spreco. Sono partito da lì. Ho visto gettare via le risorse e ho capito perché i paesi in via di sviluppo restano sempre in via di sviluppo. Per me era insopportabile veder sprecati tutti quei prodotti agricoli, ma nessuno diceva nulla. Io però sono un professore indipendente e così ho iniziato a parlare. E adesso sono qui e continuo a farlo.

Anna Ferri

Immagine di copertina, photo credit: John Donges via photopin cc.

Metafisica del cesso

di Martino Pinna

C’è una parte di mondo che non ha il bagno, non ha acqua pulita e fa la cacca all’aperto, e un’altra parte di mondo che di bagni ne ha anche due, comodi, lussuosi, accoglienti, e del cesso ne ha fatto quasi un tempio.

Non è moralismo: non voglio farvi sentire in colpa mentre siete seduti sulla tazza del cesso e pensate “c’è un bambino in Africa che non è fortunato come me”. Non è questo lo scopo. Però è un dato di fatto: nel mondo 2 miliardi e mezzo di persone non hanno accesso ai servizi igienici, soprattutto nei paesi orientali e africani.

Il dato viene dall’agenzia delle Nazioni Unite UN-Water. Circa un miliardo di persone defeca all’aperto, e di questi 600 milioni sono in India, dove la pratica è molto diffusa, nelle zone rurali povere ma non solo. Anche dove ci sono case con elettricità, famiglie che lavorano, scuole, automobili, capita che non ci siano i bagni. Questa situazione porta a malattie, colera, diarrea, varie malattie infettive, e col tempo provoca malnutrizione, danni alla crescita e alle funzioni cognitive. Inoltre, nelle nazioni dove trovare un bagno è quasi impossibile, sono frequenti gli stupri ai danni di donne che, nell’oscurità, cercano all’aperto un posto riparato dove fare i bisogni.

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Cacca all’aperto sulla spiaggia da qualche parte in India

Una situazione classica che fotografa perfettamente questi due mondi paralleli – il nostro e quello di chi non ha accesso ai servizi igienici – è quello del turista occidentale che va in India a vedere il Taj Mahal, prenota in un lussuoso albergo con stanza dotata di ampio e accogliente bagno e vista sulla grande opera, si alza all’alba pronto a immergersi in un’esperienza mistica a contatto con la Bellezza per poterla magari fotografare e poi raccontare agli amici, si affaccia alla finestra e quello che si trova di fronte è una distesa con decine e decine persone che defecano all’aperto. Sullo sfondo, magnifico, il Taj Mahal. Benvenuti in India, si dice in questi casi.

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Defecazione all’aperto sulle rive del Yamuna, alle spalle il Taj Mahal

Anche se con numeri decisamente più piccoli quello dell’assenza dei servizi igienici per qualcuno è un problema anche nelle nostre civilissime nazioni europee. Pensiamo ai campi rom, ma anche ai senza tetto, alle persone che dormono in macchina, a tutti quelli la cui vita non a caso ruota attorno al mondo delle stazioni ferroviarie e dei bagni pubblici.

Recentemente, parlando con alcuni volontari dei centri di accoglienza Caritas, è venuto fuori che è in aumento il numero di persone che si rivolgono a queste strutture per utilizzare i bagni e le docce. Nella maggior parte dei casi si tratta di senza tetto, ma sempre di più arrivano persone che una casa ce l’hanno, ma non possono utilizzare il bagno. A volte perché vivono in case che in realtà case non sono, come garage, edifici abbandonati o stanze non adibite all’abitazione. A volte perché non hanno i soldi per pagare le bollette dell’acqua o riparare servizi igienici rotti. Quindi la mattina si svegliano e vanno nelle strutture di accoglienza, dove l’utilizzo dei bagni è organizzato in turni, oppure nei bagni pubblici.

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Quello che noi diamo per scontato, cioè una stanza della casa dedicata alla pulizia del corpo e alle funzioni corporali, non è scontato per tutti, e non lo è sempre stato nemmeno in Italia. E’ solo da qualche generazione che il bagno fa parte della casa: prima il gabinetto era quasi sempre esterno, e nei palazzi spesso condiviso con gli altri inquilini. Nei primi anni del Novecento in Italia si erano diffusi anche i cosiddetti “alberghi diurni”, sostanzialmente dei bagni pubblici molto comodi, con tanto di terme e arredamento elegante, di solito costruiti all’interno o nei pressi di stazioni ferroviarie. Un bagno con doccia costava lire 3,50, la toletta completa con bidet, wc, sapone ecc., una lira. Ad esempio a Bologna era molto famoso l’Albergo diurno Colabianchi.

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Una celebre scena dei Simpson

Dagli anni ’60 in poi, complice anche il boom economico, il bagno è passato da semplice luogo di servizio a un ambiente della casa dedicato alla cura di sé, a momenti di riflessione e a momenti – per citare una parola ricorrente sulle riviste di arredamento – di “relax”. Successivamente è diventato qualcosa di sempre più importante, fino a sconfinare addirittura nell’arte e nell’esperienza trascendentale.

Forse molti non lo sanno, ma negli ultimi 30 anni gli arredi sanitari sono diventati uno dei più tipici prodotti del made in Italy. Al pari di borse, scarpe e vestiti i water e i bidet italiani sono tra le eccellenze mondiali, anche se forse vantarsene fa meno figo di vantarsi del made in Italy di Gucci o Prada.

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I tempi in cui il nonno si svegliava per primo e col giornale sotto braccio andava nel cortile battendo tutti sul tempo sembrano lontani, così come sembrano appartenere a una realtà parallela le nostre moderne, lussuose e super accoglienti “stanze da bagno”, soprattutto se confrontate alle situazioni drammatiche di alcuni paesi poveri.

Sfogliando i cataloghi delle aziende del settore non si capisce immediatamente che si sta parlando di oggetti il cui scopo principale è quello di rendere comoda e igienica l’evacuazione degli intestini. Water che hanno nomi da profumi costosi, come Veus, New light, Genesis, Eden, Casanova Royal, o “l’orinatoio Nuvola”. Un lavabo viene chiamato “Graal”, come la mitica coppa dove venne raccolto il sangue di Cristo. Si parla di “un nuovo concetto di vasca da bagno” e il gabinetto non viene mai chiamato gabinetto, bagno o cesso, ma stanza da bagno, ambiente bagno o in alcuni casi spazio bagno. Fino ad arrivare a definirlo “la sala benessere”, per dare l’idea di avere una piccola Spa in casa.

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I copywriter, cioè le persone che si occupano dei testi pubblicitari e aziendali, si devono sbizzarrire per descrivere prodotti dalla connotazione molto precisa, puntando non tanto sul reale scopo e sull’utilità, ma più sulle sensazioni, e in alcuni casi addirittura sulle emozioni, che questi prodotti dovrebbero provocare. Come se l’esperienza dell’evacuazione diventasse un’esperienza mistica. Di un water non leggerete mai che è molto efficiente e ha un ottimo scarico, ma più cose di questo tipo:

Sottrarsi agli impulsi della realtà, lasciandosi trasportare dall’illusione di ogni singola fantasia. Immergersi in un luogo magico che lascia spazio all’immaginazione. Un foglio bianco sul quale scrivere la storia del proprio spazio benessere e della propria intimità, attraverso forme adeguate e un design morbido.

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Questo brano è tratto da un testo che pubblicizza una collezione di water e bidet di un noto marchio italiano. In questo caso bisogna fare i complimenti al copywriter perché è riuscito a creare un mondo dalle mille e una notte parlando di water, senza peraltro mentire.

“Luogo magico che lascia spazio all’immaginazione”: molto vero. Quanti di noi, mentre sono seduti per l’evacuazione quotidiana, si lasciano andare a pensieri e fantasie? C’è perfino chi ha idee geniali o intuizioni fondamentali seduto sul vaso. Una delle più celebri scene della serie tv americana Breaking Bad è quella in cui Hank ha un’intuizione fondamentale che cambierà drasticamente la trama della serie, e ce l’ha proprio mentre è seduto sul water.

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Hank ha un’intuizione fondamentale seduto sul water. Scena tratta da Breaking Bad

Un altro testo tratto da un catalogo di un’azienda di sanitari, parlando sempre di water, spiega che la “linea” è stata concepita…

“…come strumento sia pratico che mentale: un’ampia gamma di misure che permette l’inserimento in qualsiasi tipo d’ambiente, un linguaggio contemporaneo con un’attenzione ossessiva per le proporzioni che rendono le forme sottili e leggere: forme che appartengono alla memoria, comode, corrette, internazionali”

Anche in questo caso, chapeau.

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Un catalogo di un’azienda di arredi sanitari di design si chiama “Everyday emotions”, e anche in questo caso si cerca di unire la comunicazione di tipo emozionale alla regolarità intestinale (everyday, appunto – almeno per chi non ha problemi di stitichezza).

Nell’introduzione del catalogo – simile a una vera e propria prefazione di un libro – si legge che per l’azienda “se sfogliando questo libro, se guardando queste immagini, sentirete un’emozione, sarà un altro successo”. Seguono 150 pagine di fotografie di sanitari.

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Gabinetto d’oro a 24 carati, di Lam Sai-wing, Hong Kong

Per ovvi motivi quello degli arredi sanitari è un campo pubblicitario dove, così come non viene mai descritta o esaltata la reale funzione dei prodotti, raramente viene mostrato il prodotto mentre viene utilizzato.

Non si vedono mai pubblicità dove una persona è seduta sul water, conclude quello che stava facendo, tira soddisfatto lo sciacquone per poi rivolgersi all’obiettivo della telecamera e manifestare la soddisfazione per l’esperienza appena vissuta. Di solito le immagini sono più evocative, in alcuni casi perfino poetiche. Se ci fate caso non si vede mai neanche la carta igienica. I bagni dei cataloghi e delle pubblicità sono tutti sprovvisti di carta igienica. Gli asciugamani sì, le saponette sempre, ma la carta igienica mai e poi mai.

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Rendering 3d di uno “spazio bagno”. Niente carta igienica

Normalmente nelle foto pubblicitarie i bagni sono vuoti, senza gli utilizzatori, per i motivi già spiegati. Ma in alcuni casi pubblicitari e fotografi si lasciano andare al loro spirito creativo e mostrano donne che in bagno fanno di tutto: soffiano la schiuma, giocano con l’acqua della vasca, si specchiano, sorridono, innaffiano le piante, a volte si truccano, a volte si struccano, si fanno selfie e in alcuni casi perfino piastrellano. Insomma di tutto tranne Quella Cosa, la cosa innominabile, cioè la cacca.

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Donna che piastrella un bagno

Negli ultimi anni poi l’evoluzione dei sanitari ha portato l’attenzione italiana alla bellezza e al design a unirsi con la tecnologia e l’incredibile cura per i dettagli dei paesi orientali, in particolare del Giappone. Quindi water ormai simili ad astronavi, con bidet inclusi, getto d’acqua regolabile, tavoletta riscaldabile, ma anche l’otohime, cioè un congegno che riproduce un suono con lo scopo di coprire quello delle funzioni corporali. In precedenza le persone imbarazzate all’idea che gli altri potessero sentire certi rumori tiravano lo sciacquone più volte, cosa che accade ancora oggi in molti uffici italiani, con un notevole spreco d’acqua. Invece i giapponesi hanno risolto così:

I paesi più ricchi ovviamente hanno sviluppato anche tutta una serie di nevrosi e perfino fobie legate alle evacuazioni: stitichezza, diarrea nervosa, colon irritabile. Sappiate che esiste anche la Comunità Italiana Paruretici che riunisce le persone che soffrono della sindrome della vescica timida, definita come “una condizione di ansia che il soggetto affettone prova quando tenta di urinare in presenza di altre persone o su mezzi di trasporto”. Online si trovano addirittura guide che spiegano in maniera dettagliata come fare la cacca e forum dove si discute dell’argomento.

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Secondo Google Trend, lo strumento che misure le tendenze nelle ricerche di Google, la ricerca “come fare la cacca” è in aumento dal 2008 a oggi, con un inspiegabile picco nell’agosto 2014, quando questa ricerca ha superato di molto “come fare la pizza”. Pizza contro water. E ha vinto il water. Una data storica per il made in Italy.

Martino Pinna

(Immagine di copertina da Flickr / 1stbase)

Ercole a guardia dei cimiteri

di Anna Ferri

Quando appoggia pennello e colore, il Cavalier Ercole Toni, non smette certo di presidiare la città per renderla più sicura. Il nostro eroe indossa il giubbotto giallo e si dirige verso i cimiteri di Modena e provincia, per proteggere le persone che si recano a salutare i propri cari defunti e che spesso trovano malintenzionati disposti a tutto per rubare pochi euro. I turni a guardia dei cimiteri, infatti, nascono per garantire la sicurezza di chi li frequenta, soprattutto gli anziani. Spesso tra tombe e statue si trovano persone che spacciano, nascondo la droga o dormono nei loculi vuoti.

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“Una volta abbiamo visto due signori vestiti bene in un’area vuota del cimitero di San Cataldo, li abbiamo raggiunti per chiedere spiegazioni e loro ci hanno detto che erano lì per cercare un posto per dormire perché erano in difficoltà. Giorni dopo abbiamo trovato le tracce: cartoni usati e strisciate dentro i loculi. In provincia mettono le rondelle nelle fotocellule per non far chiudere i cancelli. Una volta ho trovato uno che faceva il bagno nella fontana. Gli ho detto che se voleva riempire una bottiglia d’acqua per bere andava bene ma lavarsi proprio no”.

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Purtroppo capitano ancora delle aggressioni, signore anziane che vanno a far visita ai cari defunti e vengono picchiate per la borsa o per pochi euro. Il Cavalier Toni racconta che una volta era tornato da poco da un turno di servizio al cimitero di San Cataldo quando ha ricevuto una chiamata dove gli spiegavano che una signora era stata aggredita e lui si rende conto che parlano dell’anziana che aveva salutato poco prima di tornare a casa. Il giorno dopo si precipita all’ospedale per vedere come sta e a sentire cosa era successo: l’anziana si era attardata e due ragazzi l’avevano raggiunta e picchiata brutalmente per rubarle la borsa. Poi è svenuta e nel frattempo il cimitero è stato chiuso: “Quando si è svegliata si è dovuta trascinare tra le tombe fino all’ingresso per chiedere aiuto e finalmente sono venuti a liberarla”.

Per sicurezza, infatti, i volontari girano in coppia, tranne uno: Ercole, che qualche volta si è fatto chiudere di notte dentro il cimitero per scovare gli intrusi. Lo dice con una punta di soddisfazione ma senza voler fare l’eroe confessa che i morti non fanno paura, ma i vivi sì. Anche se capitano scene da film horror, come quella volta che c’era brutto tempo, il campo pieno di fango e una signora lo chiamò perché c’era un oggetto strano nell’erba. Da lontano sembrava un cuscino e subito pensarono a qualcuno che aveva dormito lì. La signora però insisteva, così Ercole si tirò su i pantaloni puliti e si avvicinò per controllare. Quello che trovò fu abbastanza raccapricciante: il busto di un cadavere probabilmente caduto dopo una riesumazione. Lo coprì con la sua giacca e tornò dalla signora rassicurandola che si trattava davvero di un cuscino. “Quando sento l’odore dolciastro della decomposizione cerco le casse scoppiate come se fossi un cane da caccia – racconta – Una volta ho sorpreso una signora che stava pulendo del liquido dal pavimento pensando fosse acqua. Le ho detto di smettere subito e l’ho spedita dal fioraio a lavarsi con il disinfettante perché in realtà era la decomposizione di un cadavere”.

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I volontari però non sono lì solo per presidiare i cimiteri o per evitare spiacevoli incidenti, ma anche per portare conforto alle persone che li frequentano, spesso anziane e sole: “Dico sempre ai miei colleghi: quando siete lì e vedete persone che hanno la faccia triste o gli occhi lucidi, cercate di scambiare due parole. Se sono giù di morale portatele fuori alla luce che fa passare la malinconia”. Lo dice con quel tono calmo di chi ha trasformato gli anni in esperienza e sa come vanno prese le cose della vita. Certo, non ci sono solo i cimiteri da presidiare. Ercole si alza in piedi e ci mostra una mappa della città con delle puntine colorate nei punti chiave del degrado e del crimine. Dice che non è aggiornata e infatti è mezza coperta da un enorme contenitore per la carta. Lo guardiamo e pensiamo che in fondo, il Cavalier Ercole Toni, è come un Batman molto meno tecnologico che nonostante l’età continua a vegliare sulla sicurezza della città.

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Le foto del cimitero sono di Martino Pinna

Le ragazze che mangiano l’insalata sono sempre felici

di Martino Pinna

Mi scrive un amico per comunicarmi che ha deciso che d’ora in poi digiunerà una volta a settimana. Un suo conoscente lo fa già da tempo e dice che non è mai stato così bene. Un altro amico ha eliminato uova e latticini dalla sua dieta, anche se non ha nessun tipo di intolleranza o allergia, né motivazioni di tipo etico.

C’è un’amica che invece non si fida più della pizza, perché ha scoperto che è cancerogena, ed è terrorizzata dallo zucchero bianco e dal glutammato. Con altri capita spesso, riuniti a tavola, di finire per parlare di quanto quello che stiamo mangiando potrebbe farci male. L’inquinamento, la chimica, e poi chissà cosa ci mettono dentro: si finisce il pasto salutandoci come se fosse l’ultima volta che ci vediamo e con una domanda: chissà se dopo la prossima pizza saremo ancora vivi?

Da qualche decennio noi fortunelli della benestante società occidentale abbiamo a disposizione un’ampissima scelta di cibi. Una quantità inimmaginabile anche solo prima della seconda guerra mondiale, quando più della metà del reddito medio di un italiano veniva speso in cibo ma la scelta era limitata: non c’erano corsie infinite e scaffali pieni con decine di versioni dello stesso prodotto. I nostri nonni, quando erano giovani, per fare la spesa ci mettevano pochi minuti e i dubbi erano a zero. Noi possiamo metterci anche delle ore, muovendoci tra le corsie del supermercato con dilemmi amletici di fronte a cartoni di succhi di frutta: in uno c’è scritto bio 100% naturale, ma l’altro contiene vitamina C. Quale dei due è meglio per me?

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Buona parte della nostra società quando pensa al cibo è ansiosa e spaventata. Leggiamo un titolo del giornale: il burro uccide tot persone ogni anno, allora compriamo la margarina, solo che poi su un forum leggiamo che la margarina è cancerogena, la farina 00 è quasi veleno, e se mangi i salumi con i conservanti puoi anche fare testamento. Si diffondono sempre di più diete bizzarre basate su convinzioni pseudoscientifiche.

Le nostre scelte sono influenzate in parte da un mix di informazione superficiale, vere e proprie leggende metropolitane e complottismo di stampo paranoide, dall’altra dal marketing pubblicitario che cavalca questa tendenza generale al salutismo ansioso pubblicizzando sempre più prodotti “100% naturali” (dimenticando che anche il petrolio è naturale, ad esempio, e da quello si estrae anche la vanillina), “senza conservanti” e ovviamente “bio”.

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Si è creata una distinzione tra “prodotti chimici” e “prodotti naturali”: i primi cattivi, i secondi buoni. Anche se in realtà molti prodotti “naturali” hanno una dose letale. Perché tutto è potenzialmente letale: come diceva Paracelso qualche secolo fa, “è la dose che fa il veleno”. Ma noi questo lo ignoriamo, la parola “cancerogena” è più forte di qualsiasi ragionamento e così la spesa diventa come una visita in farmacia.

Alla vetta di questo genere di comportamenti ossessivi nei confronti del cibo ci sono i cosiddetti ortoressici, cioè persone che curano in maniera maniacale l’alimentazione arrivando ad avere problemi sociali a causa della loro ossessione per la dieta. Ovviamente uno stile di vita sano e un’alimentazione corretta sono auspicabili per tutti, ed è vero che alcuni dei cibi industriali sarebbe meglio evitarli. Ma tra queste argomentazioni razionali e arrivare a nutrirsi di sole mele c’è un bel passo. E questo passo ha un nome preciso: ossessione.

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Ameya Canovi è una psicologa con un passato da ortoressica. Oggi si occupa di disturbi alimentari, ma qualche decennio fa era una di quelle persone che di fronte alla parola “conservanti” rischiava uno svenimento. “Ho iniziato negli anni ‘90, quando imperava la moda della New Age” racconta. “Era un movimento culturale di forte ricerca spirituale che imputava al cibo la qualità della propria energia. In pratica se mangiavi i cibi giusti potevi concorrere a un livello di coscienza superiore. Era una specie di congrega di eletti. Ricordo una volta di aver aggredito verbalmente mia suocera perché aveva dato a mia figlia del prosciutto cotto” continua la Canovi. “Ecco: lì ero davvero in guerra, il mondo si divideva in due: noi sani che avevamo capito tutto, e i poveri inconsapevoli, condannati ad estinguersi”.

Anche Alessandra Guigoni, antropologa culturale che si occupa di alimentazione, dà una spiegazione “magica” di questa esasperata ricerca del cibo perfetto: “Nonostante i vari progressi nel mondo della scienza, l’uomo rimane un animale sociale profondamente ancorato al mondo magico, alle superstizioni e alle credenze irrazionali” spiega. “Ci si costruisce una sorta di fede fatta di riti e miti alimentari che ci danno quella tranquillità e quelle certezze che sono venute a mancare con la fine delle grandi ideologie, narrative politiche e religiose nella seconda metà del XX secolo”.

Mangiare sano, mangiare nel modo che reputiamo più corretto, ci dà una confortante sensazione di controllo della nostra vita: “Attraverso quel tipo di fede alimentare è possibile ripetere ogni giorno delle tranquillizzanti routine: pesare il cibo, leggere gli ingredienti, convincersi che quel cibo è puro e scartare quello ritenuto impuro” continua la Guigoni. “Molti ortoressici fanno i penitenti, in nome della purezza del cibo, del proprio corpo, e potremmo aggiungere, per la salvezza della propria anima.”

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Questa ossessione, come ogni altra dipendenza, è solo la punta di un icerberg che nasconde un disagio più profondo: “Uno stile di vita sano viene spontaneo nelle persone che hanno un rapporto sereno con il cibo” dice la Canovi. “Esse riescono a distinguere il pasto per nutrirsi quotidianamente dalle ‘eccezioni della festa’, rientrando nel solito regime senza tensioni. L’ortoressico no. L’ortoressico nasconde un disagio che si può riassumere con paura della vita”.

Ma come inizia l’ossessione? Quando ci si accorge che si sta esagerando?

“Si inizia con escludere i cibi più demonizzati, zucchero, carne, latticini, lieviti. Poi non esci più a mangiare nei ristoranti, tutto ti sembra velenoso, contaminato” spiega la psicologa. “Inizi a vedere il mondo in termini persecutori. Tutto sembra farti male, non riesci più a tollerare una brioche del bar, o una pizza con gli amici. Diventi un asociale, chiuso nel tuo salutismo esaperato”.

Tra le diete più estreme ci sono quelle che scelgono un solo alimento come unico accettato e spesso considerato un vero elisir della lunga vita. Recentemente si parla spesso dei melariani, cioè persone che si nutrono di sole mele. Alcune di loro sono convinte che la mela sia una sorta di panacea, di cibo magico e perfetto, l’unico giusto, quello delle origini, quello dell’Eden. Tanto che spesso arrivano a demonizzare perfino altri fruttariani – cioè chi si alimenta di sola frutta – colpevoli di concedersi peccati gravi come kiwi o arance.

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Ad esempio nella pagina Facebook Cosmo Fruttariano 3M, è in atto una guerra di comunicazione dei melariani contro chi si ciba di altri frutti. È interessante notare come i carnivori – o “mangiacadaveri” – non vengono nemmeno presi in considerazione, quasi appartenessero a un’altra razza destinata ormai all’estinzione, troppo lontani dall’idea di purezza a cui aspirano i melariani. La guerra è tra loro, tra i fruttariani: tra una mela e un limone.

Questo è un messaggio pubblicato nella pagina Specie Umana Progetto 3M. Non saltatelo, fidatevi, leggetelo integralmente e con attenzione:

Le persone che consumano Frutta Acida e quindi sono in acidosi oppure in iperossidazione per la maggior parte del tempo, hanno così tanto di quell’acido citrico in circolo che la barriera Emato-Encefalica è impossibilitata a fare da filtro alle tossine che vanno a depositarsi quasi tutte sui neuroni, rendendo loro le normali interazioni della vita un qualcosa di complicatissimo da gestire.

La Mela è l’unica che dà il MASSIMO di Indolamine, cioè gli unici Neurotrasmettitori che danno la VERA felicità, dove sei capace di goderti al TOP anche la più piccola cosa, da un filo d’erba che cominci a vederlo come una PERSONA e ci parli, fino al sorriso di un amico/a che ti consente di entrargli dentro al cervello senza che lui/lei nemmeno se ne accorge, e tutto diventa un PARADISO.

La mela insomma – o Mela, maiuscola e senza articolo, come viene spesso scritta dai melariani – ti consente di accedere a un altro mondo, a uno stadio superiore.

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Le posizioni dei melariani sono così bizzarre da far venire il dubbio, in alcuni casi, che non siano vere. In alcuni post su Facebook si parla di melariani che non sopportano più l’odore dei carnivori e che per baciare una ragazza devono prima cospargerle della camomilla sulle labbra. Altri dopo qualche mese non riescono più a mangiare le mele e allora chiedono se sia possibile alimentarsi con clisteri di mele frullate. Sono persone reali o troll che vogliono solo scherzare? A volte è impossibile capirlo. Tanto che, anche quando si tratta di commenti palesemente falsi, capita che vengono presi seriamente dagli stessi melariani. È addirittura ipotizzabile che oggi ci siano in giro più finti melariani che veri melariani, perché impersonare per scherzo uno stile di vita così estremo per alcuni è molto divertente.

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Negli ultimi anni come reazione al salutismo, al veganesimo sempre più diffuso e alle diete strane come quella melariana, si è sviluppata una tendenza un po’ infantile alla derisione di tali pratiche e una sorta di “orgoglio junk food”, che sembra essere l’altra faccia della stessa medaglia.

Persone che ostentano la loro gioia nel mangiare solo carne o cibi grassi, altre che come foto profilo scelgono immagini dove sono ritratti nell’atto di addentare un hamburger, altri ancora che scrivono manifesti ideologici pro-junk food, ironici ma neanche tanto, dove osannano diete adolescenziali a base di pizza con i wurstel, patatine fritte e Coca-cola, vere e proprie bandiere del partito anti-ortoressico. Ci si divide in schieramenti in base al proprio rapporto con il cibo, in maniera speculare a quella degli ortoressici che considerano “gli altri” degli ingenui che si fanno del male.

Tra i melariani noti ce n’era uno notissimo: Steve Jobs. Pochi sanno che il fondatore della Apple (appunto) seguiva diete estreme: mangiava solo carote o solo mele, a volte digiunava per giorni, e – secondo la biografia di Walter Isaacson – Jobs era “un fervente predicatore che intratteneva i propri ospiti a tavola con noiosi sermoni sul regime alimentare del momento”, proprio come gli ortoressici prima di rassegnarsi e chiudersi nel loro salutismo solitario, convinti che gli altri non capiranno mai e quindi è inutile insistere.

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“Io anni dopo sono diventata una psicologa e ho compreso a fondo il mio disagio” spiega la Canovi. “Sono tornata a uscire con gli amici, faccio un lavoro che amo. Non proibirei più nessun cibo alle mie figlie. La repressione rende infelici. Una merendina se non viene proibita prima o poi stanca. Se la si demonizza invece diventa ancora più interessante”.

Chiedo all’antropologa Alessandra Guigoni se questo tipo di nevrosi legate all’alimentazione riguardano solo il ricco Occidente. Mi sembra difficile immaginare discussioni sui nitrati o il glutammato nello Zimbabwe. Sbaglio?

“Il rapporto problematico col cibo, che è rapporto problematico con se stessi e col mondo circostante, riguarda molti a diverse latitudini” risponde la Guigoni. “Ma è soprattutto nella cosiddetta civiltà del benessere occidentale, dove i mass media sono pervasivi e influenzano profondamente le nostre ideologie e pratiche quotidiane, che le nevrosi attorno al cibo esplodono in tutta la loro drammaticità. In nazioni come India, Cina e Brasile, aumenta vertiginosamente il tasso di persone sovrappeso o obese, e con esse aumentano le malattie legate ad un distorto rapporto col cibo, dall’anoressia alla bulimia, sino alla ortoressia”.

In pratica dove arriva il benessere arriva il troppo benessere, e di conseguenza le nevrosi. Ma la Guigoni ha anche un’altra teoria: “A mio parere quanto meno si produce il cibo con le proprie mani, diventando così dei semplici consumatori finali, tanto più si è a rischio”.

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Io non sono in grado di produrre il cibo con le mie mani, e quindi vado al supermercato. E sono ancora fermo lì, davanti ai cartoni di succhi di frutta, in preda al mio dubbio amletico. Prendo quelli bio 100% naturali o quelli con vitamina C? E perché la vitamina C mi attira tanto? L’assumo già in altre decine di alimenti che mangio regolarmente senza pensarci, eppure quando la vedo pubblicizzata sulla scatola di un prodotto non resisto, penso che se ne prendessi un altro po’ starei meglio, come gli omega 3, come il selenio: è quello di cui ho bisogno per essere più bello e felice. E in alcuni casi perfino intelligente. Tutti ricorderete la pubblicità delle patate al selenio che promettevano di far diventare più intelligenti. Non era vero, ma sarebbe stato bello se lo fosse stato.

“La pubblicità non fa altro che concretizzare desideri, paure, impulsi e repulsioni dell’immaginario collettivo” spiega la Guigoni. “È piena di riferimenti a presunte qualità nutraceutiche degli alimenti, a fantasmagoriche qualità nutrizionali, ma soprattutto gli spot televisivi lasciano trasparire che dietro certi alimenti c’è la possibilità concreta di diventare come gli attori che li consumano: belli, perfetti, eternamente giovani e sani”.

Magia, insomma. Ecco perché se cercate negli archivi fotografici “woman eating salad” (donna che mangia insalata) entrerete in una sorta di realtà parallela dove esistono solo ragazze bellissime e sorridenti, felici, solari. Quasi creature sovrannaturali. Sono sempre molto illuminate, appaiono pulite, leggere, come se non piangessero o sudassero mai. A volte sembra perfino che ridano a crepapelle, come se l’insalata fosse divertentissima.

Io nel dubbio prendo entrambi i succhi di frutta: quelli bio 100% naturali e quelli con la vitamina C. Uno dei due mi renderà felice, no?

Martino Pinna

Il presepe di Raffaele

I favolosi plastici di Raffaele, riproduzioni fedeli delle Feste dell’Unità. Una grande piccola storia di Converso.

di Davide Lombardi e Martino Pinna

La prima l’ha fatta quando aveva nove anni. Era il 2000. Una riproduzione in scala, realizzata con colla, forbici e cartoncini colorati, della festa dell’Unità di Modena. Quattordici anni dopo Raffaele ha appena finito di smontare la quattordicesima versione della sua personale festa dell’Unità. “La faccio ogni anno, non so perché, non c’è un motivo razionale” spiega. “La faccio e basta”.

È una struttura di 2 metri per 2 metri e mezzo che Raffaele ogni anno cambia e perfeziona. La base è permanente e non la smonta mai del tutto: “Resta in una tavernetta che a casa usiamo poco”. Poi quando arriva l’estate, riprende in mano carta, forbici e colla e si mette a ricostruirla riproducendo gli spazi, i cartelli, le scritte, i ristoranti: un plastico del tutto identico alla festa reale che si svolge ogni anno dal 27 agosto al 22 settembre a Ponte Alto. Una delle più grandi d’Italia.

“Ho iniziato da bambino, mi piaceva molto il mondo della festa. C’era un’atmosfera allegra, colorata. Mi ricordo i colori, i pannelli tematici che contornavano la festa come fosse un fortino, un’area circoscritta. Era come entrare in un’altra realtà. Così ho iniziato a riprodurla in casa, con la carta. Poi è diventata come una tradizione.”

È come fare il presepe?

Ride: “Sì, è come fare il presepe. La monto prima dell’inizio della festa, rimane aperta per tutta la durata della festa e quando arriva l’epifania, il 22 settembre, la smonto e la metto a posto”. Domanda obbligatoria: ma la festa non è sempre uguale? “Più o meno sì, infatti quest’anno mi sono stufato e l’ho fatta un po’ diversa. Ho aggiunto delle strutture che non sono mai state realizzate, per esempio la terrazza sul lago. Mi sono basato sui miei studi sulle feste passate, quelle degli anni 80/90”.

Un dettaglio della riproduzione della festa dell’Unità di Modena realizzata da Raffaele Caterino

Quella per Raffaele resta l’epoca d’oro. Lui oggi ha 23 anni (è nato nel 1991), è uno studente e un militante del PD, ma si definisce uno della vecchia guardia. “Un comunista del PCI anni ’80, né prima né dopo”. Non prima perché “era un partito ancora combattuto tra la fedeltà all’Urss, l’antico spirito rivoluzionario, e una società che stava cambiando e che non avrebbe potuto più essere né comunista né rivoluzionaria, e non dopo perché il PCI semplicemente non è più esistito”.

I suoi riferimenti sono Nilde Iotti, Togliatti, Berlinguer ma anche Massimo D’Alema, “che leggo e ascolto sempre volentieri”. Ha amato la Divina Commedia, ma legge soprattutto saggi storici. Ha una grande stima per Pierluigi Bersani e non nasconde la delusione per un partito renzizzato oltre i limiti per lui accettabili: “Per quest’anno ho rinnovato la tessera. L’anno prossimo non so”. Se il partito di Renzi cambia verso a seconda di quello che decide il capo, lui resta fedele alla linea, quella del “PCI anni ’80 appunto, né prima né dopo”.

Negli anni, tra cambi di nome – festa democratica, festa del Pd – la Festa, quella con la effe maiuscola, ha perso un po’ della sua identità. Oggi, diciamo la verità, si va soprattutto per mangiare, bere e magari godersi qualche concerto. Ai tempi d’oro a sentire Berlinguer c’erano 700mila persone. Ora le file più lunghe sono quelle per il panino con la porchetta. E più del liscio vanno i balli latino-americani.

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Proprio all’evoluzione della festa dell’Unità Raffaele ha dedicato la sua tesi di laurea. Titolo: “Feste dell’Unità a Modena, cambiamenti e tradizioni socio-politiche dal 1983 al 2007”. Anno, guarda caso, in cui è nato il Partito Democratico. La sua tesi s’interrompe lì, quasi a certificare una cesura personale, prima ancora che storica, tra il passato e quel suo sentire da “comunista anni ’80, né prima né dopo” e il presente targato Dem.

“Negli anni ’80 e ’90 le feste erano progettate da un architetto” spiega. “L’impianto era pensato secondo precise indicazioni tematiche variate di anno in anno e doveva declinare nella struttura questo tema, sviscerato in ogni cosa: dalle mostre, dalle presentazioni di libri, dalle iniziative politiche, perfino lo spazio bambini era tutto nell’ottica del tema. Vedevi fisicamente l’idea della festa”.

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Festa dell’Unità di Modena, Ponte Alto, 1990

Oggi è molto diverso. “Si è perso questa progettualità, si pensa solo alla fruibilità della festa, a discorsi economici, tenere le stesse strutture nello stesso modo senza doverle montare e rimontare”. Per questo motivo da quest’anno ha iniziato a cambiare il suo diorama, virando da un modello di rappresentazione fedele all’originale a uno a metà tra il sogno e il ricordo, riproducendo sensazioni e ricordi dell’infanzia, alla ricerca del tempo perduto: “Negli archivi ho trovato le fotografie delle feste che ricordavo da bambino, quelle degli anni ’90. A colpirmi erano soprattutto le grandi scenografie”.

Non potendo realizzarle nella realtà, Raffaele ha cominciato a realizzarle nel suo plastico. “Guardando le foto ho scoperto che le cose non erano così grandi come le ricordavo… Ma c’erano questi grandi pannelli, un grande sole, una quercia gigantesca di cui io al tempo non sapevo il significato, ma mi piaceva”.

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Raffaele con la sua compagna Francesca

Le sue ricerche però non si limitano ad archivi e biblioteche. Porta avanti anche quella che in campo antropologico si chiamerebbe ricerca sul campo: è sempre presente alla festa, sia prima, durante l’allestimento – la sua parte preferita – sia dopo, cercando di essere presente tutte le sere con la sua compagna di vita Francesca. Insieme passeggiano, mangiano, parlano con gli amici, comprano libri, vivono l’atmosfera che amano e che aspettano tutto l’anno.

Ma la realtà nel frattempo prende un’altra direzione.

Quella che ha preso il partito forse a Raffaele piacerà sempre meno, e chissà se l’anno prossimo rinnoverà la tessera. Ma la festa, quella continuerà ad esistere e lui continuerà ad amarla. E se il mondo reale, quello dove Renzi è il nuovo che avanza e Bersani è minoranza, non c’è proprio modo di cambiarlo, lui può continuare a perfezionare l’altra realtà. Quel fortino di carta modello dei suoi ricordi d’infanzia, che forse diventerà sempre più personale e sempre meno fedele all’originale, fino ad arrivare alla perfezione del ricordo: quei favolosi anni 80 che ha mancato solo per qualche anno. Perché non c’è ricordo più intenso di quello che non si è mai vissuto.

Martino Pinna, Davide Lombardi

Paul Campani, l’incredibile storia del Walt Disney italiano

Tra gli anni Cinquanta e i Settanta del Novecento a Modena c’era la Paul film, casa di produzione per animazione e pubblicità dove, grazie al genio e alla matita del suo fondatore, Paolo Campani in arte Paul, sono nati personaggi come l’Omino coi baffi e Miguel. Erano gli anni del Carosello e in Emilia c’era un gran fermento grazie ad artisti come Secondo Bignardi, Max Massimino Garnier, Guido de Maria e Bonvi. Poi la Rai spense la famosa trasmissione serale e anche il sogno di Paul – che voleva far vivere il cartone animato italiano – andò in pezzi.

di Anna Ferri e Martino Pinna

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La realtà della morte

Da millenni filosofie e religioni si interrogano su cosa accade dopo la morte e offrono consolazioni a chi resta. Ma l’unica certezza raggiunta sul “dopo” è una (quasi) perfetta macchina organizzativa che gestisce la fase finale delle nostre esistenze. Ecco cosa ci succede una volta esalato l’ultimo respiro, in pratica.

di Martino Pinna

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Il velo di Dio

Perché molte donne musulmane portano il velo? Per Hayette e Rayan, italiane musulmane, perché Dio lo vuole. E’ scritto nel Corano. La loro è una scelta consapevole che è anche il simbolo di un’identità a cavallo tra due culture. Ma non in tutto il mondo è così: in diversi Paesi il velo è utilizzato come uno degli strumenti di sottomissione al potere.

di Anna Ferri, Davide Lombardi, Antonio Tomeo.

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