L’esperimento svizzero

Un’aspirante ricercatrice italiana va a vivere a Zurigo e l’unico lavoro che trova è come oggetto di un esperimento. Che non è poi così male come può sembrare.

di Giulia Mameli, foto di Tobias Gaulke

Un’aspirante ricercatrice italiana va a vivere a Zurigo e l’unico lavoro che trova è come oggetto di un esperimento. Che non è poi così male come può sembrare.

“Cosa ci faccio qua?” è la domanda che ho in testa nei momenti morti delle mie giornate zurighesi, come se improvvisamente mi svegliassi e fossi stata sonnambula per gli ultimi dieci mesi, come se non ricordassi il concatenarsi di eventi e decisioni che hanno portato a trovarmi qua, ora, a Zurigo. Sono italiana, una farmacista, o più precisamente un chimico farmaceutico. Al momento non lavoro e non ho intenzione di scrivere l’ennesima lagna della laureata disoccupata da cui trarre giudizi sulla crisi, confronti con l’estero o la storia esemplare condita da una facile “morale della favola”. Non è così semplice.

Quando lascio l’Italia per seguire il mio ragazzo, stanca dei tanti vicoli ciechi temporanei, tra farmacie, parafarmacie e un breve progetto di ricerca, avevo aspettative tanto grandi quanto vaghe.

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A un certo punto, ormai in avanzato stato di disoccupazione, compro un biglietto di sola andata per la Svizzera ed eccomi a Zurigo. Quando scendo dal treno la città si presenta confermando il repertorio classico dell’immaginario svizzero già dai primi particolari: una coreografia perfettamente sincronizzata di moderni tram, in centro poche e lussuose auto, edifici immacolati, senza scritte, pavimentazione stradale intatta, vetrine di cioccolaterie che sembrano scenografie teatrali.

Questa, più o meno, è Zurigo.

Un posto dove, se nella stazione ci sono dei lavori in corso, il personale delle ferrovie distribuisce agli utenti un volantino per scusarsi e degli smarties confezionati come medicinali, e per Natale nel tradizionale mercatino natalizio viene eretto un monumentale albero di cristalli Swarovski protetto da un vetro antiproiettile, una delle tante attrazioni della città, come il Money Museum (il museo dei soldi – sì, esiste davvero).

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Non ho un piano preciso, come se l’instabilità lavorativa prolungata mi avesse resa inadatta a pianificare a lungo termine e più soggetta a fidarmi del caso: avendo fallito con l’impegno e la dedizione, procedo per improvvisazione.

Non sono così ingenua da pensare che sarà facile e che troverò subito lavoro. So benissimo che per ogni storia di successo all’estero che ci viene proposta dai media, ce ne sono molte di più di fallimenti silenziosi o semplicemente di condizioni non dissimili da quelle che si erano lasciate. Troppo noiose o dolorose da raccontare.

Prima cosa da fare: cercare di integrarsi.

Mi iscrivo ad un corso di tedesco, a mio carico ma abbordabile grazie a delle sovvenzioni pubbliche per l’integrazione. I miei compagni sono indiani, bengalesi, molte persone provenienti dall’area Albania-Kosovo-Montenegro, spagnoli e ovviamente altri italiani. Quasi tutti confluiti qua per un simile destino, cioè a seguito di un consorte che ci lavora e a loro volta alla ricerca di occupazione.

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Dopo vari tentativi i miei standard si abbassano progressivamente: tecnico di laboratorio, addetto al confezionamento dei farmaci, controllo “visuale”. Tutte cose che non sono neanche sicura di poter fare. Non solo per la scarsa esperienza pratica nell’industria, ma anche perché richiedono l’equivalente di un diploma in istituti tecnici professionali e io, ahimè, risulto laureata. E in Svizzera l’abbassamento di livello non solo non è ben visto, ma forse non è neanche possibile.

Un giorno, mentre ormai cercavo un lavoro qualsiasi, su un forum per stranieri anglofoni in Svizzera, trovo l’annuncio di un dottorando in Neurologia:

“Cercasi volontari!
Buona sera a tutti!
Sono un chirurgo inglese e dottorando al Laboratorio di Ricerca sulle Lesioni del Midollo Spinale della Clinica Universitaria. Useremo una tecnologia all’avanguardia per studiare l’effetto di varie patologie neurologiche […] Ma per comprendere l’andatura in pazienti con problemi neurologici, abbiamo bisogno di conoscere com’è quella normale! Per questo ci servono soggetti di controllo che prendano parte al nostro studio. Tutte le informazioni necessarie sono sul nostro sito www…, dove troverete i volantini in inglese e tedesco e i contatti dei ricercatori.
Il test vi occuperebbe per circa 4 ore della vostra vita in due giorni e ricevereste 25 CHF (circa 23 euro, ndr) all’ora.

Cordiali saluti,
Tom”

“Che fine sto facendo?”, penso. Eppure al momento mi sembra l’unico modo per riprendere contatto con il mondo della ricerca, da “esaminata”, poiché un ruolo da ricercatrice mi è precluso. Si tratta solo di camminare. E io so camminare! Perfetto.

Decido di compilare il modulo online per candidarmi.

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Lo studio si chiama “Analisi dei movimenti degli arti superiori e inferiori, durante diverse attività al tapis-roulant” e mira a definire e misurare le anomalie nell’andatura in soggetti con diversi disturbi neuro-muscolari tra i quali morbo di Parkinson, Sclerosi Multipla o dovuti a conseguenze di un infarto. In pratica io e gli altri volontari sani dobbiamo semplicemente camminare su un tapis roulant.

Verranno misurati vari parametri come la forza muscolare e in seguito confrontati coi dati ottenuti da analoghi test sui pazienti della clinica neurologica.

Non c’è nessuna assunzione di farmaci sperimentali e rischi di effetti collaterali connessi. La cosa mi rassicura, forse solo perché sfugge alla definizione più classica ed evocativa di “cavia umana”. Non sono (ancora?) un soggetto da esperimento! E ho l’occasione di dare comunque il mio contributo – passivo – alla scienza.

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Un video dimostrativo mostra una simulazione con un modellino umano che cammina, ottenuto con la stessa tecnologia utilizzata per il film “Avatar”, chiamata Vicon 3D Motion Capture. Dopo l’esperimento verrò ridotta ad un colorato omino-bastoncino che deambula indefinitamente in uno spazio nero e comparata ad altri omini-bastoncini, mere rappresentazioni cartesiane dei parametri studiati, dentro ad un computer.

Vengo ricontattata dopo pochi giorni, via mail, per alcune domande preliminari sul mio stato di salute: non ho disturbi cronici, non sono obesa, non ho subito interventi alla spina dorsale. Congratulazioni, lei è idonea! Il che, dopo tanti rifiuti di candidature, è un magro conforto.

Alla reception della clinica neurologica, mostro l’email coi dettagli del mio appuntamento e poco dopo arriva il dottor Tom, un affabile trentenne inglese, che mi porta nell’ambulatorio. Qua mi presenta il resto del gruppo, tutti molto giovani, sotto i trenta di sicuro, e quasi nessuno è svizzero. Una fisioterapista, un infermiere, un informatico e uno studente-tirocinante che si occupano dell’analisi al computer. L’ambiente è asettico e il clima è formalmente amichevole.

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Mi spiegano ulteriormente cosa si accingeranno a fare, partendo con un linguaggio molto semplificato, poi, rivelate quasi sommessamente le mie basi scientifiche – amici, sono una di voi! – e data la mia curiosità per i dettagli, si sentono autorizzati a ritornare ai più confortevoli “termini tecnici”.

In realtà il “giorno 1” consiste in una visita neurologica approfondita e in una prova al tapis-roulant, il test vero e proprio sarà il giorno successivo.

Leggo e firmo il consenso informato e altre clausole per la privacy, come l’utilizzo di tutto ciò che riguarda il mio test per scopi didattico-scientifici. Questo vuol dire che avrò l’impagabile privilegio di presenziare a conferenze mediche nel mondo o ai seminari di qualche università… sotto forma virtuale di omino-bastoncino deambulante. Devo impegnarmi a camminare meglio che posso, per l’occasione.

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Dopo essermi cambiata nella tenuta “da maratoneta scalza” richiesta, il neurologo testa tutti i miei riflessi, usa anche quel martelletto che mi era capitato di vedere solo in mano ai dottori delle vignette della Settimana Enigmistica, tanto che temo per un istante di tirare un calcione involontario e trasformarmi davvero in una imbarazzante gag, ma la contrazione riflessa del quadricipite femorale è evidentemente stata sopravvalutata dai disegnatori della celebre rivista. Niente calcione, solo un piccolo riflesso.

Arrivano poi delle domande surreali, come “Chi sei? Sai dove ti trovi e perché sei qua?”, il cui obiettivo è semplicemente quello di accertarsi che io sia nel pieno delle mie facoltà mentali. Si ride, anche se affiora un’istantanea impressione di essere smascherata, come se fossero apparsa in sovrimpressione le domande che mi tormentano. Chi sono? So dove mi trovo e perché sono qua?

Poi mi prendono tutte le misure del corpo necessarie a posizionare con precisione gli elettrodi e gli speciali “marker” per gli infrarossi, segnando i punti con inchiostro chirurgico viola. Croci e segni ornano il mio corpo, come la mappa di una macabra caccia al tesoro chirurgica.

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Trovandomi totalmente in balìa di “esperti”, in un ambiente così professionale e tecnologico, tra monitor, elettrodi, tondi occhi ad infrarossi, circondata di persone che tra loro parlano una lingua sconosciuta – il tedesco – e mi sembra di essere in un film di fantascienza, di quelli coi rapimenti alieni. Eppure mi piace.

Nonostante normalmente non ami il contatto umano, in quella situazione essere completamente abbandonata in mani estranee ma competenti, manipolata sapientemente, lo trovo confortante, quasi piacevole. E’ come se per un po’ del tuo corpo non fossi responsabile e fosse affidato a super specialisti che sanno gestirlo anche meglio di te.

Nel corridoio eseguo un test di camminata rapida, vengo cronometrata e ribattezzata “Speedy Gonzales”. Poi la prova al tapis-roulant, impostato in modo che non superi mai la mia velocità massima, quella duramente raggiunta in anni di ritardi cronici. Va tutto liscio, ora sono pronta per il vero “esperimento” di domani.

Le informazioni che si trovano in rete sulla ricerca che coinvolge esseri umani, ed in particolare sui volontari sani, solitamente si riferiscono agli studi clinici su farmaci e dispositivi medici, la cosiddetta “Fase I”, che riguarda le industrie che hanno come obiettivo finale la commercializzazione di un prodotto sicuro. Per questo motivo è necessario conoscere dati come le dosi ottimali, gli eventuali effetti avversi, la migliore via di somministrazione.

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I toni dei titoli dei giornali su questo tema sono spesso allarmanti, “forzati della sperimentazione”, “cavie umane”, “disperazione”, evocando immagini più da lager che da ospedale. Ma se si apre un qualsiasi sito informativo si scopre che esistono norme molto rigide e restrittive a tutela della salute del volontario, che può abbandonare lo studio quando vuole.

Ogni aspetto è controllato innanzitutto da un comitato etico esterno che deve preventivamente valutare rischi e benefici dello studio dal punto di vista scientifico e occuparsi dei risvolti legali ed etici, eventualmente approvare e infine monitorare tutto il processo. Lo studio deve essere poi ulteriormente approvato dalle autorità competenti, l’Agenzia Italiana del Farmaco in Italia e in Svizzera la Swissmedic, che riesamineranno tutta la documentazione fornita dai ricercatori e dal comitato etico.

Il rischio di effetti avversi non sarà mai assente, ovviamente, e per questo il soggetto sarà ricoverato e costantemente controllato e assistito dal personale medico ed infermieristico dell’ospedale per tutta la durata del trial. Insomma, nessuno è forzato contro la sua volontà e “cavie umane” suona davvero inappropriato.

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Questa chiarezza e trasparenza opportunamente regolamentata a tutela del soggetto “in esame”, purtroppo non trova una controparte altrettanto trasparente a fine dello studio, poiché non esiste una norma che obblighi a pubblicarlo e si stima che dalla metà ad un terzo di queste ricerche non vengano pubblicate, con più probabilità di omissione se il risultato è negativo. Questi dati spesso considerati non significativi, vanno perduti, mentre potrebbero essere importanti per altri ricercatori o medici.

Per questo motivo il medico, divulgatore e debunker Ben Goldacre (autore di libri come “Bad Medicine” e “Bad Pharma”, rispettivamente sulle truffe della medicina alternativa e sugli inganni delle industrie farmaceutiche) ha lanciato la lodevole campagna “AllTrials”, per la creazione di un registro “open data” di tutti gli studi biomedici, con l’intento di spingere le autorità a colmare questo vuoto normativo nell’interesse della conoscenza e della salute di tutti, raccogliendo il supporto delle più importanti riviste scientifiche internazionali.

Tornando ad aspirazioni meno “alte”, non si può negare che la motivazione principale dei volontari sani siano i soldi, il denaro, la moneta.

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Non a caso la maggioranza dei partecipanti, me compresa, sono disoccupati senza altra prospettiva (anche se molto rappresentati sono anche gli studenti di facoltà medico-scientifiche). Significativo è il fatto che la maggior parte dei volontari reclutati per studi in Ticino provengano dall’Italia. Eppure è improbabile considerare questa attività come un lavoro, poiché ci sono delle restrizioni al numero di studi ai quali uno stesso soggetto può partecipare annualmente e un tempo minimo che deve intercorrere tra un esperimento ed il successivo.

Quando arriva il giorno dell’esperimento, saluto tutti come se ormai fossimo amici, salvo che dopo i convenevoli mi ritrovo in piedi, in posizione da “uomo vitruviano”, sottoposta ad una specie di accuratissima vestizione, con i ricercatori che cercano i segni, tastano e piegano in corrispondenza delle articolazioni e applicano i due diversi tipi di dispositivi: degli elettrodi, per misurare l’attività muscolare, e delle sferette in materiale riflettente, gli unici punti che le telecamere vedranno di me e che serviranno a ricostruire la mia me stessa-bastoncino.

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Conto circa una trentina di questi ammennicoli tecnologici sul mio corpo, attaccati con “una speciale colla ipoallergenica a base acquosa”, come specificato nel documento ricevuto via email. Il tutto viene tenuto fermo da delle garze elastiche a rete e in sintesi sembro un cyborg in convalescenza dopo un intervento di chirurgia estetica.

“Clavicula rechts”
“Ok”
“Clavicula links”
“ok”
“Quadrizeps”
“ok”

Si passa all’appello e controllo dei sensori e poi salgo finalmente sul nastro. Vengo anche imbragata, nell’improbabile rischio di cadere da un tapis-roulant. Ora sono concentrata, da sola sul nastro, non interagisco più col personale. In quasi un’ora e mezza eseguo gli esercizi: cammino a varie velocità, premo coi piedi delle croci luminose che appaiono sul nastro a diverse distanze, cammino ancora mentre la mia mente viene distratta con vari giochini da risolvere su uno schermo.

Quando scendo dal tappeto, c’è un ultimo dato che devono prendere, quanti metri riesco a camminare in sette minuti, a velocità sostenuta. Così, dopo la rimozione di tutta l’apparecchiatura, vado con Lila, la fisioterapista, nei corridoi del sotterraneo della clinica, in modo da non intralciare personale o pazienti nei reparti. Sono vestita da maratoneta, sudata, le guance rosse. Qualche paziente mi guarda strano, come fossi una offensiva e fuori luogo rappresentazione stereotipata della salute.

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Nei corridoi sotterranei, dei magazzinieri sfrecciano in bici trasportando farmaci e altro materiale ospedaliero. Chiacchierando con Lila scopro una storia già sentita: anche lei si è trasferita qua dall’Ungheria per seguire il suo ragazzo, ora suo marito. Ha dovuto reiscriversi all’università perché il suo titolo non era riconosciuto. Fortunatamente parlava molto bene il tedesco e non ha avuto ulteriori difficoltà, ma capisce la mia situazione, solidarizza e cerca anche di darmi qualche consiglio.

Al momento di andarmene saluto tutti, vengo ringraziata svariate volte per il mio contributo alla scienza e fornita di altri volantini da diffondere a conoscenti interessati. Quando esco dalla clinica provo un senso di soddisfazione ma anche di abbandono, nostalgia, per non far parte di quel mondo, per aver dato solo un piccolissimo e passivo contributo, e in generale per non essere incanalata in un percorso, un progetto, come invece lo sono loro.

Sono di nuovo da sola su uno sfondo ignoto, senza direzioni segnate, ma continuo a camminare spinta dalla curiosità. La meta precisa non è definita, proprio come le imprevedibili strade che spesso prende una ricerca scientifica.

Giulia Mameli

Le foto dell’articolo, compresa la copertina, sono di Tobias Gaulke, un fotografo di Zurigo che, fra le altre cose, fotografa più o meno ogni giorno i passanti della città. Qui il suo Flickr e qui il suo sito.

Fare il mezzadro in Italia nel 2015

Stefano lavora nella raccolta delle olive ma non viene pagato in euro e oggi ha la casa piena di bottiglie d’olio. La mezzadria esiste ancora?

Lavorare ed essere pagato in bottiglie d’olio: il ritorno della mezzadria, un lavoro che in realtà non è mai scomparso dal medioevo a oggi. Ufficialmente non esiste più, ma durante la raccolta delle olive negli oliveti arrivano pensionati, disoccupati e cassaintegrati pronti ad arrotondare.

A partire dagli anni 2000 abbiamo visto nascere professioni sempre più nuove, mai sentite prima, di quelle che a volte sono difficili da spiegare quando qualcuno ti chiede “Sì, ma esattamente che lavoro fai?”. C’è stato poi il ciclo degli hobby che diventano lavori e lavori che ritornano ad essere hobby: i numerosi videomaker, copywriter, giornalisti, designer e artisti che a un certo punto si sono sentiti dire che il loro lavoro in fondo era poco più che una passione, un passatempo, e quindi non per forza deve essere pagato.

Ma c’è anche chi fa lavori manuali che sono identici da almeno 600 anni: stesse modalità di lavoro, stesse modalità di pagamento. Stefano ad esempio ultimamente lavorava come mezzadro. Ha 31 anni, abita in Sardegna, ha mandato curriculum in tutta Italia e in buona parte d’Europa per cercare un lavoro qualsiasi, ma nella sua isola, al momento, l’unico “lavoro” che ha trovato è quello in campagna. E ora spieghiamo il perché delle virgolette.

Stefano non viene pagato in euro ma in bottiglie d’olio. Varie volte nella sua vita ha lavorato in campagna, perché in Sardegna – come capita anche in molte regioni del sud Italia – è uno di quei pochi lavori che più o meno richiedono sempre manodopera.

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Occupazioni instabili, faticose e pagate poco. Ma quando proprio non si trova altro a parte i famigerati call center o i soliti contratti a progetto come operatori di vendita o agenti di commercio, allora la campagna resta l’unica soluzione. Pochi euro ma subito, in contanti e non di rado in nero, che passano da una mano all’altra, arrivederci e grazie. Niente false promesse, niente provvigioni: esci di casa, lavori e torni con in tasca qualche euro.

Ma nell’ultimo lavoro che Stefano sta facendo per mettere da parte un po’ di soldi, la paga non è in euro. Nemmeno in sterline, dollari o yen. Viene pagato in bottiglie d’olio. È l’antica mezzadria, una parola che alla maggior parte di noi suonerà come antica, appartenente a un’altra epoca, ma non è così. Seppur non ufficialmente, seppur in forma marginale, la mezzadria esiste ancora ed è sempre esistita.

“Ci sono piccoli-medi proprietari di oliveti che mettono a disposizione il proprio terreno per la raccolta delle olive. Chi vuole, la maggior parte pensionati, va e raccoglie quanto più riesce” spiega Stefano. “A quel punto consegna le olive al proprietario, che si occupa della molitura, cioè l’estrazione, e la resa in olio viene divisa in due: metà va al proprietario e metà ai raccoglitori. Se sei fortunato riesci a portare a casa 10/15 litri di olio al giorno”.

Il lavoro del mezzadro negli oliveti è rimasto sostanzialmente invariato dal medioevo a oggi. Certo, c’è qualche piccola migliora tecnica, ma per il resto è uguale. Anche la divisione, da secoli, è quella 50 e 50: metà a chi raccoglie, metà al proprietario. Nonostante nei secoli ci siano state diverse rivolte per cambiare la divisione del prodotto e portarla a 60/40, oggi si divide ancora a metà. La maggior parte dei moderni mezzadri sono pensionati, disoccupati o cassaintegrati che arrotondano così.

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Anche in Farmville, il popolare gioco su Facebook dove si simula la vita di un agricoltore, è possibile piantare un oliveto, raccogliere le olive e perfino produrre l’olio. Farmville ha circa 40 milioni di utenti attivi al mese e circa 8 milioni che ci giocano ogni giorno. Probabilmente perché nessuno di questi le deve raccogliere davvero.

In teoria in Italia la mezzadria è stata abolita nel 1964 e la legge vieta di stipulare nuovi contratti di questo tipo. Il punto è che qua non si parla di aziende e quindi non esistono contratti. E il proprietario dell’oliveto, anche se volesse, non ha nessun vantaggio ad assumere i braccianti come dipendenti e a trasformare l’olivo in una vera azienda e la raccolta in un vero lavoro. Perché? La risposta è molto semplice.

“Perché non conviene. Il punto è che questi oliveti non sono vere aziende: l’alternativa sarebbe appunto lasciare le olive sugli alberi. Così invece, in qualche modo, tutti guadagnano qualcosa, anche se non sempre sono euro. La concorrenza del mercato dell’olio è spietata: al supermercato puoi trovare bottiglie d’olio a 3 euro. Qua, con tutte le spese ridotte al minimo, non puoi farlo pagare meno di 7 euro al litro… ma è olio di ottima qualità”.

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Ma dal punto di vista del bracciante dove sta il guadagno, oltre a riempirsi la casa di bottiglie d’olio di ottima qualità? “Se hai i contatti riesci a venderlo, in nero naturalmente, visto che io non ho nessun titolo per commerciare il prodotto. Altrimenti te lo tieni in dispensa come provvista. Io ora in casa ne avrò circa 50 litri” spiega Stefano.

Eppure questa parola così antica – mezzadria – oggi può suonare anche molto moderna. Abbiamo visto l’interessante caso della “Real shit”, letame di design che, con un’astuta operazione di marketing, è riuscito ad arrivare nei punti vendita di Eataly. Oppure pensiamo anche a quel genere di cose nuove e cool tipo il WWOOF (Willing Workers On Organic Farm), che consiste nell’andare nelle fattorie, essere ospitati e lavorare gratis.

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(Scusa e buona lettura)

Il lavoro in campagna in questo caso diventa non più sopravvivenza ma esperienza culturale. Non solo non vieni pagato, ma sei tu a pagare. E non sono poche le persone che sborsano centinaia di euro per andare a raccogliere le olive di qualcun altro, per vivere “l’esperienza della campagna”.

Un certo scalpore ha destato l’estate scorsa la notizia che per raccogliere olive nella tenuta toscana di Sting bisognasse pagare 262 euro al giorno. In cambio, a parte il sudore della fronte per raccogliere le olive della popstar, un picnic sul prato e una degustazione di vini. L’agognato incontro con l’ex Police? Quello non veniva garantito.

Un’esperienza di cui Stefano invece farebbe volentieri a meno: “Ogni mattina mi devo alzare presto e controllare il tempo, perché se piove non si lavora” spiega. “Per un po’ di tempo lavorare così non è male: sai di usare in cucina dell’olio buono, se lo vendi ti fai anche qualche euro e almeno non stai a casa con le mani in mano. Però, certo, non si può considerare un lavoro vero”.

Martino Pinna

Foto di copertina: Agriturismo San Giovannello / Flickr, foto nell’articolo Florian Rieder / Flickr – Licenza Creative Commons 2.0

Il silenzio invisibile degli innocenti

di Davide Lombardi

Una sera di un paio d’anni fa, a margine di un convegno di studio, mi trovai a fare una chiacchierata con una dirigente regionale di una delle tre grandi confederazioni sindacali. Una cosa del tutto informale, da dopocena, quando la stanchezza, il cibo e il vino sciolgono la naturale ritrosia verso uno sconosciuto appena conosciuto. Perfino se si tratta di un giornalista. Naturalmente si parlava di lavoro (non sono tantissimi gli argomenti a disposizione con una sindacalista che non conosci). Soprattutto di quello che non c’è, e che non c’era nemmeno due anni fa. O di quello che, quando c’è, è brutto, sporco e malpagato. Insomma, quello che va per la maggiore.

A un certo punto, con finta ingenuità – confesso – le ho chiesto: “Ma senti, visto che oggi il lavoro è sempre più precario, che per i giovani un’occupazione a tempo indeterminato è praticamente un miraggio oggi e in futuro, che a pagare la crisi sono soprattutto le categorie sociali più deboli e meno tutelate, in crescita esponenziale per altro, perché il sindacato, guardando in prospettiva, non concentra tutti i suoi sforzi su di loro invece che sulle categorie tradizionali che tutto sommato tengono di fronte alla crisi?”. Mi aspettavo, sbagliando, il solito giro di giostra in sindacalese, e invece la franchezza della sua risposta mi ha spiazzato: “Perché a tenere in vita un’organizzazione come la nostra sono pensionati e lavoratori a tempo indeterminato, precari e disoccupati non ci pagano gli stipendi”.

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L’aneddoto, che cito spesso quando si parla di “crisi del sindacato”, mi è tornato in mente in questi giorni leggendo un libretto – come dimensioni ma non per sostanza – scritto da un giovanissimo sociologo italiano, Emanuele Ferragina, appena trentunenne ma docente di Politiche sociali all’Università di Oxford (all’estero, quelli bravi di solito li premiano), “La maggioranza invisibile” (BUR). L’aspetto più interessante del libro è il tentativo, non solo di fornire una chiave di lettura complessiva del disastrato periodo storico di questo Paese, ma anche di prospettare orizzonti possibili per politiche che vadano un po’ al di là di slogan degni di un coro da stadio come “L’Italia può uscire dal tunnel della crisi”. Anche perché, secondo il sociologo, al di là delle indubbie abilità nel marketing politico dell’attuale premier, nel merito delle politiche del governo, “il Jobs Act, che rende tipici, per sempre, i contratti atipici, rende più profondo il solco fra una minoranza sempre più esigua di lavoratori ultra-tutelati e la massa di assunti dopo il 1996, che hanno dovuto rinunciare a ogni garanzia”.

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Ma andiamo con ordine. Il punto di partenza è rivedere innanzitutto le categorie con le quali siamo abituati a leggere la società italiana, destra/sinistra, classi tradizionali, operai/impiegati, termini del conflitto sociale. ecc. Secondo Ferragina, oggi in Italia esistono tre gruppi distinti. Due sono rappresentati politicamente e riconosciuti socialmente e uno che invece è privo, in parte o del tutto, sia di rappresentanza sindacale che politica: la maggioranza invisibile appunto. Invisibile e silente proprio perché priva di rappresentanza e dunque, di voce. Una massa che Ferragina quantifica ormai in circa 25 milioni di persone, citando dati Istat, e pure stimati al ribasso. Sono pensionati sotto i mille euro al mese, precari, disoccupati, neet, acronimo inglese che include quella fascia di persone, sopratutto giovani, che non sono istruiti né in formazione, non hanno lavoro né lo cercano più. Insomma, i milioni di “perdenti” rispetto alla grande rivoluzione neoliberista successiva alla fine del modello fordista, tra gli anni Settanta e Ottanta, e alla conclusione della guerra fredda e degli equilibri che questa aveva, nel bene e nel male, garantito.

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Antagonisti della maggioranza invisibile sono gli altri due blocchi. Il primo che Ferragina definisce “neoliberista”, è composto da quelli che un tempo avremmo chiamato semplicemente “i ricchi”, coloro i quali della crisi hanno sgradevole sentore giusto dalla lettura dei giornali. Poi ci sono i “garantiti”, quelli con posto fisso, ferie pagate, tredicesima e magari quattordicesima, che la crisi invece la sentono, ma che oltre a contenere le spese in attesa che passi la tempesta, si occupano soprattutto di difendere all’arma bianca i diritti acquisiti (per quanto indeboliti) contro tutti coloro che – intenzionalmente o meno – li minano, anche solo potenzialmente. Per esser chiari, se la torta è ridotta, non sono disposti a cedere una briciola della propria fetta in nome di una solidarietà nei confronti di una comunità nazionale che, in Italia, semplicemente non esiste (forse l’unico anello mancante dell’analisi di Ferragina). Insomma, a pagare la crisi, sono soprattutto loro, noi, la maggioranza invisibile.

“I neoliberisti – scrive Ferragina – vogliono ridurre lo stato sociale ed estendere il loro mantra a quasi tutti gli aspetti della società. Tale prospettiva ideologica, pur non essendo rappresentata pienamente da nessun partito, ha trovato terreno fertile grazie al contesto internazionale e al parziale sostegno delle principali forze di governo (di centrodestra come di centrosinistra), ma è stata frenata dalla forza dei garantiti. Questi ultimi, che hanno difeso a spada tratta le concessioni ottenute durante l’epoca fordista, sono stati capaci di ancorarsi allo status quo e farsi rappresentare da partiti e sindacati. I garantiti, tuttavia, sono un gruppo sociale in via di disgregazione: il loro numero decresce ogni giorno, mentre si ingrossano le fila della maggioranza invisibile”.

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Nulla più di un esempio concreto legato all’impero decadente a cui appartengo, quello del giornalismo, può aiutare a capire come questa configurazione delle classi sociali sia – oltre che efficacissima come sintesi – del tutto trasversale alle categorie professionali, i cui membri sono ormai solo in linea teorica assimilabili ad un blocco univoco: i giornalisti, i medici, gli operai, ecc. ecc.

Cosa volete che abbiano mai in comune un giornalista come Ferruccio De Bortoli, prossimo ad essere liquidato dal Corriere della Sera con una buonuscita da 2,5 milioni di euro, con uno dei tantissimi giornalisti precari pagati a 4 euro lordi a pezzo (anche qualora questo riempia un’intera pagina), se non la tessera dell’Ordine? La risposta è evidente anche senza aver letto Ferragina: assolutamente nulla. Anche perché, contrariamente a quanto accadeva in passato quando la giusta gavetta giornalistica, anche lunga, avrebbe comunque portato prima o poi a un’assunzione, oggi una simile prospettiva è semplicemente impensabile per un giovane che voglia dedicarsi alla professione.

Chiaro che De Bortoli e il giovane precario sono i due casi estremi: l’uno è una star (almeno economicamente) del giornalismo, l’altro un oscuro soldatino intruppato nell’anonima falange dei peones. In mezzo si trova il sempre più sparuto gruppo degli ultimi giapponesi, ipercontrattualizzati e ipergarantiti, pronti a difendere a cannonate i propri benefici in un settore industriale in caduta libera, ma nei fatti costretti a ritirarsi passo dopo passo, se non dal punto di vista salariale, almeno rispetto alla qualità delle proprie prestazioni professionali, sempre più impiegatizie.

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Il bello è che sono ipergarantiti anche in caso di fallimento dell’impresa editoriale. Per salvare quattro gatti di una testata giornalistica con dipendenti forti di rapporti contrattuali “a norma”, si muovono sindacati, istituzioni, ordine dei giornalisti, politici, insomma il tradizionale circo delle “parti sociali” che si esibisce sui tavoli della contrattazione. E per l’enorme massa dei collaboratori senza una garanzia che sia una? Al solito, il nulla. Si dà ormai per scontato che siano da sacrificare sull’altare della flessibilità, incontrovertibile dogma neoliberista, che per altro da noi funziona benissimo soprattutto in uscita, mai in entrata.

E dunque, in definitiva, davvero possiamo pensare che De Bortoli e il nostro giovane precario (o anche un freelance come me) possano essere portatori degli stessi bisogni e interessi? Che possano avere un ordine professionale che rappresenti credibilmente problematiche e prospettive di entrambi? Un sindacato che riesca a tutelare interessi che, di fatto, sono diametralmente opposti?

E lo stesso vale, ovviamente, per tante altre professioni. Penso a mio padre, medico oggi in pensione, riuscito a vincere nei primi anni Settanta un concorso da primario anestesista a poco più di trent’anni. D’accordo, all’epoca, in un piccolo ospedale di montagna, non certo il Niguarda di Milano, ma il suo trampolino di lancio è stato quello. Possiamo immaginare un medico trentenne che oggi riesca a diventare primario, foss’anche nel più sperduto ospedale rimasto in Italia?

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Per concludere con gli esempi, ne voglio portare uno che ritengo particolarmente significativo delle storture di un welfare tutto da ripensare (non certamente in chiave neoliberista) e di una cultura della rappresentanza e della tutela dei lavoratori, non meno da rivedere.

Ho un amico ex Alitalia che, dall’accordo del 2008 tra governo e parti sociali in seguito al crac della compagnia di bandiera, percepisce una cassa integrazione mensile superiore ai 2.000 euro.

La supercassa Alitalia allora concordata era in deroga alla normativa vigente: riguardava la bellezza di 6 mila persone ed è durata 7 anni (4 di cassa in senso stretto e 3 di mobilità) rispetto ai 2 anni previsti per le casse integrazione normali. Essendo di tipo speciale non era neppure in parte coperta dalla contribuzione aziendale, ma ricadeva e ricade quasi per intero sulla fiscalità generale, cioè è stata pagata dai cittadini con le tasse. Ai dipendenti venne garantita una copertura economica per sette anni che ha riguardato in media l’80 per cento della retribuzione originaria. Pagata però dai contribuenti.

Un esempio estremo, esattamente quanto tracciare un parallelo tra De Bortoli e il povero giornalista precario, ma il punto resta sempre lo stesso: cosa volete che abbia in comune il mio amico, che ha usato la sua disoccupazione per laurearsi, contribuire all’economia familiare, andare in vacanza al mare e in montagna come fosse normalmente occupato, con un precario di oggi che a conclusione del rapporto di lavoro a tempo determinato e in attesa di strappare un nuovo contratto, si trova magari per mesi senza uno straccio di copertura?

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A questo punto, riprendendo Ferragina, “la domanda che sorge spontanea di fronte a questa strutturazione del campo sociale è: riuscirà la maggioranza invisibile a dispiegare la sua forza, trovando un terreno che la unifichi in opposizione a neoliberisti e garantiti? La risposta, pur se incompleta, è che il terreno comune per avviare il processo di riconoscimento esiste già. È quello della redistribuzione efficiente e della riforma in senso universale del welfare state” che per il sociologo significa, per esempio, l’introduzione del reddito minimo garantito che “potrebbe essere già implementato, seppur scegliendo una soglia minima bassa”.

Anche perché, come dimostra uno studio dell’Ocse, l’inversione di rotta rispetto a queste diseguaglianze inaccettabili (non solo eticamente, in una società evoluta) non danneggiano nel lungo periodo solo gli sfigati della maggioranza invisibile, ma rallentano la crescita. Cioè danneggiano tutti (a parte i super ricchi naturalmente, che potrebbero essere messi in difficoltà esclusivamente dall’esplosione atomica della bolla finanziaria globale). Infatti, secondo l’Ocse, “L’Italia ha perso il 6,6 per cento di Pil a causa della disuguaglianza, registrando una crescita dal 1985 al 2010 leggermente superiore all’8 per cento, mentre sarebbe potuta essere del 14,7 per cento. (…) In pratica, dice l’Ocse, se si attuano misure per ridurre le disparità di reddito, anche l’economia in generale ne gioverà parecchio”.

Tempo fa, una sera a cena fuori col mio amico ex Alitalia che sta a Roma, ho parlato di queste cose. Gli ho spiegato e lui ha capito. Gli ho raccontato che questo periodo per me, che sono un giornalista e videomaker freelance agganciato di volta in volta a lavori occasionali, è particolarmente difficile economicamente. Abbiamo chiacchierato a lungo, raccontandoci di noi e di questo tempo. Della crisi. Poi ci siamo alzati e siamo andati a pagare. Alla romana.

Davide Lombardi

Tutte le immagini di questo articolo sono di Stefania Spezzati per le Officine Tolau e si riferiscono alla manifestazione degli indignados a Roma, il 15 ottobre 2011.

Altissima retribuzione oraria, offresi: 5 euro

Sembra una barzelletta. E in fondo, un po’ speriamo che lo sia. Perché altrimenti, questo annuncio di  una “importante Agenzia Leader nel settore Energia” comparso sul sito subito.it altro non è che l’esempio di come ormai sia saltato ogni principio di realtà e questo Paese sia ormai la triste parodia di se stesso.

Riassunto della ricerca di personale: questa agenzia leader seleziona, per la zona di Quartu Sant’Elena (Cagliari), venti giovani in possesso del diploma di scuola superiore da inserire nel proprio organico per il turno della mattina (9.00/15.00) o sera (15.00/21.00) e collaborare così a una prestigiosa campagna per conto di Enel Energia luce/gas.

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Rapporto a tempo determinato, naturalmente, ma con alcune garanzie mica da poco:  contratto fisso mensile ad altissima retribuzione  oraria (5 EURO). E’ scritto proprio così: cinque euro cinque (lordi). Da leccarsi i baffi, considerando anche la straordinaria opportunità di inserirsi nel solito “ambiente stimolante, serio, pulito, giovane e dinamico” (notevole anche l’accento sul “pulito”, casomai uno subodorasse di trovarsi a lavorare in qualche vecchio e umido scantinato).

Chiosa finale dell’azienda leader: niente sessismo né razzismo da noi, “Il presente annuncio è rivolto ad entrambi i sessi, ai sensi delle leggi 903/77 e 125/91, e a PERSONE di tutte le età e tutte le nazionalità, ai sensi dei decreti legislativi 215/03 e 216/03”. Tutto a norma di legge. Appunto.

Tutti crazy for pasta

Mai provato ad aggiungere un bel po’ di pezzi di pollo alla pasta al pesto? E’ il condimento inusuale che si sono inventati Laura e Andrea per andare incontro ai gusti degli inglesi, dopo aver aperto una loro attività di produzione di pasta fresca in un famoso mercato di Londra. I due ragazzi hanno vent’anni e hanno deciso di provarci lontano dall’Italia. Perché, dicono, in Inghilterra mettersi in proprio è decisamente più facile. God save the Queen.

Sono inglesi, dunque tutti pazzi per la pasta (più o meno). Devono aver scommesso sulla storica attrazione nordica per l’Italia e il suo cibo, Andrea e Laura – lui ventiquattrenne, lei appena ventenne, entrambi romani – quando nel febbraio scorso hanno aperto a Camden Town, zona a nord di Londra famosa per l’affollatissimo mercato e per l’alta densità di popolazione studentesca residente, la loro bancarella dal nome inequivocabile: ‘Crazy for pasta‘. Handmade pasta, naturalmente, pasta fatta a mano che preparano lì, al momento. Poi la cuociono, la condiscono, e la vendono ai clienti a sei sterline al piatto.

I menù sono vari: nella fase di apertura hanno sperimentato e cambiato molto, ora invece hanno un menù più o meno fisso di cinque o sei piatti. Per le sperimentazioni c’è il “piatto della settimana” che cambia ogni volta. Se poi funziona, via, approved! Rispetto ai classici condimenti della cucina italiana, qualcosa hanno dovuto modificare e adattare al palato inglese: per esempio nella pasta con il pesto hanno aggiunto il pollo, ovviamente molto apprezzato Oltremanica. Vanno forte i piatti vegetariani/vegani perché Londra è la prima città vegetariana/vegan d’Europa. Tutti i prodotti arrivano dall’Italia – garantisce Andrea – farina, pomodoro, olio, uova. Sì, anche le uova perché qui in Inghilterra o sono troppo grigie o troppo gialle” giura.

Il 40% circa della clientela che si affolla intorno al banco dei due ragazzi romani è inglese. Impiegati negli uffici della zona o residenti che piuttosto che mettersi a cucinare in casa propria, preferiscono uscire a farsi un piatto di ottima pasta all’uovo. Il rimanente, italiani e spagnoli. ‘Crazy for pasta’ è aperto 7 giorni su 7, anche con la pioggia. Anche la domenica, perché il giro è comunque buono. Secondo Andrea “gli inglesi non amano molto spignattare in cucina” perciò la sua bancarella funziona come una sirena acchiappa naufraghi dei fornelli.

“All’inizio è stata dura, naturalmente – racconta lui – i primi tre mesi tra le spese iniziali e il freddo che faceva sì che ci fossero poche persone, ho dovuto fare tre lavori per vivere: il mercato con ‘Crazy for pasta’, commesso in negozio di moda il sabato e la domenica, cameriere la sera. Questo perché i banchi appena nati non possono lavorare anche il sabato e la domenica. Ora invece io e Laura riusciamo a vivere solo della nostra pasta all’uovo. Con noi adesso c’è anche mia cugina. Tutti italiani naturalmente: in questo modo il nostro prodotto è davvero credibile e totalmente Made in Italy. Per il futuro abbiamo intenzione di aprire altri quattro banchi e un negozio. Intanto, abbiamo registrato il marchio ‘Crazy for pasta’, poi si vedrà”.

Crazy for pasta

La storia di Laura e Andrea è un po’ diversa dai tantissimi giovani disoccupati d’Italia (si va verso la percentuale monstre del 45%) che fuggono da un Paese sfiduciato e apparentemente senza prospettive. Un vero e proprio esodo, scrive La Stampa: gli emigranti italiani sono il doppio degli stranieri che arrivano, 93 mila nel 2013. E sono solo i numeri “ufficiali”, il dato reale è sicuramente molto più alto. Sia Andrea che Laura avevano un lavoro con assunzione a tempo indeterminato. Entrambi come commessi, lui in un negozio di una catena di accessori per abbigliamento, lei in una bigiotteria.

“Ma volevo andarmene – continua Andrea – perché in Italia non c’è futuro. Soprattutto se hai voglia di avere qualcosa di tuo. Lasciare il lavoro non è stato difficile, anche se né i miei genitori né quelli di Laura erano contenti perché lasciavamo dei posti sicuri per la precarietà, ma noi eravamo assolutamente convinti di voler fare questa scelta. Prima di aprire ‘Crazy for pasta’ siamo stati a Londra sette volte per valutare quale fosse la zona migliore. Abbiamo girato vari mercati. Alla fine abbiamo optato per Camden Town perché mancava un banco dove si prepara pasta e c’è un giro turistico elevato”.

Dopo aver ottenuto l’ok del mercato e del Comune hanno potuto cominciare con la loro attività. Contrariamente a quanto accade in Italia dove anche per respirare occorre destreggiarsi tra i meandri di una burocrazia bizantina, i  tempi sono molto rapidi: in pochi giorni dalla richiesta si ha l’approvazione e si apre. “Si presenta un progetto e se il progetto è buono si ha l’ok. Condizione primaria: deve essere unico e non fare concorrenza ad altre attività già presenti in zona” dice Andrea. “Un mio amico ha provato ad aprire un banco di cannelloni qui a Camden Town. Ma i cannelloni, anche se diversi dalla pasta, sono un prodotto simile, quindi è stato scartato. Dal punto di vista burocratico in mezza giornata si riesce ad avere tutto: io mi sono alzato la mattina e la sera avevo un conto in banca e tutto il necessario per aprire. Anche quando ero a Roma volevo avere una cosa mia, un pub o roba simile, ma da noi burocrazia e tasse ti uccidono. Così ci ho rinunciato”.

Almeno per il momento, Laura e Andrea non si sognano nemmeno di tornare in Italia. “Mi piace la Germania – racconta sempre Andrea – e il mio futuro lo vedo lì. C’è solo il problema della lingua. Magari quando avrò 40 o 50 anni emigrerò un’altra volta, ma per i prossimi vent’anni voglio stare a Londra”.

Testo di Antonio Tomeo e Davide Lombardi

Foto di Antonio Tomeo

 

Lavorare meno, lavorare tutti

E’ di ieri la proposta lanciata dal professor John Ashton, Presidente del Comitato di Salute pubblica britannico, di introdurre la settimana corta lavorativa: quattro giorni di lavoro invece degli usuali cinque e un bel weekend lungo di tre giorni. Per tutti. Secondo Ashton, una simile rivoluzione potrebbe produrre almeno tre risultati significativi: combattere gli alti livelli rilevati di stress da lavoro, permettere di passare più tempo in famiglia e a coltivare i propri interessi personali, ridurre il tasso di disoccupazione.

Il viaggio per il lavoro

Ashton parla di una “cattiva distribuzione del lavoro”: chi lavora troppo, chi troppo poco o niente. In entrambi i casi le conseguenze sono un aumento delle malattie fisiche e mentali. Conclusione: lavorare meno non solo riaprirebbe spazi in un mercato del lavoro bloccato quando non in contrazione (in Italia la disoccupazione è tornata a salire), ma sarebbe un gran bene per la salute di tutti.

Leggi tutto “Lavorare meno, lavorare tutti”