I figli di papà se la tirano su Instagram

Rich kids of Instagram. Una degenerazione del capitalismo? No, un ritorno alle origini, quando per un nobile era normale ostentare la propria superiorità

di Davide Lombardi

Sulla cresta dell’onda da un paio d’anni sui social network, i figli di papà che esibiscono su Instagram gli eccessi che la condizione di super ricchi consente loro, sono percepiti come una specie di degenerazione del capitalismo selvaggio. Invece il loro non è che un ritorno all’antico. A quando era del tutto normale che un nobile ostentasse la superiorità della propria condizione. Nell’era del trionfo neoliberista, gli Übermenschen di Friedrich Nietzsche sono loro. Gli Uber-rich.

Se ho mai desiderato possedere un Rolex? No, confesso di no. Mai avuto il minimo interesse. E neanche ho mai sognato di girare in Ferrari, cenare nell’Osteria dello chef italiano numero 1 al mondo (anche se da casa mia ci arrivo a piedi) o farmi griffare da Dolce&Gabbana perfino le mutande. Anzi, a dirla tutta, ho sempre considerato quello stile lì, i simboli del lusso e chi li esibisce, roba da tamarri. Ogni tanto mi diverto a fermarmi davanti alle vetrine dei negozi in centro a Modena, dove vivo, che non saranno gli stessi di via Montenapoleone a Milano, ma insomma sono comunque destinati a solleticare il portafoglio di gente ben fornita, quali sono moltissimi modenesi. Domandandomi sempre un po’ stupito: “Ma dai, ma chi cazzo compra quella penna da 370 euro? O quella cintura da 250 euro? Ma con che pelle speciale sarà mai stata fatta? Viene da una delle mucche immerse in formaldeide di Damien Hirst?”.

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Non è che non mi renda conto che ci possano essere cinture di miglior qualità rispetto ad altre, ma alla fine la funzione è sempre la stessa: tener su un paio di brache. E per 250 euro il rapporto costo/funzionalità è del tutto sproporzionato. Per me. Forse per via di quella cultura cattocomunista di cui sono intriso, o forse, semplicemente, perché non ho mai avuto i soldi né mai li avrò per destinare a una cintura un budget simile. E nemmeno riesco a immaginare che una Roller Montblanc possa improvvisamente rendere degna di un amanuense la mia calligrafia improponibile meglio di quanto (non) riesca a fare una Bic.

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Anche se la definizione non mi piace affatto, la verità è che sono un tipico esponente della classe media. Insomma quella gente cresciuta nella convinzione che “in medio stat virtus”, la virtù sta nel mezzo. Quelli che hanno escluso dal proprio vocabolario l’avverbio “troppo”. Né troppo ricchi, né troppo poveri. Né troppo colti, né caproni ignoranti. Né attenti solo al proprio orticello, né filantropi professionisti. Insomma, quelli dell’aristotelico “giusto mezzo”. Una tipologia di classe – potremmo definirla borghesia medio-piccola – che si è espansa a dismisura dal secondo dopoguerra fino agli anni ’70.

Un’epoca segnata da una colossale ridistribuzione dei redditi che ha prodotto un allargamento del sottoinsieme incuneatosi tra ricchi e poveri: la nobiltà, di sangue o di censo, e l’oceano di poveracci che costituisce la maggioranza in quasi tutte le società, in ogni tempo e in ogni luogo. Un’età dell’oro, almeno per chi di quell’intersezione ha fatto parte, che ha cominciato la propria parabola discendente dagli anni ’80, fino ad arrivare ad oggi, in cui l’impoverimento della classe media è certificato da tutte le statistiche. Il punto, come spiega l’economista Thomas Piketty nel suo saggio “II capitale nel XXI secolo”, è che il recente aumento delle diseguaglianze non è un’anomalia, ma il ritorno alla normalità. L’eccezione è il quarantennio.

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In pratica il mondo sta tornando ad essere quello di sempre: gente che per defecare usa un water in marmo di Carrara, e quelli che su quel water ci passano lo straccio delle pulizie. Con la segreta speranza di potere un giorno appoggiarci le chiappe. Avete presente “La ricerca della felicità” di Gabriele Muccino con Will Smith? Il nero sfigatissimo e sprofondato nella povertà più assoluta che, grazie alla propria capacità e determinazione, alla fine diventa milionario, raggiungendo appunto, la “felicità”? Ecco, quella roba lì.

Questo ritorno all’antico finisce per riverberarsi anche sull’estetica. E se i ricchi smaccati non sono mai mancati anche quando non si vedevano, o si vedevano un po’ meno, oggi, esibire senza alcuna remora la propria unicità certificata dagli eurodollari, non è più un problema. Anche perché nessuna etica può contrapporsi credibilmente allo svacco post-ideologico da fine della guerra fredda, alla giungla del capitalismo selvaggio che ne è seguito. Chi si è impoverito, cerca di nascondere la propria condizione in attesa di tempi migliori. Il ricco o lo straricco, non ha invece più alcun motivo per non esibirla. E perché non dovrebbe?

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E’ il caso dei “Rich kids of Instagram”. I figli di papà che da un paio d’anni a questa parte sono diventati un caso, prima sul social network più amato dai ragazzi, Instagram, e a seguire sui media di tutti il mondo. Adolescenti figli del famoso 1% dei ricchissimi del pianeta, che si autodefiniscono “funemployed”, impiegati nel divertimento più sfrenato o, ancora più chiaramente, ragazzi il cui unico merito è che “they have more money than you and this is what they do”, hanno più soldi di te e questo è ciò che fanno. Ecco, il loro massimo sforzo è esibire questa differenza nelle immagini che postano su Instagram con commenti e pose che, nelle intenzioni, dovrebbero essere velatamente autoironiche. Loro sulla Ferrari regalata da papà, loro che sfoggiano Rolex e braccialetti di diamanti, loro in partenza sul jet privato da una vacanza a Courmayeur a un’altra alle Maldive. A seconda della stagione o anche – perché no? – dello sfizio del momento. Non c’è limite in fondo se il mondo intero è a completa disposizione di un portafoglio senza limite.

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Il blog dei rich kids, ospitato sulla piattaforma Tumblr, merita un breve approfondimento, perché viene sistematicamente frainteso dai media che ne scrivono. Non è nato per celebrare le imprese planetarie di questi figli di papà, ma per irriderle. Come dimostrano anche le pacchiane cornici dorate che circondano ogni immagine pescata da vari profili Instagram, quelli sì gestiti personalmente dalle giovani star del lusso contemporaneo. Che non è che siano scemi e non si rendano conto che una simile ostentazione si presta all’ironia oltre che all’invidia degli altri, ma stanno al gioco, “perché è divertente e perché alla gente piacciono le foto che pubblico. Loro non la prendono troppo sul serio né come un insulto” come dichiarava uno di loro a Vice. Il blog è nato nel luglio del 2012, quando l’anonimo autore ha cominciato a raccogliere le immagini pubblicate su Instagram lanciando anche l’hashtag #rkoi diventato in breve popolarissimo.

Una curiosità è che anticipatrice dell’esplosione globale dei rich kids viene considerata un’immagine postata su Instagram nel gennaio 2012 da Rosinés, una delle figlie allora quattordicenne del presidente venezuelano Hugo Chavez, quello della rivoluzione socialista del XXI secolo, mentre sfoggia davanti alla fotocamera una mazzetta di dollari americani. La ragazzina, poveraccia, venne immediatamente massacrata sui vari social con parodie e vere e proprie dichiarazioni d’odio, privandola del piacere di essere tra i primi, se non la prima, a dare il via a quella che di lì a breve sarebbe diventata una moda planetaria: sono ricco, anzi straricco, e non ho alcun motivo per non vantarmene.

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Sull’onda del blog dei rich kids ne sono nati molti altri, più local. Come i rich kids di Hong Kong, quelli dell’Upper East (la East side di New York), poi i danesi, i polacchi, i serbi e altri. Nell’elenco, mancano i figli di papà di casa nostra, ma non perché – come scrive Il Foglio di Giuliano Ferrara – “in Italia tra cattolicesimo e comunismo l’opulenza non è stata mai ben vista” ed “è bene non esibirla”, ma perché nessuno si è mai preso la briga di creare una pagina dedicata ai rampolli locali. Che ci sono eccome, ed esibiscono eccome la loro travolgente ricchezza, basta cercare un po’ su Instagram, Facebook e Twitter i profili dei vari “figli di”. Il Belpaese ne abbonda. Ecco perché, per il gusto di smentire il Foglio, ne ho creato uno io. Eccoli qui i “rich kids of Italy”. Naturalmente non ho alcuna intenzione di aggiornarlo in futuro, i bimbi ricchi locali non avranno altra gloria oltre questa. Ma dubito ne soffriranno. Più probabile se ne facciano una ragione mentre sorseggiano un Moët & Chandon mollemente accoccolati in una Jacuzzi, location da cui solitamente mandano inconsapevolmente in soffitta qualsiasi residuo retorico del self-made man, mito americano per eccellenza, secondo il quale duro lavoro e perseveranza garantirebbero risultati e successo. Balle: molto meglio partire con alle spalle i milioni di papà.

Interessante il termine anglosassone – uber-rich – con cui vengono definiti questi ragazzi. E’ chiaramente ripreso dall’Übermensch di Friedrich Nietzsche, il Super-uomo o meglio, l’Oltre-uomo. Come questi kids, che sono “oltre”. Perfino oltre qualsiasi cosa noi comuni mortali possiamo immaginare associato alla parola “ricchezza”. Il rimando al grande filosofo tedesco non è casuale. Per Nietzsche la morale nasce dall’istinto di vendetta, dal risentimento provato dagli uomini inferiori invidiosi nei confronti dell’Übermensch e del suo spirito libero e grande. In definitiva, serve per tener buona la gran massa degli uomini deboli, il gregge, tanto desideroso quanto incapace di sottomettere i pochi uomini superiori, e perciò accontentandosi di uniformarli alla propria mediocrità.

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Naturalmente i rich kids possono avere al massimo una vaga idea di cosa sia la grandezza di spirito dell’Oltre-uomo nietzschiano, ma hanno certamente tutta la libertà – assoluta diciamo pure – garantita dai soldi. Che, parliamoci chiaro, comprano tutto. Proprio tutto, senza alcun limite (manca solo la vita eterna, ma ci arriveremo. Anzi, ci arriveranno). Perché con la morte di Dio – afferma sempre Nietzsche – tutte le grandi teorizzazioni, dalla morale alla religione, si riducono a flebili retaggi del passato. Oggi che controllato e controllore coincidono, che burattino e burattinaio sono la stessa persona, qualsiasi precetto altro non è che frutto della relatività e nessuna verità incontrovertibile può essere più affermata. In fondo è il pianeta intero ad essere già “oltre”, solo che quel che resta della classe media, per sua natura tendenzialmente conservatrice, non lo sa o non lo vuole accettare, ancorandosi almeno formalmente a valori senza più alcun senso. I rich kids invece, oltre lo sono per diritto di nascita.

Un aneddoto che mi piace raccontare spesso è quello del regalo dell’ex calciatore David Beckham al figlio Brooklyn per festeggiare i suoi quattro anni: una Ferrari giocattolo da 36 mila euro. Era il 2004. Oggi Brooklyn, quasi sedicenne, sta tentando di seguire le orme del padre, anche se la squadra londinese dell’Arsenal lo ha appena bocciato a un provino. Pare difficile che il rampollo di uno dei più famosi calciatori inglesi di tutti i tempi possa aspirare a una carriera folgorante come quella del padre, a dimostrazione che, ogni tanto, “anche i ricchi piangono”. Magari solo per far godere un po’ anche noialtri esponenti del gregge. Che non è che condanniamo la ricchezza in quanto tale, ma ci illudiamo che sia ancora possibile distinguere tra il ricco buono e il ricco stronzo. Il ricco buono è quello alla Bono degli U2 che, a parte spostare il domicilio nel paradiso fiscale delle Antille Olandesi, si impegna un sacco per quei poveracci di africani. Il ricco stronzo invece è uno alla Gordon Gekko, indimenticabile protagonista di “Wall Street” di Oliver Stone. Ecco, i rich kids ce li immaginiamo così: tutti figli – legittimi, per altro – di Gordon Gekko. Anche se non proprio animati dalla stessa passione di far soldi. Anche perché essendo “oltre” non serve nemmeno più: basta spenderli. Ci sono comunque. Ormai per diritto divino, così come un tempo erano ereditari i titoli nobiliari.

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Ma davvero possiamo provare invidia per un simile stile di vita? E qui bisogna segnalare un aspetto curioso. Perché i piccolo borghesi come me difficilmente possono invidiare simili eccessi. Dai, non è proprio nella nostra natura. Ricordate? abbiamo tatuato in fronte il motto “in medio stat virtus”. Più che altro quelli come me in genere provano indignazione nei confronti di questi ragazzi che mettono su Instagram lo scontrino di una cena da 5000 dollari. Suvvia, con tutti i bambini che muoiono di fame e malattie in Africa. Suvvia, ma quanto son tamarri questi qui coi loro Rolex e le loro Ferrari, nonostante la presunta autoironia che secondo loro dovrebbe assolverli da ogni peccato?

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A provare invidia, a desiderare di imitarli sono invece, e pare quasi un paradosso, i più poveri. Il paradosso sta nel fatto che l’estetica dei rich kids è talmente simile alla parodia borgatara che ne viene data, ad esempio in un classico come “Il supercafone” del Piotta (i suoi capisaldi: “La femmina, li soldi, e la mortazza”), da sembrare copiata da quella. Del resto “esibire” è uno dei pochi diritti dell’uomo universalmente riconosciuti in quest’epoca così social. E se da noi è una delle prerogative preferite dai coatti, gli Usa hanno sdoganato nel mondo l’estetica swag variante di quella rap, in cui – in nome dello stile – il catenone finto oro fa pendant con la canotta. “Hey you’ve got swag!”. Tradotto: “Hey, hai stile!”.

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Scusa e buona lettura

Se sostituiamo per un attimo ombrelloni e sdraio del litorale di Ostia con gli sfondi tropicali usuali per i rich kids in vacanza, le due celebri borgatare de ‘na bira e ‘n calippo” potrebbero tranquillamente confondersi in una compagnia di “figli di”, col solo impiccio di dover sostituire l’inglese al romanaccio. Ti piacerebbe ti regalassero un gioiello di Bulgari da milioni di euro e poi salire sul jet privato per raggiungere lo yacht ancorato alle Antille? “Ammappete!”. Forse perché al vero poveraccio dell’equità non gliene fotte niente. E se vincendo al Superenalotto facesse di colpo i milioni, si trasformerebbe in un batter di ciglia in un rich, kid o kitch fa lo stesso.

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E a noi piccolo borghesi, così tromboni, così indissolubilmente ancorati a un’idea di società possibilmente più equa, media insomma, così incapaci di andare oltre un mondo che è già “oltre” da un pezzo, che cosa resta? Niente. Nemmeno la possibilità di godere dei piaceri che i due estremi regalano: né la bira e il calippo, né lo yacht e il jet. Nemmeno l’invidia, nemmeno l’indignazione, che personalmente non provo neanche un po’, forse perché troppo scafato, troppo vecchio o troppo snob, non so. E comunque ho già usato tre volte un avverbio di troppo. Magari perché senza accorgermene, comincio anch’io ad essere oltre. E sarebbe anche ora. Che non se ne può più del livore da perdenti di noi piccolo borghesi.

Davide Lombardi

Ad eccezione della mucca di Hirst, di Rosinés Chavez e del tizio coi baffi, tutte le immagini sono tratte dal blog “Rich kids of Instagram”.

Non credo di essere speciale, ma cerco qualcuno che voglia sposarmi

Pensiamo di essere talmente complessi che è quasi impossibile descriverci. Eppure ci sono casi in cui è possibile farlo in poche righe, come negli annunci matrimoniali. Siamo andati in un’agenzia matrimoniale a capire come si fa.

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di Martino Pinna

Pensiamo di essere talmente complessi che è quasi impossibile descriverci. Eppure ci sono casi in cui è possibile farlo in poche righe, come negli annunci matrimoniali. Dove ci si presenta più o meno come quando si cerca un lavoro, alla ricerca della persona giusta con cui condividere il proprio futuro. Ma per farlo ci vuole una professionista. Noi ci siamo fatti spiegare come funziona da Nadia.

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Nota: in questo articolo non verrà mai scritta la parola amore, tranne in questa frase.

Nadia gestisce un’agenzia matrimoniale che ha tre sedi in Emilia ed è attiva dal 1984. “Non ha mai chiuso” specifica. Lei prima studiava medicina, poi nel 1989 la madre ha acquisito l’agenzia e Nadia ha iniziato a lavorarci, scoprendo che questa era la missione della sua vita. Tanto che, ammettendo che non è un’impresa che rende tanto economicamente, la porta avanti perché adora il suo lavoro. Le chiedo se parlare con tanta gente a volte non la annoia e la risposta è secca: “Assolutamente no. Io sono innamorata di questo lavoro. Le persone mi interessano tutte, sono tutte interessanti”.

Quello che voglio sapere da Nadia, quello che voglio imparare da lei, è come sintetizzare una persona in poche righe e fare in modo che qualcuno la trovi interessante.

Infatti, anche se non ci conoscevamo, io almeno da un anno sono un grande ammiratore di quella forma di micro-letteratura in cui lei eccelle, ovvero gli annunci matrimoniali. Da lettore attento, avevo già capito che dietro c’era un’unica mano, una sola mente, e quando lei me l’ha confermato mi sono sentito come di fronte a uno dei miei scrittori preferiti, indeciso se chiedere una dedica sul free press dove di solito la leggo oppure no (non l’ho fatto).

La incontro nel suo ufficio dalle pareti color salmone, molto illuminato e molto riscaldato. Lei è gentilissima, molto bionda e sempre sorridente, il tipo di persona realmente entusiasta della vita. Ha un compagno storico ma non è sposata, “però faccio sposare gli altri” dice. È un’appassionata di paracadutismo, ma “appassionata” forse è un termine riduttivo: dal 1995 ad oggi ha fatto 2500 lanci. Significa che si è lanciata da un aereo in media 125 volte all’anno. “Dipende dai periodi, mi è capitato di fare anche 10 lanci in un giorno, è bellissimo, dovrebbe provare” mi spiega raggiante.

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Da fan quale sono tiro fuori i giornali con alcuni annunci sottolineati o cerchiati, i miei preferiti. Lei è sorpresa, forse è la prima volta che incontra un fan, ma è disposta a spiegarmi tutto del mondo delle agenzie matrimoniali, compreso il grande segreto del mondo degli annunci: la definizione di “bella presenza”. Partiamo da questo. Come si decide se una persona è di bella presenza o no?

Annuisce e risponde, come se si aspettasse questa domanda: “Allora, di bella presenza se parliamo di donne non vuol dire per forza la donna fatale o la fotomodella. Vuol dire tante cose. Ad esempio una persona che ha un aspetto gradevole, curato, ma soprattutto che sia interessante, che abbia degli interessi, una vita attiva”.

La spiegazione non mi sembra convincente, anche perché in alcuni annunci non viene scritto che una persona è di bella presenza: alcune sono “gradevoli” o “dall’aspetto più che gradevole”. Altre invece sono di bella presenza. Quindi insisto e le chiedo se la persona che è appena andata via, un cliente che era qui per fare un colloquio con lei, era una persona di bella presenza.

Ci pensa un po’ e dice: “Sì, era un ragazzo di bella presenza [solo dopo capirò il perché dell’iniziale tentennamento]. Cioè, inutile far finta che l’aspetto fisico non conti. Molti uomini sono convinti che sia così: che l’aspetto fisico alle donne interessi relativamente. Non raccontiamoci storie, conta eccome, anzi è determinante, anche per le donne. Siamo d’accordo?”

Sì.

“Ma a questo punto qualcuno potrebbe dirmi: ma scusi Nadia, come fa a decidere lei, dato quello che è bello per lei non è bello per me? Giusto?”

Giusto.

“Cioè, ci sono dei canoni fisici come avere dei lineamenti regolari, dimensioni normali, ecco… Però poi la bellezza è una cosa soggettiva, no? La bella presenza però è un’altra cosa, ed ecco perché è importante. Di una persona possiamo dire: io che è brutta, lei che è bella, ma entrambi possiamo concordare sul fatto che si presenti bene, che sia di bella presenza. È un criterio oggettivo”.

Ho capito. E io sono di bella presenza?

Mi guarda e risponde subito: “Sì, ma senza barba”. La barba infatti, nonostante ammetta che “ora è alla moda”, le dà un’idea di trascuratezza, e questo non va bene. “Lo so che lei la porta per sembrare più grande, ma senza starebbe molto meglio” mi dice. Ed ecco spiegato il tentennamento di poco fa: il ragazzo che usciva dal suo ufficio poco prima che entrassi io aveva un po’ di barba.

E di me come cosa scriverebbe?

“Di lei scriverei che ha 30 anni, giusto? Ecco. Alto diciamo 1,78, mi sbaglio? [non sbaglia] Dunque 30 anni, alto 1,78, di bella presenza, libero professionista. No, non scriverei giornalista, meglio libero professionista. E poi qualcuno dei suoi interessi e quello che cerca, quali intenzioni ha”.

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Quello che mi colpisce degli annunci di Nadia è che non mentono. Cioè, non solo sono tutti veri nel senso che sono corrispondenti a persone reali, ma dicono tutti la verità. Le persone vengono ridotte ai minimi termini lasciando solo quegli aspetti che vengono ritenuti utili al raggiungimento dello scopo e tutto il resto viene tolto, sottratto, come si fa in poesia.

E quello che resta è la verità, l’essenziale.

Altrimenti perché l’annuncio di una donna che cerca un futuro marito dovrebbe iniziare con la frase “so di non essere un granché”? È una frase ricorrente, e siccome so che è Nadia che la scrive (sempre in base a quanto dicono le clienti), le chiedo spiegazioni. Perché scrivere non sono un granché? Perché sminuirsi così? Per capirlo, bisogna prima spiegare come funziona un’agenzia matrimoniale.

“Dunque, funziona così: la persona legge i nostri annunci sui giornali o sul sito internet, che in sostanza servono da pubblicità. Poi ci chiama, ma non per uno specifico annuncio, perché quello che hanno letto potrebbe appartenere a una persona che potrebbe non essere interessata a loro, giusto? Non si può sapere. Tu magari sei interessata a lei, ma a lei di te non importa nulla. Invece il mio lavoro consiste proprio nel mettere in contatto persone che potrebbero andare d’accordo. Gli annunci danno un’idea delle persone che abbiamo a disposizione. Quindi come prima cosa la persona viene qua e si fa il colloquio, senza impegno”.

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Questo è il magico momento in cui Nadia mette in atto le sue capacità di analizzare le persone e sintetizzarle. Il primo colloquio serve proprio a questo: a creare un profilo della persona.

“Arrivano qua e chiacchieriamo, la persona parla di sé, delle proprie passioni, delle proprie intenzioni. Noi chiediamo un documento e facciamo firmare un contratto dove loro dichiarano di non essere sposate. È un’agenzia matrimoniale, non un’altra cosa. Se vogliono ‘altre cose’ vanno da un’altra parte… Spendono meno ed è più facile”.

Ci siamo capiti. Qua lo scopo è quello di far incontrare dei single per creare delle coppie che possibilmente poi si sposino, che formino una famiglia e che magari facciano dei figli. Non a caso negli annunci ricorre spesso l’espressione “famiglia tradizionale”. Cosa si intende?

“Quando scrivo così vuol dire che si cerca un rapporto stabile che porti anche a dei bambini. Una famiglia normale, ecco. Non di quelle coppie aperte, quelle cose strane. Io non ho tabù sul sesso, ma su certi valori sono un po’ all’antica” dice ridendo.

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Il funzionamento dell’agenzia è identico a quello delle agenzie del lavoro. Ci si presenta e si fa un profilo in base al proprio curriculum. E questa fase è fondamentale, perché Nadia segna tutto, ma poi tiene conto solo delle informazioni realmente utili a “trovarvi lavoro”, cioè la persona interessata a voi. E mentire è sempre un errore: è come scrivere nel curriculum che si parla un inglese eccellente e poi dimostrare al colloquio di non andare oltre il livello di Matteo Renzi. Al primo incontro con il responsabile del personale riceverete un bel due di picche, e qua non servono a nulla le raccomandazioni. Il mondo delle relazioni sentimentali è più spietato di quello lavorativo.

Ecco perché una frase come “so di non essere un granché” o “so di non essere speciale”, se all’apparenza può sembrare un’errore di comunicazione, in realtà fa parte di una strategia molto sensata. Infatti chi sarà attratto da una dichiarazione del genere, è difficile che poi resti deluso, perché sarà uscito di casa senza aspettative. “E quindi è più facile che scatti la scintilla” dice Nadia.

In questo modo non si creano illusioni, o meglio: se ne creano di molto raffinate.

“È importante capire che la persona che viene qua non è un emarginato all’ultima spiaggia come pensano alcuni” precisa. “Tutt’altro. Sono spesso persone molto molto selettive, di solito divorziate, che non hanno voglia di perdere tempo con storielle, ma vogliono trovare una persona con cui condividere una certa progettualità”.

Progettualità vuol dire “capacità di elaborare progetti”. In questo caso i progetti sarebbero le relazioni stabili, possibilmente a lungo termine. “C’è chi va a convivere, chi sta insieme ma ognuno a casa sua, chi invece si sposa e fa figli” racconta Nadia. “Ma lo scopo generalmente è quello: formare una coppia. Mi hanno invitata a tanti matrimoni, ma non ci sono mai andata, non mi sembra professionale”.

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Viene da chiedersi perché allora non mettersi d’accordo formalmente saltando la parte dell’innamoramento, come di fatto avveniva e avviene ancora in certe culture. In realtà per noi questa prima fase è fondamentale. Quello che chiamiamo innamoramento è un insieme di fenomeni necessari alla formazione della coppia e al consolidamento del suo legame.

Potrete non essere d’accordo, dato che l’aspetto culturale dell’innamoramento si è talmente evoluto da farcelo apparire molto più complesso di quello che è, ma se lo vediamo con gli occhi della biologia e dell’antropologia il senso è sempre quello. Tutta questa serie di impulsi ed emozioni che fanno sì che l’incontro tra le due persone risulti gradevole soprattutto grazie ad alcuni neurotrasmettitori (in particolare la dopamina, che dà la sensazione di piacere) hanno lo scopo di creare un’unione stabile. Secondo un popolare testo degli anni ’60 dell’etologo Desmond Morris, probabilmente superato ma sempre suggestivo e stimolante, l’innamoramento è nato come esigenza per tenere unita la coppia e limitare i contrasti all’interno di un gruppo:

Era inaudito per un virile primate maschio partire per una spedizione in cerca di cibo lasciando la sua femmina esposta alle avances di qualunque maschio di passaggio. Nessun addestramento culturale poteva farglielo sembrare giusto. Ciò richiedeva un maggior adattamento al modo di vivere sociale. Il risultato fu la formazione di un legame tra la coppia. Lo scimmione cacciatore maschio e la sua femmina furono così obbligati ad innamorarsi e a restare fedeli l’uno all’altra.

(Desmond Morris, La scimmia nuda)

Si tratta dunque di un accordo tra due persone per creare un legame che porti alla riproduzione e successivamente alla difesa della prole. Ora le cose hanno cambiato un po’ d’aspetto, forse si sono “evolute” come ci piace dire, ma la sostanza è la stessa, come dimostra il fatto che anche la diffusione delle coppie omosessuali vada in quella direzione: creazione della coppia, famiglia, prole.

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Essendo aumentata considerevolmente l’offerta, cioè il numero di persone “singole”, non facenti parte di una coppia, è diminuito il tempo da dedicare alla ricerca della persona giusta, anche perché nel frattempo dedichiamo sempre gran parte del nostro tempo a procacciarci il cibo, cioè a lavorare.

Come spiega Nadia: “Molti mi dicono ‘se volessi accontentarmi riuscirei a trovare la persona giusta da sola, non verrei qua’. Sa, internet, i locali, le discoteche. Il punto però è che non vogliono perdere tempo”.

Esattamente come un’azienda. E così come sul mercato del lavoro per essere appetibili bisogna avere certe voci nel curriculum, anche qui ci sono alcuni requisiti fondamentali che è necessario indicare per non essere esclusi a priori e per aumentare le probabilità di essere scelti.

Età, situazione professionale, bella presenza oppure no, in alcuni casi tipologia fisica (bellezza mediterranea, ad esempio), precedenti rapporti (divorzio alle spalle, figli), intenzioni sul tipo di rapporto, presenza o meno di interessi, però senza scendere troppo nel dettaglio, “perché altrimenti si rischia di essere riconosciuti, e gli annunci sono anonimi. Ad esempio il ragazzo che c’era prima mi ha specificato di non scrivere di cosa si occupa, perché fa una cosa molto particolare e siccome l’annuncio va sul giornale locale qualcuno l’avrebbe potuto riconoscere”.

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Il profilo che viene fuori è dettagliato, ma l’annuncio dev’essere sintetico. Voi ad esempio potete pensare di essere le persone più interessanti della terra, di essere speciali, e in un certo senso è così. Il problema è che anche altri pensano la stessa cosa, e quindi se Nadia non facesse da filtro ci sarebbero più annunci di persone che sostengono di essere tutte speciali. Annunci così non sarebbero credibili. Farebbero l’effetto di pubblicità di prodotti che sostengono tutti di essere i migliori e che urlano: compraci, compraci! Il consumatore attento storce il naso, non si fida.

Ecco quindi che Nadia riduce tutto ai minimi termini, a ciò che secondo lei conta davvero, alle informazioni basilari, nella maniera più semplice e onesta, in base a una metodologia di classificazione ormai rodata e basata sulla pratica di anni di esperienza.

Dire “sono un sognatore” serve meno di scrivere “sono un non fumatore”. Così come scrivendo un curriculum è più utile specificare che si possiede la patente e si è auto muniti e non che si ritiene di essere delle persone eccezionali. La prima affermazione (patente) è un dato oggettivo, verificabile, attendibile, la seconda (persona eccezionale) no. Il mondo è pieno di persone che dicono di essere eccezionali. Ma intanto vediamo se hanno la patente.

(Curiosamente, il possesso o meno di un’automobile è determinante anche nella ricerca di una persona con cui vivere. Un 40enne che non guida ha meno possibilità di un coetaneo automunito.)

Quindi potete anche parlare di voi stessi per un’ora, e Nadia annuirà sinceramente interessata alla vostra vita, sorriderà e vi farà sorridere, ma poi sul giornale apparirà una riga così: “43 anni, separata, alta, graziosa. Impiegata”. Praticamente un haiku. Sintesi estrema, nessuna bugia, l’umanità telegrafabile, o twittabile, se preferite.

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La situazione economica e lavorativa è fondamentale. “Insomma, per un disoccupato è dura, diciamo la verità” ammette Nadia. “Io non li voglio discriminare, questo è chiaro, ma bisogna essere realisti, sono difficili da sistemare. C’è una scaletta di bisogni, diciamo, e il lavoro è uno di quelli più importanti. Un disoccupato parte male”.

Le altre persone difficili da sistemare, oltre ai disoccupati, sono gli anziani e gli omosessuali.

Nadia mi spiega perché: “A volte mi capitano 65enni che vengono qua dicendomi che cercano una ragazza giovane per mettere su famiglia. E io gli dico: se ne è accorto ora che vuole mettere su famiglia? Ovviamente scherzo, lo faccio con gentilezza e ironia. Ma in certi casi hanno pretese impossibili. Sono quasi sempre uomini che vogliono donne giovani. Mi è capitato anche un signore di 90 anni. Ha insistito tanto per incontrarlo e quando l’ho visto mi ha sorpresa: era un bell’uomo, spalle dritte, venne qua con la bicicletta, elegante, giacca e cappello, colto, educato, una bella persona. Ma il problema è sempre trovare un profilo corrispondente. Nel suo caso non era facile”.

Con gli omosessuali il problema invece è un altro: “Me ne sono capitati alcuni, ma io non li tratto. Semplicemente perché è un mondo che non conosco e non riuscirei ad aiutarli in maniera professionale. Poi è anche un fatto di numeri: se si presentano 4 persone omosessuali e devo sistemarli tra loro come faccio? Diventa difficile”.

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Gli stranieri sono pochi. Ma rispetto al passato sono in aumento le donne straniere, che Nadia apprezza molto: “Soprattutto quelle dell’est. Donne serie, grandi lavoratrici, testa sulle spalle, spesso con patente, automobile e casa, e intenzionate a rapporti seri”. Praticamente perfette, agli occhi di Nadia.

A parte casi eccezionali come quello dell’arzillo ed elegante 90enne, la maggior parte dei clienti sono nella fascia 40/50.

“La maggioranza di quelli che vengono qua sono 40enni divorziati. A volte vengono uomini che stanno ancora divorziando. Mettono le mani avanti. Sa com’è, con le separazioni spesso si crea il vuoto, gli amici in comune spariscono, quindi iniziano a progettare da subito un’altra vita, non vogliono restare  soli. Quelli sotto i 40 è facile che siano celibi o nubili. Mentre dai 50/60 in su è facile che siano vedovi.” E i giovani?

“Ci sono, sono pochi ma ci sono. Sono meno rispetto al passato, l’età media si è alzata. Da poco è venuta una 23enne, carina, però introversa, molto concentrata sullo studio, non era tipa da locali, diciamo che si era un po’ isolata. Si è rivolta a noi per conoscere delle persone di buona cultura. Ma i giovani sono pochi, usano altri mezzi. Stanno lì a giocare su internet, a perdere tempo… Online c’è troppa scelta e ognuno può dire di sé quello che vuole, ci si fanno troppe illusioni”.

Il contratto che la persona stipula con l’agenzia dura 12 o 18 mesi. Vuol dire che in quel periodo di tempo Nadia e la sua collaboratrice contatteranno la persona proponendole degli incontri. L’agenzia viene pagata all’inizio per poi fornire al cliente contatti con persone da conoscere. Può andare bene al primo colpo, oppure no e allora si tenta finché il cliente è soddisfatto o il periodo del contratto è concluso. “Insomma, non presentiamo le persone per tutta la vita. A un certo punto il nostro lavoro finisce”.

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Quando vengono trovati due profili che potrebbero corrispondere Nadia chiama prima la donna e le propone il contatto. “Chiamo prima le donne perché sono più noiosine, selettive, danno più problemi. Allora dico: guarda, c’è questa persona, ha 38 anni, fa questo lavoro, ha questo titolo di studio, è celibe, divorziato, figli, non figli, non fuma, ha questi interessi, spiego insomma un po’ chi è questa persona, senza dire chi è la persona. Se lei dice di sì, allora io chiamo lui e gli do il numero di lei. A quel punto lui la chiama e noi ci mettiamo da parte: abbiamo creato il contatto, il resto, cioè l’incontro, spetta a loro. Anche se a volte vorrei vedere cosa succede durante gli incontri! Ovviamente non posso, ma mi piacerebbe, sarei curiosa”.

Le persone quindi si sentono via telefono e si mettono d’accordo per vedersi e conoscersi. Nadia suggerisce che questa parte sia il più breve possibile, altrimenti si rischia di creare illusioni e di distruggere tutto il lavoro di sintesi e sottrazione fatto dall’agenzia. “È il primo consiglio che do: non fate l’incontro al telefono, non mandatevi foto, non ditevi troppe cose, non create illusioni e aspettatevi o idee strane, non descrivetevi. Bisogna vedersi direttamente, parlate di voi fuori, all’incontro vero”.

Perché qui entra in gioco un altro aspetto fondamentale, quello dell’attrazione fisica. Ad esempio qualche giorno fa una cliente di Nadia ha chiesto al contatto che l’agenzia le aveva fornito di mandarle una foto. Lui ha commesso l’errore di mandargliela: “Lei non l’ha voluto più incontrare! Ma questo non era un uomo brutto, anzi. Era un bell’uomo. Uno di bella presenza. Ma nella foto era venuto male. Se si fossero visti dal vivo magari poteva andare bene”.

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Le persone normalmente si incontrano per un caffè, un aperitivo o una pizza. L’importante è che sia un posto non troppo affollato, altrimenti non si riesce a parlare bene. Dopo il primo incontro i clienti fanno sapere a Nadia se è andato bene o no: “Intanto mi serve per sapere se devo proporre altre persone, ma poi mi serve anche come metro di misura per capire a chi può andare bene quella persona”.

A volte le cose che fanno la differenza sono le più elementari, basilari: “Oggi, sembrerà strano, la cosa più difficile è mettere insieme fumatori con non fumatori” spiega Nadia. “Un tempo fumavano tutti, quel portacenere che vede là era sempre pieno, era normale. Oggi sarebbe impensabile, i non fumatori non sopportano più i fumatori. La maggioranza dei clienti mi dicono che preferiscono una persona che fuma, e i fumatori mi chiedono persone che non abbiano problemi con il fumo”.

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E il fattore religione? Chiedo a Nadia se è cattolica. “Ma cosa fa, mi chiede queste cose? Non si può, sono dati sensibili!” dice sorridente. Mi scuso, le dico che se preferisce non lo scrivo. “Ma no, lo scriva pure. Sono cattolica ma non frequento molto la chiesa, come molti italiani. Però ho certi valori. Ho fatto le scuole cattoliche e penso che quell’educazione mi abbia dato tanto. Ecco, questo lo scriva”.

Ma capita che una persona richieda come requisito l’appartenenza una religione? “Io non lo chiedo perché sono dati sensibili [frecciatina a me], ma è capitato che loro me l’abbiano voluto dire, e allora io ne tengo conto. Se una persona mi dice che va regolarmente in chiesa, e se capisco che una persona invece è molto diversa, allora non le faccio incontrare. Sa, è vero che gli opposti si attraggono, ma la relazioni stabili sono quelle tra simili”.

Martino Pinna

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Gli ultimi giorni dell’umanità

Sulla Teoria della classe disagiata. Siamo troppo ricchi per rinunciare alle nostre aspirazioni ma troppo poveri per realizzarle. Quindi che fare? Niente, aspettiamo la fine

Quando il 28 giugno 1914 il “Giovane Bosniaco” Gavrilo Princip assassinò a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando dando fuoco alla miccia della polveriera europea, non commise uno tra i tanti delitti politici che costellano la storia dell’umanità, ma segnò il punto esatto tra il prima e il dopo di un mondo intero. Il mondo avanti Gavrilo era quello della Belle Époque, un periodo di benessere e prosperità, di crescita demografica e industriale, di progresso e invenzioni – dall’automobile all’illuminazione elettrica – che fecero credere alla borghesia del tempo che il ‘900 sarebbe stato il secolo di uno sviluppo positivo a tempo indeterminato. Una sorta di “fine della storia” superata per sempre da un’umanità religiosamente dedita al culto del progresso scientifico e tecnologico.

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Assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, immagine dell’epoca

Quel che accade dopo il 28 giugno invece, il mondo dopo Gavrilo, è il primo conflitto mondiale. Ovvero, Gli Ultimi Giorni dell’Umanità, come dal titolo del testo teatrale “irrappresentabile” di Karl Kraus pubblicato nel 1922. Non solo la fine di un sogno e la caduta di ogni illusione, ma anche lo sterminio fisico di un’intera generazione. Una catastrofe che avrà il suo epilogo quarant’anni dopo, con la fine della seconda guerra mondiale, quando un’Europa coperta solo di macerie sarà costretta a dar vita a nuovo ciclo.

“Catch the Wormhole of 3:45 PM” di Eugenia Loli

A riportarmi a quei giorni, gli ultimi fuochi di un’epoca, è stato un libello pubblicato solo in versione digitale da Raffaele Alberto Ventura, il cui titolo, “Teoria della classe disagiata”, fa il verso al lavoro più famoso dell’economista e sociologo statunitense Thorstein Veblen che nel suo “Teoria della classe agiata” del 1899, teorizzò la nascita di una borghesia totalmente improduttiva, post industriale – una “proprietà assenteista” che condiziona e incide sulle forze produttive senza aver mai messo piede in una fabbrica – caratterizzata dal consumo vistoso, ovvero dallo spreco e dalla sua esibizione. Gente da Belle Époque, appunto, prima della catastrofe.

Il punto è che, cento anni dopo, la stessa suadente musichetta da orchestrina del Titanic ci ha accompagnati a lungo, fino ad arrivare ad oggi, senza che ce ne rendessimo conto se non nel momento del brusco risveglio. Quando grossa parte del ceto medio è passata nell’arco di una generazione da classe agiata a una condizione di incomprensibile e insostenibile disagio. Con l’aggravante – scrive Ventura – “di essere troppo ricca per rinunciare alle proprie aspirazioni, ma troppo povera per poterle realizzare”. Un cortocircuito ormai irrimediabile: l’aver assaggiato la mela di un benessere illusoriamente illimitato, destinato ad accrescersi generazione dopo generazione, di padre in figlio, e di trovarsi oggi a non potersela più permettere. Né oggi, né – assicura Ventura – nel prossimo futuro:

Se mi chiedono quali speranze ci restano, io rispondo come Kafka: c’è molta speranza, ma non per noi. Verranno forse nuovi uomini e nuove donne, più disperati e meno fragili, e si piglieranno il mondo che lasceremo.

A impedire una piena presa di coscienza della irreversibilità del mutamento che stiamo vivendo, sono le illusioni che ancora vengono rifilate a piene mani col fine, non meno illusorio sul lungo periodo, di mantenere sotto controllo e continuare a garantire una certa pace sociale. Detta in maniera semplice: portate pazienza, si tratta semplicemente di attendere che “passi la nottata”. Perché, assicurano i pacificatori sociali:

  • siamo di fronte a una delle crisi cicliche del capitalismo;
  • perché stiamo “lavorando per voi” nel correggere o almeno temperare i guasti delle politiche neoliberiste sposate dalla Troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale);
  • perché la ripresa è dietro l’angolo e noi le daremo una mano rispolverando e attualizzando – non si sa bene come – John Maynard Keynes. L’economista che assegnò allo Stato il compito di regolare il flusso imperioso e sregolato del capitale intervenendo in maniera diretta sul mercato attraverso mirate politiche monetarie e di bilancio, riequilibrando brevi manu, di persona, il rapporto tra domanda e offerta, rilanciando attraverso le propria azione l’occupazione. Con tutto quel che ne consegue.
“Cosmic float” di Eugenia Loli

Sfortunatamente, ribatte Ventura, non ci troviamo di fronte a una crisi ciclica, ma strutturale. L’errore non sta in questa o quella scelta politica o economica, nelle teorie di Friedman o di Keynes, ma è sistemico:

Le attuali politiche di austerità sembrano meno il prodotto di una superstizione neoliberista quanto piuttosto il risultato dell’incapacità strutturale — e oramai palese — delle nostre economie tardo-capitaliste e post-industriali di produrre ricchezza. Al cuore di questa incapacità sta l’ostinazione con cui la classe media occidentale difende il valore, oramai liquefatto, delle attività economiche per le quali è stata formata in previsione di un modello di crescita del tutto irrealistico. E mentre aumentava la massa di sostituti simbolici della ricchezza — in forma di moneta virtuale, scritture contabili e attivi improbabili — nessuno faceva caso alla sparizione della ricchezza reale.

Che non tornerà mai più, secondo l’autore. Perché per decenni abbiamo vissuto in una specie di bolla in cui la domanda è stata “drogata” per poter corrispondere all’offerta che, per la natura stessa del capitalismo, tende all’infinito.

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«Jouissez sans entraves» (Godete senza limiti). Foto di Henri Cartier-Bresson, 1968, Parigi

Ma il gioco, almeno per quanto riguarda la nostra società così come l’abbiamo intesa almeno dagli anni ’80 in poi, ha raggiunto le sue colonne d’Ercole. Ovvero il punto in cui l’offerta, abnorme, non potrà più essere assorbita dalla domanda. Solo che, spiega Ventura, “in assenza di consumatori è impossibile generare profitto, proprio come non si possono fabbricare salsicce senza carne” e “la presunta ricchezza delle società tardo-capitaliste potrebbe presto presentarsi come un’immensa accumulazione di merci invendibili”. Boom. Punto di non ritorno. Fine di tutto. Di questa Belle Époque targata Terzo millennio.

Perché soluzione al momento non è data. Almeno nei termini in cui siamo abituati a pensare delle “soluzioni”: cioè a interventi che non cedano di un passo dal modello ormai introiettato da una fetta troppo ampia di popolazione. “La garanzia è scaduta e i nodi sono venuti al pettine: spesa colossale, indebitamento fuori controllo, consumismo, inquinamento, tecnocrazia, politiche imperialiste di espansione. La soluzione? Più spesa, più debiti, più bisogni indotti, più inquinamento, più burocrati ed eventualmente più guerre. Keynes scaccia Keynes”. Nel maggio del 1968 sui muri di Parigi – ricorda Ventura – appare una scritta che diventerà l’imperativo di una generazione: «Godete senza limiti». Game over.

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Giorno di Natale del 1981: giovane sorridente con televisore, registratore Betamax e Atari

A pagare fino in fondo il prezzo della conclusione di un gioco iniziato da quei padri, sono oggi i figli. Quella che Ventura, con un parallelo efficacissimo, chiama Generazione Betamax, dal sistema di videoregistrazione domestica lanciato da Sony nel 1975 e naufragato nello scontro con il VHS. Molti sostengono che il Betamax fosse una formato migliore rispetto al concorrente, ma questo non bastò perché non sempre ciò che è “migliore” è anche il più “funzionale” in un dato momento storico. O anche per motivi molto più futili e occasionali che, senza grandi spiegazioni, non danno riscontro all’auspicio “vinca il migliore”. Un’affermazione, semplicemente, non sempre vera.

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(Scusa e buona lettura)

Il problema della Generazione Betamax, tanto “bella quanto inutile, destinata a morire” (per parafrasare le parole che all’esame di patologia il professore universitario rivolge a Nicola Carati/Luigi Lo Cascio in una scena cult de “La meglio gioventù” riferendosi all’Italia intera) è che

a differenza di quello che una volta veniva chiamato «proletario» perché non possedeva nulla se non la propria prole, il membro della classe media dispone di un eccesso di capitale che gli è assolutamente necessario per riprodursi e mantenersi entro la classe di provenienza.

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Sony Betamax SL-2410. Era chiamato il “talking betamax”, il perché si può vedere in questo video.

Questo “eccesso di capitale” è la sua formazione. In pratica siamo tutti, o quasi tutti, scolarizzati. Anzi, iperscolarizzati. Solo che i figli della borghesia sono più di quanti siano i mestieri borghesi richiesti dal capitalismo.

In pratica, non c’è e non ci potrà essere nemmeno in futuro sufficiente lavoro, almeno nella tipologia dalla quale un figlio della borghesia non può derogare, il terziario avanzato, per poter rispondere alle esigenze di tutta questa generazione. Figlia di una classe media che l’ha messa al mondo in una fase di (relativa) espansione carica di promesse, ma che oggi al momento di garantirne l’inserimento nel mondo del lavoro a parità di condizioni, si trova col cerino in mano. E l’erede in casa. Innocente ma, egualmente, con una inappellabile condanna pendente sul capo. Come scrive Ventura citando a sua volta il sociologo marxista Michel Clouscard:

Per quanto profondamente escluso dal possesso del capitale, dai mestieri e dalle funzioni proprie della sua classe, il borghese non può scivolare nella classe operaia e svolgere la professione di operaio.

Ed è questa sua incapacità di derogare, la sua pena (tutta da leggere, anche se non è possibile approfondirla in questa sede, la feroce analisi, elaborata nel terzo capitolo del pamphlet, al sistema educativo in quanto tale: “una perversa utopia democratica”).

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Videoregistratore Betamax in vendita in un mercato dell’usato

Vale la pena, a questo punto, riportare quasi per intero la mail che ci ha inviato una giovane aspirante collaboratrice di questa testata. Quello che lei propone di raccontare nei suoi eventuali articoli è questo:

Il leitmotiv delle conversazioni quotidiane negli ultimi periodi, tra i miei coetanei e non, è quello del lavoro. Si passano ore a parlare di ricerche disperate, di colloqui, di cassa integrazione, di frustrazioni, depressione e quant’altro. Poi avvengono degli incontri e senti di storie, di persone che tentano e a volte riescono a rendere il proprio quotidiano (perché ormai è il quotidiano l’unica cosa che ci resta di salvabile) ricco di senso, un senso che non coincide solo con un lavoro ‘creato’ su misura, ma anche con iniziative, progetti culturali, musicali che poco o niente hanno a che fare con una retribuzione ‘significativa’, ma che sicuramente riescono a riempire con ‘senso’ appunto un vuoto lavorativo e sopratutto un vuoto di dignità. In breve, se davvero il lavoro nobilita l’uomo, io vorrei parlare di quelle persone che cercano di ‘nobilitarsi’ senza un lavoro.

Niente meglio di queste parole, disperate nelle prospettive, prima ancora che nel racconto di una realtà, potrebbero sintetizzare meglio il tramonto di un occidente. Cioè, di quell’idea di occidente sul quale troppo a lungo abbiamo costruito una bolla totalmente irreale. Fino al presente in cui, giorno dopo giorno, riceviamo continue certificazioni di un fallimento. Un irrimediabile inconveniente, di questi tempi, quello “di essere nati”. Ma, per citare il filosofo rumeno Emile Cioran:

Allorché qualcuno si lamenta che la sua vita è un fallimento, basta ricordargli che la vita stessa è in una situazione analoga, se non peggiore.

E per fortuna che ci resta la consolazione della filosofia.

Davide Lombardi

Fare il mezzadro in Italia nel 2015

Stefano lavora nella raccolta delle olive ma non viene pagato in euro e oggi ha la casa piena di bottiglie d’olio. La mezzadria esiste ancora?

Lavorare ed essere pagato in bottiglie d’olio: il ritorno della mezzadria, un lavoro che in realtà non è mai scomparso dal medioevo a oggi. Ufficialmente non esiste più, ma durante la raccolta delle olive negli oliveti arrivano pensionati, disoccupati e cassaintegrati pronti ad arrotondare.

A partire dagli anni 2000 abbiamo visto nascere professioni sempre più nuove, mai sentite prima, di quelle che a volte sono difficili da spiegare quando qualcuno ti chiede “Sì, ma esattamente che lavoro fai?”. C’è stato poi il ciclo degli hobby che diventano lavori e lavori che ritornano ad essere hobby: i numerosi videomaker, copywriter, giornalisti, designer e artisti che a un certo punto si sono sentiti dire che il loro lavoro in fondo era poco più che una passione, un passatempo, e quindi non per forza deve essere pagato.

Ma c’è anche chi fa lavori manuali che sono identici da almeno 600 anni: stesse modalità di lavoro, stesse modalità di pagamento. Stefano ad esempio ultimamente lavorava come mezzadro. Ha 31 anni, abita in Sardegna, ha mandato curriculum in tutta Italia e in buona parte d’Europa per cercare un lavoro qualsiasi, ma nella sua isola, al momento, l’unico “lavoro” che ha trovato è quello in campagna. E ora spieghiamo il perché delle virgolette.

Stefano non viene pagato in euro ma in bottiglie d’olio. Varie volte nella sua vita ha lavorato in campagna, perché in Sardegna – come capita anche in molte regioni del sud Italia – è uno di quei pochi lavori che più o meno richiedono sempre manodopera.

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Occupazioni instabili, faticose e pagate poco. Ma quando proprio non si trova altro a parte i famigerati call center o i soliti contratti a progetto come operatori di vendita o agenti di commercio, allora la campagna resta l’unica soluzione. Pochi euro ma subito, in contanti e non di rado in nero, che passano da una mano all’altra, arrivederci e grazie. Niente false promesse, niente provvigioni: esci di casa, lavori e torni con in tasca qualche euro.

Ma nell’ultimo lavoro che Stefano sta facendo per mettere da parte un po’ di soldi, la paga non è in euro. Nemmeno in sterline, dollari o yen. Viene pagato in bottiglie d’olio. È l’antica mezzadria, una parola che alla maggior parte di noi suonerà come antica, appartenente a un’altra epoca, ma non è così. Seppur non ufficialmente, seppur in forma marginale, la mezzadria esiste ancora ed è sempre esistita.

“Ci sono piccoli-medi proprietari di oliveti che mettono a disposizione il proprio terreno per la raccolta delle olive. Chi vuole, la maggior parte pensionati, va e raccoglie quanto più riesce” spiega Stefano. “A quel punto consegna le olive al proprietario, che si occupa della molitura, cioè l’estrazione, e la resa in olio viene divisa in due: metà va al proprietario e metà ai raccoglitori. Se sei fortunato riesci a portare a casa 10/15 litri di olio al giorno”.

Il lavoro del mezzadro negli oliveti è rimasto sostanzialmente invariato dal medioevo a oggi. Certo, c’è qualche piccola migliora tecnica, ma per il resto è uguale. Anche la divisione, da secoli, è quella 50 e 50: metà a chi raccoglie, metà al proprietario. Nonostante nei secoli ci siano state diverse rivolte per cambiare la divisione del prodotto e portarla a 60/40, oggi si divide ancora a metà. La maggior parte dei moderni mezzadri sono pensionati, disoccupati o cassaintegrati che arrotondano così.

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Anche in Farmville, il popolare gioco su Facebook dove si simula la vita di un agricoltore, è possibile piantare un oliveto, raccogliere le olive e perfino produrre l’olio. Farmville ha circa 40 milioni di utenti attivi al mese e circa 8 milioni che ci giocano ogni giorno. Probabilmente perché nessuno di questi le deve raccogliere davvero.

In teoria in Italia la mezzadria è stata abolita nel 1964 e la legge vieta di stipulare nuovi contratti di questo tipo. Il punto è che qua non si parla di aziende e quindi non esistono contratti. E il proprietario dell’oliveto, anche se volesse, non ha nessun vantaggio ad assumere i braccianti come dipendenti e a trasformare l’olivo in una vera azienda e la raccolta in un vero lavoro. Perché? La risposta è molto semplice.

“Perché non conviene. Il punto è che questi oliveti non sono vere aziende: l’alternativa sarebbe appunto lasciare le olive sugli alberi. Così invece, in qualche modo, tutti guadagnano qualcosa, anche se non sempre sono euro. La concorrenza del mercato dell’olio è spietata: al supermercato puoi trovare bottiglie d’olio a 3 euro. Qua, con tutte le spese ridotte al minimo, non puoi farlo pagare meno di 7 euro al litro… ma è olio di ottima qualità”.

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Ma dal punto di vista del bracciante dove sta il guadagno, oltre a riempirsi la casa di bottiglie d’olio di ottima qualità? “Se hai i contatti riesci a venderlo, in nero naturalmente, visto che io non ho nessun titolo per commerciare il prodotto. Altrimenti te lo tieni in dispensa come provvista. Io ora in casa ne avrò circa 50 litri” spiega Stefano.

Eppure questa parola così antica – mezzadria – oggi può suonare anche molto moderna. Abbiamo visto l’interessante caso della “Real shit”, letame di design che, con un’astuta operazione di marketing, è riuscito ad arrivare nei punti vendita di Eataly. Oppure pensiamo anche a quel genere di cose nuove e cool tipo il WWOOF (Willing Workers On Organic Farm), che consiste nell’andare nelle fattorie, essere ospitati e lavorare gratis.

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Il lavoro in campagna in questo caso diventa non più sopravvivenza ma esperienza culturale. Non solo non vieni pagato, ma sei tu a pagare. E non sono poche le persone che sborsano centinaia di euro per andare a raccogliere le olive di qualcun altro, per vivere “l’esperienza della campagna”.

Un certo scalpore ha destato l’estate scorsa la notizia che per raccogliere olive nella tenuta toscana di Sting bisognasse pagare 262 euro al giorno. In cambio, a parte il sudore della fronte per raccogliere le olive della popstar, un picnic sul prato e una degustazione di vini. L’agognato incontro con l’ex Police? Quello non veniva garantito.

Un’esperienza di cui Stefano invece farebbe volentieri a meno: “Ogni mattina mi devo alzare presto e controllare il tempo, perché se piove non si lavora” spiega. “Per un po’ di tempo lavorare così non è male: sai di usare in cucina dell’olio buono, se lo vendi ti fai anche qualche euro e almeno non stai a casa con le mani in mano. Però, certo, non si può considerare un lavoro vero”.

Martino Pinna

Foto di copertina: Agriturismo San Giovannello / Flickr, foto nell’articolo Florian Rieder / Flickr – Licenza Creative Commons 2.0

L’uomo in rivolta

Massimo Beretta non è un rivoluzionario, ma un tranquillo commerciante bresciano che a un certo punto ha deciso di ribellarsi. Contro uno Stato che invece di porsi al servizio di tutti i suoi cittadini sembra tutelare l’interesse di pochi. Partita da Facebook, la sua protesta ha raccolto migliaia di adesioni.

Massimo Beretta non è un rivoluzionario, ma un tranquillo commerciante bresciano che a un certo punto ha deciso di ribellarsi.  Contro uno Stato che invece di porsi al servizio di tutti i suoi cittadini sembra tutelare l’interesse di pochi. Partita da Facebook, la sua protesta ha già raccolto migliaia di adesioni. E presto vuole scendere in piazza. Per gridare tutta la propria rabbia e riuscire finalmente “a farsi vedere”.

Il 31 dicembre, esasperato, ha postato un messaggio sul profilo personale e da lì, lasciato che qualcuno lo raccogliesse nel mare magnum di Facebook. Un breve testo accompagnato da un hashtag, #iononmiammazzo, in cui lui, commerciante di Breno, nel bresciano, rilancia la protesta contro una pressione fiscale alle stelle, a livelli della Svezia – loro il 44,7%, noi il 44,1 – che, unita alla crisi economica e a un livello record di disoccupazione (il 13,4 %, il 43,9 per gli under 25), sta riducendo alla fame decine di migliaia di italiani.

“Mi chiamo Beretta Massimo, lavoratore e prima ancora marito di una donna splendida, dichiaro apertamente di non riuscire più a pagare, con i miei incassi, tutte quelle tasse che lo Stato mi chiede. Mi appello ai principi dello stato di necessità e della capacità contributiva proporzionale al proprio reddito, stabiliti rispettivamente dagli Art. 54 del Codice Penale e il 53 della Costituzione per legittimare il mio rifiuto categorico di continuare a contribuire, attraverso le tasse, alle spese per il mantenimento dei privilegi della classe politica che ci governa, vera protagonista di questa crisi economica.

Poi l’accusa più pesante: con questo sistema iniquo, lo Stato induce al suicidio quei cittadini che non ce la fanno più a sopravvivere, magari senza o con poco lavoro, schiacciati da una tassazione tra le più alte al mondo e dalle spese insostenibili. Che siano pochi o tanti non importa. Anche uno solo è sempre troppo. Perciò, dichiara Beretta, ribellarsi è giusto, sacrosanto. Di certo meglio che ammazzarsi. “Se ho pensato anch’io a togliermi la vita? Sì, certo. Sono in grave difficoltà, come ho scritto nel mio messaggio. Certe volte la notte è molto lunga da passare, la mente va via libera e si pensano tante cose”. Ma sulla disperazione ha prevalso la voglia di lottare. “Ho 36 anni – dice – e non è giusto io mi ritrovi a fare di questi pensieri. Voglio provare a cambiare le cose”.

Il successo della protesta di Beretta è stato tale che, ad oggi, il suo primo post ha ricevuto oltre 30 mila condivisioni su Facebook. Persone che lo hanno convinto ad aprire cinque giorni fa una pagina Facebook dedicata, che nel momento in cui scriviamo ha raggiunto quasi 8 mila “Mi piace”.

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“Non me lo aspettavo – racconta – ma dopo quel post mi sono arrivati centinaia di messaggi. E quasi mi vergogno oggi della mia situazione che, rispetto a tante altre persone che mi scrivono, è meno disperata di quello che mi appariva. In fondo io sono in rosso per 45/50 mila euro. Sono nella media. C’è chi è messo molto peggio di me. La mia storia è semplice: cinque anni fa mi sono messo in proprio e ho aperto una mia attività, un pet shop, un negozio di prodotti per animali, all’interno di un centro commerciale. Ci lavoriamo io e mia moglie e un paio di ragazze dipendenti part-time, di cui una a chiamata, per 362 giorni l’anno, dalle 9 e 30 alle 19 e 30, esclusi Pasqua, Natale e il primo dell’anno. Le cose non andrebbero poi così male, clienti vecchi e nuovi ne ho, ma con i miei incassi non riesco più a mandare avanti il mio negozio con i continui aumenti di tasse e bollette. Leggo poi che l’Iva potrebbe essere progressivamente portata al 25,5%. Se così fosse, un prodotto dal valore di 100 euro dovremmo farlo pagare al cliente 125. Ma siamo impazziti? Col crollo dei consumi che c’è! Così si blocca tutto”.

E conclude secco: “Io non ce la faccio a sostenere i costi che lo Stato mi impone. Pagare l’Iva è più importante della mia vita e di quella di mia moglie? Oppure: perché dovrei licenziare le mie due dipendenti? Io prima pago loro poi, se riesco, le tasse e l’Iva. Solo dopo”.

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(Scusa e buona lettura)

Ci tiene a precisare che non è uno di quelli per cui il fisco è il demonio. “Mai stato un evasore – assicura – sono una persona onesta e le tasse, se sono eque, le pago e le voglio pagare. Avendone in cambio dei servizi pubblici adeguati. Che in Italia però non abbiamo affatto. E’ semplice da capire, no?”.

Sì, semplice. Come “una persona semplice” si definisce Massimo Beretta. Che ha capito che per dar voce a una protesta bisognosa di una miccia per esplodere doveva metterci la faccia. Trasformarsi egli stesso in un marchio e usare il social network più diffuso al mondo come volano. Il volto dello scontento sottotitolato da un hashtag: #iononmiammazzo. Piuttosto, giustamente, m’incazzo. E dopo di lui sono in tanti che stanno mandando alla pagina Facebook la propria faccia accompagnata dallo stesso cartello. A testimonianza di una rabbia crescente che, se non placata, rischia facilmente di indirizzarsi verso obiettivi davvero poco centrati.

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Immagine di copertina dell’edizione tascabile Gallimard de “L’Homme Révolté” di Albert Camus

 

Lo spunto per esprimere il suo profondo malcontento, Beretta l’ha trovato in una foto. Una persona che teneva in mano il cartello “Io non mi ammazzo”. “Da lì ho macchinato per venti giorni – prosegue – e poi l’ho fatto anch’io. Ho subito pensato che il miglior canale per diffondere il mio messaggio dovesse essere per forza Facebook. Io ho la terza Ipsia, elettricista. Non ho contatti coi media, non conosco gente famosa. L’unica cosa che è alla portata di tutti, o almeno di tutte le persone con la mia istruzione e le mie capacità, è Internet. Oltre che usarlo per le solite stupidate, gattini e cagnolini, che pure io amo moltissimo, ho provato a usarlo in maniera diversa. E sta funzionando. Può sembrare un paradosso, ma da un lato mi dispiace tantissimo che la pagina di #iononmiammazzo abbia tanto successo. Avrei preferito che i Mi piace fossero venti o trenta, perché io credo ancora in questo Paese, lo amo. Ma questo successo è la dimostrazione che, purtroppo, la situazione è veramente catastrofica”.

La colpa di tutto questo? Nel suo post Beretta lo imputa alla politica, ma chiacchierando la sua posizione è più articolata, meno disposta a individuare facili bersagli: “Penso che al 90 per cento la responsabilità sia nostra, di tutti noi: non abbiamo mai voluto cambiare veramente le cose. Dar la colpa al politico è piuttosto facile, me ne rendo conto. Ma l’Italia è nostra e se non riusciamo a tirarla fuori da questo caos, ne siamo i primi e diretti responsabili”.

La battaglia di Beretta è, come si dice, post ideologica. Afferma sì, di aver avuto in passato simpatie per una parte politica, non difficili da intuire dalla sua bacheca, di recente di aver sperato in Grillo, poi in Renzi, ma adesso si dichiara deluso di entrambi. Nessuno che rappresenti lui e quelli simili, in tutto o in parte, a lui, la “maggioranza invisibile” racconta dal sociologo Emanuele Ferragina, che non comprende solo precari, disoccupati o migranti, ma anche la parte più fragile di una classe media in costante impoverimento.

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E, senza aver mai letto o sentito parlare di quel saggio, sono esattamente le parole con cui Beretta spiega gli obiettivi del movimento che, partito come una scommessa, ora sta cominciando a prendere forma: “Dobbiamo riuscire a farci vedere ad ogni costo – sottolinea – e sono sicuro che questa protesta funzionerà perché non possiamo andare avanti così. Leggete sulla bacheca della pagina che ho aperto, ci sono messaggi di persone veramente disperate. Dobbiamo fare qualcosa”.

Iniziando con l’andare oltre Internet: “Vogliamo organizzare una protesta pacifica, una manifestazione a cui partecipino almeno diecimila persone, che ci dia visibilità. La mia preoccupazione è organizzare qualcosa di positivo: niente forconi, niente manganelli, niente violenza di alcun tipo. Temo atti di vandalismo perché le persone sono davvero esasperate. Certo, se fossi al posto di qualcun altro, spererei nella confusione. I media sono bravissimi a distrarre l’attenzione quando si crea il caos in questo tipo di eventi. Ma se, quando la manifestazione ci sarà, si spacca una vetrina, si ribalta un cassonetto, noi abbiamo già perso. Si parlerebbe solo di questo e non dei contenuti della nostra protesta. Della nostra rabbia.

La deriva violenta è un rischio che questo Paese sta correndo. La gente è veramente arrabbiata. E quando è così, è pericolosa. Lo capisco. Qui si sta giocando col fuoco. Il popolo è come un cane: lo bastoni tre, quattro, cinque volte, ma prima o poi si rivolta. La situazione è pericolosissima, bisogna far capire quello che pensiamo, come siamo messi. Dobbiamo renderci visibili. Penso che in questa forma, la nostra protesta possa canalizzare tutta questa rabbia e trovare uno sbocco positivo. Essere finalmente ascoltati. Io ci credo fermamente. Devo crederci per forza”.

Davide Lombardi

In copertina: “Sunday” di Edward Hopper (1926)

La rivoluzione culturale del letame

Agricoltura e marketing si uniscono e creano Real Shit: letame in barattolo dall’aspetto molto invitante. Abbiamo intervistato uno dei fondatori, che definisce il progetto “fortemente ideologico”.

A guardare la bella confezione uno si aspetta di trovarci dentro dei dolci, o qualche cioccolatino. E invece no: è cacca. Qualche cliente di Eataly, a Milano, è rimasto interdetto trovando dei barattoli di “Real Shit” (Vera Merda) tra gli scaffali del noto magazzino di alimentari super chic. E’ uno scherzo? E’ la domanda che si sono fatti in molti.

Guardando poi il sito di Real Shit il sospetto che si tratti di uno scherzo si fa più grande: pagine eleganti, stilose, dal forte impatto grafico e dai testi brevi ma ironici e coinvolgenti. Non sembra il sito di un’azienda che produce letame. Ad esempio il video che mostra la preparazione del prodotto si trova su Vimeo, notoriamente più cool, e non su Youtube, troppo di massa. Un dettaglio? Certo, ma come sappiamo il diavolo si nasconde proprio là, nei dettagli.

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Per capire qualcosa di più abbiamo parlato con uno dei tre diavoli in questione: si chiama Federico, ha 32 anni, lavora nel mondo della comunicazione e definisce il progetto Real Shit “fortemente ideologico”.

Federico viene da da Offagna, piccolo comune delle Marche noto per le vigne.

“Io sono nato e cresciuto in campagna e, anche se ora non vivo più circondato da verde e animali, quelle esperienze me le porto dentro” spiega. “Accanto alla passione per la campagna c’è la passione per la comunicazione che condivido con gli altri amici fondatori. Un giorno abbiamo capito che c’era una storia molto bella che valeva la pena raccontare. La storia del letame e del suo ruolo nella cultura contadina. Ci sembrava paradossale che lo stesso prodotto venisse considerato “oro nero” in un contesto culturale ed ignorato totalmente in un altro contesto. Il nostro obiettivo non era tanto vendere il letame, ma diffondere un certo tipo di consapevolezza”.

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Per comprendere il senso di questa affermazione approfondiamo meglio il prodotto: letame, cacca, o merda se preferite essere diretti. Si tratta proprio di quello. Non è un prodotto di nicchia, anzi: il letame è vendutissimo come concime in ambito agricolo ma anche casalingo, per chi ha piccoli giardini o qualche pianta sul balcone di casa. E’ proprio a quest’ultimo target che sembrano rivolgersi quelli di Real Shit. Difficile infatti che un contadino entri in un negozio Eataly e acquisti un barattolo del loro prodotto: 750grammi costano 8,90 euro. Cioè molto.

Il letame in campagna spesso è possibile trovarlo gratis: chi ha animali, se non lo usa per il proprio terreno, è ben contento di regalarlo o venderlo a poco ai contadini vicini. Se si compra, il costo varia in base al tipo e alla qualità (indicata dai valori NPK, cioè di azoto, fosforo e potassio). Uno dei più cari è il guano di pipistrello, proveniente dall’Indonesia e considerato uno dei migliori fertilizzanti. Un sacco di letame bovino da 20kg può costare 18 euro: cioè meno di un euro al chilo. Ovviamente all’aumentare della quantità diminuisce il prezzo.

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Un barattolo di Real Shit invece costa 8,90 per meno di un chilo. Ma quello che si sta vendendo non è solo il prodotto (comunque di qualità, garantiscono) ma è sopratutto la scatola, cioè “la storia” come la chiama Federico utilizzando un termine oggi molto diffuso nel marketing. Dare l’idea al consumatore di Eataly che non sta comprando della semplice cacca, ma della cacca di grandissima qualità e con background culturale che rende il suo profumo molto accattivante. Da non perdere, a proposito, il Dirtyfesto di Real Shit.

Prima domanda: perché non chiamarla Vera Merda, in italiano?

Abbiamo scelto un nome inglese perchè il nostro progetto ideologico si rivolge a un pubblico internazionale. L’abbiamo chiamata per quello che è: 100% letame. Nessun gioco di parole, nessuno tranello pubblicitario.

Vedo che si parlava di voi già nel 2013 ma ad oggi nel sito non è ancora possibile acquistare il prodotto. Come mai?

Dal 2013 ad oggi abbiamo perfezionato il nostro prodotto sia in termini di packaging (sembra scontato ma ti assicuro che non è stato uno scherzo trovare barattoli di cartone adeguati all’utilizzo che ne dovevamo fare) che in termini di materia prima (abbiamo cercato di ottenere un prodotto qualitativamente impeccabile). Da poco ci siamo lanciati nel mercato e stiamo già ricevendo parecchie richieste da tutto il mondo, soprattutto in seguito alla pubblicazione di alcuni importanti articoli su testate internazionali. Al momento si può comprare da Eataly Smeraldo a Milano.

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Pensate di fare confezioni più grandi? E quanti animali vengono utilizzati per la produzione?

La confezione attuale è di 750g ed è sufficiente per concimare circa 8 vasi del diametro di 20 cm. In futuro potremmo pensare ad altri formati. È difficile dare dei numeri sulle mucche (perché è di mucche che si tratta e non di cavalli: il sito è in fase di aggiornamento) e le galline che producono Real Shit.

Fate un controllo di qualità del prodotto? Come viene fatto?

Il controllo di qualità del prodotto viene effettuato in tutte le fasi di produzione: dal reperimento della materia prima, al trasporto fino al processo di maturazione. Il letame proviene esclusivamente da allevamenti che rispettano le norme sul benessere animale: gli animali hanno accesso alla luce naturale e dispongono di spazio per muoversi liberamente. Real Shit viene prodotto nel rispetto dell’antica tradizione contadina dei “cumuli di letame” secondo la quale il letame veniva fatto maturare ribaltandolo costantemente per nove mesi in modo da favorire il naturale processo di fermentazione ed umificazione naturale. Questo processo conferisce al prodotto una ridotta percentuale di cellulosa e di lignina ed abbatte la carica batterica ed i semi infestanti. Non usiamo forni ad aria calda per essiccare il letame e non mescoliamo i letami con altre sostanze chimiche. I controlli di qualità vengono effettuati da dei laboratori esterni che prelevano senza preavviso campioni di prodotto e lo testano nei loro laboratori.

E’ evidente che avete pensato molto bene la comunicazione del prodotto: ma non c’è il rischio che la gente pensi che sia uno scherzo e non lo acquisti? Insomma che pensi a una provocazione come quella della merda d’artista di Manzoni

Abbiamo cercato di raccontare la storia del letame nel modo più verosimile possibile. Potrà sembrare una sciocchezza ma c’è una cultura immensa dietro al letame, ci piacerebbe riscoprirla, ci piacerebbe che anche chi vive in città possa avere accesso a quel mondo di valori, oltre che a quel prodotto. Ma ripeto, il barattolo è solo la chiave di accesso ad un mondo, un pretesto. Noi stessi, invitiamo i consumatori ad andare in campagna a scoprire con i loro occhi come si maturano i cumuli di letame. Per sostenere questo obiettivo abbiamo in mente un progetto non profit. Ci piacerebbe sviluppare un network che metta in contatto allevatori che producono letame di qualità e urban farmes in modo da facilitare l’incontro e lo scambio di racconti … e Real Shit.

Lavorare meno, lavorare tutti

E’ di ieri la proposta lanciata dal professor John Ashton, Presidente del Comitato di Salute pubblica britannico, di introdurre la settimana corta lavorativa: quattro giorni di lavoro invece degli usuali cinque e un bel weekend lungo di tre giorni. Per tutti. Secondo Ashton, una simile rivoluzione potrebbe produrre almeno tre risultati significativi: combattere gli alti livelli rilevati di stress da lavoro, permettere di passare più tempo in famiglia e a coltivare i propri interessi personali, ridurre il tasso di disoccupazione.

Il viaggio per il lavoro

Ashton parla di una “cattiva distribuzione del lavoro”: chi lavora troppo, chi troppo poco o niente. In entrambi i casi le conseguenze sono un aumento delle malattie fisiche e mentali. Conclusione: lavorare meno non solo riaprirebbe spazi in un mercato del lavoro bloccato quando non in contrazione (in Italia la disoccupazione è tornata a salire), ma sarebbe un gran bene per la salute di tutti.

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