Grazie a questo articolo digitale e autoprodotto sono stati salvati due pioppi

Pubblichiamo un intervento dello scrittore Amleto De Silva, secondo il quale, il mondo dell’editoria italiana è in piena confusione.

Il mondo dell’editoria italiana è in piena confusione. Da una parte i grossi editori, che propongono di “regolamentare” il self-publishing, cioè l’autopubblicazione, confezionano libri come prodotti (ma a volte sbagliano) e grazie ai famosi editor decidono chi va bene e chi no. Dall’altra ci sono persone come lo scrittore Amleto De Silva, che dice: “Vuoi essere quello che produce e vende libri di merda, ma proprio merda merda, o vuoi fare quello che arriva e decide chi è bravo e chi no? No, perché se pubblichi una cacata e poi vieni a dire a me che il mio libro fa schifo, io non solo non ti credo, ti rido proprio in faccia”. Pubblichiamo qui il suo intervento.


di Amleto De Silva

Non mi ricordo quando, e nemmeno mi ricordo il nome, ma insomma una volta ho letto un’intervista a una signora, un pezzo abbastanza grosso di una qualche casa editrice, che a domanda, rispondeva che il self-publishing, sì carino, ma in qualche modo va regolamentato. E lì ho capito. Insomma, perché un personaggio in qualche modo importante di una casa editrice dice cose così? E con così, intendo così prive di senso? Perché hanno paura, mi sono risposto, e sono tuttora convinto di avere ragione. Le case editrici hanno il sacrosanto terrore del self-publishing; immaginate, che so, il manager dei Daft Punk. Un bel giorno si sveglia e comincia a chiedere di regolamentare (cioè, parliamoci chiaro, porre un freno per legge a) i cd autoprodotti dalle garage band. Ora, se non riuscite a immaginarlo, è esattamente per il motivo che pensate voi, e cioè che il manager dei Daft Punk, dall’alto dei suoi millemila fantastiliardi di copie vendute, delle garage band e dei loro patetici demo se ne fotte alla grande. Anzi, se non è fesso, cerca i suoi futuri Daft Punk proprio lì, tra gli sfigati. La cosa sarebbe diversa se i Daft Punk vendessero mille copie: allora sì che il manager sbraiterebbe contro i ragazzini che di copie ne vendono duecento (fatto salvo un mercato pari, diciamo, a millecinquecento, e non in espansione). Invece, la signora di cui non ricordo il nome, lasciava elegantemente cadere la cosa, così, tra una citazione colta e l’altra. Regolamentare. Come parlasse del porto d’armi. La cosa non mi stupì allora e continua a non stupirmi.

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Il mondo editoriale italiano è a dir poco sconcertante, o almeno sconcerta non poco me. Non riesci a leggere una sola intervista, un solo articolo senza che qualcuno che di quel mondo fa parte non asserisca con tono di rimprovero che in Italia si scrive troppo e si legge poco. Che poi, che significa, si scrive troppo? Chi lo ha detto a loro, che si scrive troppo? E anche se fosse, cazzo, da quando scrivere è diventato un male? Sul leggere, poi, è anche troppo facile prenderli per il culo; che significa si legge poco? Che ne sapete voi? Voi, al massimo, potete sapere quanti libri si vendono, ma questo non ha niente a che fare coi libri che si leggono effettivamente. Se il vostro ultimo capolavoro (barzellette, comici tv, chef sussiegosi e semianalfabeti) non vende, allora voi pensate che la gente non si presti a vicenda, che so, Moby Dick, o il Circolo Pickwick? O che non se lo scarichi? (illegalmente, certo. Ma chi ha la capacità di scaricarsi un libro ha anche abbastanza cervello da non comprare i libri della Gamberale, per cui stiano sereni). Sarebbe come pensare che siccome io sono uno sfigato, non mi invitano alle feste e non scopo, allora significa che nel mondo nessuno fa più festa e nessuno torna a casa abbracciato a una ragazza. Il fatto è che ci sono i rave, adesso, e loro non se ne sono accorti. Invece di aspettare l’invito della ragazza di buona famiglia per la sua festa nell’attichetto di papà, dove peraltro la parola d’ordine è abbassate la musica, le persone han cominciato a far festa senza di loro. Boccioni di vodka, musica a palla, droga e, soprattutto, un sacco di gente. La stessa gente che loro prima volevano tener fuori, e che adesso gli rode il culo se si organizzano per i fatti loro. Il guaio è che non funziona così. Se io mi diverto altrove, sai quanto me ne fotte di te e della tua festa pariolina? Niente, ecco quanto.

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Quello che gli editori italiani non hanno capito, e che li porterà alla rovina, è che non puoi far mangiar fiele alla gente e pretendere che cachi miele. Prendiamo un caso standard: ho scritto un libro e voglio sottoporlo all’attenzione di un editore. Il suo sito m’informa che non leggono manoscritti. Ecchillà, si dice a Roma. Come se una squadra di calcio non facesse i provini. Ma mettiamo che trovi un editore disposto a darmi ascolto: mi tocca una trafila immensa ed estenuante con l’editor di turno, che di default pensa che il libro vada cambiato qui e là. Se no non vende, dicono. Poi te lo cambiano, il libro non vende uguale, perché l’editor, non essendo Dio, non sa ovviamente costruire a tavolino un bestseller, e però la colpa è tua, e la figura di merda di aver firmato un libro rovinato dall’editor, e dall’editore, sempre tua. Il delitto perfetto: se le cose vanno male è colpa tua, se vanno bene è merito loro. Il guaio è che tu, che hai la passione della scrittura, hai perso un anno, o anche due, in pubbliche relazioni con questa gente, e intanto tutto hai fatto tranne che scrivere. Poi ci sono i social network: diventi amico di questo e di quello scrittore pubblicato, e loro ti dicono che non vendono un cazzo, che l’editore non gli spinge il libro, e ti chiedi: ma chi me lo fa fare, a me, di sottopormi a queste forche caudine? Vado su Amazon, e in cinque minuti ho il mio ebook. Vado su ilmiobro.it e in dieci ho il cartaceo da vendere. Poi magari faccio fetecchia, ma intanto so cosa mi sono risparmiato, in termini di salute e autostima. E qui interviene il discorsetto col ditino ammonitore: eh no, caro mio, per essere uno scrittore non basta scrivere, ci vuole che vengo IO e ti dico che lo sei. Strano, perché, io scrivevo prima di essere pubblicato (un libro in self-publishing e tre, il quarto in lavorazione, presso due diversi editori) e scrivo adesso. Per me, ci crediate o no, non è cambiato assolutamente niente.

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Intendiamoci, mi chiamasse, che so, un boss della Mondadori o della Rizzoli per farmi i complimenti e dirmi che mi vuole con loro, ne sarei lusingato. Ma certo non lascio che siano loro, o altri, a dirmi quanto valgo. Lo so, quanto valgo. Lo sapevo quando non pubblicavo, lo sapevo quando ho pubblicato la prima volta, lo so adesso che vendo anche benino, per essere un signor Nessuno. E la mia opinione sul mio lavoro non cambia a seconda di quante copie riesco a vendere: uno scrittore scrive, vendere i libri è un mestiere che non mi compete. E le telefonate che cambiano la vita te le fa il Superenalotto, non certo un editore. Gli editori, invece di suggerire regolamentazioni (quanto mi fa ridere questa cosa a me), si preoccupassero del loro, di mestiere. Perché è chiaro che nessuno, e guardate, proprio più nessuno, li prende sul serio. E la colpa è loro. Deciditi: vuoi essere quello che produce e vende libri di merda, ma proprio merda merda, o vuoi fare quello che arriva e decide chi è bravo e chi no? No, perché se pubblichi una cacata e poi vieni a dire a me che il mio libro fa schifo, io non solo non ti credo, ti rido proprio in faccia. E faccio bene, perché la tua autorevolezza te la sei giocata da quel dì.

Sei autorevole se sei autorevole, non se fai i soldi. Anche i delinquenti fanno i soldi. Se pubblichi qualche libro bello in mezzo a un mare di merda, sei uno che pubblica merda. Niente di male, per carità, anzi ti faccio anche i complimenti, ma in questo caso la predica la vai a fare a un altro, uno così fesso da starti a sentire. Abbassate le arie, state a sentire un amico. Questo tipo di business, quando crolla, lo fa in due minuti; la maggior parte della gente che frequento preferisce comprare in rete e pagare con paypal, e non pensa che pubblicare i libri della Littizzetto sia una garanzia, per chi vuol spendere i suoi soldi in letteratura, anzi. Si guarda il catalogo dell’editore, se è piccolo si fida di più, spulcia le recensioni in rete, quelle vere, perché solo voi non avete capito che quelle farlocche che vi organizzate voi le sgamano tutti subito. Magari viene sul tuo sito, legge quello che scrivi, ti segue sui social per accertarsi che tu non sia un decerebrato che scrive frasi d’amore scritte male per un pubblico di sciampiste. E lo fa in mezz’ora. E’ in quella mezz’ora che si gioca la partita, ormai, non sulle terze pagine dei giornali che nessuno compra più, non nelle trasmissioni tv, che raggiungono solo e sempre un pubblico che i libri, quelli veri, non li ha mai comprati e mai li comprerà, cafoni decerebrati cui lanciare un nuovo fenomeno semianalfabeta ogni anno. Pubblico di vegani per un salumificio, ecco quello che sono, gente cui potete rifilare una salsiccia ogni tanto dicendogli che è senza glutine e senza ogm, ma non è il pubblico che vi serve.
Quello lo state bistrattando e mortificando ogni giorno che passa. Attenti a fare le signorine sopracciò, che non invitano alle feste.
Poi non vi lamentate che restate zitelle.

Amleto De Silva

In copertina, rielaborazione grafica da 13:42 via photopin (license)

Se non leggi questo articolo, uccideremo questo cane

Le vere eminenze grigie di una casa editrice sono gli editor, come Beppe Cottafavi di Mondadori. Sono loro a decidere cosa verrà pubblicato e cosa invece finirà nel cestino della spazzatura.

di Davide Lombardi

Le vere eminenze grigie delle case editrici, quelli che decidono cosa è degno di finire sugli scaffali di una libreria e cosa invece è destinato al cestino della spazzatura, magari accompagnato da una risata beffarda, sono gli editor. Ne abbiamo intervistato uno tra i più influenti (oltre che cinici e crudeli): Beppe Cottafavi di Mondadori.

Ahò Totti, è vero che hai venduto un milione di copie del tuo libro?“. “Nun è possibbile, io ne ho scritto uno solo“. Vera la prima: nel 2003 “Tutte le barzellette su Totti (raccolte da me)” è stato per Mondadori uno dei più grandi successi editoriali di tutti i tempi, 1 milione e 200 mila copie vendute in libreria dopo il fischio d’inizio. Ovviamente, falso, che autore di quel successo sia stato l’immarcescibile capitano della Roma che anzi, all’inizio non voleva saperne di apporre la propria firma a una raccolta di barzellette che giravano via sms o nei forum su Internet prendendolo bellamente per il culo. Furono Maurizio Costanzo e Walter Veltroni, all’epoca sindaco di Roma, a convincerlo che invece di soffrire di quei continui sfottò, poteva dribblarli con un colpo di autoironia. Lui fu abbastanza intelligente da capirlo e firmò il libro, dando così il via anche alla sua carriera – baciata dal successo non meno di quella calcistica – nella pubblicità.

Al mare Totti dice a Ilary: “Amò vatté a fà er bagno”.
Ilary: “Nun posso amò, c’ho le cose mie” e lui: “Nun te preoccupà, te le guardo io”.

Con Totti impegnato a guardare le cose di Ilary, a occuparsi di trasformare in un successo epocale un’accozzaglia informe di battutacce sull’ottavo re de Roma, era stato Beppe Cottafavi, editor o consulente editoriale che dir si voglia, della più importante casa editrice italiana, Mondadori. Un successo commerciale nato per caso, che lui racconta così: “Una sera sono a Roma a casa di Marco Giusti (coautore con Enrico Ghezzi del leggendario Blob di Rai Tre) di cui sono molto amico. E mentre chiacchieriamo del più e del meno, Marco mi fa: ‘Ma senti, tu che fai libri di cazzate, perché non fai un libro sulle barzellette di Totti che stanno spopolando?’. Mi si accende una lampadina: telefono subito a Camilla, mia figlia, che all’epoca aveva dodici anni e le dico, tirami giù da Internet tutte le barzellette che trovi su Totti. Poi con Marco le abbiamo riscritte e editate. Veltroni e Costanzo hanno convinto Francesco a metterci la faccia, operazione non facile perché era come chiedere al comandante generale dell’Arma di firmare un libro di barzellette sui carabinieri, quindi siamo usciti in libreria. Dove abbiamo fatto il botto. Ancora oggi è il successo commerciale più importante della mia carriera”.

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Photo credit: via photopin (license)

I “libri di cazzate” sui quali Giuseppe ‘Beppe’ Cottafavi ha costruito la propria carriera che ne fa oggi un Mazzarino dell’editoria italiana – non il solo, ma certamente tra i più influenti – sono umoristici: quelli della leva dei comici tirati su all’epoca eroica di Comix, settimanale della Cosimo Panini Editore di Modena da lui diretto tra il ’92 e il ’96. Luttazzi, Vergassola, Littizzetto e tanti altri sono passati per quelle pagine. Con Luttazzi ad esempio pubblica, sempre con Panini, la parodia del polpettone della Tamaro sbeffeggiandolo sin dal titolo, “Va dove ti porta il clito”, beccandosi una querela da parte della scrittrice triestina. Boom incredibile anche per la collana Comix Pillole, librettini che nel formato riprendono la collana Millelire inventata da Marcello Baraghini per Stampa Alternativa (rimasta nella storia dell’editoria italiana grazie ai 2 milioni di copie vendute con la “Lettera sulla felicità” di Epicuro). “Nutella Nutellae” di Riccardo Cassini, maccheronica parodia in chiave nutellesca di grandi classici della letteratura, sbanca con un milione di copie vendute.

Di quella collana, conservo ancora nella mia biblioteca quel gioiellino che è stato “101 cose da evitare a un funerale” di Daniele Luttazzi, ispirato a “Telling a Kid His Parents Are Dead” di Ed Bluestone pubblicato nel 1973 su un numero della rivista satirica americana The National Lampoon. Al di là delle polemiche che in questi ultimi anni hanno segnato il percorso del comico romagnolo, ancora oggi “porgere le condoglianze alla vedova servendosi di un pupazzo da ventriloquo” è qualcosa dalla quale astenersi a un funerale.

January 1973 Vol. 1 No 34

Baciato dall’aura di successi commerciali a ripetizione, una volta esaurita l’esperienza di Comix, nel 1996 Cottafavi comincia a lavorare per Mondadori occupandosi principalmente della biblioteca umoristica della casa editrice di Segrate come editor. In cosa consista esattamente questo mestiere non è chiaro ai più, e vale la pena fare un po’ di luce. Colpa della lingua italiana che non ha una parola per definirlo, “mentre in inglese – mi spiega – publisher è l’editore che mette i soldi per fare i libri, nel mio caso Marina Berlusconi proprietaria della Mondadori, invece l’editor è quello che concretamente li realizza, nel senso che sceglie quali libri pubblicare e quali no. Che poi capiamoci, all’interno di un gigante come Mondadori che da solo copre il 30% del mercato editoriale italiano, scegliere cosa pubblicare non significa solo individuare i libri belli ed eliminare quelli brutti, ma costruire un palinsesto che risponda a un progetto editoriale preciso. Magari in quel momento sto cercando un libro che abbia una buona resa commerciale, e se mi arriva roba di alta letteratura non mi serve. Anche se è buono, non va bene per me e lo rifiuto: può darsi che funzioni per un’altra casa editrice”.

Questa è la prima fase. Anzi, in realtà la seconda, perché sul tavolo di un editor del livello di Cottafavi arrivano proposte filtrate già da una prima scrematura dei “lettori”, di solito giovani incaricati del “lavoro in miniera, cioè della prima lettura o della correzione di bozze” che ogni editore ha in portafoglio (a 25 euro a testo, il prezzo di mercato) per visionare le migliaia di scritti che gli finiscono sul tavolo. Dopodiché, una volta individuato il volume ritenuto degno di raggiungere la libreria, comincia il suo lavoro vero e proprio, che Cottafavi descrive così: “Raramente si tratta di un lavoro di superfetazione, di una rimodellatura totale del testo, ma piuttosto di una negoziazione con l’autore. Spesso su dettagli quali il titolo, la copertina, a volte perfino una singola parola. Alcuni libri vengono costruiti come avviene in un film, solo che non ci sono i titoli di coda e il nome di coloro che hanno collaborato alla sua realizzazione non compare”.

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Giovani minatori nel primo ‘900. Fonte: Digitalcolored.

Quella dell’editor dunque, come una specie di “vita da mediano”, come nella canzone di Ligabue, “a recuperar palloni, nato senza i piedi buoni, lavorare sui polmoni” pur di far vincere i mondiali alla propria squadra? Non esattamente, l’editor lavora sì nell’ombra, ma non nei panni poco nobili dell’oscuro mediano ma, giura Cottafavi, come “un allenatore, un regista. A volte perfino uno psicanalista. Qualsiasi autore, anche il più bravo e il più esperto, una volta concluso il proprio lavoro non sa se ha scritto un capolavoro o una cagata pazzesca, e il limite spesso è sottile. L’editor è il suo primo lettore, quello che lo vede nudo, quello di cui si deve fidare e dal quale accettare consigli spesso sgraditi. Un alter ego col quale combattere perché inevitabilmente non è mai d’accordo. Dunque si parla di un rapporto di fiducia ma anche, inevitabilmente, conflittuale. Per questo mi sento di paragonarlo a un rapporto analitico. L’editor è anche un po’ uno sciamano, uno che vede un libro dove ancora non c’è”.

Un po’ come accade col self publishing. Grande moda del momento per cui chiunque – tanto più in un paese come il nostro con molti più autori (mancati) che lettori – può pubblicare direttamente su Internet il proprio lavoro saltando a piè pari l’intermediazione della casa editrice. E magari, se ha pure un proprio giro di aficionados sui social network, farci anche un po’ di soldi. Una concorrenza, quella di Internet, che Cottafavi dice di non temere. “Qualcuno dipinge le autoproduzioni come una sfida radicale all’editoria. Se così fosse, il lavoro dell’editore sarebbe già finito e questa fase altro non sarebbe che il nostro tramonto. Io non credo sia così. Faccio un esempio concreto: ‘Cinquanta sfumature di grigio’ di E. L. James apparentemente ha questo percorso, no? Lei è una fan della saga di Twilight e pubblica la prima versione del suo romanzo in formato digitale su un forum di fan della fiction. Il libro comincia a girare, vero. Ma diventa un caso editoriale solo quando un editore australiano decide di pubblicarlo rendendolo un successo planetario da cento milioni di copie. Perciò, va benissimo il self publishing. Anzi, noi peschiamo in quel mondo. Ma la funzione dell’editore resta sempre la stessa: rendere quella cosa lì un libro e chi l’ha scritta un autore. Puoi pubblicare sul web quanti libri vuoi e avere pure un certo successo, ma se ti telefona Calasso e ti dice che il tuo è un libro da Adelphi, cambia la tua vita. Il ruolo dell’editore resta e resterà anche in futuro questo: scegliere”.

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Ma come fa un editor a capire se il materiale raccolto in miniera è il solito sasso appena smaltato o una potenziale pepita d’oro? “Beh, è un fiuto che ti fai con l’esperienza – risponde Cottafavi – anche se ognuno di noi ha sviluppato un proprio metodo. Una cosa per me molto importante, è la mail di accompagnamento. Se mi colpisce, finisco per leggere anche lo scritto, se invece la trovo poco interessante o addirittura fastidiosa – tipo un libro di 100 pagine accompagnato da una mail di 30 – non mi ci metto neanche”.

Posso confermare. Come molti altri giornalisti, anch’io ho un capolavoro – tanto orrido quanto incomprensibilmente incompreso da quei bifolchi di editori – nel cassetto. Titolo: “Albergo ad ore”. Anni fa lo inviai a Minimum Fax con una lettera di accompagnamento che più meno diceva così: “Hey, ho questo capolavoro che mi degno di sottoporre alla vostra attenzione, va solo rivisto da capo a piedi da un bravo editor, ma è un vero gioiello!”. Gentilissimi, dalla casa editrice romana mi risposero a stretto giro di mail: “Ma se lei per primo scrive che va rivisto da capo a piedi, perché ce lo manda? Magari prima lo riveda lei”. Fu così che il solito ottuso editore prese una clamorosa cantonata affondando la mia precoce carriera di scrittore e privando così l’umanità, eccetera eccetera.

“Cantonate e successi sono nell’esperienza di tutti – chiosa Cottafavi – io ero alla fiera di Francoforte quando Mondadori perse a favore di Salani l’asta per i diritti di Harry Potter della Rowling. Sul piatto ce n’erano in quantità industriale di serie su nani, elfi e maghetti. Difficile capire anche per un occhio esperto quale fosse quella giusta. Noi puntammo su un fantasy diverso che in seguito non ha avuto l’esito culturale ed economico del ciclo della scrittrice inglese. Succede”.

A buttarla sempre sulla variabile “successo sì, successo no”, sembra che la bontà di un libro dipenda esclusivamente dal numero delle copie vendute, facendo di Cottafavi una specie di segugio perennemente a caccia di “libroidi”. Feroce definizione inventata da Gian Arturo Ferrari (oilà, freschissimo vicepresidente di Mondadori…) in un articolo su Repubblica del 2012, “Nel mondo degli pseudolibri” dove in pratica si accusava Cottafavi, e quelli come lui, di forgiare

“oggetti che dei libri hanno tutte le fattezze, sia fisiche, sia commerciali, sia propriamente libriche (dispongono di un autore – anche se a volte solo nominale -, di un editore, di un copyright, spesso di un indice), ma dei libri non hanno l’anima. O, più umilmente, non hanno il capo e la coda, l’invenzione di una storia, il bene di un concetto, un autore vero. Al contrario dei replicanti di Ridley Scott, i libroidi non sono immersi in un’ aura tragica, sembrano piuttosto soddisfatti di essere quello che sono e di occupare stabilmente posizioni elevate nelle classifiche, (…) assomigliano ai frequentatori del bar di Guerre stellari, allegri mostri e gaglioffi come loro”.

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Accusa non da poco per Beppe da Modena, visto che condanna il nostro alla dannazione eterna nell’inferno tratteggiato da Massimiliano Panarari nel suo saggio “L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip” (pubblicato da Einaudi, casa editrice del gruppo Mondadori e il cui editor, ironia, è lo stesso Cottafavi) secondo cui la direzione “di una pedagogia di massa che definisce i contorni di ciò che diventerà nazionalpopolare” è completamente sfuggita di mano alla sinistra per passare nelle mani (catodiche) dei vari Antonio Ricci o Maria De Filippi. O in quelle, libroidi, dei Cottafavi. Che però, con la zazzera ribelle e radical chic a fargli da elmetto, un po’ se la ride sotto il pizzetto, citando a sostegno il mai abbastanza rimpianto Edmondo Berselli, intellettuale anticonformista, modenese doc come lui e suo grande amico:

“Mai stato comunista. A me il birignao della cultura alta non è mai piaciuto. Invece sono sempre stato attratto dalla cultura popolare, dal mainstream, che sì, lo ammetto, è all’origine della mia fortuna professionale. Quando con Edmondo lavoravamo insieme a ‘Sinistrati. Storia sentimentale di una catastrofe politica’, discutemmo a lungo sul titolo. Lui, un po’ scherzando e un po’ no, era per puntare su ‘Sinistronzi’. Alla fine lo convinsi per ‘Sinistrati’. Edmondo, molto apprezzato a sinistra, fu anche colui che inventò l’espressione ‘professoresse democratiche’, un po’ il corrispettivo colto delle casalinghe di Voghera di Arbasino. Son quelle che guardano i programmi di Fabio Fazio e, quando presenta un libro, ci credono pure che sia bello perché lo dice lui”.

Insomma, più che infilarlo a forza nelle uniche categorie in cui in Italia siamo abituati a pensare, destra/sinistra, Cottafavi è uno che ama il cinismo beffardo, e in un ambiente strutturalmente omologato a sinistra (per quel poco che ancora può significare) come quello emiliano, facile intuire i bersagli più prossimi sui quali sfogare quel po’ di voglia di anticonformismo. Poca o tanta che sia. Perché poi va detto, nella piccola provincia, perfino per un autore di libroidi di successo non è impossibile vedersi appuntata la medaglia di gloria locale, e Cottafavi fa certamente parte dell’eletta schiera. Niente di male in fondo: farsi nominare baronetti dalla regina non fece schifo né ai Beatles né a Mick Jagger (per la cronaca: solo Lennon quattro anni dopo esserne insignito, rinunciò al titolo per protesta).

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(Scusa e buona lettura)

Piuttosto, con l’amico Berselli, Cottafavi condivide la feroce ironia. E soprattutto, l’autoironia. Come quando racconta di quella che ritiene essere la sua maggior soddisfazione letteraria, il suo “libro del cuore” che, precisa, “in Italia ha avuto poco successo nonostante sia bellissimo”: “I miei mostri”, primo e unico libro del maestro della commedia all’italiana, Dino Risi, scritto a 86 anni, quattro anni prima di morire. “Lo andammo a trovare nella sua casa romana io e Marco Giusti – racconta – solo che Marco è balbuziente e io ho questa voce afona dai toni acuti. Mentre siamo ancora sul pianerottolo Risi comincia a prenderci per il culo trasformandoci in uno sketch dei suoi film: ‘Chi cazzo siete voi due che sembrate due dei miei mostri?’. Ci facciamo quattro risate e alla fine ci fa entrare. Cerco di convincerlo a fare questo libro, una specie di montaggio per iscritto della sua irripetibile esistenza ma lui mi risponde: ‘sei arrivato troppo tardi’. La partita pare già chiusa e lascio perdere. Dopo un mese però ricevo una telefonata in cui mi dice: ‘Ho scritto 30 pagine, ma non te le mando’. Si comportava proprio come una figa, ma alla fine ho avuto per le mani questo dattiloscritto, l’ultimo che credo di aver visionato nella mia vita, buttato giù con una Olivetti Lettera 32, da cui ne è abbiamo ricavato questo libro stupendo, tra l’altro pieno di aneddoti tanto cattivi quanto esilaranti. Come quello su Nanni Moretti di cui Risi diceva: ‘Ogni volta che vado a vedere un suo film, penso: Nanni spostati e lasciami guardare il film’.

Ecco, togliersi di mezzo tra l’opera e chi ne fruisce. Proprio come fa un editor. Ogni volta che gli riesce.

Davide Lombardi