Viaggio nel cuore islamico di Modena

Quanto e cosa sappiamo del Ramadan, il mese considerato sacro dai musulmani di tutto il mondo perché, secondo la tradizione, è durante questo periodo che il Corano venne rivelato al Profeta? Il nostro reportage nelle quattro comunità islamiche modenesi.

Gli ultimi giorni del Ramadan, mese di preghiera e digiuno per un miliardo e mezzo di musulmani di tutto il mondo, sono l’occasione per compiere un viaggio all’interno della comunità islamica modenese, una comunità multinazionale di oltre 9000 fedeli, etnicamente composita, che orbita intorno ai quattro centri presenti nel territorio cittadino.

C’è una minoranza importante della città che silenziosamente compie il digiuno del Ramadan in una delle estati più torride degli ultimi 150 anni in pianura padana. Sono lavoratori, impiegati, commercianti, studenti e pensionati. Vengono dal Marocco, dalla Turchia, dal Pakistan e dalla Bosnia. Sono biondi e scuri, bianchi, neri e meticci. Durante il Mese di Ramadan non sono concesse distrazioni: senza clamore, i fedeli si organizzano per le preghiere e i riti comunitari conferendo alla città di Modena un aspetto unico, padano e mediterraneo, in qualche modo universale.

Dal 18 giugno al 17 luglio, i Musulmani di tutto il mondo hanno celebrato il mese di Ramadan, il nono dell’anno secondo il calendario musulmano di tipo lunare. Secondo la Tradizione Islamica è durante il mese di Ramadan che il Corano venne rivelato al Profeta Mohamed. Per i Musulmani è un periodo sacro di digiuno, preghiera e privazioni mondane. Il digiuno, “Sawm” in arabo, consiste nell’astensione dai cibi, dalle bevande e dai rapporti sessuali dall’alba fino al tramonto di tutti i 29-30 giorni del mese di Ramadan e costituisce il quarto dei cinque Pilastri dell’Islam. Ciò significa che, salvo precise eccezioni, compiere il digiuno nel mese di Ramadan è una prescrizione per ogni musulmano. Anche il musulmano meno ortodosso che frequenta più le strade del centro storico e i rivenditori di alcolici rispetto alle “moschee”, con ogni probabilità, si asterrà dal bere e dal fumare, almeno in pubblico, durante il mese di Ramadan. Le eccezioni sono invece riportate nel Corano (Sura II, vers. 185) e riguardano le donne incinte e quelle con il ciclo, i viaggiatori, i malati, gli anziani, i bambini in età prepuberale, tutti esentati dal compiere il digiuno poiché, come recita il Corano:”Allah vuole per voi quel che vi è facile, non quel che vi è duro” (Sura II, vers.183).

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C’e’ una notte verso la fine del Ramadan, più sacra delle altre, che i Musulmani chiamano Laylatul Qadr: la “Notte della Misericordia” o “Notte del Destino”, in arabo. Secondo la Tradizione, la “Notte del Destino” cade in uno dei giorni dispari dell’ultima decade del mese di Ramadan. Pur non essendoci consenso unanime nel mondo islamico sulla data precisa, è consuetudine celebrare il Laylatul Qadr durante la 27esima notte di Ramadan, quest’anno nella notte fra lunedì 13 e martedì 14 luglio, in piena canicola. Per i Musulmani Laylatul Qadr è la notte in cui è iniziata la Rivelazione coranica completata poi in altri e successivi istanti della vita del Profeta Mohamed, vissuto nella Penisola araba a cavallo fra il VI e VII secolo e divulgatore dell’ultima e definitiva rivelazione all’umanità.
Un’intera Sura (la 97esima) composta da cinque versetti è consacrata alla Notte del Destino. “La Notte del Destino è migliore di mille mesi. In essa discendono gli angeli e lo spirito, con il permesso del loro Signore, per fissare ogni Decreto. E’ pace fino al levarsi dell’alba”, recita il Corano (Sura 97; vers. 3-5).

Durante il Ramadan si vive più la notte del giorno, quando al tramonto la comunità si raccoglie per celebrare la sospensione quotidiana del digiuno, “l’Iftar”, e compiere le orazioni comunitarie, fortemente consigliate nella religione islamica, soprattutto durante il Mese Sacro. Durante la “Notte del Qadr” ogni osservante è chiamato a pregare dal tramonto all’alba per espiare i propri peccati e onorare Allah. Una preghiera non-stop chiamata Tarawih che dura fino alle prime luci del giorno, intervallata soltanto dal Souhour, la cena collettiva consentita nelle ore notturne.

E’ dalla preghiera dell’Asr, quella del pomeriggio intorno alle 17:30 che nei quattro centri islamici modenesi comincia il fermento che precede i grandi momenti comunitari. Al Centro della Comunità Islamica di Modena e Provincia, in via delle Suore, è un via vai di fedeli sudati vestiti con tuniche immacolate che trasportano ampi vassoi pieni di datteri e brocche di latte, gli alimenti che compongono l’Iftar, la sospensione quotidiana del digiuno. Quando il sole tramonta, non ci si abbuffa né mai si esagera: i Musulmani mangiano in silenzio una manciata di datteri sorseggiando del latte prima di compiere le abluzioni e prepararsi alla preghiera del Maghrib, quella del tramonto, intorno alle 21.

FOTO / Notti di preghiera

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Per raccontare alcuni momenti di questo mese importantissimo per circa 1 miliardo e 800 mila persone nel mondo, abbiamo trascorso diverse ore con i membri di una delle comunità islamiche modenesi, quella di via delle Suore, in una notte – verso la conclusione della festa – che i fedeli considerato più sacra delle altre, la “Notte della Misericordia” o “Notte del Destino”, in arabo “Laylatul Qadr”, cercando di cogliere – seppur con lo sguardo inevitabilmente condizionato dalla nostra cultura occidentale – il significato profondo di questo momento per i membri di una comunità come quella modenese. Foto di Antonio Tomeo. VAI ALLA GALLERY

L’Annuario del 2013 del Servizio Statistico del Comune e i dati Istat (gennaio 2014) riportano la presenza di 28,211 stranieri residenti su di una popolazione totale di 185,148 residenti nell’intero territorio comunale di Modena. Quasi un sesto della popolazione modenese è di origine straniera. Le nazionalità maggiormente rappresentate sono il Marocco, con 3277 residenti, il Ghana con 2848 abitanti e la Tunisia con 1143 residenti. Ci sono anche 2383 residenti di origine albanese e 1120 cittadini nigeriani. Non esistono censimenti ufficiali in base al credo religioso. Una stima in base alla nazionalità dei migranti riportate nell’Annuario è però possibile: il Marocco e la Tunisia sono paesi al 99% musulmani, l’Albania è per circa un terzo islamica, il Ghana per un quinto. In Nigeria, invece, la metà della popolazione è di confessione musulmana. Fatti due calcoli, Modena conta circa 9050 residenti di confessione islamica, provenienti da più di 30 paesi: dal Maghreb ai Balcani, dal Mali all’Indonesia. Uno spaccato rappresentativo del miliardo e mezzo di fedeli di religione musulmana sparsi ai quattro angoli del Globo.

Il panorama dell’Islam organizzato modenese è frammentato sebbene non in conflitto. Esistono quattro luoghi di preghiera e di attivismo islamico in città e sono tutti dei “Centri culturali”. Non ci sono moschee a Modena: in Italia ne esistono soltanto quattro in piena regola a livello architettonico, ovvero con cupola e minareto (a Milano, Roma, Ravenna e Torino). Si tratta di centri culturali ricavati da ex capannoni industriali, ristrutturati e adibiti a sale di preghiera, e diventati nel tempo il punto di riferimento per i musulmani del quartiere o della città. I Centri sono retti da associazioni senza finalità di lucro, i cui direttivi organizzano la vita religiosa dei fedeli e mantengono i rapporti ufficiali con la città.

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La Comunità Islamica di Modena e Provincia, in via delle Suore, è di gran lunga il centro islamico più popolato della città. Fondato da un gruppo di migranti di origine marocchina nel 1992 e ristrutturato nell’estate del 2013, l’edificio, un ex deposito per la legna, è di proprietà comunale. In un venerdì di preghiera, e in generale nei momenti più partecipati come le notti di Ramadan, il Centro riesce ad accogliere circa 3000 fedeli, grazie al suo vasto cortile ricoperto da tappeti orientali.

Questa parte della zona industriale della città si trasforma letteralmente in queste notti di Ramadan. Alle 20:45, poco prima del tramonto, ci sono ancora 35° gradi ma il Centro comincia a riempirsi di devoti mentre la viabilità si congestiona. Le signore procedono composte nella canicola verso l’area a loro dedicata, seguite da stormi di bambini nervosi. Le biciclette riempiono il piazzale antistante già invaso da station wagon dalle targhe obsolete e le scarpiere traboccano di sandali e di calzature operaie. A due passi dal Centro stazionano alcuni venditori ambulanti di frutta e verdura, immobili e in silenzio con il viso bruciato dal sole. Il tempo sembra rallentare sotto gli ultimi colpi di sole, l’aria rarefatta comincia a profumare di menta fresca e di limoni mentre le ombre degli uomini con il fez si allungano e l’Adhan, il richiamo alla preghiera, risuona gracchiando da vecchi altoparlanti. Il contesto è molto arabo e popolare, con il piccolo suq improvvisato davanti all’entrata della “moschea”, potremmo trovarci benissimo a Fez o nella casbah di Algeri.

Nella “moschea” di via delle Suore, durante la “Notte del Destino”, non si riesce quasi a deambulare. Il ritratto del frequentatore medio è di nazionalità marocchina, di sesso maschile, intorno ai 30 anni e lavora in fabbrica. La Comunità Islamica di Modena e Provincia pur essendo visitata da musulmani balcanici e dell’Africa Sub-Sahariana è dominata da devoti di origine maghrebina, l’etnia prevalente in generale fra i migranti della città. “Ogni sera offriamo il pasto dell’Iftar a centinaia di fedeli, sono i giorni conclusivi del Ramadan ad essere i più faticosi ma sono anche i più importanti: è come quando scali una montagna altissima, gli ultimi metri sono sempre i più duri”, spiega Mustafa El Hobbi, dirigente della Comunità.

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Anche alla Casa della Saggezza, della Misericordia e della Convivenza di via Portogallo si offre l’Iftar ai Musulmani. Più piccolo ma ben curato, il Centro di via Portogallo si trova al secondo piano di un edificio popolare ed è frequentato nei suoi momenti più partecipati da più di 400 devoti. La dirigenza è marocchina e appare composta da persone inserite socialmente e con un livello di cultura medio-alto.

Il Centro di via Portogallo è stato fondato nel 2007, a seguito di una scissione all’interno della Comunità Islamica di via delle Suore. “Una parte del Direttivo scelse di lasciare il vecchio Centro per aprire un nuovo spazio islamico in città, spazio che abbiamo regolarmente comprato”, dice diplomaticamente il presidente Adil Laamane, un padre di famiglia di origine marocchina, da oltre 20 anni a Modena, che parla un perfetto italiano tanto da usare termini quali:”Aneliamo ad una convivenza esemplare a Modena”.

Più raccolto, il clima alla Casa della Saggezza è meno caotico. Il suo interno si compone di una sala rettangolare per le preghiere, gli uffici per le riunioni, due aule per i corsi di arabo, un chioschetto con oggetti di culto in vendita e i sanitari con i classici lavabo bassi per le abluzioni, obbligatorie prima delle orazioni. Le donne hanno i loro spazi, sebbene angusti, dove pregare e riunirsi. I rappresentanti di questo Centro Islamico sembrano avere le idee chiare:”Collaboriamo da sempre con le istituzioni e le altre associazioni, lo scorso 25 aprile abbiamo partecipato alle commemorazioni per la Liberazione, insieme all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) di Modena a cui siamo legati da forte amicizia. Per trasparenza e per farci capire dai non arabofoni, i nostri sermoni sono sempre tradotti in italiano, la lingua franca della nostra comunità”, dice Mohamed Riziki, responsabile culturale del Centro e sindacalista della Fiom-Cgil.

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A notte inoltrata ci rechiamo alla terza “moschea” di Modena, quella turca di via Munari, nel cuore della città, a due passi dalla stazione ferroviaria. La “Moschea Uli Cami” è un altro mondo ancora rispetto ai due Centri Islamici visitati in precedenza. I turchi hanno una forte identità nazionale e non sono un popolo arabo. Benché aperto a tutti i musulmani del multietnico quartiere che guarda alla stazione dei treni, l’impronta nazionale è dichiarata. Il Centro è infatti sotto il patrocinio del Ministero degli Affari Religiosi della Repubblica di Turchia. E’ un istituto che esiste anche in altri paesi islamici. In Turchia il Ministero per gli Affari Religiosi si è rafforzato durante i governi guidati dall’AKP, il “Partito per la Giustizia e lo Sviluppo” al potere dal 2002. Esso si occupa, fra le altre cose, di favorire lo sviluppo delle moschee turche e preservarne l’identità nazionale all’estero ed è molto attivo laddove la migrazione turca è forte, come in Germania per esempio.

A Modena abitano circa un centinaio di turchi, un’immigrazione regionale legata ai territori di Corum e Denizli. Una catena migratoria di stampo familiare dall’Anatolia cominciata alla fine degli anni ’70. “Il Ministero ci fornisce quasi tutto, il personale religioso per esempio: abbiamo due imam, un uomo e una donna”. Come nelle altre “moschee” della città, l’area delle donne è distinta da quella degli uomini ed esplicitamente delimitata da transenne, tendaggi o semplici cortine. Eppure in nessun altro Centro Islamico della città troviamo una imam donna, ovvero una religiosa riconosciuta che conduce regolarmente le preghiere. All’appartenenza nazionale e addirittura regionale si aggiunge anche una affiliazione politica che rende questo Centro unico nel panorama islamico modenese. E’ l’affiliazione dichiarata all’AKP, una formazione conservatrice di ispirazione islamica attualmente partito di governo in Turchia. “Il 90% dei frequentatori del Centro sono elettori o militanti dell’AKP”, dice apertamente Ozgur Ozcan, dirigente del Centro e presidente della sua costola giovanile, dal nome accattivante , “I Giovani Turchi di Modena”.

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Fisicamente la “Moschea Uli Cami” si presenta come un’abitazione privata al cui interno troviamo una piccola sala di preghiera ricavata da un grande salotto, un’aula per le riunioni, i sanitari e un piccolo cortile interno colmo di fedeli nella “Notte del Destino”. Anche qui offrono l’Iftar ogni sera a circa cento praticanti. Il Centro turco è sovraffollato, può contenere al massimo 150 persone ma la sua posizione strategica lo rende molto frequentato dai Musulmani del quartiere o di passaggio, soprattutto durante una notte di fede così sentita.

Il quarto e ultimo centro islamico della città si trova in via Alassio. Aperto lo scorso aprile e gestito da un gruppo di bengalesi e nordafricani, è poco più che una “Mussala”, una semplice sala per le preghiere.

Tutto il mese di Ramadan è pieno di benedizioni, preghiere, spiritualità e socializzazione religiosa. Ci sono, però, due momenti salienti e ravvicinati durante il mese sacro ai Musulmani: Laylatul Qadr, e l’Eid el-Fitr, la grande festa di fine Ramadan, celebrata una manciata di giorni dopo la “Notte del Destino”, quest’anno venerdì 17 luglio. La maggioranza dei musulmani sunniti, corrente maggioritaria nel mondo islamico, festeggiano fondamentalmente due grandi ricorrenze nel loro calendario: l’Eid el-Adha, la festa del sacrificio di Abramo, e l’Eid el-Fitr, la festa che chiude il mese di Ramadan.

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A Modena, l’associazione “La Polivalente 87 – Gino Pini” in via Pio La Torre mette a disposizione da diversi anni il suo complesso sportivo, una struttura capace di accogliere i fedeli provenienti dalle grandi comunità islamiche della provincia, soprattutto da Carpi e Sassuolo. L’Eid el-Fitr è una festa religiosa di massa, un raduno multietinco. Oltre 3500 musulmani, donne e uomini, da Modena e provincia si sono dati appuntamento nella mattinata di venerdì 17 luglio per la celebrazione di fine Ramadan.

All’alba era già tutto pronto: la notte precedente i volontari della Comunità Islamica di via delle Suore, sede del più grande centro islamico della città, avevano allestito la sala con tappeti e predisposto all’esterno dell’edificio i banchetti di bibite, dolci e di materiale religioso. Erano in vendita anche bottiglie da mezzo litro riempite con “acqua santa della Mecca” a 2,50 euro.

Verso le 08:00 i fedeli arrivano alla spicciolata sotto i raggi del sole del mattino che anticipano una giornata di caldo tropicale. Alle 09 inizia la litania “Allahu Akhbar, la illaha illallah” ovvero “Dio è grande, non c’è Dio al di fuori di Dio”, che rappresenta la professione di fede al monoteismo islamico. L’interno della palestra è colmo di fedeli di varie nazionalità, raccolti in preghiera: fianco a fianco, spalla contro spalla, piede contro piede a rappresentare l’unità e l’uguaglianza dei credenti.

Alle 10,00 il sole produce effetto serra, il caldo dentro alla struttura si fa soffocante, non tira un filo di vento, le gocce di sudore scendono copiose solcando il viso stanco dei praticanti. Fuori dalla palestra, i salamelecchi fra fedeli abbondano con i musulmani in festa che si baciano e si scambiano doni e complimenti augurandosi a vicenda le migliori cose.

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Riconosciamo molti fedeli già incontrati durante la “Notte del Destino” presso il centro di via delle Suore, intenti a raccogliere lo Zakat el-Fitr, la tassa rituale di fine Ramadan a favore dei poveri:”La raccogliamo e la ridistribuiamo ogni anno, il senso è che almeno in questo giorno santo i poveri non siano costretti a chiedere l’elemosina”, spiega Youssef Amouiyah Vicepresidente della Comunità Islamica di Modena e Provincia.

E’ Mohamed Raoui, l’imam del Centro di via delle Suore, ad officiare l’orazione canonica che chiude il mese di digiuno. E’ interessante notare come in ogni “moschea” di Modena oltre alla separazione di genere, troviamo anche una rigida divisione di ruoli e funzioni all’interno delle comunità che richiama il principio laico di separazione fra potere spirituale e potere secolare: infatti, mentre l’imam si occupa esclusivamente di questioni religiose, di recitazione del Corano e di esegesi islamica, il presidente e i membri del direttivo dei centri islamici di Modena hanno ruoli amministrativi, di gestione e di rappresentanza davanti alle Istituzioni.

Il Ramadan e la sua festa conclusiva l’Eid el-Fitr è stata un’occasione per apprezzare da vicino la diversità insita nel mondo islamico in cui a fianco dell’adorazione nel Dio unico convivono culture e costumi nazionali specifici e ben radicati che anche qui trovano una loro versione. A fianco degli hijab castigati delle donne maghrebine con le mani dipinte di henné, c’erano i kounkhité, i foulard colorati delle donne dell’Africa nera; vicino ai kamis e ai fez del Marocco, c’erano i bazin gouba della Guinea e “il miglior vestito” di una comunità in festa.

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Un miliardo e mezzo di persone hanno celebrato in tutto il Mondo il Ramadan: hanno digiunato dall’alba al tramonto e pregato di notte per 30 giorni di fila, senza lamentarsi. Con loro c’erano anche i Musulmani di Modena, una comunità multinazionale di oltre 9000 fedeli, etnicamente composita che orbita intorno ai quattro centri islamici presenti nel territorio cittadino. “Lo scopo ultimo del Ramadan è quello di riuscire a controllare il proprio comportamento e i propri pensieri al fine di superare l’aspetto più terreno della natura umana, finalizzando l’attenzione solo sul ricordo di Dio” spiega Hayatte Cheika, responsabile dei Giovani Musulmani di Modena, la costola giovanile della Comunità di via delle Suore.

Ma a dare un senso contemporaneo più laico e quasi politico a questa prescrizione religiosa che può apparire ai profani eccessiva, ascetica o fuori contesto, forse bastano le parole stampate in un pamphlet trovato presso la Casa della Saggezza. Un testo di “Partecipazione e Spiritualità Musulmana”, nota organizzazione islamica non profit di carattere nazionale a cui la “moschea” di via Portogallo è legata, e in cui si legge:”Il mese di Ramadan è anticonsumistico per eccellenza: si tratta di liberarsi dalle dipendenze artefatte e amplificate dalla società dei consumi, di autocontrollarsi e distaccarsi per diventare indipendenti e liberi al di là dei bisogni superficiali per volgersi ai bisogni reali, elementari, dei poveri e bisognosi”.

Gaetano Gasparini

Foto di Antonio Tomeo.

Cacciatori di tutto il Neolitico, unitevi!

Nei colli piacentini si è tenuto un festival preistorico capace di abbinare ricerca scientifica e attività ludica. Ma non tutti gli studiosi sono d’accordo nel rievocare la storia trasformandola in spettacolo.

“Spettacolarizzare” un sito archeologico pur di renderlo appetibile al grande pubblico (in modo da renderlo economicamente sostenibile) magari rinunciando a un po’ di rigore scientifico? E’ questa la domanda che si pongono gli studiosi rispetto a esperimenti come la “living history”, la rievocazione storica. Intanto, nei colli piacentini si è tenuta la sesta edizione di uno dei festival culturali più originali d’Italia – Preistorica – capace di abbinare ricerca scientifica e attività ludica.

A Travo, 6000 anni fa, tra le verdi colline della Val Trebbia e ai piedi dell’omonimo torrente, si insediò una comunità di cacciatori e raccoglitori. Era l’età della Pietra, il Neolitico, punto di svolta dell’Umanità, periodo in cui l’uomo cominciava a diventare sedentario, a coltivare i campi e a allevare il bestiame. Quel poco che sappiamo su quell’epoca, che precede di circa un millennio l’apparizione della scrittura in Mesopotamia, lo dobbiamo agli archeologi e agli archeotecnici che in base ai ritrovamenti hanno potuto ricostruire filologicamente un habitat neolitico e rappresentare il suo vissuto quotidiano.

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All’epoca la speranza di vita era di circa 30 anni e era in uso la poligamia. Il villaggio aveva una sua sovranità alimentare basata sull’economia di sussistenza. La comunità era composta da una trentina di persone distribuite in una decina di abitazioni. C’erano anche stalle e depositi agricoli. Si suppone che vigesse un sistema di divisione dei compiti. Ognuno svolgeva una propria funzione all’interno della comunità e l’uomo andava specializzando le proprie mansioni.

A Travo, oggi, all’interno del Parco Archeologico, sorge il villaggio Neolitico di Sant’Andrea, uno dei siti preistorici più notevoli d’Italia. Caratteristica principale del Parco è la conservazione in vista di parte delle strutture preistoriche messe in luce nel corso delle campagne di scavo svoltesi nell’area dal 1995 sino ad oggi. Dal 2010 sono visibili anche le ricostruzioni di alcuni edifici neolitici in scala reale, allestiti con materiali e oggetti copie di quelli realmente ritrovati in sito. E’ la combinazione fra scavi e ricostruzioni di habitat dell’epoca che conferisce al Parco tutta la sua importanza e il suo fascino. Nell’area del Parco, a fianco degli scavi, sorgono infatti due capanne neolitiche e una stalla ricostruite grazie alla perizia di archeologi e archeotecnici, chiamati anche archeologi sperimentali.

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Ed è proprio per decrittare il mistero di quei millenni remoti che archeologi, archeotecnici e rievocatori si sono ritrovati in Val Trebbia domenica 21 giugno, nel solstizio d’estate, al festival “Preistorica”, la prima kermesse culturale d’Italia interamente dedicata alla Preistoria giunta alla sua sesta edizione.

La manifestazione si propone di animare il villaggio ricostruito con le attività che occupavano le donne e gli uomini di una comunità sviluppatasi circa 4000 anni avanti Cristo. Per attirare e coinvolgere i visitatori, gli operatori del Parco, gestito da “Archeotravo” una cooperativa composta da quattro archeologhe, si sono inventati di tutto. Dai laboratori per l’infanzia in cui cimentarsi nelle produzioni artigianali dell’epoca alle visite guidate di notte, dalle conferenze e dai workshop specifici sulle tecnologie e le tecniche di costruzione, caccia e allevamento fino alla Living History.

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La Living History è una forma di sperimentazione scientifica, un nuovo modo di concepire la visita archeologica grazie alla rievocazione storica della vita quotidiana delle popolazioni antiche. E’ una disciplina già rodata e di successo in nordeuropea sin dagli anni ’80 e significa, per gli addetti ai lavori, calarsi letteralmente nei panni del personaggio che si vuole rappresentare, in questo caso un gruppo sociale dell’Evo Antico, la vita comunitaria e le relazioni sociali dell’epoca. L’obiettivo è mostrare al visitatore come vivevano in nostri progenitori attraverso la simulazione di varie situazioni e circostanze quotidiane: dalla preparazione e cottura degli alimenti alla cura dell’orto, dalle tecniche di scheggiatura e tessitura alla fabbricazione di vasellame e di punte di freccia in selce usate per la caccia.

Un archeologo, oggi, fa di tutto. Scava e analizza i ritrovamenti prevalentemente, ma se serve, si traveste. Luca Bedini ha 35 anni è di Modena, è laureato in archeologia, specializzato in Preistoria e fa l’archeotecnico. Il suo mestiere è sperimentare. Ricostruire gli oggetti rinvenuti dai suoi colleghi archeologi cosi come le tecnologie che hanno reso possibile la fabbricazione dei reperti un tempo funzionali alla vita quotidiana. Ha quindi competenze in campo archeologico, tecnologico e artigianale. Al festival si è occupato della lavorazione dell’osso con cui riproduceva delle spatole da ceramista, degli ami e degli aghi, tutti oggetti di uso comune in epoca neolitica. Stupisce sentire un ricercatore iperspecializzato come Luca dire sommessamente:”In alcune rievocazioni in costume, persone del pubblico mi hanno dato del travestito, del clown, il mestiere dell’archeotecnico è perlopiù sconosciuto e non è ancora valorizzato qui in Italia”.

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Anche se molti fra gli archeotecnici hanno una formazione e una cultura enciclopedica, la loro modalità di divulgazione fa storcere il naso alla comunità archeologica nazionale che predilige un approccio più tradizionale e rigoroso. “Il mondo accademico considera la Living history come para-archeologia, poco più che una pagliacciata”, si rammarica Luca.

Non che manchino iniziative strettamente tradizionali legate al Parco Archeologico per il pubblico più esigente e conservatore: lo scorso maggio si è tenuta un’importante conferenza regionale sulle “Scelte alimentari nella Preistoria” patrocinata dalla Sovrintendenza per i Beni Archeologici. Ma è attraverso la Living history e la rievocazione storica che il Parco Archeologico di Travo riesce ad attirare più pubblico e a fornire vari gradi di approccio alla materia in base al carattere più o meno profano del visitatore. La Sovrintendenza per i Beni Archeologici non ha patrocinato “Preistorica” e ciò conferma la sfiducia dei vertici nei confronti delle sperimentazioni locali nate “dal basso”.

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Così studiosi iperspecializzati con un’altissima preparazione e elevate competenze multisettoriali vestono larghe tuniche di lino o di canapa e si truccano perché bisogna saper decifrare i segni del tempo ma anche rendere accessibile ai visitatori comuni un’epoca remota. A livello prettamente estetico i resti archeologici di un sito preistorico non possono certo competere con il colpo d’occhio che offre un anfiteatro romano, una Agorà o un tempio greco: Travo non può né vuole confrontarsi con Taormina, Agrigento o Paestum, per citare alcuni siti archeologici d’epoca classica.

Il fascino del sito di Sant’Andrea deriva anche dal contesto paesaggistico in cui si trova. L’area del Parco è da incorniciare, il villaggio ieri come oggi si trova incastonato fra le verdi colline della Val Trebbia solcate da un torrente limpido e balneabile. Negli Stati Uniti avrebbero valorizzato il Parco aprendoci a fianco un McDonald’s o inserendolo in un centro commerciale aperto ventiquattro ore su ventiquattro – sette giorni su sette. In Germania avrebbero invece classificato l’area come riserva protetta naturalistico-archeologica collegata al maggiore centro urbano con un servizio di navette a propulsione elettrica ogni quarto d’ora. In Italia la disciplina cugina e un po’ bastarda dell’archeologia, l’archeotecnica e la rievocazione preistorica in particolare, si trova ad un bivio: persistere con la Living history migliorando la qualità scientifica della rievocazione o ritirarsi dalle scene lasciando Parchi così specializzati come quello di Travo morire lentamente a causa della penuria di visite e ad un interesse e ad una “fruibilità culturale” non immediata se paragonata alla visita di un’Acropoli o ad un giro a Pompei.

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Nonostante tutto, di Parchi archeologici in Italia settentrionale che trattano l’epoca preistorica ce ne sono diversi: in Veneto c’è il Parco didattico-archeologico del Livelet vicino a Treviso, in Lombarda c’è il Parco Archeologico del Forcello a Mantova, in Trentino Alto-Adige il Parco Archeologico di Ledro a Trento e l’Archeoparco di Val Senales nei pressi di Merano, in Emilia il Parco Archeologico di Montale alle porte di Modena e, appunto, quello di Travo. Molti degli archeotecnici dei Parchi sopraccitati erano presenti al festival in Val Trebbia: più che competizione, nel settore si cerca infatti di fare fronte comune, condividere esperienze e scambiarsi buone pratiche. Così il Parco di Travo conta su di una fitta rete di contatti nazionali e internazionali. Da alcuni anni è membro di Exarc, una comunità scientifica attiva nel campo degli “Open air museums” con sede in Olanda.

Durante la “Living history”, davanti a centinaia di visitatori, gli archeologi descrivono la vita comunitaria mentre gli archeotecnici si esibiscono in dimostrazioni pratiche sul sapere tecnologico dell’epoca. Quest’anno sono giunti archeotecnici dalle Università di Modena e di Ferrara oltre che dal museo di Piadena e dal museo del Castello e quello del Sigillo di La Spezia.

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Per la riuscita del festival “Preistorica” risulta decisivo il contributo dei cosiddetti “Rievocatori”. Un rievocatore non è necessariamente un archeologo o un archeotecnico, è una persona che per passione aderisce a un’associazione dedita alla messa in scena del passato. A Travo c’era il gruppo del Cardium-Cinghiale Bianco, un’associazione ferrarese specializzata in rievocazione preistorica e celtica ma che si è misurata anche nella rappresentazioni di Unni e di Lanzichenecchi. Sono una trentina, fanno i vigili del fuoco, i pasticceri, gli impiegati; ci sono pensionati e studenti medi e universitari. Hanno il physique du rôle: molti portano i capelli lunghi, hanno le unghie sporche e usano soprannomi quali Cinghio, Epos, Nahé.

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“Faccio rievocazione perché mi permette di vivere un’esperienza profonda con la natura, con i grandi boschi e i grandi spazi, fare rievocazione implica elevare il proprio rapporto con la natura e di conseguenza con se stessi. Preferisco rappresentare i Celti o i popoli preistorici, società che secondo me vivevano in relazione con la Madre Terra. Non potrei mai incarnare un romano, per esempio”, dice Fabrizio Pirani, detto “Cinghio”, fondatore e presidente del gruppo. Gli fa eco Epos, che alla disciplina marziale romana preferisce l’armonia anarchica delle comunità primitive e che suggerisce un’interessante seppur vaga contrapposizione ideologica nel mondo della Living history:“La rievocazione dell’epoca primitiva riflette in pieno la mia indole e la mia personalità. I gruppi di rievocazione romana o napoleonica, per esempio, sono pieni di militari, poliziotti e forze dell’ordine in generale”.

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Fra spettacolo teatrale in costume e esperienza simbiotica con la natura le rappresentazioni dei rievocatori sono il pezzo forte del festival “Preistorica”, capaci di catalizzare l’attenzione del grande pubblico, delle famiglie, lasciando i più piccoli a bocca aperta davanti alla drammatizzazione della dura realtà nel Neolitico. I rievocatori conoscono le regole del gioco e anche se i loro costumi non sono filologicamente perfetti e rivelano talvolta anacronismi, evitano di indossare oggetti che contraddicono platealmente l’esperienza storica che cercano di rappresentare. “Ma la pataccata è sempre in agguato – nota Luca, l’archeotecnico modenese – come nelle feste celtiche dove talvolta i rievocatori vanno in giro con il corno alla cintura e altri clichés; anche l’uso dei materiali deve essere studiato meticolosamente, ci sono oggetti fuori contesto e anacronistici che possono minare la verosimiglianza delle scene”.

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La Rievocazione storica è quindi una cosa seria, una disciplina complementare all’archeologia tradizionale. Il problema è la credibilità scientifica, la sòla dietro l’angolo, il dilettantismo. La sfida è elevare gli standard della Living history, essere riconosciuti a livello accademico e reimpostare anche in Italia il modo di fare cultura, aprendo i cancelli degli scavi al pubblico, nel senso più largo del termine. Anche a costo di allestire un’area archeologica a parco giochi. Anche a costo di sacrificare un po’ la dimensione scientifica a beneficio di quella “ludico-didattica”, come la chiamano gli addetti ai lavori in questo gioco di equilibri anche linguistici che è diventata la divulgazione scientifica di massa.

testo e foto di Gaetano Gasparini

Il morto continua a camminare

La straordinaria epopea a cavallo tra gli anni 70 e 80 di un fotoromanzo come non se ne sono mai visti. Un’opera non meno maledetta del racconto a cui si ispira, “Il morto” di Georges Bataille.

A fine anni Settanta esce in Italia in un’edizione pirata “Il morto” di Georges Bataille. Si tratta di un racconto postumo che sviluppa alcuni dei suoi temi classici: l’erotismo, la morte, la trasgressione. L’artista modenese Daniele Lugli se ne innamora subito e insieme all’amico Paolo Montanari riduce in forma di fotoromanzo l’opera dello scrittore e filosofo francese. Da qui comincia la lunga odissea tra Italia e Francia per tentarne la pubblicazione. Nonostante all’epoca goda del pieno sostegno di personaggi come Roland Topor del Movimento Panico, il fotoromanzo resta ancora oggi inedito. La vicenda de “Il morto” è dunque la storia di una sconfitta. Dopo due anni di tentativi, Lugli e Montanari gettano la spugna e si rassegnano a lasciarlo in un cassetto. E’ la resa. Invincibile. Come quella dell’intera generazione di cui hanno fatto parte.

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Lotta Continua del 20 gennaio 1978. A firma dei compagni “Jerry e Carlo” esce una recensione del racconto postumo di Georges Bataille, “Il morto”, appena tradotto in italiano in una versione pirata edita dalle misteriose “Edizioni del Sole nero” di Amsterdam. Anche se la figura del morto che dà il titolo al racconto aleggia su tutta la vicenda, la vera protagonista della storia è Marie, che fugge nuda dalla casa dove giace il cadavere di Edouard e finisce in un bar di paese dove si lascia andare ad eccessi di ogni tipo fino a ridursi a mero oggetto sessuale a disposizione degli avventori del locale. A un certo punto entra in scena un uomo che si presenta come ‘il conte’, la cui somiglianza col morto colpisce immediatamente Marie, convinta di trovarsi di fronte al suo fantasma. Insieme, il conte e Marie tornano nella casa del morto. Nel finale Marie si suicida, tagliandosi i polsi.

“Al centro de ‘II Morto’ – scrivono Jerry e Carlo pasticciando un po’ con la punteggiatura e le parole – è una esperienza dell’erotismo fatta sul limite e con la complicità di quella della morte; un’esperienza della morte che si esprime, si realizza in quella dell’erotismo. La frenesia di Marie che caca, piscia, vomita, balla, scopa sviene, ha qualcosa di inquietante, di profondamente vicino alle convulsioni di un moribondo”.

A rimanere affascinato da “Il morto”, dal radicalismo di uno scrittore e filosofo maledetto come Bataille, è anche il pittore, fotografo e videomaker modenese Daniele – per tutti semplicemente Denny – Lugli. Uno che oggi verrebbe etichettato come “artista underground” ma, all’epoca, in grado di intercettare, e vivere in prima persona, pulsioni e tensioni di una stagione, i Settanta, che hanno avuto una lunga coda esauritasi solo alla fine del decennio successivo. Non a caso, proprio nel corso dei primi anni ’80, Lugli sarà tra i protagonisti di uno dei più importanti – e misconosciuti – movimenti artistici di quegli anni: Retroguardia (al manipolo di artisti che ne hanno fatto parte, dedicheremo un prossimo articolo).

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“Nel 1979 ho letto il racconto di Bataille e ne sono rimasto entusiasta – racconta oggi – mi aveva colpito il fatto che fosse una storia con una progressione molto fredda, implacabile, fino all’inevitabile conclusione finale. Ho pensato subito che avrei voluto riproporla a mio modo”. Ed ecco arrivare l’idea. Bataille è autore di nicchia, per pochi, ma il fotoromanzo come genere tira come mai in precedenza: nella seconda metà degli anni Settanta, riviste come Sogno, Grand Hotel, le edizioni Lancio, raggiungono in Italia tirature di quasi nove milioni di copie al mese. Un anno dopo Lugli decide quindi di trasformare in un fotoromanzo, lettura popolare per eccellenza, un racconto estremo come “Il morto”. Impresa nient’affatto scontata perfino in una Modena decisamente più aperta della città borghese e conservatrice che è ora. Bisogna trovare “attori” disposti a farsi fotografare nudi, location dove girare scene passibili di “oltraggio al pubblico pudore”. Denny si rivolge così all’amico e collaboratore di sempre, Paolo Montanari, che si incarica di svolgere opera di arruolamento tra amici e conoscenti, morose ed ex morose, nonché ricercare persone disposte a offrire i loro ambienti per degli scatti “scabrosi”.

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“Con un po’ di fatica – racconta Montanari – sono riuscito a trovar tutto: posti e persone. Le scene iniziali ad esempio le abbiamo girate in un’osteria del centro storico di Modena durante la giornata di chiusura. Il titolare, un amico, era molto disponibile anche se non gli avevamo raccontato esattamente cosa volevamo realizzare. Quel giorno, mentre fotografavamo una scena di sesso orale, lui entra tranquillo e si trova davanti uno che se la spassa in mezzo alle gambe di Marie, che era poi interpretata da una mia ex morosa. Anni dopo, il poveraccio mi ha raccontato di aver rischiato l’infarto” conclude ridendo.

In una settimana circa, seguendo lo schema del minuzioso storyboard disegnato da Denny, gli scatti sono completati. Ci vorranno altri sei mesi però per svilupparli e stamparli. Infine, tutte le foto vengono incollate su pagine di cartocino nero seguendo una struttura di vignette ispirata alle tavole di Valentina di Guido Crepax. Una spessa copertina tiene insieme tutte le tavole. L’originale del fotoromanzo è pronto per essere proposto agli editori per un’eventuale pubblicazione. C’è solo un piccolo problema: l’opera di 44 pagine, oltre ad essere in edizione unica, pesa circa sette chili. Un vero e proprio bagaglio a mano al quale, per essere trasportato, vengono applicate anche due solide maniglie.

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Da sinistra a destra, Lugli e Montanari oggi, mentre tengono in mano il fotoromanzo da “sette chili” tratto dal racconto di Bataille.

Qualche mese prima che Lugli e Montanari concludessero il loro fotoromanzo, Vincenzo Sparagna ha fondato insieme a Filippo Scòzzari e Stefano Tamburini, Frigidaire, rivista di fumetti e attualità che, grazie alla presenza di uno straordinario gruppo di talenti tanto creativi quanto trasgressivi, si caratterizza come “un contenitore in cui stivare materiali presi dai luoghi più disparati e sorprendenti, quasi alieni e perturbanti, come fosse un frigorifero”. Il successo è immediato: le vendite si stabilizzano intorno alle 20 mila copie. Tantissime. Come i problemi economici che da subito affliggono la creatura di Sparagna. Infatti, “la società filo-socialista – ovvero filo-craxiana – Quadratum, che ha messo il capitale iniziale per pagare i collaboratori e si è fatta garante presso cartiere e stampatori del credito necessario per far partire l’avventura, si accorge subito che la rivista non ha nulla a che spartire con il proprio milieu sociale e politico di riferimento”. Sparagna deve sborsare 200 milioni per liquidarla.

La parentesi è importante perché è proprio a Frigidaire che Montanari e Lugli, allora poco più che ventenni, si rivolgono in prima battuta per piazzare “Il morto”. Prendono appuntamento con Sparagna e si recano col loro malloppo in redazione, a Roma, dove assistono in diretta a una delle leggendarie litigate – per soldi naturalmente – tra il direttore e Andrea Pazienza, uno dei principali collaboratori.

“A Sparagna il nostro fotoromanzo piacque parecchio – ricorda oggi Lugli – e ci propose di pubblicarlo come supplemento di Frigidaire. Una soluzione che però, gasati dal fatto di aver incassato un sì al primo tentativo, non ci convinceva del tutto. I supplementi infatti venivano stampati sua una carta di scarsa qualità, tipo quella dei quotidiani. In più era chiaro che non avremmo visto un soldo dalla pubblicazione su Frigidaire. Quindi ci lasciammo con l’accordo di risentirci, dopo averci pensato un po’ su”. I due tornano a Modena convinti che “Il morto” è destinato a percorrere il viale del successo. Piace. Si tratta solo di trovare l’editore giusto. Provano con Gremese, casa editrice romana fondata nel 1977 e all’epoca specializzata in cinema, teatro e televisione, nonché detentrice dei diritti delle opere di Bataille. E lì si scontrano per la prima volta con quello che sarà il leit motiv di tutti i successivi tentativi: “Il morto” o è troppo porno o lo è troppo poco. Come nel caso de “Le ore” di Milano – storica rivista erotica che sempre nel ’77 ha virato decisamente verso l’hard – alla quale propongono l’opera. Che viene appunto rifiutata perché troppo casta. E troppo intellettuale.

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Tutte le porte sembrano chiudersi davanti a “Il morto”. Poi d’improvviso, la speranza si riaccende. A Modena, per presenziare a una mostra, viene invitato Roland Topor, illustratore e scrittore francese che insieme a Fernando Arrabal e Alejandro Jodorowsky è tra i fondatori del movimento surrealista “Panico”, caratterizzato in tutte le opere e le performance prodotte dai tre, da un taglio irriverente, violento e grottesco. I due scoprono in quale albergo è alloggiato e riescono a recapitargli un bigliettino da visita con stampato su un lato uno scatto dal fotoromanzo. Sull’altro, un messaggio. Questo: “Nous vendons cauchemars, si vous êtes intéressé venez à minuit devant de l’Academie”. Vendiamo incubi, se siete interessato venite a mezzanotte davanti all’Accademia. Che sarebbe poi la storica accademia militare di Modena che ha sede nel Palazzo ducale, in piazzale Roma, pieno centro storico. Allo scoccare della mezzanotte, puntuale, Topor si presenta all’appuntamento accompagnato dalla moglie. Lugli e Montanari sono lì ad aspettarlo con il librone in mano. Passano tutta la notte a bere, chiacchierare e a discutere de “Il morto”. Che a Topor piace. Molto. Promette loro di aiutarli a pubblicarlo in Francia. E, per quel che gli sarà possibile, manterrà la promessa fatta a questi due ragazzini modenesi “spacciatori” d’incubi.

Nell’aprile 1081, Lugli e Montanari si recano a Parigi coi loro sette chili sotto braccio. Il primo tentativo lo fanno con Dominique Leroy, libraio parigino che nel 1970 ha fondato l’omonima casa editrice specializzata in fumetti e romanzi erotici. Poi Topor li mette in contatto con Jean Jacques Pauvert, anch’egli titolare di una storica casa editrice, la quale, oltre a Bataille, è nota per pubblicare testi dimenticati, censurati e marginali. Pauvert è disposto a dare alle stampe “Il morto”, ma l’ex moglie di Bataille, Sylvia, si rifiuta di cedere i diritti. “Non tanto per il nostro fotoromanzo – spiega Lugli – che non ha mai nemmeno visto, ma perché stanca di veder ridotte a pornografia pura le opere del marito. Nonostante le pressioni di Pauvert, Sylvia non cede”. Se nemmeno Topor riesce a farli pubblicare, il destino del morto sembra segnato. Dopo due anni di tentativi andati a vuoto, Lugli e Montanari gettano la spugna, dedicandosi ad altri progetti artistici all’interno del movimento della Retroguardia.

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“Il morto” si conferma così una storia maledetta e la versione made in Modena del duo ancora oggi deve vedere la luce. Di visionabile esiste solo il video, che pubblichiamo oggi in prima assoluta, in cui gli scatti del fotoromanzo sono riprodotti in sequenza con le voci recitanti degli attori che presero parte alla realizzazione del progetto. L’unico altro tentativo compiuto di riduzione per immagini del racconto di Bataille è del 1987, ad opera della video artista sperimentale americana Peggy Ahwesh, col suo “The deadman”, anche questo visibile integralmente in rete.

La vicenda del fotoromanzo “Il morto” è dunque la storia di una sconfitta. Ma anche, a suo modo la rappresentazione scenica della bellissima utopia di un’intera generazione: quella irriverente e trasgressiva formatasi negli anni ’70 che proprio in Emilia – a Bologna ma non solo – ha avuto uno dei suoi centri nevralgici. “Anche se la nostra riduzione è dei primissimi anni ’80 – ricorda Lugli, oggi sessantenne – è chiaro che questo lavoro, come tutti quelli successivi nella Retroguardia, culturalmente è legato ai fermenti del decennio precedente. Allora io ero vicino a Stampa Alternativa, la casa editrice romana fondata nel 1970 da Marcello Baraghini sull’esempio delle Alternative Press anglosassoni. Come in molti altri posti, anche a Modena e in tutta l’Emilia si respirava un’aria molto vivace. Si faceva controcultura, controinformazione, portavamo qui gruppi di rock alternativo fin dalla Germania. Per dire, a Rubiera, nel reggiano, nel 1974 venne organizzato un festival rock sul modello dei ‘Festival del proletariato giovanile’ promossi dalla rivista ‘Re Nudo’ di Andrea Valcarenghi. La cosa curiosa è che a darci una mano, per esempio permettendoci di utilizzare il loro ciclostile, erano i socialisti, in una città come la nostra dove il Partito Comunista era assolutamente egemone. Poi tutto quella vivacità, quel caos creativo, questo divertimento folle – perché sì, soprattutto ci divertivamo un sacco – fu pian piano inghiottito dai canali ufficiali, quelli del Comune o delle varie associazioni giovanili dell’epoca. E così venne normalizzato”.

Di quella straordinaria utopia – pornografica rispetto a qualsiasi tentativo di intruppamento ideologico o, ancora di più, alla progressiva omologazione che ha marginalizzato fino a rendere insignificante qualsiasi visione alternativa – non resta più niente. Ma è l’Italia di oggi il vero cadavere, molto di più di quanto lo sia il fotoromanzo di sette chili che riposa nella polvere della casa studio di Denny Lugli. Eppure, si sa, la storia non si ferma. E non è detto che sotto la cappa di immobilismo e grigiore che ammorbano l’Emilia e l’intero paese, qualcosa – per adesso ancora invisibile – si muova. E forse, da qualche parte sotto le ceneri, lo spirito di questi vecchi ragazzi sessantenni continua a risplendere. The king is dead, long live the king! Anche se non ce ne accorgiamo, il morto continua a camminare.

Davide Lombardi

Ritratto apocrifo di signora, ovvero: dell’Emilia e della sua via

Un lungo reportage sentimentale lungo la via che da 2200 anni racconta la storia dell’unica regione che fa da “nord del sud e sud del nord”.

Quasi due terzi degli emiliano-romagnoli abitano, vivono, lavorano, mangiano e dormono nell’area segnata dai 262 chilometri della via Emilia. “Tanto servì e tanto seppe questa strada, che la gente chiamò infine la regione dalla strada, non la strada dalla regione” ha scritto il bolognese Riccardo Bacchelli. La via Emilia è l’Emilia. Una regione unica – “il nord del sud e il sud del nord”- che da sempre ha fatto da collante all’Italia intera. Grazie a una raccolta di crowdfunding, grazie all’aiuto di due “esperti” incaricati di far tappa nei bar lungo la strada per stabilire quale siano #imiglioribardellaviaemilia, abbiamo ripercorso l’antica strada consolare romana da Piacenza a Rimini. Un viaggio picaresco per scoprire cosa ne è oggi, dopo 2200 anni, di una delle strade definite di recente da un quotidiano inglese (a dire il vero, più esperto di tette che di viabilità) “una delle venti più interessanti al mondo”. Un reportage che ben presto si è trasformato in un tour sentimentale, in qualche modo iniziato oltre trent’anni fa, di traverso all’Emilia – in definitiva una gran signora – e la sua via.

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FOTO / Emilia Ritrovata

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Dopo oltre duemila anni in cui è stata un’arteria pulsante di storie, persone, vite e leggende, oggi la via Emilia non è altro che un “non luogo” attraversato quotidianamente da anonimi automobilisti interessati esclusivamente a percorrere nel più breve tempo possibile la tratta da un paese all’altro? Sì e no. Il reportage fotografico di Antonio Tomeo. VAI ALLA GALLERY

Un ricordo personale a mo’ di aperitivo: la mia prima Emilia, la Ducati (che si fa a Bologna) e i possibili usi alternativi di un quotidiano

Il mio primo contatto importante con la via Emilia risale a 35 anni fa. Giugno 1980: neanche il tempo che la scuola chiudesse i battenti e già eravamo pronti alla partenza su due vecchie Ducati passate di mano un’infinità di volte. Destinazione Cesena. “Dove – ci aveva assicurato un amico che la sapeva lunga – da giugno a settembre assumono tanta di quella gente per raccogliere mele che non farete neanche in tempo ad arrivare in Emilia (a parte Rimini, per chi non abita da queste parti, tutta la Romagna è Emilia) che vi trovate già con una cassetta in mano a tirar giù frutta”. Entusiasmo alle stelle per un viaggio già leggendario prima ancora di compierlo e, insieme, la possibilità di guadagnar quattro palanche. Una micro orda barbarica di quattro ragazzotti dalla profonda provincia veneta in sella a due Ducati Scrambler. Insieme alla Harley la moto sessantottina per eccellenza, bellissima e fragile.

Infatti poco dopo Bologna, alla Scrambler di Curio, sulla quale viaggiavo come passeggero, parte la biella. Giusto il tempo di uscire dall’autostrada e infilarsi sulla via Emilia dove, miracolo! sul ciglio della carreggiata troviamo una corda di tapparella. Ci attacchiamo a rimorchio degli altri due, Panetta ed Enzo, per arrivare fino a Cesena. Con quel pazzo di Panetta che in certi tratti tira anche fino a 90. Magari in sorpasso. E neanche il casco a proteggerci in caso di incidente. Ce l’avevamo a dire il vero ma, non essendo obbligatorio, non poteva assolutamente reggere il confronto con la bandana tipo gli easy rider Peter Fonda e Dennis Hopper. Così, ancora non so quale santo devo ringraziare se oggi sono qui a raccontarla, la via Emilia.

Le Scrambler sono una gamma di moto prodotte dalla casa di Borgo Panigale (Bologna) dal 1962 al 1976.
Le Ducati Scrambler sono state prodotte dalla casa di Borgo Panigale (Bologna) dal 1962 al 1976.

Comunque alla fine ci arriviamo alla meta. Pausa in un bar dove Curio si infila nel cesso – il termine non è casuale – a sciacquarsi le ascelle che nell’ultima ora in coda a Panetta gli è venuto giù un niagara di sudore; io invece lo seguo perché dalla paura c’è mancato poco me la facessi addosso. Mi libero lì di tutta la tensione accumulata e solo a missione compiuta mi accorgo che, per le operazioni conclusive, il bar mette a disposizione dei propri clienti solo il Resto del Carlino tagliuzzato in tanti riquadri di 10×10 cm appoggiati con ordine in un incavo del muro. A dimostrazione che un quotidiano, il giorno dopo, può avere altri usi oltre a quello di “incartare il pesce” reso celebre da Luigi Pintor.

L’avventura emiliana – romagnola in realtà, ma noi non lo sapevamo – fu tanto intensa quanto breve. Un tizio in un bar ci disse che per la raccolta eravamo in anticipo, bisognava aspettare fine giugno, o luglio. E avventura finita con largo anticipo: senza più soldi, dopo quattro giorni si decise per il precipitoso rientro a casa.

Del ritorno, ricordo solo una notte in una spiaggia di Cervia infilati nel sacco a pelo a mummia e zanzare grandi come tafani. Tanto da costringerci per riuscire a dormire a utilizzare finalmente il casco. Un look da bacelloni spaziali degno de “L’invasione degli ultracorpi” di Don Siegel. D’accordo, Cervia non si trova sulla via Emilia che è la splendida protagonista di questo reportage, ma è pur sempre Emilia (Romagna, in realtà).
Trent’anni dopo, in Emilia ci sono venuto ad abitare. Ma quella strada lunga e diritta, la SS 9, resta una sconosciuta anche per chi risiede da queste parti.

La SS9? Un’entità astratta che nessuno conosce davvero, neanche gli emiliani

Non si può dire che il trasloco dal Veneto barbaro di muschi e nebbie” a una delle perle attraversate dalla via Emilia, Modena, abbia arricchito la mia conoscenza dell’antica strada romana tracciata ormai duemiladuecento anni fa dal console Emilio Lepido. Sono già sette anni che vivo da queste parti, ma la via Emilia, la Strada Statale 9, quella lunga striscia d’asfalto lunga 262 chilometri da Rimini a Piacenza, nel suo insieme resta un’entità astratta. C’è, ma né io né altri la percorriamo mai nella sua interezza. Nemmeno chi è nato e vive qui da sempre la conosce davvero, se non per brevi tratti locali.

Per spostarsi lungo l’asse emiliano-romagnolo, dal 1964 c’è l’Autostrada del Sole fino a Bologna, dal 1969 l’Adriatica dal capoluogo fino ad Ancona. Anche se la distanza è di soli 48 chilometri da un centro all’altro, pochissimi modenesi per raggiungere Bologna si avventurerebbero lungo la via Emilia. Intasata di traffico locale senza neanche un briciolo della fighetteria di una superstrada di serie A, è impercorribile nelle ore di punta e parecchio incasinata nelle rimanenti, almeno fino a notte fonda. Da Modena, più comoda da raggiungere invece Reggio, ma solo grazie alla relativa vicinanza: 33 chilometri. Ecco, 20 o 30 chilometri possiamo considerarli la distanza massima per cui abbia ancora senso scegliere la via Emilia per muoversi. Per chilometraggi superiori, c’è il casello più vicino.

Se la via Emilia è una vecchia signora decadente e un po’ bolsa, è tutta colpa degli Agnelli e della loro Fiat 600

Dopo due millenni di onorato servizio, l’autostrada ha di fatto declassato a un aggregato di segmenti locali, ad arteria di serie B, quella lunga linea retta che sarebbe la via Emilia. A posteriori, c’è da dire però che il suo destino era già segnato quando nel 1955 Fiat lanciò sul mercato la 600, la prima vera macchina popolare, capace di raggiungere i 95 km/h e venduta al prezzo di 590.000 lire, venti mensilità del salario di un operaio. Fu un successo incredibile finanziato da una montagna di cambiali degli italiani. Biciclette, vespe e lambrette cominciarono a essere sostituite dal nuovo mezzo, decisamente più impattante sugli spazi e sul traffico rispetto alle due ruote. Una preoccupazione del tutto prematura, all’epoca.

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Pur di potersi appropriare di quel simbolo di un benessere finalmente a portata di mano – racconta Enrico Menduni nel suo libro “L’autostrada del Sole” – “la gente faceva docilmente la fila davanti ai saloni dei concessionari, grandi come ministeri, si sottoponeva a lunghissimi tempi di prenotazione; si cercavano raccomandazioni autorevoli per guadagnare posti nella lista d’attesa, si pregustavano scampagnate e gite al mare con la famiglia o, magari, in più lieta compagnia. L’Italia, insomma, era pronta per le autostrade”. E ciao ciao a Emilia e alle sue sorelle consolari.

Breve storia del socialismo a trazione agricola e della sua inevitabile sconfitta

Tanto che si può datare l’inizio della sua fine al 19 maggio 1956, con la posa della prima pietra della futura Autosole. A dire il vero qualcuno tentò inconsapevolmente, al tempo, di “salvarla”, opponendosi all’onda montante di asfalto e lamiere. A storcere il naso nei confronti del nuovo sogno così “americano” degli italiani ci provò inizialmente il Partito comunista che, comprensibilmente, diffidava del consumismo ritenendolo uno spreco di risorse e una distrazione dall’impegno sociale. Alla motorizzazione individuale il PCI preferiva la superiorità sociale del trattore, elemento «che unificava città e campagna, operai e contadini», come in Unione Sovietica.

La maggior parte degli edifici della sede produttiva e amministrativa storica delle Reggiane, è attualmente in stato di abbandono. Fonte immagine: Archeologiaindustriale.net

A Reggio Emilia, la storica fabbrica metalmeccanica “Reggiane” progettò e realizzò un proprio trattore da contrapporre all’automobile – mezzo marcatamente borghese – per dimostrare di “esser pronti a un diverso modello di sviluppo”. Pragmaticamente, considerato che la 600 entrò nella lista dei desideri di operai e contadini non meno di qualunque italiano, la via del socialismo a trazione agricola fu presto abbandonata. Consegnando però la regione tutta e la via Emilia al suo fatal destino. Fatto oggi di un paesaggio segnato da orridi capannoni, molti dei quali in evidente stato di decomposizione (si sa: c’è la crisi), case coloniche diroccate, brevi tratti di campagna coltivata – sopravvissuta alla colata di cemento che ha forgiato la nuova Italia tra i Sessanta e i Novanta – a fare pendant con ciclopici parcheggi di altrettanto mastodontici centri commerciali. Infine, qualche coraggioso ancora di casa sullo stradone che, non fosse per la toponomastica, non di distinguerebbe più da qualsiasi altra Statale di qualsiasi regione della pianura padana.

Un trattore parcheggiato sulla via Emilia
Un trattore parcheggiato sulla via Emilia

Quella via Emilia che non si fila mai nessuno, oggi come tanti secoli fa

Stiamo parlando naturalmente della via Emilia extra-urbana. Perché per la via Emilia vanno considerate almeno tre tipologie viarie tra loro profondamente differenti: quella fighetta dei centro città che attraversa tutti i capoluoghi di provincia, ad eccezione di Ferrara e Ravenna; la via Emilia D.E.P. – a “Degrado Estetico Progressivo” – quella della periferia urbana man man che ci si allontana dal centro; infine la via Emilia dura e pura, quella che una volta era campagna nuda dove – spiegava Francesco Guccini in apertura di un brano dedicato a Modena in un suo famoso album live del 1984 – “c’era veramente il west, il west sognato visto in diecimila film. E anche un west reale, il west dei nostri campi, dove noi andavamo a giocare agli indiani e ai cowboy e poi dopo un pochino più grandi andavamo con le nostre amichette a giocare”.

Quest’ultima, la tipologia di via Emilia un tempo campagnola, verace e popolare, è quella che non si fila mai nessun viaggiatore, irrimediabilmente catturato dalle luci sfavillanti dei centri storici delle città allineate lungo la strada romana. Da sempre. Come racconta lo scrittore François Maximilien Misson nel suo “Nouveau Voyage d’Italie” pubblicato per la prima volta nel 1702: “Lungo la strada [da Bologna verso Modena] si vedono campi coltivati e viti sostenute da alberi disposti a scacchiera. (…) La vista è sempre limitata dalle fronde degli alberi e questo rischia di diventare noioso per i viaggiatori”. Sostituite viti e alberi col paesaggio contemporaneo descritto in precedenza, e il gioco è fatto: tra una città e l’altra il viaggio, oggi come allora, potrebbe sembrare – a un occhio poco attento – un po’ una palla. A movimentarne la monotonia, poteva almeno consolarsi all’epoca Misson, “milioni di mosche luminescenti che riempiono [all’imbrunire] le siepi e i campi. Gli alberi e i campi ne sono ricoperti e tutta l’aria brilla per la loro luce. Questi piccoli insetti sono chiamati lucciole”. Magari non a milioni, ma verso sera lungo la via Emilia di “lucciole” se ne incrociano ancora parecchie, all’ingresso di Bologna pure in pieno giorno, anche se non sono esattamente le stesse tanto apprezzate da Misson e da altri viaggiatori.

Appartamenti in vendita lungo la via Emilia
Appartamenti in vendita lungo la via Emilia

La via che dà il nome a tutta la regione è un gran pezzo di strada

Ma non lasciatevi ingannare dall’apparente uniformità del paesaggio della via Emilia, percorrere anche oggi tutti quei chilometri da Piacenza a Rimini è un’impresa che vale ancora la pena. E non solo perché oltre il 60% degli abitanti della regione risiedono in città e paesi attraversati da questa lunga striscia d’asfalto (il dato è della metà degli anni ‘80, probabilmente la percentuale è aumentata). “Tanto servì e tanto seppe questa strada, che la gente chiamò infine la regione dalla strada, non la strada dalla regione” ha scritto il bolognese Riccardo Bacchelli: la via Emilia è l’Emilia. La sua sintesi, o un concentrato, se vogliamo. Per secoli l’aorta di un’intera regione. L’unica al mondo ad aver preso il proprio nome da una strada. L’unica che porta un nome di donna, e anche piuttosto diffuso: sono 121.417 le italiane a chiamarsi così, senza considerare la variante “Emiliana”. Curiosità: la regione dove il nome è più comune è la Lombardia (22,8% del totale) seguita dalla Campania. Le Emilie d’Emilia sono invece 5,1% del totale, solo al sesto posto nella classifica. Si capisce: chiamarsi così qui può risultare un tantinello ridondante.

Un vecchio casale lungo la SS9
Un vecchio casale lungo la SS9

Ma non solo. Anche senza voler minimamente piegarsi a logiche di campanile – visto che io nemmeno sono emiliano – l’Emilia-Romagna è senza dubbio una regione particolare. Che è stata giustamente definita il “sud del nord e il nord del sud”. In pratica, da oltre duemila anni a questa parte, l’anello di congiunzione ininterrotto tra il nord Italia, l’antica Gallia cisalpina, e il resto della Penisola. Ventidue secoli che hanno visto passare per questa strada consolare la cui prima pietra venne posata nel 187 a. C. per congiungere l’avamposto romano di Piacenza con Rimini e, da lì, la capitale attraverso la già tracciata Flaminia, genti e popoli da tutta Europa. Non sempre con intenzioni benevole. Questa condizione particolare, di essere “uno spazio geografico e umano” indubitabilmente padano ma anche proiettato verso il centro lungo la dorsale appenninica e la riviera adriatica, autorizza – ha scritto Edmondo Berselli in “Quel gran pezzo dell’Emilia” – “a sostenere che l’Emilia, con le sue estensioni fin verso Pesaro, è una sorta di Italia concentrata, di super-Italia. Per dedurne poi come conclusione non fallace che gli italiani compresi nei suoi labili confini costituiscono un popolo di iper-italiani”.

Se aggiungiamo infine che l’Emilia rossa è stata per qualche decennio un mito di efficienza amministrativa coniugata alla fama, molto più antica a dire il vero, di terra parecchio godereccia, ce n’è abbastanza per dedicare tutta la nostra attenzione all’Emilia, anzi, alla strada che le dà il nome. Che nonostante i suoi tanti tormenti contemporanei, resta comunque un gran pezzo di strada.

Una delle strade più interessanti del mondo? Sì, secondo il quotidiano inglese a cui piacciono le tette

A questo punto però, è bene ribadirlo una volta per tutte: la via Emilia è caratterizzata solo in piccola misura dai centri storici delle tante città che attraversa. Come ha scritto la poetessa Giulia Niccolai a proposito della SS 9, “non è tanto la meta che qualifica il viaggiare, quanto il cammino stesso o comunque, hanno entrambi lo stesso valore. (…) Il viaggio è diventato tortura e penitenza, buco nero, vuoto che si cerca di attraversare il più in fretta possibile”. Succede tutti i giorni lungo la via Emilia: se proprio si è obbligati a percorrerla, l’obiettivo è arrivare alla meta lasciandosi alle spalle il più presto possibile il suo concentrato di brutture di cemento e gas di scarico. Quasi quasi, meglio far finta che non esista.

Una tipica pagina 3 del Sun. Non esattamente il New York Times

Come ha fatto in un recente articolo tal Lisa Minot del Sun – quotidiano inglese di Rupert Murdoch famoso soprattutto grazie alle procaci bellezze in topless ospitate in terza pagina (ancora per poco, pare) – per poter inserire la via Emilia tra le venti strade più interessanti al mondo. Per altro attribuendole, con un lapsus che sembra quasi voluto, una lunghezza di 110 chilometri: saltando da un casello autostradale all’altro, quel che rimane nello sguardo di Minot è un puzzle di immagini da cartolina. Come se la via Emilia, e perciò la regione intera, si risolvesse tutta nella prospettiva generosa offerta da piazza Maggiore a Bologna. O piazza Garibaldi a Parma. E via così.

L’altra via Emilia, quella dei capannoni smisurati e delle campagne impolverate, delle puttane e dei camionisti, dei benzinai e dei bar da un caffè al volo, non merita nemmeno la dignità di un proprio chilometraggio. Scorre via senza un punto che sia uno su cui fermare lo sguardo. Non esiste, appunto. E’ quella parte dimenticata che nessuna guida turistica segnalerebbe mai. Quella che invece siamo andati a scoprire noi.

Noi che in Emilia siamo stranieri per davvero come l’impiegato comunale Watanabe di Akira Kurosawa

Noi che siamo diversi dagli autoctoni, per cultura e formazione. Cosa significhi essere “stranieri” qui l’ho capito un giorno chiacchierando con una collega, modenese d.o.c. Per me che sono lombardo-veneto per nascita, cultura e formazione appunto, lo Stato e le sue istituzioni, giù giù fino a quelle locali, non sono altro che un Moloch distante e del tutto indifferente alla mia sorte come individuo. Un’entità kafkiana che chiede tantissimo offrendo poco o niente in cambio, una tragica e quotidiana determinazione reale della finzione cinematografica di un film come “Vivere” di Akira Kurosawa.

Eccone la trama in breve: scoperto di avere un tumore, l’impiegato comunale Watanabe, decide di rendersi utile alla collettività dedicando gli ultimi mesi di vita a un’iniziativa seria. Superando mille ostacoli burocratici, passando di ufficio in ufficio, si dà da fare per risistemare un parco giochi per bambini abbandonato nel disinteresse di tutti. Sarà questa la sua eredità. Watanabe muore prima del giorno dell’inaugurazione in cui i colleghi ubriachi giurano di vedere in lui esempio da lui. Le madri dei bambini pensano al loro benefattore. Il sindaco, abilmente, si prende tutto il merito dell’iniziativa e del suo successo. Poco cambia: il giorno dopo è tutto dimenticato. Un altro impiegato ha preso il suo posto in ufficio e di Watanabe non si parlerà mai più. Detto altrimenti: lo Stato, se non mi è nemico, certamente non mi è amico. Diffidenza e sfiducia sono la cifra del nostro rapporto. Reciprocamente.

Watanabe

Per la mia collega modenese invece, “ciò che il Comune decide di fare è nell’interesse dei cittadini. Io almeno inizialmente mi fido che il bene comune sia stato l’obiettivo primario di qualsiasi decisione. Se poi non è così, o la scelta si rivela sbagliata, sono pronta a contestarla. Ma il primo sentimento è di fiducia”. Eccola lì, la transustanziazione in carne e sangue del mito emiliano del buon governo. Che arriva – o arrivava, ultimamente mi pare decisamente appannato – fino a Bologna, alla Regione. Un’unica filiera “rossa” che dai comuni più piccoli passando per le provincie si articolava senza soluzione di continuità fino alle torri color avorio dell’architetto giapponese Kenzo Tange, sede della Regione.

Il passato: quando l’isola rossa in un mare bianco ebbe l’occasione storica di dimostrare che il socialismo si può fare pacificamente

C’è una ragione storica in questa specificità tutta emiliana che a lungo ha prodotto risultati universalmente riconosciuti come eccellenti. La spiega bene Edmondo Berselli: “L’idea di un compromesso a suo modo storico tra l’egemonia comunista e la realtà delle classi borghesi nasceva dalla consapevolezza che l’Emilia era un’isola rossa in un mare bianco, la rivoluzione non era alle porte, che c’erano le condizioni per creare benessere e distribuirlo: «Compagni» disse Togliatti ai funzionari comunisti «qui da voi c’è l’occasione storica di dimostrare che il socialismo si può fare pacificamente, con un largo fronte democratico, in cui le ragioni del lavoro e quelle del capitale possono collaborare per far vedere al fronte reazionario che i comunisti sono capaci di far star bene il popolo.».”

Palmiro Togliatti con Nilde Iotti.
Palmiro Togliatti con Nilde Iotti

In due parole, il modello emiliano – oggi in caduta libera, inceppato in sodalizi storici tra gli eredi del PCI, fondazioni, cooperative ormai tali solo nel nome e un buon numero di imprese che sotto l’ala protettiva del partito ha prosperato – è questo qui. Un modello che però oggi ha perso il proprio smalto, assumendo semmai, il sapore della conservazione. Della difesa a spada tratta dell’esistente visto che, nonostante la crisi l’abbia toccata pesantemente, l’Emilia resta ancora uno dei pilastri economici del Paese. Per fortuna. Ci sono eccezioni a macchia di leopardo naturalmente, come dappertutto, ma pensare che il sistema-Emilia possa ancora proporsi come locomotiva d’innovazione, dai, non ci crede più nessuno. Nemmeno gli emiliano romagnoli, che infatti hanno punito alle ultime elezioni regionali del dicembre scorso gli eredi del partito egemone da sempre (e parte imprescindibile del “modello”), eleggendo sì, come accade dal 1970, il candidato “di sinistra”, ma con un’affluenza degli elettori alle urne appena del 37,71%. Una débâcle storica impensabile solo fino a qualche anno fa.

Il presente: di eccezionale in Emilia resta poco. Sic transit gloria mundi

Per quanto mi riguarda, posso dire che i sette anni trascorsi in queste lande non hanno modificato i miei giudizi, o pregiudizi, che dir si voglia. Lo Stato (anche nelle sue istituzioni locali) resta una controparte, perfino quando assume la faccia paciosa e bonaria, tanto da risultare quasi un’incarnazione di uno stereotipo, di quello che fino all’anno scorso è stato il sindaco di Modena, Giorgio Pighi.
Non dubito che in passato il modello emiliano abbia prodotto grandi risultati, e che la sua fama fosse meritata. Non so. Non c’ero. Mi fido.

L'ex sindaco di Modena, Giorgio Pighi. Fonte immagine: Wiki Commons
L’ex sindaco di Modena, Giorgio Pighi. Fonte immagine: Wiki Commons

Ma oggi che non esiste più alcun avversario col quale misurarsi per dimostrare la propria bravura o eccezionalità; oggi che la parola “comunista” fa venire in mente al più le quattordici scissioni vissute dalla sua nascita nel ’91 dal partito che ritiene di essere erede di quell’ideologia, Rifondazione; oggi che la socialdemocrazia non sa nemmeno da che parte girare la testa per definire un proprio modello credibile, l’omologazione, verso il basso, ha sopito qualsiasi eccezionalità emiliana. Forse verranno tempi migliori, per l’Italia e per l’Emilia-Romagna. O forse no, non torneremo mai più quelli che eravamo. In fondo, si potrebbe anche farsene una ragione: “sic transit gloria mundi”.

Il tramonto della leggendaria Emilia rossa e il ritorno collettivo a certezze prepolitiche

Proprio perché “stranieri”, per evitare in quanto tali di essere accusati di non conoscere a fondo queste terre e le loro genti, ci siamo fatti accompagnare nel nostro tour alla scoperta della via Emilia da due insider – o fixer come si dice in gergo giornalistico – due emiliani d.o.c, Ilmo Malagoli e Marco Balugani. Tappe del viaggio: i bar lungo la Statale. Uno ogni 10/15 chilometri circa. Scelta non casuale né dettata dalla faciloneria. Piuttosto, il tentativo di avventurarsi in quei luoghi dove le persone ancora si incrociano, giocano a carte, discutono, commentano le notizie dei giornali, chiacchierano, ricordano, litigano, bevono e mangiano. Attività quest’ultima che da questi parti ha valenza liturgica, tanto l’han menata e la menano sul cibo, dal maiale al parmigiano, dal cappelletto e poi giù giù, fino alla piadina romagnola.

Fino a sconfinare, a sprezzo del ridicolo, nella santificazione dello Chef Maximo del momento, Bottura da Modena. Rispetto al quale ogni volta mi domando: ma chi mai ci andrà a mangiare nella sua chiesa con i prezzi cardinalizi che c’ha, nonostante l’umiltà del nome, Osteria Francescana? Da tempo assurto all’Olimpo il divino Pavarotti, la scranna di celebrità locale la occupa oggi il papa della cucina molecolare. Una star globale per palati fini, al quale però bisogna riconoscere una notevole comprensione del genius loci e dello spirito del tempo, tanto da prestarsi a una “splendida lezione sulla cucina e sullo stile di vita italiano” in una location nazional popolare come il Grandemilia, mastodontico centro commerciale for the masses giusto sulla via Emilia, tra Modena e Rubiera, dove appena qualche settimana fa il nostro si è esibito in un “live cooking” cucinando un memorabile: “Ricordo di un panino alla mortadella”.

Folla al centro commerciale Grandemilia per lo chef Massimo Bottura. Fonte immagine: Grandemilia
Folla al centro commerciale Grandemilia per lo chef Massimo Bottura. Fonte immagine: Grandemilia

Un piatto – ha spiegato – “che vuole essere un ricordo dei miei quattordici anni, quando mia mamma mi correva dietro e mi metteva nello zaino il panino alla mortadella da portare a scuola. Oggi vuole essere invece un ricordo per il vostro palato”. Ad ascoltare la sua lezione (e successiva degustazione, al solito molecolare per dimensioni) una folla che agli incontri politici delle feste dell’Unità non riescono più a tirar su neanche sfondando le balle dei militanti storici a colpi di sms, nemmeno se arriva un ministro con tanto di tessera Pd appuntata in fronte. A meno che non si tratti di una vecchia gloria come Bersani, Matteo in persona (per lui, che ha i modi informali di un amico, basta il nome, come per Silvio), o di qualche gnocca del suo governo: Boschi in testa. Che col tramonto della leggendaria Emilia rossa, la sensazione è quella di un collettivo ritorno a certezze prepolitiche. Le sole rimaste a poter vantare una indiscussa fedeltà alla linea e percentuali di gradimento bulgare: “pan, parsot, figa e lambrosc”.

Gli “Emilia bar lovers” a caccia del miglior cappuccino e spritz offerti dalla via Emilia

A questo punto però, prima di addentrarci nei dettagli di questo tour sentimentale e picaresco tre decenni dopo la mia prima comparsata in terra emiliana, occorre fare una digressione sui nostri fixer, Marco e Ilmo, autoproclamatisi per l’occasione “Emilia bar lovers”. Tappa dopo tappa, bar dopo bar, assaggiando ogni volta un cappuccino e un spritz per stabilire quale sia “il miglior bar della via Emilia”, incaricati di agganciare nella nostra rete baristi e avventori. Per cercare di capire attraverso questi, che tutti i giorni sulla Statale ci bazzicano, ci lavorano, ci vivono e – immagino – ci tirino giù santi e madonne, che cos’è oggi questa via lunga e diritta. Nemmeno Ilmo e Marco come compagni di viaggio sono stati una scelta casuale. Rappresentano, la specifica è di Ilmo, “quell’altra” Emilia. Quella che con le cartoline del Sun e le brochure pro Expo non c’entra un fico secco ma che da queste parti ha storia e dignità, volendo per forza trovargli delle radici, almeno dagli indiani metropolitani bolognesi del ’77, se non da prima: Modena si fa vanto un po’ a sproposito di esser stata negli anni ’60 la capitale del beat italiano; la Romagna è storica terra d’anarchici, e via così.

Da sinsitra a destra, Ilmo e Marco
Da sinistra a destra, Ilmo e Marco, gli Emilia Bar Lovers

Ilmo presenta un curriculum d’artista underground di tutto rispetto, forte di un’intima adesione a una cultura che – son parole sue – “schifa tutto ciò che di solito piace di questi posti, i suoi innumerevoli stereotipi”, dalla passione per i motori, all’idolatria per il maiale, alla filosofia in veste festivaliera (a Modena, a settembre). Una tipologia d’emiliano che trova la propria identità nello sberleffo, nell’irrisione e nell’irriverenza rispetto a tutto ciò che viene considerato rappresentativo del genius loci e perciò, per antica consuetudine, immediatamente istituzionalizzato e incapsulato dal sistema (centri sociali e ambienti underground compresi, di solito ospitati in locali messi a disposizione dal comune): da quel totem di lardo e carnazza che è il superzampone di Castelnuovo Rangone, al recente revival del beat sempre a Modena, con concerto in Piazza Grande dell’Equipe 84 – i posti a sedere in prima fila rigorosamente riservati alle autorità – che del beat conserva un tasso di trasgressione pari a quello di Giovanni Allevi al concerto di Natale in Senato.

Insomma, Ilmo è uno di quelli per cui l’eredità di “di un panino alla mortadella”, il suo “ricordo”, si sostanzia al più in un residuo organico. Quello su cui il suo amico Federico, altro modenese dal baricentro spostato, c’ha fatto un oggetto di culto per pochi, pochissimi, adepti: il calendario della merda. Fotomontaggi creativi basati su stronzi veri fotografati in tutto il loro primitivismo materico.

Emilia paranoiaca, dove “il nemico vero è là, è là che se la spassa e inventa un’altra tassa”

Se Ilmo è l’esteta, Marco invece tra i due è quello dall’anima più politica. Insomma, a suo modo. Secondo Ilmo è un fiero rappresentante de “L’Emilia paranoica”, quella sospettosa, intimamente partigiana e istituzionalmente “contro”, anch’essa forte di una tradizione notevole. Ma soprattutto, di una base musicale di tutto rispetto. Quella dagli indimenticabili “CCCP” di Giovanni Lindo Ferretti

Emilia di notti, dissolversi stupide sparire una ad una,
Impotenti in un posto nuovo dell’ARCI.
Emilia di notti agitate per riempire la vita,
Emilia di notti tranquille in cui seduzione è dormire.
Emilia di notti ricordo senza che torni la felicità,
Emilia di notti d’attesa di non so più quale amor mio che non muore,
E non sei tu, e non sei tu,e non sei tu.
Emilia paranoica. Emilia paranoica. Emilia paranoica!

Marco sul camper affittato per il reportage sulla via Emilia
Marco sul camper affittato per il reportage sulla via Emilia

o della Paolino Paperino Band, gruppo punk rock modenese con la quale Marco ci ha tampinato (alternandoli ai bolognesi de “Lo Stato sociale” e ai “Ministri”, band milanese di rock alternativo) da Piacenza a Rimini nel camper affittato per il tour.

Ogni domenica è un rituale darsi pugni e farsi male siamo gente un po’ così.
Otto ore sono pese in officina con le frese per pagare la cucina…
Domattina vado in banca per pagar le rate della casa e il mutuo della Golf…
Ma mi prende troppo male mi incazzo e poi mi dico,
almeno c’ho un nemico qualcuno da pestar.
Noi abbiamo queste sciarpe blu,
arrivan quelli con le gialle son nasi rotti e calci… nelle palle.
Ci diamo i pugni sulla testa ogni domenica è una festa
ma poi torna il lunedi e la rata è sempre lì.
Ma il nemico vero è là, è là che se la spassa inventa un’altra tassa.

I due “Emilia bar lovers” ci son sembrati subito i giusti compagni d’avventura. Come noi, “frammenti di marginalità umana irriducibili al sentimento collettivo e socialista” (e alla sua borghesissima variante contemporanea). Del resto, come scriveva Giovannino Guareschi da Fontanelle di Roccabianca, nel parmigiano, “quando il sole martella le zucche e il grande fiume scorre grigio e lento, i cervelli ci mettono poco a bollire”. Pur senza giungere alle conclusioni dell’autore di Don Camillo sull’incidenza del meteo sulla salute mentale degli emiliani, del clima di queste parti – afoso d’estate e umido d’inverno – si lamentano un po’ tutti, da sempre.

“Sono alfin giunto a Bologna dopo un diabolico viaggio fra nubi di polveri e sotto la sferza di un sole cocente” appunta Lord Byron nel 1819 nelle sue “Lettere dall’Italia”. Sempre parlando di Bologna, “una delle più belle e grandi città d’Italia” scriveva invece il prete e scrittore del XVII secolo Richard Lassels: “Sarebbe una città adatta per trascorrervi l’estate, se l’aria non fosse così insalubre”. In sintesi, come recita il ritornello di “Rol”, hit in dialetto di un gruppo rock della Bassa reggiana, le “Cagne pelose”:

E se d’isté tan tir mi l’fie
e d’inveren at sela gli ungi di pé,
atse a Rol, Rol,
Rol, Rol!
Rol cl’e che in dla basa.

(e se d’estate non tiri neanche il fiato,
e d’inverno ti si gelano le unghie dei piedi,
sei a Rolo,
Rolo che è qua nella Bassa).

E buon viaggio in Emilia. Senza nostalgia, con occhio cinico e presente, ma con lo stesso “piacere di un tempo, quando al bar di sera si guardava il giornale per vedere che film davano in provincia, e poi si partiva in tre o quattro, in macchina, in mezzo alla nebbia”. A noi piace così.

Marco in posa sulla via Emilia
Marco in posa sulla via Emilia

I bar da “centrifugati all’ananas, mela, carota e limone” e quelli invece “adatti a far battute”. In mezzo: the Chinese connection

I nostri bar sulla via Emilia non sono stati quelli dei centro città. Quelli eleganti e quasi sempre “arricchiti da un tocco unico e personale”. Quelli per una clientela dello stesso livello, da centro, che schifa roba tipo la brioche scongelata per colazione anche senza scivolare sulla classica Luisona di Stefano Benni, la “decana delle paste” da bar sport. Quei locali che in alternativa a caffè e cappuccino propongono “centrifugati all’ananas, mela, carota e limone” e “dissetanti vitaminici”. Quelli che per mantenere tirato a lucido l’intelletto dei propri clienti mettono a disposizione mica solo la Libertà a Piacenza, la Gazzetta di Parma a Parma, quella di Reggio a Reggio e via dicendo – insomma, i giornali locali – ma La Repubblica, il Corriere e perfino La Lettura, domenicale di libri e cultura del quotidiano milanese. “Perché vi trovate qui e non al bar di fronte?” abbiamo chiesto a Castelfranco Emilia a un crocchio di anziani seduti in un locale decisamente più scrauso giusto di fronte a un raffinato bar “da centro”? “Noi ci troviamo qui ogni mattina – han risposto – perché questo è un bar adatto alle battute, quell’altro è per fighetti”. E giù risate.

adesivi

E nemmeno gli “Emilia bar lovers” han potuto marchiare coi loro adesivi “bar consigliato” i locali della cintura periferica delle città. Anche se spesso i nomi sono accattivanti perfino per accalappiare eventuali turisti – “Bar Emilia”, “Bar Romagna” fino a un classicissimo “Bar Sport” – a gestirli son quasi tutti cinesi. Che, vuole la leggenda, a suon di contanti hanno rilevato i bar di periferia dagli antichi gestori, lasciando tutto intatto, perfino la clientela che dopo l’iniziale sconcerto per il cambio di gestione è ritornata a occupare i tavolini di sempre. Ma gli eredi del Celeste Impero non si fanno intervistare. Usando sempre la stessa motivazione: “non parlo bene italiano”. Una scusa probabilmente. O forse, una vendetta consumata a freddo per la storica scarsa prossimità coi compagni emiliani, che han sempre guardato più all’Unione Sovietica che alla Cina di Mao.

Via Emilia periferica
Via Emilia periferica

Emilia anno zero. E per fortuna che su tutto veglia la buonanima di quel santo di Padre Pio

No, i bar nei quali abbiamo tappa sono quelli della terza via Emilia. Quella più di strada, più popolare, più d’occasione, da outlet di cappuccini e spritz. Posti per lo più senza storia perché, a parte i locali eredi di qualche antico posto di cambio dei cavalli, l’anno zero per questi tratti della Statale 9 coincide con i ’60 o giù di lì, quando sulla sterminata campagna emiliana han cominciato a piovere milioni di metri cubi di cemento. Tanto che più d’un bar precisa nell’insegna la propria data di nascita: Bar Santi, dal 1976.

Così come accade per ogni regola, va da sé che anche questa via Emilia presenti le proprie eccezioni. Come il bar “da Romano”, dal 1936 “passione per la gente”, locale che coniuga, ci spiega il titolare, “tradizione e modernità”. Per colazione, propone la formula americana del “all you can eat”: si può mangiare tutto quel che viene messo a disposizione pagando un prezzo fisso, 5 euro, in teoria fino allo svenimento. Il posto è curato e cool, il titolare pure. Insomma, roba da centro. E infatti, è in centro anche se tra il cartello d’inizio e di fine del territorio comunale sono meno di due chilometri. Siamo a Cadeo, seimila abitanti frazioni comprese, in provincia di Piacenza. Un paese aggrappato alla sua main street come una di quelle cittadine di provincia americane che si vedono nei film. Un posto come “da Romano” non sfigurerebbe affatto anche in un centro storico di qualsiasi città capoluogo. A restituire alla location la sua dimensione pop, tra la via Emilia e il west, si incarica a pochi metri dal dehors laterale del locale una statua di Padre Pio a grandezza naturale.

Foto di Antonio Tomeo
Foto di Antonio Tomeo

Un’icona perfetta per la via Emilia che più amiamo. Anche se giustamente Ilmo lamenta che anche la parte più fighetta, quella da guida turistica che intenzionalmente abbiamo snobbato cassando dalla nostra mappa tutte le “eccellenze” che puntellano la strada, non è meno Emilia. Disquisizioni, elucubrazioni e sottigliezze da pedanti. La giustificazione filosofica dell’esistenza stessa della via Emilia così come è oggi, delle sue trasformazioni, perfino delle sue brutture, contraddizioni e incongruenze, ce la offre su un piatto d’argento (si fa per dire naturalmente, da questi parti tira molto di più la plastica) Francesco, titolare di un anonimo bar tabacchi poco dopo Parma con tanto di forme di Parmigiano – rigorosamente in pvc – piazzate sul bancone: “Dà da mangiare a tanta gente”. Come in fondo è da sempre. E punto. Tutto il resto è pedanteria.

Totò Riina presidente del consiglio. Candidature alternative: oltre al sempiterno Mussolini, anche Hitler, Pol Pot, Stalin e Mao Tse Tung

Di Emilia rossa, sulla SS 9, se ne incrocia poca. Anzi, dovessimo basarci solo sulla nostra esperienza, fossimo marziani piombati direttamente da un’altra galassia, dovremmo pensare che l’Emilia ha un cuore nero. Non che noi la si sia buttata in politica. Ma le poche volte che è venuta fuori, su iniziativa personale di qualche cliente o barista, ha sempre assunto toni che non ti aspetteresti da queste parti. Storia a sé fa naturalmente il tratto tra Forlì e Forlimpopoli, pochi chilometri a nord di Predappio, in Romagna. Da quelle parti abbondano in più d’un bar memorabilia di Mussolini, dalle targhe di metallo vintage con frasi celebri del genere “Vincere e vinceremo” fino a un busto di Rosa Maltoni, mamma di Benito e, per ferma volontà del duce stesso, rappresentazione nel corso del Ventennio della donna italiana ideale.

Mostra sul giovane Mussolini a Predappio. Fonte: Notizie Comuni-italiani.it
Mostra sul giovane Mussolini a Predappio. Fonte: Notizie Comuni-italiani.it

Ma se è noto da tempo che da queste parti ci han fatto un business sui nostalgici del fascismo, più preoccupante è il fatto che di fronte alla crisi economica e alla sfiducia generalizzata nei confronti della classe politica, nell’aria si respiri una certa voglia di affidarsi alle presunte virtù taumaturgiche di un uomo solo al comando. “Bene che vada, siamo rovinati” attacca un anziano in un bar appena fuori Modena. Per concludere addirittura che l’Italia e gli italiani sono talmente incasinati che per risollevarci servirebbe che qualcuno creasse una specie di Frankenstein composto da pezzi “nobili” ricavati da Stalin, Hitler, Pol Pot e Mao Tse Tung.

Mentre nel corso del nostro viaggio qualcun altro invoca con scarsa fantasia il ritorno in vita dello “zio Benito”, il top lo raggiungiamo in un bar ristorante poco fuori Faenza, con un tizio, romagnolo d.o.c., che vorrebbe come presidente del consiglio Totò Riina, uno che – ci spiega – “ha fatto anche del bene”. E se sulle presunte benemerenze di Totò ‘u curtu appare un po’ confuso nelle argomentazioni, risulta inamovibile la sua convinzione che con Riina a Palazzo Chigi i vantaggi economici per il Paese sarebbero notevoli: “Lo stato è mafioso uguale, ma Riina ci costerebbe meno”. E una qualche alternativa compresa all’interno dell’arco parlamentare, no eh? Macché, “è l’ora di tirarci nella fronte a quella gente lì”. E problema risolto.

Notte sulla via Emilia 1. Quando Slot machine e puttane, ormai parte integrante del paesaggio, lavorano a pieno regime

La via Emilia di notte sta a quella di giorno come lo yin (nero) sta allo yang (bianco). E’ abitata da popoli diversi. Se di giorno non è impossibile vedere una mamma con carrozzina uscire dal cancello di casa con comodo accesso direttamente sulla Statale per affrontare lo stretto pertugio tra il guard-rail e la carreggiata intasata da Tir e automobili; se dopo i fasti del sabato sera, la domenica mattina il traffico si placa fino quasi a estinguersi permettendo così ai ciclisti di cimentarsi nella pedalata in coppia (odiatissima dagli automobilisti), la notte è il momento in cui Slot machine e prostitute, ormai parte integrante del paesaggio, lavorano a pieno regime. Che, dopo una giornata a farsi il culo a produrre, un po’ di svago è indispensabile. Le Slot sono presenti in molti bar, sempre rigorosamente accompagnate dal più ipocrita dei cartelli, appeso a norma di legge: “Se il gioco diventa un problema puoi chiedere aiuto”.

Fonte immagine: CougarLicious via photopin (license)

A dire il vero, anche se sono un buon affare per i gestori, non tutti i baristi le vogliono. A volte possono contenere anche migliaia di euro di giocate finendo per accendere gli appetiti di qualche delinquente, professionista o anche uno scalzacani. Può sembrare un controsenso, ma se proprio si ha la sfortuna di finire in mezzo a una rapina, meglio imbattersi nei primi. Me lo assicurava anni fa il membro di una banda di rapinatori professionisti agli arresti domiciliari nella comunità per recupero di tossicodipendenti dove lavoravo. “Se sono professionisti – mi spiegava col puntiglio dell’esperto – sanno quello che fanno e hanno interesse a fare il lavoro il più velocemente e nella maniera più pulita possibile. Tu esegui alla lettera quello che ti ordinano e non succederà un bel niente. Prelevano e se ne vanno. Invece il dilettante, il cane sciolto, magari il tossico che ha bisogno di farsi una dose, è imprevedibile, nervoso, ha più paura di te. Di quelli bisogna stare attenti” ammoniva.

Non solo ho mai vissuto una simile esperienza e spero sinceramente di risparmiarmela per tutto il resto della vita, ma non è andata altrettanto bene a più d’un barista lungo la via Emilia che, ci raccontano, dopo aver subito una rapina ha deciso di rinunciare agli introiti delle Slot. Detto questo, se è pur vero che il “crimine non dorme mai”, raccontare che di notte la Statale 9 sia una specie di Far West senza ordine né legge, per quanto narrativamente affascinante, sarebbe semplicemente falso.

Notte sulla via Emilia 2. Immancabilmente, “fra cosce e zanzare e nebbia e locali a cui dai del tu

Invece, la nostra notte in tour lungo la Statale è stata solo divertente. Tra bar “open 24 h” in cui si praticano improbabili karaoke e sfrenate danze con qualche anziano umarell a far da spettatore dopo una giornata – immaginiamo – spesa a controllare l’andamento dei lavori in corso di qua e di là dalla via Emilia. Con giovani leoni a tentar, forse, di farsi belli esibendosi con voce stentorea sulle note di “Certe notti” del Liga, tanto per fare “un po’ di cagnara” in “quelle notti fra cosce e zanzare e nebbia e locali a cui dai del tu”. A ballare in mezzo ai tavolini però, c’è giusto un’attempata ragazza che gli “Emilia bar lovers”, con il piglio sicuro dei conoscitori della materia, battezzano subito come ‘cougar’, termine gergale per etichettare “donne mature che si comportano come predatrici sessuali nei confronti di uomini notevolmente più giovani”. E chissà se la serata è finita in gloria per tutti. Ce lo auguriamo. Per loro.

Gli Emilia Bar Lovers
Gli Emilia Bar Lovers

Naturalmente le notti in Emilia possono andare ben oltre simili esibizioni così marcatamente naif da scivolare nello sdolcinato. O nel romantico, a seconda dei punti di vista. Da almeno dieci anni a Bologna, mi spiegano Ilmo e Marco mentre ce la raccontiamo accomodati sui divanetti del camper, va sempre forte il Decadence, “estrema espressione di eleganza e diversità”. In pratica, una serie di eventi organizzati in posti sempre diversi e, a quanto pare, frequentati da un numero enorme di persone, con “concerti, musicisti, scrittori, spettacoli di burlesque e fakirismo, performance di body art, body modification e fetish, lezioni di bondage e installazioni di video estremamente rari, relativi a tematiche di nicchia”.

In sintesi, ambienti sadomaso e fetish aperti a tutti, a patto si rispetti – mi insegnano un termine nuovo che nella mia ingenuità non conoscevo – il ‘dress code’. Insomma, il look, l’abbigliamento. Esser vestiti di nero, possibilmente con capi in pelle, è il minimo sindacale per ottenere il visto d’ingresso. In jeans e camicetta si resta fuori, al palo. Confesso che la cosa mi incuriosisce e volentieri ci farei una capatina per un reportage. Salvo realizzare che l’unica cosa nera che possiedo è una maglietta in maniche corte con la scritta Sony ben visibile sul petto, una di quelle raccattate aggratis a qualche evento promozionale. In pratica, per il servizio dovrei spendere una cifra per adeguare il mio armadio al ‘dress code’ dell’ambiente. Mi sa che dovrò rinunciare.

Un mio scatto di una giornata invernale in Emilia
Un mio scatto di una giornata invernale in Emilia

Afa e nebbia saranno anche schifose, ma abbiamo belle donne sempre generose”, con le ossa grosse e un guizzo libertino nello sguardo

Una cosa a cui non ho rinunciato in questo tour sentimentale lungo la via Emilia, è stato ammirare almeno con lo sguardo le bellezze locali. Forte del viatico fornitomi sempre dalle Cagne Pelose da Rolo:

“Stofeg, fumana, sarani schifosi
ma gom dal beli doni semper generosi”

Circolano diverse leggende sulle emiliane. Tra le più note, vi è quella che siano costituzionalmente di “ossa grosse”. Annotazione anatomica per giustificare, penso, una certa abbondante formosità di fianchi e seno dovuta probabilmente più alla storica passione per il porco e derivati che a una improbabile peculiarità etnica. Naturalmente la faccenda vale più per il passato. O per le contemporanee belle di periferia. Quelle del centro ormai hanno del tutto perso certi tratti caratteristici. Grazie, o colpa, di una dieta globish rigorosamente bio, vegana, attenta alle combinazioni alimentari, amante delle crudité e via rinunciando, giorno dopo giorno, ai piaceri garantiti da salami e prosciutti. La fama di libertine invece, anche questa storica, resta inalterata. Almeno a dar ascolto a Manuela, la mia amica del sexy bar e dell’annesso negozio di biancheria intima, intimissima diciamo pure, in centro a Modena, a un tiro di schioppo dalla sagrato del Duomo e dalla via Emilia, che mi assicura essere rimasto costante nel tempo l’interesse delle signore della Modena-bene per i suoi prodotti. A più d’una delle quali, giura, “ho salvato il matrimonio” grazie ai giusti ritocchi all’abbigliamento intimo.

“Ci sono in Italia città – scriveva nel 1756 un certificatore indiscutibile come Giacomo Casanova – dove ci si può procurare tutti i piaceri che l’uomo sensuale trova a Bologna, ma in nessuna parte li si ottiene così a buon mercato, né così facilmente né così liberamente”. Sempre della Bologna papale, annotava Stendhal nel 1817, “i preti tollerano la libertà dei costumi, altrimenti le frecciate impedirebbero a loro stessi di goderne”. Una libertà che andava oltre i confini bolognesi fino a disegnare un caratteristico tratto emiliano, almeno a dar ascolto allo storico francese e monaco benedettino del XVIII secolo, Casimir Freschot che, a proposito di Reggio, scriveva: “Non so se sia per il clima, ma l’amore conta tanto nella città di Reggio che essa si potrebbe definire un’Isola di Venere (…). Le donne hanno sguardo vivace e così pronte ad afferrare tutte le occasioni per conquistare i cuori, che nessuno può loro sfuggire”.

VIDEO / I migliori bar della Via Emilia

Ecco che mi parte la penna in una ingiustificabile invettiva contro le donne. Ma solo quelle del centro, quelle più belle, che no, non sono le fate

Per quanto mi riguarda, an ghe gninta da fer, non c’è niente da fare, le emiliane mi piacciono così: con le ossa grossa e con quel guizzo libertino negli occhi. Caratteristiche che ormai conservano con rigore filologico solo le eredi di certi tradizioni popolari, quelle fedeli alla linea del lardo e al socialismo da balera. A dire il vero, è anche che le fighette centrine, bellissime e fatte con lo stampino, uguali a Modena come a Londra o Berlino, non soddisfano minimamente il mio gusto estetico, sempre più convinto della verità del motto proustiano che invita a lasciare “le belle donne agli uomini senza immaginazione”. Nel corso del nostro tour mi sono platonicamente innamorato almeno in un paio di occasioni. La prima volta di una cameriera di un bar incrociato nel parmigiano, attratto dal suo sguardo trasparente e dalle sue giovani mani già segnate dal lavoro. E ho tanto insistito per convincerla a farsi fotografare dal nostro fotoreporter Antonio Tomeo da riuscire infine a vincere la sua ritrosia. Posto qui qui la sua foto con tutta la delicatezza e il rispetto che le parole mi permettono di esprimere.

Foto di Antonio Tomeo
Foto di Antonio Tomeo

La mia seconda infatuazione ha trovato l’oggetto del suo desiderio in un bar del reggiano. Una bella mora, almeno secondo i miei gusti, con lo sguardo perso nel vuoto e l’aria annoiata seduta al tavolo di una compagnia talmente ciarliera da raggiungere un volume sonoro da concerto rock. Mi ha incuriosito subito la sua scollatura da brividi immaginando che la donna del mistero potesse racchiudere più d’un segreto. E infatti a un certo punto si è alzata rivelando un minigonna mozzafiato a coprire, per modo di dire, un paio di cosce tornite delle dimensioni di due tronchi velate da una tulle nera lunga fino alle caviglie. Me l’aspettavo così, giuro. Se qualcuno volesse leggere in queste parole dell’ironia snob, si fermi subito. Trovo più verità, originalità e semplicità in questo tipo di donne che nelle tante fatine del centro, giovani e meno giovani, ma sempre così uguali l’una all’altra. Così noiose. Così prevedibili. Forse ci stiamo sbagliando ragazzi, ma così è, an ghe gninta da fer.

Il bar Bacone, nei pressi di Reggio, prende il nome dal grande filosofo inglese. Senza negare la propria profonda emilianità: "Gnocco fritto take away tipico"
Il bar Bacone, nei pressi di Reggio, prende il nome dal grande filosofo inglese. Senza negare la propria profonda emilianità: “Gnocco fritto take away tipico”. Foto di Antonio Tomeo

E la Romagna? A Rimini ci sono stato qualche volta solo d’inverno. Trovandola per altro bellissima nella sua malinconia da doposbronza

Il nostro viaggio a ritroso giunge al termine sul ponte di Tiberio, a Rimini, in Romagna. Che, mi accorgo, aver ampiamente sacrificato nel mio racconto. E’ sempre così quando si parte dall’Emilia. Non me ne vogliano gli amici romagnoli, ma per un emiliano – anche se d’adozione o d’accatto come nel mio caso – la Romagna è un po’ figlia di un dio minore. Al fine di evitare una crisi interregionale, premetto che dissento totalmente da ciò che state per leggere, ma devo confessare che una delle prime cose che mi hanno insegnato quando sono venuto a vivere qui è stato il coro che gli ultrà del Modena calcio cantano a quelli del Cesena in trasferta da queste parti. Un feroce sfottò che storpia così il finale del ritornello di ‘Romagna mia’ di Raul Casadei: “Quando ti penso, vorrei cagare, in quella merda che chiami mare”. Non mi pronuncio a riguardo, in Riviera non ho mai fatto il bagno perché a Rimini ci sono stato qualche volta solo d’inverno. Trovandola per altro bellissima nella sua malinconia da doposbronza. Col suo lungomare di bagni deserti e alberghi privi di segnali di vita. Quasi uno scenario post-atomico. Tanto che viene da chiedersi per quale miracolo possa subitaneamente rianimarsi da giugno a settembre fino a raggiungere densità umane tali da sfidare Hong Kong.

Ruota panoramica di Rimini
Ruota panoramica di Rimini

A Rimini naturalmente si conclude in bellezza: in piadineria. Poco distante, l’enorme ruota panoramica sfavillante di luci che in questa serata domenicale di maggio gira sorniona pur senza che alcun umano se la fili. La piada è salatissima per i miei gusti, e anche se ai tavoli siamo seduti solo noi e gli “Emilia bar lovers”, gli altoparlanti con volume a palla ci tormentano con la musica di Luciano Ligabue da Correggio, quella in cui – ironizzava un sito satirico – “è stato scoperto di recente un terzo accordo”. E’ chiaro che da queste parti si scaldano già i muscoli in vista dell’apertura della stagione. A noi invece, dopo due giorni di tour, al massimo i muscoli fanno male. A furia di ingollare cappuccini, Marco ha avuto seri problemi di stomaco, e fortuna che i bar si sono aggiornati sostituendo al Carlino strumentazioni più consone. Ilmo dopo una sequela di una decina di spritz al giorno, a partire dalle otto del mattino, comincia a mostrare chiari segni di cedimento. E’ ora di tornare a casa. In autostrada.

Davide Lombardi

Immagine di copertina di Antonio Tomeo.

Nota: le citazioni storiche sono tratte dal volume “Esplorazioni sulla Via Emilia. Scritture nel paesaggio” di Ermanno Cavazzoni.
La citazione “(…) quando al bar di sera si guardava il giornale per vedere che film davano in provincia (…) è tratta dalle “Opere complete di Learco Pignagnoli” di Daniele Benati.

Per la realizzazione di questo reportage (del video e delle foto), si ringraziano per il sostegno morale e il contributo economico:

Alberto Franchini
Daniele Bertulu
Sandro Campani
Moira Caracciolo
Francesco So
Enrico Ruggeri
Gaia Borghi
Alice Lombardi
Paolo Battaglia
Elena Savani
Claudio Simeone
Alessandro Violi

La povertà secondo Matteo, decrittazione di un disagio sociale

Matteo non è in grado di controllare la propria vita: la colpa, secondo lui, è di due microchip che ha dentro di sé che lo controllano e lo manipolano.

Mi sono avvicinato alle tesi di Matteo progressivamente. Me lo presentò un paio di anni fa Giovanni, un amico in comune nonché mio fixer a Piacenza e provincia. “Vuoi vedere che cosa fa la disoccupazione cronica all’uomo?”, mi chiese una sera d’inverno. I posti in cui trovare Matteo erano sempre gli stessi: la mensa della Caritas, il dormitorio pubblico “Rifugio Segadelli” e la biblioteca comunale “Passerini Landi”. Talvolta lo incontravo per strada, nel quartiere della stazione o in qualche bar economico del centro. Non era un vizioso ma d’inverno si riscaldava volentieri con qualche bicchiere di vino rosso a buon mercato.

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Matteo è un ragazzo piacentino di 35 anni, senza fissa dimora, disoccupato di lunga durata che conta sul mondo dell’associazionismo solidale per vivere e sull’elemosina. E’ più di un semplice disoccupato cronico. La prostrazione e le disistima per la sua condizione lo hanno portato prima alla rassegnazione e alla totale sfiducia nel futuro, e poi a una forma di auto-sabotaggio e di alienazione. Così almeno appare: Matteo afferma infatti che la sua ricerca di impiego è una causa persa “perché essi mi impediscono di lavorare, basta che premano un bottone e bloccano qualsiasi mia iniziativa personale”. Secondo il dott. Vito Antonio Scagliusi, uno psichiatra dell’Asl di Piacenza, la disoccupazione può avere “effetti psicologici devastanti, il dolore che ne deriva può portare alcuni soggetti a proteggersi, a non autocolpevolizzarsi, ad autoassolversi e a non assumersi la responsabilità del proprio fallimento per sfuggire alla sofferenza di una condizione soffocante e di un presente di miseria”.

Matteo ritiene di essere manipolato mentalmente attraverso l’inserimento di oggetti nel corpo che annichiliscono la sua volontà. La sua vita non è nelle sue mani, ma in quelle di una misteriosa setta massonico-mafiosa che gli impedirebbe di lavorare. Non è padrone del suo destino perché la sua libertà personale sarebbe stata compromessa fin dall’infanzia da due microchip che gli sono stati inseriti nell’organismo. Secondo Matteo il primo congegno è sottocutaneo “come quello dei cani” e gli è stato impiantato nella nuca in tenera età. L’altro, “più sofisticato”, sarebbe stato collocato nella sua gamba sinistra a tradimento dai medici del pronto soccorso di Piacenza, durante un intervento chirurgico a seguito di un incidente stradale quando aveva 23 anni.

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Nonostante la patina brillante della ricca e tranquilla città di provincia, l’impatto della crisi economica su Piacenza è stato violento. La città conta 100mila abitanti e secondo un recente rapporto dell’Osservatorio provinciale del mercato del lavoro, i disoccupati a Piacenza, nel quinquennio 2009-2014, sono quadruplicati: cinque anni fa erano 3mila, oggi 12mila. Il 2014 è stato l’anno più nero per il lavoro in città e provincia: la percentuale di disoccupazione provinciale ha raggiunto il 9,4 per cento, una media superiore a quella della Regione Emilia-Romagna.

Secondo il rapporto, nel 2014 sono 8mila 356 le persone che si sono rivolte ai centri per l’impiego della Provincia, facendo registrare il massimo afflusso dall’inizio della crisi economica: il 51% sono donne, il 35% hanno meno di 30 anni e il 47% sono di età compresa tra i 30 e i 49 anni. Gli italiani rappresentano il 66% del totale, mentre gli stranieri sono il 34%.

Ad aggravare il quadro, i dati della Caritas di Piacenza relativi al 2014 esposti in un seminario ad inizio maggio. Le famiglie in difficoltà economiche sono triplicate e 50mila borse viveri sono state distribuite nel 2014 a Piacenza e provincia, un territorio che conta circa 280mila residenti. Nel 2014, solo dalla sede centrale della Caritas di Piacenza sono state distribuite 5700 borse viveri, 700 in più dell’anno precedente e alla mensa dell’organizzazione cattolica sono stati consumanti 8mila pasti in più rispetto al 2013 (38mila in tutto, a fronte dei 30mila dell’anno prima).

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Eppure la patina resiste. In una piccola città di provincia essere poveri equivale all’emarginazione: ci si batte con le unghie e con i denti per non apparire in difficoltà, per non rientrare fra i “perdenti”, “gli sfigati”, i “pescegatti” come li chiamano localmente. Non c’è un luogo deputato più di altri per farsi notare, l’intera città è un red carpet in cui gli inestetismi della miseria emergono inesorabilmente. Diventare poveri e invisibili è l’incubo sociale principale degli abitanti di una cittadina profondamente conformista, arricchitasi grazie all’agricoltura. Più che la condizione economica in senso stretto è la perdita dello status sociale che terrorizza il piacentino medio.

Nelle piccole realtà è più difficile dissimulare il proprio disagio e lo stigma della miseria rimane un’onta. Non c’è spazio per chi appare in stato di povertà. E’ come un corpo estraneo nell’armonia borghese. Anche Matteo ha un corpo estraneo dentro di lui, anzi due. Sono i microchip che ha nel cervello e nella gamba sinistra e che gli impediscono di lavorare, di invertire la tendenza, di risollevarsi dalla palude della più cupa rassegnazione.

Parla attraverso metafore, Matteo: “Un terzo dell’Umanità è nella mia stessa condizione, un terzo dell’Umanità è mentalmente manipolato: siamo stati scelti per essere impiantati e per avere o un destino radioso o un’esistenza miserabile, io faccio parte della seconda categoria”. Secondo Matteo fra le persone che sarebbero state impiantate ci sono, in ordine sparso, Adolf Hitler, Giacomo Casanova, Jim Morrison, Matteo Messina Denaro, Silvio Berlusconi e forse anche Gandhi.

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“Attraverso questi congegni, la massoneria più oscura in alleanza con alcune ‘ndrine calabresi mi controllano, inducendomi depressione e blocco motorio”. Come Alice nel Paese delle Meraviglie, Matteo cambierebbe anche fisionomia, a causa dei microchip, aumentando o diminuendo in altezza e in peso nello spazio di pochi minuti. “Addirittura in certi casi sembra che io possa diventare invisibile oppure scatenare un odio immotivato nei miei confronti da parte di chi mi sta intorno”. Altra metafora dell’indifferenza generale alla sua condizione di miseria: l’invisibilità del disagio più palese.

Qualche anno fa Piacenza scoprì l’orrore dell’indigenza più totale. Un giorno di fine novembre, con le prime illuminazioni natalizie a decorare le strade, la città si è svegliata tentando di dare un nome a un “invisibile” con la pelle scura, ritrovato senza vita nei sotterranei del cosiddetto “Grattacielo dei Mille”. Un giovane uomo di origine pachistana era morto di freddo nello scantinato dell’unico grattacielo della città, un edificio di venti piani dove risiedono ricchi professionisti e esponenti della vita politica locale. Alì si chiamava quell’uomo di trentun anni, veniva dal sud-est asiatico: è morto per inedia nel sotterraneo dei ricchi.

Alì non avrebbe potuto accedere al dormitorio pubblico in quanto clandestino, nessuna struttura d’accoglienza di proprietà comunale o meno lo consente. “Avessi saputo dove dormiva gli avrei portato immediatamente del tè caldo e qualche coperta: è l’unica cosa che posso fare in questi casi. Ho sentito tanta rabbia per la morte di quel giovane, un’enorme sconfitta per la nostra società”, disse all’epoca Giovanni Bonadè, presidente dell’Associazione “La Ronda della Carità e della Solidarietà”, il gruppo che gestisce il “rifugio Segadelli”, un centro di prima accoglienza di proprietà comunale situato a pochi passi dalla stazione ferroviaria.

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Aperto nel 2002, il “rifugio” è un dormitorio per soli uomini e dispone di otto posti letto. “Ogni sera devo rifiutare l’entrata ad almeno tre persone che cercano riparo, per mancanza di posti letto o perché sono irregolari. E’ durissima dire loro di no, sapendo che dovranno cercarsi qualche angolo in cui allestire il loro giaciglio improvvisato”, afferma oggi Giovanni Bonadè. Il dormitorio Segadelli ha censito circa 800 accessi nel 2014, ossia il 20% in più dell’anno prima. 800 “utenti”, termine che gli operatori sociali adoperano per definire le persone di cui si prendono cura.

Per un periodo Matteo ha frequentato il rifugio Segadelli, fino a qualche anno fa era una presenza abituale del dormitorio. Con lui c’era anche Johnny che era già un uomo di mezz’età quando è arrivato da Milano a Piacenza. Era di origine americana, del New Jersey. A quarant’anni, Johnny, uno stimato professionista nel ramo delle assicurazioni, perse il lavoro. Per un periodo lottò, cercò e trovò un impiego come portinaio, accettando il declassamento professionale pur di continuare la sua vita famigliare con la figlia piccola e la moglie, una donna di origine piacentina. Poi sbanda, comincia a bere sempre di più e a giocare d’azzardo. Sua moglie lo lascia e si trasferisce con la bambina a Piacenza dai nonni. Così Johnny, pur di stare nella stessa città della figlia e della moglie, di cui era ancora innamorato, si trasferisce anche lui qui in Emilia. Gli inutili tentativi di ricucire i rapporti con la moglie che gli impedisce anche di vedere la figlia gli danno il colpo di grazia.

L’ultima volta che ho visto Johnny, a marzo 2015, era al bar-tabacchi dietro a casa mia a bere vinaccio di domenica pomeriggio: era dimagrito, emaciato, il viso colore rosso era ricoperto di acne. Stava bevendo da solo. Era molto ubriaco, gli chiesi come stava e lui mi rispose in inglese:”I’m gonna drink all night, then I’ll kill myself”.

Gli inestetismi della miseria non passano inosservati in piccole città di provincia come Piacenza. E la povertà provoca una traformazione quasi fisica del soggetto. Forse è la trasformazione fisica di cui faceva menzione Matteo. Johnny, per esempio, è passato in pochi mesi dagli eleganti completi Armani con i pantaloni a sigaretta e le candide camicie Burberry ai jeans Carrera usurati, alle giacche sformate e ai sacchetti di plastica del Lidl con dentro tutta la propria vita.

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Matteo e altri senzatetto vivono una routine di elemosina e di lunghe giornate trascorse fra la mensa della Caritas, il dormitorio pubblico e la biblioteca comunale. Frequentano la biblioteca per usare il bagno, per navigare gratis su internet, per il caffè della macchinetta a 50 centesimi e per le sigarette e gli spicci che gli studenti offrono loro con più facilità. “D’inverno è dura, la biblioteca ci offre soprattutto un riparo durante i lunghi pomeriggi freddi. Quando la biblioteca chiude è già l’ora di cena alla mensa pubblica”, mi spiega un altro ragazzo senza fissa dimora.

Secondo Matteo le persone mentalmente manipolate sarebbero un problema sociale. Ma è l’isolamento e la mancanza di relazioni umane che Matteo cerca di spiegare, a modo suo:”Le persone hanno paura di me, non mi salutano più perché giustamente spaventate e impressionate dai miei improvvisi cambi di fisionomia. Le persone vedendomi mutare di aspetto cambiano a loro volta il proprio atteggiamento nei miei confronti, alcuni hanno addirittura dei comportamenti violenti: sembra che, alle volte, possa innescare un odio in chi mi sta accanto senza che io faccia o dica niente. Vogliono aggredirmi e farmi del male: di recente, uno sconosciuto ha cercato di colpirmi con un oggetto contundente, subito dopo mi ha chiesto scusa affermando di non sapere il motivo che lo aveva spinto a tentare di picchiarmi”. Questa è un’altra metafora dell’esclusione sociale assoluta di chi è senza lavoro, senza casa, senza affetti.

Per Matteo il mondo si divide in eletti e dannati:”Con il mio impianto si potrebbe in teoria far funzionare il cervello al 40% delle sue potenzialità. E’ un privilegio di pochi che rimarranno nella Storia, diventeranno dei miti. Per chi non serve come me, invece, la vita diventa un inferno, non riesci più a fare niente”. Ogni suo progetto si scontra con forze oscure più grandi di lui.

L’unica “consolazione” è che Matteo, come l’indigenza, non è un caso isolato. Anzi, a Piacenza sono circa 12 mila le persone colpite dal suo stesso male; non è un calcolo a caso, sono i dati relativi alla disoccupazione in città oggi. Famiglie intere sono coinvolte in questa grande macchinazione:”Io non sono pazzo – assicura Matteo – sono mentalmente controllato e non posso lavorare, ma il mondo è pieno di persone come me: molti ritengono che siamo dei mostri e che dovremmo scomparire dalla faccia della Terra”.

Matteo non è lo scemo del villaggio, né un tossicodipendente o un alcolista. Espone le sue idee con molta calma e apparente lucidità. E’ l’assenza di prospettive, la lotta quotidiana per la sopravvivenza che gli sembra impari e l’emarginazione sociale che lo hanno portato a perdere le coordinate e a proteggersi, ideando un mondo ostile, colorato di tinte fosche, di complotti, di malavita e di piani massonici cospirazionisti planetari. Oppure, il mondo secondo Matteo potrebbe essere solo un’ingegnosa allegoria della violenza della nostra società.

Gaetano Gasparini

Aperitivo: tutti i bar che abbiamo visitato sulla via Emilia

Per raccontare in un reportage di prossima pubblicazione la via Emilia, abbiamo percorso tutti i 262 chilometri che collegano Rimini a Piacenza attraversando tutte le province dell’Emilia-Romagna, ad esclusione di Ferrara. Per cercare di capire cos’è diventata oggi l’antichissima strada romana, abbiamo fatto tappa ogni 10/15 km nei bar che la costeggiano. Guidati dai due “Emilia Bar Lovers”, Ilmo Malagoli e Marco Balugani, incaricati di assaggiare ad ogni fermata un cappuccino e uno spritz per stabilire quale sia il “miglior bar della via Emilia”, abbiamo intervistato proprietari e avventori di questi luoghi di aggregazione per eccellenza. Ne è uscito un lungo racconto fatto di parole, fotografie e video che pubblicheremo pezzo per pezzo su Converso. Intanto, come aperitivo, ecco tutti i bar incrociati alla ricerca de #imiglioribardellaviaemilia.

Il fantastico mondo di Tom of Finland: operai e poliziotti super gay

Ben prima dei coming out dei super eroi Marvel, l’artista finlandese Touko Laaksonen costruiva un mondo fatto di super uomini omosessuali, quasi sempre operai, boscaioli o poliziotti. Un mondo fantastico dove non esistevano scontri di piazza ma tra poliziotti e operai regnava l’amore, il più carnale possibile. Per anni considerato “solo” pornografico, oggi in Finlandia viene celebrato nei francobolli.

Ben prima dei coming out dei super eroi Marvel, l’artista finlandese Touko Laaksonen costruiva un mondo fatto di super uomini omosessuali, quasi sempre operai, boscaioli o poliziotti. Un mondo fantastico dove non esistevano scontri di piazza ma tra poliziotti e operai regnava l’amore, il più carnale possibile. Per anni considerato “solo” pornografico, oggi in Finlandia viene celebrato nei francobolli.

Un berretto delle Schutzstaffel con sopra appuntanti un’aquila, una stella, un alloro. Lo sguardo sicuro, pronto a esplorare i nostri pensieri più torbidi. La sigaretta appesa all’angolo della bocca, sovrastata da un paio di baffi scuri che completano il fiero atteggiamento di chi duro lo è sempre stato.

È il volto ritagliato da un’illustrazione di Tom of Finland, uno dei più importanti e conosciuti artisti finlandesi, inglobato in un trittico di francobolli emessi dalle poste lo scorso settembre per celebrare il disegnatore.

I francobolli finlandesi dedicati all'artista Tom of Finland
I francobolli finlandesi dedicati all’artista Tom of Finland

A completare il foglietto, un paio di natiche sode che nascondono appena un volto che si staglia sullo sfondo del secondo francobollo e nell’ultimo un uomo nudo, della cui intimità riusciamo a scorgere solo un sovradimensionato capezzolo, seduto per terra proprio sotto il precedente duro a cui offre le spalle per sorreggere le robuste gambe incastonate in rigidi stivali di pelle.

Touko (in finlandese significa “semina”), questo il nome alla nascita di Tom, amava le divise: operai, poliziotti, marinai. Soldati. L’attrazione di Touko per gli uomini in uniforme si consolida nel 1939, quando Stalin invade la Finlandia dando così inizio alla Guerra d’inverno, e questo diciannovenne aspirante pubblicitario è costretto a servire la propria patria per cinque anni come sottotenente del commando antiaereo e a trovare conforto tra le braccia, ma soprattutto tra le gambe infilate negli iconici stivali di pelle, dei commilitoni della Wehrmacht.

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Al termine della Seconda Guerra Mondiale, Touko riprende gli studi nella capitale Helsinki, frequentando l’accademia d’arte per studiare disegno grafico e il famoso Istituto Sibelius dove riceverà lezioni di pianoforte, strumento da lui conosciuto fin dall’infanzia quando i suoi genitori, entrambi insegnanti, lo avevano immerso in un’abitazione colma di arte, di musica, di letteratura.

[pull_quote_right]”Touko aveva in mente l’idea di come un uomo e una donna facessero sesso ma non riusciva proprio a immaginare come potessero farlo due uomini”[/pull_quote_right]Impossibile, però, contenere la continua ricerca dell’ispirazione da parte di un artista e così Touko inizia ad amare anche la selvaggia natura che circonda la piccola città in cui è nato, Kaarina, sulla costa meridionale del paese vicino Turku.

Ed è proprio uscendo allo scoperto, all’età di cinque anni, che il piccolo Touko inizia a scoprire i corpi muscolosi dei ragazzi di campagna, spiando il suo vicino di casa Urho (in finlandese il nome Urho significa coraggioso, eroico) che diventerà, letteralmente, il suo eroe.

Le prime illustrazioni del futuro Tom of Finland vedono la luce all’età di dieci anni, i primi disegni sessuali al tempo dei suoi primi pruriti. Touko aveva in mente l’idea di come un uomo e una donna facessero sesso ma non riusciva proprio a immaginare come potessero farlo due uomini. Iniziano così a prendere vita le prime strisce disegnate da Touko che dovranno attendere circa trent’anni prima di essere pubblicate.

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[pull_quote_left]L’omosessualità resterà illegale in Finlandia fino al 1971[/pull_quote_left]Nell’intermezzo, il ragazzo lavora come libero professionista, realizzando lavori grafici in ambito pubblicitario di giorno, mentre di sera mette a frutto l’esperienza acquisita al pianoforte suonando all’Helsinki Palace Hotel diventando così uno dei membri più famosi della nascente realtà bohemian della capitale. Conosciuto anche nella scena sotterranea omosessuale, Touko mantiene un basso profilo senza mostrare fuori dai circoli gay le sue preferenze sessuali, anche perché l’omosessualità è illegale e lo rimarrà fino al 1971 in Finlandia.

Touko Laaksonen (1920-1991), ovvero Tom of Finland
Touko Laaksonen (1920-1991), ovvero Tom of Finland

La ricerca della propria identità sessuale porta, per esempio, il giovane Touko a sostituire le cravatte con delle sciarpe colorate per tentare di vedersi nello specchio meno mascolino di quanto dovrebbe essere per rispondere ai canoni dell’omosessualità dell’epoca. Touko rifiuta subito questo concetto e inizia a costruire su carta una personale immagine di mascolinità, credendo che un uomo potesse essere forte, felice, e anche omosessuale allo stesso tempo.

[pull_quote_right]Disegna i suoi uomini con l’uniforme delle SS perché pensava fosse la più sexy di tutte[/pull_quote_right]Touko esagera i tratti fisici, dotando per esempio di improbabili peni giganti i protagonisti delle sue illustrazioni, e toglie il velo che fino a quel momento celava la sessualità degli omosessuali, rappresentando due o più uomini immediatamente impegnati in espliciti atti sessuali.

Gli uomini gay passano dall’essere strani (queers) che si sentono donne intrappolate in un corpo maschile, delle fatine (fairies), e diventano taglialegna dai muscoli scolpiti col duro lavoro o dominanti come un gendarme nazista, anche se è lo stesso Touko a spiegare che nei suoi disegni non c’è nessuna posizione politica, nessuna ideologia. Soprattutto quella nazista è la peggiore che possa esistere anche se disegna i suoi uomini con l’uniforme delle SS perché pensa sia la più sexy di tutte.

La rappresentazione della classe lavoratrice, i cosiddetti colletti blu, ma anche cowboy che usano il lazzo non per catturare il bestiame ma degli schiavi nudi. E forse non è un caso che in un film contemporaneo come Midnight Cowboy del 1969, il personaggio interpretato da Dustin Hoffman, Ratso, si rivolga a Joe Buck, impersonato da Jon Voight, che gira fiero per le strade di New York vestito da cowboy, dicendogli: “Se vuoi sapere la verità, quella che hai addosso è roba da froci!”

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[pull_quote_right]Negli Stati Uniti l’operaio diventa un personaggio fisso e ricorrente nelle fantasie degli omosessuali.[/pull_quote_right]Negli Stati Uniti l’operaio diventa un personaggio fisso e ricorrente nelle fantasie degli omosessuali. Il nuovo eroe è colui che costruisce, in tuta da lavoro e con l’elmetto rigido. Anche il marinaio riveste un ruolo importante nell’immaginario collettivo. Da sempre considerati disponibili al sesso tra uomini, per i prolungati periodi trascorsi lontani dalla terra ferma senza possibilità di avere rapporti con le donne, i lupi di mare sono inseriti nelle grandi città portuali, come Amburgo per esempio, dove la moralità è disinibita e i contatti anonimi sono più facilmente disponibili. Oggi sono qui, domani non si sa dove. Liberi di fare tutto quel che vogliono.

Nel 1951 Touko viaggia in giro per l’Europa e si trasferisce a Berlino dove conduce una vita selvaggia e finalmente libera. Viaggia molto tra Amburgo, dove comprerà il suo primo porno, e Londra. Torna a Helsinki nel 1953 e incontra l’uomo della sua vita in un parco cittadino. Con questo ballerino di nome Veli (in finlandese significa “fratello”) che sarà al suo fianco fino alla morte per un cancro alla gola nel 1981, Touko ha l’unica storia d’amore della sua vita.

Di dodici anni più giovane, Veli incrocia Touko che lo invita a bere qualcosa insieme con il solo scopo di avere un contatto fisico con qualcuno. Un bicchiere dietro l’altro e i due uomini finiscono a casa di Touko per trascorrere la notte. Al risveglio non progettano niente per il futuro e Touko pensa che quello con Veli sia stato solo uno dei tanti incontri occasionali avuti in passato. Anche se la sera successiva, quando torna a casa, Touko trova il suo nuovo compagno che lo sta aspettando e ha deciso di vivere insieme a lui.

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La neonata relazione non distrae Touko dalle sue ambizioni artistiche. Nel 1957 i suoi disegni vengono pubblicati per la prima volta su Physique Pictorial, rivista americana che mostra foto di uomini mezzi nudi battezzati Spartacus, Etienne di Chicago o Art-Bob. È proprio grazie a Bob Mizer, editore della rivista, che Touko riceve il nome d’arte di Tom of Finland che lo renderà famoso in tutto il mondo.

In vent’anni di collaborazioni Tom produrrà centinaia di immagini per la rivista, spesso pubblicate anche in copertina, che finiranno in pubblicazioni singole o raccolte. Dal 1959 Tom inizia a ricevere commissioni da tutto il mondo per produrre disegni espliciti per clienti privati e altre riviste che sbattono il fisico maschile in prima pagina. Negli anni sessanta si aprono per Tom le porte dell’editoria, soprattutto in Scandinavia dove le leggi che regolano la pornografia, al tempo ancora bandita negli Stati Uniti, sono diventate meno restrittive.

Dal 1967 Tom pubblica il suo più famoso fumetto, Kake, per la casa editrice danese DFT e per la svedese Revolt Press. Leatherman “uomo in pelle” Kake, già apparso nei primi lavori del disegnatore, diventa il più longevo supereroe di Tom. Intanto negli Stati Uniti, mentre la pubblicazione delle fotografie di uomini palestrati in costume è ormai in declino, le prime copie pirata dei fumetti di Tom iniziano a circolare negli ambienti omosessuali.

Negli anni ’70 la sottocultura gay inizia prepotentemente a uscire allo scoperto. Il porno inizia a diffondersi su entrambe le sponde dell’Atlantico e questa nuova apertura nei confronti della rappresentazione esplicita del sesso porta Tom a licenziarsi dal suo lavoro di capo del dipartimento artistico dell’agenzia pubblicitaria McCann Erickson con cui lavorava dal 1957. È il 1973 e per Tom è più economico lavorare come freelance senza l’obbligo di vestire in maniera perfetta ogni giorno, proprio lui che amava le divise anche se di un altro tipo, che presenziare alle feste, sfoggiare automobili e case al mare come status symbol.

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[pull_quote_left]Negli Stati Uniti incontra il fotografo Robert Mapplethorpe e l’artista Andy Wharol[/pull_quote_left]

Indossati i jeans, trascorrerà il resto della sua vita disegnando, potendo contare su un numero sufficiente di ordini da parte di riviste e clienti privati. Gli anni settanta si concludono con qualche esposizione pubblica, sempre nel ristretto giro degli ambienti omosessuali, e solo nel 1978 Tom può visitare per la prima volta gli Stati Uniti per la sua prima personale alla Los Angeles Gallery. È proprio qui che Tom incontra il fotografo Robert Mapplethorpe, da tempo suo ammiratore, con cui instaurerà una profonda amicizia e che ispirerà nelle sue foto.

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Qualche mese dopo, a New York, è il momento di incontrare un altro famoso ammiratore che non ha ancora rivelato la propria omosessualità: si tratta di Andy Warhol. Le stampe di Tom vanno a ruba nelle prime ore delle sue esposizioni con prezzi che variano da 1.000 ai 3.000 dollari. I giornali americani si accorgono di lui ed elevano quella che fino a pochi anni prima era stata bollata come pornografia al rango di arte.

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Piccole enclavi di omosessuali si stanno formando negli Stati Uniti, da New York a San Francisco, sviluppando un nuovo e distintivo stile d’abbigliamento che non trova impreparati i negozi, subito pronti a piazzare in vetrina jeans, camicie attillate, giacche in pelle. Proprio quell’indumento reso celebre da machi come Marlon Brando e James Deen viene reinterpretato da Tom of Finland e inserito in un contesto omoerotico.

Perché Tom non fu solo un artista gay ma soprattutto un feticista del bondage e della pelle, introdotta per cancellare la visione effeminata data fino a quel momento alla comunità omosessuale maschile e restituirle la mascolinità che ora poteva essere mostrata e conosciuta anche dal grande pubblico. Nonostante il successo, i disegni di Tom of Finland sono ancora confinati nella categoria “pornografia” da parte dei principali circoli artistici e la commercializzazione delle sue opere è ancora relegata ai margini della società e rifiutata da gran parte del mondo artistico.

Nel frattempo crescono il numero dei gruppi che promuovono la liberazione dell’identità e della sessualità omosessuale e i disegni di Tom of Finland sono alla base di questo tentativo di emancipazione da parte di quegli uomini che vogliono passare dal ruolo di reietti a quello di supereroi forti e mascolinizzati.

Negli oltre 3.500 lavori della sua carriera, esposti nelle gallerie sotterranee di Amsterdam, Berlino, Los Angeles, San Francisco, New York e Parigi, Touko Laaksonen creò un archivio di immagini erotiche con una riconoscibile estetica fatta di robusti uomini ricoperti di pelle, denim e stivali al ginocchio capaci di ispirare il gruppo dance omosessuale dei Village People, nel quale possiamo ritrovare le divise che tanto eccitavano la fantasia del disegnatore finlandese, e il cantante dei Queen Freddie Mercury, il cui volto incorniciato dagli inconfondibili baffi neri sembra proprio uscito da un’illustrazione di Tom of Finland. Testa quadrata, mento fiero, labbra sottili, naso schiacciato, capelli corti, basette.

[pull_quote_center]Secondo la fondazione Tom of Finland basata a Los Angeles che ha il compito di preservare e promuovere l’arte dell’illustratore, il processo creativo dell’artista consisteva nel “chiudersi nella sua stanza, spogliarsi nudo e accarezzarsi con una mano mentre con l’altra creava su carta le immagini che raramente riusciva a trovare nelle strade.”[/pull_quote_center]

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Rivoluzionando l’immagine degli uomini omosessuali, Tom of Finland spianò la strada verso una più grande apertura e tolleranza nei loro confronti. Enorme l’impatto dei lavori dell’artista che crearono gli archetipi che oggi formano una parte integrante nell’iconografia della cultura popolare gay.

A vent’anni dalla morte di Touko Laaksonen, avvenuta nel 1991 in seguito a un enfisema polmonare, per la prima volta una nazione pubblica dei francobolli che mostrano un’opera grafica chiaramente omosessuale. È la sua Finlandia che solo qualche mese dopo l’emissione postale riconoscerà, ultima tra le nazioni nordiche, il diritto al matrimonio per le coppie formate da persone dello stesso sesso.

Anche se il dibattito sulla questione rimane aperto, all’indomani delle recenti elezioni politiche, e diversi parlamentari minacciano battaglia affinché si possa tornare indietro per evitare l’attuazione della riforma prevista per il 2017.

Ed è notizia di questi giorni che una statua dedicata proprio a Tom of Finland verrà collocata all’ingresso della nuova libreria di Helsinki, la cui costruzione è prevista per il 2017. Il partito dei (veri) finlandesi, movimento nazionalista a tratti razzista e omofobo, secondo partito della nazione, si sta già muovendo per evitare che anche ciò accada, mostrando ancora una volta come dopo tante battaglie per conquistare diritti e possibilità per tutti, certi tabù rimangano ancora duri a morire.

Giordano Silvetti

Scarpe grosse, cervello fino

Lo jigger è un esemplare di pulce africana il cui morso puà portare infezioni anche gravi. Grazie a un giovane studente kenyota, la lotta al parassita che divora i piedi passa anche per l’alta tecnologia.

Siamo andati in Kenya. C’è un animale, ma non di quelli da Safari. C’è un kenyota ma non è un beach boy che anima le serate di un villaggio turistico. Ci sono i bambini, ma non sono quelli dell’orfanotrofio che, tra un’escursione e l’altra, fotografiamo avvolti dalle nostre toniche braccia abbronzate.

Non solo i leoni fanno paura in Kenya, esiste infatti un esserino minuscolo, una pulce di mare, grande circa un millimetro, chiamata jigger o pulce penetrante, capace di infestare a tal punto i piedi delle persone da procurare piaghe e orribili deformità. La femmina adulta del jigger scava nella pelle dell’ospite, penetrando in profondità e, se viene fecondata, inizia un rigonfiamento del corpo, fino ad aumentare il suo volume di mille volte in 2-3 giorni. Si tratta di una pulce che salta al massimo 20 cm e che si attacca, quindi, quasi esclusivamente alle dita dei piedi. L’infezione da jigger colpisce circa 2,6 milioni di persone, compresi 1,5 milioni di bambini in età scolare. Chi è colpito da questa malattia, ha enormi difficoltà a camminare, vede i piedi coprirsi di orribili tumefazioni via via più rigonfie, non può più andare a scuola e diventa improduttivo. L’infezione può degenerare in altre malattie come il tetano e, nei casi più gravi, se non si vuole andare incontro alla morte, si ricorre all’autoamputazione.

A sinistra: jigger all’inizio della metamorfosi. A destra: femmina con l’addome completamente rigonfio di uova. Fonte immagine:  bogleech.com.
A sinistra: jigger all’inizio della metamorfosi. A destra: femmina con l’addome completamente rigonfio di uova. Fonte immagine: bogleech.com.

Roy Ombatti, oggi ventiseienne studente di ingegneria meccanica di Nairobi, all’età di 23 anni insieme con un altro studente, Harris Nyali, ha ideato il progetto “Happy feet”, destinato a coniugare innovazione tecnologica, interesse per il sociale ed ecologia, allo scopo di porre un rimedio concreto alla malattia deformante provocata dal jigger. Ombatti è un innovatore sociale e dimostra il suo interesse per i bambini kenyoti, cofondando il programma Outreach FabLab Nairobi rivolto ai bambini più sfortunati per l’apprendimento di scienza, tecnologia e robotica.

Con “Happy feet” è finalista del 3D4D Challenge, per l’impiego socialmente utile della stampa in 3D, e dimostra che, grazie ad essa, oltre a creare magicamente dal nulla fantastiche statuine e mezzi busti di improvvisati fotomodelli ripresi a 360°, si può salvare una parte di mondo a costi relativamente ridotti. Con una stampante 3D e delle bottiglie da riciclare, infatti, “Happy feet” si pone l’obiettivo di creare calzature adatte a contenere le deformità causate dall’infezione da jigger, permettendo a milioni di persone di continuare a camminare e a milioni di bambini di non abbandonare la scuola.

Siamo riusciti a fargli qualche domanda a proposito dei suoi progetti, dei suoi valori e della situazione in Kenya all’indomani della recente strage al campus di Garissa del 2 aprile, in cui hanno visto la morte circa 150 persone.

Infezione avanzata da jigger.
Infezione avanzata da jigger.

Come è nato il progetto “Happy feet” e come si è evoluto fino ad oggi?
“Happy feet” è nato dal 3D4D Challenge 2012: una competizione internazionale indetta dall’organizzazione benefica “Techfortrade“, leader nel Regno Unito, con l’obiettivo di premiare il miglior progetto capace di coniugare stampa in 3D e problematiche sociali dei paesi in via di sviluppo. In quel periodo ero a conoscenza del rischio jigger in Kenya e, così, ho deciso di usare le mie competenze e la mia esperienza per trovare una soluzione a questo problema creando delle calzature personalizzate. Da allora ad oggi ho messo a punto una serie di prototipi di scarpe di forme diverse. In generale, sono arrivato alla scelta di una forma definitiva ma ho ancora bisogno di fare delle prove sul campo. Sarà questo il prossimo passo.

Il prototipo di Happy feet
Prototipo di scarpa in 3D del progetto Happy feet

Quali altri problemi del tuo paese contribuiscono ad aggravare le infezioni provocate dal jigger?
Il fattore principale di diffusione dell’infezione da jigger è la povertà. I poveri affetti da questa malattia non si possono permettere l’acqua per l’igiene personale. Né tantomeno delle scarpe per prevenire l’infestazione.

Come ti fa sentire aver trovato la potenziale soluzione per uno dei più gravi problemi del tuo paese?
In realtà la mia è una proposta di soluzione. Devo prima realizzare concretamente il progetto per poter parlare di soluzione. Quindi al momento posso dirmi davvero impaziente. Ma non lo faccio per la gloria, il mio intento è rendermi utile. Se posso, voglio aiutare. Rendere il mondo un posto migliore nel mio piccolo, a partire dal mio paese.

Pensi che la tua invenzione possa essere uno stimolo per un impegno sociale più diffuso? Come è stata accolta dal pubblico e dalle istituzioni?
Non posso parlare a nome di tutti i giovani, ma credo che in Kenya ci siano molti altri come me, pronti ad impegnarsi per aiutare il paese. Conosco vari ragazzi che stanno facendo cose straordinarie nei loro ambiti per il miglioramento del nostro paese. Certo, ce ne vorrebbero sempre di più. Per quanto riguarda l’accoglienza, poi, devo dire di aver trovato un certo supporto a livello locale anche se, purtroppo, ancora non sufficiente. È tutta colpa della burocrazia e della corruzione se in Kenya l’impegno sociale tende ad essere limitato. La maggior parte delle persone cerca il tornaconto personale prima di aiutarti. Eppure, nonostante questo, c’è quella percentuale che quando decide di aiutare il prossimo, va fino in fondo.

Come mai nessuno prima di te in Kenya ha pensato a questa soluzione, anche se più di due milioni di persone, tra cui oltre un milione di bambini, sono infestate dal jigger?
Purtroppo il Kenya ha, tristemente, problemi ancora più gravi da affrontare, senza contare le barriere politiche e socioeconomiche. Quindi non è che nessuno abbia pensato prima ad una soluzione, è più che si fanno parecchi sforzi isolati, i cui effetti possono sentirsi sul lungo periodo, solo se tutti insieme proseguiamo incessantemente verso il nostro comune obiettivo.

La stampante in 3d, come in questo caso, sembra molto adatta a trasformare i sogni in realtà ad un prezzo estremamente conveniente. Quali pensi possano essere gli ulteriori sviluppi del suo impiego?
Il futuro della stampa in 3D va al di là della nostra immaginazione. Il potenziale è rivoluzionario. Se usata per il giusto scopo, la stampa in 3D può cambiare il mondo in meglio in quasi tutti i campi, dalla salute, alla medicina, all’istruzione fino all’arte. La grande forza di questo strumento sta nel fatto che il ciclo di ideazione, produzione e realizzazione del prodotto è già nelle mani dell’utilizzatore finale! Certo bisogna stare attenti alla quantità di rifiuti prodotti. Ma, anche in questo caso, la stampa in 3D può essere usata per il riciclo. Si può dire di avere davanti un circolo virtuoso che crea solo vantaggi.
Con lo sviluppo esponenziale della tecnologia, ben presto tutti potranno permettersi una stampante in 3D e produrranno da soli prodotti di cui hanno bisogno per risolvere i loro problemi.

Hai in mente altri progetti innovativi per il futuro?
A dire il vero sto lavorando alla creazione di un’impresa di supporto per la crescita del progetto “Happy feet”. Sto producendo le mie stampanti 3D, per la vendita, recuperando parti elettroniche di scarto. Contemporaneamente, sto anche producendo i miei filamenti riciclando il materiale plastico PET. Si può dire che sto mettendo su un’azienda locale di stampa 3D etica e sociale con particolare attenzione al rispetto dell’ambiente.

Hai solo 26 anni e hai ideato un progetto che mette insieme tecnologia, ecologia e attenzione al sociale. In cosa ti consideri diverso dagli ragazzi kenyoti della tua età?
Se mi considero diverso…? Bè sì… Penso che siamo tutti diversi gli uni dagli altri e unici, ma questa è filosofia. Ritengo di far parte di una piccola schiera di giovani che condividono la voglia appassionata di cambiare il mondo attraverso l’impegno sociale e la sostenibilità ambientale. Ce ne sono molti come me in Kenya e possiamo fare sempre di più per il miglioramento del nostro e paese e del mondo intero.

Roy Ombatti
Roy Ombatti

Come sei cresciuto, che educazione hai ricevuto?
Vengo da un contesto familiare modesto ma felice. Sono il secondo di tre fratelli e puoi immaginare quello che facevamo passare a mia madre. Ma lei è l’essere umano più speciale e straordinario che conosca e ringrazio Dio ogni giorno per questo. E anche per mio padre. Ho frequentato le migliori scuole private di Nairobi e ho avuto la fortuna di iscrivermi a Ingegneria meccanica all’Università di Nairobi. I miei mi hanno sempre sostenuto anche se, qualche volta, hanno temuto che il mio lavoro fosse più a vantaggio degli altri che una fonte di guadagno per me.
I miei genitori appartengono a tribù differenti del Kenya, così la mia origine è mista ed è un bene per me considerando le conseguenze tragiche del tribalismo nel mio paese.

Sei religioso o hai un orientamento politico definito?
Sono un fervente cristiano. Cattolico ad essere precisi. Il mio scopo è essere ogni giorno e in tutto quello che faccio quanto più possibile simile a Cristo. Per quanto riguarda la politica, è frustrante il caos che domina il paese. Anche i buoni alla fine diventano cattivi. Magari potessi spingere i politici a impegnarsi per cambiare la vita delle persone. Ammiro la forza di volontà e il coraggio di quelli che in Kenya combattono per difendere chi non ha voce. E, da grande, voglio essere come loro. Per ora, faccio quello che è nelle mie possibilità ma, presto, so che potrò contribuire ancora di più alle battaglie giuste.

Roy Ombatti vincitore con Happy Feet del Purmundus Challenge 2014 per la categoria "Miglior prodotto".
Roy Ombatti vincitore con Happy Feet del Purmundus Challenge 2014 per la categoria “Miglior prodotto”.

Cos’è che ti muove ogni giorno? Quali sono i tuoi valori morali?
Wow! Domanda impegnativa! Quello che mi muove ogni giorno è la voglia di essere uno strumento di cambiamento. Dirigo i miei sforzi verso gli altri perché non c’è nulla che sia più gratificante. Credo fermamente che dobbiamo sfruttare tutte le risorse che abbiamo a disposizione, benché misere, per aiutare il prossimo in difficoltà. Se lo facessimo tutti, il mondo sarebbe davvero un posto migliore. Per il resto, sono una persona tranquilla, credo nel diritto di ciascuno a esprimere la propria opinione, anche se stupida, fino a che non viola il diritto e la libertà di un altro.
Credo, infine, che, anche se la storia è stata ingiusta con certe popolazioni, noi tutti dobbiamo fare la nostra parte per il bene del mondo. E dobbiamo farlo adesso. Perché non ammetto l’idea di un mondo sviluppato contro un mondo in via di sviluppo.
Solo quando i tuoi sogni spaventano e tutti ti credono pazzo, vuol dire che cambierai il mondo.

Il tuo paese sta vivendo un momento difficile in seguito ai recenti attacchi terroristici. Te la senti, dalla tua prospettiva, di descriverci come si vive in Kenya ultimamente, che aria si respira?
Tanto per cominciare, non dovresti credere alle notizie sensazionalistiche che vendono i media occidentali. Senza offesa, ma Tg e giornali tendono a drammatizzare quando si parla di Africa con lo zuccherino di quei pochi grandi salvatori degli ammalati e degli affamati. Il Kenya è un paese bello, pacifico e con belle persone. Nonostante quello con cui bisogna fare i conti ogni giorno, siamo felici e fiduciosi. Ti sfido a venire in Kenya e non innamorartene!
Questo non vuol dire che io non sappia che pochi individui hanno intenzione di macchiare la reputazione del Kenya. Che sia per ragioni politiche o religiose, non è ben chiaro, ma la cosa peggiore è che sono i “mwananchi” (gli abitanti) a pagarne il prezzo. Molto deve essere fatto e non solo dall’alto verso il basso, ma anche dal basso verso l’alto, per riportare il Kenya ai suoi pacifici giorni di gloria. Anch’io mi pongo tante domande sulla questione ma non è questo il luogo giusto per discuterne. Concludo dicendo che è triste che la morte di 167 persone a Garissa valga meno di quella di 68 vittime della strage del 2013 al lussuoso centro commerciale di Nairobi. Ed è ancora più triste che tutte queste vite, insieme con quelle distrutte in aree povere della terra da Boko Haram e da altri gruppi estremisti importino molto meno di un pugno di morti parigini.
Di questo siamo TUTTI responsabili!

L’incontro con Roy Ombatti ci mette davanti alla durezza della vita in un paese che, a seguito della decolonizzazione e la ritrovata indipendenza del 1963 dalla Gran Bretagna, è funestato da una vita politica segnata da instabilità e corruzione. Inoltre, da alcuni anni, il governo di Nairobi deve fronteggiare l’ascesa del radicalismo islamico in Somalia, paese confinante ingovernabile e al cui interno imperversano feroci signori della guerra, le milizie somale Al Shabaab, i guerriglieri jihadisti autori della strage di Garissa. Eppure il giovane uomo che abbiamo davanti appare entusiasta del suo paese e pronto a impegnarsi per intervenire sulle attuali criticità.
Quanti in Italia sarebbero disposti a fare lo stesso?

Rossella Famiglietti

Pisorno, la storia del fallimento della prima Hollywood italiana

Prima della nascita di Cinecittà, il duce decide che la Hollywood italiana dovrà avere sede tra Pisa e Livorno. Nasce così Pisorno, stabilimento oggi abbandonato. Attraverso il figlio di uno dei suoi protagonisti, ripercorriamo l’epoca d’oro del primo grande studio cinematografico italiano.

Nella selva di Tombolo, in località Tirrenia fra Pisa e Livorno, nacquero nel 1934 i primi stabilimenti cinematografici italiani adatti a girare film sonori. Erano gli studios Pisorno, concepiti come una struttura all’avanguardia per curare ogni film in tutte le sue fasi, dalla produzione alla distribuzione. La storia di un (in)successo, in bilico tra potenziale da esprimere e concorrenza da fronteggiare, fra grandi nomi che ne punteggiano la storia e l’accanimento della sfortuna che, di questa storia, detta i titoli di coda. Tra un residence di lusso e un campo da golf a 18 buche.

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La targa con scritto “Cosmopolitan Film – Stabilimenti Cinematografici Tirrenia” è ancora lì, affissa alla struttura bianca dell’ex-portineria. Sopra campeggia un’altra scritta, molto più moderna: “Prossima Consegna. Appartamenti varie metrature, posto auto incluso nel prezzo”. Il cancello è aperto su un viale d’ingresso in asfalto e ghiaia, circondato da erba e sterpi, su cui passa qualche macchinone impaziente di raggiungere la strada. Imboccandolo, ci si trova davanti un altro gigantesco pannello che recita “Tennis”, con una freccia puntata verso destra. Copre un intrico di impalcature rossastre, le quali coprono a loro volta quel che resta del corpo principale degli studios Pisorno, costruiti nel 1934 e solo successivamente rinominati Cosmopolitan. Proprio come il resort e golf club che nel frattempo è stato fabbricato nelle immediate vicinanze, quello dove ci sono i campi da tennis e da dove provengono i macchinoni.

La struttura coperta di impalcature, svuotata e circondata dalla vegetazione racchiudeva un tempo gli uffici generali degli studi cinematografici, le sale di deposito pellicola e sincro-proiezione, allungandosi poi nelle aree destinate agli uffici di produzione, al trucco e ai reparti tecnici; sui lati, i due teatri di posa: la grande curva del Teatro B è ancora intatta e perfettamente riconoscibile. Qui, nel 1934, è nato il cinema sonoro italiano.

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Hollywood si trasferisce a Tirrenia
Siamo nel 1932 e per il regime fascista sono gli anni della costruzione del consenso. Tra le altre cose, vengono promosse bonifiche di aree malsane e paludose e il loro popolamento attraverso la costruzione di nuovi abitati. Una delle aree prescelte è quella che Gabriele D’Annunzio definì in “Forse che sì, forse che no” (1911) “l’amara selva del Tombolo ove forse la lonza s’aggira”: una vasta macchia di pini e tamerici su spiagge a duna e depressioni che separa – in parte ancora oggi – le due città di Pisa e Livorno. Un luogo selvatico e salmastro, una terra di nessuno nella cui zona prospiciente il mare viene deciso di costruire una piccola città balneare dal nome evocativo. Tirrenia.

Le direttive sono chiare. La nuova località deve essere costruita nel rispetto del verde circostante e viene fissato un limite agli ettari edificabili. Deve inoltre diventare il punto di partenza per una nuova valorizzazione turistica dell’area. Non basta costruire qualche edificio per renderla attraente: ci vuole una leva in più per popolare questo luogo sospeso tra mare, dune e selva, ed ecco che entra in scena il cinema.

Nei primissimi anni ’30 il cinema italiano non gode di buona salute. Sono i primi anni dei film sonori, “inventati” nel 1926 nella lontana e scintillante Hollywood e così apprezzati da spazzare via in poco tempo la filosofia del cinema muto e molti dei suoi divi. Da una parte l’Italia resta indietro. E’ sprovvista di teatri di posa adatti a girare film sonori e non può così competere sul mercato. Dall’altra parte, però, Mussolini è un grande appassionato di film, soprattutto di commedie. “La cinematografia è l’arma più forte!”, tuona, e nel 1934 fonda la Direzione Generale della Cinematografia. Ma servono altri due ingredienti per portare “l’arma più forte” proprio a Tirrenia: un regista deluso e un investitore illuminato. Il primo è il fiorentino Giovacchino Forzano, il secondo è Edoardo Agnelli, della nota famiglia torinese.

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Forzano è uno di quegli uomini vicini al potere ma non troppo, un fascista senza tessera del partito. “Era uno a cui piaceva soprattutto vivere bene. – scriverà di lui il regista Mario Monicelli, che andava a scuola con uno dei suoi figli e che vide per la prima volta un teatro di posa proprio a Tirrenia – Lui, come tutta la sua famiglia, viveva da vero e proprio nababbo. Credo che non gli importasse altro che di vivere bene e per questo a un certo punto simpatizzò per Mussolini. Ma non perché fosse fascista”.

Agnelli, invece, fiuta il business di un’industria del cinema dall’avvenire grandioso, così l’establishment suggerisce di puntare su Tirrenia poiché la neonata località è circondata da una perfetta varietà di scenari per girare anche in esterno: mare, boscaglia, corsi d’acqua, colline e montagne poco lontano, Pisa come città antica e Livorno come città moderna nelle immediate vicinanze, Lucca e Firenze a un’ora circa di distanza. Forzano si fa convincere, parte per un sopralluogo e ritorna commentando che il luogo prescelto è tutta una palude abitata solo da rospi e vipere. Ma tant’è: Tirrenia sia.

La Pisorno negli anni '30. Fotografie tratte da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.
La Pisorno negli anni ’30. Fotografie tratte da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.

I tempi d’oro della Pisorno
1934. Gli stabilimenti cinematografici di Tirrenia vengono fondati con il nome particolare di Pisorno, l’unione simbolica – e forse impossibile – di Pisa e Livorno. Per il progetto viene scelto Antonio Valente, uno degli architetti e scenografi di punta del periodo fascista. L’impianto industriale da lui concepito è importato direttamente da Hollywood e assolutamente rivoluzionario per l’Italia. Non solo sono i primi studios italiani con la giusta tecnologia per poter girare in sonoro, ma tutti gli spazi sono progettati all’insegna della funzionalità, per poter curare in sequenza tutte le fasi di lavorazione dei film, fino alla distribuzione. Questo avrà un forte impatto anche dal punto di vista occupazionale nell’intera zona circostante. Non solo attori, sceneggiatori e registi saranno chiamati a lavorare a Tirrenia, ma anche sarti, tecnici, truccatori, elettricisti, addetti alla ristorazione, ragionieri, tutte le maestranze necessarie per la creazione di un film dalla A alla Z.

La Pisorno negli anni '30. Fotografie tratte da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.
La Pisorno negli anni ’30. Fotografie tratte da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.

Come il truccatore Piero Mecacci, parrucchiere e barbiere livornese che verso la fine degli anni ’30 decide di avventurarsi a Tirrenia per vedere se alle produzioni poteva servire qualcuno che tagliasse i capelli e che aiutasse le attrici a sistemarsi per andare in scena. “Ai tempi, fra gli anni ’35 e ’40, le attrici non avevano un vero e proprio truccatore e spesso si truccavano da sole – spiega il figlio Pier Antonio, 75 anni e una voce squillante che mischia romano e livornese -. Mio padre ha cominciato così fra il 1939 e il 1940, da solo, come si suol dire con la volontà e con la fame”.

Foto di gruppo alla Pisorno. Piero Mecacci è il secondo sulla destra. Fotografia di proprietà Mecacci.
Foto di gruppo alla Pisorno. Piero Mecacci è il secondo sulla destra. Fotografia di proprietà Mecacci.

Il primo film girato alla Pisorno è il napoleonico “Campo di Maggio” di Giovacchino Forzano. Fra il 1934 e il 1942 a Tirrenia si girano e producono 86 film di diverso genere, persino un western intitolato “L’imperatore della California”, girato da Luis Trenker; il gotha degli attori del tempo passa da qui, tra questi Clara Calamai, Osvaldo Valenti, Luisa Ferida e Doris Duranti. Le commedie sono il genere più battuto; la mussoliniana “arma più forte” è infatti un’arma di evasione di massa e trova la sua strada attraverso leggere commedie sentimentali che tra scenografie déco ed elementi di modernità mettono in scena la faccia benestante e spensierata di un’Italia che non c’è.

Ma i tempi d’oro della Pisorno durano poco. Nel 1937 arriva Cinecittà. Il nuovo polo romano attrae e, in virtù di un raffreddamento nei rapporti tra Forzano e la Direzione generale per la Cinematografia, diventa subito concorrenziale. Ogni tanto arrivano a Tirrenia alcuni truccatori da Roma e Piero Mecacci impara il mestiere anche da loro. Racconta sempre il figlio Pier Antonio: “Mecacci, gli dicevano, se tu vuoi lavorà devi venire a Roma. Là si lavora tutto l’anno”. Così, nel 1940, il parrucchiere reinventatosi truccatore Piero parte alla volta di Cinecittà, e per i successivi 15 anni fa la spola tra Roma e Tirrenia lavorando per diverse produzioni nell’uno e nell’altro luogo.

Carla Del Poggio in una scena di "Senza Pietà" (Lattuada, 1948)
Carla Del Poggio in una scena di “Senza Pietà” (Lattuada, 1948)

Nel 1940 arriva anche la guerra. Alla Pisorno, l’ultima realizzazione di questa fase è un tentativo mai concluso di film apologetico del fascismo, “Piazza San Sepolcro”, girato proprio da Giovacchino Forzano. Ma siamo nel 1943: il fascismo si sgretola e all’indomani dell’armistizio gli studios vengono occupati dai tedeschi, mentre Pisa e Livorno – importanti punti nevralgici – vengono bombardate senza pietà. Anche uno dei teatri di posa della Pisorno viene distrutto dalle bombe e dopo la liberazione, avvenuta in questa zona nel settembre 1944, gli studios diventano un deposito americano. La macchia di Tombolo si riappropria del suo volto più selvaggio e diventa in poco tempo il rifugio di sbandati, contrabbandieri, prostitute, disertori, soldati americani, un luogo senza regole né morale, raccontato nel film “Senza Pietà” di Lattuada e nelle pagine di Gino Serfogli, “Tombolo città perduta”.

La ripresa che non arriva
Una volta liberata la macchia dai “fuorilegge”, nei primi anni ’50 Giovacchino Forzano ci riprova. Con gli aiuti del Piano Marshall la Pisorno riapre i battenti e nel 1952 rianima le aspettative con un film drammatico di belle speranze: “Imbarco a mezzanotte” di Joseph Losey. Le cose però non vanno per il verso giusto. Forzano, il fascista non-fascista, è ormai bollato inesorabilmente come uomo invischiato con il vecchio regime, mentre Losey è scappato a gambe levate dagli USA perché ricercato dalla commissione di inchiesta maccartista volta a eliminare i filo-comunisti dal mondo dello spettacolo. Il flop iniziale è assicurato e il successo tardivo del film arriva, per l’appunto, troppo tardi per sancire una vera rinascita della Pisorno.

Inoltre, dopo la guerra le produzioni più interessanti hanno ufficialmente traslocato. Il genere del momento è il neorealismo e il luogo del momento è Roma. A Tirrenia arrivano solo produzioni minori, per circuiti di distribuzione di nicchia. Tra i 43 film qui prodotti e girati in questa seconda fase il più conosciuto è “Pellegrini d’amore” (1953) di Andrea Forzano, film di debutto di Sophia Loren.

Sophia Loren a Tirrenia, anni '50. Fotografia tratta da da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.
Sophia Loren a Tirrenia, anni ’50. Fotografia tratta da da “La città dei sogni – Dalla Pisorno alla Cosmopolitan” Giuseppe Meucci, Pacini Editore, 2005.

Sono questi gli anni in cui anche Pier Antonio Mecacci si avvicina al mestiere di truccatore. “Negli anni ’50 alla Pisorno venivano girati soprattutto questi filmetti canori. Li chiamo filmetti perché erano produzioni minori, storie leggere, ma ne venivano fatti tanti – racconta, e scherza -. Negli stessi anni ci siamo stabiliti nuovamente a Tirrenia. Io ero talmente bravo a scuola che mio padre mi ci ha tolto. La prima media l’ho fatta 3 o 4 volte, non mi ricordo, così lui mi ha preso e mi ha portato sul set a imparare il mestiere. Sette canzoni per sette sorelle è stato il mio primo film come aiuto truccatore alla Pisorno nel 1956. Avevo 16 anni.”

Tra un “filmetto” e l’altro, la Pisorno vive anche una grande occasione mancata. Nel 1957 il produttore inglese Henry Saltzman viene in visita a Tirrenia, in cerca di una location adatta per un nuovo progetto: una serie di film d’azione tratti dai romanzi di Ian Fleming di cui ha appena acquistato i diritti. Il luogo gli piace, ma fiuta aria di crisi imminente e decide di cercare un’altra ambientazione. Nel 1959 la Pisorno fallisce e nel 1962 esce il primo film della serie prodotta da Saltzman, girato infine tra Londra e la Giamaica: “Agente 007 – Licenza di uccidere”, con Sean Connery e Ursula Andress.

Pier Antonio Mecacci dietro al ciak sul set di "Sette canzoni per sette sorelle" di Marino Girolami, 1956, a Tirrenia. Fotografia di proprietà Mecacci.
Pier Antonio Mecacci dietro al ciak sul set di “Sette canzoni per sette sorelle” di Marino Girolami, 1956, a Tirrenia. Fotografia di proprietà Mecacci.

Il 1959 è anche l’anno in cui i Mecacci decidono di trasferirsi definitivamente a Roma. Racconta ancora Pier Antonio: “Ci siamo fatti convincere dal fotografo di scena Ivo Cavicchioli. Vieni a Roma, vedrai che qualcosa si fa. Così io ho preso la patente, abbiamo firmato circa 100 cambiali per comprare una macchina e siamo partiti con tutti i bagagli e il materasso sopra il tetto. A Civitavecchia ci hanno fermati e ci hanno fatto pure una contravvenzione, perché nella fretta di partire per Roma avevo messo la targa davanti. A Cinecittà il mio primo film come aiuto truccatore è stato Messalina Venere Imperatrice.

Il primo come capo truccatore è stato “Morte di un bandito” di Peppino Amato e il segretario di produzione era Bud Spencer. Ci siamo rivisti nel film “Occhio alla penna”, io da anni capo truccatore e lui grande attore dei film spaghetti western. Anche mio cugino, Gianfranco Mecacci, ci ha raggiunti a Roma per lavorare come truccatore. Lui ha lavorato con Nanni Moretti, Paolo Villaggio, e spesso ha fatto qualche comparsa perché gli piaceva. Io no, ero più schivo, solo una volta ho fatto il dottore perché l’attore da fuori Roma non è arrivato e ho dovuto dire a Massimo Dapporto “Mi dispiace, ma è un caso raro”. Insomma – conclude Pier Antonio -, tutta la mia famiglia ha lavorato nel cinema, tranne mio fratello Luciano. Lui è diventato prorettore dell’Università di Firenze: per noi è la pecora nera!”

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Cosmopolitan: dalle pellicole al golf club
E la Pisorno? Mentre James Bond si concede il suo Vodka Martini – agitato, non mescolato – e l’indimenticabile Honey Ryder, emerge dall’acqua di una spiaggia che non è quella di Tirrenia, tra Pisa e Livorno viene calato un poker d’assi. Il produttore Carlo Ponti, già ben conosciuto nel mondo del cinema, compra gli stabilimenti falliti ribattezzandoli “Cosmopolitan”. Non sarà il cocktail di 007, ma certamente vuole essere un nome più frizzante e dinamico adatto all’Italia del boom, che non profuma più di orbace e autarchia. Con questa sorpresa arrivano a Tirrenia una breve ventata di star system, un’atmosfera da red carpet, e una vecchia conoscenza: Sophia Loren, diventata nel frattempo la moglie di Ponti, che sarà l’attrice protagonista del film del rilancio “Madame sans gene” di Christian Jacque (1961).

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Ma se l’anno successivo la coppia del momento Ponti-Loren vince l’Oscar con “La Ciociara” girato a Roma nel 1960, nemmeno questa sinergia riesce a fare decollare Tirrenia. L’estremo tentativo di resistenza alla centralizzazione della produzione nella capitale scricchiola fin da subito. Come i Mecacci, le maestranze che vorranno continuare a lavorare continuativamente nel cinema dovranno lasciare la selvatica costa toscana per recarsi a Roma. “Il cinema a Tirrenia non ha futuro – dirà lo stesso Ponti lapidario in un’intervista a La Nazione di quegli anni -. In Italia non c’è spazio per un’alternativa a Cinecittà. Il Cinema si fa a Roma e basta”. Nel 1969, infatti, gli studios di Tirrenia chiudono di nuovo i battenti e questa volta per sempre.

Poco dopo il 2000 Pierantonio Mecacci si trova a passare da Tirrenia e decide di andare a vedere il luogo dove ha imparato il suo lavoro di truccatore per il cinema. “Ho trovato un passaggio e sono entrato in bicicletta, con la macchina fotografica. Perché a me sui set piace andare in bicicletta – racconta -. Ho visto la struttura che era il bar in cui il fratello di mia madre lavorava e la palazzina di Valente… Poi non ho avuto il coraggio di proseguire perché lì a destra c’è quella cosa che hanno voluto costruire. Tornare nei posti di quando eri giovane e trovarli così mette tristezza. E’ tutta una cosa di business.”

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Oggi, nelle immediate vicinanze degli studios, sorge il Cosmopolitan Resort, un cinque stelle con una club house progettata da Aldo Rossi, campi da golf e da tennis, e l’ultimo tassello ancora in fieri di questa trasformazione: gli appartamenti residenziali in prossima consegna. Si tratta in parte del progetto di riuso presentato nel 1985 da Guendalina Ponti (la figlia di Carlo) e Valerio Veltroni (il fratello di Walter). Pur finendo subito in bancarotta, il progetto sancisce inesorabilmente la nuova destinazione d’uso della zona: nuove cordate lo porteranno avanti a ribadire che il tempo delle pellicole è definitivamente superato.

La storia della Pisorno/Cosmopolitan non è la prima né l’ultima ad essere stata investita dal rullo compressore della realtà, da un’idea di produzione che ha voluto diventare a tutti i costi centralizzata e da un’idea di business al servizio del rilancio della zona che si è modificata a seconda dei tempi. Resta una storia da conoscere e raccontare, costruita sugli echi di un tempo che fu, magico e travolgente come a volte solo il cinema sa essere.

Chiara Zucchellini

Arcipelago Strel’cov. La triste epopea del George Best sovietico

Leggenda del calcio russo di tutti i tempi, per il suo anticonformismo Eduard Strel’cov rappresentò un pericolo per il regime sovietico. Condannato per un presunto stupro nel 1958, finì per cinque anni in un gulag. Questa è la sua storia.

Nelle intenzioni del partito, l’homo sovieticus è un esempio di rettitudine da contrapporre alla decadenza e alla corruzione tipica delle società capitaliste. Negli anni ’60, i modelli da seguire sono i giovani studenti che passano l’estate a dissodare terre vergini, gli scienziati formatisi nelle università gratuite, i cosmonauti. Quelli negativi invece si sintetizzano in una sola parola, stiljaga: il giovane “decadente” che ama vestirsi e pettinarsi all’occidentale, ascolta musica incomprensibile e di solito adora bere. Come Eduard Strel’cov.

A volte certe storie sembrano scriversi da sole. Nessuna limatura, è già tutto pronto. La vicenda che segue ha di perfetto persino il nome del protagonista. Strel’cov. La radice è la parola russa strelà, la freccia. Roba che un mestierante della metafora ci si sfregherebbe le mani per settimane. Tanto per rendere l’idea Boris Pasternak per uno dei personaggi più controversi del sul suo Dottor Živago, il sognatore sanguinario marito di Lara, scelse un nome molto simile, Strel’nikov. Stessa radice. La freccia.
Se a questo aggiungiamo lo sfondo, l’URSS del disgelo chruščeviano e della guerra fredda, la faccia del protagonista, un aitante ventenne con tanto di ciuffo biondo da divo del cinema, il gulag e l’immancabile sequela di teorie cospirazioniste, il gioco è fatto.

Un giovanissimo Eduard Strel'cov
Un giovanissimo Eduard Strel’cov

Peccato che per colpa di questo gioco il calcio mondiale forse, di sicuro quello russo, abbia buttato alle ortiche la possibilità di celebrare le gesta di uno dei suoi talenti più cristallini.
Eduard Anatol’evič Strel’cov (pronunciato Streltsòv), per i tifosi e compagni di squadra semplicemente Édik, nasce nel 1937 a Perovo, sobborgo orientale della capitale e da subito deve affrontare l’abbandono da parte del padre che, ufficiale dell’armata rossa, alla fine della “grande guerra patriottica” – come la chiamano da quelle parti – decide di lasciare moglie e figlio stabilendosi in Ucraina. Evento che inevitabilmente unisce in un rapporto simbiotico la futura stella con la mamma Sofia, la quale per tutta la sua vita rimarrà il suo più importante punto di riferimento. Pochi soldi, pochi libri di scuola, la passione per le maglie rosse dello Spartak e un immenso talento che a 16 anni lo fa approdare nelle fila della squadra della fabbrica di automobili ZIS, la Torpedo di Mosca, una sorta di cenerentola nel panorama calcistico della capitale dominato all’epoca dalla trojka formata da Dinamo (da sempre vicina agli ambienti del KGB), il CSKA (la squadra dell’esercito) e l’unica vera squadra nata dal basso, dal popolo, il già citato Spartak.

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Un’ascesa fulminante: prima di spegnere le diciassette candeline diventa il più giovane marcatore della storia del campionato sovietico, nel 1955 si aggiudica il titolo di capocannoniere (15 goal in 22 partite) e nel giugno di quello stesso anno bagna il suo esordio con la scritta CCCP sul petto con una tripletta contro la Svezia in quel Råsundastadion di Solna che nel novembre 2012 ha chiuso per sempre i battenti con la sfida di Europa League tra l’AIK e il Napoli, che col suo centravanti di allora Edinson Cavani, oggi al Paris Saint Germain, al 94′ ha segnato su rigore l’ultimo goal della storia dello stadio.

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Il 1955 si rivela un anno chiave non solo per la storia del cannoniere della Torpedo. Proprio in quell’anno altri giovani, in altre latitudini celebrano il successo di Rock Around The Clock di Bill Haley, il primo vagito della musica rock così come la conosciamo noi, e di un ventiquattrenne dell’Indiana, tale James Dean, la cui espressione tra l’ingenuo e il maledetto sarà l’icona di quella “gioventù bruciata” o – attenendosi al titolo originale del film – di quei “ribelli senza causa” che al posto della guerra in carne e piombo combattuta dai propri padri si ritrovano per primi ad affrontare il conflitto contro quei fantasmi di ovatta che rendono irrespirabile l’aria al tempo dell’economia del nuovo ordine mondiale.

Nemmeno i pari età della lontana terra dei soviet si dimostrano immuni al fascino maledetto dell’accoppiata ciuffo-broncio e così accade che quello di Eduard Strel’cov diventa nel giro di un paio d’anni oggetto di venerazione tra gli appassionati di calcio e non solo. Complice la valanga di goal che il ragazzo continua a segnare (37 nei campionati ’56 e ’57 e 16 con la maglia della nazionale nello stesso biennio), il suo caratteristico passaggio di tacco che in breve tempo divenne appunto il “passaggio alla Strel’cov”, l’eco internazionale che le sue gesta cominciano a suscitare (nel ’57 si piazza settimo nella classifica del pallone d’oro) e soprattutto grazie all’oro olimpico che la selezione sovietica conquista ai giochi di Melbourne del ’56.

Al minuto 0:46 del video, un esempio del “passaggio alla Strel’cov”

Strana avventura quella di Edik alle olimpiadi. A diciannove anni rifila un goal alla selezione della Germania unita e soprattutto decide ai supplementari con uno splendido goal ed un assist la semifinale con la Bulgaria. Ma nonostante la vittoria finale contro i “traditori” jugoslavi a casa Strel’cov non giungerà alcuna medaglia d’oro. Quella era riservata solo ai giocatori che disputavano la finale, match che a causa dell’infortunio di Ivanov, compagno di attacco nella Torpedo, Edik guarderà dalla panchina vista la scelta del selezionatore Kačalin di ovviare all’infortunio di una delle sue punte schierando un attacco tutto dello Spartak. Quando sul treno del ritorno trionfale in patria il suo sostituto Simonjan gli offrirà la propria medaglia Edik la rifiuta perché – dirà al compagno – lui ha “solo 19 anni e tanti trofei da vincere”. Forse Edik aveva in mente una data precisa mentre pronunciava quella frase: giugno del 1958. I mondiali in Svezia.

Manifesto di propaganda sovietico
Manifesto di propaganda sovietico

Dici mondiali del ’58 e la prima immagine che ti viene in mente è sempre la stessa. Quella di un Pelè diciassettenne che comincia ad incantare il mondo per poi scoppiare in un pianto liberatorio dopo il fischio finale. 5 a 2. I padroni di casa umiliati e Brasile campione per la prima volta nella sua storia.
In realtà quell’edizione della Coppa Rimet porta con sé anche due dolori, due laceranti mutilazioni. La prima riguarda la nazionale inglese che pochi mesi prima dell’inizio della competizione perde in un incidente aereo all’aeroporto di Monaco di Baviera i ragazzi del Manchester United, due dei quali, Duncan Edwards e Tommy Taylor, occuparono l’anno precendente rispettivamente la terza e l’ottava posizione nella classifica del pallone d’oro che, come già ricordato, vide Strel’cov piazzarsi al settimo.
La seconda perdita riguarda proprio Edik, l’attesa stella del nuovo calcio sovietico, che ai quei mondiali non ci andò. Così come a quelli a venire.

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Strel’cov fu arrestato il 26 maggio, due settimane prima del calcio d’inizio del mondiale, insieme ai compagni di nazionale Tatušin e Ogon’kov, entrambi rilasciati il giorno successivo. L’accusa è delle più terribili e infamanti: stupro. La sera prima i tre calciatori, insieme ad un tale Karachanov, ufficiale di aeronautica amico di infanzia di Tatušin – e figura quantomeno fumosa in tutta questa vicenda – hanno passato quella che aveva tutte le sembianze di un festa in dacia a base di alcol e sesso in compagnia di quattro ragazze. Una di queste, Marina Lebedeva, legherà per sempre con la sua denuncia per violenza sessuale il proprio nome a quello del campione della Torpedo. Strel’cov (c’era forse da dubitarne?) firma una confessione “spontanea” dopo la promessa da parte delle autorità di lasciarlo partire comunque per il mondiale. Una debolezza che, ovvio, fa calare il buio su tutta la faccenda. Per la stampa ufficiale il mostro ha confessato. Una condanna a dodici anni di detenzione, il gulag, l’oblio.

Strel’cov è davvero colpevole? E se fosse stata tutta una macchinazione, perché è stata messa in piedi? E soprattutto da chi?
Domande che ancora oggi non hanno una risposta definitiva ma attorno a cui ruota una pletora sterminata di materiale, e non solo in lingua russa. Articoli, documentari, speciali in tv, libri (al lettore italiano si consiglia il volume di Marco Iaria “Donne, vodka e gulag” del 2010) dai quali se non una verità univoca – la pravda, come la chiamano i russi – esce fuori comunque un quadro abbastanza definito. Attraverso una trama oscura, liquida e confusa come nella migliore tradizione delle storie giudiziarie di epoca sovietica la figura di Edik assume i contorni della vittima sacrificale la cui unica colpa è stata probabilmente quella di essere un anticonformista. E soprattutto di esserlo nel tempo e nel paese sbagliato.

Manifesto di propaganda sovietico. La forza fisica e morale di uno sportivo come esempio per i giovani pionieri.
Manifesto di propaganda sovietico. La forza fisica e morale di uno sportivo come esempio per i giovani pionieri.

Le autorità sovietiche impegnate nei difficili equilibrismi del disgelo avevano bisogno di affermare un principio da cui non si poteva transigere. Va bene il cambiamento, la fine del terrore, va bene denunciare i crimini di Stalin ma l’homo sovieticus era e doveva comunque restare un esempio di rettitudine da contrapporre alla decadenza e alla corruzione tipica delle società capitaliste. Il valore indiscutibile dell’esempio. Quello positivo: la nuova generazione di poeti, gli artisti, gli studenti modello che passano l’estate a dissodare terre vergini, gli scienziati formatisi nelle università gratuite, i cosmonauti. Quello negativo era sintetizzato in una sola parola: stiljaga. Lo stiljaga è giovane, decadente, ama vestirsi e pettinarsi all’occidentale, ascolta musica incomprensibile e di solito adora bere. Tratto fondamentale di quest’ultimo, secondo la campagna stampa di regime, è infine quello di essere in qualche modo un privilegiato, il potersi permettere di non lavorare. Vi ricorda qualcuno?

Manifesto di propaganda sovietico per combattere l'abuso di alcol.
Manifesto di propaganda sovietico per combattere l’abuso di alcol.

Strel’cov, questo George Best ante-litteram, sembrava fatto apposta: amava – ricambiato – le donne, le feste, l’alcool e grazie ad un paio di episodi (un ritardo al raduno della nazionale ed una rissa) si era anche guadagnato la fama del ragazzino irriconoscente che sputa nel piatto di privilegi in cui pochissimi sportivi in tutta l’URSS potevano mangiare.
A tutto ciò si aggiunse una serie infinita di altre ipotesi. Tra le più plausibili ci sono contatti proibiti con squadre straniere, il rifiuto di trasferirsi a squadre più blasonate – e con più santi in paradiso – quali CSKA e Dinamo (la proposta passò attraverso l’altra leggenda del calcio sovietico, il portiere Lev Jašin) e soprattutto l’aperta ostilità di Ekaterina Furceva, prima donna nella storia dell’URSS ad entrare nel Politburo del Comitato Centrale del PCUS, braccio destro di Nikita Chruščёv e per i manuali di storia la donna più influente nei settant’anni di politica dell’Unione Sovietica. Un bel colpo, no?

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La leggenda metropolitana recita di un rifiuto di Strel’cov davanti alle avance di Svetlana, figlia adolescente della Furceva. Rifiuto condito da un appellativo poco carino (scimmia) usato dal calciatore nel raccontare l’aneddoto agli amici. Leggenda o meno è certo che fu proprio la Furceva a depositare sul tavolo del Segretario Generale il dossier Strel’cov. Un gesto che da solo equivalse ad una sentenza già scritta e protocollata.

Il buio per il campione durò in tutto – grazie alla buona condotta – cinque anni, di cui uno e mezzo nel gulag di Viatskoe.
In una realtà come l’URSS post-staliniana cinque anni sono un’era geologica. Durante la detenzione di Edik i sovietici sono riusciti a mandare il primo uomo nello spazio (il buon e bel Jurij sì che era un esempio da seguire), hanno sfiorato il conflitto nucleare con la crisi di Cuba e hanno preparato il terreno per il tramonto definitivo della figura di Chruščёv che sarebbe avvenuto nel giro di un anno. La stagnazione era alle porte.

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(Scusa e buona lettura)

Il 4 febbraio del 1963, dopo il “pentimento” di ordinanza, la società sovietica è pronta a riaccogliere nelle sue fila il nuovo e “rieducato” cittadino Strel’cov. Il cittadino, non il campione acclamato. Ci vollero altri due anni di campionati amatoriali con la squadra della fabbrica ZIL (con il passaparola che faceva lievitare il numero di spettatori verso cifre spropositate per il contesto) prima di vedere di nuovo il nome di Strel’cov nei tabellini del campionato sovietico. Fu Leonid Brežnev in persona, il nuovo leader del PCUS, ad avallare la sua presenza tra le fila della Torpedo in risposta ad una petizione popolare a lui indirizzata.

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Nell’edizione del 65, dopo sette anni, il massimo campionato dava il bentornato al suo campione. Un calciatore diverso, si vede da subito. Più lento, più corpulento a causa dei lavori forzati e come se non bastasse vistosamente stempiato. La classe è ancora lì però. Intatta.
Con i bianconeri vince il campionato (’65), la coppa sovietica (’66), e per due volte è eletto calciatore dell’anno (’67 e ’68). Non partecipa ai mondiali del ’66 a causa del divieto di espatrio che comunque penderà su di lui fino al settembre dell’anno successivo quando finalmente torna a varcare la cortina per sbarcare a San Siro. Coppa dei Campioni, Inter-Torpedo. E sempre a Milano, due mesi dopo, la prima trasferta con la nazionale sovietica.
A trentatré anni il ritiro, alla fine del campionato 1970. I goal totali in campionato saranno 99 – eterno incompiuto anche nei numeri – in 222 partite.

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Il “Pelè russo” muore di cancro il giorno dopo il suo 53esimo compleanno, il 23 di luglio del 1990, pochi giorni dopo la conclusione della disastrosa avventura della sua nazionale ad Italia 90, l’ultimo con l’amata e maledetta scritta CCCP sulle magliette.
Anche nel caso di Edik non può mancare il più triste dei rituali russi di fine ventesimo secolo: la riabilitazione post-mortem. Un gruppo di intellettuali e giornalisti ancora oggi si batte per la riapertura del caso che cancelli definitivamente ogni macchia dalla memoria del calciatore. Oggi a Mosca a lui dedicati ci sono uno stadio e ben due statue.

Curiosamente entrambe lo raffigurano nella versione appesantita e “rieducata” post-gulag. Perché – come dire – va bene riabilitare ma è sempre meglio non esagerare che non si sa mai.

Antonio Casillo

 

Farro per fermare il declino

Ovvero, il vestito nuovo di CasaPound. Un’indagine iconografica sui simboli utilizzati da “Sovranità”, una nuova formazione politica, chiamata a puntellare la Lega fuori dal territorio padano.

di Raffaele Alberto Ventura

Nelle piazze italiane mobilitate da Matteo Salvini ha fatto la sua comparsa la bandiera di una nuova formazione politica, chiamata a puntellare la Lega fuori dal territorio padano: si chiama Sovranità ed è il partito di Simone Di Stefano, numero due di CasaPound. Degli autoproclamati “fascisti del terzo millennio” Sovranità sembra voler incarnare una versione presentabile, per famiglie o magari per governi, “un passo in avanti… un soggetto politico in cui si può interagire senza avere retroterra ideologici” secondo Di Stefano. Ma per capire l’essenziale di questa nuova offerta politica non è necessario ascoltare lunghi discorsi pieni di circonlocuzioni ed eufemismi: il piano dei simboli è già abbastanza ricco di significati, e i “retroterra ideologici” ancora piuttosto presenti.

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Se Gianluca Iannone, leader storico del movimento, mantiene il suo look da rockstar in giacca di pelle, Simone Di Stefano preferisce indossare giacca e camicia, radendosi con cura barba e capelli. E se CasaPound conserva la sua vecchia grafica rossonera, in odore di nazionalsocialismo, Sovranità ha scelto di sostituirla con una più sobria, azzurro e giallo. In politica, i colori hanno ovviamente un senso. Diverse tonalità di blu, che evocano forse la nazionale italiana di calcio, contraddistinguono da vent’anni i partiti di destra parlamentare. Anche in Francia, Marine Le Pen ha trasformato il partito del padre in un “Rassemblement Bleu Marine”. E il giallo? Oltre a segnalare una continuità con l’esperienza giallo-blu de La Destra di Storace, che nel 2008 aveva candidato Iannone al parlamento, che cosa indica il giallo?

Basta guardare il disegno al centro dello scudo: il giallo sta per il grano, tre spighe disegnate sopra il nome del partito e la scritta “Prima gli italiani”. Almeno tre livelli di lettura, strettamente collegati, spiegano questo tema iconografico e permettono d’inquadrare l’orizzonte ideologico del partito: il primo è un riferimento alla politica monetaria, il secondo è un riferimento alla teoria economica e il terzo è un riferimento storico-politico. Tutto questo, in tre spighe di grano.

sovranita

Cominciamo dalla politica monetaria. Il termine “sovranità” è tornato prepotentemente d’attualità negli anni della crisi dell’euro, mano a mano che a destra come a sinistra, tra grillini, berlusconiani, keynesiani, leghisti e neofascisti, si diffondeva l’idea che soltanto recuperando la capacità di battere moneta — la cosiddetta sovranità monetaria — gli stati dell’Unione Europea sarebbero riusciti a ripagare i loro debiti e rilanciare l’economia. La diffusione di questa idea, spesso in forma di favola populista o di delirio cospirazionista, ha sicuramente giovato ai movimenti che ne avevano fatto da tempo una battaglia, come appunto CasaPound.

Il nome del primo “centro sociale di destra”, come noto, deriva dal poeta fascista Ezra Pound. A partire dagli anni 1930 Pound si era dedicato alla denuncia delle disfunzioni del sistema monetario, proponendo fantasiose riforme per contrastare l’influenza delle banche. Oltre mezzo secolo più tardi, le teorie di Pound avevano ispirato al giurista Giacinto Auriti l’elaborazione di ulteriori teorie sul “signoraggio bancario” e la “moneta del popolo”. Ispiratore di Beppe Grillo per lo spettacolo Apocalisse Morbida del 1998, Auriti si candidò alle elezioni europee del 2004 nella lista Alternativa Sociale di Alessandra Mussolini: ma la sua influenza e la sua opera di divulgatore del pensiero poundiano si estende su tutta l’area post-fascista (e oltre).

lire

Il programma di CasaPound è sempre stato chiaro: “l’Italia deve stampare la moneta che usa” ovvero uscire dall’euro e tornare alla lira. Le spighe di grano sono quindi innanzitutto un riferimento subliminale al vecchio conio, alle monete da due o dieci liresulle quali erano incise proprio delle spighe; e sull’altra faccia un aratro o un contadino, a significare il lavoro umano necessario a produrre quel grano.

Ma perché disegnare delle spighe sulle monete? E così veniamo al secondo livello iconografico, che fa riferimento a una certa visione dell’economia. La spiga è un motivo ricorrente in numismatica fin dall’antichità, presente anche sulle monete del Regno d’Italia e riproposta oggi addirittura dall’ISIS nel suo progetto di moneta aurea che dovrebbe valere su tutto il territorio del Califfato. Il grano serve qui a rappresentare la ricchezza reale che la moneta permette di comprare e sulla quale fonda il suo valore.

califfato

Nello stesso modo, nel simbolo della lista Sovranità la presenza delle tre spighe serve a rivendicare la centralità dell’economia reale: un ritorno alla concretezza da opporre alle astrazioni della finanza, un ritorno alla terra e al lavoro. Si tratta di una sorta di “citazione visiva” dalla dottrina dei fisiocratici del Settecento, anche questa cara a Ezra Pound, secondo i quali la fonte di ogni ricchezza è l’agricoltura. È improbabile che i sostenitori di Sovranità siano effettivamente dei neo-fisiocratici, convinti che l’Italia debba concentrarsi esclusivamente sull’agricoltura: il grano vale qui come sineddoche di un intero tessuto produttivo — ma svela anche un’insospettabile sensibilità hipster per il ritorno alla vita contadina. Non ci stupirebbe che a questo punto spuntasse spuntasse un Carlo Petrini di destra a proporre uno Slow Food neo-fascista, ispirandosi alla propaganda gastronomica del ventennio

Quello del valore della terra è un luogo comune radicato nel buon senso popolare, come conferma un recente studio del Censis per conto della Confederazione Italiana Agricoltori: 82% degli italiani pensa che, per uscire dalla crisi, si debba tornare all’agricoltura. Ma se è indubbio che l’autonomia agricola rappresenta una sicurezza a fronte di un mercato internazionale instabile, o ancora di più, una precondizione per lo sviluppo degli altri settori economici — e tutto questo indipendentemente da ogni valutazione sul peso relativo del settore nel PIL, basso e decrescente nelle economie avanzate — è anche vero che da un’eventuale riconversione al settore primario non si possono certo attendere miracoli come ne promette Marine Le Pen. Nella loro foga di appropriarsi del buon senso popolare, gli alfieri del nuovo protezionismo dimenticano una cosa soltanto: che il benessere di cui godono gli occidentali non lo hanno prodotto ma lo hanno scambiato.

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La retorica fisiocratica si ritrova nei più svariati contesti, e nei più svariati contesti è stata prima invocata come soluzione di tutti i mali e poi rapidamente abbandonata: per esempio le spighe di grano erano un elemento ricorrente anche nell’iconografia sovietica. In pratica però l’Unione Sovietica a partire dal 1929 cessò di considerare prioritaria l’agricoltura, e a partire dagli anni Sessanta iniziò a vivere del surplus granario statunitense. I russi si erano accorti di essere in grado di esportare beni più redditizi dei cereali — petrolio, gas naturali, macchinari, ecc. — e così importavano dall’estero il loro fabbisogno di cereali. Insomma gli inaspettati vantaggi del commercio internazionale spedirono in soffitta ogni tentazione pseudo-fisiocratica…

A quanto pare si tratta di una tentazione che riaffiora quando la globalizzazione torna a essere svantaggiosa. Eppure il mito dell’autosufficienza alimentare non apre nessun orizzonte diverso dalla pura e semplice economia di sussistenza: ovvero proprio quella “austerità” che i partiti anti-europeisti pretendono di denunciare, e verso la quale invece mirano con i loro programmi.

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Per l’elettore italiano le tre spighe portano con sé un terzo e ultimo significato ovvero un riferimento storico alla famosa campagna nota come “Battaglia del grano”, lanciata da Mussolini nel 1925 allo scopo di perseguire l’autosufficienza di frumento in Italia. Nel discorso fascista, il grano è simbolo e strumento dell’autarchia alimentare ovvero della sovranità pienamente realizzata. Per citare un vecchio documentario dell’Istituto Luce:


Il Duce della nuova Italia ha bandito la santa battaglia. Rendere nuovamente la Patria l’
alma parens frugum [“madre dei cereali” come dicevano i romani per via della centralità del settore fino ai secoli III-II a. C.], toglierla dalla servitù straniera! Fare si che il pane, puro alimento di vita, non venga come elemosina oltre confine.

Sullo scudo della lista Sovranità quelle tre spighe di grano possono dunque essere interpretate non più soltanto come evocazione nostalgica della lira e degli anni del boom in cui l’Italia produceva vera ricchezza, ma inoltre — e non dovrebbe costituire una sorpresa — come evocazione nostalgica dell’Italia fascista. Concatenando nel loro nuovo simbolo tre diverse interpretazioni di un medesimo motivo iconografico, i “fascisti del terzo millennio” indicano che la ripresa economica italiana dovrà necessariamente passare dall’uscita dall’euro e dall’instaurazione di un regime autarchico. Uno “Stato commerciale chiuso” come quello progettato da Johann Gottlieb Fichte nel suo omonimo libro del 1800, feticcio di una certa destra che va da Franco Freda (che lo ha ripubblicato nel 2009) a Diego Fusaro (che gli ha dedicato uno studio nel 2014).

D’altra parte, se risaliamo la corrente del nazionalismo socialista fino alle sue origini torniamo sempre alle spighe di grano: quelle spighe di grano il cui valore di mercato venne fatto precipitare dalle riforme della Rivoluzione francese, così rovinando la classe dei proprietari terrieri che reagì affidando al visconte Louis de Bonald il compito di riformulare l’ideologia dell’Ancien Régime e, contemporaneamente, la matrice di un anti-liberalismo per i secoli a venire.

domenicacorriere

Non condividere il programma sovranista non significa ignorare i seri problemi sollevati — cavalcati? — o, peggio, voler evacuare ogni possibile dibattito limitandosi alle consuete accuse di razzismo, ignoranza e antipolitica. Nel 2008 la crisi americana dei subprime ha attirato l’attenzione sulla massa di capitale fittizio circolante nelle arterie del sistema finanziario mondiale; successivamente, la crisi del debito sovrano nell’Eurozona ha messo in evidenza la crescente difficoltà delle economie avanzate a produrre ed esportare una ricchezza che ripaghi le risorse investite.

Ma col pretesto di rispondere a queste sfide in maniera radicale, i sovranisti di CasaPound sembrano in realtà — fin dal loro simbolo — proporre come rimedio un best of degli errori già praticati: primo, emettere ulteriore capitale fittizio sotto forma di moneta sovrana (ritorno alla lira); secondo, inseguire settori produttivi senza avvenire per soddisfare qualche impulso romantico da bourgeois bohème virato a destra (ritorno alla terra); e infine terzo, affidarsi sempre e comunque al culto dello Stato Provvidenza, qui nella versione mussoliniana (ritorno al fascismo). Farro per fermare il declino? Se soltanto le cose fossero così semplici!

Raffaele Alberto Ventura

Felicità è cantare a due voci quanto mi piaci

Felicità è anche quella che la nostra musica melodica – da Al Bano a Toto Cotugno – ha regalato a milioni di russi dagli anni dell’Urss fino ad oggi. Un documentario che è un vero “romanzo popolare” racconta l’incredibile passione di un popolo intero per l’Italia e le sue canzonette.

Chi si si ricorda del cantante romano Robertino Loreti? Dopo aver conosciuto una certa popolarità negli anni ’60 per aver partecipato tre volte a Sanremo, è dal 1970 che non pubblica più un disco. Eppure da allora, in Russia e in tutte le repubbliche ex sovietiche, è una star con centinaia di migliaia di persone che affollano i suoi concerti. E’ lui il capofila dello stuolo di cantanti che hanno reso enormemente popolare la musica italiana in Russia. Dagli anni ’80 fino ad oggi. Un documentario racconta della folle passione di un popolo intero per le nostre canzonette.

Volete sperimentare il modo migliore per scoprire una paese straniero e la sua gente? Provate a partire, invece che con in mano una guida turistica, portandovi dietro una telecamera. E un’idea in testa: quella di fare un documentario. Un modo per interagire col mondo, invece di limitarsi a guardarlo dal di fuori. “Quando vai a girare un documentario come ho fatto io in Russia, in un mese di riprese capisci quello che non riusciresti a comprendere neanche abitandoci per dieci anni”.

E’ questa la lezione più importante che dice di aver appreso Giuni Ligabue, giovane regista modenese, che insieme al coautore Marco Raffaini e Marco Mello alla fotografia, ha girato nel 2013 un documentario che è un piccolo gioiello, “Italiani veri”, incentrato sull’incredibile successo a partire dagli anni ’80 della musica nazionalpopolare italiana in Unione Sovietica. Insomma, le nostre “canzonette”. Quelle di Al Bano e Pupo, Toto Cotugno, Riccardo Fogli e tanti altri, fino al cantante romano Robertino Loreti, tanto sconosciuto da noi quanto una star ancora oggi osannata e seguita da un esercito di fan in tutte le repubbliche ex sovietiche.

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“Pensavo fosse un fenomeno di dominio pubblico – dice Ligabue – invece, ora che con Marco andiamo in giro a presentare il nostro film in attesa della pubblicazione in dvd, scopro che qui da noi la gente non sa nulla di quello che la musica italiana ha rappresentato e rappresenta per i russi”. Un pezzo della loro storia che ha perfino contribuito, seppur con tutti i limiti del caso, al crollo del comunismo.

In pratica, il ribaltamento di una serie di profezie, che da Nostradamus passando per Don Bosco fino alla beata Suor Elena Aiello, preannunciavano una Russia in marcia “su tutte le nazioni d’Europa, particolarmente sull’Italia, fino a innalzare la sua bandiera sulla cupola di San Pietro”. Macché, siamo stati noi a imporre il ballo del Qua Qua sulla piazza Rossa.

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L’esplosione della popolarità delle nostre canzonette in un Unione Sovietica risale ai primi anni ’80, quando i vertici del partito decidono di concedere la messa in onda sulla televisione di stato della serata finale del festival di Sanremo, unica trasmissione occidentale a poter passare le maglie della rigidissima censura.

Una scelta dettata dalla totale assenza di qualsiasi contenuto minimamente impegnato nelle orecchiabili melodie della nostra musica popolare, utilizzata – con almeno un decennio di ritardo – come una specie di farmaco innocuo per sedare la voglia di occidente della popolazione, attratta in via clandestina dalle sirene del rock anni ’60 e ’70 con i suoi pericolosi risvolti anti-sistema. Come racconta Mikhail Cherchik, uno degli intervistati nel film di Ligabue e Raffaini: “La musica inglese e americana era considerata di protesta e proibita, imponeva alle persone di pensare, quella italiana no: goditi la vita, il sole, il mare, bevi vino, ama le donne e sii contento”.

 

In realtà, ben prima di questa pensata di qualche genio del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, forse ammorbidito anche dai tradizionali buoni rapporti col partito comunista più importante d’Occidente, quello italiano, già dagli anni ’60 impazzava in Urss la musica di Robertino Loreti, che con la sua voce bianca spopolava con un pezzo come Jamaica, pubblicato su 45 giri nel 1962. E chissà come riuscito a passare la frontiera sovietica dove – racconta Loreti nel documentario – “qualcuno decise di stamparlo facendogli raggiungere la bellezza di oltre 50 milioni di copie vendute”. Probabilmente, all’epoca, all’insaputa di Robertino stesso.

Un successo talmente stratosferico che la prima cosmonauta donna russa, Valentina Tereškova, quando nel 1963 fu lanciata nello spazio, chiese di poter rompere il silenzio dal quale era circondata ascoltando via radio proprio le canzoni di Loreti.

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Quando poi, nell’89, Robertino si reca in turné per la prima volta in un’Unione Sovietica ormai prossima al crollo, a Leningrando (oggi San Pietroburgo) proveniente da Mosca, trova alla stazione ad accoglierlo migliaia di persone che lo sollevano e lo portano di peso alla sala concerti dove avrebbe dovuto cantare.

Impressionante il video del concerto di Kharkov, seconda città più grande dell’Ucraina dopo la capitale Kiev, con un pubblico calcolato tra le 300 e le 500 mila persone ad ascoltare Robertino accompagnato dal solo Fabrizio Masci al synthesizer. Spettacolo che da noi faticherebbe a riempire un pianobar.

 

“Ma il vero protagonista del nostro documentario è il popolo russo e il suo romanzo d’amore per l’Italia – spiega Ligabue – non i vari Al Bano, Cotugno, Pupo, pure presenti nel film, o l’irraggiungibile Celentano, una vera e propria leggenda da quelle parti. Così come non sono le vere protagoniste del nostro lavoro le tante star della musica russa, sconosciute in Italia, che è stato faticoso intervistare perché lì sono un po’ come da noi Laura Pausini: difficile farsi concedere un’intervista per una piccola produzione come la nostra.

[quote_right]”L’unica canzone che ci hanno negato è stata ‘Azzurro’. Ci hanno detto che è una canzone talmente importante per la cultura italiana da non poter essere usata in un film come questo”[/quote_right] Proprio per dare rilevanza non tanto a questi “big”, ma ai tanti russi che abbiamo sentito per il documentario (se vogliamo le due personalità più importanti sono quelle a due cari amici di Marco che bazzica in Russia almeno dal 1991) abbiamo fatto la scelta registica di non riportare la qualifica ma solo il nome dei vari intervistati, anche se alcuni di loro sono importanti critici musicali locali. Ma volevamo proprio che emergesse la passione per l’Italia di un popolo intero spesso soggetto a giudizi ingiusti e affrettati da parte nostra, mentre generalmente sono tutte persone di una gentilezza e ospitalità straordinarie”.

Difficile realizzare un documentario autoprodotto, a budget zero, con tanti chilometri da fare e tanti personaggi da inseguire da est a ovest? “In realtà nemmeno tanto – commenta Ligabue – Cotugno e Pupo ad esempio sono stati molti disponibili, un po’ meno Al Bano. Più che altro è difficile contattarli perché sono sempre in Russia – ride – e nemmeno ci sono stati particolari problemi con la colonna sonora, anche se ovviamente contiene molte canzoni protette da diritto d’autore. L’unica che ci è stata negata dalla casa discografica che ne detiene i diritti è stata ‘Azzurro’, scritta da Paolo Conte ma resa famosa da Celentano. La motivazione? Ci hanno detto che è una canzone talmente importante per la cultura italiana da non poter essere usata in un film come questo”.

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Naturalmente l’esperienza del trio emiliano per girare “Italiani veri” in Russia meriterebbe un racconto a parte. Che inizia nel 2011 quando “Marco Raffaini – spiega Ligabue – mi ha contattato lanciandomi l’idea che ho subito accettato, essendo da sempre appassionato del mondo slavo. Come ci si prepara a un lavoro come questo? Beh, prima di partire abbiamo attivato una serie di contatti in modo da procedere speditamente con le interviste una volta là. Marco ha preceduto me e l’altro Marco (Mello), mentre noi che ce la facciamo sotto a viaggiare in aereo abbiamo prima raggiunto Budapest in macchina e da lì, Mosca in treno.

Il doc è tutto girato nel mese trascorso tra la capitale e San Pietroburgo, quasi sempre ospiti di amici di Marco. Un’esperienza fantastica, piena anche di avventure. Proprio a San Pietroburgo abbiamo partecipato a una serata celebrativa del trentennale della chiusura di uno storico locale – oggi sede di un cinema teatro – a suo tempo ritrovo obbligato di gruppi locali di techno punk. Una serata piena di vecchie glorie, oggi in avanzato stato di decomposizione. All’inizio sembrava un ritrovo di vecchi amici, baci, abbracci, allegria e musica. Poi ha cominciato a girare la vodka, lo standard di un russo in libera uscita serale è una bottiglia e mezza a testa, e nella notte la festa è degenerata. E’ finita a botte. Non con noi, eh. Tra le vecchie glorie”.

La versione del gruppo rock russo degli Strannye Igri di “Felicità” di Al Bano e Romina Power, una delle canzoni italiane più famose di sempre in Russia. Spiega oggi uno di loro: “Ci ritenevamo esponenti di un nuovo movimento che rifiutava le tradizioni precedenti che consideravamo borghesi e perciò prendemmo di mira ‘Felicità’, allora popolarissima in Urss, perché secondo noi dava un’idea troppo superficiale della vita”

Anche questa è Russia. Forse quella che maggiormente risponde certi nostri stereotipi riguardo “l’orso siberiano”, un popolo di ubriaconi violenti con le grinfie sempre protese verso l’occidente. Ieri come oggi con la Russia di Putin. Probabilmente retaggi della propaganda da guerra fredda. Invece i russi sono soprattutto “italiani veri”, semplici e disponibili, talmente autentici da risultare quasi commoventi nelle loro dichiarazioni d’amore per il Belpaese e la sua musica popolare. Italiani d’elezione come l’ex esponente della Duma – il parlamento russo – Sergej Apatanko il cui sogno (poi realizzato nel documentario) fin da bambino è quello di poter cantare insieme al suo idolo: Robertino, “un amore trasmesso ai miei figli che oggi cantano le sue canzoni”. Uno che ha perfino commissionato a Raffaini di scrivere la biografia in russo di Loreti. Fatta anche questa.

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[quote_right]”I cutugnisti hanno imparato l’italiano ascoltando Toto Cutugno”[/quote_right]

Oppure come i cotugnisti, fan sfegatati di Toto Cotugno, tanto da impegnarsi a imparare l’italiano – che parlano molto bene – attraverso le sue canzoni. Racconta una di loro, Olga Rybakova, che negli anni ’80, mentre la tv trasmetteva il festival di Sanremo, loro cercavano di fotografare lo schermo della tv, per poi raccogliere il materiale in ordinati quaderni dove incollare articoli ritagliati con una lametta dall’unico giornale occidentale disponibile in biblioteca, l’Unità, ricopiando a mano quelli che non si riuscivano proprio a “rubare”.

Proprio Toto Cotugno è il protagonista di quello che è forse il siparietto più divertente di tutto il documentario, nel dialogo a distanza con Svetlana Svetikova, stella della musica russa, con la quale si è esibito nella canzone “Soli” in quello che dagli anni ’90 fino ad oggi rappresenta il nuovo modo di proporsi dei cantanti italiani in Russia: le esibizioni in duetto con artiste e artisti locali.

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Il video della performance dei due è imperdibile. Con Cotugno che per tutto il tempo bacia, abbraccia, tocca, s’appiccica come una cozza alla bellissima Svetlana che in “Italiani veri” dice: “Toto si è praticamente dichiarato sul palco”. Aggiungendo poi: “Dopo quella esibizione, delle signore anziane mi hanno sgridata perché non l’avevo sposato e non ero andata con lui in Italia”.

“Per noi l’italiano rappresenta l’uomo meridionale, pieno di passione, al contrario dei rozzi vichinghi settentrionali. L’italiano è quello che regala alla donna tutta la passione che merita” spiega un’altra intervistata. Alé, anche i russi hanno i loro begli stereotipi nei nostri confronti. Ma, al solito, a guadagnarci siamo noi. Del tutto immeritatamente, bisogna aggiungere, come dimostra un tipico commento made in Italy sotto il video del duetto: “beato lui, chissà che trombate si è fatto in Russia”. Cotugno se la ride e nega tutto: “Svetlana andò anche a raccontare che le avevo regalato una Bentley rosa, facendomi anche litigare con mia moglie. Tutte balle”.

 

Uno che in Russia pare si sia innamorato davvero (di una russa), è stato Pupo, Enzo Ghinazzi, un’altra superstar italiana lungo le rive del Don. Di una certa Lidia, al quale ha dedicato “una delle più belle canzoni che io abbia mai scritto”, dice, ‘Lidia a Mosca‘:

Lidia col profumo del Berioska
sto lasciando Lidia a Mosca
mentre tu mi stai aspettando.

Lidia non conosce l’italiano
ha imparato due parole
dice sempre “io ti amo”

Lidia se abitassi più vicino
pensa un po’ che bel casino.

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Può sembrare del tutto folle ai nostri occhi che simili canzoni, potessero ottenere nell’Unione Sovietica al tramonto un effetto opposto da quello atteso dai dirigenti del partito. Eppure, come emerge chiaramente dal documentario, perfino “Felicità” di Al Bano e Romina o “L’italiano” di Toto Cotugno riuscirono a rappresentare per il popolo sovietico il desiderio di cambiamento. “Per noi la musica italiana era simbolo di libertà, roba che veniva dall’occidente. Valvola di sfogo, finestra sull’Europa, sul mondo libero. Anche se era spinta dall’alto, dal potere sovietico – pare piacesse molto anche a Breznev – per allontanare i giovani dalla musica rock”.

Quando nel 1991 la Georgia si dichiarò indipendente dall’Urss, a Batumi, una delle città più importanti, la prima cosa che pensarono fu di organizzare un concerto di Sabrina Salerno, “amatissima in Georgia per le sue tette grandi” racconta Mikhail Cherchik. “Impazzivamo per lei, non importava cosa cantasse. Mi ricordo soltanto le sue tette. Sabrina è arrivata, cantava in playback, faceva ballare le tette, e tutti noi eravamo felicissimi, al settimo cielo”.

Russi, italiani veri. Anche in questo.

Davide Lombardi

L’angelo della sbronza, vita da pony express di alcolici 

Reportage sul business della consegna notturna di alcolici a domicilio a Milano. La testimonianza e le storie sordide di Diego, fattorino dell’alcol e benefattore dei tiratardi del capoluogo lombardo

Nel cuore della notte, quando perfino in una metropoli come Milano diventa più complicato immergersi in fiumi di alcol, un servizio di pony express porta direttamente a domicilio tutto quello che serve per lubrificare la nottata.

Da alcuni anni a Milano sono attivi dei servizi notturni di consegna a domicilio di alcolici e snack nelle ore strategiche di chiusura dei locali. Si chiamano “taxi bar”, sono meno di una decina in tutta l’area metropolitana e lavorano dalle 22,00 alle 05,30, sette giorni su sette. Il motto di una delle aziende principali nel settore è “La notte è troppo bella per rimanere senza drink”. L’idea non è rivoluzionaria. Esistono servizi pony express di ogni genere da almeno una decina d’anni nelle grandi metropoli d’Europa e del mondo. “Ho vissuto all’estero, in una grande città in cui ad ogni ora del giorno e della notte era possibile trovare qualcosa da fare – dice un responsabile di Taxibar Milano, primo servizio delivery di questo genere nel capoluogo lombardo e in Italia – Con degli amici, abbiamo ripreso l’idea e aperto un’impresa nel dicembre del 2013, sfruttando il fatto che qui non ci fossero servizi di questo tipo”.

Photo credit: Shibuya 26:00 #2 via photopin (license)
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Il servizio di consegna notturno si svolge prevalentemente nelle ore in cui è vietata la somministrazione e la vendita di alcolici negli esercizi pubblici e nei bar: ovvero dalle 02 alle 06. “Il 70% dei nostri clienti ordina esclusivamente da bere”, confida l’imprenditore. A Milano non mancano i servizi notturni: dalle pizzerie ai locali di kebab, passando per le palestre, le lavanderie, le parafarmacie, le edicole e un supermercato Carrefour aperto 24/24 ore 7/7 giorni. Nelle ore notturne, come previsto dalla legge, il supermercato non è però autorizzato a vendere bevande alcoliche. E’ in questo quadro che si inserisce il business di consegna di alcolici che proprio perché “a domicilio” risponde a una legislazione più tollerante in materia di vendita di alcolici.

Quello che gli americani chiamano il 24/7 è arrivato tardi in Italia, rispetto al resto d’Europa. E in molte metropoli il servizio di consegna notturno a domicilio di alcolici è un’istituzione da diversi anni. Un po’ i sindacati, un po’ la nostra cultura della moderazione hanno ritardato lo sviluppo di un fenomeno già consolidato in altre realtà metropolitane: nella sola Parigi ci sono oltre 30 imprese che operano nel settore della facilitazione alla sbronza notturna in casa propria. Sono una ventina a Berlino, circa una dozzina a Bruxelles.

E’ vero che in Italia si preferisce chiacchierare all’infinito con un bel cono di gelato all’aperto, in piazza o al parco. Ma in città come Londra, Berlino o Bruxelles ci sono tre mesi di sole all’anno che riducono ogni scelta. Il destino di molte gite o semplici passeggiate si frantuma contro l’inclemenza meteorologica. La rudezza delle intemperie del nord, il grande freddo a cui non ci si abitua mai. Risultato e destinazione: di giorno il pub, la brasserie o il café (dove non si beve affatto caffé), di notte a casa, servito dai taxi bar.

E’ questa cultura della bruttezza e del vizio che all’Italia manca. Rispetto ad altri, siamo un popolo intrinsecamente salutista, baciato dal sole. Gente che preferisce l’espresso alla birra e che sceglie il parco o la piazza invece del pub fumoso dove si gioca a freccette, si beve alcol e si coltivano obesità e infarto.

Photo credit: CIMG6044 via photopin (license)
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“Almeno un 1/3 dei nostri clienti è straniero”, spiegano da Taxibar Milano, il cui sito è tradotto in inglese e in russo. “Il nostro rimane un servizio medio-alto. Abbiamo molti clienti russi che chiamano dai residence, dagli appartamenti di lusso e persino dalle suites d’albergo a cinque o sei stelle quando questi ultimi non riescono a garantire il servizio che offriamo noi”.

Il servizio funziona in modo semplice. Di solito la sede dell’azienda è un magazzino ben fornito e le chiamate giungono direttamente sul centralino. Un addetto coordina in seguito le consegne che avvengono nell’arco dei 30 minuti che seguono la chiamata. Il servizio copre l’intera area metropolitana e si estende ad alcuni comuni limitrofi.

In media i servizi di consegna di alcolici ricevono dalle 4 alle 10 chiamate a notte a seconda dei giorni della settimana e del periodo dell’anno:”Durante il week-end le ordinazioni registrano un aumento del 30%, durante le ultime feste di Natale addirittura del 40%”, precisano da Taxibar Milano.

Da un anno e mezzo a questa parte sono attivi poco meno di una decina di servizi di consegna notturna di bevande alcoliche e snack su Milano e parti dell’hinterland. Oltre agli alcolici alcuni portano a domicilio sigarette, medicinali e preservativi. Incontriamo Diego, un pony express nel settore delle consegne notturne universali.

Photo credit: CIMG2096 via photopin (license)
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“Prima di mezzanotte non chiama quasi nessuno. Verso le due riceviamo invece il picco di ordinazioni”, mi spiega il pony express. Diego ha 30 anni, è di origini pugliesi e dal 2014 gestisce le ordinazioni per un’impresa di consegne notturne di alcolici.

“Non si deve fraternizzare con i clienti, non c’e’ niente da condividere, sono quasi sempre persone viziate e con dei soldi da spendere”, sentenzia Diego. Il listino dei prezzi della sua azienda prevede un ordine minimo di 30 euro. Una bottiglia di vodka costa 40 euro, una bottiglia di vino rosso 25 euro e una birra piccola 5 euro. La sede dell’attività è un magazzino nei pressi dell’ippodromo di San Siro. Al centro del capannone c’e’ un divano nero con davanti un televisore, un tavolino e un portacenere sopra.

Verso l’una le chiamate cominciano ad arrivare sul cellulare di Diego. “Non ci si deve far coinvolgere dai clienti. Talvolta, presi dall’euforia della notte, ti invitano a restare ai loro festini. In tutti i casi dopo aver incassato, fai un bel sorriso, saluti tutti e te ne vai”. Il requisito minimo per essere assunto come pony express del servizio notturno è il possesso della patente e una conoscenza minima del territorio. Nel periodo di formazione iniziale viene insegnato ai fattorini a “non sollevare nessuna controversia con i clienti”, dice.

Photo credit: fourteen. via photopin (license)
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Mi spiega che all’inizio il proprietario del servizio aveva cercato di imporre ai dipendenti il porto di una divisa bianca e di un cappello da chef. “E’ durata forse una settimana poi nessuno le portava più, i clienti stessi ci ridevano in faccia: loro mica chiamano per ordinare delicatessen, la gente che ci contatta vuole bere, e bere pesante fino all’alba”.

Il servizio chiude alle 05,30 quando aprono i primi forni. Le ordinazioni provengono quasi tutte dal centro. “Almeno una volta a notte ricevo ordinazioni da stranieri con accento dell’est e con l’appartamento in centro. Ordinano di solito champagne e whisky. Si tratta quasi sempre di ricchi malvissuti dell’est Europa di 50-60 anni, con almeno due donne al seguito”. Diego precisa che “sul lavoro non c’e’ posto per i moralismi”, vige al contrario una certa sospensione del giudizio:“L’importante è consegnare le bottiglie, incassare i soldi e alzare i tacchi in fretta”, aggiunge.

Photo credit: CIMG8693 (Large) via photopin (license)
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Le situazioni più frequenti sono anche quelle potenzialmente più critiche. “Sono le feste dei giovani, non i festini dei vecchi che comunque conoscono le regole della notte – afferma Diego – Spesso siamo accolti con eccessivo entusiasmo quando portiamo da bere nelle case dei giovani. Non sei il fattorino della pizza ma quello dell’alcol: sei come l’idolo del momento, quello che risolve e lubrifica le relazioni interpersonali rimaste in sospeso – racconta Diego – Ma ricordo almeno un paio di situazioni sordide se non sinistre con degli studenti”.

Una notte di fine dicembre, con il centro storico deserto e il vento che spazzava via le strade della città, Diego ricevette un’ordinazione da un palazzo nobiliare in zona Sempione. “Salgo le scale. E’ al secondo piano. Arrivato al primo piano sento un urlo di donna, mi fermo un secondo, poi continuo la salita. Ad ogni scalino che salgo le voci e i rumori cominciano a farsi meno indistinti. Attraverso ancora due corridoi stretti e corti. Nell’ultimo corridoio c’è un gatto steso per terra. “Micio, micio”, faccio abbassandomi su di lui per accarezzarlo. La bestia non si muove, la tocco con la punta della scarpa, nessuna reazione: il gatto era morto”.

Photo credit: CIMG1929 via photopin (license)
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Giunto davanti all’abitazione, Diego non è più sicuro di voler terminare la consegna ma trova la porta spalancata. “Era l’appartamento di un gruppo di studenti universitari, c’erano palloncini blu ovunque, poster di eroi rivoluzionari sui muri e dalle casse dell’amplificatore usciva fuori una sorta di death metal industriale”. In un angolo del lungo corridoio che separa il salotto dalle stanze degli studenti, buttata sopra di un materasso, giaceva una ragazza con la bocca semi aperta. “Sembrava dormire profondamente – ricorda – e aveva un filo di saliva che le colava sul petto”.

Preso atto della totale indifferenza dei presenti, lasciando l’edificio, Diego chiamò il 118. “Era un caso estremo, c’era una ragazza che sembrava in pericolo, di solito la notte scorre tranquilla senza dover fare l’eroe”.

Succede però di incontrare un’umanità varia, fuori dalle categorie ordinarie. Recentemente, Diego si è trovato a portare alcolici alla coppia più insolita a cui avesse mai servito da bere:“Un nano biondo, abbronzato e muscoloso in coppia con una giovane transessuale mulatta sudamericana“, precisa Diego. “Arrivai a casa loro una notte intorno alle 04. C’era un’atmosfera morbosa, una vecchia canzone tedesca simile ad un inno militare suonava in sottofondo, le pareti dell’appartamento erano di colore rosso-pompeiano, sopra di esse c’erano dei disegni di priapi e fauni in atti privati. Sul muro c’erano anche delle svastiche gialle”. Era l’alcova di un nano nazista bisessuale, una tipologia umana di cui Diego ignorava l’esistenza, una combinazione così improbabile da non sembrare vera. “Dopo aver consegnato champagne e whisky, il nano mi invitò a restare. Mi chiese se fossi a conoscenza degli esperimenti che Hitler aveva fatto sui nani negli anni ’40. Voleva solo parlare, probabilmente”.

Photo credit: saturday2 via photopin (license)
Photo credit: saturday2 via photopin (license)

Dopo aver servito i clienti Diego risale in macchina e torna al magazzino. Fra una chiamata e l’altra non medita sulle “sliding doors” del destino né si interroga sulle stranezze delle “vite degli altri” che incrocia. Si beve una birra, invece, e si fa una canna. Guarda il televisore steso sul divano prima di ripartire per una nuova ordinazione, schizzando con la sua Fiat Punto bianca nella notte per servire un nuovo cliente e invadere per un attimo la sua dimensione più intima.

Secondo uno dei gestori di Taxibar Milano, una delle principali aziende del settore, il servizio nasce come delivery notturno “per servire tutti coloro che non possono usufruire, nella propria quotidianità, delle attività commerciali convenzionali aperte di giorno. Non mancano infatti fra i nostri clienti avvocati, manager e grandi professionisti che lavorano la notte, con dei particolari ritmi e stili di vita”.

Sarà così ma nella sua esperienza di fattorino Diego ha raramente servito grandi avvocati a corto di bourbon e sigari. Le ordinazioni più comuni sono il whisky e il rum, seguono le birre e il vino, e infine lo champagne che, a 100 euro a bottiglia, è ordinato in prevalenza dai clienti più anziani e facoltosi. Lo zoccolo duro dei clienti di Diego è composto da giovani, studenti o professionisti dai 25 ai 40 anni, seguono poi i ricchi stranieri superanti la mezza età e i turisti, infine alcuni rari clienti fissi costretti a casa per disabilità motorie.
Oltre a queste categorie, c’è virtualmente tutta l’umanità con i suoi infiniti incroci: c’è chi nasconde e pianifica avventure sessuali promiscue, chi vive paradossi porno-nazisti, chi invece è giovane e ricco a Milano e al posto di lanciare sassi dal cavalcavia improvvisa festini selvaggi fuori orario o chi ancora decide semplicemente di “andare fino in fondo” per quella notte chiedendo a se stesso di superarsi.

Gaetano Gasparini

Immagine di copertina, photo credit: Final via photopin (license).

Stato d’assedio permanente

Le storie degli scemi di guerra, i soldati della prima guerra mondiale sconvolti dalla violenza del fronte. Passavano dalla trincea al letto del manicomio. Ma la guerra per loro continuava.

Nel corso dei tre anni del primo conflitto mondiale, furono circa trecento i militari resi folli dalla guerra a essere ricoverati nel manicomio di Colorno. Non uomini, ma numeri. Prima buoni come carne da cannone. Poi come menti alienate da contenere e nascondere, o da “risistemare” per essere rispediti al fronte. Cento anni dopo, queste vittime della violenza del potere, meritano almeno quel poco di giustizia che può offrire loro la memoria.

Dentro il manicomio abbandonato di Colorno. VAI ALLE FOTO
Dentro il manicomio abbandonato di Colorno. VAI ALLE FOTO

Come ogni altro luogo abbandonato, l’ex manicomio di Colorno, nel parmense, è popolato da fantasmi. Con una differenza fondamentale: le ombre che oggi abitano le camerate fatiscenti di questo enorme labirinto sono stati fantasmi anche in vita.

Dall’apertura del manicomio, nel 1873, fino alla chiusura definitiva una ventina d’anni fa, sono state circa 16 mila le persone ricoverate qui, tante quante le cartelle cliniche conservate nell’archivio storico dell’ex ospedale. Donne e uomini affetti da alcolismo, demenza, imbecillità, idiozia, cretinismo, paranoia, psicosi ciclotimica, schizofrenia, paranoia. L’intero campionario di malattie mentali conosciute dall’Ottocento ad oggi.

Pazienti ricoverati alcuni per decenni, altri per pochi mesi. Come la maggior parte dei 285 militari che tra il 1915 e il ’18 transitano per questa struttura di retrovia, in preda a impazzimento per l’incapacità di dare un senso alla follia nella quale erano stati catapultati – morte, violenza, sangue, fango e merda – e che l’istituzione manicomiale era incaricata di recuperare nel più breve tempo possibile e rispedire, di nuovo “abili e arruolati”, al fronte. Sono i cosiddetti “scemi di guerra”. Una definizione ormai dimenticata per contrassegnare queste vittime di situazioni talmente abnormi, un continuo “stato d’assedio” fisico e psicologico, tale da risultare insostenibile e portare alla follia. Un’espressione popolare che troverà a lungo eco nel bonario rimprovero che alcuni anziani ancora oggi ricordano: “Non fare lo scemo di guerra in tempo di pace”.

VIDEO / LA GUERRA ALIENA


Alienati o non alienati? I soldati che dal fronte arrivavano al manicomio di Colorno venivano esaminati. La diagnosi era molto semplice: o eri alienato, o non lo eri. E se non lo eri dovevi tornare a combattere. Siamo andati a visitare l’ex manicomio abbandonato e l’archivio che contiene le migliaia di cartelle dei fantasmi che lo abitavano.

Video di Martino Pinna

Saranno circa 40 mila nel corso dell’intero conflitto i soldati italiani afflitti da quello che oggi viene denominato “Disturbo post traumatico da stress”. Percentualmente pochissimi rispetto ai poco meno di 6 milioni di mobilitati nel corso dell’intero conflitto, degli oltre 600 mila caduti e il milione e mezzo tra feriti e invalidi.

Ma quelle poche migliaia sono solo quelli ufficialmente censiti, cioè passati per le varie strutture manicomiali o per gli ospedali civili e militari con varie diagnosi di “alienazione”. Nella realtà, furono sicuramente molti di più, vista la ben nota tendenza da parte delle gerarchie militari e del personale sanitario di tutte le guerre a minimizzarne l’incidenza sulla psiche dei soldati, perché, come segnala Joanna Bourke nel suo saggio ‘Le seduzioni della guerra. Miti e storie di soldati in battaglia‘, anche volendo “quantificare i disturbi emotivi causati dalle guerre e dai combattimenti, i dati forniti dal personale medico risulterebbero inattendibili poiché spesso si evitava qualunque analisi di tipo psichiatrico e si preferiva stilare diagnosi più ‘sicure’, cioè fondate su cause organiche.

L’esercito negava e nega ancora oggi

Temendo che la perdita di soldati per motivi psichiatrici si riflettesse negativamente sulla loro immagine di comandanti, erano gli alti gradi dell’esercito a incoraggiare questo approccio”. Atteggiamento comune ancora oggi, se dobbiamo dar credito a un’inchiesta apparsa su “La Repubblica” nel settembre 2011 secondo la quale il Disturbo post traumatico da stress pare del tutto sconosciuto anche all’Esercito italiano contemporaneo, visto che «su 150.000 soldati impiegati all’estero risultano solo 2-3 diagnosi l’anno su circa 20 casi segnalati. Statisticamente zero».

Pur fermamente “negazionisti” rispetto alla guerra come causa primaria di forme psicopatologiche, medici e psichiatri italiani tra il ’15 e il ’18 furono costretti a riconoscere che «stando ai rapporti che provengono da neuropatologi e alienisti addetti ai servizi di Sanità militare, sembra che in tutti gli eserciti ora belligeranti le malattie nervose e mentali siano frequentissime». Tanto da indurli a scambiarsi continui “consigli pratici” per provvedere alle malattie nervose e mentali insorte nel corso del conflitto. Consigli volti però, in primo luogo, a dotarsi di strumenti per smascherare i simulatori intenzionati a sottrarsi al dovere patriottico di servire la patria offrendole la propria vita.

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Difficile in mezzo a una simile follia collettiva distinguere verità e finzione. Il vero malato dal vero simulatore. Come nel caso di Luigi B., ventiduenne fante di Tortona , nell’alessandrino, ricoverato a Colorno il 21 maggio 1917 e dimesso il 27 luglio come “non alienato”.

Nel diario clinico i medici scrivono che l’atteggiamento di Luigi è semplicemente volto a imitare il comportamento di un altro soldato, capace di convincere le autorità sanitarie circa la veridicità della propria malinconia. Dopo nemmeno dieci giorni da quella dimissione però, Luigi viene ricoverato una seconda volta, perseverando nel suo stato malinconico e depresso e, soprattutto, tentando due volte di suicidarsi. Tentativi che non bastano a convincere i medici dell’effettiva alterazione del suo stato psichico, ma che sono sufficienti comunque per farlo riformare in quanto «lo stato depressivo presentato è da ritenersi volontario, ma da interpretarsi come sintomo della sua incapacità a sottoporsi alla disciplina altrui».

La violenza della guerra e dello Stato

A fare impazzire i soldati infatti, non è solo l’immensa sofferenza della vita di trincea o la costante paura della morte, ma anche la ferrea disciplina militare attraverso la quale lo Stato, tradizionalmente assente nelle vite di uomini per lo più di estrazione popolare, manifesta d’improvviso il proprio enorme potere coercitivo esercitato da moltissimi ufficiali la cui ottusità e crudeltà è ormai accertata dalla storiografia, a partire dal comandante in capo dell’esercito italiano fino al novembre del ’17, generale Luigi Cadorna.

Valutazioni inconcepibili per gli psichiatri dell’epoca che, al contrario, continuarono a mettere al riparo l’esercito da qualsiasi responsabilità nel produrre psicopatie riconoscendo al massimo che sì, la guerra poteva esasperare gli stati d’animo dei soldati, intensificando in loro emozioni come l’ansia, la paura e l’angoscia, ma che eventuali derive patologiche erano possibili solo in soggetti costituzionalmente predisposti. Insomma, gente che la follia ce l’aveva nel sangue, ereditaria. Pronta a scatenarsi alla prima occasione che, non fosse stata la guerra, avrebbe certamente trovato altri eventi più o meno traumatici per manifestarsi.

Gente che andava individuata e isolata, al fine di “provvedere alla profilassi morale dell’esercito combattente con l’allontanarne gli elementi che lo possono inquinare. Infatti è disastroso il potere di diffusione di contagio di cui può essere capace un solo alienato paranoico perseguitato-persecutore, o i danni enormi che può cagionare l’esecuzione di delicati ordini affidati ad un graduato che sia alienato o semplicemente psicopatico”.

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Come per tutti coloro che subirono analoga sorte, quasi certamente tutti i militari che passarono per Colorno – durante e anche dopo la guerra – venivano da un primo ricovero in un ospedale nei pressi del fronte. Solo in seguito, se ritenuti bisognosi di ulteriore osservazione o di tempo per recuperare, venivano allontanati dalla prima linea e inviati in ospedali di retrovia. Quando possibile, nei pressi del territorio d’origine.

Come nel caso del soldato Antonio T., trentenne parmense, trasportato nell’ottobre 1916 dall’ospedale da campo di San Giorgio di Nogaro, in Friuli, a Colorno con la diagnosi di «stato depressivo». Non riusciva a dormire, rifiutava il cibo e continuava ad avere allucinazioni terrificanti anche a distanza di mesi, racconta Ilaria La Fata nel suo saggio ‘Follie di guerra – Medici e soldati in un manicomio lontano dal fronte‘, imprescindibile per ripercorrere la storia dell’ospedale psichiatrico di Colorno durante il periodo bellico. Nell’aprile dell’anno successivo, Antonio si trova ancora in manicomio, e sebbene sia «più quieto», il suo stato d’animo e la sua disperazione non sono mutati, come riporta la sua cartella clinica:

[quote_center]“Sta quasi sempre nel corridoio dell’infermeria, in un angolo, col viso nascosto fra le braccia, silenzioso. Se lo si interroga non risponde, se si insiste a lungo solleva il capo e con atteggiamento irato e disperato dice: ma sì! Ammazzatemi pure, fate ciò che volete, assassini”.[/quote_center]

O ancora, tra quelle mura si è consumata la storia di Giuseppe S., venticinquenne di Borgotaro, sempre nel parmense, cominciata (perché la sua vita, come quella di quasi tutti gli altri fantasmi di Colorno, inizia e si conclude nelle poche notizie conservate nella sua cartella clinica) nella primavera del 1918 quando, durante una licenza, profondamente turbato e terrorizzato dalle esperienze vissute in trincea, diviene preda di continue allucinazioni.

E’ convinto di essere ancora al fronte e di doversi misurare contro il nemico, parlando «da sé ora ad alta voce, ora a bassa voce, sempre di guerra come se fosse in azione, assalendo o respingendo i nemici o fuggendoli terrorizzato». Dopo essere stato ricoverato a Mantova con una diagnosi che da «psicosi di natura traumatica» diviene «sindrome schizofrenica» – insistendo significativamente su di una sua patologia latente più che su cause esterne – Giuseppe viene ricoverato a Colorno nel 1919, rimanendovi pressoché nello stesso stato fino alla morte, avvenuta il 17 marzo 1942:

[quote_center]“Egli non ha mai dato segno di interessarsi a cosa o a persona alcuna, con chi lo visita è completamente indifferente e si limita a mangiare ciò che essi gli portano senza dire una parola, mai esprime il più piccolo desiderio o bisogno. Se lo si lascia resta sdraiato tutto il giorno in terra, alla pioggia o al sole inerte, isolato nella sua apatia”[/quote_center]

La storia non siamo noi

Vite inutili. Dimenticate. Divorate dal tritacarne della Storia, come si usa dire dire in casi simili. Come se la storia stessa fosse un prodotto del caso, del destino, della volontà di un dio, e non di una partita a scacchi giocata in ogni luogo e in ogni tempo dalle oligarchie politiche, militari, economiche sulla pelle di pedine come Giuseppe e Antonio e di tutti gli altri spiriti muti che ancora oggi abitano i grandi spazi abbandonati del manicomio di Colorno.

filo spinato

Una struttura che rispetto a tante altre analoghe sparse per l’Italia, ha una particolarità davvero unica. Sorge letteralmente incollata allo stupendo palazzo ducale – meglio noto come la reggia di Colorno, costruita agli inizi del XVIII secolo dai Farnese – in un edificio un tempo convento dei Domenicani. Con la destinazione ad uso manicomiale del 1873 di quella parte adiacente la reggia, residenza estiva della duchessa Maria Luigia d’Austria fino alla sua morte nel 1847, il palazzo conosce – come per contagio virale – una decadenza ininterrotta fino al recupero e restauro completato a cavallo del nuovo millennio, non a caso in coincidenza con la definitiva chiusura del manicomio. I cui edifici versano invece ancora oggi in stato di totale abbandono, mentre parte della reggia riportata all’antico splendore è ora sede della Scuola internazionale di cucina italiana di Gualtiero Marchesi.

La porta aperta

Per poter visitare la struttura manicomiale bisogna chiedere autorizzazione all’Asl che però la nega, in quanto pericolante. Sia la parte ottocentesca che le orride ali aggiunte successivamente in varie fasi nel corso del Novecento sono dunque teoricamente inaccessibili: delle parti più recenti sono murate sia porte che finestre, mentre l’edificio che costituisce il nucleo originario è protetto al piano terra da spesse inferriate.

Peccato che il massiccio portone dell’ingresso principale che dà sulla centralissima via Roma, sia semplicemente accostato, in modo tale da rendere l’ex manicomio, nel peggiore dei casi facile preda di vandali di ogni tipo che infatti hanno fatto scempio degli interni dell’edificio; nel migliore, luogo di culto per abbandonisti, che non sono coloro che la psicoanalisi definisce affetti da un “atteggiamento rinunciatario e passivo”, ma i molti appassionati attratti dalla desolazione delle rovine.

numeri ricoverati

Desolazione che è facile immaginare abbia accompagnato le vite dei 16 mila internati – divisi abbastanza equamente tra uomini e donne – nei cento anni di storia del manicomio di Colorno. Luogo fin dall’inizio destinato ad accogliere «gli alienati poveri della provincia».

Un dato che emerge con evidenza dallo studio della La Fata che rileva l’assoluta “preponderanza di lavoratori appartenenti ai gradini più bassi della scala sociale e la scarsità di quelli collocati in strati sociali più elevati”, anche se non per tutti i ricoverati al momento dell’ingresso in struttura veniva indicata in cartella la professione. Perché per un paziente, varcare la soglia del manicomio significava perdere la propria identità di persona per essere definito solo con la diagnosi attribuita, elemento assai più interessante per individuarlo e qualificarlo. E stabilire eventuali terapie. Che, di fatto, erano praticamente inesistenti. Limitandosi alla contenzione fisica per gli “agitati” e a stimolare a un po’ di “terapia occupazionale” in un ambiente relativamente più sereno – rispetto a quello che poteva essere una trincea sul Carso, per rimanere agli “scemi di guerra” – per i “tranquilli”.

Più sereno per modo di dire, visto che per tutto il triennio bellico la popolazione manicomiale aumenta in modo costante, raggiungendo cifre così elevate (nonostante le costanti dimissioni, in particolare dei soldati che transitavano da Colorno) da costringere i tanti ricoverati a dormire su un pagliericcio posto direttamente sul pavimento, privati dell’unico spazio individuale loro concesso: il letto.

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Tra i quasi trecento soldati ricoverati, solo due uomini appartenevano ad una classe più agiata. Uno di questi, Michele D., avvocato quarantaduenne della vicina Fornovo Taro, entra a Colorno ai primi di febbraio 1918 «molto preoccupato di dovere prestare servizio militare» e affetto da «psicosi maniaco-depressiva», per rimanervi fino alle dimissioni, il 3 novembre 1918, lo stesso giorno in cui a Villa Giusti a Padova viene firmato l’armistizio fra l’Impero austro-ungarico e l’Italia.

Ma si tratta appunto di eccezioni. In un’Italia ancora quasi prevalentemente rurale, circa la metà del regio esercito era composto da contadini, quasi tutti appartenenti alla fanteria, la più sacrificata di tutte le armi, destinata da sola a subire il 95% delle perdite. Di questi milioni di pedine per tre anni in mano a una spietata macchina bellica pronta a sacrificarli al grido di “Avanti, Savoia!”, solo poche centinaia passarono per il manicomio di Colorno.

Quel poco che resta di loro è tutto racchiuso nell’archivio dell’ex ospedale. Fuochi fatui di spiriti inquieti, sottratti all’ombra per un istante mentre scorriamo rapidamente alcune delle loro cartelle cliniche. Per esser subito riconsegnati all’oblio di esistenze segnate fin dalla nascita da una immutabile condizione di subalternità. Vite per le quali è difficile riuscire a trovare un senso che, probabilmente, neppure un dio sarebbe mai in grado di attribuire.

testo e grafiche: Davide Lombardi

video: Martino Pinna

foto: Davide Lombardi, Martino Pinna

L’eclissi sacra dei Musulmani

Né il Cristianesimo né l’Ebraismo citano esplicitamente questo raro evento ampiamente studiato in epoca contemporanea. Ma come si comporta e come reagisce all’eclissi la minoranza religiosa più numerosa d’Italia e d’Europa?

Né il Cristianesimo né l’Ebraismo citano esplicitamente questo raro evento ampiamente studiato in epoca contemporanea. Ma come si comporta e come reagisce all’eclissi la minoranza religiosa più numerosa d’Italia e d’Europa?

eclissi_cinaGli astri si sono incrociati la mattina del 20 marzo, nel giorno dell’equinozio di Primavera, per il grande spettacolo dell’eclissi solare. La luna si è sovrapposta al sole per un paio di ore e ha proiettato la sua ombra sulla Terra. Alle nostre latitudini, l’eclissi ha prodotto un oscuramento parziale del 65%. Il calo di luce è stato graduale, con l’apice intorno alle 10:30. Una luce crepuscolare ha illuminato la mattinata e allungato le ombre per alcune decine di minuti.

Quello che oggi è un fenomeno astronomico ampiamente studiato dalla scienza, tanto da rendere possibile previsioni così esatte, era un tempo un evento che terrorizzava i nostri antenati. La luce del tramonto di mattina, le tenebre di giorno, il “Sole nero” offuscato dalla luna sono stati per millenni un mistero per l’uomo. Spesso al centro di superstizioni e credenze, i popoli antichi pensavano fosse causata da demoni e animali che divoravano l’astro, o dal furto di luce ordito da qualche divinità.

Per molte culture l’eclisse era associata ad un evento premonitore nefasto, sinonimo di morte e di cattivi presagi. Altre, come quella cinese, esorcizzavano il momento dell’eclissi battendo sui tamburi e producendo un tale fracasso da spaventare mostruose figure mitologiche ritenute responsabili dell’oscuramento del sole, a sua volta associato alla vita. E mentre non vi è menzione del fenomeno nei Testi Sacri di Cristiani e Ebraici, in altre civiltà come in quella musulmana, l’eclissi viene descritta, contestualizzata e ridimensionata.

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Per i Musulmani l’eclisse non preannuncia nessuna catastrofe né viene contemplata con misticismo. E’ una manifestazione dell’esistenza di Dio che viene celebrata con una preghiera ad hoc: la “Salat al-kusuf”. “La preghiera dell’eclissi” è considerata un’orazione supererogatoria, quindi non obbligatoria ma fortemente consigliata in base alla Tradizione profetica.

Per seguire questo rito collettivo siamo andati a Piacenza dove si trova uno dei centri islamici meglio strutturati del territorio lombardo-emiliano. Fra centri culturali e semplici sale di preghiera esistono 770 luoghi di culto islamico in Italia. Dopo la Lombardia (130 centri), l’Emilia Romagna è la seconda regione per numero di luoghi di culto islamici con 112 edifici adibiti a sale di preghiera o a centri culturali. Con 1,4 milioni di fedeli, i musulmani rappresentano la seconda religione del paese e d’Europa.

Dal 2012 la Comunità Islamica di Piacenza e provincia ha la sua sede in un ampio edificio di recente ristrutturazione capace di accogliere almeno 2000 persone. Il Centro è una struttura polifunzionale, articolata in sale di preghiera, stanze per le riunioni, spazi per i giovani, aule per corsi di formazione e di lingua, oltre a un grande giardino con fontana in stile arabo-islamico. Anche la scala anti-incendio di acciaio è stilizzata a minareto.

Oggi il Centro della Comunità Islamica di Piacenza è uno dei complessi islamici più importanti e meglio organizzati d’Italia settentrionale, punto di riferimento per gli oltre 20mila Musulmani residenti sul territorio piacentino. I Musulmani locali hanno una pagina Facebook e un canale youtube sempre aggiornato. “La preghiera dell’eclissi” è stata pubblicizzata sui social network e attraverso la stampa locale.

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Incontriamo Abdelrahman, il giovane custode marocchino del Centro che ci accompagna all’interno dell’edificio dove già una decina di fedeli sono raccolti in preghiera. Sono quasi le 10 e la luce comincia lentamente a calare. “In teoria si inizia a pregare in congregazione appena comincia l’oscuramento del sole e la funzione termina solo quando la luce torna splendere con il sermone conclusivo dell’imam”, puntualizza Abdelrahman.

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Il termine arabo “Imam” significava in origine “Colui che sta davanti”, in epoca preislamica indicava le persone che guidavano le carovane nei lunghi viaggi attraverso il deserto. Nell’Islam classico è colui che dirige la preghiera, esperto in materie religiose. Nell’Islam europeo l’imam è spesso una figura che assume un ruolo più ampio. E’ considerato la guida, il rappresentante e il portavoce della comunità. L’imam di Piacenza è un signore di circa 35 anni, di origine egiziana, con un lunga barba scura e riccia. Si chiama Mohamed Salah: “Le popolazioni pre-islamiche associavano il fenomeno dell’eclissi alla morte o alla nascita di una persona importante – spiega l’Imam – Questa credenza venne corretta dal Profeta Mohamed. Come le altre manifestazioni della natura l’eclissi è un segno di Allah”.

La “razionalizzazione religiosa” dell’eclissi aveva un’origine senza dubbio funzionale alla professione monoteista islamica: combattere l’idolatria e arginare la superstizione che un evento straordinario come l’eclissi aveva fino ad allora generato presso i popoli arabi pagani. Quest’inquadramento religioso della Natura fu senz’altro utile anche a placare i sentimenti di panico e sgomento che un eclissi poteva suscitare presso le popolazioni dell’epoca, esortate invece a pregare.

Ma secondo la Tradizione profetica l’Islam si spinge oltre. “Cominciamo per dire che tutto quello che avviene nell’universo avviene per decreto di Allah: sole e luna, luce e tenebre sono solo dei segni di Dio”, spiega “Sheykh” Abdu r Rahman Pasquini, una delle figure più autorevoli dell’Islam in Italia. Convertitosi verso la fine degli anni ’60, mentre i suoi coetanei pensavano a protestare contro la società dei loro padri, lo “sceicco” fondava a Milano la prima organizzazione giovanile musulmana militante: “Presenza Islamica”. E’ stato in seguito co-fondatore e Imam della Moschea del Misericordioso (conosciuta volgarmente anche come “moschea di Segrate”), una delle rare moschee vere e proprie della Penisola e dirige attualmente una casa editrice denominata “Edizioni del Calamo”. Lo sceicco Pasquini è spesso ospite dei convegni organizzati dal Centro Islamico di Piacenza in veste di predicatore.

Secondo alcune “sunna”, i detti e i comportamenti del Profeta Mohamed, fonti della teologia e del diritto islamico, è proprio durante un’eclissi che Ibrahim, uno dei figli del Profeta Mohamed, morì. Il popolo associò subito la morte del figlio dell’amato Profeta all’eclissi. “Dovette intervenire Mohamed stesso – spiega lo sceicco Pasquini – pronunciando la seguente frase :”Invero il sole e la luna non si eclissano né per la morte né per la nascita di alcuno, bensì sono due tra i segni di Allâh: quando assistete alle loro eclissi, alzatevi ed assolvete all’orazione”. Quest’invito alla preghiera, davanti a un evento che poteva turbare i primi musulmani minandone la fede, era ed è preso alla lettera per tutti coloro che seguono idealmente la “imitatio muhammadi”, la via del comportamento del Profeta Mohamed.

Alle 10:30 arriva il picco dell’eclissi. Decine di fedeli pregano in fila in silenzio. “Attraverso l’eclissi Allah vuol ricordare ai fedeli la sua onnipotenza e la loro condizione di creature tenute a dare conto a Dio nel Giorno del Giudizio. Facendo calare le tenebre di giorno, Allah induce i fedeli a celebrare la sua grandezza e a temerlo, questo è il vero motivo della salat al-kusuf”, dice lo sceicco.

Poco prima di mezzogiorno la luce torna a spledere e i fedeli che hanno eseguito la “Salat al-kusuf” si mescolano a quelli accorsi per la preghiera del mezzogiorno di venerdì, l’orazione canonica più importante. Incontriamo alcuni giovani per i quali la “preghiera dell’eclissi” è semplicemente raccomandata dalla Tradizione e quindi da eseguire senza porsi troppe domande.

”Il Corano parla delle eclissi solari e lunari come di tanti altri fenomeni naturali che troveranno poi una loro dimensione scientifica solo in epoca contemporanea, ossia ben 1400 anni dopo essere stati rivelati” commenta lo sceicco Paquini. Secondo i Musulmani, il versetto 33 della XXI sura del Corano anticiperebbe la formulazione di alcune teorie astrofisiche sul moto dei pianeti. Il versetto recita: “Egli è Colui che ha creato la notte e il giorno, il sole e la luna: ciascuno naviga alla sua orbita”. Un versetto che secondo gli studiosi islamici testimonierebbe di un fatto essenziale scoperto dall’astronomia moderna, cioè l’esistenza di diverse orbite per ogni corpo celeste, con delle caratteristiche di moto proprie.

Per la prossima eclissi bisognerà aspettare almeno 10 anni. Comunque vada, i veri Musulmani la celebreranno con una preghiera che assomiglia più a una fredda esecuzione di inchini e prostrazioni che a un raccoglimento comunitario sentito e condiviso. Così, mentre bisognerà aspettare il 2027 per ammirare una nuova eclissi, benché ancora parziale, saremo sempre sicuri che ci saranno i Musulmani a relativizzare il fenomeno, suggerendoci:”Niente paura, è solo la Natura, è solo Dio”.

Gaetano Gasparini

Immagine di copertina, photo credit: Eclypse via photopin (license).

Sindacato, dove sei?

Il sindacato è ancora in grado di rinnovarsi rispetto al modo in cui cambia il mondo del lavoro? Conversazione con Donato Pivanti, ex segretario della Cgil di Modena.

di Anna Ferri

Per i trentenni di oggi il sindacato è un’istituzione novecentesca che non li rappresenta. A dirlo sono anche i numeri: solo l’1,1% degli iscritti alla Cgil sono “lavoratori atipici”, precari, mentre la percentuale più alta è rappresentata dai pensionati. Il sindacato è finito? “Non ancora ma non è detto che vivrà in eterno”, spiega Donato Pivanti, che alla Cgil ci ha passato trent’anni: “Manca una cultura del lavoro anche da parte della politica e il dibattito è affidato alla disperazione. O ci si rinnova o si muore”.

Avere trent’anni oggi significa, tra le altre cose, non capire bene che cosa voglia dire essere iscritti a un sindacato. Anzi, per molti è solo un’istituzione novecentesca che oggi, rispetto alla precarietà, non ha nessun tipo di rappresentanza e anzi è piuttosto inutile. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Che il sindacato necessiti di un restyling è fuori da ogni dubbio, lo ammettono anche loro e questo – come si dice – è il primo passo per migliorarsi. Come ci spiega uno che alla Cgil ci ha passato la vita, l’ex segretario modenese Donato Pivanti, “c’è un problema di linguaggio ma non si può risolvere tutto con un tweet. Manca la cultura del lavoro e il dibattito è lasciato alla pancia e alla disperazione”. Perché non importa quale tipo di contratto avremo da domani, se a tutele crescenti o decrescenti, se avrà sigle ridicole oppure sarà miracolosamente perfetto: se i lavoratori non potranno organizzarsi o avranno paura di lottare insieme per difendere i propri diritti, allora non avrà perso solo il sindacato ma avremo perso tutti noi.

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Donato Pivanti è in pensione da un paio di anni, dopo aver guidato la Cgil modenese, dove è entrato nel 1977, quando il mondo era completamente diverso e il sindacato era reduce di grandi vittorie tra cui lo Statuto dei lavoratori che, come disse Vittorio Foa, fece varcare alla Costituzione i cancelli delle fabbriche, ma anche di grossi lutti, come la morte di Guido Rossa, il sindacalista che denunciò la presenza dei brigatisti all’Ansaldo di Genova e per questo venne barbaramente ucciso. Nel 1980 ci sarebbe stata la vertenza Fiat, la marcia dei quarantamila per le strade di Torino e la rottura definitiva tra Cgil, Cisl e Uil. Nonostante tutto, però, quelli erano anni dove c’era un riferimento politico sul tema del lavoro, “nella stessa DC un’area guardava al mondo del lavoro e c’era l’idea che fosse un pezzo fondamentale su cui costruire una società, mentre oggi – spiega Pivanti – non è più così e la prova è il Job Act: l’attacco all’articolo 18 e le tutele crescenti sono un chiaro segnale che la priorità viene data all’impresa, che sostiene che gli investimenti siano legati alla possibilità di licenziare”.

Però, se proprio vogliamo essere precisi, l’articolo 18 tutela una parte minima di lavoratori e per molti è una battaglia che il sindacato porta avanti più per ideologia che per reale necessità. Pivanti ci guarda fisso negli occhi un lunghissimo secondo: “Se un precario, un co.co.co o una partita Iva mi dice cosa me ne frega dell’articolo 18 lo capisco, anche se non condivido il ragionamento, ma chi a fatto la legge non può usare lo stato di queste persone come scusa per togliere un diritto”. In effetti è una cosa un po’ strana: perché togliere l’articolo 18 che tutela ormai pochi ma è frutto comunque di una lunga battaglia per i diritti dei lavoratori? Dall’altra parte il sindacato non dovrebbe aiutare ad arginare i furbetti? E soprattutto, licenziare oggi è davvero così difficile? “Ci sono dei percorsi da seguire: contestazioni, richiami, multe, fino a lasciare a casa una persona. I furbetti si possono tenere sotto controllo ma nel rispetto delle regole: se uno è davvero malato non può deciderlo l’azienda o il sindacato, per quello c’è il medico. Poi è chiaro che anche il medico deve essere controllato”. Pivanti un po’ si scalda e ci dice che ok, se un lavoratore sbaglia paga ma se a sbagliare è l’imprenditore cosa succede? Nulla, a meno che non fallisca. “Una cosa incredibile – conclude – se pensiamo che nella Costituzione c’è scritto che l’impresa deve svolgere un ruolo sociale”.

iscritti CGIL

Il punto, in fondo, è proprio questo: l’impresa oggi svolge un ruolo sociale? Il lavoro è al centro dell’agenda politica? La risposta è un secco e triste “no”. “Oggi il lavoro viene visto come una variabile, una merce. Si è affermato il pensiero liberista e tutto si è trasformato in politiche giocate sulla competitività dei diritti, sul costo del lavoro e sulla precarizzazione”. In tutto questo, però, non si può negare che il sindacato viva una fase di difficoltà: come si dice, o ci si rinnova o si muore. “Dopo una crisi come questa, che dura da sette anni, il solo fatto che esista ancora un sindacato confederale è di grande rilevanza ma questo non vuol dire che vivrà all’infinito. Bisogna capire che cosa succede in Europa e ci si deve impegnare per una politica sociale ed economica diversa e non incentrata sulla riduzione dei diritti. Non possiamo limitarci a denunciare la precarizzazione a vita ma dobbiamo proporre una sfida: se siamo meno forti nei luoghi di lavoro allora dobbiamo parlare alla gente fuori e spiegare che il modello sociale che ci viene proposta – meno diritti, meno salari e relativo impoverimento – è drammatico perché si riducono i sogni: i figli degli operari e impiegati difficilmente avranno accesso all’università perché studiare è costoso e l’ingresso nel mondo del lavoro non è giocato sul merito ma sulla disponibilità”. Insomma, chi crede che il ruolo del sindacato sia solo quello di difendere il lavoratore licenziato senza giusta causa si sbaglia di grosso. Il lavoro ha conseguenze enormi sulla nostra tenuta sociale e sulla qualità delle nostre vite. Un esempio su tutti: senza la possibilità di organizzarsi e quindi di lottare in gruppo, chi avrebbe più il coraggio di denunciare il lavoro nero o fare uno sciopero? Nessuno. Perché chi lo fa sa già che perderebbe il lavoro e di conseguenze si cancella con un colpo di spugna la battaglia per la legalità e i diritti.

Chi c’è oggi nel sindacato? Il primo pensiero è che l’età media sia molto alta: i giovani quando va bene sono precari e quindi si sentono poco rappresentati e il primo pensiero è che i tesserati siano soprattutto quelli della generazione dei padri dei famosi trentenni che non sanno cosa significa farne parte. Pivanti ci frena e dice che a Modena, per esempio, c’è una minore incidenza di pensionati rispetto alle altre realtà. Chiediamo i numeri e lui li snocciola veloce: 52% pensionati e 48% lavoratori attivi e precari. Praticamente la metà e quindi va un po’ a sentimento valutare se è buono o no. Noi siamo più propensi verso il no – soprattutto se pensiamo che Modena è considerata una realtà dove i pensionati incidono relativamente rispetto ad altre città – e chiediamo all’ex segretario se non si rischia di trasformare la Cgil in un sindacato di anziani. Pivanti ci risponde che anche se per una fase intermedia fosse così non sarebbe una tragedia. Perché? “Perché il sindacato vive di contributi volontari e quindi muore nel momento in cui vengono a mancare le risorse economiche”. Niente iscritti, niente sindacato.

INDICE

Ci stiamo per salutare e chiediamo quale sia stato, secondo lui, l’errore più grosso fatto dalla Cgil. Pivanti si risiede e noi capiamo che forse la lista è più lunga del previsto. Il primo che ci cita è il non aver completato il dibattito sui modelli delle relazioni industriali come quello tedesco, dove però – ci tiene a precisare – il sindacato è uno solo. Il secondo è legato al rischio della settorialità: operai, impiegati e tecnici curano i propri interessi senza guardare il quadro complessivo e questo rende difficile intervenire sulle condizioni di lavoro, con conseguenze anche sulla competitività aziendale. “Perdere questo – dice Pivanti – significa perdere un pezzo della ragione per cui siamo nati”. Siamo sulla porta per salutarci e si gira di colpo: “C’è anche la questione Fornero. Lo sciopero di tre ore non è stata una risposta adeguata, non ce l’avremmo fatta lo stesso ma siamo stati deboli. Berluscono si era dimesso e le otto ore di sciopero non sarebbero state comprese”. E allora perché è un errore? “Perché avremmo avuto la possibilità di rispondere a Renzi quando dice il sindacato dov’era per la legge Fornero a avremmo costretto le forze politiche a mettere il tema nel programma. Questa è l’idea di cosa serve a volte uno sciopero: non solo una testimonianza ma anche il far presente un problema e costringerli a non ignorarlo”. Lo guardiamo andare via e pensiamo che forse il senso di avere la tessera del sindacato in tasca è un po’ anche questo: costringerli – e qui immaginiamo che si riferisca a politici, economisti e imprenditori – a non ignorare che il lavoro è un diritto.

Anna Ferri

Immagine di copertina, rielaborazione da uno scatto di Slaust.

Un sabato qualunque, un sabato americano

Il football americano a Modena. Siamo andati alla prima partita in casa dei Vipers, formazione nata per la prima volta negli anni ’80 e rinata ora grazie a un gruppo di appassionati. E abbiamo imparato una durissima lezione.

Il football americano a Modena. Siamo andati alla prima partita in casa dei Vipers, formazione nata per la prima volta negli anni ’80 e rinata ora grazie a un gruppo di appassionati. E abbiamo imparato una durissima lezione.

Avevo due obiettivi sabato sera: capire finalmente le regole del football americano e fare un video sulla prima partita dei Vipers in casa.

Non ci troviamo in America, ma poco fuori Modena, più precisamente nei campi della Polisportiva Saliceta San Giuliano. Qua si svolgerà tra poco il derby emiliano del campionato nazionale di football americano: i Vipers contro i Knights di San Giovanni in Persiceto, Bologna. Le vipere contro i cavalieri.

La partita è importante per vari motivi. Intanto perché è un derby, cosa che ai non sportivi non fa né caldo né freddo, ma per chi ci crede il derby non è mai una partita come le altre. E poi perché, oltre a essere la seconda partita che i Vipers di Modena giocano in assoluto, è anche la prima che giocano in casa. Quella precedente, a Piacenza, l’hanno persa, risultato prevedibile per una squadra nata da poco. Anzi, rinata.

I Vipers di Modena infatti sono nati per la prima volta negli anni ’80. Giocavano già in questi campi di Saliceta San Giuliano anche se – ci spiegano – quelli di oggi sono sintetici e sono molto meglio di quelli dove giocavano all’epoca.

I primi Vipers, 1988
I primi Vipers, 1988

Il football americano in Italia si è diffuso e ha avuto successo più o meno a metà degli anni ’80. Anche se era già approdato in Italia molto tempo prima: durante la seconda guerra mondiale il gioco americano per eccellenza era arrivato qua assieme alle truppe alleate e si parla di una storica partita a Bari nel 1944, anche se in una versione particolare dato che, per ovvi motivi, le due squadre non erano in grado di procurarsi le protezioni necessarie per giocare come si deve.

Se poi è arrivato a Modena si deve anche alla televisione. Il primo nucleo dei Vipers era formato soprattutto da spettatori di partite di football, gente che ai tortellini probabilmente preferiva un hamburger. “Ero appassionato delle cronache di Guido Bagatta su Canale 5” spiega Paolo Battaglia, che giocò con i Vipers in serie A e che oggi è tra i dirigenti della nuova squadra.

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Bagatta, popolare giornalista sportivo, nonché volto ma soprattutto voce televisiva, è un nome famigliare a tutti i non appassionati di calcio in Italia. Quei pazzi che, mentre tutti gli altri seguivano il Milan e la Juventus, sapevano tutto del Superbowl o dell’Nba. Quelli che rimpiangevano di essere nati qua, quelli che avrebbero voluto avere un papà che li portava a vedere le partite dei Lakers, dei New York Yankees o dei Dallas Cowboys. Insomma tutto, ma il calcio no. Gente nata nel continente sbagliato.

E fu così che soprattutto negli anni ’90 c’era chi abitava a Barletta, a Treviso, a Catania o a Oristano, che parlava di touchdown, regular season, shooting guard e così via, mentre gli altri li guardavano e scuotevano la testa con compassione, per poi tornare a completare il fantacalcio e altre cose più serie.

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In Italia il football americano è rimasto uno sport di nicchia. Per capirci, secondo dati Coni-Istat (Coni – Lo sport in Italia, 2014), gli atleti tesserati che in Italia giocano a calcio sono 1.098.450. Più di un milione. I tesserati del bridge sono 22mila, quelli del rugby 76mila. I tesserati alla Federazione italiana di American Football invece sono circa 5mila. Parliamo quindi di uno sport praticato da un manipolo di appassionati.

Steve Cavazzuti, oggi coach e general manager dei rinati Vipers, come Battaglia faceva parte della formazione originale anni ’80/90 e col football giocato ha smesso solo qualche anno fa. Ora è a guida del gruppo degli ex giocatori che vogliono formare le nuove leve modenesi del football americano. Il primo obiettivo, già raggiunto, era trovare un numero sufficiente di ragazzi. Infatti le squadre di football americano sono composte da 40, 50 o anche 60 giocatori. I Vipers, rinati nel maggio dell’anno scorso, si allenano duramente da settembre. Ma è solo oggi, sabato 14 marzo 2015, che giocano per la prima volta nel loro campo di Saliceta. Sono in 40, e di questi solo 3 avevano già giocato a football.

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Durante il riscaldamento parliamo con alcuni dei ragazzi. Riccardo, votato come giocatore migliore nella partita precedente, in passato giocava a pallavolo, ma ora trova molto più divertente il football americano. Mi mostra tutte le protezioni che indossa, scopro che le chiamano casco e armatura, come i cavalieri medievali. Scopro che la conchiglia, cioè la protezione per i genitali, non la porta nessuno, anzi è sconsigliata. Scopro anche che il football è uno sport più di impatto che di contatto. Ovvero che sono frequenti le collisioni. Ovvero, come spiega il dizionario, “urti e incontri più o meno violenti di un corpo con una superficie”. Nel nostro caso la superficie è rappresentata da un altro corpo umano con armature e occhi che ti fissano sotto il casco di protezione (ma niente conchiglia).

Tendenzialmente siamo portati a evitare in ogni modo possibile di impattare contro qualcosa o qualcuno. In questo tipo di giochi invece è quasi certo che capiterà. Ecco perché sul casco non ha risparmiato nessuno: può costare anche 400 euro. “Ma dopotutto ci devi mettere dentro la testa” mi spiegano. In effetti, memori del nostro viaggio nel mondo della traumatologia sportiva, concordiamo che su certe cose sia meglio non risparmiare.

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Parliamo anche con il quarterback dei Vipers, cioè il lanciatore, uno dei ruoli più importanti all’interno della squadra. E’ il capo dell’attacco, cioè quello che chiama gli schemi. In pratica l’allenatore da bordo campo gli dice i numeri relativi agli schemi imparati (circa 80) e il quarterback deve applicarli. E qua già iniziamo ad addentrarci nell’insidioso terreno delle regole del football.

Ammettiamolo: non sappiamo assolutamente come si gioca, ed esclusi i giocatori in campo, gli allenatori e i dirigenti ex giocatori, sono poche le persone negli spalti a capirne le regole.

In Italia impari come funziona il fuorigioco nel calcio a 6 o 7 anni, ma capire il football… a world apart, direbbero gli americani. Per ora, per farla breve, diciamo che per certi versi assomiglia al rugby, con alcune fondamentali differenze: la palla si può lanciare anche in avanti e non solo verso l’indietro, il numero di giocatori è diverso, si indossano caschi e protezioni. Maggiori dettagli li vedremo più avanti.

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Dopo il riscaldamento i Vipers entrano in campo. Sono in fila in coppie di due con il quarterback che incita la squadra gridando “cuore e polmoni, ragazzi!”. Qualcuno si dà colpi sul casco, altri insistono sull’importanza della concentrazione con l’aggiunta di qualche parolaccia motivazionale. Poi fanno la loro entrata: corrono sul campo con la bandiera gialla dei Vipers davanti, come dei guerrieri sul campo di battaglia. Niente musica come negli stadi americani, dopotutto siamo pur sempre a Saliceta San Giuliano. Lo spirito però c’è eccome.

Verrebbe da seguirli e unirsi a loro, ma l’assenza della conchiglia continua a preoccuparmi. In più penso di non avere il fisico adatto, né la necessaria convinzione, anche se scopro che questo è in parte un falso mito. Così mi spiegano: “E’ uno degli sport più democratici in assoluto, perché tutti possono giocare. A seconda del fisico hai il ruolo più adatto a te. Non sei grosso? Magari sei veloce. Ci sono molti ruoli specialistici quindi tutti hanno il loro compito all’interno della squadra”.

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Quello che si nota subito guardando la partita è che si tratta di uno sport molto tattico. Spettacolare, sì, ma per pochi istanti.

Apparentemente si svolge così: azioni velocissime e molto brevi. Da lontano non si capisce bene cosa succede. Poi tutti si fermano, come se la scena non fosse venuta bene e il ciak fosse da rifare. E va avanti così per tutta la partita. Ecco perché durano tanto e gli americani l’hanno riempita di attività collaterali: musica, cheerleader, mangiare e bere. In teoria sono 4 quarti da 15 minuti, ma di tempo effettivo giocato. Se aggiungete le continue soste una partita può durare anche più di due ore. Anche a Saliceta ci sono le cheerleader: le sei coraggiose dei Knights, che nonostante il freddo pungente ballano e incitano la squadra per tutta la partita, ma anche quelle chiamate a sostenere i Vipers, le “Quakes Cheer Team La Patria” di Carpi.

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Non capendo del tutto come si svolge il gioco si perde parte dell’emozione e della spettacolarità. Per quanto il paragone può sembrare assurdo, è come guardare una partita di scacchi un po’ più violenta senza però sapere né le regole né cosa rappresentano i singoli pezzi. Vi ritrovereste a tentare di intuire cosa sta succedendo, senza riuscirci. Ecco perché, anche grazie al fatto che la partita è così spezzettata, c’è uno speaker che tenta di spiegare le regole e ogni azione di gioco. La visione della partita dunque non è passiva, ma è un continuo chiedere al vicino di spalti se ha capito cos’è successo, e se è un bene o un male per i Vipers. Cos’è successo? Stiamo vincendo? Sta andando bene?

Elenco brevemente alcune delle cose che ho capito guardando la partita e chiedendo spiegazioni a tutti quelli che avevo intorno: ogni squadra è formata da due squadre, una di attacco e una di difesa. Quella di attacco deve portare avanti la palla fino alla meta. Si procede per yard, unità di misura usata solo negli Usa e dagli inglesi, che corrisponde a quasi un metro (per la precisione a 0,9144 metri).

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Ci sono 4 tentativi a disposizione per superare 10 yard. Se non ci riesci la palla va agli avversari, se ci riesci continui ad avanzare. Si chiama touchdown quando il giocatore entra nell’area di meta ricevendo un passaggio al volo o arrivando di corsa con la palla. Che, tra parentesi, è molto leggera. La squadra di difesa invece ha il compito di fermare l’azione di attacco della squadra avversaria. L’avanzamento avviene tramite gli schemi studiati in precedenza.

Questo credo sia il 10%, e forse non del tutto corretto, delle regole del football americano, o almeno quello che ho capito io. Ora pensate ai vostri amici che si ostinano a non capire la regola del fuorigioco nel calcio e provate pietà per loro.

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Particolare tecnici a parte, un aspetto fondamentale ce l’ha la filosofia di fondo, U.S.A. al 100%, un mix perfetto di individualismo e spirito di squadra.

Non a caso il giovane quarterback, quando sfioriamo vagamente l’argomento comando, risponde immediatamente che qui non c’è un capitano, ma 40 capitani. Ognuno ha il proprio ruolo, ma è il gruppo che conta. Ripenso alle mie poche conoscenze di football americano, ovvero il film “Ogni maledetta domenica”, quando Al Pacino spiega che si combatte centimetro per centimetro, ma soprattutto quando negli spogliatoi, per incitare i suoi giocatori, dice: “Questa è una squadra, signori. E quindi o noi risorgiamo ora come squadra, o moriremo individualmente” .

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Nella versione italiana del film, per evitare di ripetere la parola “team” (squadra) più volte, fanno dire ad Al Pacino – doppiato magistralmente da Giancarlo Giannini – “collettivo”, trasformando il discorso motivazionale negli spogliatoi in una surreale riunione da centro sociale. Ma a parte questi dettagli, la potenza del famoso discorso di “Ogni maledetta domenica” è indubbia, tanto che è diventato uno di quei video che vengono usati nei corsi aziendali per motivare i dipendenti. Tu sei uno e tutto dipende da te, ma tu sei anche parte della squadra.

Nel film, dopo questo discorso, la squadra ovviamente vince. A Saliceta San Giuliano il risultato va com’era previsto: i Vipers perdono il derby, il tabellone – non c’è, ma immaginiamolo – segna 33-7, ma è un risultato migliore di quello che può sembrare. La squadra, soprattutto nella prima parte della partita, ha giocato bene, e fino a un minuto dalla fine della partita era a 21-7, con la possibilità di segnare. Poi è andata com’è andata. Hanno perso. Ma avete presente quando i giocatori a fine partita dicono che quel che conta è aver giocato bene? Beh, è vero.

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Idem per me. Il mio obiettivo era capire le regole del football e fare un video della partita. Delle regole qualcosa l’ho capita. Il video invece non l’ho fatto: tornato a casa ho scoperto di non aver registrato nemmeno un secondo di audio. Durissima lezione. Controllare sempre tutte le impostazioni della videocamera, dieci, cento, mille volte. Diciamo che ho perso come individuo. E non posso manco dire di aver giocato bene. Alla prossima partita.

M.P.

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Non credo di essere speciale, ma cerco qualcuno che voglia sposarmi

Pensiamo di essere talmente complessi che è quasi impossibile descriverci. Eppure ci sono casi in cui è possibile farlo in poche righe, come negli annunci matrimoniali. Siamo andati in un’agenzia matrimoniale a capire come si fa.

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di Martino Pinna

Pensiamo di essere talmente complessi che è quasi impossibile descriverci. Eppure ci sono casi in cui è possibile farlo in poche righe, come negli annunci matrimoniali. Dove ci si presenta più o meno come quando si cerca un lavoro, alla ricerca della persona giusta con cui condividere il proprio futuro. Ma per farlo ci vuole una professionista. Noi ci siamo fatti spiegare come funziona da Nadia.

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Nota: in questo articolo non verrà mai scritta la parola amore, tranne in questa frase.

Nadia gestisce un’agenzia matrimoniale che ha tre sedi in Emilia ed è attiva dal 1984. “Non ha mai chiuso” specifica. Lei prima studiava medicina, poi nel 1989 la madre ha acquisito l’agenzia e Nadia ha iniziato a lavorarci, scoprendo che questa era la missione della sua vita. Tanto che, ammettendo che non è un’impresa che rende tanto economicamente, la porta avanti perché adora il suo lavoro. Le chiedo se parlare con tanta gente a volte non la annoia e la risposta è secca: “Assolutamente no. Io sono innamorata di questo lavoro. Le persone mi interessano tutte, sono tutte interessanti”.

Quello che voglio sapere da Nadia, quello che voglio imparare da lei, è come sintetizzare una persona in poche righe e fare in modo che qualcuno la trovi interessante.

Infatti, anche se non ci conoscevamo, io almeno da un anno sono un grande ammiratore di quella forma di micro-letteratura in cui lei eccelle, ovvero gli annunci matrimoniali. Da lettore attento, avevo già capito che dietro c’era un’unica mano, una sola mente, e quando lei me l’ha confermato mi sono sentito come di fronte a uno dei miei scrittori preferiti, indeciso se chiedere una dedica sul free press dove di solito la leggo oppure no (non l’ho fatto).

La incontro nel suo ufficio dalle pareti color salmone, molto illuminato e molto riscaldato. Lei è gentilissima, molto bionda e sempre sorridente, il tipo di persona realmente entusiasta della vita. Ha un compagno storico ma non è sposata, “però faccio sposare gli altri” dice. È un’appassionata di paracadutismo, ma “appassionata” forse è un termine riduttivo: dal 1995 ad oggi ha fatto 2500 lanci. Significa che si è lanciata da un aereo in media 125 volte all’anno. “Dipende dai periodi, mi è capitato di fare anche 10 lanci in un giorno, è bellissimo, dovrebbe provare” mi spiega raggiante.

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Da fan quale sono tiro fuori i giornali con alcuni annunci sottolineati o cerchiati, i miei preferiti. Lei è sorpresa, forse è la prima volta che incontra un fan, ma è disposta a spiegarmi tutto del mondo delle agenzie matrimoniali, compreso il grande segreto del mondo degli annunci: la definizione di “bella presenza”. Partiamo da questo. Come si decide se una persona è di bella presenza o no?

Annuisce e risponde, come se si aspettasse questa domanda: “Allora, di bella presenza se parliamo di donne non vuol dire per forza la donna fatale o la fotomodella. Vuol dire tante cose. Ad esempio una persona che ha un aspetto gradevole, curato, ma soprattutto che sia interessante, che abbia degli interessi, una vita attiva”.

La spiegazione non mi sembra convincente, anche perché in alcuni annunci non viene scritto che una persona è di bella presenza: alcune sono “gradevoli” o “dall’aspetto più che gradevole”. Altre invece sono di bella presenza. Quindi insisto e le chiedo se la persona che è appena andata via, un cliente che era qui per fare un colloquio con lei, era una persona di bella presenza.

Ci pensa un po’ e dice: “Sì, era un ragazzo di bella presenza [solo dopo capirò il perché dell’iniziale tentennamento]. Cioè, inutile far finta che l’aspetto fisico non conti. Molti uomini sono convinti che sia così: che l’aspetto fisico alle donne interessi relativamente. Non raccontiamoci storie, conta eccome, anzi è determinante, anche per le donne. Siamo d’accordo?”

Sì.

“Ma a questo punto qualcuno potrebbe dirmi: ma scusi Nadia, come fa a decidere lei, dato quello che è bello per lei non è bello per me? Giusto?”

Giusto.

“Cioè, ci sono dei canoni fisici come avere dei lineamenti regolari, dimensioni normali, ecco… Però poi la bellezza è una cosa soggettiva, no? La bella presenza però è un’altra cosa, ed ecco perché è importante. Di una persona possiamo dire: io che è brutta, lei che è bella, ma entrambi possiamo concordare sul fatto che si presenti bene, che sia di bella presenza. È un criterio oggettivo”.

Ho capito. E io sono di bella presenza?

Mi guarda e risponde subito: “Sì, ma senza barba”. La barba infatti, nonostante ammetta che “ora è alla moda”, le dà un’idea di trascuratezza, e questo non va bene. “Lo so che lei la porta per sembrare più grande, ma senza starebbe molto meglio” mi dice. Ed ecco spiegato il tentennamento di poco fa: il ragazzo che usciva dal suo ufficio poco prima che entrassi io aveva un po’ di barba.

E di me come cosa scriverebbe?

“Di lei scriverei che ha 30 anni, giusto? Ecco. Alto diciamo 1,78, mi sbaglio? [non sbaglia] Dunque 30 anni, alto 1,78, di bella presenza, libero professionista. No, non scriverei giornalista, meglio libero professionista. E poi qualcuno dei suoi interessi e quello che cerca, quali intenzioni ha”.

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Quello che mi colpisce degli annunci di Nadia è che non mentono. Cioè, non solo sono tutti veri nel senso che sono corrispondenti a persone reali, ma dicono tutti la verità. Le persone vengono ridotte ai minimi termini lasciando solo quegli aspetti che vengono ritenuti utili al raggiungimento dello scopo e tutto il resto viene tolto, sottratto, come si fa in poesia.

E quello che resta è la verità, l’essenziale.

Altrimenti perché l’annuncio di una donna che cerca un futuro marito dovrebbe iniziare con la frase “so di non essere un granché”? È una frase ricorrente, e siccome so che è Nadia che la scrive (sempre in base a quanto dicono le clienti), le chiedo spiegazioni. Perché scrivere non sono un granché? Perché sminuirsi così? Per capirlo, bisogna prima spiegare come funziona un’agenzia matrimoniale.

“Dunque, funziona così: la persona legge i nostri annunci sui giornali o sul sito internet, che in sostanza servono da pubblicità. Poi ci chiama, ma non per uno specifico annuncio, perché quello che hanno letto potrebbe appartenere a una persona che potrebbe non essere interessata a loro, giusto? Non si può sapere. Tu magari sei interessata a lei, ma a lei di te non importa nulla. Invece il mio lavoro consiste proprio nel mettere in contatto persone che potrebbero andare d’accordo. Gli annunci danno un’idea delle persone che abbiamo a disposizione. Quindi come prima cosa la persona viene qua e si fa il colloquio, senza impegno”.

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Questo è il magico momento in cui Nadia mette in atto le sue capacità di analizzare le persone e sintetizzarle. Il primo colloquio serve proprio a questo: a creare un profilo della persona.

“Arrivano qua e chiacchieriamo, la persona parla di sé, delle proprie passioni, delle proprie intenzioni. Noi chiediamo un documento e facciamo firmare un contratto dove loro dichiarano di non essere sposate. È un’agenzia matrimoniale, non un’altra cosa. Se vogliono ‘altre cose’ vanno da un’altra parte… Spendono meno ed è più facile”.

Ci siamo capiti. Qua lo scopo è quello di far incontrare dei single per creare delle coppie che possibilmente poi si sposino, che formino una famiglia e che magari facciano dei figli. Non a caso negli annunci ricorre spesso l’espressione “famiglia tradizionale”. Cosa si intende?

“Quando scrivo così vuol dire che si cerca un rapporto stabile che porti anche a dei bambini. Una famiglia normale, ecco. Non di quelle coppie aperte, quelle cose strane. Io non ho tabù sul sesso, ma su certi valori sono un po’ all’antica” dice ridendo.

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Il funzionamento dell’agenzia è identico a quello delle agenzie del lavoro. Ci si presenta e si fa un profilo in base al proprio curriculum. E questa fase è fondamentale, perché Nadia segna tutto, ma poi tiene conto solo delle informazioni realmente utili a “trovarvi lavoro”, cioè la persona interessata a voi. E mentire è sempre un errore: è come scrivere nel curriculum che si parla un inglese eccellente e poi dimostrare al colloquio di non andare oltre il livello di Matteo Renzi. Al primo incontro con il responsabile del personale riceverete un bel due di picche, e qua non servono a nulla le raccomandazioni. Il mondo delle relazioni sentimentali è più spietato di quello lavorativo.

Ecco perché una frase come “so di non essere un granché” o “so di non essere speciale”, se all’apparenza può sembrare un’errore di comunicazione, in realtà fa parte di una strategia molto sensata. Infatti chi sarà attratto da una dichiarazione del genere, è difficile che poi resti deluso, perché sarà uscito di casa senza aspettative. “E quindi è più facile che scatti la scintilla” dice Nadia.

In questo modo non si creano illusioni, o meglio: se ne creano di molto raffinate.

“È importante capire che la persona che viene qua non è un emarginato all’ultima spiaggia come pensano alcuni” precisa. “Tutt’altro. Sono spesso persone molto molto selettive, di solito divorziate, che non hanno voglia di perdere tempo con storielle, ma vogliono trovare una persona con cui condividere una certa progettualità”.

Progettualità vuol dire “capacità di elaborare progetti”. In questo caso i progetti sarebbero le relazioni stabili, possibilmente a lungo termine. “C’è chi va a convivere, chi sta insieme ma ognuno a casa sua, chi invece si sposa e fa figli” racconta Nadia. “Ma lo scopo generalmente è quello: formare una coppia. Mi hanno invitata a tanti matrimoni, ma non ci sono mai andata, non mi sembra professionale”.

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Viene da chiedersi perché allora non mettersi d’accordo formalmente saltando la parte dell’innamoramento, come di fatto avveniva e avviene ancora in certe culture. In realtà per noi questa prima fase è fondamentale. Quello che chiamiamo innamoramento è un insieme di fenomeni necessari alla formazione della coppia e al consolidamento del suo legame.

Potrete non essere d’accordo, dato che l’aspetto culturale dell’innamoramento si è talmente evoluto da farcelo apparire molto più complesso di quello che è, ma se lo vediamo con gli occhi della biologia e dell’antropologia il senso è sempre quello. Tutta questa serie di impulsi ed emozioni che fanno sì che l’incontro tra le due persone risulti gradevole soprattutto grazie ad alcuni neurotrasmettitori (in particolare la dopamina, che dà la sensazione di piacere) hanno lo scopo di creare un’unione stabile. Secondo un popolare testo degli anni ’60 dell’etologo Desmond Morris, probabilmente superato ma sempre suggestivo e stimolante, l’innamoramento è nato come esigenza per tenere unita la coppia e limitare i contrasti all’interno di un gruppo:

Era inaudito per un virile primate maschio partire per una spedizione in cerca di cibo lasciando la sua femmina esposta alle avances di qualunque maschio di passaggio. Nessun addestramento culturale poteva farglielo sembrare giusto. Ciò richiedeva un maggior adattamento al modo di vivere sociale. Il risultato fu la formazione di un legame tra la coppia. Lo scimmione cacciatore maschio e la sua femmina furono così obbligati ad innamorarsi e a restare fedeli l’uno all’altra.

(Desmond Morris, La scimmia nuda)

Si tratta dunque di un accordo tra due persone per creare un legame che porti alla riproduzione e successivamente alla difesa della prole. Ora le cose hanno cambiato un po’ d’aspetto, forse si sono “evolute” come ci piace dire, ma la sostanza è la stessa, come dimostra il fatto che anche la diffusione delle coppie omosessuali vada in quella direzione: creazione della coppia, famiglia, prole.

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Essendo aumentata considerevolmente l’offerta, cioè il numero di persone “singole”, non facenti parte di una coppia, è diminuito il tempo da dedicare alla ricerca della persona giusta, anche perché nel frattempo dedichiamo sempre gran parte del nostro tempo a procacciarci il cibo, cioè a lavorare.

Come spiega Nadia: “Molti mi dicono ‘se volessi accontentarmi riuscirei a trovare la persona giusta da sola, non verrei qua’. Sa, internet, i locali, le discoteche. Il punto però è che non vogliono perdere tempo”.

Esattamente come un’azienda. E così come sul mercato del lavoro per essere appetibili bisogna avere certe voci nel curriculum, anche qui ci sono alcuni requisiti fondamentali che è necessario indicare per non essere esclusi a priori e per aumentare le probabilità di essere scelti.

Età, situazione professionale, bella presenza oppure no, in alcuni casi tipologia fisica (bellezza mediterranea, ad esempio), precedenti rapporti (divorzio alle spalle, figli), intenzioni sul tipo di rapporto, presenza o meno di interessi, però senza scendere troppo nel dettaglio, “perché altrimenti si rischia di essere riconosciuti, e gli annunci sono anonimi. Ad esempio il ragazzo che c’era prima mi ha specificato di non scrivere di cosa si occupa, perché fa una cosa molto particolare e siccome l’annuncio va sul giornale locale qualcuno l’avrebbe potuto riconoscere”.

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Il profilo che viene fuori è dettagliato, ma l’annuncio dev’essere sintetico. Voi ad esempio potete pensare di essere le persone più interessanti della terra, di essere speciali, e in un certo senso è così. Il problema è che anche altri pensano la stessa cosa, e quindi se Nadia non facesse da filtro ci sarebbero più annunci di persone che sostengono di essere tutte speciali. Annunci così non sarebbero credibili. Farebbero l’effetto di pubblicità di prodotti che sostengono tutti di essere i migliori e che urlano: compraci, compraci! Il consumatore attento storce il naso, non si fida.

Ecco quindi che Nadia riduce tutto ai minimi termini, a ciò che secondo lei conta davvero, alle informazioni basilari, nella maniera più semplice e onesta, in base a una metodologia di classificazione ormai rodata e basata sulla pratica di anni di esperienza.

Dire “sono un sognatore” serve meno di scrivere “sono un non fumatore”. Così come scrivendo un curriculum è più utile specificare che si possiede la patente e si è auto muniti e non che si ritiene di essere delle persone eccezionali. La prima affermazione (patente) è un dato oggettivo, verificabile, attendibile, la seconda (persona eccezionale) no. Il mondo è pieno di persone che dicono di essere eccezionali. Ma intanto vediamo se hanno la patente.

(Curiosamente, il possesso o meno di un’automobile è determinante anche nella ricerca di una persona con cui vivere. Un 40enne che non guida ha meno possibilità di un coetaneo automunito.)

Quindi potete anche parlare di voi stessi per un’ora, e Nadia annuirà sinceramente interessata alla vostra vita, sorriderà e vi farà sorridere, ma poi sul giornale apparirà una riga così: “43 anni, separata, alta, graziosa. Impiegata”. Praticamente un haiku. Sintesi estrema, nessuna bugia, l’umanità telegrafabile, o twittabile, se preferite.

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La situazione economica e lavorativa è fondamentale. “Insomma, per un disoccupato è dura, diciamo la verità” ammette Nadia. “Io non li voglio discriminare, questo è chiaro, ma bisogna essere realisti, sono difficili da sistemare. C’è una scaletta di bisogni, diciamo, e il lavoro è uno di quelli più importanti. Un disoccupato parte male”.

Le altre persone difficili da sistemare, oltre ai disoccupati, sono gli anziani e gli omosessuali.

Nadia mi spiega perché: “A volte mi capitano 65enni che vengono qua dicendomi che cercano una ragazza giovane per mettere su famiglia. E io gli dico: se ne è accorto ora che vuole mettere su famiglia? Ovviamente scherzo, lo faccio con gentilezza e ironia. Ma in certi casi hanno pretese impossibili. Sono quasi sempre uomini che vogliono donne giovani. Mi è capitato anche un signore di 90 anni. Ha insistito tanto per incontrarlo e quando l’ho visto mi ha sorpresa: era un bell’uomo, spalle dritte, venne qua con la bicicletta, elegante, giacca e cappello, colto, educato, una bella persona. Ma il problema è sempre trovare un profilo corrispondente. Nel suo caso non era facile”.

Con gli omosessuali il problema invece è un altro: “Me ne sono capitati alcuni, ma io non li tratto. Semplicemente perché è un mondo che non conosco e non riuscirei ad aiutarli in maniera professionale. Poi è anche un fatto di numeri: se si presentano 4 persone omosessuali e devo sistemarli tra loro come faccio? Diventa difficile”.

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Gli stranieri sono pochi. Ma rispetto al passato sono in aumento le donne straniere, che Nadia apprezza molto: “Soprattutto quelle dell’est. Donne serie, grandi lavoratrici, testa sulle spalle, spesso con patente, automobile e casa, e intenzionate a rapporti seri”. Praticamente perfette, agli occhi di Nadia.

A parte casi eccezionali come quello dell’arzillo ed elegante 90enne, la maggior parte dei clienti sono nella fascia 40/50.

“La maggioranza di quelli che vengono qua sono 40enni divorziati. A volte vengono uomini che stanno ancora divorziando. Mettono le mani avanti. Sa com’è, con le separazioni spesso si crea il vuoto, gli amici in comune spariscono, quindi iniziano a progettare da subito un’altra vita, non vogliono restare  soli. Quelli sotto i 40 è facile che siano celibi o nubili. Mentre dai 50/60 in su è facile che siano vedovi.” E i giovani?

“Ci sono, sono pochi ma ci sono. Sono meno rispetto al passato, l’età media si è alzata. Da poco è venuta una 23enne, carina, però introversa, molto concentrata sullo studio, non era tipa da locali, diciamo che si era un po’ isolata. Si è rivolta a noi per conoscere delle persone di buona cultura. Ma i giovani sono pochi, usano altri mezzi. Stanno lì a giocare su internet, a perdere tempo… Online c’è troppa scelta e ognuno può dire di sé quello che vuole, ci si fanno troppe illusioni”.

Il contratto che la persona stipula con l’agenzia dura 12 o 18 mesi. Vuol dire che in quel periodo di tempo Nadia e la sua collaboratrice contatteranno la persona proponendole degli incontri. L’agenzia viene pagata all’inizio per poi fornire al cliente contatti con persone da conoscere. Può andare bene al primo colpo, oppure no e allora si tenta finché il cliente è soddisfatto o il periodo del contratto è concluso. “Insomma, non presentiamo le persone per tutta la vita. A un certo punto il nostro lavoro finisce”.

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Quando vengono trovati due profili che potrebbero corrispondere Nadia chiama prima la donna e le propone il contatto. “Chiamo prima le donne perché sono più noiosine, selettive, danno più problemi. Allora dico: guarda, c’è questa persona, ha 38 anni, fa questo lavoro, ha questo titolo di studio, è celibe, divorziato, figli, non figli, non fuma, ha questi interessi, spiego insomma un po’ chi è questa persona, senza dire chi è la persona. Se lei dice di sì, allora io chiamo lui e gli do il numero di lei. A quel punto lui la chiama e noi ci mettiamo da parte: abbiamo creato il contatto, il resto, cioè l’incontro, spetta a loro. Anche se a volte vorrei vedere cosa succede durante gli incontri! Ovviamente non posso, ma mi piacerebbe, sarei curiosa”.

Le persone quindi si sentono via telefono e si mettono d’accordo per vedersi e conoscersi. Nadia suggerisce che questa parte sia il più breve possibile, altrimenti si rischia di creare illusioni e di distruggere tutto il lavoro di sintesi e sottrazione fatto dall’agenzia. “È il primo consiglio che do: non fate l’incontro al telefono, non mandatevi foto, non ditevi troppe cose, non create illusioni e aspettatevi o idee strane, non descrivetevi. Bisogna vedersi direttamente, parlate di voi fuori, all’incontro vero”.

Perché qui entra in gioco un altro aspetto fondamentale, quello dell’attrazione fisica. Ad esempio qualche giorno fa una cliente di Nadia ha chiesto al contatto che l’agenzia le aveva fornito di mandarle una foto. Lui ha commesso l’errore di mandargliela: “Lei non l’ha voluto più incontrare! Ma questo non era un uomo brutto, anzi. Era un bell’uomo. Uno di bella presenza. Ma nella foto era venuto male. Se si fossero visti dal vivo magari poteva andare bene”.

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Le persone normalmente si incontrano per un caffè, un aperitivo o una pizza. L’importante è che sia un posto non troppo affollato, altrimenti non si riesce a parlare bene. Dopo il primo incontro i clienti fanno sapere a Nadia se è andato bene o no: “Intanto mi serve per sapere se devo proporre altre persone, ma poi mi serve anche come metro di misura per capire a chi può andare bene quella persona”.

A volte le cose che fanno la differenza sono le più elementari, basilari: “Oggi, sembrerà strano, la cosa più difficile è mettere insieme fumatori con non fumatori” spiega Nadia. “Un tempo fumavano tutti, quel portacenere che vede là era sempre pieno, era normale. Oggi sarebbe impensabile, i non fumatori non sopportano più i fumatori. La maggioranza dei clienti mi dicono che preferiscono una persona che fuma, e i fumatori mi chiedono persone che non abbiano problemi con il fumo”.

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E il fattore religione? Chiedo a Nadia se è cattolica. “Ma cosa fa, mi chiede queste cose? Non si può, sono dati sensibili!” dice sorridente. Mi scuso, le dico che se preferisce non lo scrivo. “Ma no, lo scriva pure. Sono cattolica ma non frequento molto la chiesa, come molti italiani. Però ho certi valori. Ho fatto le scuole cattoliche e penso che quell’educazione mi abbia dato tanto. Ecco, questo lo scriva”.

Ma capita che una persona richieda come requisito l’appartenenza una religione? “Io non lo chiedo perché sono dati sensibili [frecciatina a me], ma è capitato che loro me l’abbiano voluto dire, e allora io ne tengo conto. Se una persona mi dice che va regolarmente in chiesa, e se capisco che una persona invece è molto diversa, allora non le faccio incontrare. Sa, è vero che gli opposti si attraggono, ma la relazioni stabili sono quelle tra simili”.

Martino Pinna

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