Farro per fermare il declino

Ovvero, il vestito nuovo di CasaPound. Un’indagine iconografica sui simboli utilizzati da “Sovranità”, una nuova formazione politica, chiamata a puntellare la Lega fuori dal territorio padano.

di Raffaele Alberto Ventura

Nelle piazze italiane mobilitate da Matteo Salvini ha fatto la sua comparsa la bandiera di una nuova formazione politica, chiamata a puntellare la Lega fuori dal territorio padano: si chiama Sovranità ed è il partito di Simone Di Stefano, numero due di CasaPound. Degli autoproclamati “fascisti del terzo millennio” Sovranità sembra voler incarnare una versione presentabile, per famiglie o magari per governi, “un passo in avanti… un soggetto politico in cui si può interagire senza avere retroterra ideologici” secondo Di Stefano. Ma per capire l’essenziale di questa nuova offerta politica non è necessario ascoltare lunghi discorsi pieni di circonlocuzioni ed eufemismi: il piano dei simboli è già abbastanza ricco di significati, e i “retroterra ideologici” ancora piuttosto presenti.

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Se Gianluca Iannone, leader storico del movimento, mantiene il suo look da rockstar in giacca di pelle, Simone Di Stefano preferisce indossare giacca e camicia, radendosi con cura barba e capelli. E se CasaPound conserva la sua vecchia grafica rossonera, in odore di nazionalsocialismo, Sovranità ha scelto di sostituirla con una più sobria, azzurro e giallo. In politica, i colori hanno ovviamente un senso. Diverse tonalità di blu, che evocano forse la nazionale italiana di calcio, contraddistinguono da vent’anni i partiti di destra parlamentare. Anche in Francia, Marine Le Pen ha trasformato il partito del padre in un “Rassemblement Bleu Marine”. E il giallo? Oltre a segnalare una continuità con l’esperienza giallo-blu de La Destra di Storace, che nel 2008 aveva candidato Iannone al parlamento, che cosa indica il giallo?

Basta guardare il disegno al centro dello scudo: il giallo sta per il grano, tre spighe disegnate sopra il nome del partito e la scritta “Prima gli italiani”. Almeno tre livelli di lettura, strettamente collegati, spiegano questo tema iconografico e permettono d’inquadrare l’orizzonte ideologico del partito: il primo è un riferimento alla politica monetaria, il secondo è un riferimento alla teoria economica e il terzo è un riferimento storico-politico. Tutto questo, in tre spighe di grano.

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Cominciamo dalla politica monetaria. Il termine “sovranità” è tornato prepotentemente d’attualità negli anni della crisi dell’euro, mano a mano che a destra come a sinistra, tra grillini, berlusconiani, keynesiani, leghisti e neofascisti, si diffondeva l’idea che soltanto recuperando la capacità di battere moneta — la cosiddetta sovranità monetaria — gli stati dell’Unione Europea sarebbero riusciti a ripagare i loro debiti e rilanciare l’economia. La diffusione di questa idea, spesso in forma di favola populista o di delirio cospirazionista, ha sicuramente giovato ai movimenti che ne avevano fatto da tempo una battaglia, come appunto CasaPound.

Il nome del primo “centro sociale di destra”, come noto, deriva dal poeta fascista Ezra Pound. A partire dagli anni 1930 Pound si era dedicato alla denuncia delle disfunzioni del sistema monetario, proponendo fantasiose riforme per contrastare l’influenza delle banche. Oltre mezzo secolo più tardi, le teorie di Pound avevano ispirato al giurista Giacinto Auriti l’elaborazione di ulteriori teorie sul “signoraggio bancario” e la “moneta del popolo”. Ispiratore di Beppe Grillo per lo spettacolo Apocalisse Morbida del 1998, Auriti si candidò alle elezioni europee del 2004 nella lista Alternativa Sociale di Alessandra Mussolini: ma la sua influenza e la sua opera di divulgatore del pensiero poundiano si estende su tutta l’area post-fascista (e oltre).

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Il programma di CasaPound è sempre stato chiaro: “l’Italia deve stampare la moneta che usa” ovvero uscire dall’euro e tornare alla lira. Le spighe di grano sono quindi innanzitutto un riferimento subliminale al vecchio conio, alle monete da due o dieci liresulle quali erano incise proprio delle spighe; e sull’altra faccia un aratro o un contadino, a significare il lavoro umano necessario a produrre quel grano.

Ma perché disegnare delle spighe sulle monete? E così veniamo al secondo livello iconografico, che fa riferimento a una certa visione dell’economia. La spiga è un motivo ricorrente in numismatica fin dall’antichità, presente anche sulle monete del Regno d’Italia e riproposta oggi addirittura dall’ISIS nel suo progetto di moneta aurea che dovrebbe valere su tutto il territorio del Califfato. Il grano serve qui a rappresentare la ricchezza reale che la moneta permette di comprare e sulla quale fonda il suo valore.

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Nello stesso modo, nel simbolo della lista Sovranità la presenza delle tre spighe serve a rivendicare la centralità dell’economia reale: un ritorno alla concretezza da opporre alle astrazioni della finanza, un ritorno alla terra e al lavoro. Si tratta di una sorta di “citazione visiva” dalla dottrina dei fisiocratici del Settecento, anche questa cara a Ezra Pound, secondo i quali la fonte di ogni ricchezza è l’agricoltura. È improbabile che i sostenitori di Sovranità siano effettivamente dei neo-fisiocratici, convinti che l’Italia debba concentrarsi esclusivamente sull’agricoltura: il grano vale qui come sineddoche di un intero tessuto produttivo — ma svela anche un’insospettabile sensibilità hipster per il ritorno alla vita contadina. Non ci stupirebbe che a questo punto spuntasse spuntasse un Carlo Petrini di destra a proporre uno Slow Food neo-fascista, ispirandosi alla propaganda gastronomica del ventennio

Quello del valore della terra è un luogo comune radicato nel buon senso popolare, come conferma un recente studio del Censis per conto della Confederazione Italiana Agricoltori: 82% degli italiani pensa che, per uscire dalla crisi, si debba tornare all’agricoltura. Ma se è indubbio che l’autonomia agricola rappresenta una sicurezza a fronte di un mercato internazionale instabile, o ancora di più, una precondizione per lo sviluppo degli altri settori economici — e tutto questo indipendentemente da ogni valutazione sul peso relativo del settore nel PIL, basso e decrescente nelle economie avanzate — è anche vero che da un’eventuale riconversione al settore primario non si possono certo attendere miracoli come ne promette Marine Le Pen. Nella loro foga di appropriarsi del buon senso popolare, gli alfieri del nuovo protezionismo dimenticano una cosa soltanto: che il benessere di cui godono gli occidentali non lo hanno prodotto ma lo hanno scambiato.

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La retorica fisiocratica si ritrova nei più svariati contesti, e nei più svariati contesti è stata prima invocata come soluzione di tutti i mali e poi rapidamente abbandonata: per esempio le spighe di grano erano un elemento ricorrente anche nell’iconografia sovietica. In pratica però l’Unione Sovietica a partire dal 1929 cessò di considerare prioritaria l’agricoltura, e a partire dagli anni Sessanta iniziò a vivere del surplus granario statunitense. I russi si erano accorti di essere in grado di esportare beni più redditizi dei cereali — petrolio, gas naturali, macchinari, ecc. — e così importavano dall’estero il loro fabbisogno di cereali. Insomma gli inaspettati vantaggi del commercio internazionale spedirono in soffitta ogni tentazione pseudo-fisiocratica…

A quanto pare si tratta di una tentazione che riaffiora quando la globalizzazione torna a essere svantaggiosa. Eppure il mito dell’autosufficienza alimentare non apre nessun orizzonte diverso dalla pura e semplice economia di sussistenza: ovvero proprio quella “austerità” che i partiti anti-europeisti pretendono di denunciare, e verso la quale invece mirano con i loro programmi.

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Per l’elettore italiano le tre spighe portano con sé un terzo e ultimo significato ovvero un riferimento storico alla famosa campagna nota come “Battaglia del grano”, lanciata da Mussolini nel 1925 allo scopo di perseguire l’autosufficienza di frumento in Italia. Nel discorso fascista, il grano è simbolo e strumento dell’autarchia alimentare ovvero della sovranità pienamente realizzata. Per citare un vecchio documentario dell’Istituto Luce:


Il Duce della nuova Italia ha bandito la santa battaglia. Rendere nuovamente la Patria l’
alma parens frugum [“madre dei cereali” come dicevano i romani per via della centralità del settore fino ai secoli III-II a. C.], toglierla dalla servitù straniera! Fare si che il pane, puro alimento di vita, non venga come elemosina oltre confine.

Sullo scudo della lista Sovranità quelle tre spighe di grano possono dunque essere interpretate non più soltanto come evocazione nostalgica della lira e degli anni del boom in cui l’Italia produceva vera ricchezza, ma inoltre — e non dovrebbe costituire una sorpresa — come evocazione nostalgica dell’Italia fascista. Concatenando nel loro nuovo simbolo tre diverse interpretazioni di un medesimo motivo iconografico, i “fascisti del terzo millennio” indicano che la ripresa economica italiana dovrà necessariamente passare dall’uscita dall’euro e dall’instaurazione di un regime autarchico. Uno “Stato commerciale chiuso” come quello progettato da Johann Gottlieb Fichte nel suo omonimo libro del 1800, feticcio di una certa destra che va da Franco Freda (che lo ha ripubblicato nel 2009) a Diego Fusaro (che gli ha dedicato uno studio nel 2014).

D’altra parte, se risaliamo la corrente del nazionalismo socialista fino alle sue origini torniamo sempre alle spighe di grano: quelle spighe di grano il cui valore di mercato venne fatto precipitare dalle riforme della Rivoluzione francese, così rovinando la classe dei proprietari terrieri che reagì affidando al visconte Louis de Bonald il compito di riformulare l’ideologia dell’Ancien Régime e, contemporaneamente, la matrice di un anti-liberalismo per i secoli a venire.

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Non condividere il programma sovranista non significa ignorare i seri problemi sollevati — cavalcati? — o, peggio, voler evacuare ogni possibile dibattito limitandosi alle consuete accuse di razzismo, ignoranza e antipolitica. Nel 2008 la crisi americana dei subprime ha attirato l’attenzione sulla massa di capitale fittizio circolante nelle arterie del sistema finanziario mondiale; successivamente, la crisi del debito sovrano nell’Eurozona ha messo in evidenza la crescente difficoltà delle economie avanzate a produrre ed esportare una ricchezza che ripaghi le risorse investite.

Ma col pretesto di rispondere a queste sfide in maniera radicale, i sovranisti di CasaPound sembrano in realtà — fin dal loro simbolo — proporre come rimedio un best of degli errori già praticati: primo, emettere ulteriore capitale fittizio sotto forma di moneta sovrana (ritorno alla lira); secondo, inseguire settori produttivi senza avvenire per soddisfare qualche impulso romantico da bourgeois bohème virato a destra (ritorno alla terra); e infine terzo, affidarsi sempre e comunque al culto dello Stato Provvidenza, qui nella versione mussoliniana (ritorno al fascismo). Farro per fermare il declino? Se soltanto le cose fossero così semplici!

Raffaele Alberto Ventura

Ogni anno in Italia ci sono una ventina di nuovi Benito

Grazie al sito dell’Istat è possibile sapere che nomi vengono dati ai nuovi nati in Italia dal 1999 al 2013. Ovviamente la tentazione di inserire certi nomi è stata forte, e diciamolo subito: non abbiamo resistito.

benitiCi siamo chiesti: quanti Benito nascono ogni anno in Italia?

Nel 1999 erano 62 i nuovi nati con questo nome. Poi sono andati progressivamente diminuendo: intorno ai trenta tra il 2004 e il 2009, solo 11 nel 2012 e 13 nel 2013.

Negli ultimi anni, dopo l’elezione del papa, il nome più diffuso tra i maschi è diventato Francesco.

Negli anni ’30 erano tantissimi i bambini che venivano chiamati Benito, ovviamente in omaggio a Mussolini, ma erano tante anche le Rachele e gli Adolfo. Nomi che oggi si sentono sempre meno, eccezione fatta per Rachele, nome bello e sempre diffuso (800 nel 2013).

Per ovvi motivi dopo la fine del fascismo il nome Benito è lentamente caduto in disuso, essendo troppo legato alla figura del dittatore, un po’ come è capitato con il nome Adolf in Germania. Ma ancora oggi qualcuno dà quel nome ai propri figli. Difficile che si tratti solo di nostalgici, più probabile che i motivi siano legati all’usanza di dare ai neonati i nomi dei nonni.

Qualche anno fa il Movimento sociale-Fiamma Tricolore, per fermare il declino del nome Benito, offriva 1500 euro a chi chiamava i propri figli così. Il partito neofascista all’epoca rispose che non c’era “nessuna connotazione fascista” nell’iniziativa, e che la scelta dei nomi era casuale.

Curiosità: anche Mussolini non era il primo Benito, ovviamente. Suo padre scelse questo nome in omaggio a Benito Juárez.

Sono italiano e nessuno mi farà niente

di Anna Ferri

Una mattina Guido Melli, uscendo dal barbiere, barba e capelli tagliati di fresco, fu fermato dai fascisti e portato in prigione, prima di essere deportato al campo di transito di Fossoli, nel modenese, e poi ad Auschwitz, dal quale non fece più ritorno.

Morì il 4 maggio 1944 di malattia: “Era diabetico, le condizioni del lager lo uccisero prima della camera a gas”, scrive il giornalista Arrigo Levi nel suo libro “Un Paese non basta”. Guido Melli era nato a Reggio Emilia alla fine dell’Ottocento, era sposato con Adriana Usiglio e a Modena aveva un negozio di abbigliamento inglese al numero 85 di via Emilia centro, vicino al Portico del Collegio.

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Melli aveva alcune cose che i fascisti proprio non potevano mandar giù: la prima era che era ebreo, la seconda che non la pensava come loro e non faceva nulla per nasconderlo; la terza era che non aveva paura e la quarta, molto legata alle altre due, era che l’8 settembre del 1943 aveva preso a schiaffi, sotto il Portico del Collegio e quindi in pieno centro storico, un caporione fascista. Quando da un funzionario della questura arrivò la soffiata che i fascisti sarebbero passati a cercare gli ebrei lui non ne volle sapere di scappare. Silvana Formiggini racconta che “Guido Melli rifiutò di nascondersi nella convinzione che non potesse accadergli nulla, ma fu arrestato il 12 novembre 1943. Gli dicevano dai nasconditi e lui che cosa? Io sono modenese e nessuno mi farà niente. E invece, un giorno, lui antifascista da sempre, conosciuto, era andato a farsi tagliare i capelli. Uscito dal barbiere l’hanno preso e poi l’hanno mandato ad Auschwitz e da Auschwitz non è più tornato”.

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Guido Melli fu portato nel campo di Fossoli insieme allo zio di Arrigo Levi, Enrico, come racconta il giornalista nel suo libro. Pochi mesi prima della sua morte fece un gesto molto coraggioso: firmò insieme ad altri otto internati un appello scritto a macchina, indirizzato al vescovo di Carpi e all’arcivescovo di Modena. Nella lettera si chiedevano “soccorsi per vecchi, donne, bambini, infermi, implorano alla umana solidarietà dei meno diseredati”. Per farlo corsero rischi terribili: se scoperti sarebbero stati uccisi all’istante. Secondo Arrigo Levi, però, la lettera non raggiunse mai il vescovo. In ogni caso, il giorno dopo averla scritta e consegnata in mani ritenute sicure – il 20 febbraio 1943 – giunsero al campo di Fossoli le SS e il mattino successivo si seppe che “gli ebrei sarebbero partiti”.

E’ Primo Levi a raccontare quella lunghissima e terribile notte dove la speranza morì – perché nessuno ancora sapeva cosa fosse Auschwitz ma tutti avevano capito che la fine era vicina – ma nonostante questo “le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero i bagagli, e all’alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare” scrive Levi in “Se questo è un uomo”. Guido Melli viaggiava su uno dei dodici vagoni: erano in seicentocinquanta “pezzi”, come li chiamavano i funzionari fascisti. Con loro non c’era lo zio di Arrigo Levi, Enrico, che era stato trasferito in ospedale poco prima della partenza e dal quale riuscì a fuggire due giorni dopo. Arrivati ad Auschwitz dopo un lunghissimo viaggio tra freddo e fame, le porte si aprirono: “In meno di dieci minuti tutti noi uomini validi fummo radunati in un gruppo. Quello che accadde degli altri, delle donne, dei bambini e dei vecchi noi non potemmo stabilire allora né dopo: la notte li inghiottì, puramente e semplicemente”. Guido Melli finì nel gruppo dei sani, di quelli che potevano lavorare. Tre mesi dopo morì a causa del diabete e per le dure condizioni di vita. Non aveva ancora 50 anni. Ne aveva 47 quando fu portato via dai fascisti, barba e capelli appena tagliati.

 

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Fondazione CDEC, Fondo Massimo Adolfo Vitale

Arriviamo davanti alla porta del suo negozio 71 anni dopo il suo arresto guidati da un’applicazione per smartphone e tablet che raccoglie alcuni itinerari legati ai luoghi della Resistenza. Si chiama Resistenza mAPPe, appunto. Pensiamo che Guido Melli, una cosa così, non se la sarebbe mai immaginata. A farla sono stati gli istituti storici dell’Emilia Romagna in rete ed è un po’ come la versione contemporanea dei percorsi tra i cippi partigiani e ha di bello che ti racconta qualcosa che non sapevi della tua città. La foto in bianco e nero di Guido Melli, un uomo con la faccia larga e i capelli ordinati, elegantemente vestito e con il volto girato di tre quarti e illuminato dalla luce come si usava nelle foto d’epoca, è spuntata dopo la tappa nelle carceri giudiziarie dove sempre Guido Melli era stato imprigionato con altri cinque modenesi: Giuseppe Coen, Marcello Coen e la moglie Ines Levi Coen, Mario Fornari e Gino Jona.

E’ il percorso sulla deportazione e la comunità ebraica di Modena. Siamo ancora qui davanti al numero 85 di via Emilia centro e decidiamo di entrare per chiedere se anche loro lo conoscono, Guido Melli. La commessa ci dice che sì, quello è il numero 85 ma il negozio in realtà è su corso Canalgrande, a due passi da lì. Giriamo l’angolo e vediamo l’insegna bianca e luminosa: Melli. E’ un negozio di vestiti eleganti e dentro ci sono due signori che stanno rifacendo la vetrina. Entriamo per chiedere se quello è proprio il negozio di Guido Melli e loro dicono che sì, è proprio quello. Allora ci viene spontaneo chiedere se sono parenti, visto che il nome è lo stesso. No, non sono parenti.

Però il signore più anziano lavora qui dal 1959 e ha conosciuto la famiglia di Guido Melli. La moglie e la figlia sono state deportate in un campo di concentramento in Svizzera ma sono sopravvissute e finita la guerra sono tornate a casa. Il proprietario si chiama Andrea Serrao e ci spiega che “l’arredo è lo stesso di quando c’era Guido Melli, solo il pavimento e il soffitto sono cambiati”. Ci guardiamo intorno e respiriamo un po’ di storia, felici che di Guido Melli sia sopravvissuto qualcosa di più del ricordo.

Anna Ferri