Una dura giornata di lavoro

Nel settembre 1939, la Polonia è costretta ad arrendersi in poche settimane all’aggressione tedesca che dà inizio alla seconda guerra mondiale. Prima della resa del 27 settembre, Varsavia viene bombardata notte e giorno dall’artiglieria di Hitler, intenzionato a distruggerla prima di impossessarsi delle rovine. Il 25 settembre, un’infermiera polacca, Jadwiga Sosnkowska, descrive così una sua giornata di lavoro:

La processione di feriti che arrivava dalla città era un’infinita marcia della morte. (…) Una volta, la vittima era una ragazza di sedici anni. Aveva una splendida massa di capelli d’oro, il volto delicato come un fiore, e i suoi begli occhi color zaffiro erano pieni di lacrime. Entrambe le gambe, fino alle ginocchia, erano ridotte a una poltiglia insanguinata, ed era impossibile distinguere la carne dalle ossa. Bisognò amputargliele sopra al ginocchio. Prima che il chirurgo iniziasse mi chinai su quella ragazzina innocente per baciarle la fronte pallida e poggiarle una mano impotente sulla testa dorata. Morì in silenzio durante la mattinata, come un fiore strappato da una mano priva di misericordia.

Al centro dell'immagine, Erich von Manstein.
Al centro dell’immagine, Erich von Manstein.

In quegli stessi giorni, il generale Erich von Manstein, considerato uno dei migliori generali della Wermacht e capo di stato maggiore di von Rundstedt nel gruppo di armate Sud durante la campagna di Polonia, descrive così, in una lettera alla moglie, la sua giornata di lavoro:

Mi alzo alle sei e mezza, mi tuffo in acqua per nuotare, arrivo in ufficio per le sette. I rapporti del mattino, caffè, poi lavoro o vado in giro con Rundstedt. Mezzogiorno, pranzo alla cucina da campo. Poi mezz’ora di pausa. Dopo la cena, consumata come il pranzo insieme agli ufficiali dello staff del generale, arrivano i rapporti della sera. Si va avanti fino alle undici e mezza.

Von Manstein fu anche colui che firmò un ordine affinché si sparasse contro ogni profugo che cercava di andarsene dalla capitale polacca assediata: si riteneva che l’impossibilità per gli abitanti di sfuggire ai bombardamenti avrebbe facilitato una rapida conclusione della campagna, evitando così alle truppe di invasione di dover combattere strada per strada. Eppure Manstein, ufficiale e gentiluomo, era un uomo tanto suscettibile e raffinato da abbandonare a volte la stanza dove von Rundstedt stava parlando perché non sopportava il linguaggio scurrile del suo capo.

Incredibile la sproporzione tra la percezione impiegatizia della propria azione da parte di von Manstein e gli effetti che questa provocava realmente, sulle persone.
Inutile buttarla sui quei cattivoni della Germania nazista: in tutte le guerre, in ogni latitudine e indipendentemente da chi le conduca, questa è l’esatta dimensione della differente percezione della realtà tra chi la guerra la fa e chi la subisce.

(I testi di Sosnkowska e von Manstein sono tratti dal libro di Max Hastings “Inferno, il mondo in guerra. 1939-1945“).

Leggi anche: “Il vero volto della guerra“.

Stato d’assedio permanente

Le storie degli scemi di guerra, i soldati della prima guerra mondiale sconvolti dalla violenza del fronte. Passavano dalla trincea al letto del manicomio. Ma la guerra per loro continuava.

Nel corso dei tre anni del primo conflitto mondiale, furono circa trecento i militari resi folli dalla guerra a essere ricoverati nel manicomio di Colorno. Non uomini, ma numeri. Prima buoni come carne da cannone. Poi come menti alienate da contenere e nascondere, o da “risistemare” per essere rispediti al fronte. Cento anni dopo, queste vittime della violenza del potere, meritano almeno quel poco di giustizia che può offrire loro la memoria.

Dentro il manicomio abbandonato di Colorno. VAI ALLE FOTO
Dentro il manicomio abbandonato di Colorno. VAI ALLE FOTO

Come ogni altro luogo abbandonato, l’ex manicomio di Colorno, nel parmense, è popolato da fantasmi. Con una differenza fondamentale: le ombre che oggi abitano le camerate fatiscenti di questo enorme labirinto sono stati fantasmi anche in vita.

Dall’apertura del manicomio, nel 1873, fino alla chiusura definitiva una ventina d’anni fa, sono state circa 16 mila le persone ricoverate qui, tante quante le cartelle cliniche conservate nell’archivio storico dell’ex ospedale. Donne e uomini affetti da alcolismo, demenza, imbecillità, idiozia, cretinismo, paranoia, psicosi ciclotimica, schizofrenia, paranoia. L’intero campionario di malattie mentali conosciute dall’Ottocento ad oggi.

Pazienti ricoverati alcuni per decenni, altri per pochi mesi. Come la maggior parte dei 285 militari che tra il 1915 e il ’18 transitano per questa struttura di retrovia, in preda a impazzimento per l’incapacità di dare un senso alla follia nella quale erano stati catapultati – morte, violenza, sangue, fango e merda – e che l’istituzione manicomiale era incaricata di recuperare nel più breve tempo possibile e rispedire, di nuovo “abili e arruolati”, al fronte. Sono i cosiddetti “scemi di guerra”. Una definizione ormai dimenticata per contrassegnare queste vittime di situazioni talmente abnormi, un continuo “stato d’assedio” fisico e psicologico, tale da risultare insostenibile e portare alla follia. Un’espressione popolare che troverà a lungo eco nel bonario rimprovero che alcuni anziani ancora oggi ricordano: “Non fare lo scemo di guerra in tempo di pace”.

VIDEO / LA GUERRA ALIENA


Alienati o non alienati? I soldati che dal fronte arrivavano al manicomio di Colorno venivano esaminati. La diagnosi era molto semplice: o eri alienato, o non lo eri. E se non lo eri dovevi tornare a combattere. Siamo andati a visitare l’ex manicomio abbandonato e l’archivio che contiene le migliaia di cartelle dei fantasmi che lo abitavano.

Video di Martino Pinna

Saranno circa 40 mila nel corso dell’intero conflitto i soldati italiani afflitti da quello che oggi viene denominato “Disturbo post traumatico da stress”. Percentualmente pochissimi rispetto ai poco meno di 6 milioni di mobilitati nel corso dell’intero conflitto, degli oltre 600 mila caduti e il milione e mezzo tra feriti e invalidi.

Ma quelle poche migliaia sono solo quelli ufficialmente censiti, cioè passati per le varie strutture manicomiali o per gli ospedali civili e militari con varie diagnosi di “alienazione”. Nella realtà, furono sicuramente molti di più, vista la ben nota tendenza da parte delle gerarchie militari e del personale sanitario di tutte le guerre a minimizzarne l’incidenza sulla psiche dei soldati, perché, come segnala Joanna Bourke nel suo saggio ‘Le seduzioni della guerra. Miti e storie di soldati in battaglia‘, anche volendo “quantificare i disturbi emotivi causati dalle guerre e dai combattimenti, i dati forniti dal personale medico risulterebbero inattendibili poiché spesso si evitava qualunque analisi di tipo psichiatrico e si preferiva stilare diagnosi più ‘sicure’, cioè fondate su cause organiche.

L’esercito negava e nega ancora oggi

Temendo che la perdita di soldati per motivi psichiatrici si riflettesse negativamente sulla loro immagine di comandanti, erano gli alti gradi dell’esercito a incoraggiare questo approccio”. Atteggiamento comune ancora oggi, se dobbiamo dar credito a un’inchiesta apparsa su “La Repubblica” nel settembre 2011 secondo la quale il Disturbo post traumatico da stress pare del tutto sconosciuto anche all’Esercito italiano contemporaneo, visto che «su 150.000 soldati impiegati all’estero risultano solo 2-3 diagnosi l’anno su circa 20 casi segnalati. Statisticamente zero».

Pur fermamente “negazionisti” rispetto alla guerra come causa primaria di forme psicopatologiche, medici e psichiatri italiani tra il ’15 e il ’18 furono costretti a riconoscere che «stando ai rapporti che provengono da neuropatologi e alienisti addetti ai servizi di Sanità militare, sembra che in tutti gli eserciti ora belligeranti le malattie nervose e mentali siano frequentissime». Tanto da indurli a scambiarsi continui “consigli pratici” per provvedere alle malattie nervose e mentali insorte nel corso del conflitto. Consigli volti però, in primo luogo, a dotarsi di strumenti per smascherare i simulatori intenzionati a sottrarsi al dovere patriottico di servire la patria offrendole la propria vita.

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Difficile in mezzo a una simile follia collettiva distinguere verità e finzione. Il vero malato dal vero simulatore. Come nel caso di Luigi B., ventiduenne fante di Tortona , nell’alessandrino, ricoverato a Colorno il 21 maggio 1917 e dimesso il 27 luglio come “non alienato”.

Nel diario clinico i medici scrivono che l’atteggiamento di Luigi è semplicemente volto a imitare il comportamento di un altro soldato, capace di convincere le autorità sanitarie circa la veridicità della propria malinconia. Dopo nemmeno dieci giorni da quella dimissione però, Luigi viene ricoverato una seconda volta, perseverando nel suo stato malinconico e depresso e, soprattutto, tentando due volte di suicidarsi. Tentativi che non bastano a convincere i medici dell’effettiva alterazione del suo stato psichico, ma che sono sufficienti comunque per farlo riformare in quanto «lo stato depressivo presentato è da ritenersi volontario, ma da interpretarsi come sintomo della sua incapacità a sottoporsi alla disciplina altrui».

La violenza della guerra e dello Stato

A fare impazzire i soldati infatti, non è solo l’immensa sofferenza della vita di trincea o la costante paura della morte, ma anche la ferrea disciplina militare attraverso la quale lo Stato, tradizionalmente assente nelle vite di uomini per lo più di estrazione popolare, manifesta d’improvviso il proprio enorme potere coercitivo esercitato da moltissimi ufficiali la cui ottusità e crudeltà è ormai accertata dalla storiografia, a partire dal comandante in capo dell’esercito italiano fino al novembre del ’17, generale Luigi Cadorna.

Valutazioni inconcepibili per gli psichiatri dell’epoca che, al contrario, continuarono a mettere al riparo l’esercito da qualsiasi responsabilità nel produrre psicopatie riconoscendo al massimo che sì, la guerra poteva esasperare gli stati d’animo dei soldati, intensificando in loro emozioni come l’ansia, la paura e l’angoscia, ma che eventuali derive patologiche erano possibili solo in soggetti costituzionalmente predisposti. Insomma, gente che la follia ce l’aveva nel sangue, ereditaria. Pronta a scatenarsi alla prima occasione che, non fosse stata la guerra, avrebbe certamente trovato altri eventi più o meno traumatici per manifestarsi.

Gente che andava individuata e isolata, al fine di “provvedere alla profilassi morale dell’esercito combattente con l’allontanarne gli elementi che lo possono inquinare. Infatti è disastroso il potere di diffusione di contagio di cui può essere capace un solo alienato paranoico perseguitato-persecutore, o i danni enormi che può cagionare l’esecuzione di delicati ordini affidati ad un graduato che sia alienato o semplicemente psicopatico”.

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Come per tutti coloro che subirono analoga sorte, quasi certamente tutti i militari che passarono per Colorno – durante e anche dopo la guerra – venivano da un primo ricovero in un ospedale nei pressi del fronte. Solo in seguito, se ritenuti bisognosi di ulteriore osservazione o di tempo per recuperare, venivano allontanati dalla prima linea e inviati in ospedali di retrovia. Quando possibile, nei pressi del territorio d’origine.

Come nel caso del soldato Antonio T., trentenne parmense, trasportato nell’ottobre 1916 dall’ospedale da campo di San Giorgio di Nogaro, in Friuli, a Colorno con la diagnosi di «stato depressivo». Non riusciva a dormire, rifiutava il cibo e continuava ad avere allucinazioni terrificanti anche a distanza di mesi, racconta Ilaria La Fata nel suo saggio ‘Follie di guerra – Medici e soldati in un manicomio lontano dal fronte‘, imprescindibile per ripercorrere la storia dell’ospedale psichiatrico di Colorno durante il periodo bellico. Nell’aprile dell’anno successivo, Antonio si trova ancora in manicomio, e sebbene sia «più quieto», il suo stato d’animo e la sua disperazione non sono mutati, come riporta la sua cartella clinica:

[quote_center]“Sta quasi sempre nel corridoio dell’infermeria, in un angolo, col viso nascosto fra le braccia, silenzioso. Se lo si interroga non risponde, se si insiste a lungo solleva il capo e con atteggiamento irato e disperato dice: ma sì! Ammazzatemi pure, fate ciò che volete, assassini”.[/quote_center]

O ancora, tra quelle mura si è consumata la storia di Giuseppe S., venticinquenne di Borgotaro, sempre nel parmense, cominciata (perché la sua vita, come quella di quasi tutti gli altri fantasmi di Colorno, inizia e si conclude nelle poche notizie conservate nella sua cartella clinica) nella primavera del 1918 quando, durante una licenza, profondamente turbato e terrorizzato dalle esperienze vissute in trincea, diviene preda di continue allucinazioni.

E’ convinto di essere ancora al fronte e di doversi misurare contro il nemico, parlando «da sé ora ad alta voce, ora a bassa voce, sempre di guerra come se fosse in azione, assalendo o respingendo i nemici o fuggendoli terrorizzato». Dopo essere stato ricoverato a Mantova con una diagnosi che da «psicosi di natura traumatica» diviene «sindrome schizofrenica» – insistendo significativamente su di una sua patologia latente più che su cause esterne – Giuseppe viene ricoverato a Colorno nel 1919, rimanendovi pressoché nello stesso stato fino alla morte, avvenuta il 17 marzo 1942:

[quote_center]“Egli non ha mai dato segno di interessarsi a cosa o a persona alcuna, con chi lo visita è completamente indifferente e si limita a mangiare ciò che essi gli portano senza dire una parola, mai esprime il più piccolo desiderio o bisogno. Se lo si lascia resta sdraiato tutto il giorno in terra, alla pioggia o al sole inerte, isolato nella sua apatia”[/quote_center]

La storia non siamo noi

Vite inutili. Dimenticate. Divorate dal tritacarne della Storia, come si usa dire dire in casi simili. Come se la storia stessa fosse un prodotto del caso, del destino, della volontà di un dio, e non di una partita a scacchi giocata in ogni luogo e in ogni tempo dalle oligarchie politiche, militari, economiche sulla pelle di pedine come Giuseppe e Antonio e di tutti gli altri spiriti muti che ancora oggi abitano i grandi spazi abbandonati del manicomio di Colorno.

filo spinato

Una struttura che rispetto a tante altre analoghe sparse per l’Italia, ha una particolarità davvero unica. Sorge letteralmente incollata allo stupendo palazzo ducale – meglio noto come la reggia di Colorno, costruita agli inizi del XVIII secolo dai Farnese – in un edificio un tempo convento dei Domenicani. Con la destinazione ad uso manicomiale del 1873 di quella parte adiacente la reggia, residenza estiva della duchessa Maria Luigia d’Austria fino alla sua morte nel 1847, il palazzo conosce – come per contagio virale – una decadenza ininterrotta fino al recupero e restauro completato a cavallo del nuovo millennio, non a caso in coincidenza con la definitiva chiusura del manicomio. I cui edifici versano invece ancora oggi in stato di totale abbandono, mentre parte della reggia riportata all’antico splendore è ora sede della Scuola internazionale di cucina italiana di Gualtiero Marchesi.

La porta aperta

Per poter visitare la struttura manicomiale bisogna chiedere autorizzazione all’Asl che però la nega, in quanto pericolante. Sia la parte ottocentesca che le orride ali aggiunte successivamente in varie fasi nel corso del Novecento sono dunque teoricamente inaccessibili: delle parti più recenti sono murate sia porte che finestre, mentre l’edificio che costituisce il nucleo originario è protetto al piano terra da spesse inferriate.

Peccato che il massiccio portone dell’ingresso principale che dà sulla centralissima via Roma, sia semplicemente accostato, in modo tale da rendere l’ex manicomio, nel peggiore dei casi facile preda di vandali di ogni tipo che infatti hanno fatto scempio degli interni dell’edificio; nel migliore, luogo di culto per abbandonisti, che non sono coloro che la psicoanalisi definisce affetti da un “atteggiamento rinunciatario e passivo”, ma i molti appassionati attratti dalla desolazione delle rovine.

numeri ricoverati

Desolazione che è facile immaginare abbia accompagnato le vite dei 16 mila internati – divisi abbastanza equamente tra uomini e donne – nei cento anni di storia del manicomio di Colorno. Luogo fin dall’inizio destinato ad accogliere «gli alienati poveri della provincia».

Un dato che emerge con evidenza dallo studio della La Fata che rileva l’assoluta “preponderanza di lavoratori appartenenti ai gradini più bassi della scala sociale e la scarsità di quelli collocati in strati sociali più elevati”, anche se non per tutti i ricoverati al momento dell’ingresso in struttura veniva indicata in cartella la professione. Perché per un paziente, varcare la soglia del manicomio significava perdere la propria identità di persona per essere definito solo con la diagnosi attribuita, elemento assai più interessante per individuarlo e qualificarlo. E stabilire eventuali terapie. Che, di fatto, erano praticamente inesistenti. Limitandosi alla contenzione fisica per gli “agitati” e a stimolare a un po’ di “terapia occupazionale” in un ambiente relativamente più sereno – rispetto a quello che poteva essere una trincea sul Carso, per rimanere agli “scemi di guerra” – per i “tranquilli”.

Più sereno per modo di dire, visto che per tutto il triennio bellico la popolazione manicomiale aumenta in modo costante, raggiungendo cifre così elevate (nonostante le costanti dimissioni, in particolare dei soldati che transitavano da Colorno) da costringere i tanti ricoverati a dormire su un pagliericcio posto direttamente sul pavimento, privati dell’unico spazio individuale loro concesso: il letto.

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Tra i quasi trecento soldati ricoverati, solo due uomini appartenevano ad una classe più agiata. Uno di questi, Michele D., avvocato quarantaduenne della vicina Fornovo Taro, entra a Colorno ai primi di febbraio 1918 «molto preoccupato di dovere prestare servizio militare» e affetto da «psicosi maniaco-depressiva», per rimanervi fino alle dimissioni, il 3 novembre 1918, lo stesso giorno in cui a Villa Giusti a Padova viene firmato l’armistizio fra l’Impero austro-ungarico e l’Italia.

Ma si tratta appunto di eccezioni. In un’Italia ancora quasi prevalentemente rurale, circa la metà del regio esercito era composto da contadini, quasi tutti appartenenti alla fanteria, la più sacrificata di tutte le armi, destinata da sola a subire il 95% delle perdite. Di questi milioni di pedine per tre anni in mano a una spietata macchina bellica pronta a sacrificarli al grido di “Avanti, Savoia!”, solo poche centinaia passarono per il manicomio di Colorno.

Quel poco che resta di loro è tutto racchiuso nell’archivio dell’ex ospedale. Fuochi fatui di spiriti inquieti, sottratti all’ombra per un istante mentre scorriamo rapidamente alcune delle loro cartelle cliniche. Per esser subito riconsegnati all’oblio di esistenze segnate fin dalla nascita da una immutabile condizione di subalternità. Vite per le quali è difficile riuscire a trovare un senso che, probabilmente, neppure un dio sarebbe mai in grado di attribuire.

testo e grafiche: Davide Lombardi

video: Martino Pinna

foto: Davide Lombardi, Martino Pinna

Senza mai perdere la frivolezza

L’8 marzo di cento anni fa celebrato, a suo modo, da una gran donna.

Metti un’aristocratica cinquantenne newyorkese, scrittrice e giornalista, ex moglie di un banchiere bostoniano, a inzuppare la punta dell’ombrellino nel fango di una trincea francese. Mettile in mano una penna e falle raccontare il primo conflitto mondiale con gli occhi di una donna, una delle pochissime reporter ammesse al fronte. Risultato? La guerra non è mai stata così frivola. E agghiacciante.

Edith Wharton, resa celebre da romanzo “L’età dell’innocenza” Premio Pulitzer nel 1921, il primo agosto del 1914 è a Parigi e osserva dalle finestre di un ristorante di Rue Royale la mobilitazione gioiosa dei soldati francesi che vanno insieme alla guerra lampo, alla guerra giusta, senza il minimo sospetto della tragedia che li aspetta sul campo. “Tutto pareva strano, minaccioso, irreale, come il riverbero giallo che precede una tempesta. C’erano momenti in cui mi pareva di essere morta, e di essermi svegliata in un mondo sconosciuto. Ed era così. Due giorni dopo fu dichiarata la guerra”, ricorda nella sua autobiografia “Uno sguardo indietro“. “I Viaggi al fronte“, scritti tra febbraio e agosto del 1915, sono invece i suoi diari di guerra che raccolgono gli articoli scritti per lo storico settimanale americano The Saturday Evening Post.

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Come giornalista, è definita con disprezzo dai colleghi maschi un’amazzone perversa capace, secondo loro, di andare solo a caccia di emozioni. Ma, mentre i resoconti maschili sono infarciti di carica ottimistica ed eroica, questa donna non ha alcuna intenzione di nascondere l’orrore. Pur non essendo avulsa da un certo tipo di propaganda, ottiene infatti il permesso di andare al fronte allo scopo preciso di sfruttare la solida reputazione di scrittrice per il coinvolgimento emotivo dell’opinione pubblica americana a favore della causa francese, restituisce una visione onesta in opposizione alla solita retorica bellica. Nel suo viaggio in Lorena, ad esempio, la città di Gerbéviller le appare “l’immagine clamorosa della distruzione”, come se “le sue rovine siano state vomitate dagli abissi e simultaneamente scagliate dal cielo”.

Oppure quando descrive il cadavere violato di una vecchia caduta nel suo giardino di gigli perché attirata dalle urla del figlio morente. La guerra è una “scelta insensata” e i soldati nelle trincee sono “traumatizzati, distrutti, congelati, resi sordi e mezzo paralizzati”. Raccontare la guerra, ambito narrativo della tradizione maschile, per la Wharton ha la funzione di autoterapia, aiuta a liberarsi dall’angoscia e dallo sgomento. Ma lei non si limita a questo. Visita gli ospedali militari vicino al fronte e organizza, fin dal 1914, un’intensa attività umanitaria relativa a soccorsi, raccolta fondi, creazione di laboratori di cucito per donne prive di mezzi di sussistenza. Per questo suo impegno sarà premiata con la Legion d’onore nel 1916, mai riconosciuta prima a una donna straniera.

Parigi, agosto 1914. Verso la stazione per arruolarsi nell'esercito. Fonte:  France Mobilizes, Edith Wharton Visits Her Dressmaker
Parigi, agosto 1914. Verso la stazione per arruolarsi nell’esercito. Fonte: France Mobilizes, Edith Wharton Visits Her Dressmaker

Diversamente, la stampa ufficiale, soprattutto quando le cose al fronte peggioravano per una parte o per l’altra, era sottoposta ad una rigida censura sulle notizie, spesso necessaria ad coprire errori strategici o anche politici. Erano banditi i commenti ostili al governo o all’alto comando dell’esercito, erano fatti sparire gli elenchi di morti e feriti, lasciando le famiglie nella disperazione del dubbio. Come racconta Max Hastings nel saggio “Catastrofe 1914“, il giornale Homme Libre venne chiuso per una settimana perché aveva denunciato il trattamento brutale dei soldati feriti. Le ultime ricerche hanno persino dimostrato che quasi tutte le nazioni, per scagionare se stesse e accusare il colpevole di averle aggredite, distrussero la documentazione sul proprio ruolo in guerra o ne crearono una fittizia. Non esistono, ad oggi, due libri che concordino sul numero dei morti.

No alle pagine femminili, no alla cronaca mondana, dunque, sì alla cronaca bellica sul campo. Ma pur di donna si tratta. Così, Edith Wharton non rinuncia a qualche vezzo glamour. Camicetta bianca, scarpette eleganti, cappello e guanti: la mise in cui è ritratta in una foto del 1916 deve apparire ben strana sul campo di battaglia. E poi l’attenzione alla bellezza che la guerra non può distruggere. Parigi è ancora più bella, resa deserta dalla partenza dei soldati e dall’assenza di traffico. Le strade sono silenziose e lasciano spazio a tranquille camminate estive. “Parigi non aveva mai visto pomeriggi grigio-azzurri tanto delicati” e “mai una luna così magnifica era cresciuta nel corso di serate tanto perfette”. La Senna contribuiva all’accrescimento misterioso della bellezza della città.

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Edit Wharton

Certo si vive sotto la legge marziale, ma nella Ville lumière per una come la Wharton non ci sono poi problemi più gravi che trovare un ristorante che sia aperto e che offra un servizio efficiente. Soprattutto se sa reinventarsi con l’ironico e disperato nome: “Al Ristorante delle rovine”. Quando nella città si riaccendono dei lampi di vita e i boulevard ritrovano le gambe festose dei passanti, completamente cessato il traffico su ruote, l’attenzione della Wharton non può non soffermarsi sui cani che le donne portano con sé, “comodamente sistemati nella piega del braccio”, con la “tranquilla consapevolezza del cane parigino”. Senza tralasciare il fatto che, nelle uniformi dell’esercito francese, “non esiste sfumatura di azzurro che passi davvero inosservata” se messa a confronto con le nuove stridenti “tinte ardesia”.

È la nobildonna alla moda, è l’esperta di design, è l’amante dei cagnolini a parlare, ma è anche una donna che non ha distolto gli occhi e l’animo dal dolore.
Senza mai perdere la frivolezza.

La vocazione del soldato

Una mostra su Gabriele D’Annunzio ospitata dall’Accademia militare tra le più antiche al mondo, quella di Modena, offre lo spunto per parlare di disobbedienza e antimilitarismo.

di Rossella Famiglietti

Nell’epoca del Grande Conformismo, dove tutti i movimenti di militari occidentali in giro per il mondo sono “missioni di pace” o virtuose “esportazioni di democrazia”, vale ancora la pena chiedersi il senso e il valore di un’educazione militare. Cosa spinge, oggi, un ragazzo o una ragazza a scegliere la via della cieca obbedienza del soldato? A rispondere ci aiuta anche un insospettabile Gabriele D’Annunzio, in mostra a Modena, in una delle accademie militari più antiche al mondo.

Se conosci il nemico e conosci te stesso, nemmeno in cento battaglie ti troverai in pericolo. Se non conosci il nemico ma conosci te stesso, le tue possibilità di vittoria sono pari a quelle della sconfitta. Se non conosci né il nemico né te stesso, ogni battaglia significherà per te la sconfitta.
Sun Tzu, L’arte della guerra (VI sec a. C.)

Andare a conoscere il nemico. Ecco quello che succede ad un antimilitarista quando entra nell’Accademia militare di Modena, con la scusa di visitare la mostra, aperta tra dicembre e febbraio, dedicata a Gabriele D’Annunzio soldato. I cimeli delle avventure militari del Vate, l’immaginifico, il soldato della Grande Guerra sono in prestito infatti alla storica Accademia che si fregia del motto “Preparo alle glorie d’Italia i nuovi eroi”.

L’ingresso dell’Accademia è solenne: lapidi alla memoria e fuochi perpetui.
Oltre il portone centrale si accede, infatti, al Lapidario con incisi su marmo i nomi dei 7811 Ufficiali, ex allievi, caduti nelle guerre per l’Unità, l’Indipendenza e la Liberazione. Il sabato pomeriggio è facile imbattersi nei cadetti in libera uscita per le vie del centro, oppure a colloquio con i loro familiari in visita in salottini a cui è vietato l’ingresso agli estranei. Vietato ai visitatori è il passaggio attraverso il Cortile d’Onore del Palazzo ducale che ospita l’Accademia e, in occasione della mostra, la sorveglianza è strettissima. Quando Francesco I d’Este arrivava a cavallo nel grande cortile, tutta la corte e la cittadinanza erano pronti ad acclamarlo e a vederlo salire a cavallo lo Scalone d’onore, almeno così vuole la leggenda. Da quando, nel 1861, il Palazzo è diventato zona militare, la cittadinanza si è vista privata di questo spazio.

Pronti ad agire, in ogni situazione, in Patria e all’estero

«L’Accademia Militare ti prepara per diventare Ufficiale dell’Esercito Italiano e un comandante di uomini. Oltre ad un percorso di formazione completo ed avvincente, l’Accademia Militare ti permette di apprendere tutto ciò di cui hai bisogno per essere pronto ad agire in ogni situazione, in Patria e all’estero», così recita il sito dell’Esercito italiano-Ministero della difesa alla voce “Arruolamenti”. Due sono le domande che balzano alla mente. La prima: cosa possa spingere oggi un ragazzo o una ragazza a scegliere la via della cieca obbedienza che impone il codice militare. La seconda: come sia stato possibile assimilare il più sfrenato amante del piacere e della disobbedienza di inizio Novecento a un baluardo di ordine e disciplina.

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Come risposta alla prima domanda, probabilmente, resta ancora valida quella che diede involontariamente Federico II di Prussia, campione di militarismo: «se i miei soldati cominciassero a pensare, nessuno rimarrebbe nelle mie file».

In questo palazzo, il più antico istituto di formazione militare al mondo, direttamente legato all’Accademia militare di Savoia, fondata il 1º gennaio del 1678 per volontà di Carlo Emanuele II e della reggente Maria Giovanna di Savoia Nemours, sono passati 116.000 allievi, sei Presidenti del Consiglio e trentuno ministri, oltre a Vittorio Emanuele III, Umberto II di Savoia Re d’Italia, Edmondo de Amicis, Giovanni Agnelli, Armando Diaz, Luigi Cadorna, Pietro Badoglio, Francesco Baracca, uomo di culto per le sue imprese aviatorie spericolate sotto il marchio del cavallino rampante, recentemente omaggiato nel museo dell’Accademia con l’esposizione di uno degli aerei da lui pilotati nel primo conflitto mondiale.

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Ingoiare lacrime in silenzio

Questi uomini hanno appreso l’arte del comando, e conseguito una Laurea, tra le altre, in Scienze Strategiche, Ingegneria o Medicina e Chirurgia, sottoponendosi ad un addestramento il più possibile realistico, come spiega il prof. Marco Costa, docente di Psicologia generale dell’Università di Bologna e dell’Accademia, nel suo “Psicologia militare. Il mestiere delle armi” (2002). Gli allievi devono sentire l’odore della guerra, devono percepire lo stesso e identico pericolo, solo così saranno il generale che tutti sognano di essere: quello con le truppe disposte a morire per lui. Non tutti riescono a tenere testa al duro addestramento: bisogna imparare ad «ingoiare lacrime in silenzio», come ricorda il motto di “Mamma” Accademia. Il periodo più difficile è quello iniziale, quando gli allievi sono solo “aspiranti” e i superiori mettono alla prova la loro motivazione, come si legge nella sentita rievocazione del generale Chiavarelli, conservata sul giornale on line “Pagine di difesa”:

«Si era aspiranti allievi, un qualcosa d’indefinito, materia informe da sbatacchiare, maltrattare, strapazzare dalla mattina alla sera per testare se la voglia di fare l’ufficiale era reale, ponderata, convinta ed eliminare i tiepidi e i deboli. Eravamo assolutamente certi che tutti ce l’avessero con noi e manifestassero il loro livore urlandoci contro dalle sei del mattino fino al momento di coricarci. Ogni spostamento andava fatto di corsa e sembrava che un sadico avesse fatto in modo che le lezioni e gli addestramenti fossero sempre dalla parte opposta a quella in cui ci trovavamo. Di continuo, plotoni di centometristi affannati, sudati, puzzolenti, si incrociavano per scale e corridoi gridando “Tenere la destra! Tenere la destra!” Chi non lo avesse fatto sarebbe stato inesorabilmente travolto».

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I suicidi in Accademia

L’Accademia militare di Modena ha registrato negli ultimi anni cinque suicidi. L’ultimo, del 24 gennaio 2012, riguarda non un cadetto ma un dipendente civile in servizio presso il Palazzo Ducale. Il primo suicidio risale al 1996, quando il cadetto napoletano ventenne Pierpaolo Signudi, dopo essersi svegliato alle 6.30 e aver messo in ordine la stanza, ha atteso l’uscita dei suoi compagni per buttarsi, in divisa, dal quarto piano. Cento giorni dopo sarebbe diventato sottotenente dei carabinieri. A distanza di soli sei mesi, il 28 novembre dello stesso anno, il diciannovenne ennese Luigi Chirdo, indossata la divisa, si è lanciato dalla finestra del bagno per schiantarsi, dopo un volo di quindici metri, nel Cortile delle Colonne. Luigi ha lasciato una lunga lettera in cui chiede perdono ai genitori che lo volevano in divisa, dichiarandosi un fallito. “La vita militare l’ha affrontata volentieri”, dichiara il Professore Aragona, preside del Liceo scientifico frequentato dal ragazzo, alle pagine de L’Unità, “per fare un piacere ai genitori che ci tenevano molto. Forse si è scontrato con una realtà troppo dura”. Come se non bastasse la preoccupazione scatenata da queste morti, enorme scandalo hanno suscitato le dichiarazioni dell’allora comandante dell’Accademia, generale Bruno Loi.

«Non ci serve chi è in lotta con se stesso, per loro non c’è futuro nell’esercito», ha dichiarato il generale nel corso nella conferenza stampa seguita ai due suicidi e ha poi aggiunto: «è un periodo nefasto per la nostra società. Questi ragazzi sembrano incapaci di far fronte agli impegni, davanti al primo problema si mettono a piangere». A queste parole fredde e distaccate hanno risposto con una lettera gli ex compagni di scuola del cadetto, come rivela l’archivio storico del Corriere della sera: «non si può essere sempre un generale» e ancora «lui era, come tutti noi, in lotta con se stesso». Gli alti comandi non hanno ceduto alle provocazioni sul presunto cinismo del militare e hanno ciecamente difeso le sue posizioni, ribadendo l’estrema durezza della vita militare, a cui spesso, secondo loro, i giovani si votano con superficialità, magari per puro interesse economico. Queste dichiarazioni ricordano le parole del generale Cadorna, di cui pure si celebrano le gesta nella mostra sulla prima guerra mondiale, all’indomani della disfatta di Caporetto. Oggi gli storici sono concordi nell’attribuire gran parte delle colpe ad una strategia spietata ed anacronistica del generale, oltre che ad una serie di ritardi e ambiguità nei comandi, eppure nel bollettino di guerra emanato il 28 ottobre 1917, il generale scarica tutte le colpe del disastro sulle truppe «vilmente ritiratisi senza combattere» o «ignominiosamente arresesi al nemico».

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Il 12 maggio 2000 Francesco Antuono, militare di leva, l’ha fatta finita sui binari della Stazione di Modena lanciandosi contro il Pendolino diretto a Milano. Poi ancora nel 2003, quando il 26 gennaio un altro diciannovenne, Roberto Ciampa, decide di uccidersi buttandosi dal quarto piano e solo pochi mesi dopo, a marzo, il suo coetaneo Ermir Haxhiaj, figlio di un colonnello albanese, si impicca in bagno con una catena. Qualcuno ha parlato di frustrazione e di episodi al limite tra goliardia e nonnismo. Sono queste le ipotesi emerse dalle inchieste, senza considerare la condanna del 2012 a un anno e otto mesi di reclusione ai danni di un docente riconosciuto colpevole di abusi sessuali, perpetrati nove anni prima nei confronti di due cadetti, con la promessa di facilitazioni agli esami.

Spending review? Non per i militari

Entrare all’Accademia militare di Modena è impossibile o quantomeno difficilissimo, come rimpallano i forum degli aspiranti ufficiali. Nessuno fa cenno a timori di natura psicologica o a eventuali contrasti interiori, anzi quanto maggiori risultano le difficoltà di ingresso in questo glorioso olimpo, maggiore risulta, a quanto pare, l’autostima, la fierezza e la motivazione ad andare avanti. L’aspirazione a far parte di un ordine privilegiato è, oggi più che mai, purissima. Il riconoscimento si misura dall’ammirazione di madri e fidanzate, dallo stipendio percepito di 900 euro al mese per i primi due anni e di 1.600 euro dal terzo anno, con incrementi in base al grado, impensabile oggi per qualsiasi studente di quell’età, e dal rinnovato vigore dello spirito militarista che pervade la società italiana. Basti pensare all’incremento delle spese militari del 2015, in barba alle politiche di austerity. All’interno del budget del Ministero per lo sviluppo economico, sono stati, infatti, stanziati 2 miliardi 800 milioni (200 milioni in più rispetto all’anno scorso) solo per i caccia Eurofighter, le fregate Fremm e il programma di blindati Vbm.

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D’Annunzio, l’eroe e il ribelle

Questo lusso militare avrebbe sicuramente ottenuto l’approvazione di Gabriele D’Annunzio, che del lusso ha fatto uno stile di vita e che l’Accademia militare ha deciso di celebrare come un simbolo di ineccepibile inflessibilità guerriera.

Quando si arruola volontario nella Grande Guerra, l’autore de “Il Piacere”, ha ormai 52 anni e un passato alle spalle di vita spericolata, amori appassionati e controversi, ambiguità politica e letteraria, un carico di debiti frutto di una vita “opera d’arte” vissuta al di sopra delle proprie possibilità, che lo costringe ad un esilio forzato in Francia per mettersi in fuga dai creditori. In Italia, nel fatidico, e non ancora completamente chiaro, periodo che intercorre tra lo scoppio della guerra, il mutamento di alleanze e la stipula del Patto segreto che porterà il Paese a girare le spalle ad Austria e Germania e a schierarsi con Francia e Inghilterra, abbagliato dalla riconquista delle terre irredente e dall’esaltazione della guerra in nome della Nazione, D’Annunzio ha il fondamentale ruolo di agitatore sociale in favore dell’intervento, insieme con Benito Mussolini e altri intellettuali interventisti. La mobilitazione delle masse e l’invenzione di una comunicazione politica violentemente emotiva hanno il potere di cambiare il corso della storia. Sono i giorni del maggio radioso quando, in aperta sfida con l’opinione dominante ai più alti vertici dello Stato italiano, nell'”Arringa al popolo di Roma in tumulto”, D’Annunzio annuncia solennemente «Compagni, non è più tempo di parlare ma di fare; non è più tempo di concioni ma di azioni, e di azioni romane. Se considerato è come crimine l’incitare alla violenza i cittadini, io mi vanterò di questo crimine, io lo prenderò sopra me solo».

Per D’Annunzio è finalmente il momento di incarnare il Superuomo, abilmente mutuato da Nietzsche a suo uso e consumo, già protagonista dei suoi romanzi: è il momento dell’azione, dove azione sta per sfida alla morte e all’autorità. «Il mondo è la rappresentazione della sensibilità e del pensiero di pochi uomini superiori», scrive ne Le vergini delle rocce, e ancora «abolisci ogni divieto; procedi sicuro e libero. Non avere omai sollecitudine se non di vivere. Il tuo fato non potrà compiersi se non nella profusione della vita». Laddove la psicologia militare esalta lo spirito di corpo e addestra gli allievi alla compattezza, alla marcia all’unisono, all’omologazione della postura, del viso e, persino, dello sguardo – “Una acies“, una sola schiera, pronunciano a gran voce i cadetti in marcia come se fossero uno solo – D’Annunzio risponde con l’azione spettacolare del singolo, anche a costo di disobbedire agli ordini dei superiori. Il Superuomo non fa gioco di squadra; è, per definizione, guida ispiratrice del gruppo ed è per questo che il suo compito primario è dare spettacolo di sé: «Sono e rimango individualista ad oltranza. Un individualista feroce», dice in un’intervista a Prezzolini.

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Le azioni di guerra più celebrate del soldato D’Annunzio, di cui alcuni cimeli sono stati esposti all’Accademia militare, sono irriverenti e provocatorie. Nella Beffa di Buccari, lancia un messaggio di sfida che celebra i marinai d’Italia, «che si ridono d’ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre a osare l’inosabile». Alla realizzazione del famosissimo Volo su Vienna (9 agosto 1918), ideato fin dal 1915, si oppongono i vari Comandi che reputano impossibile un volo di mille Km, di cui 800 su territorio nemico e con apparecchi ancora primitivi. Poi, fra tutte, la conquista di Fiume in opposizione alla “vittoria mutilata dell’Italia”, anticipata da un articolo intitolato “Disobbedisco” contro il capo del Governo Francesco Saverio Nitti, in cui si legge: «Ci fu chi credette ch’io fossi per dire: “Obbedisco”. Il verbo è vecchio, se bene garibaldino; e i tempi sono mutati, se bene sembri che siamo in utile regresso verso il 1910 o giù di lì. Lasciamo le parole storiche ai libri scolastici approvati dai “superiori”. Dissi invece, a voce chiara, a testa alta: “Disobbedisco”».

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Da un punto di vista antimilitarista anche questo cialtrone egocentrico, che mai ha accettato di sottoporsi alle rigidità dell’addestramento militare, che mai ha dimostrato interesse per un compenso o un privilegio che non provenisse dalla propria conclamata presunzione di eccezionalità culturale e artistica, si rivela degno di rispetto nel suo gioioso anticonformismo, in opposizione a un mondo grigio fatto di divieti esaltati dal luccichio di mura solenni, ma pur sempre mura di una prigione.

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“Il nemico ci ascolta”?

L’unico modo per cercare risposte che un antimilitarista non è in grado di dare, è la caccia al cadetto, scattata nel fine settimana. Il sabato e la domenica pomeriggio è facile incontrarli per le strade di Modena. Presso un negozio di forniture militari accanto all’Accademia, una cadetta fa shopping. Di fronte alla semplice domanda sul modo in cui si svolge la sua vita militare, risponde che loro non sono autorizzati a parlare di tali argomenti. Che i loro superiori preferiscono che le cose dell’Accademia restino in Accademia. Facciamo altri tentativi. Ma la risposta è sempre la stessa: il silenzio.

E non è dunque dato sapere con precisione che cosa accada fra le mura della zona militare, né che cosa spinga un giovane a fare una scelta di vita di questo tipo. Quanto possa costare l’asprezza dell’addestramento. Che sensazione si provi davanti alle urla di comando dei superiori. Che segreti abbia portato con sé chi non ce l’ha fatta. E soprattutto, se a questi giovani non sia mai venuta voglia di disobbedire, se sappiano davvero chi è stato Gabriele D’Annunzio.

Rossella Famiglietti

Tutte le immagini che accompagnano questo articolo sono riprese dal sito “World War 1 Propaganda Posters“.

Il vero volto della guerra

Volti feriti orrendamente deformi, ricuciti, riassemblati alla bell’e meglio. E’ questo il lascito più visibile – e insieme, quello che nessuno vuol vedere – di ogni conflitto.

Volti feriti orrendamente deformi, ricuciti, riassemblati alla bell’e meglio. E’ questo il lascito più visibile – e insieme, quello che nessuno vuol vedere – di ogni conflitto. La chirurgia plastica ricostruttiva nasceva cento anni fa “grazie” al primo conflitto mondiale. I morti furono milioni, ma altrettanti e ancor di più i feriti. Alcuni con lesioni gravissime che, se li lasciarono fisicamente in vita, di fatto li resero dei fantasmi sociali. In Italia furono 5440 i mutilati al viso. Spesso, con i modesti strumenti dell’epoca, negli ospedali da campo i medici dovevano rinunciare a rimuovere le schegge più grandi. E la faccia di questi ragazzi diventava un orribile assemblaggio di carne e pezzi di metallo.


 

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La moderna chirurgia plastica nasce con la prima guerra mondiale. Dalle sperimentazioni sui volti devastati dei veterani. Non che prima non fosse in qualche modo praticata – i primi casi di “innesti cutanei” risalgono addirittura al 6 secolo a.C. come riporta il Sushruta Samhita, testo di medicina ayurvedica, la medicina tradizionale indiana – ma la quantità impressionante di feriti che quel primo conflitto globale provocò, finì inevitabilmente per stimolare la sperimentazione e la ricerca scientifica. Se complessivamente i caduti militari di tutte le parti in conflitto furono tra i 9 e i 10 milioni, solo la Russia ebbe quasi 5 milioni di feriti. 4.266.000 la Francia. Più di 2 milioni la Gran Bretagna. Oltre 8 milioni gli Imperi Centrali. 947 mila l’Italia di cui, accertati, 5440 mutilati al viso. Ferite spesso mostruose che non solo devastavano i lineamenti distruggendo per sempre la vita sociale dei reduci, ma impedivano anche funzioni basilari come la masticazione o la respirazione.

947mila i feriti italiani della Prima guerra mondiale. Di questi, 5440 i mutilati al viso

Quello che viene considerato il primo reparto ospedaliero al mondo esclusivamente dedicato alla chirurgia ricostruttiva maxillo-facciale nasce a Londra nel 1917, al Queen Mary, a seguito della terribile battaglia della Somme. All’inizio degli scontri, nel luglio 1916, l’attesa stimata di soldati feriti al volto era di circa 200. Alla conclusione, a novembre, sui tavoli dei chirurghi britannici ne arrivarono 2000. Tradizionalmente, le ferite facciali venivano semplicemente ricucite, ma quando i tessuti cicatriziali si ricomponevano lasciavano i volti completamente sfigurati. Nacque così la necessità di ricostruire i volti utilizzando altre parti del corpo. Impresa tutt’altro che scontata all’epoca, visto che gli antibiotici non erano ancora stati inventati e spesso, con l’innesto di tessuti prelevati da altre parti, si sviluppavano infezioni mortali. E’ rimasto negli annali della medicina il caso del soldato William M. Spreckley al quale, durante la battaglia di Ypres, una scheggia asportò completamente il naso. All’epoca, la ricostruzione che fu effettuata venne considerata miracolosa.

William M Spreckley

In Italia, pionieri nel campo furono i due chirurghi bolognesi Arturo Beretta e Cesare Cavina. Entrambi, allo scoppio del conflitto nel ’15, partirono per il fronte, Beretta con il grado di maggiore medico, Cavina, come tenente. In particolare quest’ultimo, si dedicò alle ferite al volto e alla mandibola. Di stanza sul Carso, Cavina studiò, fotografò e praticò i primi interventi di cura e ricostruzione chirurgica. Al termine del conflitto rientrarono all’ospedale militare di Bologna dove, sempre sotto la guida di Beretta, operava un reparto per la cura dei numerosi feriti bucco-facciali. Ma anche a guerra ormai conclusa, i casi restavano migliaia. Nel 1919, Beretta – anche grazie ai bolognesi che contribuirono grandemente alla somma di 165.000 lire che fu allora raccolta – trasformò l’ospedale militare in una nuova istituzione che venne denominata “Istituto Clinico per le Malattie della Bocca” (oggi parte dell’Ospedale Maggiore) affidando la direzione del reparto di chirurgia allo stesso Cavina. Le tecniche sviluppate dai due pionieri nel corso del conflitto e successivamente, furono prese a esempio in molti ospedali militari dell’Intesa.

A distanza di cento anni da quei primi tentativi a cui tanto deve la chirurgia plastica contemporanea, quel tipo di ferite che normalmente vengono “nascoste” e di cui ben poco si parla rispetto a qualsiasi conflitto, rimangono ancora oggi il “vero volto della guerra”. Il suo lascito per decine di migliaia di belligeranti. Ad esempio, nelle guerre di Iraq e Afghanistan, il numero dei militari feriti resta altissimo: oltre 50.000 gli americani, 10.000 gli inglesi. Più di 30.000 sia per l’esercito regolare afghano che per quello iracheno. Secondo dati riportati dal New York Times, nei conflitti ai quali hanno partecipato gli Stati Uniti negli ultimi cento anni, le ferite al volto incidono percentualmente tra il 17 e il 21 per cento sul totale, e arrivano addirittura al 40 per cento nel caso di queste ultime due guerre. Nonostante le tecnologie sviluppate nel corso degli ultimi venti o trent’anni per proteggere il corpo dei militari in battaglia, il viso resta ancora oggi una delle parti più esposte e complicate da proteggere.

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Difficile, cento anni fa come oggi, rintracciare in quei volti devastati alcunché di “eroico” da celebrare a posteriori. Difficile ammantare il loro sacrificio di retorica bellica sul genere di quella con cui a mio nonno Pietro fu assegnata la medaglia d’argento al valor militare (anche se lui, nel corso della guerra civile spagnola, per fortuna fu ferito solo alla mano): “Comandante di plotone fucilieri, durante un furioso attacco nemico, incurante del pericolo accorreva dove più ferveva la lotta animando con la sua presenza e con l’esempio i propri uomini. Rimasto ferito continuava nel comando del reparto che lasciava soltanto a combattimento ultimato e per ordine del comandante del battaglione” (Brihuega, 18 marzo 1937).

Niente di tutto questo per quei ragazzi rovinati per sempre dalla guerra – volti «che non hanno quasi più forma umana», come scrisse nel 1917 il relatore della legge al Senato sull’assistenza dei ciechi di guerra, Ferrero di Cambiano – e che film e romanzi difficilmente hanno raccontato. Se non per quel capolavoro del 1939 “E Johnny prese il fucile” di Dalton Trumbo, in cui il protagonista, Joe Bonham, colpito da una cannonata nell’ultimo giorno della prima grande guerra, perde gambe, braccia e parte del viso: vista, olfatto, udito e parola.

Una scelta volutamente beffarda, quella di fargli perdere tutto al termine del conflitto, quando ormai la salvezza e il ritorno alla vita, dopo gli anni passati in mezzo alla morte, sembrano a un passo. Invece, come dimostrano queste gallerie fotografiche della Wellcome Library (qui e qui), una delle più importanti raccolte al mondo di materiali sulla storia della medicina, per molti sopravvissuti a quella e a tante altre guerre, non c’è mai stato alcun ritorno. (dl)

GALLERIA FOTOGRAFICA

Casi di chirurgia plastica fotografati all’ospedale militare londinese “King George”, (più tardi Ospedale della Croce rossa), tra il 1916 e il 1918. 

Appunti di guerra

5 milioni e 200 mila furono gli italiani, per la gran parte poveri contadini, che combatterono. Al termine dei 42 mesi di conflitto, 650 mila furono i caduti. 1 milione i feriti e mutilati. Un’ecatombe di cui ben pochi hanno memoria.

In pochi oggi hanno davvero memoria di quei 5 milioni e 200 mila italiani, per la gran parte poveri contadini, che combatterono tra il 1915 e il 1918 nella prima guerra mondiale. Al termine dei 42 mesi di conflitto, 650 mila furono i caduti. Quasi 1 milione, i feriti e mutilati. La loro storia è quella di uno sterminio. Dimenticato.

Provate a chiedere in giro, a parte gli storici e qualche appassionato: nessuno sa nulla della prima guerra mondiale. Quella di cui quest’anno, in Italia (per quasi tutta Europa è stato invece l’anno scorso) si commemora il centenario. Era il 24 maggio 1915, un lunedì, quando le truppe italiane oltrepassarono il confine italo-austriaco, quel cuneo nel “sacro suolo” che andava fin sotto Trento e la striscia di terra tra Gorizia e Trieste, le «terre irredente», dopo che due giorni prima, il 22, il ministro degli esteri Sidney Sonnino aveva telegrafato al Duca d’Avena, ambasciatore a Vienna, l’ordine di consegnare la dichiarazione di guerra all’Impero austro ungarico. Da vaghi ricordi scolastici, si sa poi che la guerra terminò nel 1918 quando, dopo aver resistito sul fronte del Piave a seguito della disfatta di Caporetto dell’ottobre 1917, le truppe italiane contrattaccarono nella vittoriosa battaglia detta di Vittorio Veneto, combattuta tra il 24 ottobre e il novembre 1918, fino alla capitolazione austro ungarica con l’armistizio firmato a Padova il 4 novembre. In mezzo, tre anni e mezzo di una guerra ferocissima. Sulla quale però, per la maggior parte di noi, è calato l’oblio.

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La spiegazione più convincente di una simile rimozione l’ho trovata nel libro di Aldo Cazzullo, “La guerra dei nostri nonni. 1915-1918: Storie di uomini, donne, famiglie” dove, a riguardo, si scrive: “La Grande Guerra 1914-1918, che noi italiani chiamiamo 15-18, è l’unica guerra dell’umanità senza un eroe, uno stratega, un generale o uno statista vittorioso oppure sconfitto. Non c’è un Annibale, un Cesare, un Alessandro Magno. Altre guerre, per esempio quelle napoleoniche, portano il protagonista nel nome. La seconda guerra mondiale è legata al ricordo dei vincitori – Roosevelt, Churchill, Stalin, Eisenhower, Patton, Montgomery – e dei vinti: il Duce Mussolini, l’imperatore Hirohito, la volpe Rommel, il feldmaresciallo Kesselring, il Führer Hitler. Oggi solo gli storici si ricordano di Cadorna e di Capello, di Salandra e di Orlando, di Joffre e di Nivelle, di Clemenceau e di Lloyd George, di Falkenhayn e di Boroević”.

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Nessun Garibaldi si è conquistato il palcoscenico eterno di quella carneficina che forse qualcuno, quest’anno, vorrà celebrare più che commemorare, in nome di un’unità di Italia che a distanza di un secolo è più geografica che nei fatti. No, i veri protagonisti di quel primo conflitto globale, in Italia come nel resto d’Europa, furono principalmente milioni di contadini – i cafoni di Ignazio Silone – per il 46% allora analfabeti, che vennero strappati alle loro terre da tutta Italia e spediti a morire come mosche per conquistare territori e città, Trento e Trieste, di cui probabilmente molti non avevano mai sentito parlare in vita loro. Nel 1915 in tutta Italia eravamo 36 milioni. 5 milioni e 200 mila furono mandati al fronte, tra Veneto e Friuli. Al termine dei 42 mesi di conflitto, racconta Paolo Brogi nel libro “Eroi e poveri diavoli della Grande guerra”, 650 mila furono i caduti. 1 milione di soldati (947 mila, la cifra nota) feriti o mutilati. “Di cui 21.200 ciechi da un occhio, 1940 ciechi da due occhi, 74.620 storpi, 5440 mutilati al volto, 120 privi delle due mani, 12.000 invalidi totali, 3260 muti, 6740 sordi, oltre 40 mila ricoverati nei manicomi… Caporetto da solo produsse 11 mila morti, 29 mila feriti, 300 mila prigionieri”.

Un’ecatombe dovuta in parte alle caratteristiche del conflitto in tutta Europa (la famosa guerra di trincea) in parte alla totale insipienza e crudeltà “di una casta militare che fino a Caporetto si dimostrò la più sprezzante d’Europa (tranne forse quella russa) nei confronti dei propri soldati”. Tanto che lo scrittore americano, John Dos Passos, volontario in Italia nella Croce Rossa così come Ernest Hemingway, di certi ufficiali italiani scrisse: «La loro sprezzante cattiveria nei confronti di tutti quelli a cui non leccano gli stivali è rivoltante».

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Le testimonianze che dimostrano l’assoluto disprezzo delle classi dirigenti dell’epoca (militari, nello specifico, ma la politica non era da meno) nei confronti dei cafoni, carne da cannone da lanciare verso la morte all’urlo “Avanti, Savoia!”, sono decine. A partire dalla famosa “decimazione”, la prima fu del 27 maggio 1916, pratica approvata e caldeggiata dal capo di Stato maggiore Raffaele Cadorna, sostituito da Armando Diaz dopo Caporetto, per cui in caso di ribellioni o mancata esecuzione di ordini da parte di singoli o di interi reggimenti (accadeva che più d’uno si rifiutasse di andare incontro a morte sicura o semplicemente si ribellasse alle condizioni inumane della vita di trincea) venivano estratti a sorte i nomi di dieci appartenenti alla brigata, indipendentemente dalle responsabilità individuali, e quindi fucilati.

Il più temuto tra gli ufficiali, racconta ancora Cazzullo, “era il generale Andrea Graziani, da Bardolino, Verona. Di lui si raccontava che il suo disprezzo per la vita dei sottoposti sconfinasse nel sadismo”. A Noventa padovana, sul muro di quella che oggi è la sede di una banca si possono ancora vedere cinque fori di proiettile, e una lapide con incise le seguenti parole: “A ricordo di Ruffini Alessandro, N. 29.1.1893, M. 3.11.1917”. Ruffini era un artigliere e in quel giorno di novembre sfila insieme ai compagni tra le vie di Noventa con un sigaro in bocca. Notato da Graziani, ne subisce le ire. Il generale prima gli inveisce contro, poi gli si avvicina e lo bastona. “Un borghese – raccontò in seguito in prima pagina il quotidiano socialista L’Avanti! – “interviene e osserva al generale che quello non è il modo di trattare i nostri soldati. Il generale, infuriato, risponde: “Dei soldati io faccio quello che mi piace” e per provarlo fa buttare contro un muricciuolo il Ruffini e lo fa fucilare immediatamente, tra le urla delle povere donne inorridite”. Per questo vero e proprio assassinio (tra i tanti, all’epoca) Graziani non subì alcuna conseguenza significativa, fino a quando, parecchi anni dopo, nel 1931, fu ritrovato cadavere – probabilmente assassinato – lungo la ferrovia della tratta Firenze-Prato.

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Del resto la vita umana in quegli anni di guerra non aveva praticamente nessun valore, tanto più quella dei cafoni. Nel primo mese di guerra, l’Italia perse ventimila fantaccini, sacrificati in nome di una retorica patriottica ossessiva. Che naturalmente nessuno meglio del Vate dell’epoca, Gabriele D’Annunzio, autodefinitosi “poeta del massacro” seppe esprimere: «Il sangue sgorga dalle vene d’Italia» – scrive dopo il primo giorno dall’entrata in guerra – «L’uccisione comincia, la distruzione comincia. Uno della nostra gente è morto sul mare, uno della nostra gente è morto sul suolo. Tutto quel popolo, che ieri tumultuava nelle vie e nelle piazze, che ieri a gran voce domandava la guerra, è pieno di vene, è pieno di sangue. Anche noi non abbiamo ormai altro valore se non quello del nostro sangue da versare».

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Anche se l’ultimo superstite di quel conflitto, Carlo Orelli, è morto nel 2005 alla bellezza di centodieci anni, sono ancora parecchie le storie da approfondire e raccontare – come Converso lo faremo nei prossimi mesi – sulla prima guerra mondiale. O su quello che ne seguì, sempre per i poveri soldatini prigionieri di guerra, catturati a Caporetto che, mentre a Roma la commissione d’inchiesta lavorava per chiarire le circostanze di quella disfatta (furono 241 sedute tenutesi tra il 15 febbraio 1918 ed il 25 giugno 1919), venivano rinchiusi in “campi di raccolta circondati da filo spinato – prima nel porto franco di Trieste, poi a Castelfranco Emilia, Rivergaro, Gossolengo –, dove venivano interrogati sulle circostanze della resa, e magari irrisi dal comandante del campo. Come accadde a Pietro Ronco, alpino del battaglione Aosta, che si sentiva di continuo ripetere: «Se aveste fatto il vostro dovere, dovreste essere morti»”.

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O come tutto il capitolo degli “scemi di guerra” termine col quale si semplificava quello che oggi in gergo scientifico si chiama “post traumatic stress disorder”, insomma la follia che colpì quasi 40 mila tra i soldati del nostro esercito nel corso dei tre anni di guerra. Uomini devastati che venivano messi in mano agli psichiatri dell’epoca che, con l’obiettivo di rimetterli in sesto per poterli fare rientrare al fronte, potevano sperimentare liberamente su di loro, “povere marionette in mano agli alienisti che, in camice bianco, cercano una soluzione introvabile. L’elettricità, con i suoi vari stimoli, rappresenta in qualche immagine l’indicibilità di alcune pratiche “riabilitative” condotte qua e là su queste misere cavie umane, totalmente indifese”. Allontanati dalle trincee, finivano nei vari manicomi sparsi principalmente nel nord Italia, tra cui uno dei più importanti a Colorno, Parma, per non uscirvi mai più.

Con tutte le (enormi) differenze del caso, l’unica continuità riscontrabile tra quell’Italia, quella gente, e quella di oggi, è la più banale di tutte. E forse, secolo dopo secolo, anche la più vera: a pagare il prezzo più alto di una crisi, ieri di aperto conflitto militare oggi quella economica – la più grave dal secondo dopoguerra – sono sempre gli stessi. Vedi un po’ la fortuna come è cieca.

Davide Lombardi

Fuoco amico

Appena entri in contatto con lui capisci subito che ha nel dna quel modo di fare di chi non te la manda – mai – a dire. Anche troppo. Fino a risultare il classico rompicoglioni atomico, sempre e comunque. O lo stereotipo del giornalista vecchio stampo, quello con la ghigna del duro ma un’infantile adrenalina che sale a mille quando può tuffarsi in una nuova storia. Che lui, da freelance, racconta in zone di guerra dove gli altri non vanno. E’ stato in Siria, Afghanistan, Iraq, posti nei quali fare giornalismo significa sudare l’anima e rischiare la pelle. Dove tutto diventa essenziale. E che Cristiano Tinazzi racconta allo stesso modo. Senza fronzoli. Per far male. Come fuoco amico.

Hai raccontato la guerra da zone come Iraq, Afghanistan, Siria e Libia. La prima domanda è, forse, la più scontata (ma non troppo): chi te lo fa fare?
Direi nessuno. In questo senso i giornalisti sono un po’ egocentrici, sono al centro delle storie e spesso anche al centro della storia quella con la esse maiuscola. Se avessi dovuto usare la razionalità avrei smesso di fare questo lavoro dopo le prime esperienze, vista la situazione sempre più deprimente del mercato editoriale italiano. Ma parafrasando Luigi Barzini Jr, anche se è un lavoro in declino è sempre meglio che lavorare. Tant’è che me lo sono pure tatuato. E poi c’è forse un problema di immaturità, anche se negli ultimi anni sono diventato molto pianificatore nel calcolare rischi e benefici di ogni trasferta. A 42 anni mi sento ancora “in the middle without any plans/I’m a boy and I’m a man” come canta Alice Cooper in ‘Eighteen’.

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libia 2011

La tua bio (laurea in storia, poi operaio, rappresentante, receptionist d’ostello, contrabbandiere, custode, ecc. ecc,) sembra un copia/incolla contemporaneo di, che so, quella di Jack London.
In effetti uno dei miei libri preferiti è Martin Eden di London. Io però, a differenza del protagonista del libro, vengo da una normalissima famiglia di estrazione borghese. Mia madre aveva un negozio a Milano, mio padre era un piccolo imprenditore. Per vicissitudini finanziarie e dopo la morte di mia madre, dall’essere uno che non studiava e veniva mandato all’ultima spiaggia delle scuole private e poi all’università Cattolica mi sono trovato a dovermi rimboccare le maniche, pagare l’affitto di casa e mantenere me e mio padre, sempre inseguito dal fisco e dalle banche. Ho passato momenti duri e a volte ci si doveva inventare lo stipendio. Questo per dire che non ho avuto un sviluppo lineare casa-studio-famiglia-lavoro. Una vita un po’ errabonda, in quel periodo, che mi ha portato anche a vivere a Londra. La storia del contrabbando è limitata al fatto che per arrotondare lo stipendio, commerciavo stecche di sigarette che rivendevo sottobanco. Sì, ho fatto tanti lavori. Mi sono mantenuto agli studi guidando un muletto, facendo il magazziniere e lavorando nella grande distribuzione degli ipermercati. Mi sono avvicinato al giornalismo, nel 2004, e in dieci anni ho percorso tutte le tappe fino ai massimi livelli pubblicando su innumerevoli testate nazionali, per quello che mi era concesso arrivare, visto che non ho avuto raccomandazioni, parenti nel settore e padrini politici. E non ho un bel carattere.

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Siria 2012

Cosa vuol dire oggi, fare giornalismo di guerra?
Io parlerei di giornalismo di esteri. Il giornalismo di guerra è un settore fin troppo elitario e nello stesso tempo un termine fin troppo abusato per usarlo come metro di paragone. Ho sentito gente che si definiva “inviata di guerra” senza sapere neanche che gli inviati sono quelli interni ai giornali ed è una qualifica (appunto di inviato); così come c’è gente che va embedded coi militari per poi dire di aver visto una guerra. I grandi giornalisti di esteri in Italia sono una quindicina e l’età media è molto alta. Ci sono poi le nuove generazioni, soprattutto fotografi. Un po’ scapestrati e spesso non pienamente consci del concetto di giornalismo classico. Dall’altra parte sono fuori dall’anacronismo esistenziale e mummificante dell’ordine dei giornalisti. Respirano, sudano, danno l’anima e qualcuno purtroppo anche muore, come è successo ultimamente. E’ l’eccesso della vita presa a pieni polmoni. Però sono loro il futuro.

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Cristiano Tinazzi insieme al grande inviato del Corriere della Sera, Ettore Mo

Generalizzare è sempre una forzatura, ma come valuti dal tuo punto d’osservazione la qualità media dell’informazione italiana rispetto alle aree di crisi?
Bassa. Direi molto bassa. Manca anche un settimanale, un mensile di riferimento capace di dare spazio a grandi temi internazionali e ai reportage. Foto e testi di qualità. E quando c’è paga molto poco rispetto alla qualità che chiede.

Quale testata o sito web consiglieresti come maggiormente attendibili per quanto riguarda questo tipo di informazioni?
Come italiani direi Limes. Poi c’è East e Q Code. E Internazionale. Anche Pagina99 ha belle pagine di esteri. Per il resto è molta fuffa, spesso copiata da siti stranieri. Per i giornali ‘storici’ è sempre un piacere leggere Bernardo Valli su Repubblica e gli approfondimenti di Ugo Tramballi sul Sole24Ore. Poi ci sono Daniele Raineri del Foglio e Lorenzo Cremonesi del Corriere.

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Libia 2011

C’è ancora qualcuno che pensa valga la pena avere un inviato (o pagare un freelance come te) piuttosto che attingere dalla Reuters?
Tranne le pochissime testate che ancora hanno inviati, direi di no. Almeno in Italia.

Cosa ti fa più incazzare di come vengono raccontate le guerre?
La superficialità e il tuttologismo. Spesso gli inviati o anche i freelance che si recano in un contesto sanno poco o nulla del posto in cui si trovano. Passano dalle elezioni in Brasile alla Siria. Spesso c’è gente che fa interni che a un dato momento si inventa sugli esteri.

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Libia 2011

Come funziona esattamente la tua attività di freelance in zone di guerra?
Ho una formazione di studi storici e quindi mi pongo con un approccio analitico rispetto ai Paesi che devo seguire. Innanzitutto seguo solo alcune zone, come l’area nordafricana e quella mediorientale. Ritengo che si debba essere specializzati, non generalisti e questo comporta grossi studi e molto tempo perso in rete a cercare materiale affidabile. Non per niente ho scritto e scrivo spesso per testate di geopolitica. Serve anche valutare appieno quali sono i rischi andando in un determinato posto e come muoversi avendo un minimo di sicurezza. Se ci sono alert di possibili rapimenti, l’atteggiamento della polizia nei confronti della stampa etc. Il secondo step è sul posto.

Ti proponi tu a qualche testata/tv per seguire gli eventi? Ti contattano loro?
Entrambi i casi. Ho ormai una serie di referenti e di contatti sviluppati nel corso degli anni che mi permettono un ventaglio di possibilità sia sulla carta stampata che in ambito radiotelevisivo. A volte vengo contattato per committenze da altre realtà con le quali non ero precedentemente in contatto.

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Libia 2011

Con che tipo di attrezzatura “basic” ti muovi?
Io paragono sempre una partenza per lavoro a una escursione in montagna. Cosa mi serve per partire? Che tipo di indumenti? Come li trasporto, come distribuisco il peso, quanto peso massimo posso trasportare calcolando che potrei dovermi spostare con tutto il materiale. In questo caso quindi il mio consiglio è che devi provare più volte a portare tutto addosso. E ti devi allenare a farlo. Due zaini, uno da trekking di ultima generazione e uno frontale con l’attrezzatura. Anche qui come riempirlo lo decidi in base a dove vai. Ti serve giubbotto antiproiettile ed elmetto? Hai un kit medico? E soprattutto sai correttamente usare questo materiale? Altro peso supplementare. E poi doppi cavi, batterie, caricatori. Il peso varia a seconda del contesto in cui si opera. Anche qui vale la logica. Ho visto gente girare con le valigie con le rotelle o portarsi le scarpe coi tacchi. La testa serve anche a questo.

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Concretamente, come ti organizzi per realizzare i tuoi reportage quando ti trovi sul territorio? Come ti crei i tuoi contatti in zona? Quali canali usi per raccogliere le informazioni necessarie per scrivere i tuoi pezzi?
L’organizzazione viene a monte, prima di partire, si trova un fixer, lo si incarica di pianificare e preparare interviste o sviluppare delle idee, trovare contatti. Se non hai idee è inutile che ti prendi un fixer e lo paghi 200 euro al giorno. Lo devi guidare tu. Se non sa cosa vuoi difficilmente ti porta a trovare qualcosa. Quindi anche qui: la testa. Si parte se si hanno idee da sviluppare e se c’è spazio sul mercato. Altrimenti si fanno le stesse cose che han fatto altre cento persone e difficilmente si vende qualcosa. Fare il giornalista è un lavoro, non un gioco per adulti.

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Siria 2012

Che rapporto si instaura tra giornalisti presenti in zona di guerra? Solidarietà o competizione?
Una forte solidarietà che diventa spesso amicizia. Spesso mi capita di trovare persone che ho conosciuto in altri posto in precedenza. A volte offri un passaggio, altre ti viene offerto. Situazioni dove hai bisogno della corrente elettrica o di spedire un file. Un posto per dormire. E’ una situazione molto comunitaria. Oggi poi esistono piattaforme dedicate ai giornalisti internazionali anche su Facebook dove ci si scambia informazioni, contatti, si condividono idee. La stessa funzione che aveva prima il sito Lightstalker.org. C’è un bell’ambiente, ci si scambia informazioni senza nessun problema. Ci sono sottogruppi dedicati a specifiche aree di crisi. Non ho mai avuto problemi a dare o ricevere contatti e persone sul posto, cosa che invece mi è capitata con alcuni giornalisti italiani.

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Libia 2011

Cosa consiglieresti a chi ha intenzione di intraprendere il tuo stesso percorso?
Di deviare percorso.

Insieme ad alcuni colleghi, sei stato presente all’attacco a Tripoli al compound di Gheddafi. Oltre a questa, quali sono le esperienze più forti e significative che hai vissuto durante il tuo lavoro di giornalista di guerra?
Credo Aleppo. A Tripoli ero in un contesto di caos totale. In Siria invece mi sono sentito come un topo in trappola, sotto bombardamenti aerei e d’artiglieria per giorni. Lì in diverse occasioni ho pensato che non ce l’avrei fatta a tornare.

Intervista di Davide Lombardi.

Tutte le foto sono di Cristiano Tinazzi