Da lavoratore a criminale: ascesa, caduta e rinascita di Youssef

Criminali si diventa. Raccontiamo l’ascesa, il declino e la rinascita di un lavoratore che si è stufato di lavorare ed è diventato un delinquente.

di Arthur La Piqûre

Karim ha 38 anni, è marocchino, abita da oltre vent’anni nella zona più problematica di Piacenza, un quadrilatero adiacente alla stazione ferroviaria, chiamato “quartiere Roma”. Non è il Bronx né la periferia londinese. Piacenza conta 100mila abitanti con un 16% di residenti stranieri.

La zona si è guadagnata negli ultimi vent’anni una pessima reputazione legata al traffico di stupefacenti, ai furti, alla prostituzione, alle risse multietniche e alle manifestazioni più evidenti di ubriachezza molesta.

E’ un crocevia di razze concentrate in una manciata di strade: ecuadoriani, peruviani, albanesi, bosniaci, magrebini, cinesi e indo-pakistani. Le ultime due etnie sono in ascesa nel quartiere. Fra call-center, mini-market universali, bar e tavole calde, l’Oriente Estremo regge l’economia del quadrilatero. La strada è sempre stata però dei magrebini, degli slavi e dei latinos. D’estate, chiudendo per un secondo gli occhi e aprendo bene le orecchie si possono udire le melodie della salsa o del rai che escono dalle finestre degli appartamenti del quartiere. Per un attimo sembra di essere a Little Havana o a Casablanca. E invece è Piacenza.

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Via Torricella, Piacenza. Foto da Google Street View

E’ in questo quartiere che Youssef si è trasferito nel 2000 da Rabat, la capitale del Marocco. E’ qui che ha conosciuto Esmeralda, la fidanzata ecuadoriana con cui ha diviso un pezzo di clandestinità. “Brava ragazza l’Esmeralda, non ha parlato, è stata poi espulsa, chi l’ha mai più rivista”, ricorda Karim senza nostalgia alcuna.

Karim e io siamo amici di lunga data, è nel “quartiere Roma” che abbiamo conosciuto entrambi Youssef. “Ti ricordi di quando Youssef ha sfondato la sbarra metallica del casello autostradale?”, dice Karim sputacchiando il tabacco della sigaretta rimastogli incollato sulle labbra.
“Certo che mi ricordo, poco più di un gesto dimostrativo”, rispondo sorridendo.
“Il Turco non si fermava davanti a nulla”, ribatte Karim.

Piazzale Roma, Piacenza.
Piazzale Roma, Piacenza. Foto da Google Street view

Il soprannome di Youssef era il Turco. Se lo era guadagnato nel cantiere in cui lavorava per la sua tenacia e la forza fisica: per i magrebini i turchi hanno la fama di essere gente tosta, dura, con un alto grado di sopportazione al dolore.

La prima volta che incontrai Youssef ero in una delle tante taverne del quartiere. Bar senza pretese frequentati solo da migranti, neanche fosse il sud segregazionista americano. Youssef se ne stava seduto al bancone con Esmeralda a sorseggiare una bottiglia di birra formato famiglia. Portava una maglietta dell’Olympique di Marsiglia. Poggiai il braccio sul bancone e ordinai un paio di birre da portar via e un pacchetto di sigarette. Oltre ai bar con la birra a buon mercato, fino al 2007 nel quadrilatero trovavi tutte le maggiori marche di sigarette contrabbandate dai montenegrini che le rivendevano ai locali della zona.

Mentre aspettavo al bancone, Youssef alzò lo sguardo verso di me: non era alla sua prima consumazione, su questo non ci sono dubbi. Aveva gli occhi arrossati mezzi chiusi e biascicava qualcosa sulla qualità delle noccioline. Era appena arrivato in Italia, parlava a fatica. La lingua francese e il calcio ci aiutarono a dialogare. Quasi tutti i magrebini parlano francese e tutti sono appassionati di calcio.

Parlammo per un quarto d’ora della corruzione nel mondo del pallone e sul costo della vita. Mi disse che era arrivato sei mesi prima da Rabat e che aveva subito trovato lavoro in Italia. Era il 2001.

Via Roma, Piacenza
Via Roma, Piacenza. Foto da Google Street View

“A Youssef piaceva lavorare, non era come gli altri”, ricorda Karim. Lavorava in un cantiere in provincia. Ogni mattina sveglia alle 6, pranzo al sacco, settimana di 6 giorni, per uno stipendio di 1200 euro al mese.

Con Youssef cominciammo a frequentarci nei fine settimana. Bevevamo qualche birra insieme, lui mi raccontava del suo paese e dei suoi progetti. “Voglio diventare capocantiere, magari prendermi il diploma da geometra, questo lavoro è duro, non voglio crepare a 50 anni”, mi confessò un giorno. Quella bettola diventò presto il luogo di ritrovo di una piccola comitiva di nordafricani. Dopo qualche mese la polizia chiuse il bar e appose i sigilli. C’era stata una rissa violenta all’interno del locale fra clienti insoddisfatti, un avventore era stato accoltellato.

Piazzale Guglielmo Marconi, Piacenza
Piazzale Guglielmo Marconi, Piacenza. Foto da Google Street View
Durante il controllo e i sopralluoghi delle forze dell’ordine che seguirono venne fuori che il gestore del locale era un ricettatore. In cambio di pochi spicci comprava merce rubata dai ladri e dai tossicodipendenti del circondario: telefoni cellulari, televisori, lettori dvd, navigatori satellitari, orologi, monili. Cambiammo quartier generale per stabilirci in un altro bar poco distante con caratteristiche simili.
Nel 2003 Youssef fu vittima di un incidente sul lavoro. A fine turno, sovrappensiero, levigando una struttura di ferro con della carta vetrata, si era procurato una ferita seria alla mano destra. Uno spigolo gli aveva perforato il guanto e aperto il dorso della mano. Mi chiamò sul cellulare e lo raggiunsi in macchina sul cantiere. Sanguinava copiosamente. Nel cantiere non c’era acqua corrente, solo barili con acqua stagna. Gli altri muratori, quasi tutti bosniaci e macedoni, gli consigliarono di lavarsi la ferita con l’urina. “Amico non è niente, tu non va a ospedale, tu piscia su tua mano subito, vedi che disinfetta ferita, perché c’e’ ammoniaca nel pipì”, disse un suo collega bosniaco.
Via Abbondanza, Piacenza.
Via Abbondanza, Piacenza. Foto da Google Street View

Presi un asciugamano e improvvisai una benda. Lo portai al pronto soccorso. Non avevamo scelta, la ferita era profonda e i punti di sutura inevitabili. Non disse nulla durante il viaggio, né una parola né un lamento. All’entrata, quasi a scusarsi con me, mi guardò negli occhi e mi disse: “Meglio se non entriamo, non ho i documenti, sono clandestino”.

I medici del pronto soccorso non fecere troppe domande. Gli pulirono la ferita e gli praticarono dieci punti di sutura. Al momento di chiedergli il motivo della brutta ferita lui disse che se l’era procurata nel suo garage mentre aggiustava il motorino.

Il giorno dopo Youssef strinse i denti e la benda che gli fasciava la ferita e andò in cantiere puntuale come sempre. Ad aspettarlo c’erano i suoi colleghi e il datore di lavoro, un paffuto cinquantenne nato e cresciuto nella provincia piacentina. Youssef venne licenziato in tronco, senza indennità, senza pietà e senza lamentarsi. Aveva mentito per proteggere il suo lavoro ma il padrone si era spaventato, perché tutti i suoi operai lavoravano in nero.

Via Abbondanza, Piacenza.
Via Abbondanza, Piacenza. Foto da Google Street View

Secondo Karim, quell’episodio condizionò per sempre la vita di Youssef: “Cominciò a non fidarsi degli italiani e a frequentare brutta gente. Prima di allora Youssef non sapeva neanche che cosa fosse la droga”. Fece amicizia con un gruppo di marocchini dediti ad ogni sorta di traffici.

Era il 2004 e si stava compiendo davanti ai miei occhi la trasformazione di Youssef. Da uomo di fatica e immigrato modello, a delinquente, spacciatore e ladro. “Il crimine paga”, pensava. Comincio’ con le biciclette, rubandone una dozzina al mese, di tutti i tipi: da città, da campagna, da corsa, da cross. Ne aveva il garage pieno. Le rubava nella zona della stazione con un suo connazionale proprietario di un furgone nel quale stipavano le biciclette destinate al mercato nero di Lodi. A Lodi rubava altre biciclette che rivendeva sul mercato nero di Piacenza. Poi provò a passare ai furti in appartamento, ma non era molto agile: un ladro che va a sbattere contro i mobili durante i furti notturni non ha molto futuro nel settore. Lasciò perdere.

Trovò infine la sua vocazione nello spaccio al dettaglio di droga. Iniziò con la cannabis. Vendeva hashish a pezzi da 10 euro. Quando si muoveva teneva sempre la pila di tocchi da 10 euro di hashish nel pugno, nel caso ci fossero stati controlli avrebbe potuto liberarsi immediatamente della sostanza lanciandola via. L’idea era poi di andare a riprendersela dopo aver superato le eventuali formalità della polizia. Quando non era in movimento nascondeva le barrette di hashish fra le frasche dei Giardini Margherita, il parco antistante la stazione ferroviaria, epicentro del commercio di stupefacenti di ogni tipo.

Giardini Margherita, Piacenza
Giardini Margherita, Piacenza. Foto da Google Street View

Aveva cominciato a vestirsi diversamente. Con abiti costosi, orologi d’oro, cinture vistose e altre frivolezze. Ormai era l’unico vero momento di integrazione per Youssef: comprare le stesse cose costose dei ricchi bianchi. Anche il tenore di vita di Esmeralda migliorò di colpo. Youssef si era specializzato nel commercio di cannabis e successivamente di cocaina. “I soldi veri”, diceva. Aveva battuto tutta la concorrenza del quartiere. Era il venditore perfetto: schivo, discreto, molto cauto nello scegliere la clientela. Ma soprattutto Youssef non era un vizioso, non aveva nessun consumo personale da far pesare sul bilancio della sua start-up.

Youssef infatti non fumava hashish e non esisteva quindi il pericolo che consumasse le dosi da vendere. Non era neanche completamente cosciente dei soldi che stava facendo. Riflesso della saggezza della povertà, teneva i piedi per terra. Finché non cominciò a vendere cocaina. E a consumarla. Era il 2005, la trasformazione era ormai completa: cominciò a farsi crescere l’unghia del mignolo, l’unghia del benessere e del cocainomane. In quegli anni era spesso attaccato alla bottiglia e quando era sotto effetto della cocaina diventava paranoico, doveva stare al chiuso, in una casa fra pochi intimi perchè tutto il mondo esterno gli appariva ostile.

Via Pozzo, Piacenza
Via Pozzo, Piacenza. Foto da Google Street View

Era diventato presto il “re di via roma”, poteva contare su una decina di piccoli spacciatori, fra i quali alcune insospettabili giovani ragazze piacentine che rispondevano ai suoi ordini. Adesso era lui il padrone. Fissava lui i prezzi al dettaglio per tutto il quartiere. Aveva creato un monopolio della cannabis e della cocaina. Era diventato anche una sorta di benefattore del quartiere, prestava soldi, quando non li regalava, ai mendicanti della zona ma anche alle famiglie e ai disoccupati.

A fine aprile del 2008, di ritorno da un viaggio, venni a sapere del suo arresto. “Il crimine non paga, stavolta” ricordo di aver pensato. Erano giorni che cercavo di parlargli, nessuno sapeva dove fosse, Esmeralda era sparita cosi come i suoi cavallini e spacciatori di zona. Andai in emeroteca a sfogliare i giornali del mese appena trascorso, trovai subito l’articolo con le sue iniziali e quelle di Esmeralda, l’indirizzo di casa loro e la ricostruzione dell’arresto.

“Quella sera Youssef era andato a Milano a ritirare una partita di hashish e cocaina. Era nervoso, teso, continuava a bere e a sniffare come se non ci fosse un domani”, ricorda Karim. In macchina con lui c’era Issam, un suo giovane e fedele dipendente.

Via Colombo, Piacenza. Foto da Google Street View
Via Colombo, Piacenza. Foto da Google Street View

Secondo il resoconto del giornale, Youssef aveva forzato un posto di blocco ed era finito con la sua Yaris blu in un canale dopo un breve inseguimento con due volanti della polizia di Stato. Secondo Issam e lo stesso Youssef, la polizia lo stava aspettando e il suo arresto era dovuto a una soffiata. “Verso le 23 siamo arrivati al casello di Fiorenzuola – ricorda Issam. Oltre il casello c’erano due macchine della polizia ferme. Youssef ha presentato al casellante un biglietto danneggiato, che aveva ritirato bruscamente dalla macchinetta del pedaggio di Milano sud. La provenienza del veicolo e l’importo del pedaggio erano illeggibili. Innervosito, il casellante ha alzato la cornetta del telefono per chiamare la polizia”.

Senza patente né assicurazione, alterato da droga e alcol, e con in macchina cinque chili di hashish e tre di cocaina, Youssef si fece prendere dal panico. Fece retromarcia. La macchina si fermò ad una decina di metri dal casello. Con un ultimo profondo respiro e la sensazione di essere in trappola, Youssef ingranò la prima, premette con rabbia sull’acceleratore e sfondò la sbarra di metallo. “Siamo passati a tutta velocità davanti alle gazzelle che hanno preso subito ad inseguirci” mi raccontò in seguito lui stesso. “Non è vero che siamo finiti in un fosso, siamo arrivati fino in centro con le volanti che ci tallonavano. A un certo punto la macchina ha sbandato. Eravamo in una piazzetta, lungo le mura vecchie della città”. Poi l’estrema fuga: ”Siamo usciti dalla macchina e ci siamo messi a correre, amico mio, a correre come non avevo mai fatto”, ricorda.

Al suo fermo partecipò anche una pantera dei carabinieri accorsa sul posto. Youssef, il Turco, non voleva arrendersi. Durante l’arresto ci fu una colluttazione perciò oltre al possesso e al traffico di sostanze stupefacenti, alla guida senza patente e in stato di ebbrezza, al reato di immigrazione clandestina, Youssef fu giudicato anche per resistenza, violenza e lesioni a pubblico ufficiale. Per tutti questi reati gli venne inflitta una pena detentiva di quattro anni di reclusione da scontare nel carcere cittadino.

Via Torricella, Piacenza
Via Torricella, Piacenza. Foto da Google Street View
Stavolta il crimine non aveva pagato. Anche Issam viene arrestato. Lo rilasciano il giorno dopo con un decreto di espulsione con la sola accusa di immigrazione clandestina. E’ lui a raccontarmi alcuni dettagli della notte passata in camera di sicurezza della Questura di Piacenza, prima del processo per direttissima della mattina seguente.
“Sentivo urlare Youssef, inveire contro tutto e tutti e poi sentivo il rumore delle guardie che entravano nella sua cella per farlo tacere”. Delle violenze Youssef non mi ha mai parlato. Mi ha solo descritto la camera di sicurezza come “il posto più orribile su questa terra, peggio del carcere normale, senza finestre, sembrava di essere dentro un cubo”. Cosi Youssef è in prigione.
Entra nell’aprile del 2008 e esce nell’ottobre del 2011, sei mesi prima del fine pena. Lo Stato gli concede la semilibertà. Di giorno lavora in una cooperativa per ex detenuti, alla sera torna in carcere. Torniamo a vederci poco dopo. Fisicamente è uguale al 2008. Nelle lunghe discussioni che abbiamo, parla raramente del carcere se non per menzionare conoscenti e gente del quartiere finita nei guai. Non considera neanche di aver sbagliato, “in fondo ho solo avuto sfiga”, mi dice. Ma difficilmente non ha trovato il tempo per riflettere sul suo itinerario personale: da bravo ragazzo lavoratore con fidanzata, a criminale comune. Nelle nostre discussioni emerge la sua voglia di riorganizzarsi la vita, di ritrovare il benessere solo sfiorato. L’unghia del mignolo è ancora curata come un tempo.
Via Pozzo, Piacenza
Via Pozzo, Piacenza. Foto da Google Street View

Ritrovare i contatti di prima è stato un gioco da ragazzi. Benvoluto da tutti, Youssef restava il numero uno nel piccolo-medio smercio di sostanze stupefacenti. Un tipo affidabile con un’ottima reputazione criminale. Comincia a fare i primi soldi della sua nuova vita. Provengono dal commercio di dvd pornografici masterizzati che vende ai carcerati. Un lavoro che si era inventato nei sei mesi di semilibertà. Li masterizzava di giorno, di nascosto in cooperativa, e poi li portava dentro alla sera. Ogni dvd 5 euro. “Un margine troppo basso per lui”, dice Karim. Intanto cercava inutilmente Esmeralda, espulsa nel 2009, e prese a frequentare prostitute. “Non posso certo pretendere di avere a mio fianco una brava ragazza di provincia, anche se mi piacerebbe”, diceva dispiaciuto.

Quando conobbi Youssef faceva il muratore e abitava in affitto con Esmeralda, di cui era davvero innamorato. Meno di dieci anni dopo, è un ex detenuto con un decreto di espulsione. Ha scalato i gradini della delinquenza ordinaria: da cavallino per i grossi pusher di Milano a spacciatore indipendente, libero professionista nel campo della distribuzione della cannabis e della cocaina.

Via Valmagini, Piacenza
Via Valmagini, Piacenza. Foto da Google Street View
E’ a fine pena, con la piena libertà, che la storia di Youssef prende un ritmo diverso. Sa di avere i giorni contati se rimane a Piacenza, soprattutto nel quartiere Roma dove negli ultimi anni i controlli delle forze dell’ordine si sono intensificati.
Ha bisogno di soldi, dice di voler andare in Francia. Non ha il tempo di rimettere in piedi l’organizzazione di cui era il vertice fra gli anni 2003 e 2008. E anche se avesse avuto tempo non c’erano più gli uomini giusti. Molti dei suoi spacciatori di quartiere erano finiti in prigione o espulsi dal paese. Altri evaporati in altre città del nord Italia o oltre il confine. Torna a frequentare i pezzi grossi di Milano per i quali lavorava all’inizio della sua carriera criminale e riallaccia i contatti con i suoi vecchi acquirenti. Gli insospettabili, alcuni dei quali molto facoltosi. “I tossici bianchi con i soldi”, come li chiamava. All’inizio si prende carico della vendita di tre chili di cocaina e cinque di hashish a settimana. Presto i numeri si impennano. Ma nel giro di qualche mese, proprio quando sembrava che fosse tornato sulla cresta dell’onda, Youssef si presenta a casa mia con il volto tumefatto e gli incisivi rotti. “Che cosa ti è successo?”, gli chiedo. “Sono caduto dalla bicicletta”, mi risponde.
Via Vincenzo Capra, Piacenza
Via Vincenzo Capra, Piacenza. Foto da Google Street View

Youssef non amava parlare di violenza. Karim mi spiego’ che era stato malmenato da alcuni scagnozzi in trasferta di lavoro per conto di un pesce grosso. Secondo il malavitoso i conti con Youssef non tornavano. Nonostante il trattamento, il boss decise di fidarsi di Youssef e di affidargli un’altra importante partita di cannabis e cocaina.

E’ in quel momento che Youssef decise di fuggire. Scappare con il bottino senza salutare amici e conoscenti e datore di lavoro. “Alla fine li ha fregati tutti, lo Stato che voleva rimandarlo in Marocco e i mafiosi”, così la vede Karim.

Mi torna in mente il viaggio verso il pronto soccorso con Youssef ferito, spaventato dalla sua condizione di clandestino più che dalla profonda ferita alla mano. Quel Youssef delle bevute senza pretese alla bettola dell’angolo. Il Youssef innamorato di Esmeralda e con ancora gli incisivi in bocca.

Un giorno di ottobre del 2012, sei mesi dopo la fine della sua pena detentiva e dall’emissione del foglio di via a suo carico, Youssef sparisce. Dopo un anno circa ricevo una telefonata nel cuore della notte. E’ lui. Mi spiega che sta bene e che era rimasto bloccato per vari mesi lungo il confine francese ma che alla fine era riuscito a varcare la frontiera.

Viale Sant'Ambrogio, Piacenza.
Viale Sant’Ambrogio, Piacenza. Foto da Google Street View

Si trovava a Granada, in Spagna. Con i soldi della droga un bravo dentista gli aveva ricostruito gli incisivi.Trovai il tempo per fargli qualche domanda: ”Ti rendi conto che cosa hai dovuto fare per salvarti?”. “Non avevo scelta mi dispiace”, mi rispose. “Potevi continuare a lavorare in cooperativa, eri diventato bravo con il computer”, dissi. “Sai – rispose freddamente – in questi anni ho imparato ad odiare le leggi, e ho imparato che non voglio essere schiavo del lavoro, non voglio passare davanti a una vetrina e dirmi che dovrò lavorare 10 anni con il mio salario di merda per potermi permettere quello che mi piace, capisci? Dopo tutto quello che ho subito, ora ho tutti i diritti del mondo”.

Un anno dopo, nell’autunno del 2013, Youssef torna a farsi vivo con una breve telefonata fatta da un call center. “Mi sono sposato con una spagnola, ora ho i documenti a posto, capisci? Mi è costato un po’ ma erano soldi ben spesi”, mi disse con giubilo. Gli chiesi cosa avrebbe fatto ora che era in regola. Mi rispose che avrebbe chiesto il divorzio. Dai lavori di fatica malpagati alla malavita e al carcere fino ai documenti e alla legalità, Youssef e morto e risorto più volte. Ma dopo anni di criminalità, fra la galera e la strada, non sarà facile per lui inserirsi nel meccanismo che ha apertamente ripudiato nelle parole quanto nelle azioni. E’ impossibile che torni a fare il muratore o altri lavori di fatica. Il crimine, però, questa volta paga. Youssef ha usato un metodo illegale per regolarizzare la sua posizione e in teoria ripartire da zero.

Qualche mese fa ricevo una nuova chiamata da Youssef. E’ a Vienna e fa il cuoco.

Arthur La Piqûre

Immagine di copertina: photo credit: Pusher via photopin (license)

 

Perché sono andata in Giappone per costruire i robot

Sarah vive a Tokyo e si occupa di robot. Abbiamo parlato con lei di robotica, risate, Giappone e del perché è andata via dall’Italia e non ci vorrebbe tornare. Anche se, forse, tornerà.

I giovani italiani si dividono soprattutto in tre categorie di robot: c’è il modello Neet, quelli che non studiano e non lavorano né fanno formazione (Not Education, Employment or Training). Cioè gli inattivi, quelli in attesa che il sistema centrale prenda una decisione. Secondo l’Istat sono oltre 2 milioni, cioè più o meno il 24% dei giovani sotto i 30 anni. Poi ci sono i giovani robot disoccupati: il 44,2% nella fascia 15-24 anni. Ci sono inoltre gli RS, i Robot Studenti, quelli che passano molti anni della loro vita a formarsi, spesso accumulando lauree, master e corsi di formazione.

Gli RS sono programmati per seguire un algoritmo molto preciso che li rende tutti uguali pur facendoli sentire tutti unici e speciali. Studiano, si diplomano, poi si iscrivono all’università e vanno all’estero. L’algoritmo è piuttosto semplice e dunque il percorso di questi robot è altrettanto semplice: studiano tutti nelle stesse università, studiano le stesse materie, leggono gli stessi libri, fanno gli stessi pensieri. Quando scrivono le tesi, sono programmati per scrivere tesi originali, uniche, insolite. Tutti allo stesso modo.

A un certo punto – alcuni prima, alcuni dopo – sono programmati per andare all’estero. Anche su questo aspetto l’algoritmo dimostra scarsa complessità: i giovani robot vanno tutti negli stessi posti ed “estero” si traduce in due o tre capitali: Londra, New York, alcuni a Berlino. Il resto è hic sunt leones, fuori dall’algoritmo, se non per viaggi di piacere o marginali esperienze extra.

Ogni tanto qualche robot fa eccezione. Non sappiamo se anche questo sia previsto dall’algoritmo del sistema, o se si tratti davvero di una scheggia impazzita. Ma capita che qualche robot sfugga al compito per cui è programmato e segua semplicemente il proprio percorso personale.

photoSarahRobot
Sarah con un umanoide musicista

Sarah da bambina, negli anni 80, come molti altri della sua età guardava i cartoni animati giapponesi con i robot: Jeeg Robot D’acciaio, Il grande Mazinger, Cyborg 009, Yattaman. Come molti altri della sua età desiderava o essere un robot o poter costruire i robot.

Molti suoi coetanei sono diventati dei robot, lei invece è finita in Giappone a costruirli.“Mio padre è ingegnere elettronico anche lui” mi spiega. “E anche lui laureato al Politecnico di Milano (notare una certa ciclicità…), mentre mia madre è perito chimico. Io al momento lavoro nel laboratorio Takanishi di Tokyo e mi occupo di sensori fisiologici e quant’altro, per interazione uomo-robot”.

Siccome parliamo via mail, il mio primo dubbio – come sempre quando parlo con qualcuno via mail – è che non si tratti di un essere umano ma di un robot. La mia prima domanda dunque non poteva che essere:

Sarah, come faccio a sapere che sei un essere umano e non un robot?

Mah, l’unica cosa che puoi fare è un atto di fede. Magari sono un androide tipo Terminator ma più avanzato. Perciò a meno di subire danni fisici gravi – dissezioni – non si può accertare la presenza di cablaggi.

Mi fido. Come sei finita a Tokyo?

Sono partita per Tokyo per la prima volta subito dopo la laurea in Ingegneria elettronica con il “Vulcanus in Japan” (programma per la cooperazione industriale finanziato dal Europa e Giappone, ndr). Ho scelto proprio il Giappone perché volevo fare i robot! E anche perché avendo pochi soldi miei a disposizione, ho lasciato perdere l’Erasmus durante gli studi, che non mi avrebbe permesso di campare e studiare all’estero, e mi sono informata su progetti più concreti.

Perché l’Erasmus non andava bene? Cosa intendi per progetti più concreti?

L’Erasmus non andava bene in quanto non si è in grado di automantenersi con la sola borsa di studio, almeno a Glasgow, dove volevo andare io, e i miei genitori non potevano supportarmi. Inoltre, l’Erasmus è più un’esperienza culturale che scientifica: quello che conta è andare all’estero e vivere in uno stato estero, e non proprio il corso di studi o la possibilità di far parte di un progetto di ricerca.

Con progetti più concreti intendo progetti più tecnico-scientifici: in generale, stages retribuiti in laboratori di ricerca o aziende. Durante gli studi sono stata dai miei, vitto e alloggio – vivendo a Milano – e lavorando negli ultimi anni di notte come cameriera in un pub (un buon pretesto per uscire tutte le sere).

Da "Metropolis" (1927) di Fritz Lang
Da “Metropolis” (1927) di Fritz Lang

E poi che hai fatto?

Poi sono rimasta nell’azienda che mi ha ospitato, e che mi ha tenuto altri 2 anni a contratto come ingegnere elettronico. A quel punto son tornata “da mamma e papà” e ho deciso di fare un dottorato. Dopo un anno di ricerche e applicazioni varie, dagli esiti più o meno negativi, ho trovato una posizione interessante qui in Waseda e ho applicato per la borsa di studio MEXT.

Ci è voluto un anno (durante il quale ho trovato lavoro in Costa Azzurra… e ho trovato anche marito! Italiano, per giunta) tra prima domanda con documentazione, test di lingua giapponese e inglese, colloquio sul progetto di ricerca, conferenza estemporanea per adempiere agli obblighi di Waseda di avere almeno una pubblicazione per poter iscriversi al dottorato, ecc. per avere il via… E ora eccomi qua.

E durante l’attesa cos’hai fatto in Costa Azzurra, a parte trovare marito?

In Costa Azzurra ho lavorato come sviluppatore software, consulente per Amadeus (Amadeus IT Group, multinazionale del settore viaggi, ndr), un lavoro quindi non del tutto slegato dal mio campo ma comunque decisamente lontano dall’elettronica/robotica. E’ capitato un po’ per caso, cercavo un lavoro per mantenermi mentre facevo domanda per la borsa di studi, mi è capitata questa occasione, non ci ho pensato troppo su e sono partita.

Entrambi i tuoi genitori vengono dal campo scientifico. Possiamo dire che sei nata in un contesto favorevole allo sviluppo di un’attitudine scientifica… I tuoi sono contenti del lavoro che fai?

Certamente, soprattutto mio padre. Ovviamente invece sono scontentissimi che viva dall’altra parte del pianeta.

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Il robot Kobian e le sue espressioni buffe

 

Mi hai detto che ti occupi dell’interazione uomo-robot. Mi spieghi in che senso? 

Interazione uomo-robot o interazione uomo-macchina. Con l’avvento della personal robotics e della consumer automation l’idea è di raggiungere un livello abbastanza naturale di interfaccia, di modo che non ci sia bisogno di una laurea o almeno di un training tecnico per utilizzare le macchine di servizio. Per esempio, i riconoscitori vocali tipo SIRI, sono parte di queste interfacce naturali.

L’idea è che non sia più l’uomo a dover imparare la “lingua” del robot/device (i comandi), ma sia il device che impara la lingua umana e la interpreta. Io in particolare mi occupo della risata e di tutti i segnali sociali non verbali di cui punteggiamo la comunicazione. In generale, l’idea è di utilizzare sensori tipo accelerometri, EMG, MG -generalmente di utilizzo robotico o medicale – per studiare invece il comportamento dell’uomo nella realtà quotidiana.

Cioè? Devi far ridere i robot?

Anche. In realtà sono quelli dell’altro team che devono far ridere il robot, usando i miei dati. Io devo essere in grado di usare i sensori per capire se la persona che interagisce col robot sta ridendo… e perché. Io applico sensori sulla persona e cerco di farla ridere. Siccome è abbastanza difficile avere un ambiente “ecologico” in laboratorio, stiamo cercando di sviluppare un sistema multimodale portatile per analisi “sul campo” fuori dal laboratorio.

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Perché è così importante la risata? Sempre perché rientra nell’interazione uomo-robot in quanto comunicazione non verbale?

Esatto. Comunicazione multimodale. Considera che noi ridiamo quando siamo felici, imbarazzati, sotto stress… e lo facciamo come riflesso semi-spontaneo e in maniera leggermente diversa. L’idea è di recepire lo stato d’animo di una persona per “modulare” il comportamento del robot.

Un robot che ha a che fare con una persona che ride di gusto potrà permettersi di avvicinarsi, di “osare di più” nella conversazione, viceversa se ha a che fare con una persona sotto stress, magari perché non abituata ad interagire col robot, cercherà di guadagnarsi prima la sua fiducia, manterrà una distanza di sicurezza (non invadendo il cosiddetto “spazio vitale”) dalla persona, e così via.

Emotional Mapping, Takanishi Laboratory, Waseda University
Emotional Mapping, Takanishi Laboratory, Waseda University

Ma secondo te la robotica umanoide resterà sempre fantascienza o materiale da esibizione/expo/fiera, oppure ci sarà un reale, concreto utilizzo dei robot umanoidi prima o poi?

Per applicazioni di interazione con clienti, persone normali, ci sarà sicuramente un più concreto utilizzo degli umanoidi, sia perché “fanno scena”, sia perché sono simili a noi, e quindi paradossamente meno spaventosi e più approcciabili di robot di forme diverse, tipo il ragno, ad esempio.

Per applicazioni più tecniche, tipo militari o heavy duty, gli umanoidi non sono molto adatti, perché presentano difficoltà di ottimizzazione del controllo quasi proibitive, a fronte di poco guadagno: mandare sulla luna un umanoide non avrebbe senso, meglio un rover, che è più stabile, più strutturalmente robusto e meno dispendioso.

Ti è mai capitato di avere a che fare con un robot umanoide e di provare paura?

Non direi. Noi abbiamo un umanoide, ad esempio, il Kobian. E’ grande come me, veramente carino e ispira simpatia. Un altro umanoide abbastanza impressionante è il Geminoid, di Ishiguro sensei, a Osaka, molto verosimile esteticamente, però abbastanza scadente come capacità interattive. Paura non ne fa, ma da l’idea di essere “un po’ lento di comprendonio”.

Il Kobian a cosa serve?

Il Kobian può servire a studiare come la gente normale vede/percepisce i robot “intelligenti”, quelli cioè con un grado di indipendenza rispetto alle macchine tradizionali; ma anche per analisi sociologico-culturali, per vedere come persone di diverse culture reagiscono ad uno stesso input. Un buon utilizzo dei robot umanoidi è quello di “umano asettico riprogrammabile”, non tanto diverso dai topini da laboratorio modificati geneticamente per studiare l’effetto che ogni singola modifica al DNA comporta.

L'”umano asettico” non è nè bianco, nè nero, non fa nessun odore, non parla nessuna lingua in particolare: e perciò si può utilizzare per studiare l’effetto che la differenza in uno qualsiasi di questi aspetti provoca in una determinata popolazione di individui.

Secondo a te a livello mondiale a che punto si è con la robotica? Siamo ancora nel passato, nel presente o nel futuro?

Ovviamente siamo indietro: tra 20 anni quando tutti guideranno droni invece che scooter ci chiederemo come facevamo vent’anni prima. In particolare, io aspetto con ansia il giorno in cui i primi bioinnesti saranno disponibili, per aumentare le capacità umane.

Londra, cameriere drone porta il sushi al tavolo.
Londra, cameriere drone porta il sushi al tavolo.

Ma pagano bene in Giappone? Ci vivi bene con il tuo lavoro?

Quando lavoravo, si. Ora sono studente in borsa di studio: la mia borsa di studio mensile è di 146000yen, che a dicembre scorso ha toccato (spero) il fondo a circa 900 euro. Ci vivo bene? No. Ho un lavoro part-time di babysitter per arrotondare un po’. Il problema più grosso è comunque l’affitto, visto che vivo a Tokyo, e non voglio allontanarmi troppo dal laboratorio. Per il resto, in posto come il Giappone, se non hai vizi/bisogni particolari, ci sono tantissimi modi per risparmiare e puoi vivere una vita abbastanza sregolata senza spendere troppo.

Che lingua si parla sul lavoro? Che aria si respira?

Sul lavoro si parla giapponese, in generale. Ho dovuto quindi studiarlo e impararlo, insieme a tutta la realtà culturale circostante. Però ho due colleghi italiani, due cinesi, uno francese, c’erano un polacco e un tedesco che si sono dottorati negli anni passati. Con loro si parla inglese in generale, e in italiano quando siamo solo tra italiani (raro). Dunque parlo correntemente 3 lingue, tutti i giorni.

JAPAN-TECHNOLOGY-SCIENCE-ROBOT-OFFBEATChe aria si respira? Si lavora tanto, tantissimo. Come giapponesi! Quando non passo le notti in laboratorio, lavoro dalle 9 di mattina fino alle undici e mezza di sera, più o meno. Considera che alcuni giorni alla settimana ho il mio part-time da babysitter, quindi lascio alle 7 di sera, poi magari continuo dopo da casa. Anche il sabato, generalmente. Ma il sabato è giornata corta, verso le 18 stacco.

Che atmosfera c’è?

Non ti saprei dire, ormai è tanto che son qui, mi sono abituata. Ma devi sapere che i giapponesi sono molto razzisti, e hanno due pesi e due misure per se stessi e per gli altri. Non necessariamente a svantaggio degli stranieri. Per esempio, io lavoro tanto. Gli stranieri (eccezion fatta per i cinesi) lavorano generalmente di meno. I giapponesi lavorano di più. Gli studenti giapponesi del mio lab passano quasi tutte le notti al lab. C’è una grandissima pressione sociale che determina più o meno tutto quello che i giapponesi possono o non devono fare, e noi ne siamo esenti.

L’altro lato della medaglia è che ovviamente ci trattano da diversi, fuori dal gruppo, e non c’è nessuna possibilità di integrarsi. Questo, in generale. E’ ovvio che ci sono persone più o meno aperte (la famiglia presso cui sono babysitter è giapponese), e che, trovato un equilibrio tra l’essere fuori dal gruppo e l’essere esente dagli obblighi sociali, non si sta poi tanto male.

Hai voglia di tornare in Italia? Se potessi fare le stesse cose, le faresti in Italia?

No. E se avessi potuto farle in Italia ma avessi avuto scelta, le avrei comunque fatte all’estero. Considera però che in accademia, un dottorato all’estero è generalmente necessario e auspicabile: necessario perchè ogni lab ha una specialità diversa, e quello che vuoi fare tu non lo trovi sotto casa con facilità, e auspicabile perchè nell’ottica che prima o poi diventi professore (cosa cui io non aspiro) devi essere pronto a partire per dove trovi una cattedra, e i posti di lavoro in accademia sono un centesimo di quelli tradizionali in azienda.

Barbara D'Urso e le sue espressioni a Pomeriggio Cinque (Canale 5)
Barbara D’Urso e le sue espressioni a Pomeriggio Cinque (Canale 5)

Detto questo, sono molto arrabbiata con l’Italia: vedo un paese dove ognuno si fa i fatti suoi, il ceto medio affonda nella povertà mentre i ricchi snob evadono le tasse, la classe politica è una classe di parassiti incompetenti, la meritocrazia non esiste, e l’educazione culturale collettiva dei giovani è in mano a gente tipo Maria De Filippi o peggio ancora Barbara D’Urso. Stiamo diventando peggio degli americani. Il Giappone ha tantissimi lati negativi, ma ha proprio quello che manca a noi italiani: un’identità culturale profonda (forse anche troppo). La collettività è molto più importante dell’individuo. E quindi me lo godo un altro po’, fino al giorno in cui, molto probabilmente, dovrò decidermi a ritornare in Europa, fare un mutuo, metter su famiglia..

Perché dici che dovrai ritornare in Europa e fare un mutuo? Non vorrai smettere di lavorare ai robot…

Possibilmente no, ma potrebbe anche darsi. In Giappone per uno straniero è difficile fare molta carriera, inoltre tieni presente che i posti in accademia sono relativamente meno rispetto all’industria e che ovviamente per entrambe più si sale più è richiesta una conoscenza del giapponese perfetta – ma questo nel mio caso è l’ultimo dei problemi.

Il problema più grande riguarda le difficoltà per gli stranieri, di qualsiasi livello sociale, di accedere ai servizi pubblici giapponesi (mutui a tassi quasi nulli, assistenza sanitaria decente – considera che la sanità è più o meno come in US, scuole pubbliche per bambini 100% stranieri -anche mio marito è italiano – e così via). Inoltre ovviamente le famiglie non sono contentissime . C’è da dire che però, piano piano, questo sta cambiando… perciò si vedrà.

L’esperimento svizzero

Un’aspirante ricercatrice italiana va a vivere a Zurigo e l’unico lavoro che trova è come oggetto di un esperimento. Che non è poi così male come può sembrare.

di Giulia Mameli, foto di Tobias Gaulke

Un’aspirante ricercatrice italiana va a vivere a Zurigo e l’unico lavoro che trova è come oggetto di un esperimento. Che non è poi così male come può sembrare.

“Cosa ci faccio qua?” è la domanda che ho in testa nei momenti morti delle mie giornate zurighesi, come se improvvisamente mi svegliassi e fossi stata sonnambula per gli ultimi dieci mesi, come se non ricordassi il concatenarsi di eventi e decisioni che hanno portato a trovarmi qua, ora, a Zurigo. Sono italiana, una farmacista, o più precisamente un chimico farmaceutico. Al momento non lavoro e non ho intenzione di scrivere l’ennesima lagna della laureata disoccupata da cui trarre giudizi sulla crisi, confronti con l’estero o la storia esemplare condita da una facile “morale della favola”. Non è così semplice.

Quando lascio l’Italia per seguire il mio ragazzo, stanca dei tanti vicoli ciechi temporanei, tra farmacie, parafarmacie e un breve progetto di ricerca, avevo aspettative tanto grandi quanto vaghe.

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A un certo punto, ormai in avanzato stato di disoccupazione, compro un biglietto di sola andata per la Svizzera ed eccomi a Zurigo. Quando scendo dal treno la città si presenta confermando il repertorio classico dell’immaginario svizzero già dai primi particolari: una coreografia perfettamente sincronizzata di moderni tram, in centro poche e lussuose auto, edifici immacolati, senza scritte, pavimentazione stradale intatta, vetrine di cioccolaterie che sembrano scenografie teatrali.

Questa, più o meno, è Zurigo.

Un posto dove, se nella stazione ci sono dei lavori in corso, il personale delle ferrovie distribuisce agli utenti un volantino per scusarsi e degli smarties confezionati come medicinali, e per Natale nel tradizionale mercatino natalizio viene eretto un monumentale albero di cristalli Swarovski protetto da un vetro antiproiettile, una delle tante attrazioni della città, come il Money Museum (il museo dei soldi – sì, esiste davvero).

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Non ho un piano preciso, come se l’instabilità lavorativa prolungata mi avesse resa inadatta a pianificare a lungo termine e più soggetta a fidarmi del caso: avendo fallito con l’impegno e la dedizione, procedo per improvvisazione.

Non sono così ingenua da pensare che sarà facile e che troverò subito lavoro. So benissimo che per ogni storia di successo all’estero che ci viene proposta dai media, ce ne sono molte di più di fallimenti silenziosi o semplicemente di condizioni non dissimili da quelle che si erano lasciate. Troppo noiose o dolorose da raccontare.

Prima cosa da fare: cercare di integrarsi.

Mi iscrivo ad un corso di tedesco, a mio carico ma abbordabile grazie a delle sovvenzioni pubbliche per l’integrazione. I miei compagni sono indiani, bengalesi, molte persone provenienti dall’area Albania-Kosovo-Montenegro, spagnoli e ovviamente altri italiani. Quasi tutti confluiti qua per un simile destino, cioè a seguito di un consorte che ci lavora e a loro volta alla ricerca di occupazione.

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Dopo vari tentativi i miei standard si abbassano progressivamente: tecnico di laboratorio, addetto al confezionamento dei farmaci, controllo “visuale”. Tutte cose che non sono neanche sicura di poter fare. Non solo per la scarsa esperienza pratica nell’industria, ma anche perché richiedono l’equivalente di un diploma in istituti tecnici professionali e io, ahimè, risulto laureata. E in Svizzera l’abbassamento di livello non solo non è ben visto, ma forse non è neanche possibile.

Un giorno, mentre ormai cercavo un lavoro qualsiasi, su un forum per stranieri anglofoni in Svizzera, trovo l’annuncio di un dottorando in Neurologia:

“Cercasi volontari!
Buona sera a tutti!
Sono un chirurgo inglese e dottorando al Laboratorio di Ricerca sulle Lesioni del Midollo Spinale della Clinica Universitaria. Useremo una tecnologia all’avanguardia per studiare l’effetto di varie patologie neurologiche […] Ma per comprendere l’andatura in pazienti con problemi neurologici, abbiamo bisogno di conoscere com’è quella normale! Per questo ci servono soggetti di controllo che prendano parte al nostro studio. Tutte le informazioni necessarie sono sul nostro sito www…, dove troverete i volantini in inglese e tedesco e i contatti dei ricercatori.
Il test vi occuperebbe per circa 4 ore della vostra vita in due giorni e ricevereste 25 CHF (circa 23 euro, ndr) all’ora.

Cordiali saluti,
Tom”

“Che fine sto facendo?”, penso. Eppure al momento mi sembra l’unico modo per riprendere contatto con il mondo della ricerca, da “esaminata”, poiché un ruolo da ricercatrice mi è precluso. Si tratta solo di camminare. E io so camminare! Perfetto.

Decido di compilare il modulo online per candidarmi.

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Lo studio si chiama “Analisi dei movimenti degli arti superiori e inferiori, durante diverse attività al tapis-roulant” e mira a definire e misurare le anomalie nell’andatura in soggetti con diversi disturbi neuro-muscolari tra i quali morbo di Parkinson, Sclerosi Multipla o dovuti a conseguenze di un infarto. In pratica io e gli altri volontari sani dobbiamo semplicemente camminare su un tapis roulant.

Verranno misurati vari parametri come la forza muscolare e in seguito confrontati coi dati ottenuti da analoghi test sui pazienti della clinica neurologica.

Non c’è nessuna assunzione di farmaci sperimentali e rischi di effetti collaterali connessi. La cosa mi rassicura, forse solo perché sfugge alla definizione più classica ed evocativa di “cavia umana”. Non sono (ancora?) un soggetto da esperimento! E ho l’occasione di dare comunque il mio contributo – passivo – alla scienza.

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Un video dimostrativo mostra una simulazione con un modellino umano che cammina, ottenuto con la stessa tecnologia utilizzata per il film “Avatar”, chiamata Vicon 3D Motion Capture. Dopo l’esperimento verrò ridotta ad un colorato omino-bastoncino che deambula indefinitamente in uno spazio nero e comparata ad altri omini-bastoncini, mere rappresentazioni cartesiane dei parametri studiati, dentro ad un computer.

Vengo ricontattata dopo pochi giorni, via mail, per alcune domande preliminari sul mio stato di salute: non ho disturbi cronici, non sono obesa, non ho subito interventi alla spina dorsale. Congratulazioni, lei è idonea! Il che, dopo tanti rifiuti di candidature, è un magro conforto.

Alla reception della clinica neurologica, mostro l’email coi dettagli del mio appuntamento e poco dopo arriva il dottor Tom, un affabile trentenne inglese, che mi porta nell’ambulatorio. Qua mi presenta il resto del gruppo, tutti molto giovani, sotto i trenta di sicuro, e quasi nessuno è svizzero. Una fisioterapista, un infermiere, un informatico e uno studente-tirocinante che si occupano dell’analisi al computer. L’ambiente è asettico e il clima è formalmente amichevole.

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Mi spiegano ulteriormente cosa si accingeranno a fare, partendo con un linguaggio molto semplificato, poi, rivelate quasi sommessamente le mie basi scientifiche – amici, sono una di voi! – e data la mia curiosità per i dettagli, si sentono autorizzati a ritornare ai più confortevoli “termini tecnici”.

In realtà il “giorno 1” consiste in una visita neurologica approfondita e in una prova al tapis-roulant, il test vero e proprio sarà il giorno successivo.

Leggo e firmo il consenso informato e altre clausole per la privacy, come l’utilizzo di tutto ciò che riguarda il mio test per scopi didattico-scientifici. Questo vuol dire che avrò l’impagabile privilegio di presenziare a conferenze mediche nel mondo o ai seminari di qualche università… sotto forma virtuale di omino-bastoncino deambulante. Devo impegnarmi a camminare meglio che posso, per l’occasione.

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Dopo essermi cambiata nella tenuta “da maratoneta scalza” richiesta, il neurologo testa tutti i miei riflessi, usa anche quel martelletto che mi era capitato di vedere solo in mano ai dottori delle vignette della Settimana Enigmistica, tanto che temo per un istante di tirare un calcione involontario e trasformarmi davvero in una imbarazzante gag, ma la contrazione riflessa del quadricipite femorale è evidentemente stata sopravvalutata dai disegnatori della celebre rivista. Niente calcione, solo un piccolo riflesso.

Arrivano poi delle domande surreali, come “Chi sei? Sai dove ti trovi e perché sei qua?”, il cui obiettivo è semplicemente quello di accertarsi che io sia nel pieno delle mie facoltà mentali. Si ride, anche se affiora un’istantanea impressione di essere smascherata, come se fossero apparsa in sovrimpressione le domande che mi tormentano. Chi sono? So dove mi trovo e perché sono qua?

Poi mi prendono tutte le misure del corpo necessarie a posizionare con precisione gli elettrodi e gli speciali “marker” per gli infrarossi, segnando i punti con inchiostro chirurgico viola. Croci e segni ornano il mio corpo, come la mappa di una macabra caccia al tesoro chirurgica.

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Trovandomi totalmente in balìa di “esperti”, in un ambiente così professionale e tecnologico, tra monitor, elettrodi, tondi occhi ad infrarossi, circondata di persone che tra loro parlano una lingua sconosciuta – il tedesco – e mi sembra di essere in un film di fantascienza, di quelli coi rapimenti alieni. Eppure mi piace.

Nonostante normalmente non ami il contatto umano, in quella situazione essere completamente abbandonata in mani estranee ma competenti, manipolata sapientemente, lo trovo confortante, quasi piacevole. E’ come se per un po’ del tuo corpo non fossi responsabile e fosse affidato a super specialisti che sanno gestirlo anche meglio di te.

Nel corridoio eseguo un test di camminata rapida, vengo cronometrata e ribattezzata “Speedy Gonzales”. Poi la prova al tapis-roulant, impostato in modo che non superi mai la mia velocità massima, quella duramente raggiunta in anni di ritardi cronici. Va tutto liscio, ora sono pronta per il vero “esperimento” di domani.

Le informazioni che si trovano in rete sulla ricerca che coinvolge esseri umani, ed in particolare sui volontari sani, solitamente si riferiscono agli studi clinici su farmaci e dispositivi medici, la cosiddetta “Fase I”, che riguarda le industrie che hanno come obiettivo finale la commercializzazione di un prodotto sicuro. Per questo motivo è necessario conoscere dati come le dosi ottimali, gli eventuali effetti avversi, la migliore via di somministrazione.

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I toni dei titoli dei giornali su questo tema sono spesso allarmanti, “forzati della sperimentazione”, “cavie umane”, “disperazione”, evocando immagini più da lager che da ospedale. Ma se si apre un qualsiasi sito informativo si scopre che esistono norme molto rigide e restrittive a tutela della salute del volontario, che può abbandonare lo studio quando vuole.

Ogni aspetto è controllato innanzitutto da un comitato etico esterno che deve preventivamente valutare rischi e benefici dello studio dal punto di vista scientifico e occuparsi dei risvolti legali ed etici, eventualmente approvare e infine monitorare tutto il processo. Lo studio deve essere poi ulteriormente approvato dalle autorità competenti, l’Agenzia Italiana del Farmaco in Italia e in Svizzera la Swissmedic, che riesamineranno tutta la documentazione fornita dai ricercatori e dal comitato etico.

Il rischio di effetti avversi non sarà mai assente, ovviamente, e per questo il soggetto sarà ricoverato e costantemente controllato e assistito dal personale medico ed infermieristico dell’ospedale per tutta la durata del trial. Insomma, nessuno è forzato contro la sua volontà e “cavie umane” suona davvero inappropriato.

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Questa chiarezza e trasparenza opportunamente regolamentata a tutela del soggetto “in esame”, purtroppo non trova una controparte altrettanto trasparente a fine dello studio, poiché non esiste una norma che obblighi a pubblicarlo e si stima che dalla metà ad un terzo di queste ricerche non vengano pubblicate, con più probabilità di omissione se il risultato è negativo. Questi dati spesso considerati non significativi, vanno perduti, mentre potrebbero essere importanti per altri ricercatori o medici.

Per questo motivo il medico, divulgatore e debunker Ben Goldacre (autore di libri come “Bad Medicine” e “Bad Pharma”, rispettivamente sulle truffe della medicina alternativa e sugli inganni delle industrie farmaceutiche) ha lanciato la lodevole campagna “AllTrials”, per la creazione di un registro “open data” di tutti gli studi biomedici, con l’intento di spingere le autorità a colmare questo vuoto normativo nell’interesse della conoscenza e della salute di tutti, raccogliendo il supporto delle più importanti riviste scientifiche internazionali.

Tornando ad aspirazioni meno “alte”, non si può negare che la motivazione principale dei volontari sani siano i soldi, il denaro, la moneta.

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Non a caso la maggioranza dei partecipanti, me compresa, sono disoccupati senza altra prospettiva (anche se molto rappresentati sono anche gli studenti di facoltà medico-scientifiche). Significativo è il fatto che la maggior parte dei volontari reclutati per studi in Ticino provengano dall’Italia. Eppure è improbabile considerare questa attività come un lavoro, poiché ci sono delle restrizioni al numero di studi ai quali uno stesso soggetto può partecipare annualmente e un tempo minimo che deve intercorrere tra un esperimento ed il successivo.

Quando arriva il giorno dell’esperimento, saluto tutti come se ormai fossimo amici, salvo che dopo i convenevoli mi ritrovo in piedi, in posizione da “uomo vitruviano”, sottoposta ad una specie di accuratissima vestizione, con i ricercatori che cercano i segni, tastano e piegano in corrispondenza delle articolazioni e applicano i due diversi tipi di dispositivi: degli elettrodi, per misurare l’attività muscolare, e delle sferette in materiale riflettente, gli unici punti che le telecamere vedranno di me e che serviranno a ricostruire la mia me stessa-bastoncino.

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Conto circa una trentina di questi ammennicoli tecnologici sul mio corpo, attaccati con “una speciale colla ipoallergenica a base acquosa”, come specificato nel documento ricevuto via email. Il tutto viene tenuto fermo da delle garze elastiche a rete e in sintesi sembro un cyborg in convalescenza dopo un intervento di chirurgia estetica.

“Clavicula rechts”
“Ok”
“Clavicula links”
“ok”
“Quadrizeps”
“ok”

Si passa all’appello e controllo dei sensori e poi salgo finalmente sul nastro. Vengo anche imbragata, nell’improbabile rischio di cadere da un tapis-roulant. Ora sono concentrata, da sola sul nastro, non interagisco più col personale. In quasi un’ora e mezza eseguo gli esercizi: cammino a varie velocità, premo coi piedi delle croci luminose che appaiono sul nastro a diverse distanze, cammino ancora mentre la mia mente viene distratta con vari giochini da risolvere su uno schermo.

Quando scendo dal tappeto, c’è un ultimo dato che devono prendere, quanti metri riesco a camminare in sette minuti, a velocità sostenuta. Così, dopo la rimozione di tutta l’apparecchiatura, vado con Lila, la fisioterapista, nei corridoi del sotterraneo della clinica, in modo da non intralciare personale o pazienti nei reparti. Sono vestita da maratoneta, sudata, le guance rosse. Qualche paziente mi guarda strano, come fossi una offensiva e fuori luogo rappresentazione stereotipata della salute.

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Nei corridoi sotterranei, dei magazzinieri sfrecciano in bici trasportando farmaci e altro materiale ospedaliero. Chiacchierando con Lila scopro una storia già sentita: anche lei si è trasferita qua dall’Ungheria per seguire il suo ragazzo, ora suo marito. Ha dovuto reiscriversi all’università perché il suo titolo non era riconosciuto. Fortunatamente parlava molto bene il tedesco e non ha avuto ulteriori difficoltà, ma capisce la mia situazione, solidarizza e cerca anche di darmi qualche consiglio.

Al momento di andarmene saluto tutti, vengo ringraziata svariate volte per il mio contributo alla scienza e fornita di altri volantini da diffondere a conoscenti interessati. Quando esco dalla clinica provo un senso di soddisfazione ma anche di abbandono, nostalgia, per non far parte di quel mondo, per aver dato solo un piccolissimo e passivo contributo, e in generale per non essere incanalata in un percorso, un progetto, come invece lo sono loro.

Sono di nuovo da sola su uno sfondo ignoto, senza direzioni segnate, ma continuo a camminare spinta dalla curiosità. La meta precisa non è definita, proprio come le imprevedibili strade che spesso prende una ricerca scientifica.

Giulia Mameli

Le foto dell’articolo, compresa la copertina, sono di Tobias Gaulke, un fotografo di Zurigo che, fra le altre cose, fotografa più o meno ogni giorno i passanti della città. Qui il suo Flickr e qui il suo sito.

Spaghetti e Budweiser: alla ricerca dell’Italia nella provincia americana

di Martino Pinna

Circa 150 anni fa, milioni di italiani lasciarono le proprie case diretti verso l’America, il paese dei sogni, quello delle grandi opportunità. Si partiva col sorriso, ma giunti a destinazione le facce erano cambiate.

C’era chi moriva durante il lungo e per niente comodo viaggio, chi veniva discriminato all’arrivo, a Ellis Island, dove si veniva classificati in base al colore della pelle (e quella degli italiani in alcuni casi non era abbastanza bianca) e ad altri parametri oggi discutibili. Milioni di famiglie italiane si adattarono, facendosi strada tra mille difficoltà, povertà, razzismo e quelli che noi oggi chiameremmo “problemi di integrazione”, in cambio di una speranza che in Italia non avevano trovato. Ma 150 anni dopo cos’è rimasto? Chi sono gli italoamericani di oggi?

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La crew di Italian American Country

Se lo sono chiesti tre reporter, Paolo Battaglia, Daniela Garutti e Giulia Frigieri, in un tour di 35 giorni coast-to-coast, percorrendo 10mila chilometri sulle tracce dei discendenti di quelle famiglia partite 150 anni fa. L’obiettivo finale di questo viaggio è produrre un libro e un documentario che raccontino questi lontani cugini italiani, “tra football e bocce, Sangiovese e Coca Zero, padri minatori e figli governatori”. Per farlo è stata lanciata una campagna di crowdfunding attualmente in corso sulla piattaforma Indiegogo. Parliamo del progetto “Italian American Country” con Paolo Battaglia.

Parto da una premessa: il regista Werner Herzog una volta definì gli Usa “il paese più esotico del mondo”.

Gli Stati Uniti che abbiamo attraversato con il nostro viaggio più che esotici li definirei distanti: le smalltown che abbiamo conosciuto e le persone che le abitano sono infatti davvero distanti dal nostro modo di concepire la vita. Per come l’ho compresa, nelle smalltown si vive ancora una vita di frontiera, in cui la consapevolezza che ogni scelta può essere temporanea è unita allo slancio e all’entusiasmo per le nuove sfide. Come direbbero gli americani “a world apart” (un mondo di distanza) dal nostro modo di vivere.

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Il saloon di Paradise Valley

Quali sono le cose più strane e bizzarre che avete sentito/visto in questi 35 giorni sulle tracce degli italo-americani?

Ne cito una che vale per tutte: dopo avere percorso decine di chilometri di nulla in mezzo al deserto del nord Nevada, arriviamo a Paradise Valley e la prima persona a cui ci rivolgiamo per avere indicazioni sugli italiani del luogo è un’anziana signora. Le sue prime parole sono: “Benvenuti alla fine del mondo!”. E Paradise Valley sembra davvero essere alla fine del mondo, o almeno sembra essere la fine di un mondo che sta scomparendo con il suo saloon, gli edifici in legno allineati sull’unica strada del paese e le persone che scrutano l’orizzonte da sotto la visiera dei loro cappelli come se stessero cercando le tracce della prossima carovana di pionieri.

Gli italoamericani cosa pensano dell’Italia di oggi? Che immagine hanno? La stessa che hanno gli altri americani?

Per alcuni, soprattutto tra i più anziani, è un rapporto di amore e odio: amore per la terra dei loro antenati, odio per quella terra che non era stata in grado di offrire loro un futuro. Per la maggior parte degli italo-americani, l’Italia è però un luogo di sogno in cui tornare, a volte per riscoprire le radici della propria famiglia, ma più spesso da semplici turisti. E oggi possiamo dire che l’Italia, per quanto ci possa sembrare strano vivendola, è un “brand” che per tutti gli americani è carico di significati positivi. Una piccola grande rivincita per gli italo americani che dopo essere stati oggetto di discriminazione per decenni si sentono finalmente invidiati per la storia e la tradizione di cui sono eredi.

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Discendenti di pescatori siciliani in California

Quanta Italia è rimasta in loro?

Quasi tutti si rammaricano di non essere in grado di parlare l’italiano che già per la seconda generazione nata negli Stati Uniti era stato quasi completamente dimenticato. Abbiamo trovato molto interessante il fatto che molti degli intervistati ci abbiano citato come esempio positivo quello degli immigrati messicani che pur cercando di integrarsi nel tessuto sociale americano hanno mantenuto la loro tradizione linguistica. Mentre per gli italiani, la storia che ci siamo sentiti raccontare identica in ogni luogo che abbiamo visitato era che per favorire l’inserimento dei figli nati in America, i nostri immigrati impedivano loro di parlare italiano appena varcata la soglia di casa.

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Modena, New York

Per il resto, pur mediate e stemperate nelle abitudini americane, restano molto vive alcune tradizioni legate principalmente alla tavola, dalle ricette, all’abitudine a considerare i pasti come momenti fondamentali della vita sociale e famigliare. Per la storia delle nostre comunità, la tradizione di coltivare piccoli orti, di allevare animali da cortile e di essere in grado di produrre salumi, conserve, vino è stata anche fondamentale nella storia; infatti, è stato grazie a queste conoscenze tradizionali che il periodo terribile della Grande Depressione degli anni Trenta ha colpito in modo più blando le comunità italiane che, rispetto alle altre, avevano qualche mezzo di sussistenza in più.

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Il giudice Michael Aloi, West Virginia

Voi vi siete concentrati su quelli che ce l’hanno fatta, they made it. Ma avete trovato anche le storie di chi invece non ce l’ha fatta?

In realtà non abbiamo parlato solo con quelli che ce l’hanno fatta, ma anche con persone molto normali che sentono però l’orgoglio di essere riusciti a cavarsela nella nuova nazione che aveva accolto i loro antenati. Abbiamo sentito alcune storie di fallimenti, ma anche in quel caso si trattava di storie raccontate con la consapevolezza che chi le aveva vissute aveva avuto la possibilità di tentare, una possibilità che in Italia non avrebbero avuto.

Una vicenda per tutte è quella di uno dei primi abitanti italiani di Lake Village in Arkansas, un ragazzo che proveniva da una famiglia marchigiana di 7 fratelli. Al momento di partire i fratelli avevano estratto a sorte chi sarebbe dovuto andare in America perché tutti erano convinti che il fortunato avrebbe trovato strade lastricate d’oro e avrebbe potuto aiutare anche il resto della famiglia rimasta in Italia.

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Valdese, North Carolina

La realtà che si trovò ad affrontare era ben diversa perché gli italiani arrivati a Lake Village furono costretti a vivere in semi-schiavitù e a lavorare nelle piantagioni di cotone e anche lui si trovò a dovere sopravvivere per tutta la vita come bracciante, come ci ha detto una nipote: “senza potere risparmiare neanche i pochi dollari del biglietto da restituire ai fratelli rimasti in Italia”, ma nonostante questo non pensò mai di tornare in patria perché sentiva che i suoi sacrifici sarebbero serviti ai suoi figli e ai suoi nipoti che infatti oggi sono proprietari di una buona parte dei campi in cui lavorava il nonno.

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Lo scultore carrarese Giuliano in Vermont

Esiste ancora un atteggiamento di intolleranza, se non proprio di razzismo, nei confronti degli italoamericani o ormai è storia passata?

Per fortuna è una storia passata, anche se esistono ancora oggi associazioni nazionali come Unico che tra i propri scopi statutari hanno quello di proteggere le nostre comunità dagli stereotipi che a volte vengono proposti dai mass-media.

Qui il crowdfunding del progetto. E a seguire il video di presentazione:

Il pranzo della domenica

di Anna Ferri

“Le nostre storie sono tutte uguali”, ripetono mentre ci sediamo al loro tavolo chiedendo di raccontarci pezzi della loro vita da badanti e migranti. Lo dicono così, con un sorriso velato di triste rassegnazione mentre ci offrono pomodori e formaggio – da prendere con le mani perché le posate ognuna le porta solo per sé – e una fetta di pane nero “quello ucraino, che però ora facciamo fatica a farci mandare perché i corrieri qui non arrivano più”.

La tavola è imbandita e tutte indossano bei vestiti, alcune hanno gli occhi truccati. E’ il pranzo della domenica. Poco importa se sono in una sala offerta da un’associazione di anziani dove non si può cucinare ma solo portare piatti freddi, perché almeno possono stare al caldo invece che sulle panchine di un parco qualsiasi. Qui, a 3400 km da casa, un esercito di madri e nonne ucraine cerca una piccola parentesi dalla solitudine.

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“Siamo arrivate in Italia per aiutare le nostre famiglie e siamo rimaste per evitare che i figli debbano fare questa vita”, ci spiega Anna, 59 anni. Quella che abbiamo davanti è la prima generazione di donne partite alla ricerca di fortuna lasciando a casa marito – “perché per noi è più facile trovare lavoro” – e i figli. Gli occhi diventano lucidi quando si parla di loro: “I primi sei mesi ho pianto tutte le lacrime che avevo per il dolore di aver lasciato mia figlia di 10 anni”. Era il 2002. Sono passati dodici anni, diciamo quasi in un soffio. “Sono partita pensando di restare un paio di anni ma poi c’è sempre qualcosa che serve: prima lo studio, poi la casa e poi il lavoro che là manca. A dicembre però torno per sempre. Vedrò crescere i miei nipoti”.

Accanto ad Anna c’è la sorella più grande, arrivata senza sapere una parola di italiano: “A Roma sono stata immobile per delle ore cercando di capire come fare a chiedere un biglietto per Modena. Arrivata ho trovato un lavoro con un signore malato di tumore. Doveva vivere e invece è morto dopo tre mesi. Era notte, ero sola e non sapevo cosa fare”. Liubor ha 64 anni, tre figli e sette nipoti: “Prima venivamo per aiutare la famiglia e crescere i figli, ora per sopravvivere alla guerra. In Italia non se ne parla più e non capisco perché. Per informarmi guardo su internet. I nostri ragazzi vengono chiamati a combattere e ci sono città dove non c’è più nulla. Quando possiamo mandiamo soldi per i soldati che sono stati feriti”.

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Qui come vi trovate? “Dipende dalla famiglia: quello che conta non è l’età ma la malattia”. Il lavoro è durissimo: 24 ore su 24, cinque giorni e mezzo su sette. Sono libere il mercoledì pomeriggio e la domenica. In regola prendono tra gli 850 e i mille euro al mese. Per loro ne tengono poco più di 200, giusto quelli che servono per ricaricare il telefono e comprare qualche vestito. Il resto viene spedito alla famiglia. A volte mandano anche pacchi di cibo o ne ricevono. Come quello con il pane nero tipico dell’Ucraina. Però da qualche mese il corriere non si ferma più a Modena ma solo a Bologna e loro non sanno come fare. “I primi giorni passati qui sembrano anni – racconta Nadia, in Italia dal 2008 – All’inizio non c’erano i cellulari e chiamavamo dalle cabine due volte la settimana. Oggi con internet ci possiamo vedere e le distanze si accorciano. A volte mio nipote mi chiede dove sono e quando dico Italia mi risponde non vieni a dormire?”.

La sala si è riempita. Ci sono una quarantina di donne che tengono in mano borse di plastica piene di pacchetti di cibo. A piccoli gruppi si siedono ai tavoli, ognuna con le sue amiche. Lentamente stendono la tovaglia, sistemano affettati, verdura, carne e polpette nei piatti di plastica e condividono tutto. Quando passiamo ci chiedono di assaggiare. Alla fine ci infilano dei dolcetti ucraini nella borsa. Pensiamo a quante sale come questa ci saranno nel mondo.

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In Italia, nel 2013, gli assistenti famigliari stranieri erano più di un milione e 100mila, di cui oltre l’80% donne. “Finché la salute lo permette resto qui – dice Dana – Piuttosto che far fare questa vita a mia figlia rimango io. I primi anni non sono mai tornata a casa perché non avevo il permesso di soggiorno. E’ stato terribile”. “Ho perso tutta la mia vita là – spiega Alessandra – Non sono andata al matrimonio dei miei figli e non c’ero quando sono nati i nipoti”. Le più fortunate tornano a casa due volte l’anno. Il viaggio dura un giorno in pullman, qualche ora in aereo. Portare qui la famiglia invece è un sogno impossibile perché bisognerebbe affittare una casa.

Finito di pranzare, in questa sala che avranno solo fino a gennaio e dopo si vedrà, vanno in chiesa: prima il rosario e poi la messa. Ljuba ci racconta che le preghiere l’hanno aiutata quando è arrivata in Italia: “Sono partita con un pullman e non sapevo dove fermarmi. Mi dicevano dove vai? E io in Italia. E loro insistevano sì, ma dove? Mi sono fatta il segno della croce e sono arrivata vicino a Firenze, dove ho trovato persone che mi hanno aiutata. Per venti giorni ho dormito in una chiesa. Mi ricordo che di notte guardavo la cupola bianca e tremavo dal freddo”. E oggi, invece, per cosa pregate? “Per tornare presto a casa”.

Anna Ferri

Io sono ciò che una volta avevo paura di vedere

di Giordano Silvetti

Prima di incontrarmi per l’intervista Pauli è stato all’ufficio postale per spedire una lettera (“2 euro e 10 centesimi, deve arrivare in Norvegia”) a una ragazza con cui finora ha comunicato solo su Facebook. “Sono emozionato perché non ci siamo ancora mai parlati o incontrati dal vivo” dice.

In automobile raggiungiamo Pitkakoski, uno dei tantissimi spazi verdi che popolano la Finlandia. “Ho bisogno di un posto rilassante per concentrarmi e risponderti”. Siamo a Vantaa, una cittadina alle porte di Helsinki, dove Pauli risiede.

Radio Rock trasmette il primo singolo dell’imminente album dei Foo Fighters: “Un altro di quei gruppi sopravvalutati, proprio come i Nirvana. Qualche anno fa ho comprato ben due libri su Kurt Cobain e i Nirvana. Capisci, ho speso dei soldi per realizzare quanto fosse inutile lui, la sua band e la sua musica. Se chiedi in giro chi è Kurt Cobain nessuno lo conosce, la musica dei Nirvana non viene più ricordata”.

Pauli è andato via dalla sua terra natia, la Grecia “una nazione ormai compromessa per sempre”, perché non voleva fare la fine di tutti gli adolescenti che rimangono a vivere tutta la vita con i propri genitori, che dipendono da loro, che ricevono la paghetta senza sgobbare. Voleva un lavoro, guadagnare dei soldi, avere un’abitazione tutta sua perché “alla fine credo sia questo lo scopo della vita: non essere dipendente dagli altri”.

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Pauli sceglie la Finlandia perché è qui che ha un contatto, un cugino a Järvenpää, a mezzora da Helsinki, e arriva nel gennaio del 2013, a soli 18 anni, dopo aver saltato il servizio di leva ancora obbligatorio nel suo paese. “E’ tutto rinviato a dopo gli studi” mi spiega. “Ma chi ci ritorna più in Grecia?”.

Pauli sceglie la Finlandia dopo aver valutato anche altri paesi scandinavi, come la Svezia e la Norvegia: “E’ noto a tutti che queste nazioni possano offrire più possibilità della Grecia, inoltre mi piace la solitudine dei finlandesi e il freddo”. Il freddo ritorna spesso nel corso della nostra conversazione. “Preferisco la fredda onestà scandinava alla calda ipocrisia dei mediterranei che sembrano accoglierti salvo poi pugnalarti alle spalle”.

Ora vive in quartiere di Vantaa, città gemella della capitale, appena sopra il 60° parallelo nord dove raramente le temperature superano i 30 gradi in qualche fortunato giorno estivo e si mantengono basse, intorno allo zero, o bassissime con punte che toccano i -20 gradi, per sei mesi l’anno. Tutto il contrario di quanto avviene ad Atene, dove il sole che riscalda il paese rimane l’unica fonte di sostentamento per il turismo e la disastrata economia greca. Ma Pauli ha definitivamente scelto il freddo.

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La parola “cold”, fa anche parte del nome del suo gruppo, ‘Coldbound’: “E’ un nome che non significa niente, è che mi piace il freddo, e poi ho aggiunto ‘bound’: non volevo un altro stupido nome da band metal”. Pauli è una one man band. E’ artefice dell’intera produzione: dalle linee di basso agli assoli di chitarra, dalle percussioni elettroniche al canto, nonostante non abbia mai studiato musica e non sappia leggere uno spartito: “Mi bastano i numeri e qualche nota, il resto viene da sé”.

Pauli ha ripreso a suonare in Finlandia, dopo quattro tentativi di suicidio. “Non parlavo la lingua e non avevo amici, i finlandesi sono molto introversi e non avevo un lavoro” spiega. Dopo quel periodo acquista una scheda audio economica da attaccare al computer per registrare nella solitudine della sua stanza la Yamaha nera comprata di seconda mano,.

Quattro album auto-prodotti finora da piccole case discografiche che distribuiscono attraverso internet: “Non ho intenzione di guadagnare con la mia musica, ormai l’ambiente è rovinato per sempre. Una volta c’era lo scambio di cassette, ora si scambiano mp3 e una volta che la musica è là fuori non puoi fare più niente per controllarla, per limitare gli scambi senza pagamenti. E forse è giusto che sia così”.

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Nella musica Pauli ha trovato una cura per la sua insoddisfazione: “Non avrei mai potuto assumere farmaci, sono contrario, sono un essere umano: i farmaci ti fanno diventare un fantasma senza sentimenti”.

Sentimenti che il ragazzo sfoga nella musica, inserita in quel calderone metal che contiene decine di sottogeneri differenti: “Il mio è doom metal, anche se qualcuno lo ha definito funeral. Si differenza dal più aggressivo black metal perché la mia musica è più lenta, dissonante. Truce”.

Pauli è quindi riuscito a combattere la depressione iniziando a comporre musica deprimente.

Le parole dei suoi pezzi non si riescono a comprendere, ed è proprio quella l’intenzione: “Canto testi che non condivido pubblicamente perché sono connessi con la mia vita privata” spiega. “Spesso alle persone non interessano i testi, è sufficiente una melodia accattivante per portare le loro menti verso direzioni indefinite mai raggiunte prima”.

In pochi mesi la pagina ufficiale di Coldbound su Facebook ha raggiunto i 900 mi piace. “Penso che sia un buon traguardo avere 900 sostenitori” dice. Non fan, non ammiratori, ma sostenitori, perché “sono un essere umano, non una stupida squadra di calcio”.

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Qualche intervista su magazine online del settore, un’altra in un libro di prossima uscita, una voce sull’enciclopedia del metal e un sito internet realizzato e gestito dall’ex fidanzata tedesca, conosciuta su Facebook. La ragazza ha tentato di riconciliarsi con l’ex ragazzo, durante la sua visita natalizia in Finlandia aveva già comprato il biglietto aereo per tornare a trovarlo, senza sapere che sarebbe stata scaricata prima: “Quella volta è stata lei a perdere l’aereo” dice Pauli, “ma anche a me è capitata una vicenda simile”.

Sempre su internet, appena arrivato in Finlandia, Pauli conosce una ragazza americana con la quale instaura una relazione a distanza piena di sentimenti ma anche tante gelosie. In una delle ultime scenate virtuali lei lo cancella dalla lista degli amici su Facebook, scatenando nel ragazzo la voglia di ricucire lo strappo. Così Pauli decide di andarla a trovare negli Stati Uniti e compra il biglietto Helsinki – Newark, passando per Copenaghen. Non riesce nemmeno a salire sull’aereo perché viene fermato alla dogana: la ragazza americana aveva contattato la polizia e denunciato Pauli per stalking: “Mi hanno revocato il visto per tre anni con una semplice mail”.

Anche se quella non è stata l’unica volta che Pauli ha avuto problemi con le forze dell’ordine. Quando ancora abitava ad Atene è stato fermato dalla polizia durante una manifestazione del partito del lavoro ed è stato accusato di nascondere delle molotov nella borsa. “Ma dentro avevo solo dei libri”. Viene colpito in testa e portato in centrale, dove le accuse si dimostrano false. “Un classico esempio della corruzione dilagante in Grecia”.

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Manifestazione in Grecia, prima della partenza in Finlandia. Pauli è il primo da sinistra

È proprio ai tempi della scuola superiore che Pauli scopre la sua passione per la musica: “Eravamo quattro ragazzi nel gruppo e i Green Day suonavano l’unica musica di merda così facile da essere riprodotta. Il mio primo concerto si tenne alla fine dell’anno scolastico e le reazioni del pubblico furono entusiastiche. Sono stato obbligato a suonarli perché volevo far parte del progetto musicale”.

In Finlandia Pauli è anche riuscito a farsi degli amici: “Non ai concerti, non vado nei club ad ascoltare musica per trovare gente con i miei stessi gusti. Anzi, a volte c’è qualcuno che si avvicina per chiederti se ti piace quel gruppo e allora inizi una conversazione, condividi esperienze e passioni e magari il giorno dopo, incontrando gli stessi individui per strada, ti accorgi che nemmeno ti riconoscono, non ti salutano perché non si ricordano di te, non vogliono o, forse, la sera prima erano soltanto ubriachi”.

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È una radiosa giornata di fine ottobre e la temperatura è di circa zero gradi, non c’è neve, ma il freddo è pungente come potrebbero testimoniare i capezzoli, entrambi con piercing, di Pauli che sagomano una delle 80 magliette con sopra i loghi delle sue band preferite, che rappresentano un pezzo immancabile della divisa giornaliera: “Li ho fatti perché sembravano carini, un uomo con piercing nelle parti sensibili è quanto di meglio per una famiglia perché può comprendere meglio il dolore della donna” spiega.

La sua tenuta è completata da scarpe e jeans neri, sovrastati da una giacca in pelle nera che copre le braccia sulle quali si stanno cicatrizzando gli ultimi tagli auto-inflitti: “Sono una persona autodistruttiva, sono l’unico che può sfasciarsi da solo”. Lunghi capelli neri lisci, occhiali neri, e un ciondolo di metallo a forma di croce che sbuca dal colletto della maglietta: “E’ il martello di Thor, l’ho comprato nel 2010 non ricordo più nemmeno il perché”.

Pauli ha iniziato ad acquistare magliette e memorabilia delle sue band preferite dopo aver trovato lavoro. Il primo, come pet-sitter, a quattro mesi dal suo arrivo, dopo aver spedito curriculum e sostenuto vari colloqui di lavoro: “Anche nelle case degli altri, quando mi presentavo vestito da metallaro, non ho mai avuto problemi. Non sono un esaltato che mima il famoso gesto metal delle corna in ogni occasione o davanti ai bambini”.

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Il lavoro da pet-sitter, però, non dura molto per le difficoltà di Pauli con la lingua finlandese e la ricerca di una nuova occupazione lo porta all’assunzione in un ristorante greco a Helsinki. Un solo mese nel quale si trasforma in tuttofare, dal servizio ai tavoli al lavaggio dei piatti in cucina, in quella che ricorda come “la peggiore esperienza della mia vita: ho lavorato come un asino e non sono stato nemmeno pagato: alla faccia della solidarietà tra conterranei.”

Con pazienza Pauli riesce a trovare un altro lavoro, che mantiene tuttora, per un’agenzia pubblicitaria: tre volte alla settimana, di notte, attacca sugli autobus le pubblicità che gireranno nell’area metropolitana di Helsinki. “Con l’esperienza ho imparato che la vita è composta da un 60% di fortuna e il restante 40% di abilità. Io, per esempio, ho avuto fortuna nel trovare un capo rispettoso del mio duro lavoro”.

Ma non solo: la solidarietà che non aveva trovato con i greci, l’ha trovata con il suo capo, con il quale condivide gli stessi interessi musicali. Gli ha regalato il biglietto per assistere insieme a lui al recente concerto dei Metallica tenutosi nella capitale e ha regalato al ragazzo la sua chitarra personale, “una Flying V rossa e nera”.

Nel frattempo Pauli si fidanza di nuovo, con una ragazza finlandese, anche questa conosciuta su Facebook, ma la storia finisce dopo pochi mesi.

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Pauli/Coldbound in uno scatto di Sara Strömmer

La musica di Couldbound è di nicchia e così vuole rimanere. Pauli non ha voglia di diventare popolare, di confondere la sua musica con quella dei tanti gruppi che affollano l’ordinaria rotazione radiofonica, anche perché è troppo esigente nella scelta della sua musica preferita: “Mi piacciono i finlandesi Kingston Wall e un tempo erano grandi anche i Sonata Artica e i Nightwish con il loro symphonic power metal che ti faceva sentire le farfalle nello stomaco. Poi gli svedesi Sabaton che nei testi includono tematiche di guerra, i norvegesi Dimmu Borgir, gli Emperor e i miei preferiti, Borknagar”.

Per Pauli è importante conoscere il passato dei suoi musicisti preferiti per tentare di comprendere in che modo abbiano canalizzato il talento che li ha resi così famosi: “Una volta Gesù disse ‘credete senza esplorare’, invece io non la penso in questo modo. Viviamo in una società che si interessa solo delle realtà virtuali, c’è tanta apatia in gir ed è rassicurante vedere come i membri dei Borknagar siano padri di famiglia e abbiano lavori normali con cui mantenere i propri figli. Non sono come quelle rockstar costrette a suonare fino all’età della pensione. Sono loro i veri campioni della vita. E’ stato fantastico avere un contatto diretto con loro, via Skype”.

In Finlandia Pauli è ufficialmente diventato un metallaro: “ciò che una volta avevo paura di vedere”. È una frase che Pauli usa per riferirsi ai musicisti black-metal, quelli con il viso dipinto proprio come il suo quando deve posare per un servizio fotografico: “Avevo paura di quelle storie intorno al metal, la gente che adorava il diavolo, che diceva di bere sangue, che si tagliava per creare una stupida identità che il pubblico idiota avrebbe seguito”.

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Pauli è una persona buona, infatti ha appena concluso il periodo lavorativo di prova al termine del corso di lingua finlandese, scegliendo di passare sei settimane in un asilo “perché i bambini sono innocenti” dice, “e volevo trascorrere del tempo con loro per sviluppare un approccio diverso con le persone”.

Nonostante tutto, sa anche essere ironico, tanto da improvvisare e coinvolgere, nel mezzo di un servizio fotografico serio, la collega cantante Sara Strömmer in pose divertenti che diventeranno un meme finito anche su 9gag.com.

A Pauli non interessa la nuova musica pompata dalle grandi case discografiche: “Non sopporto le nuove band, non mi trasmettono niente.” Allora perché qualcuno dovrebbe ascoltare Coldbound e supportarlo? “Non l’ho mai chiesto, lasciatemi in pace, voglio solo sopravvivere, ottenere una laurea sicura da sfruttare in una professione decente”.

A Pauli non interessa nemmeno essere amato, nonostante riceva costanti manifestazioni d’affetto. Per esempio, sotto l’ultima foto postata sul suo profilo Facebook, un autoscatto di ritorno dal turno notturno di lavoro nel quale ribadiva le rigide temperature autunnali, il primo commento è di un’amica: “Povero ragazzo, voglio cucirti qualcosa all’uncinetto: preferisci un cappello o una sciarpa? Oppure un paio di guanti senza dita?”.

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Pauli ci tiene a ribadire di essere una brava persona: “Non uso droghe, non rubo, pago le tasse, non ho nessun contatto con criminali e non sono mai andato a puttane. Non ho mai pensato di comprare tabacco e uccidere lentamente la mia vita come sono sicuro faranno molti dei segaioli che ora mi stanno leggendo. Essere buoni è elementare”.

Quando chiedo a Pauli se posso inserire nell’articolo la sua opinione a proposito dei miei lettori mi risponde che “non ci sono problemi, nella vita ho imparato che prima di tutto bisogna essere onesti. Con me stesso e con tutti quelli che mi circondano. Il 95% delle donne è cliente dei sex shop e circa il 99.9% degli uomini ha visto almeno un film porno durante la propria vita. Cosa di tutto questo non rende dei segaioli i tuoi lettori? Oppure sono dettagli troppo personali? Beh, tu hai chiesto informazioni personali su di me e mi hai messo con le spalle al muro. Sono giovane ma posso usare i miei occhi e la mia mente per vedere quello che c’è intorno e, a essere sincero, tutto questo è parte del pacchetto”.

Giordano Silvetti

Tutte le foto vengono dal profilo Facebook di Pauli

Questa è la pagina Facebook di Coldbound

L’italiano in parte

di Davide Lombardi

Oussama Mansour ha 23 anni e frequenta Lettere a Bologna. Gli piace scrivere e sogna di diventare un giorno giornalista. E’ la ragione per cui è collaboratore fisso di Yalla Italia, il “blog delle seconde generazioni”. Figli di immigrati non sempre nati, ma sicuramente cresciuti nel paese dove hanno studiato e vissuto la maggior parte della loro vita.

Qualche tempo fa, il padre di Oussama, Lotfi, cinquantunenne di origine tunisina immigrato in Italia nei primi anni ’90, gli ha mandato un messaggio. Questo:

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“Se Dio vuole” è stata la risposta di Oussama. Insomma, la speranza che questo evento possa un giorno avverarsi. A Dio piacendo, naturalmente. Solo che non è per niente facile. Perché già l’invito di Lotfi suona stonato in partenza: vale per lui, immigrato di prima generazione, ma non certo per Oussama, che immigrato non è. E’ italiano in tutto e per tutto, e non certo solo per la cittadinanza. Anche se il suo nome – che si può scrivere anche Osama, come il cattivone per eccellenza degli anni 2000 – non si trova nel calendario dei santi. Anche se a domanda diretta, “quanto ti senti italiano e quanto tunisino”, un po’ nicchia, fatica a determinare una percentuale precisa, ammesso che ne esista una. In fondo “le mie radici numide – le definisce così – le ho scritte nel dna, pur avendo io vissuto qui da quando avevo sei mesi” dichiara sornione col suo marcato accento modenese. Solo dopo una certa insistenza concede: “Certo che sono italiano. Sì, ma in parte”.

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Lotfi e Oussama

Se si parla di percentuali, suo padre Lotfi ha invece le idee chiarissime: “Noi siamo la famiglia Mansour, non dico che i miei quattro figli debbano essere come me, ma almeno al 90% sì”. Ed essere come lui, in pratica, significa “non sentirsi italiani”. Nonostante la cittadinanza, di cui pure Lotfi è ormai in possesso, dopo venticinque anni da immigrato. Dice sicuro: “Un italiano che si dovesse trasferire in Tunisia non diventerebbe tunisino, resterebbe quello che è. Così noi non siamo italiani. Conta la famiglia, contano le radici. E’ sbagliato dire che siamo italiani. I tanti emigranti che anche voi avete avuto sono rientrati prima o poi. Quasi tutti. Anche noi dovremo tornare un giorno nella nostra patria. Anche Oussama. Che però non vuole tornare proprio più a casa sua, in Tunisia. Anzi, a trovare i nostri parenti laggiù ci va sempre meno”.

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Più che in Tunisia, Oussama sogna un giorno di trasferirsi in qualche paese anglofono. Perché “oggi l’inglese è come il latino per l’impero romano” e soprattutto perché, come tutti i ragazzi italiani, vive con preoccupazione la mancanza di prospettive e l’inarrestabile declino che questo Paese sembra incapace anche solo di frenare. “Quanto sono arrabbiato per questo? Né più né meno di qualsiasi altro ragazzo. E proprio come tutti gli altri, amo l’Italia tanto quanto la odio. Oggi è molto faticoso essere giovani: ti devi creare da solo le opportunità perché nessuno ti aiuta, ti devi arrangiare e basta. E non è facile”.

“Paradossalmente – continua – in questo momento di crisi, la situazione è migliore per me che ho la doppia cittadinanza. Male che vada qualsiasi mio progetto di vita, ho sempre la possibilità di ripiegare sulla Tunisia dove, con un po’ di soldi, anche solo 20 mila euro, potrei aprire un’attività che mi permetterebbe di campare benissimo. Ma che ci vado a fare ora come ora? A me piace una città come Milano, mi piace una dimensione come quella europea. Figurati se penso di tornare in Tunisia”.

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Oussama Mansour

Quasi una bestemmia per Lotfi, che in “Oussama l’italiano” legge il fallimento di una durissima vita di sacrifici, lontano dalla sua terra. Lamenta l’allontanamento del ragazzo dalla famiglia e dalle radici, dall’adolescenza in poi: “Gli ho dato una buona educazione. A lui come a tutti i miei figli. Da bambino era bravissimo: non faceva casino. Era bravo, gentile, rispettoso. Adesso invece non ascolta, ha una mentalità italiana. Non sono contento di lui. Ha iniziato e poi mollato Giurisprudenza a Modena, adesso fa Lettere a Bologna. Non si sa cosa voglia fare. Non è più l’Oussama che conoscevo prima. Ha trovato una ragazza italiana e con lei si comporta nel modo degli italiani. Vivono insieme. Non si fa. E’ vietato dalla religione. Non vorrei che diventasse come quei ragazzi di qui che pensano solo a divertirsi. Oggi una ragazza, domani un’altra. Con tutte le malattie che ci sono nel mondo… C’è un detto del Profeta che recita così, ‘Ti piace fare il puttanello con le donne, eh? Ma se un altro lo facesse con tua madre, tua sorella, tua moglie, ti piacerebbe ancora? No, vero? E allora perché lo fai tu?’ Ecco, non dico che Oussama sia proprio così, ma mi dà dolore nel cuore il giovane che è oggi. Io per sposare mia moglie, sua madre, ho chiesto il permesso ai suoi e ai miei genitori. E solo dopo averlo avuto, l’ho sposata”.

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Per Lotfi la religione è molto importante. Importantissima. Ed è probabilmente ciò che l’ha tenuto in piedi in anni difficilissimi quando, appena immigrato, ha vissuto in case diroccate, dormito nei prati (“In Sicilia, sotto gli alberi di arance”), in una fonderia dismessa  nel carpigiano insieme a centinaia di altri immigrati tunisini, algerini, marocchini. “C’era di tutto – ricorda ridendo – in quel posto entravi la sera pulito e la mattina ne uscivi nero di sporcizia”. Ha fatto ogni genere di lavoro, dal muratore, al bracciante, all’operaio. Oggi fa il corriere. “E lavoro con dei ritmi che non so quanti italiani riuscirebbero a tenere” assicura. “Io so cosa è il dovere – dice – perché sono una persona religiosa e la mia religione non mi permette di comportarmi male. Devo essere onesto, laborioso, responsabile. E’ un obbligo per me, prima ancora che una scelta. Non ha senso fare il furbo perché tanto c’è Dio che controlla. Oussama invece si è allontanato sia dalla comunità tunisina, che vorrei frequentasse, sia dalla religione islamica. E così non va, mi delude”.

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“Il paradosso – ribatte Oussama – è che mio nonno, il padre di Lotfi, non voleva che lui andasse a pregare. Nella Tunisia che il suo fondatore e primo presidente Habib Bourghiba rese secolarizzata forzatamente. Invece adesso, dopo la cosiddetta rivoluzione dei Gelsomini del 2010/2011, c’è una rinascita dei movimenti islamici. Per quanto mi riguarda, io sono musulmano né più né meno di quanto la maggioranza dei ragazzi italiani siano ‘cattolici’. A casa dei miei, adesso io abito e studio a Bologna, a volte capita che inveisca contro mio padre, dicendogli che è un integralista autocrate. Lui mi risponde che sono un infedele, che diventerò cristiano e me ne pentirò amaramente e bla bla bla. Di religione mi interesso dal punto di vista antropologico e culturale, il Corano è un meraviglioso poema, ma dubito che andrò oltre questo. Le religioni monoteiste in fondo hanno una base rigorosamente comune: servono a dare un ordine sociale e, logicamente, spirituale. Forniscono delle regole che le persone applicano. Tutto qui. Lo stesso dicasi rispetto al mondo arabo. Conosco la lingua e naturalmente sono legato a quella dimensione così forte in me, ma il mio avvicinamento anche in quel caso è di tipo culturale”.

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Niente ponti allora, tra il tuo mondo è quello di tuo padre, chiedo? “Sempre ‘sta palla del ‘ponte tra due culture’ – risponde Oussama giochicchiando col suo IPhone – tutte chiacchiere. Io voglio realizzare qualcosa di utile davvero. Inventare qualcosa. Cambiare, non fermarmi agli stereotipi e ai soliti discorsi triti e ritriti”.

Dunque niente libro sull’immigrazione di prima e seconda generazione, per far contento Lotfi almeno su questo? “In Italia la letteratura meticcia è ancora molto carente, contrariamente ad esempio alla Francia, molto più ricca di bellissimi romanzi che affrontano il tema della doppia identità. Adesso però ne sto leggendo uno italiano: ‘Antar’ di Wu Ming 2 e Antar Mohamed. Stupendo. Se realizzerò mai il desiderio di mio padre di scriverne uno io? Non lo so. Ti rispondo come ho già ho risposto a lui: Inchallah”.

grazi

 

Davide Lombardi

Le foto davanti alla moschea di Modena sono di Davide Mantovani

Gli immigrati ci rubano davvero il lavoro?

Gli immigrati ci rubano il lavoro? Secondo l’Ocse, organizzazione internazionale per lo sviluppo economico, non è vero. Secondo i dati presentati nel rapporto quelli che arrivano in Italia sono lavoratori poco qualificati e che si offrono quindi per lavori che i cittadini normalmente rifiutano e di cui quindi si necessita di mano d’opera.

Un esempio su tutti è quello delle badanti: con l’invecchiamento della popolazione le famiglie hanno bisogno di sostegno e, visto che l’assistenza sanitaria o gli aiuti statali non bastano a coprire la necessità, si ricorre a donne immigrate e, inutile negarlo, sottopagate, che assistano anziani, malati e spesso anche disabili.

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La penisola di Babele

La storia di Hajar, indecisa tra i tacchi e il velo. Ma anche di Lira e sua madre Fanja, modenesi originarie del Madagascar, per le quali “negro” è meglio di “di colore”. E poi di Moro e Chiara, due giovani fidanzati, marocchino lui e modenese doc lei. Tutti protagonisti, ognuno a modo proprio, di quello strano e complesso fenomeno che chiamiamo integrazione.

di Eva Ferri, Mattia Rossi e Antonio Tomeo

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