Viaggio nel cuore islamico di Modena

Quanto e cosa sappiamo del Ramadan, il mese considerato sacro dai musulmani di tutto il mondo perché, secondo la tradizione, è durante questo periodo che il Corano venne rivelato al Profeta? Il nostro reportage nelle quattro comunità islamiche modenesi.

Gli ultimi giorni del Ramadan, mese di preghiera e digiuno per un miliardo e mezzo di musulmani di tutto il mondo, sono l’occasione per compiere un viaggio all’interno della comunità islamica modenese, una comunità multinazionale di oltre 9000 fedeli, etnicamente composita, che orbita intorno ai quattro centri presenti nel territorio cittadino.

C’è una minoranza importante della città che silenziosamente compie il digiuno del Ramadan in una delle estati più torride degli ultimi 150 anni in pianura padana. Sono lavoratori, impiegati, commercianti, studenti e pensionati. Vengono dal Marocco, dalla Turchia, dal Pakistan e dalla Bosnia. Sono biondi e scuri, bianchi, neri e meticci. Durante il Mese di Ramadan non sono concesse distrazioni: senza clamore, i fedeli si organizzano per le preghiere e i riti comunitari conferendo alla città di Modena un aspetto unico, padano e mediterraneo, in qualche modo universale.

Dal 18 giugno al 17 luglio, i Musulmani di tutto il mondo hanno celebrato il mese di Ramadan, il nono dell’anno secondo il calendario musulmano di tipo lunare. Secondo la Tradizione Islamica è durante il mese di Ramadan che il Corano venne rivelato al Profeta Mohamed. Per i Musulmani è un periodo sacro di digiuno, preghiera e privazioni mondane. Il digiuno, “Sawm” in arabo, consiste nell’astensione dai cibi, dalle bevande e dai rapporti sessuali dall’alba fino al tramonto di tutti i 29-30 giorni del mese di Ramadan e costituisce il quarto dei cinque Pilastri dell’Islam. Ciò significa che, salvo precise eccezioni, compiere il digiuno nel mese di Ramadan è una prescrizione per ogni musulmano. Anche il musulmano meno ortodosso che frequenta più le strade del centro storico e i rivenditori di alcolici rispetto alle “moschee”, con ogni probabilità, si asterrà dal bere e dal fumare, almeno in pubblico, durante il mese di Ramadan. Le eccezioni sono invece riportate nel Corano (Sura II, vers. 185) e riguardano le donne incinte e quelle con il ciclo, i viaggiatori, i malati, gli anziani, i bambini in età prepuberale, tutti esentati dal compiere il digiuno poiché, come recita il Corano:”Allah vuole per voi quel che vi è facile, non quel che vi è duro” (Sura II, vers.183).

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C’e’ una notte verso la fine del Ramadan, più sacra delle altre, che i Musulmani chiamano Laylatul Qadr: la “Notte della Misericordia” o “Notte del Destino”, in arabo. Secondo la Tradizione, la “Notte del Destino” cade in uno dei giorni dispari dell’ultima decade del mese di Ramadan. Pur non essendoci consenso unanime nel mondo islamico sulla data precisa, è consuetudine celebrare il Laylatul Qadr durante la 27esima notte di Ramadan, quest’anno nella notte fra lunedì 13 e martedì 14 luglio, in piena canicola. Per i Musulmani Laylatul Qadr è la notte in cui è iniziata la Rivelazione coranica completata poi in altri e successivi istanti della vita del Profeta Mohamed, vissuto nella Penisola araba a cavallo fra il VI e VII secolo e divulgatore dell’ultima e definitiva rivelazione all’umanità.
Un’intera Sura (la 97esima) composta da cinque versetti è consacrata alla Notte del Destino. “La Notte del Destino è migliore di mille mesi. In essa discendono gli angeli e lo spirito, con il permesso del loro Signore, per fissare ogni Decreto. E’ pace fino al levarsi dell’alba”, recita il Corano (Sura 97; vers. 3-5).

Durante il Ramadan si vive più la notte del giorno, quando al tramonto la comunità si raccoglie per celebrare la sospensione quotidiana del digiuno, “l’Iftar”, e compiere le orazioni comunitarie, fortemente consigliate nella religione islamica, soprattutto durante il Mese Sacro. Durante la “Notte del Qadr” ogni osservante è chiamato a pregare dal tramonto all’alba per espiare i propri peccati e onorare Allah. Una preghiera non-stop chiamata Tarawih che dura fino alle prime luci del giorno, intervallata soltanto dal Souhour, la cena collettiva consentita nelle ore notturne.

E’ dalla preghiera dell’Asr, quella del pomeriggio intorno alle 17:30 che nei quattro centri islamici modenesi comincia il fermento che precede i grandi momenti comunitari. Al Centro della Comunità Islamica di Modena e Provincia, in via delle Suore, è un via vai di fedeli sudati vestiti con tuniche immacolate che trasportano ampi vassoi pieni di datteri e brocche di latte, gli alimenti che compongono l’Iftar, la sospensione quotidiana del digiuno. Quando il sole tramonta, non ci si abbuffa né mai si esagera: i Musulmani mangiano in silenzio una manciata di datteri sorseggiando del latte prima di compiere le abluzioni e prepararsi alla preghiera del Maghrib, quella del tramonto, intorno alle 21.

FOTO / Notti di preghiera

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Per raccontare alcuni momenti di questo mese importantissimo per circa 1 miliardo e 800 mila persone nel mondo, abbiamo trascorso diverse ore con i membri di una delle comunità islamiche modenesi, quella di via delle Suore, in una notte – verso la conclusione della festa – che i fedeli considerato più sacra delle altre, la “Notte della Misericordia” o “Notte del Destino”, in arabo “Laylatul Qadr”, cercando di cogliere – seppur con lo sguardo inevitabilmente condizionato dalla nostra cultura occidentale – il significato profondo di questo momento per i membri di una comunità come quella modenese. Foto di Antonio Tomeo. VAI ALLA GALLERY

L’Annuario del 2013 del Servizio Statistico del Comune e i dati Istat (gennaio 2014) riportano la presenza di 28,211 stranieri residenti su di una popolazione totale di 185,148 residenti nell’intero territorio comunale di Modena. Quasi un sesto della popolazione modenese è di origine straniera. Le nazionalità maggiormente rappresentate sono il Marocco, con 3277 residenti, il Ghana con 2848 abitanti e la Tunisia con 1143 residenti. Ci sono anche 2383 residenti di origine albanese e 1120 cittadini nigeriani. Non esistono censimenti ufficiali in base al credo religioso. Una stima in base alla nazionalità dei migranti riportate nell’Annuario è però possibile: il Marocco e la Tunisia sono paesi al 99% musulmani, l’Albania è per circa un terzo islamica, il Ghana per un quinto. In Nigeria, invece, la metà della popolazione è di confessione musulmana. Fatti due calcoli, Modena conta circa 9050 residenti di confessione islamica, provenienti da più di 30 paesi: dal Maghreb ai Balcani, dal Mali all’Indonesia. Uno spaccato rappresentativo del miliardo e mezzo di fedeli di religione musulmana sparsi ai quattro angoli del Globo.

Il panorama dell’Islam organizzato modenese è frammentato sebbene non in conflitto. Esistono quattro luoghi di preghiera e di attivismo islamico in città e sono tutti dei “Centri culturali”. Non ci sono moschee a Modena: in Italia ne esistono soltanto quattro in piena regola a livello architettonico, ovvero con cupola e minareto (a Milano, Roma, Ravenna e Torino). Si tratta di centri culturali ricavati da ex capannoni industriali, ristrutturati e adibiti a sale di preghiera, e diventati nel tempo il punto di riferimento per i musulmani del quartiere o della città. I Centri sono retti da associazioni senza finalità di lucro, i cui direttivi organizzano la vita religiosa dei fedeli e mantengono i rapporti ufficiali con la città.

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La Comunità Islamica di Modena e Provincia, in via delle Suore, è di gran lunga il centro islamico più popolato della città. Fondato da un gruppo di migranti di origine marocchina nel 1992 e ristrutturato nell’estate del 2013, l’edificio, un ex deposito per la legna, è di proprietà comunale. In un venerdì di preghiera, e in generale nei momenti più partecipati come le notti di Ramadan, il Centro riesce ad accogliere circa 3000 fedeli, grazie al suo vasto cortile ricoperto da tappeti orientali.

Questa parte della zona industriale della città si trasforma letteralmente in queste notti di Ramadan. Alle 20:45, poco prima del tramonto, ci sono ancora 35° gradi ma il Centro comincia a riempirsi di devoti mentre la viabilità si congestiona. Le signore procedono composte nella canicola verso l’area a loro dedicata, seguite da stormi di bambini nervosi. Le biciclette riempiono il piazzale antistante già invaso da station wagon dalle targhe obsolete e le scarpiere traboccano di sandali e di calzature operaie. A due passi dal Centro stazionano alcuni venditori ambulanti di frutta e verdura, immobili e in silenzio con il viso bruciato dal sole. Il tempo sembra rallentare sotto gli ultimi colpi di sole, l’aria rarefatta comincia a profumare di menta fresca e di limoni mentre le ombre degli uomini con il fez si allungano e l’Adhan, il richiamo alla preghiera, risuona gracchiando da vecchi altoparlanti. Il contesto è molto arabo e popolare, con il piccolo suq improvvisato davanti all’entrata della “moschea”, potremmo trovarci benissimo a Fez o nella casbah di Algeri.

Nella “moschea” di via delle Suore, durante la “Notte del Destino”, non si riesce quasi a deambulare. Il ritratto del frequentatore medio è di nazionalità marocchina, di sesso maschile, intorno ai 30 anni e lavora in fabbrica. La Comunità Islamica di Modena e Provincia pur essendo visitata da musulmani balcanici e dell’Africa Sub-Sahariana è dominata da devoti di origine maghrebina, l’etnia prevalente in generale fra i migranti della città. “Ogni sera offriamo il pasto dell’Iftar a centinaia di fedeli, sono i giorni conclusivi del Ramadan ad essere i più faticosi ma sono anche i più importanti: è come quando scali una montagna altissima, gli ultimi metri sono sempre i più duri”, spiega Mustafa El Hobbi, dirigente della Comunità.

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Anche alla Casa della Saggezza, della Misericordia e della Convivenza di via Portogallo si offre l’Iftar ai Musulmani. Più piccolo ma ben curato, il Centro di via Portogallo si trova al secondo piano di un edificio popolare ed è frequentato nei suoi momenti più partecipati da più di 400 devoti. La dirigenza è marocchina e appare composta da persone inserite socialmente e con un livello di cultura medio-alto.

Il Centro di via Portogallo è stato fondato nel 2007, a seguito di una scissione all’interno della Comunità Islamica di via delle Suore. “Una parte del Direttivo scelse di lasciare il vecchio Centro per aprire un nuovo spazio islamico in città, spazio che abbiamo regolarmente comprato”, dice diplomaticamente il presidente Adil Laamane, un padre di famiglia di origine marocchina, da oltre 20 anni a Modena, che parla un perfetto italiano tanto da usare termini quali:”Aneliamo ad una convivenza esemplare a Modena”.

Più raccolto, il clima alla Casa della Saggezza è meno caotico. Il suo interno si compone di una sala rettangolare per le preghiere, gli uffici per le riunioni, due aule per i corsi di arabo, un chioschetto con oggetti di culto in vendita e i sanitari con i classici lavabo bassi per le abluzioni, obbligatorie prima delle orazioni. Le donne hanno i loro spazi, sebbene angusti, dove pregare e riunirsi. I rappresentanti di questo Centro Islamico sembrano avere le idee chiare:”Collaboriamo da sempre con le istituzioni e le altre associazioni, lo scorso 25 aprile abbiamo partecipato alle commemorazioni per la Liberazione, insieme all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) di Modena a cui siamo legati da forte amicizia. Per trasparenza e per farci capire dai non arabofoni, i nostri sermoni sono sempre tradotti in italiano, la lingua franca della nostra comunità”, dice Mohamed Riziki, responsabile culturale del Centro e sindacalista della Fiom-Cgil.

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A notte inoltrata ci rechiamo alla terza “moschea” di Modena, quella turca di via Munari, nel cuore della città, a due passi dalla stazione ferroviaria. La “Moschea Uli Cami” è un altro mondo ancora rispetto ai due Centri Islamici visitati in precedenza. I turchi hanno una forte identità nazionale e non sono un popolo arabo. Benché aperto a tutti i musulmani del multietnico quartiere che guarda alla stazione dei treni, l’impronta nazionale è dichiarata. Il Centro è infatti sotto il patrocinio del Ministero degli Affari Religiosi della Repubblica di Turchia. E’ un istituto che esiste anche in altri paesi islamici. In Turchia il Ministero per gli Affari Religiosi si è rafforzato durante i governi guidati dall’AKP, il “Partito per la Giustizia e lo Sviluppo” al potere dal 2002. Esso si occupa, fra le altre cose, di favorire lo sviluppo delle moschee turche e preservarne l’identità nazionale all’estero ed è molto attivo laddove la migrazione turca è forte, come in Germania per esempio.

A Modena abitano circa un centinaio di turchi, un’immigrazione regionale legata ai territori di Corum e Denizli. Una catena migratoria di stampo familiare dall’Anatolia cominciata alla fine degli anni ’70. “Il Ministero ci fornisce quasi tutto, il personale religioso per esempio: abbiamo due imam, un uomo e una donna”. Come nelle altre “moschee” della città, l’area delle donne è distinta da quella degli uomini ed esplicitamente delimitata da transenne, tendaggi o semplici cortine. Eppure in nessun altro Centro Islamico della città troviamo una imam donna, ovvero una religiosa riconosciuta che conduce regolarmente le preghiere. All’appartenenza nazionale e addirittura regionale si aggiunge anche una affiliazione politica che rende questo Centro unico nel panorama islamico modenese. E’ l’affiliazione dichiarata all’AKP, una formazione conservatrice di ispirazione islamica attualmente partito di governo in Turchia. “Il 90% dei frequentatori del Centro sono elettori o militanti dell’AKP”, dice apertamente Ozgur Ozcan, dirigente del Centro e presidente della sua costola giovanile, dal nome accattivante , “I Giovani Turchi di Modena”.

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Fisicamente la “Moschea Uli Cami” si presenta come un’abitazione privata al cui interno troviamo una piccola sala di preghiera ricavata da un grande salotto, un’aula per le riunioni, i sanitari e un piccolo cortile interno colmo di fedeli nella “Notte del Destino”. Anche qui offrono l’Iftar ogni sera a circa cento praticanti. Il Centro turco è sovraffollato, può contenere al massimo 150 persone ma la sua posizione strategica lo rende molto frequentato dai Musulmani del quartiere o di passaggio, soprattutto durante una notte di fede così sentita.

Il quarto e ultimo centro islamico della città si trova in via Alassio. Aperto lo scorso aprile e gestito da un gruppo di bengalesi e nordafricani, è poco più che una “Mussala”, una semplice sala per le preghiere.

Tutto il mese di Ramadan è pieno di benedizioni, preghiere, spiritualità e socializzazione religiosa. Ci sono, però, due momenti salienti e ravvicinati durante il mese sacro ai Musulmani: Laylatul Qadr, e l’Eid el-Fitr, la grande festa di fine Ramadan, celebrata una manciata di giorni dopo la “Notte del Destino”, quest’anno venerdì 17 luglio. La maggioranza dei musulmani sunniti, corrente maggioritaria nel mondo islamico, festeggiano fondamentalmente due grandi ricorrenze nel loro calendario: l’Eid el-Adha, la festa del sacrificio di Abramo, e l’Eid el-Fitr, la festa che chiude il mese di Ramadan.

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A Modena, l’associazione “La Polivalente 87 – Gino Pini” in via Pio La Torre mette a disposizione da diversi anni il suo complesso sportivo, una struttura capace di accogliere i fedeli provenienti dalle grandi comunità islamiche della provincia, soprattutto da Carpi e Sassuolo. L’Eid el-Fitr è una festa religiosa di massa, un raduno multietinco. Oltre 3500 musulmani, donne e uomini, da Modena e provincia si sono dati appuntamento nella mattinata di venerdì 17 luglio per la celebrazione di fine Ramadan.

All’alba era già tutto pronto: la notte precedente i volontari della Comunità Islamica di via delle Suore, sede del più grande centro islamico della città, avevano allestito la sala con tappeti e predisposto all’esterno dell’edificio i banchetti di bibite, dolci e di materiale religioso. Erano in vendita anche bottiglie da mezzo litro riempite con “acqua santa della Mecca” a 2,50 euro.

Verso le 08:00 i fedeli arrivano alla spicciolata sotto i raggi del sole del mattino che anticipano una giornata di caldo tropicale. Alle 09 inizia la litania “Allahu Akhbar, la illaha illallah” ovvero “Dio è grande, non c’è Dio al di fuori di Dio”, che rappresenta la professione di fede al monoteismo islamico. L’interno della palestra è colmo di fedeli di varie nazionalità, raccolti in preghiera: fianco a fianco, spalla contro spalla, piede contro piede a rappresentare l’unità e l’uguaglianza dei credenti.

Alle 10,00 il sole produce effetto serra, il caldo dentro alla struttura si fa soffocante, non tira un filo di vento, le gocce di sudore scendono copiose solcando il viso stanco dei praticanti. Fuori dalla palestra, i salamelecchi fra fedeli abbondano con i musulmani in festa che si baciano e si scambiano doni e complimenti augurandosi a vicenda le migliori cose.

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Riconosciamo molti fedeli già incontrati durante la “Notte del Destino” presso il centro di via delle Suore, intenti a raccogliere lo Zakat el-Fitr, la tassa rituale di fine Ramadan a favore dei poveri:”La raccogliamo e la ridistribuiamo ogni anno, il senso è che almeno in questo giorno santo i poveri non siano costretti a chiedere l’elemosina”, spiega Youssef Amouiyah Vicepresidente della Comunità Islamica di Modena e Provincia.

E’ Mohamed Raoui, l’imam del Centro di via delle Suore, ad officiare l’orazione canonica che chiude il mese di digiuno. E’ interessante notare come in ogni “moschea” di Modena oltre alla separazione di genere, troviamo anche una rigida divisione di ruoli e funzioni all’interno delle comunità che richiama il principio laico di separazione fra potere spirituale e potere secolare: infatti, mentre l’imam si occupa esclusivamente di questioni religiose, di recitazione del Corano e di esegesi islamica, il presidente e i membri del direttivo dei centri islamici di Modena hanno ruoli amministrativi, di gestione e di rappresentanza davanti alle Istituzioni.

Il Ramadan e la sua festa conclusiva l’Eid el-Fitr è stata un’occasione per apprezzare da vicino la diversità insita nel mondo islamico in cui a fianco dell’adorazione nel Dio unico convivono culture e costumi nazionali specifici e ben radicati che anche qui trovano una loro versione. A fianco degli hijab castigati delle donne maghrebine con le mani dipinte di henné, c’erano i kounkhité, i foulard colorati delle donne dell’Africa nera; vicino ai kamis e ai fez del Marocco, c’erano i bazin gouba della Guinea e “il miglior vestito” di una comunità in festa.

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Un miliardo e mezzo di persone hanno celebrato in tutto il Mondo il Ramadan: hanno digiunato dall’alba al tramonto e pregato di notte per 30 giorni di fila, senza lamentarsi. Con loro c’erano anche i Musulmani di Modena, una comunità multinazionale di oltre 9000 fedeli, etnicamente composita che orbita intorno ai quattro centri islamici presenti nel territorio cittadino. “Lo scopo ultimo del Ramadan è quello di riuscire a controllare il proprio comportamento e i propri pensieri al fine di superare l’aspetto più terreno della natura umana, finalizzando l’attenzione solo sul ricordo di Dio” spiega Hayatte Cheika, responsabile dei Giovani Musulmani di Modena, la costola giovanile della Comunità di via delle Suore.

Ma a dare un senso contemporaneo più laico e quasi politico a questa prescrizione religiosa che può apparire ai profani eccessiva, ascetica o fuori contesto, forse bastano le parole stampate in un pamphlet trovato presso la Casa della Saggezza. Un testo di “Partecipazione e Spiritualità Musulmana”, nota organizzazione islamica non profit di carattere nazionale a cui la “moschea” di via Portogallo è legata, e in cui si legge:”Il mese di Ramadan è anticonsumistico per eccellenza: si tratta di liberarsi dalle dipendenze artefatte e amplificate dalla società dei consumi, di autocontrollarsi e distaccarsi per diventare indipendenti e liberi al di là dei bisogni superficiali per volgersi ai bisogni reali, elementari, dei poveri e bisognosi”.

Gaetano Gasparini

Foto di Antonio Tomeo.

L’eclissi sacra dei Musulmani

Né il Cristianesimo né l’Ebraismo citano esplicitamente questo raro evento ampiamente studiato in epoca contemporanea. Ma come si comporta e come reagisce all’eclissi la minoranza religiosa più numerosa d’Italia e d’Europa?

Né il Cristianesimo né l’Ebraismo citano esplicitamente questo raro evento ampiamente studiato in epoca contemporanea. Ma come si comporta e come reagisce all’eclissi la minoranza religiosa più numerosa d’Italia e d’Europa?

eclissi_cinaGli astri si sono incrociati la mattina del 20 marzo, nel giorno dell’equinozio di Primavera, per il grande spettacolo dell’eclissi solare. La luna si è sovrapposta al sole per un paio di ore e ha proiettato la sua ombra sulla Terra. Alle nostre latitudini, l’eclissi ha prodotto un oscuramento parziale del 65%. Il calo di luce è stato graduale, con l’apice intorno alle 10:30. Una luce crepuscolare ha illuminato la mattinata e allungato le ombre per alcune decine di minuti.

Quello che oggi è un fenomeno astronomico ampiamente studiato dalla scienza, tanto da rendere possibile previsioni così esatte, era un tempo un evento che terrorizzava i nostri antenati. La luce del tramonto di mattina, le tenebre di giorno, il “Sole nero” offuscato dalla luna sono stati per millenni un mistero per l’uomo. Spesso al centro di superstizioni e credenze, i popoli antichi pensavano fosse causata da demoni e animali che divoravano l’astro, o dal furto di luce ordito da qualche divinità.

Per molte culture l’eclisse era associata ad un evento premonitore nefasto, sinonimo di morte e di cattivi presagi. Altre, come quella cinese, esorcizzavano il momento dell’eclissi battendo sui tamburi e producendo un tale fracasso da spaventare mostruose figure mitologiche ritenute responsabili dell’oscuramento del sole, a sua volta associato alla vita. E mentre non vi è menzione del fenomeno nei Testi Sacri di Cristiani e Ebraici, in altre civiltà come in quella musulmana, l’eclissi viene descritta, contestualizzata e ridimensionata.

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Per i Musulmani l’eclisse non preannuncia nessuna catastrofe né viene contemplata con misticismo. E’ una manifestazione dell’esistenza di Dio che viene celebrata con una preghiera ad hoc: la “Salat al-kusuf”. “La preghiera dell’eclissi” è considerata un’orazione supererogatoria, quindi non obbligatoria ma fortemente consigliata in base alla Tradizione profetica.

Per seguire questo rito collettivo siamo andati a Piacenza dove si trova uno dei centri islamici meglio strutturati del territorio lombardo-emiliano. Fra centri culturali e semplici sale di preghiera esistono 770 luoghi di culto islamico in Italia. Dopo la Lombardia (130 centri), l’Emilia Romagna è la seconda regione per numero di luoghi di culto islamici con 112 edifici adibiti a sale di preghiera o a centri culturali. Con 1,4 milioni di fedeli, i musulmani rappresentano la seconda religione del paese e d’Europa.

Dal 2012 la Comunità Islamica di Piacenza e provincia ha la sua sede in un ampio edificio di recente ristrutturazione capace di accogliere almeno 2000 persone. Il Centro è una struttura polifunzionale, articolata in sale di preghiera, stanze per le riunioni, spazi per i giovani, aule per corsi di formazione e di lingua, oltre a un grande giardino con fontana in stile arabo-islamico. Anche la scala anti-incendio di acciaio è stilizzata a minareto.

Oggi il Centro della Comunità Islamica di Piacenza è uno dei complessi islamici più importanti e meglio organizzati d’Italia settentrionale, punto di riferimento per gli oltre 20mila Musulmani residenti sul territorio piacentino. I Musulmani locali hanno una pagina Facebook e un canale youtube sempre aggiornato. “La preghiera dell’eclissi” è stata pubblicizzata sui social network e attraverso la stampa locale.

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Incontriamo Abdelrahman, il giovane custode marocchino del Centro che ci accompagna all’interno dell’edificio dove già una decina di fedeli sono raccolti in preghiera. Sono quasi le 10 e la luce comincia lentamente a calare. “In teoria si inizia a pregare in congregazione appena comincia l’oscuramento del sole e la funzione termina solo quando la luce torna splendere con il sermone conclusivo dell’imam”, puntualizza Abdelrahman.

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Il termine arabo “Imam” significava in origine “Colui che sta davanti”, in epoca preislamica indicava le persone che guidavano le carovane nei lunghi viaggi attraverso il deserto. Nell’Islam classico è colui che dirige la preghiera, esperto in materie religiose. Nell’Islam europeo l’imam è spesso una figura che assume un ruolo più ampio. E’ considerato la guida, il rappresentante e il portavoce della comunità. L’imam di Piacenza è un signore di circa 35 anni, di origine egiziana, con un lunga barba scura e riccia. Si chiama Mohamed Salah: “Le popolazioni pre-islamiche associavano il fenomeno dell’eclissi alla morte o alla nascita di una persona importante – spiega l’Imam – Questa credenza venne corretta dal Profeta Mohamed. Come le altre manifestazioni della natura l’eclissi è un segno di Allah”.

La “razionalizzazione religiosa” dell’eclissi aveva un’origine senza dubbio funzionale alla professione monoteista islamica: combattere l’idolatria e arginare la superstizione che un evento straordinario come l’eclissi aveva fino ad allora generato presso i popoli arabi pagani. Quest’inquadramento religioso della Natura fu senz’altro utile anche a placare i sentimenti di panico e sgomento che un eclissi poteva suscitare presso le popolazioni dell’epoca, esortate invece a pregare.

Ma secondo la Tradizione profetica l’Islam si spinge oltre. “Cominciamo per dire che tutto quello che avviene nell’universo avviene per decreto di Allah: sole e luna, luce e tenebre sono solo dei segni di Dio”, spiega “Sheykh” Abdu r Rahman Pasquini, una delle figure più autorevoli dell’Islam in Italia. Convertitosi verso la fine degli anni ’60, mentre i suoi coetanei pensavano a protestare contro la società dei loro padri, lo “sceicco” fondava a Milano la prima organizzazione giovanile musulmana militante: “Presenza Islamica”. E’ stato in seguito co-fondatore e Imam della Moschea del Misericordioso (conosciuta volgarmente anche come “moschea di Segrate”), una delle rare moschee vere e proprie della Penisola e dirige attualmente una casa editrice denominata “Edizioni del Calamo”. Lo sceicco Pasquini è spesso ospite dei convegni organizzati dal Centro Islamico di Piacenza in veste di predicatore.

Secondo alcune “sunna”, i detti e i comportamenti del Profeta Mohamed, fonti della teologia e del diritto islamico, è proprio durante un’eclissi che Ibrahim, uno dei figli del Profeta Mohamed, morì. Il popolo associò subito la morte del figlio dell’amato Profeta all’eclissi. “Dovette intervenire Mohamed stesso – spiega lo sceicco Pasquini – pronunciando la seguente frase :”Invero il sole e la luna non si eclissano né per la morte né per la nascita di alcuno, bensì sono due tra i segni di Allâh: quando assistete alle loro eclissi, alzatevi ed assolvete all’orazione”. Quest’invito alla preghiera, davanti a un evento che poteva turbare i primi musulmani minandone la fede, era ed è preso alla lettera per tutti coloro che seguono idealmente la “imitatio muhammadi”, la via del comportamento del Profeta Mohamed.

Alle 10:30 arriva il picco dell’eclissi. Decine di fedeli pregano in fila in silenzio. “Attraverso l’eclissi Allah vuol ricordare ai fedeli la sua onnipotenza e la loro condizione di creature tenute a dare conto a Dio nel Giorno del Giudizio. Facendo calare le tenebre di giorno, Allah induce i fedeli a celebrare la sua grandezza e a temerlo, questo è il vero motivo della salat al-kusuf”, dice lo sceicco.

Poco prima di mezzogiorno la luce torna a spledere e i fedeli che hanno eseguito la “Salat al-kusuf” si mescolano a quelli accorsi per la preghiera del mezzogiorno di venerdì, l’orazione canonica più importante. Incontriamo alcuni giovani per i quali la “preghiera dell’eclissi” è semplicemente raccomandata dalla Tradizione e quindi da eseguire senza porsi troppe domande.

”Il Corano parla delle eclissi solari e lunari come di tanti altri fenomeni naturali che troveranno poi una loro dimensione scientifica solo in epoca contemporanea, ossia ben 1400 anni dopo essere stati rivelati” commenta lo sceicco Paquini. Secondo i Musulmani, il versetto 33 della XXI sura del Corano anticiperebbe la formulazione di alcune teorie astrofisiche sul moto dei pianeti. Il versetto recita: “Egli è Colui che ha creato la notte e il giorno, il sole e la luna: ciascuno naviga alla sua orbita”. Un versetto che secondo gli studiosi islamici testimonierebbe di un fatto essenziale scoperto dall’astronomia moderna, cioè l’esistenza di diverse orbite per ogni corpo celeste, con delle caratteristiche di moto proprie.

Per la prossima eclissi bisognerà aspettare almeno 10 anni. Comunque vada, i veri Musulmani la celebreranno con una preghiera che assomiglia più a una fredda esecuzione di inchini e prostrazioni che a un raccoglimento comunitario sentito e condiviso. Così, mentre bisognerà aspettare il 2027 per ammirare una nuova eclissi, benché ancora parziale, saremo sempre sicuri che ci saranno i Musulmani a relativizzare il fenomeno, suggerendoci:”Niente paura, è solo la Natura, è solo Dio”.

Gaetano Gasparini

Immagine di copertina, photo credit: Eclypse via photopin (license).

Le strade che portano al jihad

Ripercorriamo l’itinerario della radicalizzazione dei fratelli Kouachi, Amédy Coulibaly e altri ragazzi come loro che hanno trovato nel jihad un modo di contestare il presente.

La radicalizzazione dei fratelli Kouachi cominciò in un parco della capitale francese, Amédy Koulibaly fece i suoi primi passi verso il fondamentalismo armato in prigione. Ma quello che i tre jihadisti avevano in comune era il fatto di essere nati e cresciuti ai margini della società francese. Dove, in mancanza d’altro, l’integralismo islamico è percepito come l’unica cornice ideale attraverso cui contestare il presente. Ripercorriamo le strade percorse dai giovani attentatori francesi per capire come si arrivi dove sono arrivati loro.

E’ lungo i sentieri del parco parigino di Buttes-Chaumont, con le sue collinette, il suo stagno e un falso tempio romano, che Chérif Kouachi, il fattorino di una pizzeria del posto, amava fare jogging. Il parco di Buttes-Chaumont brulica di gente che corre come lui. Ma Kouachi e il suo gruppo di amici facevano jogging per tenersi in forma per il jihad.

Buttes-Chaumont

Parco di Buttes-Chaumont, Parigi (Street View – Google Maps)

Il gruppo parigino dei fratelli Kouachi, che i giornali chiamarono “la banda di Buttes-Chaumont”, era composto da una dozzina di ragazzi fra i 20-30 anni. Alcuni di loro si sono conosciuti a scuola. Molti avevano storie famigliari complesse e rendimenti scolastici scarsi. Venivano dai bassifondi del 19imo arrondissement nel nord-est di Parigi, una zona segnata da un mix di appartamenti e loft riqualificati accanto ad edifici popolari e a un patchwork di palazzoni in mano alla piccola criminalità e alle bande.

I jihadisti del 19imo arrondissement si consideravano dei combattenti, dei giusti che lottavano per una causa legittima: l’instaurazione di uno Stato islamico attraverso l’azione violenta. Giurarono di rifiutare qualsiasi ipotesi di compromesso o di collaborazione con il loro paese natale, la Francia, (ma in generale con tutto il mondo occidentale) nel momento in cui misero il Jihad al centro del loro credo, rendendolo un obbligo religioso. In generale, per tutti i jihadisti il ricorso alla violenza è sia ideologico che tattico. Così questi gruppi preferiscono l’azione diretta ad approcci “politici” che, invece, rifiutano sistematicamente.

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Parco di Buttes-Chaumont, Parigi (Street View – Google Maps)

I ragazzi appartenenti al gruppo dei fratelli Kouachi, molti dei quali disoccupati o alle prese con piccoli lavori precari, erano tutti conosciuti dalle forze dell’ordine per reati minori, furti e traffico di droga. Poi incontrarono una figura carismatica, un leader. Il capo carismatico esercita un magistero morale, religioso e ideologico sul discepolo ed è una figura ricorrente nella galassia dei gruppi islamisti radicali che da sempre si rifanno alla conoscenza coranica di alcuni teologi militanti o emiri ritenuti detentori del messaggio divino. Lo era Oussama Ben Laden, lo è l’attuale “califfo” del cosiddetto Stato Islamico, Abu Bakr al Baghdadi.

Nel suo piccolo lo era anche Farid Benyettou. Anch’egli giovanissimo, un anno più grande di Chérif Kouachi (classe 1982). Farid era un inserviente presso un’impresa di pulizie e punto di riferimento per i suoi coetanei con i quali discuteva dell’ipotesi di “Jihad”. Era il 2004, all’indomani dell’invasione statunitense dell’Iraq e il gruppo decise di partire per il paese mediorientale per combattere gli americani.

Farid Benyettou

Farid Benyettou

Questo piccolo gruppo di combattenti per la fede, descritto dai magistrati come dei dilettanti sprovveduti, è stato definito dal quotidiano Le Monde come la “prima scuola del Jihad in Francia”. Fra una sessione di jogging e l’altra, impararono a tenere in braccio un kalashnikov e presto una manciata di loro partì alla volta dell’Iraq, per fare la guerra santa agli Americani. Tre di loro morirono in combattimento, altri tornarono gravemente menomati: uno senza un occhio e senza un braccio. Altri ancora non riuscirono a partire, bloccati dalla polizia francese.

All’epoca Chérif Kouachi si guadagnava da vivere come fattorino presso una catena di pizzerie, El Primo Pizza. Venne arrestato nel gennaio del 2005 mentre tentava di imbarcarsi su di un volo con destinazione Damasco. I servizi di intelligence francesi erano convinti che stesse per raggiungere i ribelli islamisti in Iraq, via la Siria.

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Rue Philippe de Girard, Parigi (Street View – Google Maps)

Chérif Kouachi dichiarò ai magistrati che l’intervento della polizia era stato provvidenziale e che si sentiva sollevato dell’arresto poiché, in fondo, non aveva intenzione di arruolarsi. “Più si avvicinava la data della partenza, più ci ripensavo” disse al giudice. “Allo stesso tempo non volevo che i miei compagni venissero a sapere del mio cedimento”. La corte gli inflisse una condanna relativamente lieve: 36 mesi, la metà dei quali passati in regime di libertà condizionale. Oltre al biglietto aereo per la Siria non vi erano prove schiaccianti contro di lui.

Per gli avvocati, Chérif era un ragazzo fragile senza particolari idee politiche e psicologicamente manipolato da una simil-setta. Non è sbagliato usare la parola setta in merito alle cellule jihadiste contemporanee poiché esse si muovono come vere società segrete. I membri condividono la stessa convinzione e la preservano in segreto. “L’idea di appartenere a un gruppo di eletti con una missione divina e di rappresentare la più pura avanguardia di Allah, in un mondo dominato dall’ignoranza e dalla corruzione, implica la segretezza per difendersi da quella stessa società empia, quella occidentale, che diffonde volontariamente dei valori anti-islamici e attua le persecuzioni contro i musulmani”, dichiara un ex-jihadista francese pentito al quotidiano Libération.

Dopo il processo del 2008, Chérif si sistemò e trovò lavoro in una pescheria.

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Rue Philippe de Girard, Parigi (Street View – Google Maps)

Meno di una decade dopo, Chérif (32 anni) e suo fratello maggiore Said (34 anni) compiono l’attacco terroristico più feroce degli ultimi 50 anni della storia di Francia. Entrano con i Kalashnikov nella redazione del mensile satirico Charlie Hebdo. Fanno fuoco: 12 morti. Dopo tre giorni di follia i fratelli Kouachi muoiono durante una sparatoria a nord di Parigi provocata dall’irruzione delle forze speciali del GIGN (“Groupe d’intervention de la gendarmerie nationale”) all’interno della tipografia sequestrata dai fratelli Kouachi, nella quale detenevano un ostaggio. Nel frattempo, Amédy Coulibaly (32 anni), dopo aver ucciso una poliziotta, assaltava un piccolo supermarket di alimentari kosher, nell’est della capitale, tenendo in ostaggio i clienti e uccidendone quattro. Anche in quell’occasione il GIGN fece irruzione e uccise il jihadista.

Sia i fratelli Kouachi sia Amédy Coulibaly erano francesi, dell’area metropolitana parigina, cresciuti e avvicinatisi all’Islam radicale sul posto. Il quotidiano Libération li ha chiamati “Figli di Francia”; un noto avvocato che garantisce la difesa di un altro giovane jihadista li ha chiamati invece “I figli smarriti della Repubblica”.

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Rue Philippe de Girard, Parigi (Street View – Google Maps)

Intanto il governo francese corre ai ripari, la questione è delicata, ci sono oltre 7,5 milioni di francesi di confessione musulmana. L’obiettivo a breve termine è intervenire sui sistemi di reclutamento per impedire la crescita del terrorismo fatto in casa, e poi capire come hanno fatto dei pregiudicati segnalati persino nelle black list degli Stati Uniti a organizzare, pianificare e commettere una carneficina. Il governo francese ha preso molto sul serio il pericolo di imminenti attacchi da parte dei reduci francesi della guerra in Siria, tant’è che ha alzato il livello di guardia e rafforzato la divisione antiterrorismo.

Secondo il governo, 1400 francesi hanno raggiunto o stanno pianificando di raggiungere, in nome della Jihad, i teatri di guerra in Siria e in Iraq. Circa 70 jihadisti francesi hanno invece già perso la vita durante i combattimenti.

Ma la radicalizzazione dei fratelli Kouachi e di Amédy Koulibaly è iniziata molto prima della guerra in Siria.

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Rue Philippe de Girard, Parigi (Street View – Google Maps)

I jihadisti di oggi che partono per la Siria e per l’Iraq vengono spesso dalla classe media, talvolta hanno una buona educazione e buone prospettive. In contrasto, i jihadisti che andarono a combattere 10 anni prima in Iraq erano dipinti come mentalmente fragili, poveri e senza prospettive.

Come mai i veterani della guerra in Iraq, come Kaouchi e i suoi amici, pur essendo un pericolo per la sicurezza nazionale, hanno potuto muoversi indisturbati, procurarsi armi e soldi, organizzare l’attentato? Forse l’intelligence francese si è troppo concentrata sulle nuove generazioni di jihadisti, coloro che partono in Siria, trascurando la generazione precedente di jihadisti, quelli che partirono per l’Iraq.

Chérif Kouachi è nato a Parigi nel 1982, nel 10imo arrondissement che si estende da place de la République fino alla Gare du Nord. Era uno dei cinque figli di genitori di origine algerina. Un amico d’infanzia di Chérif ha detto alla televisione pubblica francese: “E’ stato abbandonato in giovanissima età, non si è mai capito se fossero i genitori ad essere stati incapaci di curare i cinque figli oppure se fossero morti”. Risultato: Chérif è entrato nelle comunità d’accoglienza per minori non avendo compiuto neanche 10 anni. Le case d’accoglienza erano lontane da Parigi e la sua infanzia venne descritta come caotica.

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Chérif e Said Kouachi ancora minorenni a Treignac

A 18 anni, gli orfani Chérif e Said (il fratello piu’ grande) tornano a Parigi, dal nord-est dove erano cresciuti. Chérif era in possesso di un diploma in educazione fisica ma i suoi risultati scolastici erano miseri e non aveva nessuna famiglia a cui chiedere aiuto. Quando si legò al gruppo di Buttes-Chaumont era già tornato a Parigi e viveva di espedienti.

“Viveva come un vagabondo, trovava sempre un tetto sotto il quale dormire ma si doveva quasi sempre accontentare di un materasso per terra o poco più: era chiaramente un emarginato. Era immaturo, appena uscito dall’adolescenza. Non era rancoroso. Andava in moschea, ma andava anche per discoteche, si cimentava con il rap, fumava erba e beveva in compagnia, insomma non era un santo ma nemmeno un asociale”, precisa l’amico d’infanzia alla televisione pubblica transalpina.

Secondo Le Monde, quando Chérif venne arrestato poco prima del suo imbarco per la Siria, si presentò ai poliziotti definendosi un “Ghetto Muslim”.

“Prima ero un delinquente, ma dopo ho trovato la forza. Non mi immaginavo neanche di poter morire”, dichiarò ai magistrati. In un documentario televisivo sulla gioventù francese radicalizzata troviamo proprio Chérif che, durante un’esibizione rap, pronuncia le seguenti parole:”E’ scritto nei Testi, morire da martire è un onore”.

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via nel XIX arrondissement di Parigi (Street View – Google Maps)

Le aspirazioni del gruppo jihadista di Buttes-Chaumont erano direttamente legate ai destini della seconda guerra irachena del 2003. Di solito si riunivano in casa di un membro e guardavano insieme le immagini dell’invasione statunitense. “Tutto quello che ho visto in tv, su Internet, le torture nella prigione di Abu Ghraib, tutto quello, è proprio quello che mi ha motivato”, dichiarò un amico dei Kouachi durante il processo a Chérif.

Durante la presidenza di Jacques Chirac, però, la Francia si rifiutò di intervenire in Iraq. Il gruppo concentrò quindi il suo odio nei confronti degli americani e nell’ossessione di combatterli per liberare l’Iraq.

“Sono stati i pionieri del jihadismo francese”, scrive Jacques Follorou, giornalista di Le Monde e specialista di questioni islamiche. “Erano un gruppo di ragazzi con poca istruzione, senza progetto politico, senza esperienza, de-socializzati, delinquenti, disoccupati, ai margini della società e alla ricerca di un’identità. Il mentore, loro coetaneo, era un manipolatore”. Follorou sostiene anche che quando i ragazzi del gruppo entrarono in carcere, davanti ai loro occhi si aprì un nuovo universo:“Se Buttes-Chaumont era la scuola informale del jihad, il carcere era l’università degli studi del jihad”.

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1965-1969. Carcere di Fleury-Mérogis. Foto Fonds Guillaume Gillet. SIAF/Cité de l’architecture et du patrimoine.

Dopo il suo arresto nel 2005, mentre tentava di lasciare il paese alla volta di Damasco, Chérif fu condotto presso la casa circondariale di Fleury-Mérogis, un enorme e decadente super-prigione di cemento armato. E’ il carcere più grande d’Europa, solo la sezione maschile contiene 3,800 detenuti.

Costruita negli anni ’60, Fleury-Mérogis doveva rappresentare il modello del carcere dal volto umano. Finì per diventare un inferno di tensioni, violenza fra detenuti, droga, suicidio e persino episodio di una rivolta dei detenuti con tanto di agenti di polizia penitenziaria presi come ostaggi.

Kouachi si trovava a Fleury-Mérogis, in attesa di giudizio. In quel periodo la popolazione carceraria eccedeva del 150% le capacità di “accoglienza” della prigione.

Nel 2008 alcuni carcerati riuscirono a consegnare all’esterno un video sulle condizioni di vita a Fleury-Mérogis. Il filmato mostrava scene di violenza fra carcerati, soffitti infiltrati di acqua, muffa sui muri, sanitari fuori uso e inaccessibili, acqua stagnante e freddo gelido. “Ci stiamo congelando come i vagabondi, anzi siamo peggio dei vagabondi”, dice un recluso nel video.

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Amédy Coulibaly

Uno dei prigionieri in prima linea nella denuncia delle condizioni carcerarie fu Amédy Coulibaly. Era in carcere per rapina a mano armata, la sua terza condanna. Coulibaly incontrò Chérif in carcere, erano nella stessa ala e diventarono presto inseparabili. Meno di dieci anni dopo, Coulibaly si unisce ai fratelli Kouachi per compiere la sua parte nell’attacco, cioè l’uccisione di una poliziotta e di quattro clienti di un negozio ebraico.

Amédy Coulibaly, conosciuto come “Doly”, è nato in Francia da genitori del Mali. Unico maschio, fratello di nove sorelle, Amédy cresce nella Cité (complesso di case popolari) della Grande Borne, a Grigny, a sud di Parigi. “E’ una delle Cité più difficili del paese”, nota un giornalista di Libération.

Costruita negli anni ’60, nei piani degli urbanisti doveva essere la cittadella-dormitorio ideale. Invece con i suoi 11mila abitanti, la Grande Borne divenne nota per la povertà, per il traffico di droga e di armi, per l’alto tasso di criminalità giovanile, per gli attacchi alla stazione della polizia locale e per gli incendi dolosi di edifici pubblici.

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La Grande Borne, Grigny

Alcuni sociologi francesi la definiscono un “cassonetto per l’immondizia sociale” dove venivano confinati i più poveri elementi della città. Il 40% dei suoi abitanti è disoccupato, le famiglie vi abitano in una situazione di miseria, il livello di violenza e decomposizione sociale è alle stelle.

“E’ un contesto favorevole allo sviluppo del radicalismo, non tanto per la povertà quanto per lo sfascio dell’ordine sociale. C’è una miseria sociale estrema, le famiglie sono abbandonate a se stesse. Lo Stato qui è assente, la polizia neanche ci mette i piedi”, spiega un educatore della zona che aggiunge: “Se un datore di lavoro ha per le mani un cv con sopra scritto l’indirizzo della Cité con ogni probabilità la candidatura finisce direttamente nel cestino”. In quest’angolo di Francia, i valori repubblicani, “Liberté, égalité, fraternité”, non si sa neanche cosa siano.

Nel 2005 le periferie dei grandi centri urbani francesi furono teatro delle più gravi sommosse della storia recente di Francia. La rabbia esplose dopo l’uccisione di due ragazzini in fuga da un controllo di polizia. Proprio a Grigny la violenza raggiunse livelli mai visti prima, quando dai rivoltosi partirono colpi di arma da fuoco verso le forze dell’ordine.

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La Grande Borne, Grigny

Anche alla Grande Borne, come in molte Cité, c’è una sottocultura giovanile fatta di soldi facili, rapine, droghe e armi. Damien Brossier, avvocato che si occupa di criminalità giovanile nella vicina Evry si ricorda di Coulibaly. “Una testa calda, un ragazzo coraggioso”, racconta il legale che lo ha difeso in due casi di rapina a mano armata risalenti a dieci anni fa.
Il primo caso fu una rapina a un negozio di articoli sportivi. In quell’occasione, dopo un inseguimento con la polizia, la macchina su cui scappavano lui e il suo complice venne coinvolta in un incidente stradale. Il suo complice, Alì, coetaneo di origini magrebine, rimase ucciso. Coulibaly invece riuscì a uscire dalla vettura disastrata e tornò a casa a piedi.

L’avvocato Brossier difese poi Coulibaly dall’accusa di rapina a mano armata in banca. “Era un cane sciolto, al contempo era socievole e gentile, non era difficile entrarci in confidenza”.

Il padre di Amédy era un lavoratore maliano di umili origini, immigrato in Francia. Come molti suoi coetanei nella Cité, Amédy non voleva fare la stessa vita del genitore. “Aveva dei risultati scolastici molto scarsi, non penso avesse mai avuto delle vere ambizioni lavorative. Come molti giovani delle periferia aveva il culto del denaro facile”, ricorda ancora l’avvocato Brossier.

Coulibaly e Chérif fecero amicizia in prigione, e sempre in prigione trovarono un nuovo mentore che li portò alla definitiva radicalizzazione: Djamel Beghal.

Djamel Beghal, said to be the mentor of Cherif Kouachi, one of the Charlie Hebdo Massacre Gunmen - 2015

Djamel Beghal

Beghal, condannato a 10 anni per il fallito attentato all’ambasciata israeliana di Parigi, era stato un frequentatore della moschea londinese di Finsbury park e discepolo dei predicatori radicali Abu Hamza e Abu Qatada. Secondo l’intelligence francese e americana era il reclutatore di al Qaeda in Europa.

Una volta scontata la pena, Chérif Kouachi uscì di prigione, si sposò e trovò un lavoro in una pescheria: sembrava che volesse mettere la testa a posto. Uscito dal carcere, era diventato un uomo. La reclusione avesse inasprito il suo carattere e cambiato il suo fisico. Un suo amico ha affermato recentemente alla televisione pubblica: “Era fisicamente cambiato, muscoloso, aveva fatto sollevamento pesi, in carcere non c’è nient’altro da fare”.

In quel periodo, Benyettou, il guru del gruppo di Buttes-Chaumont, studiava per diventare infermiere. Coulibaly, invece, era riuscito a trovare lavoro presso una fabbrica della Coca-cola e nel 2009, nonostante la fedina penale, fu uno dei 500 giovani invitati all’Eliseo dall’allora presidente Nicolas Sarkozy per discutere di disoccupazione giovanile. “Forse riuscirà lui a trovarmi un lavoro”, disse allora il giovane, intervistato dal quotidiano Le Parisien.

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Fabbrica della Coca-Cola, Grigny

Meno di un anno dopo, la polizia aprì una nuova indagine su Coulibaly. Era sospettato di appartenere a un gruppo che cospirava per fare evadere di prigione l’islamista algerino Smain Ait Ali Belkacem, condannato all’ergastolo nel 2002 per l’attentato dell’ottobre 1995 al treno urbano RER in sosta presso la stazione Musée d’Orsay, un attentato che provocò il ferimento di 30 persone.

I seguaci di Beghal vennero arrestati per cospirazione.

I sistemi di sorveglianza della polizia mostrano Coulibaly e Chérif Kouachi in visita a Beghal, all’epoca uscito di prigione ma agli arresti domiciliari in una piccola cittadina della Francia rurale. Le foto di Coulibaly assieme a sua moglie in niqab nero, Hayat Boumeddiene, intenti a maneggiare una balestra in aperta campagna, sono state scattate proprio nella zona in cui Beghal era agli arresti domiciliari. Boumeddiene sposò Coulibaly secondo la tradizione islamica. Dopo il matrimonio, la giovane decise di lasciare il suo lavoro di cassiera in un supermercato per dedicarsi interamente alla religione e per portare in libertà il niqab, velo che il presidente dell’epoca, Nicolas Sarkozy, avrebbe poi bandito da tutti i luoghi pubblici.

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Hayat Boumeddiene

Hayat Boumeddiene è ad oggi latitante. Gli 007 francesi pensano che abbia raggiunto la Siria ad inizio gennaio per arruolarsi fra i combattenti dello Stato Islamico (secondo l’intelligence potrebbe essere apparsa in un video dell’Isis). Anche Hayat è cresciuta nelle case-famiglia della periferia di Parigi, dopo la morte della madre e le difficoltà economiche del padre.

Durante una perquisizione presso il domicilio di Amédy e Hayat a Bagneux, nella periferia della capitale, la polizia trovò un gran numero di munizioni di AK-47 e un revolver. “Sono miei”, dichiarò Coulibaly alla polizia. “Sono munizioni di Kalashnikov. Avevo intenzione di venderle sul mercato nero”, aggiunse. La polizia lo interrogò tentando di capire se fosse ispirato dalla religione. Coulibaly rispose che faceva del suo meglio per essere un buon musulmano, ma che non sempre ci riusciva.

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una via di Bagneux (Street View – Google Maps)

Dal canto suo, Kouachi rimase in silenzio durante gli interrogatori. Venne rilasciato poco dopo per mancanza di prove. A Coulibaly, invece, inflissero una pena detentiva di 5 anni di reclusione per aver ideato il piano di evasione del jihadista algerino Ali Belkacem. Descritto dalle autorità penitenziarie come un detenuto modello, venne rilasciato nella primavera del 2014. Ad aspettarlo fuori dalle mura del carcere c’era Hayat Boumeddienne con la quale tornò a convivere. Meno di un anno dopo, Coulibaly sarà uno dei protagonisti del peggior attacco terroristico in terra francese degli ultimi decenni.

Una precedente perizia psichiatrica su Coulibaly, citata dal quotidiano Libération, indica che il giovane “non soffre di nessuna patologia” ma che ha “una personalità immatura e paranoica”. Lo psicologo precisava anche che la personalità di Amédy “mancava di analisi critica e di senso morale” e che aveva “manie di grandezza”.

Un testimone dell’assalto al supermercato kosher di porte de Vincennes afferma che, dopo aver ucciso quattro ostaggi e aver trasformato l’alimentari ebraico in un teatro di guerra, Coulibaly si sia preparato un panino, incurante dei corpi senza vita intorno a lui.

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Amédy Coulibaly

Poco dopo la morte di Amédy Coulibaly, la madre e una delle sorelle hanno rilasciato una dichiarazione in cui prendevano le distanze dal giovane, condannando gli attacchi e definendoli “atti di odio”.

Il fratello maggiore di Chérif Kouachi, Said, co-responsabile della mattanza alla redazione di Charlie Hebdo era l’unico del trio a non essere mai stato in prigione. E’ stato tuttavia indagato e interrogato dalla polizia nel 2005 nel quadro dell’inchiesta alla cellula jihadista di Buttes-Chaumont. Gli investigatori lo considerarono una figura minore. Una persona diversa dal fratello Chérif. Meno aggressivo e più preoccupato di trovare lavoro che a fare il Jihad.

Secondo i servizi segreti yemeniti, Said avrebbe soggiornato nel paese della penisola arabica per diversi mesi. E’ sospettato di aver combattuto per al Qaeda. Entrambi i fratelli Kouachi erano sulle “no-fly list” britanniche e statunitensi.

Said e Chérif Kouachi

Prima dell’attacco a Charlie Hebdo, Said abitava con la moglie e i figli a Reims, nella regione della Champagne. I vicini lo descrivevano come silenzioso e solitario.

Non è la prima volta che la sicurezza nazionale e i servizi di intelligence transalpini vengono pesantemente criticati dall’opinione pubblica. Il paese porta ancora le cicatrici di altri casi clamorosi. Nel 2012 Mohamed Merah, disoccupato e pregiudicato di origini magrebine di 23 anni, appena tornato da un periodo di addestramento in Pakistan e Afghanistan, tenne sotto scacco le forze dell’ordine per 10 giorni. L’avventura di Merah culminò nell’uccisione a sangue freddo di un rabbino e di tre bambini ebrei, tutti assassinati davanti a una scuola ebraica di Tolosa.

Medhi Nemmouche

E poi c’è stato Medhi Nemmouche, un ex delinquente giovanile cresciuto nella miseria in una città della Francia settentrionale. Abbandonato dai genitori, anche lui è cresciuto in una casa-famiglia. E’ sospettato di essere l’autore della strage del 2014 al museo ebraico di Bruxelles in cui persero la vita quattro persone. Era stato formato e addestrato in Siria dove aveva combattuto per lo Stato Islamico.

Marie, un’educatrice parigina che si occupa di assistere le famiglie i cui figli sono tentati dall’ipotesi jihadista o hanno addirittura già preso la strada della guerra santa nel Levante, sostiene che il profilo delle giovani reclute sia cambiata. Kouachi, Merah e Nemmouche rappresenterebbero la “vecchia guardia” dei jihadisti.

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casa murata nel XIX arrondissement di Parigi (Street View – Google Maps)

Fragili psicologicamente, cresciuti nella giungla metropolitana e con famiglie disastrate o inesistenti. “Il discorso fondamentalista attecchisce fra coloro con una bassa autostima. Si tratta di sostituire il sentimento di disagio con il sentimento di onnipotenza. E’ un modo per rivalorizzare la propria identità in un contesto sotto tutti i punti di vista sfavorevole allo sviluppo individuale”. Ma il profilo del giovane combattente sta cambiando ed è ormai obsoleto “sostenere che il terrorismo nasca semplicemente dalla combinazione di discriminazione e disagio sociale”.

Marie fornisce assistenza a famiglie di estrazione sociale molto diversa. Ha aiutato ragazzi di famiglie istruite della classe media, figli di medici e di altri professionisti, molti provenienti da famiglie non musulmane. Così i profili della nuova generazione di giovani jihadisti radicalizzati o auto radicalizzati in Francia si fa più complesso e sfumato.

Ma la questione rimane la stessa: in mancanza d’altro, l’integralismo islamico è percepito come l’unica cornice ideale attraverso cui contestare il presente. L’Islam viene quindi considerato come un’ideologia degli oppressi, l’unica ideologia capace di incanalare l’energia della ribellione in un paese che sembra aver perso i suoi riferimenti più intimi.

Gaetano Gasparini

Quando gli infedeli scrivono per le musulmane

di Davide Lombardi

Nelle mie intenzioni iniziali, questo articolo doveva essere esclusivamente dedicato al blog YallaItalia.it, attraverso il racconto di uno dei suoi fondatori, Martino Pillitteri. Yalla lo merita: è un progetto davvero interessante per chi vuole cercare di avvicinarsi senza pregiudizi al mondo degli immigrati arabi di seconda generazione, i 2G, gli italiani in parte.

Figli di culture diverse che cercano faticosamente di intrecciarsi tra loro. Riuscendo solo in parte a risolvere le proprie contraddizioni. Un tentativo che forse sarebbe meno faticoso, fossero consapevoli di essere le incarnazioni viventi della negazione del principio logico del terzo escluso: tertium non datur. Vero, quando due civiltà trovano solo nello scontro la propria ragion d’essere. Falso, se sulla pelle porti geneticamente i segni di entrambe.

Ma poi, tra me e le mie intenzioni, si è infilata lei, Noor, a ribaltare completamente il progetto iniziale. Noor, che in arabo significa ‘luce’, è la giovane donna egiziana che ha cambiato in due ore la vita di Martino. E la storia di questo articolo. Un tradimento relativo se si considera che, in fondo, anche Yalla inizia da lei. Da Noor. Perché, come spiega Martino, “se non l’avessi conosciuta, e se lei non mi avesse convinto con un ultimatum – vieni qua al Cairo e mi sposi o te ne trovi un’altra – ad andare in Egitto, oggi non mi alzerei tutte le mattine soddisfatto e felice di andare in ufficio”. A coordinare il lavoro redazionale nella sede milanese di Yalla.

Con Noor “fu amore a prima vista. Senza conoscere nulla di lei, neppure da dove venisse, dopo il primo scambio di battute ero già talmente pazzo di lei che dentro di me sentivo di aver trovato la donna della mia vita. Dopo la prima serata insieme già sognavo di sposarla”. Lei, “una musulmana che sembrava una venezuelana e che credeva di essere la reincarnazione di Cleopatra” vede nell’allora giovanissimo Martino un novello Marco Antonio, ricambia e lo elegge quasi subito a proprio habibi, termine arabo che significa “amore mio” usato continuamente come intercalare dalle donne per rivolgersi ai loro uomini.

Ma un passo alla volta: questa storia comincia a New York. Sono gli anni a cavallo del nuovo millennio e Martino, dopo tre anni e un diploma al Marymount Manhattan College, ha decisamente scelto la Grande Mela come proprio orizzonte. La sua città d’origine, Milano, e l’Italia intera al confronto gli paiono un museo e l’idea di tornarci – perché senza lavoro se la sogna la famosa green card, l’autorizzazione che consente a uno straniero di risiedere negli Stati Uniti per un periodo illimitato – lo terrorizza. C’ha provato a Wall Street, ma è andata male. Il panico è dietro l’angolo. Poi, in una serata di poetry reading (roba che a New York si organizza con le stesse finalità, solo coperte di patina intellettuale, degli speed dating “dove racconti tutta la tua vita in cinque minuti a una decina di ragazze sedute di fronte a te, e poi aspetti la telefonata di quella su cui hai fatto colpo”) conosce Noor, l’egiziana.

Segue quella che sembra una sceneggiatura firmata da Nora Ephron, autrice di “Insonnia d’amore” e “Harry ti presento Sally” . Solo ancora più complicata. Da subito. Perché Martino è sì ormai un vero Harry, il cui “pane quotidiano sono le partite dei New York Yankees, le passeggiate a Central Park e il caffè a Starbucks”, ma Noor, figlia di una famiglia egiziana decisamente benestante vicina all’allora presidente Mubarak, per quanto occidentalizzata, ha molto meno a che fare con la bionda Sally.  E mette subito le cose in chiaro, di fronte alla dichiarazione di lui di essere “cattolico anche se non praticante”:

“Ma almeno sei un credente. Con i dovuti ritocchi, in futuro potremo andare d’accordo. Se non credevi in Dio non avrei più continuato la conversazione con te. Ti sei salvato all’ultimo minuto. Meglio un cattolico che un ateo”.
“A quali ritocchi ti riferisci, Noor?”
“Che un giorno mi guarderai negli occhi e mi dirai che esiste un solo Dio e che Mohammed è il suo profeta”.

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In direzione della Mecca. Photo credit: minoir via photopin cc

It won’t be easy, buddy” capisce subito Martino. Ma che importa? Come scriveva Platone, “le cose dell’amore le decide il cielo”. E cosa conta se questa decisione l’ha presa Maometto o Gesù Cristo?  Dopo un minuto Martino è già pronto a recitare con calda voce hollywoodiana un romantico “I love you”. Naturalmente a lei, araba fin nel midollo, non basta: la sua lingua ha sessanta parole che possono essere usate per comunicare le diverse sensazioni amorose. Ma che importa? I love you!

Seguono otto mesi di grande amore all’ombra del ponte di Brooklyn. Poi Milano. Fino al fatidico giorno in cui Noor gli chiede di “mettere le cose a posto”. Insomma, di sposarsi come deve fare una brava ragazza araba. Si va veloci da quelle parti: “non ho mai frequentato uno speed dating – commenta Martino – ma grazie a Noor ho sperimentato la versione aggiornata in voga in Egitto, lo speed matrimonio; prima ci si sposa, e poi ci si conosce”. Yalla, yalla, dai, dai, veloci!

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Matrimonio tradizionale. Photo credit: Ernie Reyes via photopin cc

Qualche perplessità da parte sua ci sarebbe perché lei è sì una ragazza dell’élite egiziana, con tutto quel che ne può conseguire in termini economici e culturali, ma è anche una fervente musulmana. “A dire il vero – commenta Martino – il pensiero di abbracciare la fede islamica, fare il Ramadan e litigare con la mia futura moglie per non chiamare i nostri figli Mohammed e Fatima non mi faceva fare salti di gioia. Io mio figlio l’avrei voluto chiamare Elvis. Questo nome è un investimento; chi si dimentica di uno che si presenta con quel nome? D’altro canto invece, chi si ricorda di te quando ti chiami Mohammed?”.

Però, naturalmente, alla fine l’amore trionfa, e lui cede volando in Egitto per chiedere la mano al padre di lei. Missione quasi impossibile – lui ne ne vuole sapere di dare in mano a un infedele la sua adorata principessa – quanto ineludibile. Visto che sposare una musulmana significa fare altrettanto con la sua famiglia (nel caso di Noor, un grande clan di circa trecento persone), la sua comunità e la sua religione. Passando naturalmente attraverso il beneplacito del patriarca. Che di fronte all’incapacità di Martino di andare oltre un’adesione del tutto formale all’Islam, ma soprattutto di rinunciare alla propria identità occidentale e liberal, arriva a tentare di prenderlo a badilate. Dal canto suo, Martino però ammette “che ci prendevo anche un po’ gusto a provocare gli uomini egiziani sul fatto che una bella principessa araba musulmana si fosse innamorata di un infedele occidentale invece che di uno sceicco azzurro”.

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Matrimonio tradizionale. Photo credit: Ernie Reyes via photopin cc

La vita al Cairo è tutta un’iperbole: bellissima e complicatissima. “Ero riuscito a inserirmi all’interno del circuito che forniva assistenza alle imprese italiane che volevano investire in Egitto. L’unico deterrente era il mio ufficio: era una sorta di Striscia di Gaza, stretto e pericoloso. Tra la mia scrivania e il muro dietro le mie spalle c’erano settanta centimetri. Non potevo fare stretching né sgranchirmi le gambe. Davanti e sotto la mia scrivania passavano topi e insetti che sembravano delle mini iguane, mentre dal balcone del piano di sopra gettavano la spazzatura che atterrava sul pianerottolo adiacente alla mia finestra. Vedevo letteralmente bucce di banane, avanzi di cous cous, spezie e stracci cadere giù dai piani superiori e transitare davanti alla mia finestra. Nel mio ufficio c’era uno staff di tredici persone, di cui undici egiziani. Si iniziava a lavorare alle 8,30 ma i miei colleghi carburavano intorno alle 11. Arrivavano in ufficio con le occhiaie, tutti, nessuno escluso. I colleghi maschi passavano le serate nei locali a fumare shisha, il narghilè, mentre le ragazze andavano al ristorante, ci restavano fino a tarda notte e poi parlavano per ore al telefono di casa. Io stesso ricevevo telefonate alle 3 del mattino da parte del mio assistente, che mi chiedeva se avevo voglia di farmi un narghilè. Inevitabilmente i loro ritmi notturni influivano sulla loro performance professionale”.

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Photo credit: The Gallery Goddess via photopin cc

Noor invece, pur innamorata nel modo che concepiamo noi occidentali, non rinuncia a nutrire la sua parte araba, quella più formale e fedele alle usanze locali. Cerca di convincere Martino a cambiare nome (“Noor aveva scelto il mio nuovo nome arabo la sera stessa che ci eravamo conosciuti: mi sarei chiamato Marwan. Caspita, non sapevo nulla sull’Islam ma avevo già un nome musulmano”) e a convertirsi all’Islam. Perché, “il matrimonio nel mondo musulmano non è soltanto un’unione d’amore. È una sorta di condivisione di un progetto che si basa sulla fiducia nel proprio partner e sull’amore verso Allah”. Non di solo amore avrebbero dovuto vivere Martino e Noor, “lei voleva tutto il pacchetto: mi voleva in Egitto in pianta stabile; ci teneva che avessi un lavoro che conferisse una certa credibilità socio-economica; che amassi lei; che le comprassi una casa; che diventassi musulmano; e soprattutto che digiunassi durante il Ramadan e pregassi il suo Dio al suo fianco; ed esigeva che i nostri figli venissero circoncisi”.

“A un certo punto – continua – ero arrivato a uno stato d’animo in cui rigettavo tutto quello che riguardava l’Islam; nonostante sia sempre stato un laico convinto, mi dispiaceva addirittura di non essere mai stato un chierichetto”. Ma il vero punto di rottura, quello che poi porterà alla fine della storia d’amore tra Martino e Noor, è l’usanza egiziana di garantire alla sposa anche dopo il matrimonio un tenore di vita adeguato a quello della sua classe sociale. Che nel caso di Noor è parecchio alto.

Questo il dialogo conclusivo col padre di Noor.
“Va bene ragazzino, andiamo al sodo della questione. Devi essere un musulmano vero, e comprare una casa per mia figlia. Ma una casa grande, non un loft. Come minimo ti costerà mezzo milione di dollari”.
“Ma io non li ho tutti quei soldi”.
“Beh, visto che vieni da una famiglia benestante, puoi chiederli ai tuoi genitori. Loro li avranno”.
“Cosa? E io vado a chiedere i risparmi di una vita perché le tradizioni egiziane esigono che un uomo si sveni per sposarsi? Per compiacere la vostra reputazione, per far vedere ai vostri amici e vicini di casa che Noor si è maritata con un uomo del suo stesso livello?”.
“Queste sono le condizioni, ragazzino. E poi le tradizioni impongono che sia la famiglia del fidanzato a comprare i mobili e pagare le spese del matrimonio e del viaggio di nozze. Stando larghi, prevedo circa settecentomila dollari di spesa”.
“Ma quanto costa avere una vita sessuale normale in questo Paese? Questo pensai, ma non fui così pazzo da dirlo a voce alta”.

Martino, in un ultimo disperato tentativo cerca di convincere Noor a rinunciare, lei, a modalità per lui insostenibili (non solo economicamente), e scegliere lui, per quello che è – fino in fondo – e per quello che può darle. Noor, pur combattuta, decide di rimanere fedele al suo mondo. E la storia – che Martino Pillitteri ha raccontato in un libro stimolante e spassoso, “Quando le musulmane preferiscono gli infedeli”, si conclude lì. Martino lascia la casa di lei e non si rivedranno mai più.

Al di là di un amore finito, Noor è stata comunque “il battito di ali della farfalla del Cairo che provoca un terremoto a Milano”. La chiave per accendere in Martino un interesse da allora mai sopito per il Medio Oriente e il Nord Africa. Nonostante quella ormai lontana delusione: la loro storia si è conclusa più di dieci anni fa. “Oggi il mondo arabo, l’Islam e i media arabi sono il nutrimento della mia vita” dice. E spiega: “la bellezza di quel mondo risiede nel suo essere pieno di contraddizioni. Non è mai scontato o banale. D’accordo, nemmeno la vita qui da noi è così banale, ma di sicuro più scontata. Tendiamo a perdere le sfumature che invece sono il sale per gli arabi. Nella mia vita, da qui a un mese so cosa mi aspetta, in Egitto ogni giorno è una sorpresa. Tutto può cambiare dalla sera alla mattina, da un giorno all’altro. La differenza sta nel controllo dei processi che anche in un Paese incasinato come il nostro è molto più facile rispetto all’Egitto. Nel mondo arabo è un arte gestire il tempo, i rapporti, ogni momento della quotidianità. Se cerchi l’avventura, se sei attratto dall’ignoto, quello è il posto giusto, anche se è facile perdere la pazienza. Alla fine della mia esperienza cairota, non reggevo più, adesso mi manca”.

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Per le vie del Cairo. Fonte: Andrew Demma.

La vita in Egitto? “Un’utopia trascorrere una serata a casa da solo a leggermi un libro in santa pace; non riuscivo a tenermi lontano tutte quelle persone che avevano continuamente bisogno di favori e di soldi; non era possibile evitare di impiegare trenta minuti per fare un chilometro in taxi; non ero più in grado di trattenere la mia collera quando i commercianti mi facevano pagare di più le merci rispetto al prezzo di mercato; e spesso non riuscivo semplicemente ad attraversare le strade del centro senza dover dare una mancia a un qualsiasi uomo in uniforme che fermasse il traffico puntando il mitra verso le macchine”.

Rientrato in Italia, a metà del primo decennio del 2000, inizialmente non ne ne vuole nemmeno sentire parlare di arabi, di Egitto e di Islam. Ma assorbite delusione e stanchezza, il seme ormai piantato torna a fiorire. E’ così che nasce Yalla, fondata insieme all’islamologo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Paolo Branca, inizialmente come supplemento periodico dell’allora settimanale Vita, poi come sito indipendente seppur sempre legato al gruppo di Vita.

“L’idea – spiega – era di raccontare l’Italia che cambia attraverso le voci dei protagonisti di questo cambiamento, gli immigrati di seconda generazione. La forza del nostro blog collettivo è che non esiste una linea editoriale precisa. Non esiste un Verbo che vogliamo spargere per il mondo. L’unica linea guida è quella del confronto tra voci diverse che raccontano, discutono e litigano sui temi che ci interessano. Su Yalla Italia ragazzi e ragazze mettono nero su bianco il loro processo identitario. Parlano di se stessi, delle loro esperienze, dei loro punti di vista, dei rapporti con i genitori e parenti, di come conciliano l’essere musulmani con la vita in una società secolarizzata”.

Può sembrare una mera curiosità che un uomo abbia riversato su un progetto collettivo, open, l’essenza della propria vicenda autobiografica nata dall’incontro/scontro tra due identità profondamente diverse, ma così non è. Nella sua storia che ha dato origine al progetto di Yalla, nei post che quasi quotidianamente i ragazzi propongono sul blog, è possibile rintracciare le riflessioni, ma anche i dubbi, i tentativi – e naturalmente le paure – che ognuno di noi si trova ad affrontare davanti all’evidente transizione di un Paese che non sarà mai più lo stesso. E che forse non è proprio quel disastro che a volte appare a noi autoctoni: “Dopo il mio ritorno dall’Egitto – dice Martino, che nemmeno per un minuto ha rinunciato nella sua esperienza agiziana alla propria identità occidentale seppur cercando sempre il confronto – la realtà italiana ha incominciato ad apparirmi come se fosse un laboratorio multicolor dal quale far uscire nuove idee, soluzioni, linguaggi e anche, una sorta di Islam europeo moderno che possa competere con l’Islam esportato dall’Arabia Saudita in tutto il Medio Oriente”.

E Noor? Anche lei profondamente cambiata da questa vicenda. Quattro anni dopo la fine della loro storia d’amore, Martino riceve una email. Questa:

«Caro Martino, avevi ragione sui matrimoni misti. I tre figli che mi ha dato mio marito cattolico canadese si affezionano alle persone in base alla loro simpatia e alla loro umanità. Non sono né cattolici né musulmani. Saranno loro a scegliere la loro fede. Sempre se ne avranno una, Inshallah. In fondo, come dice il Profeta, se Allah avesse voluto che tutti gli uomini fossero musulmani, l’avrebbe fatto. Ci tengo a dirti che non rimpiango nessun momento che abbiamo passato insieme. Dopo quella sera a casa mia, ero certa che saresti ritornato da me. Avevo anche convinto la mia famiglia ad accettare la tua conversione formale. Non ti chiedevo mica la luna. Solo una firma e un nome nuovo. Mica di circonciderti. Che Allah ti protegga sempre. Salam e baci. Noor».

Davide Lombardi

Fonte immagine di copertina: leeno via photopin cc

L’italiano in parte

di Davide Lombardi

Oussama Mansour ha 23 anni e frequenta Lettere a Bologna. Gli piace scrivere e sogna di diventare un giorno giornalista. E’ la ragione per cui è collaboratore fisso di Yalla Italia, il “blog delle seconde generazioni”. Figli di immigrati non sempre nati, ma sicuramente cresciuti nel paese dove hanno studiato e vissuto la maggior parte della loro vita.

Qualche tempo fa, il padre di Oussama, Lotfi, cinquantunenne di origine tunisina immigrato in Italia nei primi anni ’90, gli ha mandato un messaggio. Questo:

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“Se Dio vuole” è stata la risposta di Oussama. Insomma, la speranza che questo evento possa un giorno avverarsi. A Dio piacendo, naturalmente. Solo che non è per niente facile. Perché già l’invito di Lotfi suona stonato in partenza: vale per lui, immigrato di prima generazione, ma non certo per Oussama, che immigrato non è. E’ italiano in tutto e per tutto, e non certo solo per la cittadinanza. Anche se il suo nome – che si può scrivere anche Osama, come il cattivone per eccellenza degli anni 2000 – non si trova nel calendario dei santi. Anche se a domanda diretta, “quanto ti senti italiano e quanto tunisino”, un po’ nicchia, fatica a determinare una percentuale precisa, ammesso che ne esista una. In fondo “le mie radici numide – le definisce così – le ho scritte nel dna, pur avendo io vissuto qui da quando avevo sei mesi” dichiara sornione col suo marcato accento modenese. Solo dopo una certa insistenza concede: “Certo che sono italiano. Sì, ma in parte”.

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Lotfi e Oussama

Se si parla di percentuali, suo padre Lotfi ha invece le idee chiarissime: “Noi siamo la famiglia Mansour, non dico che i miei quattro figli debbano essere come me, ma almeno al 90% sì”. Ed essere come lui, in pratica, significa “non sentirsi italiani”. Nonostante la cittadinanza, di cui pure Lotfi è ormai in possesso, dopo venticinque anni da immigrato. Dice sicuro: “Un italiano che si dovesse trasferire in Tunisia non diventerebbe tunisino, resterebbe quello che è. Così noi non siamo italiani. Conta la famiglia, contano le radici. E’ sbagliato dire che siamo italiani. I tanti emigranti che anche voi avete avuto sono rientrati prima o poi. Quasi tutti. Anche noi dovremo tornare un giorno nella nostra patria. Anche Oussama. Che però non vuole tornare proprio più a casa sua, in Tunisia. Anzi, a trovare i nostri parenti laggiù ci va sempre meno”.

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Più che in Tunisia, Oussama sogna un giorno di trasferirsi in qualche paese anglofono. Perché “oggi l’inglese è come il latino per l’impero romano” e soprattutto perché, come tutti i ragazzi italiani, vive con preoccupazione la mancanza di prospettive e l’inarrestabile declino che questo Paese sembra incapace anche solo di frenare. “Quanto sono arrabbiato per questo? Né più né meno di qualsiasi altro ragazzo. E proprio come tutti gli altri, amo l’Italia tanto quanto la odio. Oggi è molto faticoso essere giovani: ti devi creare da solo le opportunità perché nessuno ti aiuta, ti devi arrangiare e basta. E non è facile”.

“Paradossalmente – continua – in questo momento di crisi, la situazione è migliore per me che ho la doppia cittadinanza. Male che vada qualsiasi mio progetto di vita, ho sempre la possibilità di ripiegare sulla Tunisia dove, con un po’ di soldi, anche solo 20 mila euro, potrei aprire un’attività che mi permetterebbe di campare benissimo. Ma che ci vado a fare ora come ora? A me piace una città come Milano, mi piace una dimensione come quella europea. Figurati se penso di tornare in Tunisia”.

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Oussama Mansour

Quasi una bestemmia per Lotfi, che in “Oussama l’italiano” legge il fallimento di una durissima vita di sacrifici, lontano dalla sua terra. Lamenta l’allontanamento del ragazzo dalla famiglia e dalle radici, dall’adolescenza in poi: “Gli ho dato una buona educazione. A lui come a tutti i miei figli. Da bambino era bravissimo: non faceva casino. Era bravo, gentile, rispettoso. Adesso invece non ascolta, ha una mentalità italiana. Non sono contento di lui. Ha iniziato e poi mollato Giurisprudenza a Modena, adesso fa Lettere a Bologna. Non si sa cosa voglia fare. Non è più l’Oussama che conoscevo prima. Ha trovato una ragazza italiana e con lei si comporta nel modo degli italiani. Vivono insieme. Non si fa. E’ vietato dalla religione. Non vorrei che diventasse come quei ragazzi di qui che pensano solo a divertirsi. Oggi una ragazza, domani un’altra. Con tutte le malattie che ci sono nel mondo… C’è un detto del Profeta che recita così, ‘Ti piace fare il puttanello con le donne, eh? Ma se un altro lo facesse con tua madre, tua sorella, tua moglie, ti piacerebbe ancora? No, vero? E allora perché lo fai tu?’ Ecco, non dico che Oussama sia proprio così, ma mi dà dolore nel cuore il giovane che è oggi. Io per sposare mia moglie, sua madre, ho chiesto il permesso ai suoi e ai miei genitori. E solo dopo averlo avuto, l’ho sposata”.

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Per Lotfi la religione è molto importante. Importantissima. Ed è probabilmente ciò che l’ha tenuto in piedi in anni difficilissimi quando, appena immigrato, ha vissuto in case diroccate, dormito nei prati (“In Sicilia, sotto gli alberi di arance”), in una fonderia dismessa  nel carpigiano insieme a centinaia di altri immigrati tunisini, algerini, marocchini. “C’era di tutto – ricorda ridendo – in quel posto entravi la sera pulito e la mattina ne uscivi nero di sporcizia”. Ha fatto ogni genere di lavoro, dal muratore, al bracciante, all’operaio. Oggi fa il corriere. “E lavoro con dei ritmi che non so quanti italiani riuscirebbero a tenere” assicura. “Io so cosa è il dovere – dice – perché sono una persona religiosa e la mia religione non mi permette di comportarmi male. Devo essere onesto, laborioso, responsabile. E’ un obbligo per me, prima ancora che una scelta. Non ha senso fare il furbo perché tanto c’è Dio che controlla. Oussama invece si è allontanato sia dalla comunità tunisina, che vorrei frequentasse, sia dalla religione islamica. E così non va, mi delude”.

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“Il paradosso – ribatte Oussama – è che mio nonno, il padre di Lotfi, non voleva che lui andasse a pregare. Nella Tunisia che il suo fondatore e primo presidente Habib Bourghiba rese secolarizzata forzatamente. Invece adesso, dopo la cosiddetta rivoluzione dei Gelsomini del 2010/2011, c’è una rinascita dei movimenti islamici. Per quanto mi riguarda, io sono musulmano né più né meno di quanto la maggioranza dei ragazzi italiani siano ‘cattolici’. A casa dei miei, adesso io abito e studio a Bologna, a volte capita che inveisca contro mio padre, dicendogli che è un integralista autocrate. Lui mi risponde che sono un infedele, che diventerò cristiano e me ne pentirò amaramente e bla bla bla. Di religione mi interesso dal punto di vista antropologico e culturale, il Corano è un meraviglioso poema, ma dubito che andrò oltre questo. Le religioni monoteiste in fondo hanno una base rigorosamente comune: servono a dare un ordine sociale e, logicamente, spirituale. Forniscono delle regole che le persone applicano. Tutto qui. Lo stesso dicasi rispetto al mondo arabo. Conosco la lingua e naturalmente sono legato a quella dimensione così forte in me, ma il mio avvicinamento anche in quel caso è di tipo culturale”.

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Niente ponti allora, tra il tuo mondo è quello di tuo padre, chiedo? “Sempre ‘sta palla del ‘ponte tra due culture’ – risponde Oussama giochicchiando col suo IPhone – tutte chiacchiere. Io voglio realizzare qualcosa di utile davvero. Inventare qualcosa. Cambiare, non fermarmi agli stereotipi e ai soliti discorsi triti e ritriti”.

Dunque niente libro sull’immigrazione di prima e seconda generazione, per far contento Lotfi almeno su questo? “In Italia la letteratura meticcia è ancora molto carente, contrariamente ad esempio alla Francia, molto più ricca di bellissimi romanzi che affrontano il tema della doppia identità. Adesso però ne sto leggendo uno italiano: ‘Antar’ di Wu Ming 2 e Antar Mohamed. Stupendo. Se realizzerò mai il desiderio di mio padre di scriverne uno io? Non lo so. Ti rispondo come ho già ho risposto a lui: Inchallah”.

grazi

 

Davide Lombardi

Le foto davanti alla moschea di Modena sono di Davide Mantovani

Giusto vietare il velo integrale? Sì, secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo

Rayan, una delle giovani musulmane d’Italia intervistate per il reportage “Il velo di Dio“, è convinta che “l’Europa, da sempre, abbia cercato di omologare credi e culture”.

Una convinzione che le si sarà probabilmente rafforzata dopo che oggi la Corte europea dei diritti dell’uomo, pur con alcune riserve, ha bocciato il ricorso presentato contro la legge entrata in vigore in Francia tre anni fa che vieta di indossare nei luoghi pubblici veli integrali come burqa e niqab.

A fare ricorso era stata una giovane musulmana francese che si era appellata all’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata), all’articolo 9 (diritto alla libertà di pensiero e di religione) e all’articolo 14 (diritto a non essere discriminati) della Convezione europea dei diritti dell’uomo.

La decisione della Corte viene condannata da Amnesty International, perché “rappresenta un passo indietro al diritto di libertà di espressione e religione, e fa passare il messaggio che le donne non possono esprimere pubblicamente il proprio credo religioso”.

 

Il velo di Dio

Perché molte donne musulmane portano il velo? Per Hayette e Rayan, italiane musulmane, perché Dio lo vuole. E’ scritto nel Corano. La loro è una scelta consapevole che è anche il simbolo di un’identità a cavallo tra due culture. Ma non in tutto il mondo è così: in diversi Paesi il velo è utilizzato come uno degli strumenti di sottomissione al potere.

di Anna Ferri, Davide Lombardi, Antonio Tomeo.

Leggi tutto “Il velo di Dio”

Dio si offende se ti togli il velo?

Musulmane d’Italia che scelgono di indossare il velo secondo i precetti del Corano. Una scelta personale, non obbligata dalla famiglia, ma che in Occidente continua a suscitare perplessità e alimentare pregiudizi. Ne abbiamo parlato con giovani donne  che rivendicano la propria autonomia anche quando questa non corrisponde ai nostri canoni di libertà: “Se una donna è libera di scoprirsi, perché un’altra non può essere libera di coprirsi?”. Anticipazione del reportage di Converso online da lunedì 30 giugno. Foto di Antonio Tomeo.

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Intervista sul velo 2

Intervista sul velo 2

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