Sindacato, dove sei?

Il sindacato è ancora in grado di rinnovarsi rispetto al modo in cui cambia il mondo del lavoro? Conversazione con Donato Pivanti, ex segretario della Cgil di Modena.

di Anna Ferri

Per i trentenni di oggi il sindacato è un’istituzione novecentesca che non li rappresenta. A dirlo sono anche i numeri: solo l’1,1% degli iscritti alla Cgil sono “lavoratori atipici”, precari, mentre la percentuale più alta è rappresentata dai pensionati. Il sindacato è finito? “Non ancora ma non è detto che vivrà in eterno”, spiega Donato Pivanti, che alla Cgil ci ha passato trent’anni: “Manca una cultura del lavoro anche da parte della politica e il dibattito è affidato alla disperazione. O ci si rinnova o si muore”.

Avere trent’anni oggi significa, tra le altre cose, non capire bene che cosa voglia dire essere iscritti a un sindacato. Anzi, per molti è solo un’istituzione novecentesca che oggi, rispetto alla precarietà, non ha nessun tipo di rappresentanza e anzi è piuttosto inutile. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Che il sindacato necessiti di un restyling è fuori da ogni dubbio, lo ammettono anche loro e questo – come si dice – è il primo passo per migliorarsi. Come ci spiega uno che alla Cgil ci ha passato la vita, l’ex segretario modenese Donato Pivanti, “c’è un problema di linguaggio ma non si può risolvere tutto con un tweet. Manca la cultura del lavoro e il dibattito è lasciato alla pancia e alla disperazione”. Perché non importa quale tipo di contratto avremo da domani, se a tutele crescenti o decrescenti, se avrà sigle ridicole oppure sarà miracolosamente perfetto: se i lavoratori non potranno organizzarsi o avranno paura di lottare insieme per difendere i propri diritti, allora non avrà perso solo il sindacato ma avremo perso tutti noi.

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Donato Pivanti è in pensione da un paio di anni, dopo aver guidato la Cgil modenese, dove è entrato nel 1977, quando il mondo era completamente diverso e il sindacato era reduce di grandi vittorie tra cui lo Statuto dei lavoratori che, come disse Vittorio Foa, fece varcare alla Costituzione i cancelli delle fabbriche, ma anche di grossi lutti, come la morte di Guido Rossa, il sindacalista che denunciò la presenza dei brigatisti all’Ansaldo di Genova e per questo venne barbaramente ucciso. Nel 1980 ci sarebbe stata la vertenza Fiat, la marcia dei quarantamila per le strade di Torino e la rottura definitiva tra Cgil, Cisl e Uil. Nonostante tutto, però, quelli erano anni dove c’era un riferimento politico sul tema del lavoro, “nella stessa DC un’area guardava al mondo del lavoro e c’era l’idea che fosse un pezzo fondamentale su cui costruire una società, mentre oggi – spiega Pivanti – non è più così e la prova è il Job Act: l’attacco all’articolo 18 e le tutele crescenti sono un chiaro segnale che la priorità viene data all’impresa, che sostiene che gli investimenti siano legati alla possibilità di licenziare”.

Però, se proprio vogliamo essere precisi, l’articolo 18 tutela una parte minima di lavoratori e per molti è una battaglia che il sindacato porta avanti più per ideologia che per reale necessità. Pivanti ci guarda fisso negli occhi un lunghissimo secondo: “Se un precario, un co.co.co o una partita Iva mi dice cosa me ne frega dell’articolo 18 lo capisco, anche se non condivido il ragionamento, ma chi a fatto la legge non può usare lo stato di queste persone come scusa per togliere un diritto”. In effetti è una cosa un po’ strana: perché togliere l’articolo 18 che tutela ormai pochi ma è frutto comunque di una lunga battaglia per i diritti dei lavoratori? Dall’altra parte il sindacato non dovrebbe aiutare ad arginare i furbetti? E soprattutto, licenziare oggi è davvero così difficile? “Ci sono dei percorsi da seguire: contestazioni, richiami, multe, fino a lasciare a casa una persona. I furbetti si possono tenere sotto controllo ma nel rispetto delle regole: se uno è davvero malato non può deciderlo l’azienda o il sindacato, per quello c’è il medico. Poi è chiaro che anche il medico deve essere controllato”. Pivanti un po’ si scalda e ci dice che ok, se un lavoratore sbaglia paga ma se a sbagliare è l’imprenditore cosa succede? Nulla, a meno che non fallisca. “Una cosa incredibile – conclude – se pensiamo che nella Costituzione c’è scritto che l’impresa deve svolgere un ruolo sociale”.

iscritti CGIL

Il punto, in fondo, è proprio questo: l’impresa oggi svolge un ruolo sociale? Il lavoro è al centro dell’agenda politica? La risposta è un secco e triste “no”. “Oggi il lavoro viene visto come una variabile, una merce. Si è affermato il pensiero liberista e tutto si è trasformato in politiche giocate sulla competitività dei diritti, sul costo del lavoro e sulla precarizzazione”. In tutto questo, però, non si può negare che il sindacato viva una fase di difficoltà: come si dice, o ci si rinnova o si muore. “Dopo una crisi come questa, che dura da sette anni, il solo fatto che esista ancora un sindacato confederale è di grande rilevanza ma questo non vuol dire che vivrà all’infinito. Bisogna capire che cosa succede in Europa e ci si deve impegnare per una politica sociale ed economica diversa e non incentrata sulla riduzione dei diritti. Non possiamo limitarci a denunciare la precarizzazione a vita ma dobbiamo proporre una sfida: se siamo meno forti nei luoghi di lavoro allora dobbiamo parlare alla gente fuori e spiegare che il modello sociale che ci viene proposta – meno diritti, meno salari e relativo impoverimento – è drammatico perché si riducono i sogni: i figli degli operari e impiegati difficilmente avranno accesso all’università perché studiare è costoso e l’ingresso nel mondo del lavoro non è giocato sul merito ma sulla disponibilità”. Insomma, chi crede che il ruolo del sindacato sia solo quello di difendere il lavoratore licenziato senza giusta causa si sbaglia di grosso. Il lavoro ha conseguenze enormi sulla nostra tenuta sociale e sulla qualità delle nostre vite. Un esempio su tutti: senza la possibilità di organizzarsi e quindi di lottare in gruppo, chi avrebbe più il coraggio di denunciare il lavoro nero o fare uno sciopero? Nessuno. Perché chi lo fa sa già che perderebbe il lavoro e di conseguenze si cancella con un colpo di spugna la battaglia per la legalità e i diritti.

Chi c’è oggi nel sindacato? Il primo pensiero è che l’età media sia molto alta: i giovani quando va bene sono precari e quindi si sentono poco rappresentati e il primo pensiero è che i tesserati siano soprattutto quelli della generazione dei padri dei famosi trentenni che non sanno cosa significa farne parte. Pivanti ci frena e dice che a Modena, per esempio, c’è una minore incidenza di pensionati rispetto alle altre realtà. Chiediamo i numeri e lui li snocciola veloce: 52% pensionati e 48% lavoratori attivi e precari. Praticamente la metà e quindi va un po’ a sentimento valutare se è buono o no. Noi siamo più propensi verso il no – soprattutto se pensiamo che Modena è considerata una realtà dove i pensionati incidono relativamente rispetto ad altre città – e chiediamo all’ex segretario se non si rischia di trasformare la Cgil in un sindacato di anziani. Pivanti ci risponde che anche se per una fase intermedia fosse così non sarebbe una tragedia. Perché? “Perché il sindacato vive di contributi volontari e quindi muore nel momento in cui vengono a mancare le risorse economiche”. Niente iscritti, niente sindacato.

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Ci stiamo per salutare e chiediamo quale sia stato, secondo lui, l’errore più grosso fatto dalla Cgil. Pivanti si risiede e noi capiamo che forse la lista è più lunga del previsto. Il primo che ci cita è il non aver completato il dibattito sui modelli delle relazioni industriali come quello tedesco, dove però – ci tiene a precisare – il sindacato è uno solo. Il secondo è legato al rischio della settorialità: operai, impiegati e tecnici curano i propri interessi senza guardare il quadro complessivo e questo rende difficile intervenire sulle condizioni di lavoro, con conseguenze anche sulla competitività aziendale. “Perdere questo – dice Pivanti – significa perdere un pezzo della ragione per cui siamo nati”. Siamo sulla porta per salutarci e si gira di colpo: “C’è anche la questione Fornero. Lo sciopero di tre ore non è stata una risposta adeguata, non ce l’avremmo fatta lo stesso ma siamo stati deboli. Berluscono si era dimesso e le otto ore di sciopero non sarebbero state comprese”. E allora perché è un errore? “Perché avremmo avuto la possibilità di rispondere a Renzi quando dice il sindacato dov’era per la legge Fornero a avremmo costretto le forze politiche a mettere il tema nel programma. Questa è l’idea di cosa serve a volte uno sciopero: non solo una testimonianza ma anche il far presente un problema e costringerli a non ignorarlo”. Lo guardiamo andare via e pensiamo che forse il senso di avere la tessera del sindacato in tasca è un po’ anche questo: costringerli – e qui immaginiamo che si riferisca a politici, economisti e imprenditori – a non ignorare che il lavoro è un diritto.

Anna Ferri

Immagine di copertina, rielaborazione da uno scatto di Slaust.

Urgente! Il lavoro che attira l’attenzione

Un biglietto con la scritta URGENTE nella portiera della macchina. C’era un numero di telefono: abbiamo chiamato.

Ieri mattina in molte macchine del centro spuntavano questi biglietti gialli con la scritta URGENTE:

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Sono stati inseriti nella portiera in modo che si leggesse solo la parola URGENTE e non il resto. Ne troviamo uno anche sulla nostra macchina e subito pensiamo a qualcosa di brutto: c’è qualcosa da pagare, qualche problema con i vigili, una multa per divieto di sosta, un decreto di espulsione, chissà. Invece no: è un’offerta di lavoro!

Il lavoro in effetti, considerato il tasso di disoccupazione che c’è in Italia, è un tema piuttosto urgente. Quindi, invece di togliere il biglietto, accartocciarlo e buttarlo a terra come fa il nostro vicino di parcheggio, leggiamo attentamente:

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Cinque persone. Che siano serie. Part-time o full-time. Segue nome e numero di telefono. Non viene specificato il tipo di lavoro, per quanto ne sappiamo potrebbe anche essere una nuova strategia d’assunzione dei servizi segreti.

Ovviamente chiamiamo subito. E’ occupato. Pensiamo: proviamo più tardi, ma 20 secondi dopo lo stesso numero ci richiama. La voce dall’altra parte ci fa diverse domande: di dove sei, che lavoro fai, che età, che lavori hai fatto prima, ecc.

Poi: “Per chiarezza, non c’è uno stipendio fisso eh, il primo passo è acquistare una licenza di vendita che costa 90 euro”.

Ahia.

Capiamo subito. Dopotutto la cosa non è nuova.

Non si guadagna subito, anzi: come prima cosa sei tu che devi spendere. La voce dall’altra parte ci assicura che poi arriveranno “grandi guadagni”, ma noi, come dire, non sentiamo più l’urgenza di essere assunti per questo lavoro.

Durante la telefonata non ci spiega nemmeno di che prodotto si tratta. Glielo chiediamo noi: sono dei “pasti sostitutivi”, integratori, beveroni e pillole, cose di questo tipo.

Quindi prima sganci i 90 euro per la licenza di vendita, poi dovresti crearti un tuo network di vendita, cioè – di solito – appioppare a parenti e amici, praticamente implorandoli, questi prodotti che sostituiscono il pasto e hanno lo scopo di “ottenere una combinazione ottimale di nutrienti”.

Anzi: nella maggior parte dei casi sei tu il cliente di te stesso, sei tu ad acquistare i prodotti (si chiama autoconsumo) pur di mantenere una percentuale sulla vendite.

Era meglio una multa per divieto di sosta. Costa meno.

Perché sono andata in Giappone per costruire i robot

Sarah vive a Tokyo e si occupa di robot. Abbiamo parlato con lei di robotica, risate, Giappone e del perché è andata via dall’Italia e non ci vorrebbe tornare. Anche se, forse, tornerà.

I giovani italiani si dividono soprattutto in tre categorie di robot: c’è il modello Neet, quelli che non studiano e non lavorano né fanno formazione (Not Education, Employment or Training). Cioè gli inattivi, quelli in attesa che il sistema centrale prenda una decisione. Secondo l’Istat sono oltre 2 milioni, cioè più o meno il 24% dei giovani sotto i 30 anni. Poi ci sono i giovani robot disoccupati: il 44,2% nella fascia 15-24 anni. Ci sono inoltre gli RS, i Robot Studenti, quelli che passano molti anni della loro vita a formarsi, spesso accumulando lauree, master e corsi di formazione.

Gli RS sono programmati per seguire un algoritmo molto preciso che li rende tutti uguali pur facendoli sentire tutti unici e speciali. Studiano, si diplomano, poi si iscrivono all’università e vanno all’estero. L’algoritmo è piuttosto semplice e dunque il percorso di questi robot è altrettanto semplice: studiano tutti nelle stesse università, studiano le stesse materie, leggono gli stessi libri, fanno gli stessi pensieri. Quando scrivono le tesi, sono programmati per scrivere tesi originali, uniche, insolite. Tutti allo stesso modo.

A un certo punto – alcuni prima, alcuni dopo – sono programmati per andare all’estero. Anche su questo aspetto l’algoritmo dimostra scarsa complessità: i giovani robot vanno tutti negli stessi posti ed “estero” si traduce in due o tre capitali: Londra, New York, alcuni a Berlino. Il resto è hic sunt leones, fuori dall’algoritmo, se non per viaggi di piacere o marginali esperienze extra.

Ogni tanto qualche robot fa eccezione. Non sappiamo se anche questo sia previsto dall’algoritmo del sistema, o se si tratti davvero di una scheggia impazzita. Ma capita che qualche robot sfugga al compito per cui è programmato e segua semplicemente il proprio percorso personale.

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Sarah con un umanoide musicista

Sarah da bambina, negli anni 80, come molti altri della sua età guardava i cartoni animati giapponesi con i robot: Jeeg Robot D’acciaio, Il grande Mazinger, Cyborg 009, Yattaman. Come molti altri della sua età desiderava o essere un robot o poter costruire i robot.

Molti suoi coetanei sono diventati dei robot, lei invece è finita in Giappone a costruirli.“Mio padre è ingegnere elettronico anche lui” mi spiega. “E anche lui laureato al Politecnico di Milano (notare una certa ciclicità…), mentre mia madre è perito chimico. Io al momento lavoro nel laboratorio Takanishi di Tokyo e mi occupo di sensori fisiologici e quant’altro, per interazione uomo-robot”.

Siccome parliamo via mail, il mio primo dubbio – come sempre quando parlo con qualcuno via mail – è che non si tratti di un essere umano ma di un robot. La mia prima domanda dunque non poteva che essere:

Sarah, come faccio a sapere che sei un essere umano e non un robot?

Mah, l’unica cosa che puoi fare è un atto di fede. Magari sono un androide tipo Terminator ma più avanzato. Perciò a meno di subire danni fisici gravi – dissezioni – non si può accertare la presenza di cablaggi.

Mi fido. Come sei finita a Tokyo?

Sono partita per Tokyo per la prima volta subito dopo la laurea in Ingegneria elettronica con il “Vulcanus in Japan” (programma per la cooperazione industriale finanziato dal Europa e Giappone, ndr). Ho scelto proprio il Giappone perché volevo fare i robot! E anche perché avendo pochi soldi miei a disposizione, ho lasciato perdere l’Erasmus durante gli studi, che non mi avrebbe permesso di campare e studiare all’estero, e mi sono informata su progetti più concreti.

Perché l’Erasmus non andava bene? Cosa intendi per progetti più concreti?

L’Erasmus non andava bene in quanto non si è in grado di automantenersi con la sola borsa di studio, almeno a Glasgow, dove volevo andare io, e i miei genitori non potevano supportarmi. Inoltre, l’Erasmus è più un’esperienza culturale che scientifica: quello che conta è andare all’estero e vivere in uno stato estero, e non proprio il corso di studi o la possibilità di far parte di un progetto di ricerca.

Con progetti più concreti intendo progetti più tecnico-scientifici: in generale, stages retribuiti in laboratori di ricerca o aziende. Durante gli studi sono stata dai miei, vitto e alloggio – vivendo a Milano – e lavorando negli ultimi anni di notte come cameriera in un pub (un buon pretesto per uscire tutte le sere).

Da "Metropolis" (1927) di Fritz Lang
Da “Metropolis” (1927) di Fritz Lang

E poi che hai fatto?

Poi sono rimasta nell’azienda che mi ha ospitato, e che mi ha tenuto altri 2 anni a contratto come ingegnere elettronico. A quel punto son tornata “da mamma e papà” e ho deciso di fare un dottorato. Dopo un anno di ricerche e applicazioni varie, dagli esiti più o meno negativi, ho trovato una posizione interessante qui in Waseda e ho applicato per la borsa di studio MEXT.

Ci è voluto un anno (durante il quale ho trovato lavoro in Costa Azzurra… e ho trovato anche marito! Italiano, per giunta) tra prima domanda con documentazione, test di lingua giapponese e inglese, colloquio sul progetto di ricerca, conferenza estemporanea per adempiere agli obblighi di Waseda di avere almeno una pubblicazione per poter iscriversi al dottorato, ecc. per avere il via… E ora eccomi qua.

E durante l’attesa cos’hai fatto in Costa Azzurra, a parte trovare marito?

In Costa Azzurra ho lavorato come sviluppatore software, consulente per Amadeus (Amadeus IT Group, multinazionale del settore viaggi, ndr), un lavoro quindi non del tutto slegato dal mio campo ma comunque decisamente lontano dall’elettronica/robotica. E’ capitato un po’ per caso, cercavo un lavoro per mantenermi mentre facevo domanda per la borsa di studi, mi è capitata questa occasione, non ci ho pensato troppo su e sono partita.

Entrambi i tuoi genitori vengono dal campo scientifico. Possiamo dire che sei nata in un contesto favorevole allo sviluppo di un’attitudine scientifica… I tuoi sono contenti del lavoro che fai?

Certamente, soprattutto mio padre. Ovviamente invece sono scontentissimi che viva dall’altra parte del pianeta.

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Il robot Kobian e le sue espressioni buffe

 

Mi hai detto che ti occupi dell’interazione uomo-robot. Mi spieghi in che senso? 

Interazione uomo-robot o interazione uomo-macchina. Con l’avvento della personal robotics e della consumer automation l’idea è di raggiungere un livello abbastanza naturale di interfaccia, di modo che non ci sia bisogno di una laurea o almeno di un training tecnico per utilizzare le macchine di servizio. Per esempio, i riconoscitori vocali tipo SIRI, sono parte di queste interfacce naturali.

L’idea è che non sia più l’uomo a dover imparare la “lingua” del robot/device (i comandi), ma sia il device che impara la lingua umana e la interpreta. Io in particolare mi occupo della risata e di tutti i segnali sociali non verbali di cui punteggiamo la comunicazione. In generale, l’idea è di utilizzare sensori tipo accelerometri, EMG, MG -generalmente di utilizzo robotico o medicale – per studiare invece il comportamento dell’uomo nella realtà quotidiana.

Cioè? Devi far ridere i robot?

Anche. In realtà sono quelli dell’altro team che devono far ridere il robot, usando i miei dati. Io devo essere in grado di usare i sensori per capire se la persona che interagisce col robot sta ridendo… e perché. Io applico sensori sulla persona e cerco di farla ridere. Siccome è abbastanza difficile avere un ambiente “ecologico” in laboratorio, stiamo cercando di sviluppare un sistema multimodale portatile per analisi “sul campo” fuori dal laboratorio.

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Perché è così importante la risata? Sempre perché rientra nell’interazione uomo-robot in quanto comunicazione non verbale?

Esatto. Comunicazione multimodale. Considera che noi ridiamo quando siamo felici, imbarazzati, sotto stress… e lo facciamo come riflesso semi-spontaneo e in maniera leggermente diversa. L’idea è di recepire lo stato d’animo di una persona per “modulare” il comportamento del robot.

Un robot che ha a che fare con una persona che ride di gusto potrà permettersi di avvicinarsi, di “osare di più” nella conversazione, viceversa se ha a che fare con una persona sotto stress, magari perché non abituata ad interagire col robot, cercherà di guadagnarsi prima la sua fiducia, manterrà una distanza di sicurezza (non invadendo il cosiddetto “spazio vitale”) dalla persona, e così via.

Emotional Mapping, Takanishi Laboratory, Waseda University
Emotional Mapping, Takanishi Laboratory, Waseda University

Ma secondo te la robotica umanoide resterà sempre fantascienza o materiale da esibizione/expo/fiera, oppure ci sarà un reale, concreto utilizzo dei robot umanoidi prima o poi?

Per applicazioni di interazione con clienti, persone normali, ci sarà sicuramente un più concreto utilizzo degli umanoidi, sia perché “fanno scena”, sia perché sono simili a noi, e quindi paradossamente meno spaventosi e più approcciabili di robot di forme diverse, tipo il ragno, ad esempio.

Per applicazioni più tecniche, tipo militari o heavy duty, gli umanoidi non sono molto adatti, perché presentano difficoltà di ottimizzazione del controllo quasi proibitive, a fronte di poco guadagno: mandare sulla luna un umanoide non avrebbe senso, meglio un rover, che è più stabile, più strutturalmente robusto e meno dispendioso.

Ti è mai capitato di avere a che fare con un robot umanoide e di provare paura?

Non direi. Noi abbiamo un umanoide, ad esempio, il Kobian. E’ grande come me, veramente carino e ispira simpatia. Un altro umanoide abbastanza impressionante è il Geminoid, di Ishiguro sensei, a Osaka, molto verosimile esteticamente, però abbastanza scadente come capacità interattive. Paura non ne fa, ma da l’idea di essere “un po’ lento di comprendonio”.

Il Kobian a cosa serve?

Il Kobian può servire a studiare come la gente normale vede/percepisce i robot “intelligenti”, quelli cioè con un grado di indipendenza rispetto alle macchine tradizionali; ma anche per analisi sociologico-culturali, per vedere come persone di diverse culture reagiscono ad uno stesso input. Un buon utilizzo dei robot umanoidi è quello di “umano asettico riprogrammabile”, non tanto diverso dai topini da laboratorio modificati geneticamente per studiare l’effetto che ogni singola modifica al DNA comporta.

L'”umano asettico” non è nè bianco, nè nero, non fa nessun odore, non parla nessuna lingua in particolare: e perciò si può utilizzare per studiare l’effetto che la differenza in uno qualsiasi di questi aspetti provoca in una determinata popolazione di individui.

Secondo a te a livello mondiale a che punto si è con la robotica? Siamo ancora nel passato, nel presente o nel futuro?

Ovviamente siamo indietro: tra 20 anni quando tutti guideranno droni invece che scooter ci chiederemo come facevamo vent’anni prima. In particolare, io aspetto con ansia il giorno in cui i primi bioinnesti saranno disponibili, per aumentare le capacità umane.

Londra, cameriere drone porta il sushi al tavolo.
Londra, cameriere drone porta il sushi al tavolo.

Ma pagano bene in Giappone? Ci vivi bene con il tuo lavoro?

Quando lavoravo, si. Ora sono studente in borsa di studio: la mia borsa di studio mensile è di 146000yen, che a dicembre scorso ha toccato (spero) il fondo a circa 900 euro. Ci vivo bene? No. Ho un lavoro part-time di babysitter per arrotondare un po’. Il problema più grosso è comunque l’affitto, visto che vivo a Tokyo, e non voglio allontanarmi troppo dal laboratorio. Per il resto, in posto come il Giappone, se non hai vizi/bisogni particolari, ci sono tantissimi modi per risparmiare e puoi vivere una vita abbastanza sregolata senza spendere troppo.

Che lingua si parla sul lavoro? Che aria si respira?

Sul lavoro si parla giapponese, in generale. Ho dovuto quindi studiarlo e impararlo, insieme a tutta la realtà culturale circostante. Però ho due colleghi italiani, due cinesi, uno francese, c’erano un polacco e un tedesco che si sono dottorati negli anni passati. Con loro si parla inglese in generale, e in italiano quando siamo solo tra italiani (raro). Dunque parlo correntemente 3 lingue, tutti i giorni.

JAPAN-TECHNOLOGY-SCIENCE-ROBOT-OFFBEATChe aria si respira? Si lavora tanto, tantissimo. Come giapponesi! Quando non passo le notti in laboratorio, lavoro dalle 9 di mattina fino alle undici e mezza di sera, più o meno. Considera che alcuni giorni alla settimana ho il mio part-time da babysitter, quindi lascio alle 7 di sera, poi magari continuo dopo da casa. Anche il sabato, generalmente. Ma il sabato è giornata corta, verso le 18 stacco.

Che atmosfera c’è?

Non ti saprei dire, ormai è tanto che son qui, mi sono abituata. Ma devi sapere che i giapponesi sono molto razzisti, e hanno due pesi e due misure per se stessi e per gli altri. Non necessariamente a svantaggio degli stranieri. Per esempio, io lavoro tanto. Gli stranieri (eccezion fatta per i cinesi) lavorano generalmente di meno. I giapponesi lavorano di più. Gli studenti giapponesi del mio lab passano quasi tutte le notti al lab. C’è una grandissima pressione sociale che determina più o meno tutto quello che i giapponesi possono o non devono fare, e noi ne siamo esenti.

L’altro lato della medaglia è che ovviamente ci trattano da diversi, fuori dal gruppo, e non c’è nessuna possibilità di integrarsi. Questo, in generale. E’ ovvio che ci sono persone più o meno aperte (la famiglia presso cui sono babysitter è giapponese), e che, trovato un equilibrio tra l’essere fuori dal gruppo e l’essere esente dagli obblighi sociali, non si sta poi tanto male.

Hai voglia di tornare in Italia? Se potessi fare le stesse cose, le faresti in Italia?

No. E se avessi potuto farle in Italia ma avessi avuto scelta, le avrei comunque fatte all’estero. Considera però che in accademia, un dottorato all’estero è generalmente necessario e auspicabile: necessario perchè ogni lab ha una specialità diversa, e quello che vuoi fare tu non lo trovi sotto casa con facilità, e auspicabile perchè nell’ottica che prima o poi diventi professore (cosa cui io non aspiro) devi essere pronto a partire per dove trovi una cattedra, e i posti di lavoro in accademia sono un centesimo di quelli tradizionali in azienda.

Barbara D'Urso e le sue espressioni a Pomeriggio Cinque (Canale 5)
Barbara D’Urso e le sue espressioni a Pomeriggio Cinque (Canale 5)

Detto questo, sono molto arrabbiata con l’Italia: vedo un paese dove ognuno si fa i fatti suoi, il ceto medio affonda nella povertà mentre i ricchi snob evadono le tasse, la classe politica è una classe di parassiti incompetenti, la meritocrazia non esiste, e l’educazione culturale collettiva dei giovani è in mano a gente tipo Maria De Filippi o peggio ancora Barbara D’Urso. Stiamo diventando peggio degli americani. Il Giappone ha tantissimi lati negativi, ma ha proprio quello che manca a noi italiani: un’identità culturale profonda (forse anche troppo). La collettività è molto più importante dell’individuo. E quindi me lo godo un altro po’, fino al giorno in cui, molto probabilmente, dovrò decidermi a ritornare in Europa, fare un mutuo, metter su famiglia..

Perché dici che dovrai ritornare in Europa e fare un mutuo? Non vorrai smettere di lavorare ai robot…

Possibilmente no, ma potrebbe anche darsi. In Giappone per uno straniero è difficile fare molta carriera, inoltre tieni presente che i posti in accademia sono relativamente meno rispetto all’industria e che ovviamente per entrambe più si sale più è richiesta una conoscenza del giapponese perfetta – ma questo nel mio caso è l’ultimo dei problemi.

Il problema più grande riguarda le difficoltà per gli stranieri, di qualsiasi livello sociale, di accedere ai servizi pubblici giapponesi (mutui a tassi quasi nulli, assistenza sanitaria decente – considera che la sanità è più o meno come in US, scuole pubbliche per bambini 100% stranieri -anche mio marito è italiano – e così via). Inoltre ovviamente le famiglie non sono contentissime . C’è da dire che però, piano piano, questo sta cambiando… perciò si vedrà.

Lavoro: non sottovalutate i venditori di bustine di figurine

Gli ultimi annunci di lavoro assurdi che abbiamo trovato online. Dalle proposte di lavori “a tempo perso” o lavori gratuiti “senza alcun impegno e nulla a pretendere da ambo le parti”.

Gli ultimi annunci di lavoro assurdi che abbiamo trovato online. Dalle proposte di lavori “a tempo perso” o lavori gratuiti “senza alcun impegno e nulla a pretendere da ambo le parti”. Ma anche la possibilità di entrare nel mondo dei venditori di bustine di figurine.

Abbiamo visto qualche tempo fa come tra gli annunci di lavoro si trovino le proposte più assurde, ad esempio il lavoro considerato come hobby. Questa volta stavamo cercando lavoro per noi stessi. Sapete com’è, i tempi sono quello che sono. Quindi abbiamo cercato offerte per giornalisti. Ecco un esempio:

giornalista

Il giornale è molto ambizioso e richiede collaboratori molto ambiziosi, ma guai a parlare di soldi. Non siate così ambiziosi.

In quest’altro annuncio si cercano redattori pagati 70 centesimi per una notizia di 300 parole. Qui niente ambizioni, ma si richiede di alzarsi presto la mattina, di avere volontà e motivazione. Per 70 centesimi. Poco, ma non così lontano dalle tariffe di giornali molto più grossi di questo, diciamo la verità.

70cent

(A quanto pare però l’offerta non è più disponibile. Mettete pure la sveglia a posto)

Quest’altro annuncio invece è rivolto agli studenti che desiderano lavorare “a tempo perso”. Allo stesso tempo però dovete essere dinamici e intraprendenti. Come dire, intraprendenti a tempo perso: credeteci molto, ma nei ritagli di tempo, senza pensarci troppo.

tempoperso

Ma se pensate di fare un lavoro difficile, non avete mai letto un annuncio di lavoro come venditore di figurine. Vi invitiamo a leggerlo tutto perché vi porterà in un mondo che non potete nemmeno immaginare: cliccate qui per leggerlo intero.

figurine

Si richiede ambizione, flessibilità, capacità organizzativa, massima serietà, titolo di studio ma soprattutto forte determinazione e motivazione alla crescita personale. E’ garantita anche una “formazione gratuita continuativa ed approfondita” (un classico di tutti i lavori a provvigione).

Concludiamo con un annuncio simpatico che in poche righe racconta un mondo:

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Il signore è un allegrone e onesto, uno che vuole soprattutto compagnia per parlare e  guardare film su videoregistratore, eventualmente con persone di livello culturale non basso. Tra tutti gli annunci elencati questo è l’unico a cui risponderemmo seriamente.

Il volo della speranza

Storie di giovani italiani che hanno deciso di emigrare Oltremanica per provare a regalarsi un futuro che qui in Italia non riescono più a trovare.

di Anna Ferri

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Sono sempre di più gli italiani che cercano all’estero uno sbocco per potersi realizzare personalmente e professionalmente. E oggi, emigrare è molto più facile che in passato. Se non altro perché il viaggio in aereo costa pochissimo. Anche se il difficile, naturalmente, comincia una volta atterrati. Da tempo, in cima alle preferenze dei giovani italiani c’è Londra che però sembra meno disponibile di un tempo ad accoglierli. Abbiamo chiesto a dei ragazzi che vivono Oltremanica di raccontarci com’è una vita “made in England”.

La terra promessa dista solo un’ora e 15 minuti di volo e per raggiungerla basta investire il budget di un venerdì sera qualsiasi, circa 50 euro. A volte anche meno. L’aereo della speranza si chiama Ryanair e senza offrirti neanche un bicchiere di acqua ti porta dritto verso il tuo sogno: Londra. Per chi ha dai 20 ai 35 anni e vive in Italia in questo tempo di crisi economica, occupazionale e sociale, la capitale britannica è come un miraggio di soddisfazioni professionali e indipendenza. Là c’è il lavoro, dicono tutti. Là puoi fare carriera prima dei 50 anni. Io sto pensando di andare, risponde chi qui ha solo un contratto a progetto con il quale non può neanche chiedere un finanziamento per acquistare un armadio all’Ikea. Allora si risparmia un po’ che con la sterlina è tutta un’altra cosa e si schiacciano i vestiti in una piccola valigia, perché con le linee low cost più pezzi della tua vita decidi di portarti dietri e più il prezzo sale.

Londra, vista da qui, è proprio bellissima. Lo pensano in tanti, si può quasi dire troppi. Secondo il reportage di Marco Mancassola pubblicato su Internazionale, il numero degli italiani che hanno deciso di tentare la fortuna sulle rive del Tamigi sono aumentati del 300 per cento in quattro anni:

“Le stime approssimative sul numero di italiani nel Regno Unito indicano circa seicentomila presenze stabili. Metà nella capitale, metà nel resto del paese. Gli ultimi dati dell’Office for national statistics davano 44mila arrivi italiani nell’anno passato, con un aumento del 66 per cento rispetto al precedente: superiore a quello degli arrivi dagli altri paesi sudeuropei in crisi. Secondo l’aggregatore di annunci di lavoro reed.co.uk i candidati italiani a Londra sono aumentati del 300 per cento in quattro anni. Dati dell’ambasciata italiana dicono che il 60 per cento dei nuovi arrivi ha meno di trentacinque anni, il 25 per cento fra i trentacinque e i quarantaquattro. La sfilata di numeri delinea una curva netta. Il numero di giovani italiani che prova a entrare nel mercato del lavoro del Regno Unito non smette di accelerare”.

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Un dato che da una parte preoccupa la politica e infatti il premier David Cameron non fa nulla per nascondere la volontà di rinegoziare i termini della libertà di movimento per i cittadini europei e pensa anche a pesanti modifiche per l’accesso ai sussidi. Per quanto riguarda l’Europa, si è addirittura parlato di un referendum per capire se gli inglesi vogliono restarci oppure no. Pura fantapolitica. Anche perché, se da una parte l’immigrazione interna dell’Europa – come appunto quella italiana – può creare qualche tensione, dall’altra l’economica ha le sue regole, come spiega giustamente Mancassola sul suo reportage:

“I lavori a bassa retribuzione che fino a un paio d’anni fa venivano svolti soprattutto da immigrati dell’est Europa – punti vendita delle megacatene, Starbucks e altre catene di coffee shop, Pret à Manger, Eat e via dicendo – adesso sono svolti in maggior parte da giovani sudeuropei. Molto spesso italiani. Bassa paga oraria, turni flessibili, niente mance. Per le grandi catene il flusso di lavoratori sudeuropei è la cinquina del bingo. Sono giovani, sorridenti, hanno una buona etica del lavoro. Sono europei e quindi possono essere assunti senza burocrazia. E hanno bisogno urgente di lavorare”.

Londra, vista da qui, è lontanissima. Difficile capire cosa succede davvero nella metropoli, quali sono le difficoltà che si incontrano cercando la propria fortuna e perché no, felicità, e come vengono visti tutti questi giovani europei da chi lì ci vive da sempre: gli inglesi. Lo abbiamo chiesto a chi qualche anno o anche solo alcuni mesi fa è salito su un volo Ryanair e ora vive sulla sua pelle le conseguenze, positive o negative che siano, della scelta di migrare.

Nico Sarti: “C’è stata un’esplosione e i tempi sono duri”

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Photo credit: via photopin (license)

nico sartiSono originario di Bologna, Quartiere Mazzini, classe 1980. Sin da ragazzino sono stato affascinato dalla cultura e musica britannica, così appena ne ho avuta l’opportunità ho iniziato a visitare Londra e stringere amicizie con gente di qua. Nel 2006 mi sono trasferito a Londra e ho iniziato a cercare lavoro, puntando a quello che l’Italia non poteva darmi e non sto parlando di fare cappuccini o servire pizze. Erano tempi in cui la maggior parte degli italiani a Londra erano qui per divertirsi o studiare. In entrambi i casi non aspiravano a niente di più che un miglior salario, grazie alla forza della sterlina. Dieci anni fa non si parlava di fughe dei cervelli ma solo a quanto fosse facile trasferirsi qui e avere un minimo sindacale più alto di quello italiano. Sin dal mio primo giorno come “immigrato” al Job Centre avevo capito bene che non potevo pretendere di arrivare qua e comportarmi come se fossi a Bologna. Non potevo andare in giro a chiedere favori ai pochi italiani che conoscevo qui, implorando per le classiche “bazze” o “dritte” da immigrato. Ho iniziato a lavorare come specialista nel settore social media e musica, un settore che 10 anni fa era già in grande espansione qui in Gran Bretagna e che cominciava a pagare bene. Avevo dimostrato di aver passione e talento e dopo vari mesi di prova mi hanno dato un ruolo a tempo indeterminato. Così ho iniziato a spostarmi da agenzia ad agenzia, costruendomi una carriera.

Negli ultimi tre anni c’è stata un’esplosione di italiani che si sono spostati qui su voli della speranza, con l’aspettativa di un lavoro facile. Non è vero che il Regno Unito non ci vuole più, ma è vero che i tempi sono più difficili. Molti, troppi italiani con nessuna conoscenza di questo paese si spostano, specialmente nella capitale, con la convinzione di trovare un futuro migliore. Troppi si rimettono ai soliti trucchi per poter ricevere il National Insurance Number: in teoria fino a quando non hai fissa dimora non puoi ricevere il tuo NIN e quindi molti si fanno mandare una lettera a casa di un amico o parente residente e usano questa massi gallicome conferma di domicilio. La maggior parte degli inglesi non sono contrari all’immigrazione ma hanno paura che non ci siano controlli su quanti e chi siano le persone che entrano in questo vortice di offerta e domanda di lavoro. Si sente che i tempi sono cambiati e che c’è un’inflazione di talenti stranieri nel paese. Una delle cose che ho notato è che gli inglesi hanno perso il loro humour sul tema impiego e immigrazione: non vogliono più sapere se hanno di fronte un candidato italiano, tedesco o francese, ma solo se il suo talento e personalità sarà decisivo nella crescita di un team, agenzia o dipartimento.
Sono gli Italiani all’estero che portano avanti gli stereotipi che ci contraddistinguono nel mondo. E’ la cultura da immigrato al quale manca il baretto locale, il cibo di mamma e la pausa pranzo di tre ore che pesa sui datori di lavoro inglesi. Purtroppo qualcosa è cambiato e lo spazio a disposizione una volta si è ristretto. Voglio credere e spero di vivere qua molto a lungo e anche che Cameron non mi cacci via. Gli Italiani, nonostante i luoghi comuni, sono ammirati e rispettati nella capitale, ma ogni tanto penso che siano loro a non ricambiare i compaesani inglesi.


Massimiliano Galli: “Non è l’America ma se vali puoi farcela”

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Sono arrivato a fine giugno 2014, in Italia vivevo in uno stato di frustrazione costante a causa dell’imbarazzante azione che è diventato il volersi cercare un lavoro: ho strippato e dopo due anni da vomito sono partito. Si dice che la fortuna aiuti gli audaci e così è stato: appena arrivato mi sono fatto due settimane nelle quali mi sono vissuto Londra come andrebbe vissuta, chiaramente il costo è insostenibile e le mie ridotte finanze hanno subito un primo contraccolpo. Una mattina mentre ho pensato di mandare un curriculum a un’azienda italiana per la quale avevo lavorato e che aveva una sede a Londra dove non lavora neanche un italiano. Dopo una nottata ad aggiustare, tradurre e pompare il curriculum all’inverosimile chiamo, mi presento e chiedo se posso inviare i miei dati. Mando tutto martedì e il giorno successivo mi fissano il primo colloquio: un massacro di due ore per poi chiamarmi venerdì sera per dirmi se potevo fare il colloquio il sabato. Altre due ore di tortura ma la sera mi chiamano e mi assumono.

Quella sera vado a festeggiare in un locale dove ero l’unico straniero ma una pinta di birra favolosa costava 3 sterline. Trascorro la serata con uno sconosciuto di nome Brandon, etilista irlandese, che fuori dal pub mi chiede quanto peso. Alla mia risposta mi dice che non ha mai visto uno così magro bere così tanto. Il lunedì inizio a lavorare.
Qui iniziano una marea di eventi positivi che ti riassumo così: non è l’America ma essendoci ancora un criterio semi meritocratico c’è modo di farsi valere e spuntarla. Per questo anche se la misura è colma e la competitività in ogni ambiente e ad ogni livello è alta, c’è ancora speranza. Però ripeto: non è l’America e doversene tornare a casa è un attimo, ambientarsi non è semplice ma si può fare almeno per un po’ di tempo. Per me è durissima: i rapporti umani qui sono diversi e non è solo una questione di culture diverse: è che qui sei a Londra.

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Carolina Rinaldi: “I problemi ci sono per chi chiede i benefit”

E’ vero che siamo veramente tanti qui ma resta comunque il fatto che se sei bravo e ti impegni qualcosa trovi. I problemi degli inglesi sono verso quelli che vengono a chiedere i benefit, gli aiuti dello Stato, senza lavorare o cercare occupazione. Nonostante tutto, gli inglesi sanno bene che la loro cultura è questa grazie al mix di nazionalità ed è proprio questo che rende Londra una potenza. Insomma, qui che tu sia marocchino, neo zelandese, italiano o scozzese se hai voglia di lavorare e sei bravo tutto il resto non c’entra.

Anna Ferri

Immagine di copertina, photo credit: _MG_0198 via photopin (license).

Il bardo della potente armata dei lavoratori del mondo

Storia di Arturo Giovannitti, l’italiano che guidò uno dei più famosi scioperi della storia americana, rischiando la sedia elettrica.

di Davide Lombardi

Nel gennaio del 1912 quasi 25 mila operai della più importante industria tessile d’America incrociarono le braccia per protestare contro la diminuzione della paga e dell’orario di lavoro. A guidarli, c’erano due socialisti italiani, Joe Ettor e Arturo Giovannitti – giornalista, poeta e scrittore – che, come punizione per aver condotto lo sciopero, furono ingiustamente accusati di omicidio.

Lunedì 25 novembre 1912, il Meriden Morning Record, quotidiano del Connecticut, pubblica a pagina 5 un trafiletto dal titolo “Want Giovannitti for Chamber of Deputies”. E’ una notizia che arriva da Roma: “Il Partito socialista ha ufficializzato la candidatura alla Camera dei deputati di Arturo Giovannitti in rappresentanza del collegio di Carpi, provincia di Modena, il cui posto è attualmente vacante”. La candidatura è chiaramente un tentativo di pressione da parte dei socialisti italiani nei confronti del giudice Joseph F. Quinn che quello stesso giorno, nel processo in corso a Salem, Massachusetts, potrebbe emettere una sentenza di condanna a morte nei confronti di Giovannitti, accusato insieme a Giuseppe (Joseph) Ettor e Joseph Caruso dell’assassinio dell’operaia trentaquattrenne Anna LoPizzo, avvenuto durante gli scontri con le forze dell’ordine nel corso del grande sciopero del tessile di Lawrence, sempre in Massachusetts.

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La protesta, entrata nella storia come “sciopero del pane e le rose”, era iniziata l’11 gennaio di quello stesso anno, dopo che una nuova legge dello Stato, entrata in vigore il 1 gennaio, aveva ridotto il numero massimo di ore di lavoro a settimana per donne e bambini da 56 a 54 e, insieme, la paga settimanale. Quest’ultima, per decisione della American Woolen Company che a Lawrence possedeva quello che allora era considerato il più grande impianto industriale del tessile del mondo. Una tragedia per una classe operaia già al limite della sopravvivenza col salario precedente. La situazione si infiamma da subito e già il 12 gennaio, la sezione in lingua italiana dell’associazione del movimento operaio “Industrial Workers of the World (IWW)” decide di inviare da New York a Lawrence il proprio leader Joe Ettor, per coordinare lo sciopero dei quasi 25 mila operai che hanno incrociato le braccia. A pochi giorni di distanza lo raggiunge l’amico Arturo Giovannitti. Giovannitti, in seguito noto anche come il “bardo del proletariato” è figlio di un farmacista di Ripabottoni, in Molise, dove è nato il 7 gennaio 1884 per poi trasferirsi giovanissimo prima in Canada e poi a New York. Il ragazzo, già autore di diversi scritti pubblicati su riviste militanti, si fa le ossa nel sindacato e diventa uno dei leader dell’Italian Socialist Federation of North America, membro dell’ IWW; nel 1911 si dà anche all’editoria pubblicando il settimanale socialista in lingua italiana “Il Proletario”.

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Lo sciopero degli operai di Lawrence continua ad oltranza e il 29 gennaio durante uno scontro tra polizia e manifestanti, parte uno sparo che colpisce a morte Anna LoPizzo. Secondo alcuni testimoni, a premere il grilletto è il poliziotto Oscar Benoit ma, sebbene non si trovino a Lawrence quel giorno, Giovannitti e Ettor  vengono arrestati con l’accusa di essere i mandanti dell’omicidio, materialmente compiuto dall’operaio Joseph Caruso. Si tratta chiaramente di un processo politico (i tre verranno poi tutti assolti nel processo di Salem il 26 novembre), una specie di versione ante litteram di quello che quindici anni dopo condannerà a morte gli anarchici Sacco e Vanzetti. Mentre i tre sono in carcere, il 14 marzo, gli scioperanti ottengono una vittoria fondamentale: un aumento salariale del 25% per i lavoratori meno pagati, del 15% per quelli che erano più retribuiti, nonché un aumento per gli straordinari e la riassunzione degli operai in sciopero licenziati dalla American Woolen Company.

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Da sinistra a destra: Caruso, Ettor e Giovannitti

Intanto, in tutto il mondo si firmano petizioni a favore di Giovannitti, Ettor e Caruso. In Italia, a occuparsi con grande attenzione del caso dei colleghi d’oltreoceano, è il socialista massimalista, iscritto alla sezione di Forlì, Benito Mussolini che proprio in quell’anno comincia a scrivere per l’Avanti!. Al Congresso di Forlì del 16 giugno 1912 delle Federazioni Socialiste (F.S.) di Romagna, Mussolini propone, tra gli altri, il seguente ordine del giorno poi approvato per acclamazione: «Il congresso delle F. S. di Romagna protesta contro i propositi criminali della borghesia repubblicana del Nord America che tenta di mandare due innocenti, Giovannitti ed Ettor, duci del movimento proletario, alla sedia elettrica, ed invita le sezioni socialiste a intensificare l’agitazione perché tale abbominevole delitto venga evitato».

Benito Mussolini
Naturalmente Mussolini non si ferma lì, e su Giovannitti ed Ettor scriverà ancora parecchio. Sul n. 132 di de “La lotta di classe” del 3 agosto 1912 pubblica un pezzo dal titolo: “Agitiamoci per strappare Ettor e Giovannitti agli aguzzini della sedia elettrica”. Eccone l’appello finale:

“C’è ancora il tempo per far echeggiare alto e solenne il nostro grido di protesta, per unire ai milioni di proletari che dall’uno all’altro continente rinnovano e rinsaldano nei nomi di Ettor e Giovannitti il patto infrangibile della solidarietà di classe. La pressione morale del proletariato europeo congiunta alla pressione morale e materiale del proletariato americano, deciso a ricorrere ai mezzi estremi, non sarà vana, come qualche scettico pensa. Si ottenga o no la liberazione di Giovannitti ed Ettor, si eviti o no l’epilogo tragico, noi socialisti dobbiamo fare il nostro dovere. I compagni d’oltre Oceano ci lanciano un appello disperato. Socialisti di Romagna che non foste mai secondi a nessuno nel sostenere le cause dell’umanità e della giustizia, raccoglietelo e agitatevi!”

Non solo il futuro Duce, a mobilitarsi a favore dei due socialisti di origine italiana (stranamente, non viene quasi mai citato l’operaio Joseph Caruso) sono anche altri compagni, in Italia e non solo. Parte anche qualche interrogazione parlamentare, come quella del deputato socialista Guido Podrecca, giornalista e fondatore della rivista satirica “L’Asino“, riportata dalla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia dell’8 giugno 1912: “Il sottoscritto chiede d’interrogare il ministro degli esteri per conoscerne il pensiero in merito alla tragica situazione nella quale si trovano i nostri due connazionali Arturo Giovannitti e Giuseppe Ettor, residenti a Lawrence, e detenuti sotto una imputazione e per responsabilità delle quali la pubblica opinione li proclama innocenti”.

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Immagine d’epoca dello sciopero di Lawrence nel 1912

 

Mentre la campagna internazionale a loro favore prosegue, l’esito della sentenza appare tutt’altro che scontato fino all’ultimo istante. L’attenzione in Italia è altissima e durante il processo, a Salem, sono presenti anche degli inviati de L’Avanti!, La Stampa e il Corriere della Sera. A processo concluso, il 22 novembre, Giovannitti chiede di parlare ai giurati prima che questi assumano la loro decisione finale. Dopo aver contestato punto per punto le accuse nei suoi confronti e dei due coimputati e aver fatto appello alle migliori virtù della democrazia americana, conclude con parole di esplicita sfida la sua perorazione:

“Noi vogliamo libertà o morte. Noi siamo giovani, io ho meno di 29 anni. Ho una donna che mi ama e che amo; ho una madre e un padre che mi attendono; ho un ideale che mi è molto più caro di quanto mente umana può esprimere e comprendere. La vita ha tanti allettamenti ed è così dolce, meravigliosa e luminosa che sento nel mio cuore la passione di vivere e volere vivere… Se il vostro giudizio, signori giurati, farà sì che le porte di questa gabbia si apriranno e noi ritorneremo alla luce del mondo, in questo caso lasciate che vi indichi le conseguenze di ciò che state per fare. Permettetemi di dirvi che il primo sciopero che scoppierà nuovamente in questo Stato, o in qualsiasi posto d’America dove il lavoro, l’aiuto o l’intelligenza di Joseph Ettor e Arturo Giovannitti saranno ritenuti necessari, lì noi andremo nuovamente malgrado la minaccia che potrà cadere su di noi. Noi ritorneremo ai nostri umili sforzi, oscuri, modesti, sconosciuti, incompresi – soldati della potente armata dei lavoratori del mondo che postasi fuori dell’ombra e dell’oscurantismo del passato si avvia verso la meta destinata, verso l’emancipazione del genere umano, verso la creazione dell’amore, della fratellanza e della giustizia per ogni uomo e donna di questa terra. E d’altra parte se il vostro verdetto dovrà esserci contrario, a noi gente umile che non meritiamo, in vero, né l’infamia né la gloria del patibolo – se sarà giudicato che i nostri cuori dovranno cessare di battere sulla sedia di morte e per mezzo della stessa corrente che ha spento l’assassino e il parricida, allora io dico, che domani noi saremo sottoposti a un più grande giudizio, che domani, morti, passeremo dalla vostra presenza a una più eccelsa dove la storia emetterà il suo ultimo verdetto su di noi. Qualsiasi possa essere il vostro giudizio, signori giurati, io vi ringrazio”.

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Nonostante la giuria fosse assolutamente disposta a condannare i tre, alla fine fu costretta ad assolverli, con grande gioia dei socialisti di tutto il mondo. Naturalmente finì lì anche la candidatura di Giovannitti nel collegio di Carpi. Con la sua assoluzione l’obiettivo politico di quella scelta poteva considerarsi pienamente raggiunto. Giovannitti non rientrò mai in Italia, morirà negli Stati Uniti nel 1959. Dopo l’assoluzione torna a New York cominciando a frequentare il gruppo di socialisti del Greenwich Village di cui fa parte anche John Reed, il giornalista de “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, col quale collabora scrivendo per la rivista “The masses” oltre a una quantità di altre testate: “International Socialist Review”, “Il Fuoco”, “Vita”, “Solidarity”, “The Liberator”, “The New Masses”, “Il Martello”. Nel 1914 scrive il poema “The Walker“, che lo rende famoso come il “bardo del proletariato” (e qualcuno lo paragona addirittura a Walt Whitman) sui suoi giorni in carcere. Questi i primi versi:

Ho ascoltato tutta la notte passi sulla mia testa.
Vengono e vanno. Vengono e vanno ancora per tutta la notte.
Arrivano dall’eternità in quattro passi e ritornano all’eternità in
quattro passi, e tra il venire e l’andare c’è
il silenzio e la Notte e l’Infinito.

Poiché infiniti sono i nove piedi di una cella di prigione, incessante è la marcia
di colui che cammina tra il giallo muro di mattoni e il rosso
cancello di ferro, pensando cose che non possono essere incatenate e non possono
essere chiuse a chiave, ma che vagano lontano nel luminoso mondo, ognuna
in un selvaggio pellegrinaggio verso una meta stabilita.


 

In copertina, il quadro “Lawrence 1912: The Great Strike” noto anche come “Bread and Roses – Lawrence, 1912” del pittore primitivista Ralph Fasanella. Per realizzarlo, Fasanella, aveva passato nei primi anni ’70 un periodo di quasi 3 anni a Lawrence. Il quadro ha una storia particolare che merita un breve accenno: acquistato da quindici federazioni sindacali grazie alle donazioni dei propri iscritti era stato regalato al Congresso degli Stati Uniti dove è rimasto appeso per anni nella sala delle audizioni del sottocomitato della “Camera sul lavoro e l’istruzione”. Dopo le elezioni del 1994, la nuova maggioranza repubblicana al Congresso ha eliminato “lavoro” dal nome del comitato e il quadro di Fasanella dalla sala della commissione. Attualmente l’opera è ospitata dal Labor Museum and Learning Center di Flint, nel Michigan.

 

L’esperimento svizzero

Un’aspirante ricercatrice italiana va a vivere a Zurigo e l’unico lavoro che trova è come oggetto di un esperimento. Che non è poi così male come può sembrare.

di Giulia Mameli, foto di Tobias Gaulke

Un’aspirante ricercatrice italiana va a vivere a Zurigo e l’unico lavoro che trova è come oggetto di un esperimento. Che non è poi così male come può sembrare.

“Cosa ci faccio qua?” è la domanda che ho in testa nei momenti morti delle mie giornate zurighesi, come se improvvisamente mi svegliassi e fossi stata sonnambula per gli ultimi dieci mesi, come se non ricordassi il concatenarsi di eventi e decisioni che hanno portato a trovarmi qua, ora, a Zurigo. Sono italiana, una farmacista, o più precisamente un chimico farmaceutico. Al momento non lavoro e non ho intenzione di scrivere l’ennesima lagna della laureata disoccupata da cui trarre giudizi sulla crisi, confronti con l’estero o la storia esemplare condita da una facile “morale della favola”. Non è così semplice.

Quando lascio l’Italia per seguire il mio ragazzo, stanca dei tanti vicoli ciechi temporanei, tra farmacie, parafarmacie e un breve progetto di ricerca, avevo aspettative tanto grandi quanto vaghe.

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A un certo punto, ormai in avanzato stato di disoccupazione, compro un biglietto di sola andata per la Svizzera ed eccomi a Zurigo. Quando scendo dal treno la città si presenta confermando il repertorio classico dell’immaginario svizzero già dai primi particolari: una coreografia perfettamente sincronizzata di moderni tram, in centro poche e lussuose auto, edifici immacolati, senza scritte, pavimentazione stradale intatta, vetrine di cioccolaterie che sembrano scenografie teatrali.

Questa, più o meno, è Zurigo.

Un posto dove, se nella stazione ci sono dei lavori in corso, il personale delle ferrovie distribuisce agli utenti un volantino per scusarsi e degli smarties confezionati come medicinali, e per Natale nel tradizionale mercatino natalizio viene eretto un monumentale albero di cristalli Swarovski protetto da un vetro antiproiettile, una delle tante attrazioni della città, come il Money Museum (il museo dei soldi – sì, esiste davvero).

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Non ho un piano preciso, come se l’instabilità lavorativa prolungata mi avesse resa inadatta a pianificare a lungo termine e più soggetta a fidarmi del caso: avendo fallito con l’impegno e la dedizione, procedo per improvvisazione.

Non sono così ingenua da pensare che sarà facile e che troverò subito lavoro. So benissimo che per ogni storia di successo all’estero che ci viene proposta dai media, ce ne sono molte di più di fallimenti silenziosi o semplicemente di condizioni non dissimili da quelle che si erano lasciate. Troppo noiose o dolorose da raccontare.

Prima cosa da fare: cercare di integrarsi.

Mi iscrivo ad un corso di tedesco, a mio carico ma abbordabile grazie a delle sovvenzioni pubbliche per l’integrazione. I miei compagni sono indiani, bengalesi, molte persone provenienti dall’area Albania-Kosovo-Montenegro, spagnoli e ovviamente altri italiani. Quasi tutti confluiti qua per un simile destino, cioè a seguito di un consorte che ci lavora e a loro volta alla ricerca di occupazione.

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Dopo vari tentativi i miei standard si abbassano progressivamente: tecnico di laboratorio, addetto al confezionamento dei farmaci, controllo “visuale”. Tutte cose che non sono neanche sicura di poter fare. Non solo per la scarsa esperienza pratica nell’industria, ma anche perché richiedono l’equivalente di un diploma in istituti tecnici professionali e io, ahimè, risulto laureata. E in Svizzera l’abbassamento di livello non solo non è ben visto, ma forse non è neanche possibile.

Un giorno, mentre ormai cercavo un lavoro qualsiasi, su un forum per stranieri anglofoni in Svizzera, trovo l’annuncio di un dottorando in Neurologia:

“Cercasi volontari!
Buona sera a tutti!
Sono un chirurgo inglese e dottorando al Laboratorio di Ricerca sulle Lesioni del Midollo Spinale della Clinica Universitaria. Useremo una tecnologia all’avanguardia per studiare l’effetto di varie patologie neurologiche […] Ma per comprendere l’andatura in pazienti con problemi neurologici, abbiamo bisogno di conoscere com’è quella normale! Per questo ci servono soggetti di controllo che prendano parte al nostro studio. Tutte le informazioni necessarie sono sul nostro sito www…, dove troverete i volantini in inglese e tedesco e i contatti dei ricercatori.
Il test vi occuperebbe per circa 4 ore della vostra vita in due giorni e ricevereste 25 CHF (circa 23 euro, ndr) all’ora.

Cordiali saluti,
Tom”

“Che fine sto facendo?”, penso. Eppure al momento mi sembra l’unico modo per riprendere contatto con il mondo della ricerca, da “esaminata”, poiché un ruolo da ricercatrice mi è precluso. Si tratta solo di camminare. E io so camminare! Perfetto.

Decido di compilare il modulo online per candidarmi.

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Lo studio si chiama “Analisi dei movimenti degli arti superiori e inferiori, durante diverse attività al tapis-roulant” e mira a definire e misurare le anomalie nell’andatura in soggetti con diversi disturbi neuro-muscolari tra i quali morbo di Parkinson, Sclerosi Multipla o dovuti a conseguenze di un infarto. In pratica io e gli altri volontari sani dobbiamo semplicemente camminare su un tapis roulant.

Verranno misurati vari parametri come la forza muscolare e in seguito confrontati coi dati ottenuti da analoghi test sui pazienti della clinica neurologica.

Non c’è nessuna assunzione di farmaci sperimentali e rischi di effetti collaterali connessi. La cosa mi rassicura, forse solo perché sfugge alla definizione più classica ed evocativa di “cavia umana”. Non sono (ancora?) un soggetto da esperimento! E ho l’occasione di dare comunque il mio contributo – passivo – alla scienza.

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Un video dimostrativo mostra una simulazione con un modellino umano che cammina, ottenuto con la stessa tecnologia utilizzata per il film “Avatar”, chiamata Vicon 3D Motion Capture. Dopo l’esperimento verrò ridotta ad un colorato omino-bastoncino che deambula indefinitamente in uno spazio nero e comparata ad altri omini-bastoncini, mere rappresentazioni cartesiane dei parametri studiati, dentro ad un computer.

Vengo ricontattata dopo pochi giorni, via mail, per alcune domande preliminari sul mio stato di salute: non ho disturbi cronici, non sono obesa, non ho subito interventi alla spina dorsale. Congratulazioni, lei è idonea! Il che, dopo tanti rifiuti di candidature, è un magro conforto.

Alla reception della clinica neurologica, mostro l’email coi dettagli del mio appuntamento e poco dopo arriva il dottor Tom, un affabile trentenne inglese, che mi porta nell’ambulatorio. Qua mi presenta il resto del gruppo, tutti molto giovani, sotto i trenta di sicuro, e quasi nessuno è svizzero. Una fisioterapista, un infermiere, un informatico e uno studente-tirocinante che si occupano dell’analisi al computer. L’ambiente è asettico e il clima è formalmente amichevole.

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Mi spiegano ulteriormente cosa si accingeranno a fare, partendo con un linguaggio molto semplificato, poi, rivelate quasi sommessamente le mie basi scientifiche – amici, sono una di voi! – e data la mia curiosità per i dettagli, si sentono autorizzati a ritornare ai più confortevoli “termini tecnici”.

In realtà il “giorno 1” consiste in una visita neurologica approfondita e in una prova al tapis-roulant, il test vero e proprio sarà il giorno successivo.

Leggo e firmo il consenso informato e altre clausole per la privacy, come l’utilizzo di tutto ciò che riguarda il mio test per scopi didattico-scientifici. Questo vuol dire che avrò l’impagabile privilegio di presenziare a conferenze mediche nel mondo o ai seminari di qualche università… sotto forma virtuale di omino-bastoncino deambulante. Devo impegnarmi a camminare meglio che posso, per l’occasione.

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Dopo essermi cambiata nella tenuta “da maratoneta scalza” richiesta, il neurologo testa tutti i miei riflessi, usa anche quel martelletto che mi era capitato di vedere solo in mano ai dottori delle vignette della Settimana Enigmistica, tanto che temo per un istante di tirare un calcione involontario e trasformarmi davvero in una imbarazzante gag, ma la contrazione riflessa del quadricipite femorale è evidentemente stata sopravvalutata dai disegnatori della celebre rivista. Niente calcione, solo un piccolo riflesso.

Arrivano poi delle domande surreali, come “Chi sei? Sai dove ti trovi e perché sei qua?”, il cui obiettivo è semplicemente quello di accertarsi che io sia nel pieno delle mie facoltà mentali. Si ride, anche se affiora un’istantanea impressione di essere smascherata, come se fossero apparsa in sovrimpressione le domande che mi tormentano. Chi sono? So dove mi trovo e perché sono qua?

Poi mi prendono tutte le misure del corpo necessarie a posizionare con precisione gli elettrodi e gli speciali “marker” per gli infrarossi, segnando i punti con inchiostro chirurgico viola. Croci e segni ornano il mio corpo, come la mappa di una macabra caccia al tesoro chirurgica.

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Trovandomi totalmente in balìa di “esperti”, in un ambiente così professionale e tecnologico, tra monitor, elettrodi, tondi occhi ad infrarossi, circondata di persone che tra loro parlano una lingua sconosciuta – il tedesco – e mi sembra di essere in un film di fantascienza, di quelli coi rapimenti alieni. Eppure mi piace.

Nonostante normalmente non ami il contatto umano, in quella situazione essere completamente abbandonata in mani estranee ma competenti, manipolata sapientemente, lo trovo confortante, quasi piacevole. E’ come se per un po’ del tuo corpo non fossi responsabile e fosse affidato a super specialisti che sanno gestirlo anche meglio di te.

Nel corridoio eseguo un test di camminata rapida, vengo cronometrata e ribattezzata “Speedy Gonzales”. Poi la prova al tapis-roulant, impostato in modo che non superi mai la mia velocità massima, quella duramente raggiunta in anni di ritardi cronici. Va tutto liscio, ora sono pronta per il vero “esperimento” di domani.

Le informazioni che si trovano in rete sulla ricerca che coinvolge esseri umani, ed in particolare sui volontari sani, solitamente si riferiscono agli studi clinici su farmaci e dispositivi medici, la cosiddetta “Fase I”, che riguarda le industrie che hanno come obiettivo finale la commercializzazione di un prodotto sicuro. Per questo motivo è necessario conoscere dati come le dosi ottimali, gli eventuali effetti avversi, la migliore via di somministrazione.

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I toni dei titoli dei giornali su questo tema sono spesso allarmanti, “forzati della sperimentazione”, “cavie umane”, “disperazione”, evocando immagini più da lager che da ospedale. Ma se si apre un qualsiasi sito informativo si scopre che esistono norme molto rigide e restrittive a tutela della salute del volontario, che può abbandonare lo studio quando vuole.

Ogni aspetto è controllato innanzitutto da un comitato etico esterno che deve preventivamente valutare rischi e benefici dello studio dal punto di vista scientifico e occuparsi dei risvolti legali ed etici, eventualmente approvare e infine monitorare tutto il processo. Lo studio deve essere poi ulteriormente approvato dalle autorità competenti, l’Agenzia Italiana del Farmaco in Italia e in Svizzera la Swissmedic, che riesamineranno tutta la documentazione fornita dai ricercatori e dal comitato etico.

Il rischio di effetti avversi non sarà mai assente, ovviamente, e per questo il soggetto sarà ricoverato e costantemente controllato e assistito dal personale medico ed infermieristico dell’ospedale per tutta la durata del trial. Insomma, nessuno è forzato contro la sua volontà e “cavie umane” suona davvero inappropriato.

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Questa chiarezza e trasparenza opportunamente regolamentata a tutela del soggetto “in esame”, purtroppo non trova una controparte altrettanto trasparente a fine dello studio, poiché non esiste una norma che obblighi a pubblicarlo e si stima che dalla metà ad un terzo di queste ricerche non vengano pubblicate, con più probabilità di omissione se il risultato è negativo. Questi dati spesso considerati non significativi, vanno perduti, mentre potrebbero essere importanti per altri ricercatori o medici.

Per questo motivo il medico, divulgatore e debunker Ben Goldacre (autore di libri come “Bad Medicine” e “Bad Pharma”, rispettivamente sulle truffe della medicina alternativa e sugli inganni delle industrie farmaceutiche) ha lanciato la lodevole campagna “AllTrials”, per la creazione di un registro “open data” di tutti gli studi biomedici, con l’intento di spingere le autorità a colmare questo vuoto normativo nell’interesse della conoscenza e della salute di tutti, raccogliendo il supporto delle più importanti riviste scientifiche internazionali.

Tornando ad aspirazioni meno “alte”, non si può negare che la motivazione principale dei volontari sani siano i soldi, il denaro, la moneta.

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Non a caso la maggioranza dei partecipanti, me compresa, sono disoccupati senza altra prospettiva (anche se molto rappresentati sono anche gli studenti di facoltà medico-scientifiche). Significativo è il fatto che la maggior parte dei volontari reclutati per studi in Ticino provengano dall’Italia. Eppure è improbabile considerare questa attività come un lavoro, poiché ci sono delle restrizioni al numero di studi ai quali uno stesso soggetto può partecipare annualmente e un tempo minimo che deve intercorrere tra un esperimento ed il successivo.

Quando arriva il giorno dell’esperimento, saluto tutti come se ormai fossimo amici, salvo che dopo i convenevoli mi ritrovo in piedi, in posizione da “uomo vitruviano”, sottoposta ad una specie di accuratissima vestizione, con i ricercatori che cercano i segni, tastano e piegano in corrispondenza delle articolazioni e applicano i due diversi tipi di dispositivi: degli elettrodi, per misurare l’attività muscolare, e delle sferette in materiale riflettente, gli unici punti che le telecamere vedranno di me e che serviranno a ricostruire la mia me stessa-bastoncino.

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(Scusa e buona lettura)

Conto circa una trentina di questi ammennicoli tecnologici sul mio corpo, attaccati con “una speciale colla ipoallergenica a base acquosa”, come specificato nel documento ricevuto via email. Il tutto viene tenuto fermo da delle garze elastiche a rete e in sintesi sembro un cyborg in convalescenza dopo un intervento di chirurgia estetica.

“Clavicula rechts”
“Ok”
“Clavicula links”
“ok”
“Quadrizeps”
“ok”

Si passa all’appello e controllo dei sensori e poi salgo finalmente sul nastro. Vengo anche imbragata, nell’improbabile rischio di cadere da un tapis-roulant. Ora sono concentrata, da sola sul nastro, non interagisco più col personale. In quasi un’ora e mezza eseguo gli esercizi: cammino a varie velocità, premo coi piedi delle croci luminose che appaiono sul nastro a diverse distanze, cammino ancora mentre la mia mente viene distratta con vari giochini da risolvere su uno schermo.

Quando scendo dal tappeto, c’è un ultimo dato che devono prendere, quanti metri riesco a camminare in sette minuti, a velocità sostenuta. Così, dopo la rimozione di tutta l’apparecchiatura, vado con Lila, la fisioterapista, nei corridoi del sotterraneo della clinica, in modo da non intralciare personale o pazienti nei reparti. Sono vestita da maratoneta, sudata, le guance rosse. Qualche paziente mi guarda strano, come fossi una offensiva e fuori luogo rappresentazione stereotipata della salute.

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Nei corridoi sotterranei, dei magazzinieri sfrecciano in bici trasportando farmaci e altro materiale ospedaliero. Chiacchierando con Lila scopro una storia già sentita: anche lei si è trasferita qua dall’Ungheria per seguire il suo ragazzo, ora suo marito. Ha dovuto reiscriversi all’università perché il suo titolo non era riconosciuto. Fortunatamente parlava molto bene il tedesco e non ha avuto ulteriori difficoltà, ma capisce la mia situazione, solidarizza e cerca anche di darmi qualche consiglio.

Al momento di andarmene saluto tutti, vengo ringraziata svariate volte per il mio contributo alla scienza e fornita di altri volantini da diffondere a conoscenti interessati. Quando esco dalla clinica provo un senso di soddisfazione ma anche di abbandono, nostalgia, per non far parte di quel mondo, per aver dato solo un piccolissimo e passivo contributo, e in generale per non essere incanalata in un percorso, un progetto, come invece lo sono loro.

Sono di nuovo da sola su uno sfondo ignoto, senza direzioni segnate, ma continuo a camminare spinta dalla curiosità. La meta precisa non è definita, proprio come le imprevedibili strade che spesso prende una ricerca scientifica.

Giulia Mameli

Le foto dell’articolo, compresa la copertina, sono di Tobias Gaulke, un fotografo di Zurigo che, fra le altre cose, fotografa più o meno ogni giorno i passanti della città. Qui il suo Flickr e qui il suo sito.

Non credo di essere speciale, ma cerco qualcuno che voglia sposarmi

Pensiamo di essere talmente complessi che è quasi impossibile descriverci. Eppure ci sono casi in cui è possibile farlo in poche righe, come negli annunci matrimoniali. Siamo andati in un’agenzia matrimoniale a capire come si fa.

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di Martino Pinna

Pensiamo di essere talmente complessi che è quasi impossibile descriverci. Eppure ci sono casi in cui è possibile farlo in poche righe, come negli annunci matrimoniali. Dove ci si presenta più o meno come quando si cerca un lavoro, alla ricerca della persona giusta con cui condividere il proprio futuro. Ma per farlo ci vuole una professionista. Noi ci siamo fatti spiegare come funziona da Nadia.

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Nota: in questo articolo non verrà mai scritta la parola amore, tranne in questa frase.

Nadia gestisce un’agenzia matrimoniale che ha tre sedi in Emilia ed è attiva dal 1984. “Non ha mai chiuso” specifica. Lei prima studiava medicina, poi nel 1989 la madre ha acquisito l’agenzia e Nadia ha iniziato a lavorarci, scoprendo che questa era la missione della sua vita. Tanto che, ammettendo che non è un’impresa che rende tanto economicamente, la porta avanti perché adora il suo lavoro. Le chiedo se parlare con tanta gente a volte non la annoia e la risposta è secca: “Assolutamente no. Io sono innamorata di questo lavoro. Le persone mi interessano tutte, sono tutte interessanti”.

Quello che voglio sapere da Nadia, quello che voglio imparare da lei, è come sintetizzare una persona in poche righe e fare in modo che qualcuno la trovi interessante.

Infatti, anche se non ci conoscevamo, io almeno da un anno sono un grande ammiratore di quella forma di micro-letteratura in cui lei eccelle, ovvero gli annunci matrimoniali. Da lettore attento, avevo già capito che dietro c’era un’unica mano, una sola mente, e quando lei me l’ha confermato mi sono sentito come di fronte a uno dei miei scrittori preferiti, indeciso se chiedere una dedica sul free press dove di solito la leggo oppure no (non l’ho fatto).

La incontro nel suo ufficio dalle pareti color salmone, molto illuminato e molto riscaldato. Lei è gentilissima, molto bionda e sempre sorridente, il tipo di persona realmente entusiasta della vita. Ha un compagno storico ma non è sposata, “però faccio sposare gli altri” dice. È un’appassionata di paracadutismo, ma “appassionata” forse è un termine riduttivo: dal 1995 ad oggi ha fatto 2500 lanci. Significa che si è lanciata da un aereo in media 125 volte all’anno. “Dipende dai periodi, mi è capitato di fare anche 10 lanci in un giorno, è bellissimo, dovrebbe provare” mi spiega raggiante.

TARGA

Da fan quale sono tiro fuori i giornali con alcuni annunci sottolineati o cerchiati, i miei preferiti. Lei è sorpresa, forse è la prima volta che incontra un fan, ma è disposta a spiegarmi tutto del mondo delle agenzie matrimoniali, compreso il grande segreto del mondo degli annunci: la definizione di “bella presenza”. Partiamo da questo. Come si decide se una persona è di bella presenza o no?

Annuisce e risponde, come se si aspettasse questa domanda: “Allora, di bella presenza se parliamo di donne non vuol dire per forza la donna fatale o la fotomodella. Vuol dire tante cose. Ad esempio una persona che ha un aspetto gradevole, curato, ma soprattutto che sia interessante, che abbia degli interessi, una vita attiva”.

La spiegazione non mi sembra convincente, anche perché in alcuni annunci non viene scritto che una persona è di bella presenza: alcune sono “gradevoli” o “dall’aspetto più che gradevole”. Altre invece sono di bella presenza. Quindi insisto e le chiedo se la persona che è appena andata via, un cliente che era qui per fare un colloquio con lei, era una persona di bella presenza.

Ci pensa un po’ e dice: “Sì, era un ragazzo di bella presenza [solo dopo capirò il perché dell’iniziale tentennamento]. Cioè, inutile far finta che l’aspetto fisico non conti. Molti uomini sono convinti che sia così: che l’aspetto fisico alle donne interessi relativamente. Non raccontiamoci storie, conta eccome, anzi è determinante, anche per le donne. Siamo d’accordo?”

Sì.

“Ma a questo punto qualcuno potrebbe dirmi: ma scusi Nadia, come fa a decidere lei, dato quello che è bello per lei non è bello per me? Giusto?”

Giusto.

“Cioè, ci sono dei canoni fisici come avere dei lineamenti regolari, dimensioni normali, ecco… Però poi la bellezza è una cosa soggettiva, no? La bella presenza però è un’altra cosa, ed ecco perché è importante. Di una persona possiamo dire: io che è brutta, lei che è bella, ma entrambi possiamo concordare sul fatto che si presenti bene, che sia di bella presenza. È un criterio oggettivo”.

Ho capito. E io sono di bella presenza?

Mi guarda e risponde subito: “Sì, ma senza barba”. La barba infatti, nonostante ammetta che “ora è alla moda”, le dà un’idea di trascuratezza, e questo non va bene. “Lo so che lei la porta per sembrare più grande, ma senza starebbe molto meglio” mi dice. Ed ecco spiegato il tentennamento di poco fa: il ragazzo che usciva dal suo ufficio poco prima che entrassi io aveva un po’ di barba.

E di me come cosa scriverebbe?

“Di lei scriverei che ha 30 anni, giusto? Ecco. Alto diciamo 1,78, mi sbaglio? [non sbaglia] Dunque 30 anni, alto 1,78, di bella presenza, libero professionista. No, non scriverei giornalista, meglio libero professionista. E poi qualcuno dei suoi interessi e quello che cerca, quali intenzioni ha”.

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Quello che mi colpisce degli annunci di Nadia è che non mentono. Cioè, non solo sono tutti veri nel senso che sono corrispondenti a persone reali, ma dicono tutti la verità. Le persone vengono ridotte ai minimi termini lasciando solo quegli aspetti che vengono ritenuti utili al raggiungimento dello scopo e tutto il resto viene tolto, sottratto, come si fa in poesia.

E quello che resta è la verità, l’essenziale.

Altrimenti perché l’annuncio di una donna che cerca un futuro marito dovrebbe iniziare con la frase “so di non essere un granché”? È una frase ricorrente, e siccome so che è Nadia che la scrive (sempre in base a quanto dicono le clienti), le chiedo spiegazioni. Perché scrivere non sono un granché? Perché sminuirsi così? Per capirlo, bisogna prima spiegare come funziona un’agenzia matrimoniale.

“Dunque, funziona così: la persona legge i nostri annunci sui giornali o sul sito internet, che in sostanza servono da pubblicità. Poi ci chiama, ma non per uno specifico annuncio, perché quello che hanno letto potrebbe appartenere a una persona che potrebbe non essere interessata a loro, giusto? Non si può sapere. Tu magari sei interessata a lei, ma a lei di te non importa nulla. Invece il mio lavoro consiste proprio nel mettere in contatto persone che potrebbero andare d’accordo. Gli annunci danno un’idea delle persone che abbiamo a disposizione. Quindi come prima cosa la persona viene qua e si fa il colloquio, senza impegno”.

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Questo è il magico momento in cui Nadia mette in atto le sue capacità di analizzare le persone e sintetizzarle. Il primo colloquio serve proprio a questo: a creare un profilo della persona.

“Arrivano qua e chiacchieriamo, la persona parla di sé, delle proprie passioni, delle proprie intenzioni. Noi chiediamo un documento e facciamo firmare un contratto dove loro dichiarano di non essere sposate. È un’agenzia matrimoniale, non un’altra cosa. Se vogliono ‘altre cose’ vanno da un’altra parte… Spendono meno ed è più facile”.

Ci siamo capiti. Qua lo scopo è quello di far incontrare dei single per creare delle coppie che possibilmente poi si sposino, che formino una famiglia e che magari facciano dei figli. Non a caso negli annunci ricorre spesso l’espressione “famiglia tradizionale”. Cosa si intende?

“Quando scrivo così vuol dire che si cerca un rapporto stabile che porti anche a dei bambini. Una famiglia normale, ecco. Non di quelle coppie aperte, quelle cose strane. Io non ho tabù sul sesso, ma su certi valori sono un po’ all’antica” dice ridendo.

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Il funzionamento dell’agenzia è identico a quello delle agenzie del lavoro. Ci si presenta e si fa un profilo in base al proprio curriculum. E questa fase è fondamentale, perché Nadia segna tutto, ma poi tiene conto solo delle informazioni realmente utili a “trovarvi lavoro”, cioè la persona interessata a voi. E mentire è sempre un errore: è come scrivere nel curriculum che si parla un inglese eccellente e poi dimostrare al colloquio di non andare oltre il livello di Matteo Renzi. Al primo incontro con il responsabile del personale riceverete un bel due di picche, e qua non servono a nulla le raccomandazioni. Il mondo delle relazioni sentimentali è più spietato di quello lavorativo.

Ecco perché una frase come “so di non essere un granché” o “so di non essere speciale”, se all’apparenza può sembrare un’errore di comunicazione, in realtà fa parte di una strategia molto sensata. Infatti chi sarà attratto da una dichiarazione del genere, è difficile che poi resti deluso, perché sarà uscito di casa senza aspettative. “E quindi è più facile che scatti la scintilla” dice Nadia.

In questo modo non si creano illusioni, o meglio: se ne creano di molto raffinate.

“È importante capire che la persona che viene qua non è un emarginato all’ultima spiaggia come pensano alcuni” precisa. “Tutt’altro. Sono spesso persone molto molto selettive, di solito divorziate, che non hanno voglia di perdere tempo con storielle, ma vogliono trovare una persona con cui condividere una certa progettualità”.

Progettualità vuol dire “capacità di elaborare progetti”. In questo caso i progetti sarebbero le relazioni stabili, possibilmente a lungo termine. “C’è chi va a convivere, chi sta insieme ma ognuno a casa sua, chi invece si sposa e fa figli” racconta Nadia. “Ma lo scopo generalmente è quello: formare una coppia. Mi hanno invitata a tanti matrimoni, ma non ci sono mai andata, non mi sembra professionale”.

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Viene da chiedersi perché allora non mettersi d’accordo formalmente saltando la parte dell’innamoramento, come di fatto avveniva e avviene ancora in certe culture. In realtà per noi questa prima fase è fondamentale. Quello che chiamiamo innamoramento è un insieme di fenomeni necessari alla formazione della coppia e al consolidamento del suo legame.

Potrete non essere d’accordo, dato che l’aspetto culturale dell’innamoramento si è talmente evoluto da farcelo apparire molto più complesso di quello che è, ma se lo vediamo con gli occhi della biologia e dell’antropologia il senso è sempre quello. Tutta questa serie di impulsi ed emozioni che fanno sì che l’incontro tra le due persone risulti gradevole soprattutto grazie ad alcuni neurotrasmettitori (in particolare la dopamina, che dà la sensazione di piacere) hanno lo scopo di creare un’unione stabile. Secondo un popolare testo degli anni ’60 dell’etologo Desmond Morris, probabilmente superato ma sempre suggestivo e stimolante, l’innamoramento è nato come esigenza per tenere unita la coppia e limitare i contrasti all’interno di un gruppo:

Era inaudito per un virile primate maschio partire per una spedizione in cerca di cibo lasciando la sua femmina esposta alle avances di qualunque maschio di passaggio. Nessun addestramento culturale poteva farglielo sembrare giusto. Ciò richiedeva un maggior adattamento al modo di vivere sociale. Il risultato fu la formazione di un legame tra la coppia. Lo scimmione cacciatore maschio e la sua femmina furono così obbligati ad innamorarsi e a restare fedeli l’uno all’altra.

(Desmond Morris, La scimmia nuda)

Si tratta dunque di un accordo tra due persone per creare un legame che porti alla riproduzione e successivamente alla difesa della prole. Ora le cose hanno cambiato un po’ d’aspetto, forse si sono “evolute” come ci piace dire, ma la sostanza è la stessa, come dimostra il fatto che anche la diffusione delle coppie omosessuali vada in quella direzione: creazione della coppia, famiglia, prole.

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Essendo aumentata considerevolmente l’offerta, cioè il numero di persone “singole”, non facenti parte di una coppia, è diminuito il tempo da dedicare alla ricerca della persona giusta, anche perché nel frattempo dedichiamo sempre gran parte del nostro tempo a procacciarci il cibo, cioè a lavorare.

Come spiega Nadia: “Molti mi dicono ‘se volessi accontentarmi riuscirei a trovare la persona giusta da sola, non verrei qua’. Sa, internet, i locali, le discoteche. Il punto però è che non vogliono perdere tempo”.

Esattamente come un’azienda. E così come sul mercato del lavoro per essere appetibili bisogna avere certe voci nel curriculum, anche qui ci sono alcuni requisiti fondamentali che è necessario indicare per non essere esclusi a priori e per aumentare le probabilità di essere scelti.

Età, situazione professionale, bella presenza oppure no, in alcuni casi tipologia fisica (bellezza mediterranea, ad esempio), precedenti rapporti (divorzio alle spalle, figli), intenzioni sul tipo di rapporto, presenza o meno di interessi, però senza scendere troppo nel dettaglio, “perché altrimenti si rischia di essere riconosciuti, e gli annunci sono anonimi. Ad esempio il ragazzo che c’era prima mi ha specificato di non scrivere di cosa si occupa, perché fa una cosa molto particolare e siccome l’annuncio va sul giornale locale qualcuno l’avrebbe potuto riconoscere”.

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Il profilo che viene fuori è dettagliato, ma l’annuncio dev’essere sintetico. Voi ad esempio potete pensare di essere le persone più interessanti della terra, di essere speciali, e in un certo senso è così. Il problema è che anche altri pensano la stessa cosa, e quindi se Nadia non facesse da filtro ci sarebbero più annunci di persone che sostengono di essere tutte speciali. Annunci così non sarebbero credibili. Farebbero l’effetto di pubblicità di prodotti che sostengono tutti di essere i migliori e che urlano: compraci, compraci! Il consumatore attento storce il naso, non si fida.

Ecco quindi che Nadia riduce tutto ai minimi termini, a ciò che secondo lei conta davvero, alle informazioni basilari, nella maniera più semplice e onesta, in base a una metodologia di classificazione ormai rodata e basata sulla pratica di anni di esperienza.

Dire “sono un sognatore” serve meno di scrivere “sono un non fumatore”. Così come scrivendo un curriculum è più utile specificare che si possiede la patente e si è auto muniti e non che si ritiene di essere delle persone eccezionali. La prima affermazione (patente) è un dato oggettivo, verificabile, attendibile, la seconda (persona eccezionale) no. Il mondo è pieno di persone che dicono di essere eccezionali. Ma intanto vediamo se hanno la patente.

(Curiosamente, il possesso o meno di un’automobile è determinante anche nella ricerca di una persona con cui vivere. Un 40enne che non guida ha meno possibilità di un coetaneo automunito.)

Quindi potete anche parlare di voi stessi per un’ora, e Nadia annuirà sinceramente interessata alla vostra vita, sorriderà e vi farà sorridere, ma poi sul giornale apparirà una riga così: “43 anni, separata, alta, graziosa. Impiegata”. Praticamente un haiku. Sintesi estrema, nessuna bugia, l’umanità telegrafabile, o twittabile, se preferite.

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La situazione economica e lavorativa è fondamentale. “Insomma, per un disoccupato è dura, diciamo la verità” ammette Nadia. “Io non li voglio discriminare, questo è chiaro, ma bisogna essere realisti, sono difficili da sistemare. C’è una scaletta di bisogni, diciamo, e il lavoro è uno di quelli più importanti. Un disoccupato parte male”.

Le altre persone difficili da sistemare, oltre ai disoccupati, sono gli anziani e gli omosessuali.

Nadia mi spiega perché: “A volte mi capitano 65enni che vengono qua dicendomi che cercano una ragazza giovane per mettere su famiglia. E io gli dico: se ne è accorto ora che vuole mettere su famiglia? Ovviamente scherzo, lo faccio con gentilezza e ironia. Ma in certi casi hanno pretese impossibili. Sono quasi sempre uomini che vogliono donne giovani. Mi è capitato anche un signore di 90 anni. Ha insistito tanto per incontrarlo e quando l’ho visto mi ha sorpresa: era un bell’uomo, spalle dritte, venne qua con la bicicletta, elegante, giacca e cappello, colto, educato, una bella persona. Ma il problema è sempre trovare un profilo corrispondente. Nel suo caso non era facile”.

Con gli omosessuali il problema invece è un altro: “Me ne sono capitati alcuni, ma io non li tratto. Semplicemente perché è un mondo che non conosco e non riuscirei ad aiutarli in maniera professionale. Poi è anche un fatto di numeri: se si presentano 4 persone omosessuali e devo sistemarli tra loro come faccio? Diventa difficile”.

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Gli stranieri sono pochi. Ma rispetto al passato sono in aumento le donne straniere, che Nadia apprezza molto: “Soprattutto quelle dell’est. Donne serie, grandi lavoratrici, testa sulle spalle, spesso con patente, automobile e casa, e intenzionate a rapporti seri”. Praticamente perfette, agli occhi di Nadia.

A parte casi eccezionali come quello dell’arzillo ed elegante 90enne, la maggior parte dei clienti sono nella fascia 40/50.

“La maggioranza di quelli che vengono qua sono 40enni divorziati. A volte vengono uomini che stanno ancora divorziando. Mettono le mani avanti. Sa com’è, con le separazioni spesso si crea il vuoto, gli amici in comune spariscono, quindi iniziano a progettare da subito un’altra vita, non vogliono restare  soli. Quelli sotto i 40 è facile che siano celibi o nubili. Mentre dai 50/60 in su è facile che siano vedovi.” E i giovani?

“Ci sono, sono pochi ma ci sono. Sono meno rispetto al passato, l’età media si è alzata. Da poco è venuta una 23enne, carina, però introversa, molto concentrata sullo studio, non era tipa da locali, diciamo che si era un po’ isolata. Si è rivolta a noi per conoscere delle persone di buona cultura. Ma i giovani sono pochi, usano altri mezzi. Stanno lì a giocare su internet, a perdere tempo… Online c’è troppa scelta e ognuno può dire di sé quello che vuole, ci si fanno troppe illusioni”.

Il contratto che la persona stipula con l’agenzia dura 12 o 18 mesi. Vuol dire che in quel periodo di tempo Nadia e la sua collaboratrice contatteranno la persona proponendole degli incontri. L’agenzia viene pagata all’inizio per poi fornire al cliente contatti con persone da conoscere. Può andare bene al primo colpo, oppure no e allora si tenta finché il cliente è soddisfatto o il periodo del contratto è concluso. “Insomma, non presentiamo le persone per tutta la vita. A un certo punto il nostro lavoro finisce”.

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Quando vengono trovati due profili che potrebbero corrispondere Nadia chiama prima la donna e le propone il contatto. “Chiamo prima le donne perché sono più noiosine, selettive, danno più problemi. Allora dico: guarda, c’è questa persona, ha 38 anni, fa questo lavoro, ha questo titolo di studio, è celibe, divorziato, figli, non figli, non fuma, ha questi interessi, spiego insomma un po’ chi è questa persona, senza dire chi è la persona. Se lei dice di sì, allora io chiamo lui e gli do il numero di lei. A quel punto lui la chiama e noi ci mettiamo da parte: abbiamo creato il contatto, il resto, cioè l’incontro, spetta a loro. Anche se a volte vorrei vedere cosa succede durante gli incontri! Ovviamente non posso, ma mi piacerebbe, sarei curiosa”.

Le persone quindi si sentono via telefono e si mettono d’accordo per vedersi e conoscersi. Nadia suggerisce che questa parte sia il più breve possibile, altrimenti si rischia di creare illusioni e di distruggere tutto il lavoro di sintesi e sottrazione fatto dall’agenzia. “È il primo consiglio che do: non fate l’incontro al telefono, non mandatevi foto, non ditevi troppe cose, non create illusioni e aspettatevi o idee strane, non descrivetevi. Bisogna vedersi direttamente, parlate di voi fuori, all’incontro vero”.

Perché qui entra in gioco un altro aspetto fondamentale, quello dell’attrazione fisica. Ad esempio qualche giorno fa una cliente di Nadia ha chiesto al contatto che l’agenzia le aveva fornito di mandarle una foto. Lui ha commesso l’errore di mandargliela: “Lei non l’ha voluto più incontrare! Ma questo non era un uomo brutto, anzi. Era un bell’uomo. Uno di bella presenza. Ma nella foto era venuto male. Se si fossero visti dal vivo magari poteva andare bene”.

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Le persone normalmente si incontrano per un caffè, un aperitivo o una pizza. L’importante è che sia un posto non troppo affollato, altrimenti non si riesce a parlare bene. Dopo il primo incontro i clienti fanno sapere a Nadia se è andato bene o no: “Intanto mi serve per sapere se devo proporre altre persone, ma poi mi serve anche come metro di misura per capire a chi può andare bene quella persona”.

A volte le cose che fanno la differenza sono le più elementari, basilari: “Oggi, sembrerà strano, la cosa più difficile è mettere insieme fumatori con non fumatori” spiega Nadia. “Un tempo fumavano tutti, quel portacenere che vede là era sempre pieno, era normale. Oggi sarebbe impensabile, i non fumatori non sopportano più i fumatori. La maggioranza dei clienti mi dicono che preferiscono una persona che fuma, e i fumatori mi chiedono persone che non abbiano problemi con il fumo”.

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E il fattore religione? Chiedo a Nadia se è cattolica. “Ma cosa fa, mi chiede queste cose? Non si può, sono dati sensibili!” dice sorridente. Mi scuso, le dico che se preferisce non lo scrivo. “Ma no, lo scriva pure. Sono cattolica ma non frequento molto la chiesa, come molti italiani. Però ho certi valori. Ho fatto le scuole cattoliche e penso che quell’educazione mi abbia dato tanto. Ecco, questo lo scriva”.

Ma capita che una persona richieda come requisito l’appartenenza una religione? “Io non lo chiedo perché sono dati sensibili [frecciatina a me], ma è capitato che loro me l’abbiano voluto dire, e allora io ne tengo conto. Se una persona mi dice che va regolarmente in chiesa, e se capisco che una persona invece è molto diversa, allora non le faccio incontrare. Sa, è vero che gli opposti si attraggono, ma la relazioni stabili sono quelle tra simili”.

Martino Pinna

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Gli ultimi giorni dell’umanità

Sulla Teoria della classe disagiata. Siamo troppo ricchi per rinunciare alle nostre aspirazioni ma troppo poveri per realizzarle. Quindi che fare? Niente, aspettiamo la fine

Quando il 28 giugno 1914 il “Giovane Bosniaco” Gavrilo Princip assassinò a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando dando fuoco alla miccia della polveriera europea, non commise uno tra i tanti delitti politici che costellano la storia dell’umanità, ma segnò il punto esatto tra il prima e il dopo di un mondo intero. Il mondo avanti Gavrilo era quello della Belle Époque, un periodo di benessere e prosperità, di crescita demografica e industriale, di progresso e invenzioni – dall’automobile all’illuminazione elettrica – che fecero credere alla borghesia del tempo che il ‘900 sarebbe stato il secolo di uno sviluppo positivo a tempo indeterminato. Una sorta di “fine della storia” superata per sempre da un’umanità religiosamente dedita al culto del progresso scientifico e tecnologico.

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Assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, immagine dell’epoca

Quel che accade dopo il 28 giugno invece, il mondo dopo Gavrilo, è il primo conflitto mondiale. Ovvero, Gli Ultimi Giorni dell’Umanità, come dal titolo del testo teatrale “irrappresentabile” di Karl Kraus pubblicato nel 1922. Non solo la fine di un sogno e la caduta di ogni illusione, ma anche lo sterminio fisico di un’intera generazione. Una catastrofe che avrà il suo epilogo quarant’anni dopo, con la fine della seconda guerra mondiale, quando un’Europa coperta solo di macerie sarà costretta a dar vita a nuovo ciclo.

“Catch the Wormhole of 3:45 PM” di Eugenia Loli

A riportarmi a quei giorni, gli ultimi fuochi di un’epoca, è stato un libello pubblicato solo in versione digitale da Raffaele Alberto Ventura, il cui titolo, “Teoria della classe disagiata”, fa il verso al lavoro più famoso dell’economista e sociologo statunitense Thorstein Veblen che nel suo “Teoria della classe agiata” del 1899, teorizzò la nascita di una borghesia totalmente improduttiva, post industriale – una “proprietà assenteista” che condiziona e incide sulle forze produttive senza aver mai messo piede in una fabbrica – caratterizzata dal consumo vistoso, ovvero dallo spreco e dalla sua esibizione. Gente da Belle Époque, appunto, prima della catastrofe.

Il punto è che, cento anni dopo, la stessa suadente musichetta da orchestrina del Titanic ci ha accompagnati a lungo, fino ad arrivare ad oggi, senza che ce ne rendessimo conto se non nel momento del brusco risveglio. Quando grossa parte del ceto medio è passata nell’arco di una generazione da classe agiata a una condizione di incomprensibile e insostenibile disagio. Con l’aggravante – scrive Ventura – “di essere troppo ricca per rinunciare alle proprie aspirazioni, ma troppo povera per poterle realizzare”. Un cortocircuito ormai irrimediabile: l’aver assaggiato la mela di un benessere illusoriamente illimitato, destinato ad accrescersi generazione dopo generazione, di padre in figlio, e di trovarsi oggi a non potersela più permettere. Né oggi, né – assicura Ventura – nel prossimo futuro:

Se mi chiedono quali speranze ci restano, io rispondo come Kafka: c’è molta speranza, ma non per noi. Verranno forse nuovi uomini e nuove donne, più disperati e meno fragili, e si piglieranno il mondo che lasceremo.

A impedire una piena presa di coscienza della irreversibilità del mutamento che stiamo vivendo, sono le illusioni che ancora vengono rifilate a piene mani col fine, non meno illusorio sul lungo periodo, di mantenere sotto controllo e continuare a garantire una certa pace sociale. Detta in maniera semplice: portate pazienza, si tratta semplicemente di attendere che “passi la nottata”. Perché, assicurano i pacificatori sociali:

  • siamo di fronte a una delle crisi cicliche del capitalismo;
  • perché stiamo “lavorando per voi” nel correggere o almeno temperare i guasti delle politiche neoliberiste sposate dalla Troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale);
  • perché la ripresa è dietro l’angolo e noi le daremo una mano rispolverando e attualizzando – non si sa bene come – John Maynard Keynes. L’economista che assegnò allo Stato il compito di regolare il flusso imperioso e sregolato del capitale intervenendo in maniera diretta sul mercato attraverso mirate politiche monetarie e di bilancio, riequilibrando brevi manu, di persona, il rapporto tra domanda e offerta, rilanciando attraverso le propria azione l’occupazione. Con tutto quel che ne consegue.
“Cosmic float” di Eugenia Loli

Sfortunatamente, ribatte Ventura, non ci troviamo di fronte a una crisi ciclica, ma strutturale. L’errore non sta in questa o quella scelta politica o economica, nelle teorie di Friedman o di Keynes, ma è sistemico:

Le attuali politiche di austerità sembrano meno il prodotto di una superstizione neoliberista quanto piuttosto il risultato dell’incapacità strutturale — e oramai palese — delle nostre economie tardo-capitaliste e post-industriali di produrre ricchezza. Al cuore di questa incapacità sta l’ostinazione con cui la classe media occidentale difende il valore, oramai liquefatto, delle attività economiche per le quali è stata formata in previsione di un modello di crescita del tutto irrealistico. E mentre aumentava la massa di sostituti simbolici della ricchezza — in forma di moneta virtuale, scritture contabili e attivi improbabili — nessuno faceva caso alla sparizione della ricchezza reale.

Che non tornerà mai più, secondo l’autore. Perché per decenni abbiamo vissuto in una specie di bolla in cui la domanda è stata “drogata” per poter corrispondere all’offerta che, per la natura stessa del capitalismo, tende all’infinito.

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«Jouissez sans entraves» (Godete senza limiti). Foto di Henri Cartier-Bresson, 1968, Parigi

Ma il gioco, almeno per quanto riguarda la nostra società così come l’abbiamo intesa almeno dagli anni ’80 in poi, ha raggiunto le sue colonne d’Ercole. Ovvero il punto in cui l’offerta, abnorme, non potrà più essere assorbita dalla domanda. Solo che, spiega Ventura, “in assenza di consumatori è impossibile generare profitto, proprio come non si possono fabbricare salsicce senza carne” e “la presunta ricchezza delle società tardo-capitaliste potrebbe presto presentarsi come un’immensa accumulazione di merci invendibili”. Boom. Punto di non ritorno. Fine di tutto. Di questa Belle Époque targata Terzo millennio.

Perché soluzione al momento non è data. Almeno nei termini in cui siamo abituati a pensare delle “soluzioni”: cioè a interventi che non cedano di un passo dal modello ormai introiettato da una fetta troppo ampia di popolazione. “La garanzia è scaduta e i nodi sono venuti al pettine: spesa colossale, indebitamento fuori controllo, consumismo, inquinamento, tecnocrazia, politiche imperialiste di espansione. La soluzione? Più spesa, più debiti, più bisogni indotti, più inquinamento, più burocrati ed eventualmente più guerre. Keynes scaccia Keynes”. Nel maggio del 1968 sui muri di Parigi – ricorda Ventura – appare una scritta che diventerà l’imperativo di una generazione: «Godete senza limiti». Game over.

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Giorno di Natale del 1981: giovane sorridente con televisore, registratore Betamax e Atari

A pagare fino in fondo il prezzo della conclusione di un gioco iniziato da quei padri, sono oggi i figli. Quella che Ventura, con un parallelo efficacissimo, chiama Generazione Betamax, dal sistema di videoregistrazione domestica lanciato da Sony nel 1975 e naufragato nello scontro con il VHS. Molti sostengono che il Betamax fosse una formato migliore rispetto al concorrente, ma questo non bastò perché non sempre ciò che è “migliore” è anche il più “funzionale” in un dato momento storico. O anche per motivi molto più futili e occasionali che, senza grandi spiegazioni, non danno riscontro all’auspicio “vinca il migliore”. Un’affermazione, semplicemente, non sempre vera.

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Il problema della Generazione Betamax, tanto “bella quanto inutile, destinata a morire” (per parafrasare le parole che all’esame di patologia il professore universitario rivolge a Nicola Carati/Luigi Lo Cascio in una scena cult de “La meglio gioventù” riferendosi all’Italia intera) è che

a differenza di quello che una volta veniva chiamato «proletario» perché non possedeva nulla se non la propria prole, il membro della classe media dispone di un eccesso di capitale che gli è assolutamente necessario per riprodursi e mantenersi entro la classe di provenienza.

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Sony Betamax SL-2410. Era chiamato il “talking betamax”, il perché si può vedere in questo video.

Questo “eccesso di capitale” è la sua formazione. In pratica siamo tutti, o quasi tutti, scolarizzati. Anzi, iperscolarizzati. Solo che i figli della borghesia sono più di quanti siano i mestieri borghesi richiesti dal capitalismo.

In pratica, non c’è e non ci potrà essere nemmeno in futuro sufficiente lavoro, almeno nella tipologia dalla quale un figlio della borghesia non può derogare, il terziario avanzato, per poter rispondere alle esigenze di tutta questa generazione. Figlia di una classe media che l’ha messa al mondo in una fase di (relativa) espansione carica di promesse, ma che oggi al momento di garantirne l’inserimento nel mondo del lavoro a parità di condizioni, si trova col cerino in mano. E l’erede in casa. Innocente ma, egualmente, con una inappellabile condanna pendente sul capo. Come scrive Ventura citando a sua volta il sociologo marxista Michel Clouscard:

Per quanto profondamente escluso dal possesso del capitale, dai mestieri e dalle funzioni proprie della sua classe, il borghese non può scivolare nella classe operaia e svolgere la professione di operaio.

Ed è questa sua incapacità di derogare, la sua pena (tutta da leggere, anche se non è possibile approfondirla in questa sede, la feroce analisi, elaborata nel terzo capitolo del pamphlet, al sistema educativo in quanto tale: “una perversa utopia democratica”).

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Videoregistratore Betamax in vendita in un mercato dell’usato

Vale la pena, a questo punto, riportare quasi per intero la mail che ci ha inviato una giovane aspirante collaboratrice di questa testata. Quello che lei propone di raccontare nei suoi eventuali articoli è questo:

Il leitmotiv delle conversazioni quotidiane negli ultimi periodi, tra i miei coetanei e non, è quello del lavoro. Si passano ore a parlare di ricerche disperate, di colloqui, di cassa integrazione, di frustrazioni, depressione e quant’altro. Poi avvengono degli incontri e senti di storie, di persone che tentano e a volte riescono a rendere il proprio quotidiano (perché ormai è il quotidiano l’unica cosa che ci resta di salvabile) ricco di senso, un senso che non coincide solo con un lavoro ‘creato’ su misura, ma anche con iniziative, progetti culturali, musicali che poco o niente hanno a che fare con una retribuzione ‘significativa’, ma che sicuramente riescono a riempire con ‘senso’ appunto un vuoto lavorativo e sopratutto un vuoto di dignità. In breve, se davvero il lavoro nobilita l’uomo, io vorrei parlare di quelle persone che cercano di ‘nobilitarsi’ senza un lavoro.

Niente meglio di queste parole, disperate nelle prospettive, prima ancora che nel racconto di una realtà, potrebbero sintetizzare meglio il tramonto di un occidente. Cioè, di quell’idea di occidente sul quale troppo a lungo abbiamo costruito una bolla totalmente irreale. Fino al presente in cui, giorno dopo giorno, riceviamo continue certificazioni di un fallimento. Un irrimediabile inconveniente, di questi tempi, quello “di essere nati”. Ma, per citare il filosofo rumeno Emile Cioran:

Allorché qualcuno si lamenta che la sua vita è un fallimento, basta ricordargli che la vita stessa è in una situazione analoga, se non peggiore.

E per fortuna che ci resta la consolazione della filosofia.

Davide Lombardi

Fare il mezzadro in Italia nel 2015

Stefano lavora nella raccolta delle olive ma non viene pagato in euro e oggi ha la casa piena di bottiglie d’olio. La mezzadria esiste ancora?

Lavorare ed essere pagato in bottiglie d’olio: il ritorno della mezzadria, un lavoro che in realtà non è mai scomparso dal medioevo a oggi. Ufficialmente non esiste più, ma durante la raccolta delle olive negli oliveti arrivano pensionati, disoccupati e cassaintegrati pronti ad arrotondare.

A partire dagli anni 2000 abbiamo visto nascere professioni sempre più nuove, mai sentite prima, di quelle che a volte sono difficili da spiegare quando qualcuno ti chiede “Sì, ma esattamente che lavoro fai?”. C’è stato poi il ciclo degli hobby che diventano lavori e lavori che ritornano ad essere hobby: i numerosi videomaker, copywriter, giornalisti, designer e artisti che a un certo punto si sono sentiti dire che il loro lavoro in fondo era poco più che una passione, un passatempo, e quindi non per forza deve essere pagato.

Ma c’è anche chi fa lavori manuali che sono identici da almeno 600 anni: stesse modalità di lavoro, stesse modalità di pagamento. Stefano ad esempio ultimamente lavorava come mezzadro. Ha 31 anni, abita in Sardegna, ha mandato curriculum in tutta Italia e in buona parte d’Europa per cercare un lavoro qualsiasi, ma nella sua isola, al momento, l’unico “lavoro” che ha trovato è quello in campagna. E ora spieghiamo il perché delle virgolette.

Stefano non viene pagato in euro ma in bottiglie d’olio. Varie volte nella sua vita ha lavorato in campagna, perché in Sardegna – come capita anche in molte regioni del sud Italia – è uno di quei pochi lavori che più o meno richiedono sempre manodopera.

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Occupazioni instabili, faticose e pagate poco. Ma quando proprio non si trova altro a parte i famigerati call center o i soliti contratti a progetto come operatori di vendita o agenti di commercio, allora la campagna resta l’unica soluzione. Pochi euro ma subito, in contanti e non di rado in nero, che passano da una mano all’altra, arrivederci e grazie. Niente false promesse, niente provvigioni: esci di casa, lavori e torni con in tasca qualche euro.

Ma nell’ultimo lavoro che Stefano sta facendo per mettere da parte un po’ di soldi, la paga non è in euro. Nemmeno in sterline, dollari o yen. Viene pagato in bottiglie d’olio. È l’antica mezzadria, una parola che alla maggior parte di noi suonerà come antica, appartenente a un’altra epoca, ma non è così. Seppur non ufficialmente, seppur in forma marginale, la mezzadria esiste ancora ed è sempre esistita.

“Ci sono piccoli-medi proprietari di oliveti che mettono a disposizione il proprio terreno per la raccolta delle olive. Chi vuole, la maggior parte pensionati, va e raccoglie quanto più riesce” spiega Stefano. “A quel punto consegna le olive al proprietario, che si occupa della molitura, cioè l’estrazione, e la resa in olio viene divisa in due: metà va al proprietario e metà ai raccoglitori. Se sei fortunato riesci a portare a casa 10/15 litri di olio al giorno”.

Il lavoro del mezzadro negli oliveti è rimasto sostanzialmente invariato dal medioevo a oggi. Certo, c’è qualche piccola migliora tecnica, ma per il resto è uguale. Anche la divisione, da secoli, è quella 50 e 50: metà a chi raccoglie, metà al proprietario. Nonostante nei secoli ci siano state diverse rivolte per cambiare la divisione del prodotto e portarla a 60/40, oggi si divide ancora a metà. La maggior parte dei moderni mezzadri sono pensionati, disoccupati o cassaintegrati che arrotondano così.

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Anche in Farmville, il popolare gioco su Facebook dove si simula la vita di un agricoltore, è possibile piantare un oliveto, raccogliere le olive e perfino produrre l’olio. Farmville ha circa 40 milioni di utenti attivi al mese e circa 8 milioni che ci giocano ogni giorno. Probabilmente perché nessuno di questi le deve raccogliere davvero.

In teoria in Italia la mezzadria è stata abolita nel 1964 e la legge vieta di stipulare nuovi contratti di questo tipo. Il punto è che qua non si parla di aziende e quindi non esistono contratti. E il proprietario dell’oliveto, anche se volesse, non ha nessun vantaggio ad assumere i braccianti come dipendenti e a trasformare l’olivo in una vera azienda e la raccolta in un vero lavoro. Perché? La risposta è molto semplice.

“Perché non conviene. Il punto è che questi oliveti non sono vere aziende: l’alternativa sarebbe appunto lasciare le olive sugli alberi. Così invece, in qualche modo, tutti guadagnano qualcosa, anche se non sempre sono euro. La concorrenza del mercato dell’olio è spietata: al supermercato puoi trovare bottiglie d’olio a 3 euro. Qua, con tutte le spese ridotte al minimo, non puoi farlo pagare meno di 7 euro al litro… ma è olio di ottima qualità”.

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Ma dal punto di vista del bracciante dove sta il guadagno, oltre a riempirsi la casa di bottiglie d’olio di ottima qualità? “Se hai i contatti riesci a venderlo, in nero naturalmente, visto che io non ho nessun titolo per commerciare il prodotto. Altrimenti te lo tieni in dispensa come provvista. Io ora in casa ne avrò circa 50 litri” spiega Stefano.

Eppure questa parola così antica – mezzadria – oggi può suonare anche molto moderna. Abbiamo visto l’interessante caso della “Real shit”, letame di design che, con un’astuta operazione di marketing, è riuscito ad arrivare nei punti vendita di Eataly. Oppure pensiamo anche a quel genere di cose nuove e cool tipo il WWOOF (Willing Workers On Organic Farm), che consiste nell’andare nelle fattorie, essere ospitati e lavorare gratis.

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Il lavoro in campagna in questo caso diventa non più sopravvivenza ma esperienza culturale. Non solo non vieni pagato, ma sei tu a pagare. E non sono poche le persone che sborsano centinaia di euro per andare a raccogliere le olive di qualcun altro, per vivere “l’esperienza della campagna”.

Un certo scalpore ha destato l’estate scorsa la notizia che per raccogliere olive nella tenuta toscana di Sting bisognasse pagare 262 euro al giorno. In cambio, a parte il sudore della fronte per raccogliere le olive della popstar, un picnic sul prato e una degustazione di vini. L’agognato incontro con l’ex Police? Quello non veniva garantito.

Un’esperienza di cui Stefano invece farebbe volentieri a meno: “Ogni mattina mi devo alzare presto e controllare il tempo, perché se piove non si lavora” spiega. “Per un po’ di tempo lavorare così non è male: sai di usare in cucina dell’olio buono, se lo vendi ti fai anche qualche euro e almeno non stai a casa con le mani in mano. Però, certo, non si può considerare un lavoro vero”.

Martino Pinna

Foto di copertina: Agriturismo San Giovannello / Flickr, foto nell’articolo Florian Rieder / Flickr – Licenza Creative Commons 2.0

L’uomo in rivolta

Massimo Beretta non è un rivoluzionario, ma un tranquillo commerciante bresciano che a un certo punto ha deciso di ribellarsi. Contro uno Stato che invece di porsi al servizio di tutti i suoi cittadini sembra tutelare l’interesse di pochi. Partita da Facebook, la sua protesta ha raccolto migliaia di adesioni.

Massimo Beretta non è un rivoluzionario, ma un tranquillo commerciante bresciano che a un certo punto ha deciso di ribellarsi.  Contro uno Stato che invece di porsi al servizio di tutti i suoi cittadini sembra tutelare l’interesse di pochi. Partita da Facebook, la sua protesta ha già raccolto migliaia di adesioni. E presto vuole scendere in piazza. Per gridare tutta la propria rabbia e riuscire finalmente “a farsi vedere”.

Il 31 dicembre, esasperato, ha postato un messaggio sul profilo personale e da lì, lasciato che qualcuno lo raccogliesse nel mare magnum di Facebook. Un breve testo accompagnato da un hashtag, #iononmiammazzo, in cui lui, commerciante di Breno, nel bresciano, rilancia la protesta contro una pressione fiscale alle stelle, a livelli della Svezia – loro il 44,7%, noi il 44,1 – che, unita alla crisi economica e a un livello record di disoccupazione (il 13,4 %, il 43,9 per gli under 25), sta riducendo alla fame decine di migliaia di italiani.

“Mi chiamo Beretta Massimo, lavoratore e prima ancora marito di una donna splendida, dichiaro apertamente di non riuscire più a pagare, con i miei incassi, tutte quelle tasse che lo Stato mi chiede. Mi appello ai principi dello stato di necessità e della capacità contributiva proporzionale al proprio reddito, stabiliti rispettivamente dagli Art. 54 del Codice Penale e il 53 della Costituzione per legittimare il mio rifiuto categorico di continuare a contribuire, attraverso le tasse, alle spese per il mantenimento dei privilegi della classe politica che ci governa, vera protagonista di questa crisi economica.

Poi l’accusa più pesante: con questo sistema iniquo, lo Stato induce al suicidio quei cittadini che non ce la fanno più a sopravvivere, magari senza o con poco lavoro, schiacciati da una tassazione tra le più alte al mondo e dalle spese insostenibili. Che siano pochi o tanti non importa. Anche uno solo è sempre troppo. Perciò, dichiara Beretta, ribellarsi è giusto, sacrosanto. Di certo meglio che ammazzarsi. “Se ho pensato anch’io a togliermi la vita? Sì, certo. Sono in grave difficoltà, come ho scritto nel mio messaggio. Certe volte la notte è molto lunga da passare, la mente va via libera e si pensano tante cose”. Ma sulla disperazione ha prevalso la voglia di lottare. “Ho 36 anni – dice – e non è giusto io mi ritrovi a fare di questi pensieri. Voglio provare a cambiare le cose”.

Il successo della protesta di Beretta è stato tale che, ad oggi, il suo primo post ha ricevuto oltre 30 mila condivisioni su Facebook. Persone che lo hanno convinto ad aprire cinque giorni fa una pagina Facebook dedicata, che nel momento in cui scriviamo ha raggiunto quasi 8 mila “Mi piace”.

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“Non me lo aspettavo – racconta – ma dopo quel post mi sono arrivati centinaia di messaggi. E quasi mi vergogno oggi della mia situazione che, rispetto a tante altre persone che mi scrivono, è meno disperata di quello che mi appariva. In fondo io sono in rosso per 45/50 mila euro. Sono nella media. C’è chi è messo molto peggio di me. La mia storia è semplice: cinque anni fa mi sono messo in proprio e ho aperto una mia attività, un pet shop, un negozio di prodotti per animali, all’interno di un centro commerciale. Ci lavoriamo io e mia moglie e un paio di ragazze dipendenti part-time, di cui una a chiamata, per 362 giorni l’anno, dalle 9 e 30 alle 19 e 30, esclusi Pasqua, Natale e il primo dell’anno. Le cose non andrebbero poi così male, clienti vecchi e nuovi ne ho, ma con i miei incassi non riesco più a mandare avanti il mio negozio con i continui aumenti di tasse e bollette. Leggo poi che l’Iva potrebbe essere progressivamente portata al 25,5%. Se così fosse, un prodotto dal valore di 100 euro dovremmo farlo pagare al cliente 125. Ma siamo impazziti? Col crollo dei consumi che c’è! Così si blocca tutto”.

E conclude secco: “Io non ce la faccio a sostenere i costi che lo Stato mi impone. Pagare l’Iva è più importante della mia vita e di quella di mia moglie? Oppure: perché dovrei licenziare le mie due dipendenti? Io prima pago loro poi, se riesco, le tasse e l’Iva. Solo dopo”.

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(Scusa e buona lettura)

Ci tiene a precisare che non è uno di quelli per cui il fisco è il demonio. “Mai stato un evasore – assicura – sono una persona onesta e le tasse, se sono eque, le pago e le voglio pagare. Avendone in cambio dei servizi pubblici adeguati. Che in Italia però non abbiamo affatto. E’ semplice da capire, no?”.

Sì, semplice. Come “una persona semplice” si definisce Massimo Beretta. Che ha capito che per dar voce a una protesta bisognosa di una miccia per esplodere doveva metterci la faccia. Trasformarsi egli stesso in un marchio e usare il social network più diffuso al mondo come volano. Il volto dello scontento sottotitolato da un hashtag: #iononmiammazzo. Piuttosto, giustamente, m’incazzo. E dopo di lui sono in tanti che stanno mandando alla pagina Facebook la propria faccia accompagnata dallo stesso cartello. A testimonianza di una rabbia crescente che, se non placata, rischia facilmente di indirizzarsi verso obiettivi davvero poco centrati.

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Immagine di copertina dell’edizione tascabile Gallimard de “L’Homme Révolté” di Albert Camus

 

Lo spunto per esprimere il suo profondo malcontento, Beretta l’ha trovato in una foto. Una persona che teneva in mano il cartello “Io non mi ammazzo”. “Da lì ho macchinato per venti giorni – prosegue – e poi l’ho fatto anch’io. Ho subito pensato che il miglior canale per diffondere il mio messaggio dovesse essere per forza Facebook. Io ho la terza Ipsia, elettricista. Non ho contatti coi media, non conosco gente famosa. L’unica cosa che è alla portata di tutti, o almeno di tutte le persone con la mia istruzione e le mie capacità, è Internet. Oltre che usarlo per le solite stupidate, gattini e cagnolini, che pure io amo moltissimo, ho provato a usarlo in maniera diversa. E sta funzionando. Può sembrare un paradosso, ma da un lato mi dispiace tantissimo che la pagina di #iononmiammazzo abbia tanto successo. Avrei preferito che i Mi piace fossero venti o trenta, perché io credo ancora in questo Paese, lo amo. Ma questo successo è la dimostrazione che, purtroppo, la situazione è veramente catastrofica”.

La colpa di tutto questo? Nel suo post Beretta lo imputa alla politica, ma chiacchierando la sua posizione è più articolata, meno disposta a individuare facili bersagli: “Penso che al 90 per cento la responsabilità sia nostra, di tutti noi: non abbiamo mai voluto cambiare veramente le cose. Dar la colpa al politico è piuttosto facile, me ne rendo conto. Ma l’Italia è nostra e se non riusciamo a tirarla fuori da questo caos, ne siamo i primi e diretti responsabili”.

La battaglia di Beretta è, come si dice, post ideologica. Afferma sì, di aver avuto in passato simpatie per una parte politica, non difficili da intuire dalla sua bacheca, di recente di aver sperato in Grillo, poi in Renzi, ma adesso si dichiara deluso di entrambi. Nessuno che rappresenti lui e quelli simili, in tutto o in parte, a lui, la “maggioranza invisibile” racconta dal sociologo Emanuele Ferragina, che non comprende solo precari, disoccupati o migranti, ma anche la parte più fragile di una classe media in costante impoverimento.

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E, senza aver mai letto o sentito parlare di quel saggio, sono esattamente le parole con cui Beretta spiega gli obiettivi del movimento che, partito come una scommessa, ora sta cominciando a prendere forma: “Dobbiamo riuscire a farci vedere ad ogni costo – sottolinea – e sono sicuro che questa protesta funzionerà perché non possiamo andare avanti così. Leggete sulla bacheca della pagina che ho aperto, ci sono messaggi di persone veramente disperate. Dobbiamo fare qualcosa”.

Iniziando con l’andare oltre Internet: “Vogliamo organizzare una protesta pacifica, una manifestazione a cui partecipino almeno diecimila persone, che ci dia visibilità. La mia preoccupazione è organizzare qualcosa di positivo: niente forconi, niente manganelli, niente violenza di alcun tipo. Temo atti di vandalismo perché le persone sono davvero esasperate. Certo, se fossi al posto di qualcun altro, spererei nella confusione. I media sono bravissimi a distrarre l’attenzione quando si crea il caos in questo tipo di eventi. Ma se, quando la manifestazione ci sarà, si spacca una vetrina, si ribalta un cassonetto, noi abbiamo già perso. Si parlerebbe solo di questo e non dei contenuti della nostra protesta. Della nostra rabbia.

La deriva violenta è un rischio che questo Paese sta correndo. La gente è veramente arrabbiata. E quando è così, è pericolosa. Lo capisco. Qui si sta giocando col fuoco. Il popolo è come un cane: lo bastoni tre, quattro, cinque volte, ma prima o poi si rivolta. La situazione è pericolosissima, bisogna far capire quello che pensiamo, come siamo messi. Dobbiamo renderci visibili. Penso che in questa forma, la nostra protesta possa canalizzare tutta questa rabbia e trovare uno sbocco positivo. Essere finalmente ascoltati. Io ci credo fermamente. Devo crederci per forza”.

Davide Lombardi

In copertina: “Sunday” di Edward Hopper (1926)

La rivoluzione culturale del letame

Agricoltura e marketing si uniscono e creano Real Shit: letame in barattolo dall’aspetto molto invitante. Abbiamo intervistato uno dei fondatori, che definisce il progetto “fortemente ideologico”.

A guardare la bella confezione uno si aspetta di trovarci dentro dei dolci, o qualche cioccolatino. E invece no: è cacca. Qualche cliente di Eataly, a Milano, è rimasto interdetto trovando dei barattoli di “Real Shit” (Vera Merda) tra gli scaffali del noto magazzino di alimentari super chic. E’ uno scherzo? E’ la domanda che si sono fatti in molti.

Guardando poi il sito di Real Shit il sospetto che si tratti di uno scherzo si fa più grande: pagine eleganti, stilose, dal forte impatto grafico e dai testi brevi ma ironici e coinvolgenti. Non sembra il sito di un’azienda che produce letame. Ad esempio il video che mostra la preparazione del prodotto si trova su Vimeo, notoriamente più cool, e non su Youtube, troppo di massa. Un dettaglio? Certo, ma come sappiamo il diavolo si nasconde proprio là, nei dettagli.

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Per capire qualcosa di più abbiamo parlato con uno dei tre diavoli in questione: si chiama Federico, ha 32 anni, lavora nel mondo della comunicazione e definisce il progetto Real Shit “fortemente ideologico”.

Federico viene da da Offagna, piccolo comune delle Marche noto per le vigne.

“Io sono nato e cresciuto in campagna e, anche se ora non vivo più circondato da verde e animali, quelle esperienze me le porto dentro” spiega. “Accanto alla passione per la campagna c’è la passione per la comunicazione che condivido con gli altri amici fondatori. Un giorno abbiamo capito che c’era una storia molto bella che valeva la pena raccontare. La storia del letame e del suo ruolo nella cultura contadina. Ci sembrava paradossale che lo stesso prodotto venisse considerato “oro nero” in un contesto culturale ed ignorato totalmente in un altro contesto. Il nostro obiettivo non era tanto vendere il letame, ma diffondere un certo tipo di consapevolezza”.

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Per comprendere il senso di questa affermazione approfondiamo meglio il prodotto: letame, cacca, o merda se preferite essere diretti. Si tratta proprio di quello. Non è un prodotto di nicchia, anzi: il letame è vendutissimo come concime in ambito agricolo ma anche casalingo, per chi ha piccoli giardini o qualche pianta sul balcone di casa. E’ proprio a quest’ultimo target che sembrano rivolgersi quelli di Real Shit. Difficile infatti che un contadino entri in un negozio Eataly e acquisti un barattolo del loro prodotto: 750grammi costano 8,90 euro. Cioè molto.

Il letame in campagna spesso è possibile trovarlo gratis: chi ha animali, se non lo usa per il proprio terreno, è ben contento di regalarlo o venderlo a poco ai contadini vicini. Se si compra, il costo varia in base al tipo e alla qualità (indicata dai valori NPK, cioè di azoto, fosforo e potassio). Uno dei più cari è il guano di pipistrello, proveniente dall’Indonesia e considerato uno dei migliori fertilizzanti. Un sacco di letame bovino da 20kg può costare 18 euro: cioè meno di un euro al chilo. Ovviamente all’aumentare della quantità diminuisce il prezzo.

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Un barattolo di Real Shit invece costa 8,90 per meno di un chilo. Ma quello che si sta vendendo non è solo il prodotto (comunque di qualità, garantiscono) ma è sopratutto la scatola, cioè “la storia” come la chiama Federico utilizzando un termine oggi molto diffuso nel marketing. Dare l’idea al consumatore di Eataly che non sta comprando della semplice cacca, ma della cacca di grandissima qualità e con background culturale che rende il suo profumo molto accattivante. Da non perdere, a proposito, il Dirtyfesto di Real Shit.

Prima domanda: perché non chiamarla Vera Merda, in italiano?

Abbiamo scelto un nome inglese perchè il nostro progetto ideologico si rivolge a un pubblico internazionale. L’abbiamo chiamata per quello che è: 100% letame. Nessun gioco di parole, nessuno tranello pubblicitario.

Vedo che si parlava di voi già nel 2013 ma ad oggi nel sito non è ancora possibile acquistare il prodotto. Come mai?

Dal 2013 ad oggi abbiamo perfezionato il nostro prodotto sia in termini di packaging (sembra scontato ma ti assicuro che non è stato uno scherzo trovare barattoli di cartone adeguati all’utilizzo che ne dovevamo fare) che in termini di materia prima (abbiamo cercato di ottenere un prodotto qualitativamente impeccabile). Da poco ci siamo lanciati nel mercato e stiamo già ricevendo parecchie richieste da tutto il mondo, soprattutto in seguito alla pubblicazione di alcuni importanti articoli su testate internazionali. Al momento si può comprare da Eataly Smeraldo a Milano.

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Pensate di fare confezioni più grandi? E quanti animali vengono utilizzati per la produzione?

La confezione attuale è di 750g ed è sufficiente per concimare circa 8 vasi del diametro di 20 cm. In futuro potremmo pensare ad altri formati. È difficile dare dei numeri sulle mucche (perché è di mucche che si tratta e non di cavalli: il sito è in fase di aggiornamento) e le galline che producono Real Shit.

Fate un controllo di qualità del prodotto? Come viene fatto?

Il controllo di qualità del prodotto viene effettuato in tutte le fasi di produzione: dal reperimento della materia prima, al trasporto fino al processo di maturazione. Il letame proviene esclusivamente da allevamenti che rispettano le norme sul benessere animale: gli animali hanno accesso alla luce naturale e dispongono di spazio per muoversi liberamente. Real Shit viene prodotto nel rispetto dell’antica tradizione contadina dei “cumuli di letame” secondo la quale il letame veniva fatto maturare ribaltandolo costantemente per nove mesi in modo da favorire il naturale processo di fermentazione ed umificazione naturale. Questo processo conferisce al prodotto una ridotta percentuale di cellulosa e di lignina ed abbatte la carica batterica ed i semi infestanti. Non usiamo forni ad aria calda per essiccare il letame e non mescoliamo i letami con altre sostanze chimiche. I controlli di qualità vengono effettuati da dei laboratori esterni che prelevano senza preavviso campioni di prodotto e lo testano nei loro laboratori.

E’ evidente che avete pensato molto bene la comunicazione del prodotto: ma non c’è il rischio che la gente pensi che sia uno scherzo e non lo acquisti? Insomma che pensi a una provocazione come quella della merda d’artista di Manzoni

Abbiamo cercato di raccontare la storia del letame nel modo più verosimile possibile. Potrà sembrare una sciocchezza ma c’è una cultura immensa dietro al letame, ci piacerebbe riscoprirla, ci piacerebbe che anche chi vive in città possa avere accesso a quel mondo di valori, oltre che a quel prodotto. Ma ripeto, il barattolo è solo la chiave di accesso ad un mondo, un pretesto. Noi stessi, invitiamo i consumatori ad andare in campagna a scoprire con i loro occhi come si maturano i cumuli di letame. Per sostenere questo obiettivo abbiamo in mente un progetto non profit. Ci piacerebbe sviluppare un network che metta in contatto allevatori che producono letame di qualità e urban farmes in modo da facilitare l’incontro e lo scambio di racconti … e Real Shit.

Non hai più un euro? Hai vinto

Negli ultimi 30 giorni entrate 0.00 euro, uscite 660.73 euro, saldo disponibile in conto corrente: 1.11 euro.

Sono i movimenti più il saldo di uno dei conti correnti bancari postati sul gruppo Facebook “Finire i soldi” che offre un piccolo spaccato, con una risata a bocca storta, della crisi che milioni di italiani – quelli che abbiamo chiamato la massa degli “invisibili” – stanno vivendo. Quelli che non arrivano alla terza settimana del mese, o magari neanche alla seconda, e che insomma si arrabbatano in attesa di tempi migliori perché, come recita il motto scelto dal gruppo: “non può piovere per sempre”. Nell’attesa, cercano di vivere la povertà con un minimo di leggerezza, ad esempio partecipando al concorso del conto corrente più rosso che c’è. Si posta il saldo del proprio conto, and the winner is…

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Si ride. Anche per dimenticare il vero paradosso: quando il conto corrente piange, tutto diventa più caro. Perché si pagano in ritardo bolli, tasse e bollette varie e allora arrivano le sanzioni. Dall’INPS, dalle Regioni, dallo Stato, dalle municipalizzate che minacciano di staccare le utenze. Tutti a chiedere, tutti a lucrare sulla sfiga, tutti a pretendere di ricevere il dovuto – magari in anticipo come chiede lo Stato che pretende un acconto sui redditi presunti dell’anno in corso – ma poi, quando c’è da restituire, una bolletta a credito ad esempio, c’è da aspettar mesi. Con comodo, perché tanto quando le serve la burocrazia ci vede benissimo e la sfiga la annusa da lontano, e sa benissimo che, anche in un regime “democratico” come il nostro, la libertà e la possibilità di far valere le proprie ragioni sono direttamente proporzionali al peso del proprio conto corrente.

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Gli iscritti al gruppo, nato ufficialmente da più di un anno ma attivo solo da un mese, sono quasi quattromila. E quando si iscrive un nuovo membro, riceve un messaggio di benvenuto personalizzato. Ma solo se si certifica di essere capitati sulla pagina non solamente per curiosità, ma da titolari di tutti i demeriti necessari. Insomma, di essere degli spiantati col conto perennemente in rosso.

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Da non perdere anche l’inno del gruppo, cantato addirittura da uno dei più grandi interpreti della canzone italiana.

Il silenzio invisibile degli innocenti

di Davide Lombardi

Una sera di un paio d’anni fa, a margine di un convegno di studio, mi trovai a fare una chiacchierata con una dirigente regionale di una delle tre grandi confederazioni sindacali. Una cosa del tutto informale, da dopocena, quando la stanchezza, il cibo e il vino sciolgono la naturale ritrosia verso uno sconosciuto appena conosciuto. Perfino se si tratta di un giornalista. Naturalmente si parlava di lavoro (non sono tantissimi gli argomenti a disposizione con una sindacalista che non conosci). Soprattutto di quello che non c’è, e che non c’era nemmeno due anni fa. O di quello che, quando c’è, è brutto, sporco e malpagato. Insomma, quello che va per la maggiore.

A un certo punto, con finta ingenuità – confesso – le ho chiesto: “Ma senti, visto che oggi il lavoro è sempre più precario, che per i giovani un’occupazione a tempo indeterminato è praticamente un miraggio oggi e in futuro, che a pagare la crisi sono soprattutto le categorie sociali più deboli e meno tutelate, in crescita esponenziale per altro, perché il sindacato, guardando in prospettiva, non concentra tutti i suoi sforzi su di loro invece che sulle categorie tradizionali che tutto sommato tengono di fronte alla crisi?”. Mi aspettavo, sbagliando, il solito giro di giostra in sindacalese, e invece la franchezza della sua risposta mi ha spiazzato: “Perché a tenere in vita un’organizzazione come la nostra sono pensionati e lavoratori a tempo indeterminato, precari e disoccupati non ci pagano gli stipendi”.

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L’aneddoto, che cito spesso quando si parla di “crisi del sindacato”, mi è tornato in mente in questi giorni leggendo un libretto – come dimensioni ma non per sostanza – scritto da un giovanissimo sociologo italiano, Emanuele Ferragina, appena trentunenne ma docente di Politiche sociali all’Università di Oxford (all’estero, quelli bravi di solito li premiano), “La maggioranza invisibile” (BUR). L’aspetto più interessante del libro è il tentativo, non solo di fornire una chiave di lettura complessiva del disastrato periodo storico di questo Paese, ma anche di prospettare orizzonti possibili per politiche che vadano un po’ al di là di slogan degni di un coro da stadio come “L’Italia può uscire dal tunnel della crisi”. Anche perché, secondo il sociologo, al di là delle indubbie abilità nel marketing politico dell’attuale premier, nel merito delle politiche del governo, “il Jobs Act, che rende tipici, per sempre, i contratti atipici, rende più profondo il solco fra una minoranza sempre più esigua di lavoratori ultra-tutelati e la massa di assunti dopo il 1996, che hanno dovuto rinunciare a ogni garanzia”.

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Ma andiamo con ordine. Il punto di partenza è rivedere innanzitutto le categorie con le quali siamo abituati a leggere la società italiana, destra/sinistra, classi tradizionali, operai/impiegati, termini del conflitto sociale. ecc. Secondo Ferragina, oggi in Italia esistono tre gruppi distinti. Due sono rappresentati politicamente e riconosciuti socialmente e uno che invece è privo, in parte o del tutto, sia di rappresentanza sindacale che politica: la maggioranza invisibile appunto. Invisibile e silente proprio perché priva di rappresentanza e dunque, di voce. Una massa che Ferragina quantifica ormai in circa 25 milioni di persone, citando dati Istat, e pure stimati al ribasso. Sono pensionati sotto i mille euro al mese, precari, disoccupati, neet, acronimo inglese che include quella fascia di persone, sopratutto giovani, che non sono istruiti né in formazione, non hanno lavoro né lo cercano più. Insomma, i milioni di “perdenti” rispetto alla grande rivoluzione neoliberista successiva alla fine del modello fordista, tra gli anni Settanta e Ottanta, e alla conclusione della guerra fredda e degli equilibri che questa aveva, nel bene e nel male, garantito.

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Antagonisti della maggioranza invisibile sono gli altri due blocchi. Il primo che Ferragina definisce “neoliberista”, è composto da quelli che un tempo avremmo chiamato semplicemente “i ricchi”, coloro i quali della crisi hanno sgradevole sentore giusto dalla lettura dei giornali. Poi ci sono i “garantiti”, quelli con posto fisso, ferie pagate, tredicesima e magari quattordicesima, che la crisi invece la sentono, ma che oltre a contenere le spese in attesa che passi la tempesta, si occupano soprattutto di difendere all’arma bianca i diritti acquisiti (per quanto indeboliti) contro tutti coloro che – intenzionalmente o meno – li minano, anche solo potenzialmente. Per esser chiari, se la torta è ridotta, non sono disposti a cedere una briciola della propria fetta in nome di una solidarietà nei confronti di una comunità nazionale che, in Italia, semplicemente non esiste (forse l’unico anello mancante dell’analisi di Ferragina). Insomma, a pagare la crisi, sono soprattutto loro, noi, la maggioranza invisibile.

“I neoliberisti – scrive Ferragina – vogliono ridurre lo stato sociale ed estendere il loro mantra a quasi tutti gli aspetti della società. Tale prospettiva ideologica, pur non essendo rappresentata pienamente da nessun partito, ha trovato terreno fertile grazie al contesto internazionale e al parziale sostegno delle principali forze di governo (di centrodestra come di centrosinistra), ma è stata frenata dalla forza dei garantiti. Questi ultimi, che hanno difeso a spada tratta le concessioni ottenute durante l’epoca fordista, sono stati capaci di ancorarsi allo status quo e farsi rappresentare da partiti e sindacati. I garantiti, tuttavia, sono un gruppo sociale in via di disgregazione: il loro numero decresce ogni giorno, mentre si ingrossano le fila della maggioranza invisibile”.

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Nulla più di un esempio concreto legato all’impero decadente a cui appartengo, quello del giornalismo, può aiutare a capire come questa configurazione delle classi sociali sia – oltre che efficacissima come sintesi – del tutto trasversale alle categorie professionali, i cui membri sono ormai solo in linea teorica assimilabili ad un blocco univoco: i giornalisti, i medici, gli operai, ecc. ecc.

Cosa volete che abbiano mai in comune un giornalista come Ferruccio De Bortoli, prossimo ad essere liquidato dal Corriere della Sera con una buonuscita da 2,5 milioni di euro, con uno dei tantissimi giornalisti precari pagati a 4 euro lordi a pezzo (anche qualora questo riempia un’intera pagina), se non la tessera dell’Ordine? La risposta è evidente anche senza aver letto Ferragina: assolutamente nulla. Anche perché, contrariamente a quanto accadeva in passato quando la giusta gavetta giornalistica, anche lunga, avrebbe comunque portato prima o poi a un’assunzione, oggi una simile prospettiva è semplicemente impensabile per un giovane che voglia dedicarsi alla professione.

Chiaro che De Bortoli e il giovane precario sono i due casi estremi: l’uno è una star (almeno economicamente) del giornalismo, l’altro un oscuro soldatino intruppato nell’anonima falange dei peones. In mezzo si trova il sempre più sparuto gruppo degli ultimi giapponesi, ipercontrattualizzati e ipergarantiti, pronti a difendere a cannonate i propri benefici in un settore industriale in caduta libera, ma nei fatti costretti a ritirarsi passo dopo passo, se non dal punto di vista salariale, almeno rispetto alla qualità delle proprie prestazioni professionali, sempre più impiegatizie.

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Il bello è che sono ipergarantiti anche in caso di fallimento dell’impresa editoriale. Per salvare quattro gatti di una testata giornalistica con dipendenti forti di rapporti contrattuali “a norma”, si muovono sindacati, istituzioni, ordine dei giornalisti, politici, insomma il tradizionale circo delle “parti sociali” che si esibisce sui tavoli della contrattazione. E per l’enorme massa dei collaboratori senza una garanzia che sia una? Al solito, il nulla. Si dà ormai per scontato che siano da sacrificare sull’altare della flessibilità, incontrovertibile dogma neoliberista, che per altro da noi funziona benissimo soprattutto in uscita, mai in entrata.

E dunque, in definitiva, davvero possiamo pensare che De Bortoli e il nostro giovane precario (o anche un freelance come me) possano essere portatori degli stessi bisogni e interessi? Che possano avere un ordine professionale che rappresenti credibilmente problematiche e prospettive di entrambi? Un sindacato che riesca a tutelare interessi che, di fatto, sono diametralmente opposti?

E lo stesso vale, ovviamente, per tante altre professioni. Penso a mio padre, medico oggi in pensione, riuscito a vincere nei primi anni Settanta un concorso da primario anestesista a poco più di trent’anni. D’accordo, all’epoca, in un piccolo ospedale di montagna, non certo il Niguarda di Milano, ma il suo trampolino di lancio è stato quello. Possiamo immaginare un medico trentenne che oggi riesca a diventare primario, foss’anche nel più sperduto ospedale rimasto in Italia?

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Per concludere con gli esempi, ne voglio portare uno che ritengo particolarmente significativo delle storture di un welfare tutto da ripensare (non certamente in chiave neoliberista) e di una cultura della rappresentanza e della tutela dei lavoratori, non meno da rivedere.

Ho un amico ex Alitalia che, dall’accordo del 2008 tra governo e parti sociali in seguito al crac della compagnia di bandiera, percepisce una cassa integrazione mensile superiore ai 2.000 euro.

La supercassa Alitalia allora concordata era in deroga alla normativa vigente: riguardava la bellezza di 6 mila persone ed è durata 7 anni (4 di cassa in senso stretto e 3 di mobilità) rispetto ai 2 anni previsti per le casse integrazione normali. Essendo di tipo speciale non era neppure in parte coperta dalla contribuzione aziendale, ma ricadeva e ricade quasi per intero sulla fiscalità generale, cioè è stata pagata dai cittadini con le tasse. Ai dipendenti venne garantita una copertura economica per sette anni che ha riguardato in media l’80 per cento della retribuzione originaria. Pagata però dai contribuenti.

Un esempio estremo, esattamente quanto tracciare un parallelo tra De Bortoli e il povero giornalista precario, ma il punto resta sempre lo stesso: cosa volete che abbia in comune il mio amico, che ha usato la sua disoccupazione per laurearsi, contribuire all’economia familiare, andare in vacanza al mare e in montagna come fosse normalmente occupato, con un precario di oggi che a conclusione del rapporto di lavoro a tempo determinato e in attesa di strappare un nuovo contratto, si trova magari per mesi senza uno straccio di copertura?

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A questo punto, riprendendo Ferragina, “la domanda che sorge spontanea di fronte a questa strutturazione del campo sociale è: riuscirà la maggioranza invisibile a dispiegare la sua forza, trovando un terreno che la unifichi in opposizione a neoliberisti e garantiti? La risposta, pur se incompleta, è che il terreno comune per avviare il processo di riconoscimento esiste già. È quello della redistribuzione efficiente e della riforma in senso universale del welfare state” che per il sociologo significa, per esempio, l’introduzione del reddito minimo garantito che “potrebbe essere già implementato, seppur scegliendo una soglia minima bassa”.

Anche perché, come dimostra uno studio dell’Ocse, l’inversione di rotta rispetto a queste diseguaglianze inaccettabili (non solo eticamente, in una società evoluta) non danneggiano nel lungo periodo solo gli sfigati della maggioranza invisibile, ma rallentano la crescita. Cioè danneggiano tutti (a parte i super ricchi naturalmente, che potrebbero essere messi in difficoltà esclusivamente dall’esplosione atomica della bolla finanziaria globale). Infatti, secondo l’Ocse, “L’Italia ha perso il 6,6 per cento di Pil a causa della disuguaglianza, registrando una crescita dal 1985 al 2010 leggermente superiore all’8 per cento, mentre sarebbe potuta essere del 14,7 per cento. (…) In pratica, dice l’Ocse, se si attuano misure per ridurre le disparità di reddito, anche l’economia in generale ne gioverà parecchio”.

Tempo fa, una sera a cena fuori col mio amico ex Alitalia che sta a Roma, ho parlato di queste cose. Gli ho spiegato e lui ha capito. Gli ho raccontato che questo periodo per me, che sono un giornalista e videomaker freelance agganciato di volta in volta a lavori occasionali, è particolarmente difficile economicamente. Abbiamo chiacchierato a lungo, raccontandoci di noi e di questo tempo. Della crisi. Poi ci siamo alzati e siamo andati a pagare. Alla romana.

Davide Lombardi

Tutte le immagini di questo articolo sono di Stefania Spezzati per le Officine Tolau e si riferiscono alla manifestazione degli indignados a Roma, il 15 ottobre 2011.

Trasforma il tuo lavoro in un hobby (e non il contrario)

Annunci assurdi trovati online: ci sono quelli che richiedono serietà ma che specificano che si tratta più di “hobby” e non di veri e propri lavori, e quelli che cercano “persone particolarmente benestanti” o “No sindacalisti”

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Trasformare il proprio hobby in un lavoro: il sogno di molti, ma come sempre nei sogni risvegliarsi è la parte più dura. Prendiamo il lavoro del videomaker, oggi molto diffuso: fra tassazione alta, concorrenza numerosa, pagamenti bassi e costantemente in ritardo, chi davvero riesce a sostenersi solo facendo video sono pochi, gli altri durano qualche anno e poi o cambiano lavoro, o vendono la videocamera per mangiare, o tornano a testa bassa dai genitori.

Si può dire che si è fatto il giro: da hobby che diventa lavoro, a lavoro che diventa un hobby, come dimostra questo annuncio che abbiamo trovato, dove si sottolinea che l’offerta è da considerarsi “come coltivazione di un hobby”.

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In quest’altro annuncio come recensore di prodotti tecnologici si richiede serietà e “almeno 7 articoli a settimana”, ma attenzione, “per il periodo iniziale i collaboratori NON saranno retribuiti e il tutto sarà da vedere più come un hobby che come un vero e proprio lavoro”.

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Un misterioso annuncio proveniente dalla provincia di Crotone invece riguarda una società non meglio specificata, per cui si cerca “qualcuno di particolarmente benestante che vuole farne parte visto che è solo come hobby e quindi non prevede retribuzione/pagamento”. Mistero.

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Infine a Sarno, si cercano montatori di arredi che non lo facciano come hobby (esiste chi ha questa passione, a quanto pare) e alcune categorie particolari sono assolutamente escluse, ovvero: No sindacalisti, No scarsi apprendisti, No perditempo.

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Se trovate altri annunci assurdi segnalateli alla nostra redazione. 

 

Altissima retribuzione oraria, offresi: 5 euro

Sembra una barzelletta. E in fondo, un po’ speriamo che lo sia. Perché altrimenti, questo annuncio di  una “importante Agenzia Leader nel settore Energia” comparso sul sito subito.it altro non è che l’esempio di come ormai sia saltato ogni principio di realtà e questo Paese sia ormai la triste parodia di se stesso.

Riassunto della ricerca di personale: questa agenzia leader seleziona, per la zona di Quartu Sant’Elena (Cagliari), venti giovani in possesso del diploma di scuola superiore da inserire nel proprio organico per il turno della mattina (9.00/15.00) o sera (15.00/21.00) e collaborare così a una prestigiosa campagna per conto di Enel Energia luce/gas.

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Rapporto a tempo determinato, naturalmente, ma con alcune garanzie mica da poco:  contratto fisso mensile ad altissima retribuzione  oraria (5 EURO). E’ scritto proprio così: cinque euro cinque (lordi). Da leccarsi i baffi, considerando anche la straordinaria opportunità di inserirsi nel solito “ambiente stimolante, serio, pulito, giovane e dinamico” (notevole anche l’accento sul “pulito”, casomai uno subodorasse di trovarsi a lavorare in qualche vecchio e umido scantinato).

Chiosa finale dell’azienda leader: niente sessismo né razzismo da noi, “Il presente annuncio è rivolto ad entrambi i sessi, ai sensi delle leggi 903/77 e 125/91, e a PERSONE di tutte le età e tutte le nazionalità, ai sensi dei decreti legislativi 215/03 e 216/03”. Tutto a norma di legge. Appunto.

Gli immigrati ci rubano davvero il lavoro?

Gli immigrati ci rubano il lavoro? Secondo l’Ocse, organizzazione internazionale per lo sviluppo economico, non è vero. Secondo i dati presentati nel rapporto quelli che arrivano in Italia sono lavoratori poco qualificati e che si offrono quindi per lavori che i cittadini normalmente rifiutano e di cui quindi si necessita di mano d’opera.

Un esempio su tutti è quello delle badanti: con l’invecchiamento della popolazione le famiglie hanno bisogno di sostegno e, visto che l’assistenza sanitaria o gli aiuti statali non bastano a coprire la necessità, si ricorre a donne immigrate e, inutile negarlo, sottopagate, che assistano anziani, malati e spesso anche disabili.

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Lavorare meno, lavorare tutti

E’ di ieri la proposta lanciata dal professor John Ashton, Presidente del Comitato di Salute pubblica britannico, di introdurre la settimana corta lavorativa: quattro giorni di lavoro invece degli usuali cinque e un bel weekend lungo di tre giorni. Per tutti. Secondo Ashton, una simile rivoluzione potrebbe produrre almeno tre risultati significativi: combattere gli alti livelli rilevati di stress da lavoro, permettere di passare più tempo in famiglia e a coltivare i propri interessi personali, ridurre il tasso di disoccupazione.

Il viaggio per il lavoro

Ashton parla di una “cattiva distribuzione del lavoro”: chi lavora troppo, chi troppo poco o niente. In entrambi i casi le conseguenze sono un aumento delle malattie fisiche e mentali. Conclusione: lavorare meno non solo riaprirebbe spazi in un mercato del lavoro bloccato quando non in contrazione (in Italia la disoccupazione è tornata a salire), ma sarebbe un gran bene per la salute di tutti.

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