Paura e terrore in Via Carteria

Dovete sapere che Converso ha sede a Modena, in una via del centro che si chiama via Carteria, nota soprattutto perché ospita diversi spazi artistici. Siamo spesso lì, facciamo delle riunioni, organizziamo mostre, parliamo con le persone che passano o che entrano per chiedere informazioni. A parte il freddo, ci troviamo bene.

Ma ieri è successo qualcosa che ha cambiato tutto.  Sulla Gazzetta di Modena, quotidiano locale, sono apparsi una serie di titoli che ci hanno rovinato la giornata:

titoli

Leggiamo l’articolo, si parla di “coprifuoco nelle ore serali”, e di “avanzare dell’oscurità” con immagini da H.P. Lovecraft, come se da un momento all’altro da un tombino dovesse uscire Cthulhu. I toni usati sembrano descrivere una situazione di degrado che nemmeno nelle banlieue di Bruxelles. Ovviamente ci preoccupiamo. Arriva perfino qualche telefonata da lontani parenti per sapere se va tutto bene.

Non aiutano le inquietanti immagini mostrate nel video che accompagna il pezzo, dove, oltre ad essere intervistati alcuni commercianti (“esasperati” secondo il quotidiano – come l’orefice che segnala “alcune sciocchezze” e furti di bici, o la prima commerciante che inizia dicendo “sinceramente mi sento abbastanza tranquilla”), si segnalano diverse pisciate di cane. Avvertiamo i lettori che si tratta di immagini forti, ma dobbiamo pubblicarle:

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Una situazione di terrore indescrivibile, addirittura impossibile da mostrare. Letteralmente. Infatti la galleria fotografica che pubblica il quotidiano modenese… non la mostra. L’orrore è talmente forte da essere invisibile. Ecco le foto della Gazzetta di Modena, con le nostre didascalie:

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prima foto: praticamente la Svizzera. strada pulita, piante, tranquillità. Eppure è proprio qua che si annida il terrore.

seconda foto: strade pulite, addirittura un bel cielo azzurro, macchine di grossa cilindrata ordinatamente parcheggiate. Come nelle periferie di Caracas.

terza foto: un disegno sul muro. Effettivamente rappresenta un mostriciattolo, la sera, con la luce giusta, può fare paura.

quarta foto: uno stencil di Rimbaud. notare che sotto era stata fatta una tag ma è stata cancellata, mentre lo stencil è rimasto, in quanto considerato artistico, dunque non abbruttisce la via.

quinta foto: tag e vari scarabocchi sui muri. brutti, è vero. Ma è l’unico punto in cui si veda qualcosa che vagamente possa rimandare al degrado, nonostante il pavimento pulito.

sesta foto: pulizia, negozi con manichini, pochi segni di paura che avanza.

settima foto: Cesare sorridente.

ottava foto: portici di via Carteria, identici a tutti gli altri portici di modena.

nona foto: opera di street art nella via delle gallerie d’arte. Strano eh?

decima foto: una tag.

undicesima foto: laboratorio la Scossa, spazio autogestito. Non si capisce perché venga fotografato. Il suggerimento è che questo è il degrado? E’ qui che si nasconde Cthulhu?

Buonanotte, compagno emiliano

Incontro con uno di quelli che han fatto la storia dell’Emilia rossa. Tra lambrusco e comunismo, figa e CGIL.

di Davide Lombardi

La politica? Una “roba bella e divertente”. Pura passione. Come quella per il genere femminile, altra stella polare di Fausto Cigni, classe 1948, noto in città come il “sindaco” di Modena est. Insomma, uno che ancora oggi ha il suo peso e sposta voti. Anche se lui smentisce e si sminuisce: “Io conto solo per un voto, il mio, spero solo che non mi venga l’Alzheimer per non sbagliarmi”. E giù una risatina compiaciuta per la battuta. Perché Fausto è così: un gigione. Che però, ridendo e scherzando, ha fatto la sua parte per costruire quel che viene definito “modello emiliano”. Anche se oggi, di quella storia, resta poco.

Pan, parsot, figa e lambrosc! Naturalmente consumati con rigore marxista: pane e prosciutto proletari innaffiati da abbondanti dosi di lambrusco cooperativo. Tutta roba emiliana doc. E la gnocca? No, beh, per quella, sul localismo è sempre prevalsa la vocazione internazionalista inclusa nel dna di qualsiasi comunista che si rispetti: “proletarie di tutto il mondo, unitevi! Preferibilmente al sottoscritto”. Il compagno Cigni Fausto (nomen omen, dal latino faustus, felice & fortunato), conosciuto in tutta la città come il “sindaco di Modena est”, popoloso quartiere periferico che però, precisa lui, “noi chiamiamo la città di Modena Est”, è uno degli ultimi mohicani emiliani. Quella tribù di comunisti goderecci cresciuti tra gli Appennini e la Bassa a “pan, eccetera” e piccì, che hanno costruito e fatto la storia – quella dal basso, popolare – del cosiddetto modello emiliano. Tanto per capirci, “mica come quei fighetti di oggi che si vantano di metterci la faccia per quel po’ di fuffa che producono, noi ci mettevamo il culo!”.

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Milano 25 aprile 1977

Ma far ripercorrere al compagno Fausto i dettagli di una storia personale che per molte parti coincide con quella politica e sociale di una città e di una regione, è come tirar fuori sangue da una rapa. Una fatica improba. Che lui spiega così: “Sono molto reticente a parlar di me – puntualizza – conta il partito non l’individuo, il personale. Questa è la mia cultura”. E poi dai, giù: “mica come quelli di oggi per cui il partito è solo un autobus per far carriera, utile in campagna elettorale quando mettere il simbolo sotto la faccia è ancora necessario. Non è che io sia contro tutto ‘sto nuovismo che va di moda. Anzi, ben venga. Però, attenzione (parola che ripete spessissimo), se sotto il vestito di tutto questo nuovo che avanza non c’è un’idea di società, vedi mo’ bein che presto si va a sbattere. Capito, cipollino? (appellativo che ripete spesso, forse in sostituzione dell’ormai obsoleto ‘compagno’)”.

La storia politica di Cigni, che è del ’48, comincia negli anni ’60. “A sedici anni ho cominciato a lavorare come operaio metalmeccanico. Poco eh, tre giorni in tutto, come dico sempre io. Perché mi sono subito infilato nel sindacato, prima tessera quella della Fiom di cui sono diventato delegato, e nella Fgci. La politica è nel mio dna, da sempre: come strumento per risolvere problemi concreti delle persone e per cambiare la società. Mi sono sempre impegnato moltissimo. Senza prendermi mai troppo sul serio, eh, né allora né oggi. Studiavo sì, Marx e Lenin, anche se i miei miti erano il Che e Fidel, Hồ Chí Minh, la rivoluzione cubana e i vietcong, mica l’Unione Sovietica di Brèžnev. Mi piacevano molto anche le donne. Anche oggi per la verità. E far casino con gli amici. Ci davo dentro con la batteria in un gruppo rock che si chiamava “I derelitti”. Cover dei Rolling Stones. Che quella musica lì sulla gnocca aveva ottima presa. Abbiamo suonato un po’ di tempo in giro sì, ma non eravamo granché. Più che altro, come diceva mia nonna, ci piaceva la vita. Si spaziava molto ed eravamo parecchio goderecci. Anche perché essendo tutti in bolletta dovevamo trovare il modo di divertirci con poco”.

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Parco Lambro, 1976

L’altro grande amore del compagno Fausto, oltre alla gnocca (ci sta: l’Emilia è l’unica regione italiana con un nome femminile), è la politica. “Che allora – assicura – era con la p maiuscola. Modena dal dopoguerra fino ai primi anni sessanta, era una città in continua fibrillazione. Strascichi del periodo bellico. Scontri con la polizia. Conflittualità varie. Poi è scoppiata la pace. La parte più intelligente della città, gli intellettuali, i padroni, il sindacato, il PCI e la DC, hanno cominciato a ragionare sul futuro della nostra terra cercando di fare sintesi su un progetto comune, mettendo in secondo piano le ideologie in nome del pragmatismo. Certo, ognuno aveva il suo blocco sociale. I padroni facevano i padroni, gli operai gli operai. Battaglie anche pesanti, tra noi. Ma sono nati allora grandi progetti come il villaggio artigiano o il mercato del bestiame, che crearono sviluppo vero. Se Modena è questa, oggi, si deve alle felici intuizioni dei protagonisti di allora”.

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Scritta su un muro di Modena, primi anni ’80

E il presente? “Di quel modo di concepire e fare politica non è rimasto niente”. Cigni il nostalgico? Lui giura di no. Anche perché, seppure le sue idee e la sua visione non siano oggi maggioritarie nel partito erede di quella storia, anche se lui per primo si definisce “un pensionato esodato dalla politica”, in città ‘il sindaco di Modena est’ ha ancora il suo peso. Qualche centinaia di voti e forse più li sposta ancora. E sotto elezioni, a farsi una chiacchierata con Cigni ci provano un po’ tutti. Almeno quelli che sanno di aver qualche speranza di entrare nelle sue grazie. Voti che possono bastare e avanzare per entrare, ad esempio, in consiglio comunale, ambito territoriale in cui si è sempre mosso il “sindaco”, due volte consigliere comunale, due provinciale, oltre che a più riprese nella direzione locale del PCI, PDS, DS e PD. “Mai fregato un cazzo di fare il parlamentare, quando supero la Fossalta (piccola località sul fiume Panaro a est di Modena, che insieme al Secchia, ad ovest, delimita i confini della provincia) mi girano le balle” precisa, tanto per chiarire bene i confini della sua azione politica.

“Oggi la politica è una roba abissalmente diversa dai miei tempi – commenta più con orgoglio sornione, che afflitto – anche se non contrappongo gli anni miei al presente. Noi eravamo segnati da un fortissimo senso di appartenenza: i nostri enti locali, quelli guidati dal PCI, dovevano dimostrare al governo centrale che noi rappresentavamo il meglio che potesse esserci. L’Emilia rossa è nata da questa necessità. Dovevamo per forza essere i migliori. Punto”.

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Manifestazione a sostegno della lotta vietnamita, primi anni 70, Toscana

Il grande sviluppo di Modena, il benessere che ancora oggi mantiene nonostante la crisi, si devono, secondo Cigni, a questo pragmatismo collettivo, molto emiliano, rispetto a un’idea di sviluppo allora condivisa. “Ed anche – precisa – ad esponenti politici per i quali la sobrietà era scontata: il sindaco di una città come la nostra prendeva come un funzionario di partito che era legato al salario di un metalmeccanico. Oggi un sindaco prende come minimo tre volte di più. Per non parlare di parlamentari o i consiglieri regionali. Non si capisce perché un consigliere regionale debba prendere 6000 euro o giù di lì. Che cazzo fa più di un consigliere comunale che coi gettoni di presenza intasca infinitamente meno? Dislivelli che sono una follia”.

“Lascia stare destra e sinistra, oggi la politica, tutta, è ormai una macchina del consenso per tornaconti personali o di gruppo o di casta. Il popolo non vede altro, ma questo significa la morte della politica! Già l’Italia è il paese delle vongole, figuriamoci se la classe dirigente dà questo tipo di esempi. Manca totalmente la formazione e selezione dei gruppi dirigenti. Io vengo dal PCI di Berlinguer. Negli anni ’70 ho studiato alle Frattocchie, la scuola di formazione di quadri e dirigenti del partito. Quattro mesi e mezzo di corsi intensivi di politica, economia, grandi temi culturali. Oggi basta che uno sia bello e carino, telegenico, e zac, è più o meno fatta. Voglio vedere chi, tra gli elettori, si legge i programmi elettorali. Tutto si gioca in televisione. Un tempo il segretario del partito contava più di un sindaco e di un deputato. Oggi non conta un cazzo, almeno a livello locale. Detto questo, io sono molto critico nei confronti del mio partito, ma allo stesso tempo constato che siamo gli unici ad avere delle risorse in giro, risorse umane. Però dai, basta con ‘ste contrapposizioni tra ex Ds ed ex Margherita, il PD è nato per fare sintesi. Non so perché non si riesce a fare il salto, forse rendite di posizione e pigrizia”.

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Achille Occhetto alla svolta della Bolognina. Fine del PCI

Su Matteo Renzi, la stella cometa del nuovo Partito Democratico, il compagno Cigni è ovviamente tutt’altro che tenero. “A parte che sotto il vestito di Renzi non c’è niente – dichiara – un uomo solo al comando non ti porta da nessuna parte. A che serve, poi, attaccare la Cgil come ha fatto di recente? Ma dai, su. Smettiamola di costruir steccati, guardiamo al sodo, al pragmatismo. La politica è nata per risolvere i problemi, non per crearne. Sulle questioni deve essere all’avanguardia e arrivarci prima se possibile, non rincorrerle. Per me un partito deve avere questa funzione. Stiamo sul pezzo, sui temi, il sesso degli angeli a me non interessa. Voglio un partito moderno ma con una storia. Non una roba fatta di slogan e comitati come quello di Renzi”.

Restio a parlar di sé, il compagno Fausto parlerebbe invece per ore, senza fatica, di donne e di politica. Con la libertà di chi tanto non ha niente da perdere. Niente da conquistare. Ecco, giusto qualcosa da difendere: la sua storia personale, di cui appunto parla malvolentieri, glissando completamente su alcune stagioni. Come quella, negli anni ’70, all’interno del leggendario servizio d’ordine del PCI. “Anni difficili – la sua unica concessione – in cui sì, spesso si faceva a botte coi fasci. Ma non solo, anche con gli autonomi, o il katanga, il servizio d’ordine del movimento studentesco. Poi vabbè, si è tanto parlato di gladio bianca, gladio rossa, dei preparativi per difendersi da eventuali colpi di stato che dopo Grecia e Cile non sembravano così impossibili, ma di questo io non so niente…”. Inutile insistere, niente, bocca cucita.

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Volantini delle Brigate Rosse

Nessuna concessione invece, parlando sempre di quegli anni, alle Brigate Rosse: “Compagni che sbagliavano? Tutte pugnette. Niente compagni, gente che sbagliava e basta. Io li ho sempre visti come Giorgio Amendola: fascisti rossi. Lo stragismo voleva far regredire i grandi movimenti di massa stimolando risposte di carattere autoritario. Sindacato e politica hanno respinto questa sfida. Allora, su qualcuno esercitarono un certo fascino, ma poi milioni di persone si schierarono togliendo loro l’acqua in cui sguazzavano”.

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(Scusa e buona lettura)

“Rifarei tutto quello che ho fatto – assicura –  ho avuto la grande fortuna nella vita di fare quello che volevo e per me la politica è stata una cosa bella e divertente. Ecco se devo proprio ricordare tra le tante cose del mio passato, quella di cui sono particolarmente orgoglioso, quella che spicca in alto a sinistra come si diceva una volta, è stato mettere in piedi il centro lavoratori stranieri della Cgil, nei lontani anni ’80. Di fronte a una novità come l’inizio del fenomeno migratorio, la capacità di PCI e sindacato, la mia Cgil, è stata allora quella di inventarsi una contrattazione ad hoc, e diversi servizi per integrare i cosiddetti nuovi cittadini che arrivavano. L’immigrazione va intesa come contaminazione e non come esclusione del diverso. Anche di fronte a fatti come la strage delle redazione di Charlie Hebdo diventa sempre più determinante l’accoglienza, licenziare leggi che aprano spazi di integrazione all’interno di un quadro di diritti e di doveri.

Perciò, sono assolutamente favorevole allo ius soli, al voto amministrativo dopo 5 anni che uno risiede qui e paga le tasse. Lo sai che sono 93 mila i permessi di soggiorno regolari in provincia di Modena? Quindi questi pagano 240 milioni di tasse, di cui 170 vanno all’Inps: stanno pagando le pensioni agli italiani. Questa è la verità! Altro che tutto ‘sto urlare al lupo per gli sbarchi. Bisogna che la politica guardi alla realtà: o le trasformazioni si affrontano per quello che sono o sono guai. Oggi non lo stiamo facendo, né in Italia, né in Europa”.

Scuote la testa. Borbotta. Poi sbotta, si alza e se ne va: “Quando si invecchia c’è solo posto per il come eravamo, che palle! Me ne vado: ciao cipollino”. Buonanotte, signor Cigni.

Davide Lombardi

Il presepe di Raffaele

I favolosi plastici di Raffaele, riproduzioni fedeli delle Feste dell’Unità. Una grande piccola storia di Converso.

di Davide Lombardi e Martino Pinna

La prima l’ha fatta quando aveva nove anni. Era il 2000. Una riproduzione in scala, realizzata con colla, forbici e cartoncini colorati, della festa dell’Unità di Modena. Quattordici anni dopo Raffaele ha appena finito di smontare la quattordicesima versione della sua personale festa dell’Unità. “La faccio ogni anno, non so perché, non c’è un motivo razionale” spiega. “La faccio e basta”.

È una struttura di 2 metri per 2 metri e mezzo che Raffaele ogni anno cambia e perfeziona. La base è permanente e non la smonta mai del tutto: “Resta in una tavernetta che a casa usiamo poco”. Poi quando arriva l’estate, riprende in mano carta, forbici e colla e si mette a ricostruirla riproducendo gli spazi, i cartelli, le scritte, i ristoranti: un plastico del tutto identico alla festa reale che si svolge ogni anno dal 27 agosto al 22 settembre a Ponte Alto. Una delle più grandi d’Italia.

“Ho iniziato da bambino, mi piaceva molto il mondo della festa. C’era un’atmosfera allegra, colorata. Mi ricordo i colori, i pannelli tematici che contornavano la festa come fosse un fortino, un’area circoscritta. Era come entrare in un’altra realtà. Così ho iniziato a riprodurla in casa, con la carta. Poi è diventata come una tradizione.”

È come fare il presepe?

Ride: “Sì, è come fare il presepe. La monto prima dell’inizio della festa, rimane aperta per tutta la durata della festa e quando arriva l’epifania, il 22 settembre, la smonto e la metto a posto”. Domanda obbligatoria: ma la festa non è sempre uguale? “Più o meno sì, infatti quest’anno mi sono stufato e l’ho fatta un po’ diversa. Ho aggiunto delle strutture che non sono mai state realizzate, per esempio la terrazza sul lago. Mi sono basato sui miei studi sulle feste passate, quelle degli anni 80/90”.

Un dettaglio della riproduzione della festa dell’Unità di Modena realizzata da Raffaele Caterino

Quella per Raffaele resta l’epoca d’oro. Lui oggi ha 23 anni (è nato nel 1991), è uno studente e un militante del PD, ma si definisce uno della vecchia guardia. “Un comunista del PCI anni ’80, né prima né dopo”. Non prima perché “era un partito ancora combattuto tra la fedeltà all’Urss, l’antico spirito rivoluzionario, e una società che stava cambiando e che non avrebbe potuto più essere né comunista né rivoluzionaria, e non dopo perché il PCI semplicemente non è più esistito”.

I suoi riferimenti sono Nilde Iotti, Togliatti, Berlinguer ma anche Massimo D’Alema, “che leggo e ascolto sempre volentieri”. Ha amato la Divina Commedia, ma legge soprattutto saggi storici. Ha una grande stima per Pierluigi Bersani e non nasconde la delusione per un partito renzizzato oltre i limiti per lui accettabili: “Per quest’anno ho rinnovato la tessera. L’anno prossimo non so”. Se il partito di Renzi cambia verso a seconda di quello che decide il capo, lui resta fedele alla linea, quella del “PCI anni ’80 appunto, né prima né dopo”.

Negli anni, tra cambi di nome – festa democratica, festa del Pd – la Festa, quella con la effe maiuscola, ha perso un po’ della sua identità. Oggi, diciamo la verità, si va soprattutto per mangiare, bere e magari godersi qualche concerto. Ai tempi d’oro a sentire Berlinguer c’erano 700mila persone. Ora le file più lunghe sono quelle per il panino con la porchetta. E più del liscio vanno i balli latino-americani.

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Proprio all’evoluzione della festa dell’Unità Raffaele ha dedicato la sua tesi di laurea. Titolo: “Feste dell’Unità a Modena, cambiamenti e tradizioni socio-politiche dal 1983 al 2007”. Anno, guarda caso, in cui è nato il Partito Democratico. La sua tesi s’interrompe lì, quasi a certificare una cesura personale, prima ancora che storica, tra il passato e quel suo sentire da “comunista anni ’80, né prima né dopo” e il presente targato Dem.

“Negli anni ’80 e ’90 le feste erano progettate da un architetto” spiega. “L’impianto era pensato secondo precise indicazioni tematiche variate di anno in anno e doveva declinare nella struttura questo tema, sviscerato in ogni cosa: dalle mostre, dalle presentazioni di libri, dalle iniziative politiche, perfino lo spazio bambini era tutto nell’ottica del tema. Vedevi fisicamente l’idea della festa”.

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Festa dell’Unità di Modena, Ponte Alto, 1990

Oggi è molto diverso. “Si è perso questa progettualità, si pensa solo alla fruibilità della festa, a discorsi economici, tenere le stesse strutture nello stesso modo senza doverle montare e rimontare”. Per questo motivo da quest’anno ha iniziato a cambiare il suo diorama, virando da un modello di rappresentazione fedele all’originale a uno a metà tra il sogno e il ricordo, riproducendo sensazioni e ricordi dell’infanzia, alla ricerca del tempo perduto: “Negli archivi ho trovato le fotografie delle feste che ricordavo da bambino, quelle degli anni ’90. A colpirmi erano soprattutto le grandi scenografie”.

Non potendo realizzarle nella realtà, Raffaele ha cominciato a realizzarle nel suo plastico. “Guardando le foto ho scoperto che le cose non erano così grandi come le ricordavo… Ma c’erano questi grandi pannelli, un grande sole, una quercia gigantesca di cui io al tempo non sapevo il significato, ma mi piaceva”.

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Raffaele con la sua compagna Francesca

Le sue ricerche però non si limitano ad archivi e biblioteche. Porta avanti anche quella che in campo antropologico si chiamerebbe ricerca sul campo: è sempre presente alla festa, sia prima, durante l’allestimento – la sua parte preferita – sia dopo, cercando di essere presente tutte le sere con la sua compagna di vita Francesca. Insieme passeggiano, mangiano, parlano con gli amici, comprano libri, vivono l’atmosfera che amano e che aspettano tutto l’anno.

Ma la realtà nel frattempo prende un’altra direzione.

Quella che ha preso il partito forse a Raffaele piacerà sempre meno, e chissà se l’anno prossimo rinnoverà la tessera. Ma la festa, quella continuerà ad esistere e lui continuerà ad amarla. E se il mondo reale, quello dove Renzi è il nuovo che avanza e Bersani è minoranza, non c’è proprio modo di cambiarlo, lui può continuare a perfezionare l’altra realtà. Quel fortino di carta modello dei suoi ricordi d’infanzia, che forse diventerà sempre più personale e sempre meno fedele all’originale, fino ad arrivare alla perfezione del ricordo: quei favolosi anni 80 che ha mancato solo per qualche anno. Perché non c’è ricordo più intenso di quello che non si è mai vissuto.

Martino Pinna, Davide Lombardi

Sballo da debuttanti

Da una parte ci sono giovani donne in abiti da favola che strette ai cadetti ballano il valzer in una notte senza tempo. Dall’altra ci sono ragazze che hanno scelto la divisa e ogni giorno lottano per conquistare il titolo di ufficiale in un mondo che fino a pochi anni fa era solo maschile. Per entrambe il debutto in società passa dall’Accademia militare di Modena, anche se in modi diversi: alcune sfilando come damigelle, altre saltando in un cerchio di fuoco.

di Lucia Maini, Mattia Rossi, Davide Mantovani, Anna Ferri.

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Ma i figli continuano a farli solo le donne

Storie tra Emilia, Lazio e Lombardia di soprusi e violazioni quotidiane nell’applicazione della 194, la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza. Una legge che ha generato fin dalla sua approvazione contrapposizioni feroci. Su una sola cosa sono tutti d’accordo: in Italia chi fa figli non gode di alcun sostegno. Un reportage in collaborazione con Q Code Magazine.

di Giulia Bondi, Anna Ferri, Davide Lombardi, Isabella Colucci, Antonio Tomeo

Leggi tutto “Ma i figli continuano a farli solo le donne”

Todo cambia

Eh sì, tutto cambia, perfino in una delle ultime roccaforti “rosse” dell’Emilia, Modena, che per la prima volta nella sua storia vedrà andare al ballottaggio il candidato sindaco del partito che governa la città dalla notte dei tempi. Quel che sta accadendo è una specie di telenovela di provincia, un romanzo popolare, che però racconta di un pezzo d’Italia che, lentamente e faticosamente, sta cambiando. Tutta la storia spiegata a chi di Modena non è, ma che qui può trovarvi una vicenda-simbolo dell’intero Paese, in bilico tra passato e futuro. Una co-produzione Converso e Q Code Magazine.

Di Davide Lombardi, Anna Ferri, Giulia Bondi, Davide Mantovani.

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