L’eclissi sacra dei Musulmani

Né il Cristianesimo né l’Ebraismo citano esplicitamente questo raro evento ampiamente studiato in epoca contemporanea. Ma come si comporta e come reagisce all’eclissi la minoranza religiosa più numerosa d’Italia e d’Europa?

Né il Cristianesimo né l’Ebraismo citano esplicitamente questo raro evento ampiamente studiato in epoca contemporanea. Ma come si comporta e come reagisce all’eclissi la minoranza religiosa più numerosa d’Italia e d’Europa?

eclissi_cinaGli astri si sono incrociati la mattina del 20 marzo, nel giorno dell’equinozio di Primavera, per il grande spettacolo dell’eclissi solare. La luna si è sovrapposta al sole per un paio di ore e ha proiettato la sua ombra sulla Terra. Alle nostre latitudini, l’eclissi ha prodotto un oscuramento parziale del 65%. Il calo di luce è stato graduale, con l’apice intorno alle 10:30. Una luce crepuscolare ha illuminato la mattinata e allungato le ombre per alcune decine di minuti.

Quello che oggi è un fenomeno astronomico ampiamente studiato dalla scienza, tanto da rendere possibile previsioni così esatte, era un tempo un evento che terrorizzava i nostri antenati. La luce del tramonto di mattina, le tenebre di giorno, il “Sole nero” offuscato dalla luna sono stati per millenni un mistero per l’uomo. Spesso al centro di superstizioni e credenze, i popoli antichi pensavano fosse causata da demoni e animali che divoravano l’astro, o dal furto di luce ordito da qualche divinità.

Per molte culture l’eclisse era associata ad un evento premonitore nefasto, sinonimo di morte e di cattivi presagi. Altre, come quella cinese, esorcizzavano il momento dell’eclissi battendo sui tamburi e producendo un tale fracasso da spaventare mostruose figure mitologiche ritenute responsabili dell’oscuramento del sole, a sua volta associato alla vita. E mentre non vi è menzione del fenomeno nei Testi Sacri di Cristiani e Ebraici, in altre civiltà come in quella musulmana, l’eclissi viene descritta, contestualizzata e ridimensionata.

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Per i Musulmani l’eclisse non preannuncia nessuna catastrofe né viene contemplata con misticismo. E’ una manifestazione dell’esistenza di Dio che viene celebrata con una preghiera ad hoc: la “Salat al-kusuf”. “La preghiera dell’eclissi” è considerata un’orazione supererogatoria, quindi non obbligatoria ma fortemente consigliata in base alla Tradizione profetica.

Per seguire questo rito collettivo siamo andati a Piacenza dove si trova uno dei centri islamici meglio strutturati del territorio lombardo-emiliano. Fra centri culturali e semplici sale di preghiera esistono 770 luoghi di culto islamico in Italia. Dopo la Lombardia (130 centri), l’Emilia Romagna è la seconda regione per numero di luoghi di culto islamici con 112 edifici adibiti a sale di preghiera o a centri culturali. Con 1,4 milioni di fedeli, i musulmani rappresentano la seconda religione del paese e d’Europa.

Dal 2012 la Comunità Islamica di Piacenza e provincia ha la sua sede in un ampio edificio di recente ristrutturazione capace di accogliere almeno 2000 persone. Il Centro è una struttura polifunzionale, articolata in sale di preghiera, stanze per le riunioni, spazi per i giovani, aule per corsi di formazione e di lingua, oltre a un grande giardino con fontana in stile arabo-islamico. Anche la scala anti-incendio di acciaio è stilizzata a minareto.

Oggi il Centro della Comunità Islamica di Piacenza è uno dei complessi islamici più importanti e meglio organizzati d’Italia settentrionale, punto di riferimento per gli oltre 20mila Musulmani residenti sul territorio piacentino. I Musulmani locali hanno una pagina Facebook e un canale youtube sempre aggiornato. “La preghiera dell’eclissi” è stata pubblicizzata sui social network e attraverso la stampa locale.

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Incontriamo Abdelrahman, il giovane custode marocchino del Centro che ci accompagna all’interno dell’edificio dove già una decina di fedeli sono raccolti in preghiera. Sono quasi le 10 e la luce comincia lentamente a calare. “In teoria si inizia a pregare in congregazione appena comincia l’oscuramento del sole e la funzione termina solo quando la luce torna splendere con il sermone conclusivo dell’imam”, puntualizza Abdelrahman.

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Il termine arabo “Imam” significava in origine “Colui che sta davanti”, in epoca preislamica indicava le persone che guidavano le carovane nei lunghi viaggi attraverso il deserto. Nell’Islam classico è colui che dirige la preghiera, esperto in materie religiose. Nell’Islam europeo l’imam è spesso una figura che assume un ruolo più ampio. E’ considerato la guida, il rappresentante e il portavoce della comunità. L’imam di Piacenza è un signore di circa 35 anni, di origine egiziana, con un lunga barba scura e riccia. Si chiama Mohamed Salah: “Le popolazioni pre-islamiche associavano il fenomeno dell’eclissi alla morte o alla nascita di una persona importante – spiega l’Imam – Questa credenza venne corretta dal Profeta Mohamed. Come le altre manifestazioni della natura l’eclissi è un segno di Allah”.

La “razionalizzazione religiosa” dell’eclissi aveva un’origine senza dubbio funzionale alla professione monoteista islamica: combattere l’idolatria e arginare la superstizione che un evento straordinario come l’eclissi aveva fino ad allora generato presso i popoli arabi pagani. Quest’inquadramento religioso della Natura fu senz’altro utile anche a placare i sentimenti di panico e sgomento che un eclissi poteva suscitare presso le popolazioni dell’epoca, esortate invece a pregare.

Ma secondo la Tradizione profetica l’Islam si spinge oltre. “Cominciamo per dire che tutto quello che avviene nell’universo avviene per decreto di Allah: sole e luna, luce e tenebre sono solo dei segni di Dio”, spiega “Sheykh” Abdu r Rahman Pasquini, una delle figure più autorevoli dell’Islam in Italia. Convertitosi verso la fine degli anni ’60, mentre i suoi coetanei pensavano a protestare contro la società dei loro padri, lo “sceicco” fondava a Milano la prima organizzazione giovanile musulmana militante: “Presenza Islamica”. E’ stato in seguito co-fondatore e Imam della Moschea del Misericordioso (conosciuta volgarmente anche come “moschea di Segrate”), una delle rare moschee vere e proprie della Penisola e dirige attualmente una casa editrice denominata “Edizioni del Calamo”. Lo sceicco Pasquini è spesso ospite dei convegni organizzati dal Centro Islamico di Piacenza in veste di predicatore.

Secondo alcune “sunna”, i detti e i comportamenti del Profeta Mohamed, fonti della teologia e del diritto islamico, è proprio durante un’eclissi che Ibrahim, uno dei figli del Profeta Mohamed, morì. Il popolo associò subito la morte del figlio dell’amato Profeta all’eclissi. “Dovette intervenire Mohamed stesso – spiega lo sceicco Pasquini – pronunciando la seguente frase :”Invero il sole e la luna non si eclissano né per la morte né per la nascita di alcuno, bensì sono due tra i segni di Allâh: quando assistete alle loro eclissi, alzatevi ed assolvete all’orazione”. Quest’invito alla preghiera, davanti a un evento che poteva turbare i primi musulmani minandone la fede, era ed è preso alla lettera per tutti coloro che seguono idealmente la “imitatio muhammadi”, la via del comportamento del Profeta Mohamed.

Alle 10:30 arriva il picco dell’eclissi. Decine di fedeli pregano in fila in silenzio. “Attraverso l’eclissi Allah vuol ricordare ai fedeli la sua onnipotenza e la loro condizione di creature tenute a dare conto a Dio nel Giorno del Giudizio. Facendo calare le tenebre di giorno, Allah induce i fedeli a celebrare la sua grandezza e a temerlo, questo è il vero motivo della salat al-kusuf”, dice lo sceicco.

Poco prima di mezzogiorno la luce torna a spledere e i fedeli che hanno eseguito la “Salat al-kusuf” si mescolano a quelli accorsi per la preghiera del mezzogiorno di venerdì, l’orazione canonica più importante. Incontriamo alcuni giovani per i quali la “preghiera dell’eclissi” è semplicemente raccomandata dalla Tradizione e quindi da eseguire senza porsi troppe domande.

”Il Corano parla delle eclissi solari e lunari come di tanti altri fenomeni naturali che troveranno poi una loro dimensione scientifica solo in epoca contemporanea, ossia ben 1400 anni dopo essere stati rivelati” commenta lo sceicco Paquini. Secondo i Musulmani, il versetto 33 della XXI sura del Corano anticiperebbe la formulazione di alcune teorie astrofisiche sul moto dei pianeti. Il versetto recita: “Egli è Colui che ha creato la notte e il giorno, il sole e la luna: ciascuno naviga alla sua orbita”. Un versetto che secondo gli studiosi islamici testimonierebbe di un fatto essenziale scoperto dall’astronomia moderna, cioè l’esistenza di diverse orbite per ogni corpo celeste, con delle caratteristiche di moto proprie.

Per la prossima eclissi bisognerà aspettare almeno 10 anni. Comunque vada, i veri Musulmani la celebreranno con una preghiera che assomiglia più a una fredda esecuzione di inchini e prostrazioni che a un raccoglimento comunitario sentito e condiviso. Così, mentre bisognerà aspettare il 2027 per ammirare una nuova eclissi, benché ancora parziale, saremo sempre sicuri che ci saranno i Musulmani a relativizzare il fenomeno, suggerendoci:”Niente paura, è solo la Natura, è solo Dio”.

Gaetano Gasparini

Immagine di copertina, photo credit: Eclypse via photopin (license).

Cattolici: the next generation

di Martino Pinna

Forse c’è stato un tempo in cui bastava dire “cattolici” per capire di chi si stava parlando. Difficile dire quando: forse prima del Concilio Vaticano secondo, forse prima del grande scisma d’Oriente. O forse prima che internet ci facesse scoprire che il mondo era più grande, più vario e non necessariamente più bello di quello che vedevamo dal nostro vicoletto. Non saprei.

Oggi la galassia cattolica è molto più complessa e variegata di quanto molti non cattolici e atei possano immaginare. Non è un blocco unico di persone tutte uguali, che si vestono allo stesso modo e pensano allo stesso modo, ma qualcosa di più simile al bar di Guerre Stellari.

C’è di tutto, dalle persone più bizzarre a quelle più normali, quelli che leggono i libri di Paolo Brosio e quelli che leggono Hans Küng, e molti cattolici fra loro non hanno niente in comune se non forse l’amore – o quantomeno una certa simpatia – per Gesù e una preoccupazione continua per la cosiddetta famiglia tradizionale.

Ma pensare che siano tutti uguali sarebbe come pensare che noi atei siamo tutti uguali, che ci si incontra per strada e ci si riconosce facendo il saluto segreto di noi atei e si parla delle tante cose che abbiamo in comune (ad esempio non credere in un dio) sorridendo e dandoci pacche sulle spalle. Non è così. E non è così nemmeno per i cattolici.

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Come in nessun’altra chiesa in quella cattolica si sono create al suo interno subculture e microcomunità in maniera parallela alla scissione del cristianesimo in decine di altri credi religiosi. A parte quelli che sono veri e propri movimenti nati all’interno della Chiesa, spesso dai nomi molto suggestivi, come i Legionari di Cristo, i Carimastici, i Focolarini, Comunione e Liberazione, i Neocatecumenali, la Gioventù ardente mariana, la Comunità Gesù Risorto o la Comunità Nuovi Orizzonti, ci sono decine e forse centinaia di piccole e grandi rappresentanze cattoliche di precise categorie.

Prendete il fiato perché si tratta di un elenco lungo: i giuristi cattolici, l’associazione cattolica operatori sanitari, l’associazione cattolica esercenti cinema, l’Unione Cristiani Cattolici Razionali (in opposizione all’Unione Atei Agnostici Razionalisti), l’associazione Famiglie Separate Cristiane, l’associazione Medici Cattolici Italiani, i Cattolici per l’Indipendenza del Veneto, il Movimento cristiano lavoratori, l’Unione cristiana imprenditori dirigenti, gli animalisti cattolici, i cattolici omosessuali, i cattolici comunisti, i cattolici integralisti, il gruppo cattolico Chiediamo le dimissioni di Bergoglio (dove si sostiene che Bergoglio sia l’Anticristo, 535 fan),  l’associazione vegetariani cattolici, i cattolici medjugoriani, i papaboys, gli scout cattolici, il movimento studenti cattolici: esistono perfino punk cattolici (uno solo in realtà, Giovanni Lindo Ferretti), atei cattolici (anche qua un solo esemplare noto, Giuliano Ferrara) e i single cattolici, che hanno uno slogan molto particolare, teologicamente e sessualmente ambiguo.

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L’apertura dell’account ufficiale del papa, @Pontifex (voluto da Ratzinger, ricordiamo, poco prima delle sue dimissioni), secondo alcuni ha lanciato la Chiesa cattolica in una nuova era di comunicazione, mentre secondo altri non è cambiato niente, semplicemente la Chiesa ha portato la sua missione evangelica dove ora si trova la gente, cioè su internet.

Ma questo è quello che succede nei piani alti. Nel frattempo, dal basso, il web ha favorito la proliferazione di gruppi cattolici sempre più piccoli e antropologicamente sempre più interessanti, come i Cattolici per l’Indipendenza del Veneto (355 mi piace), secondo i quali lo Stato è “la Bestia Immonda” e dal Catechismo si evince piuttosto chiaramente che il Veneto dev’essere indipendente. Siamo passati dai cattocomunisti ai cattovegetariani, cattoanimalisti, cattoindipendentisti, aggiungendo sempre nuove specie alla complessa tassonomia cattolica.

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Ad esempio, un nuovo esemplare di cattolico figlio del web è il cattonerd.

Unisce il cattolicesimo con l’attitudine nerd, ovvero – secondo l’obsoleta definizione di Wikipedia – “chi ha una certa predisposizione per la scienza e la tecnologia ed è al contempo tendenzialmente solitario e con una più o meno ridotta propensione alla socializzazione”. Questo forse 20 anni fa, o ancora oggi in qualche film italiano, ma in realtà oggi il nerd è cool, va alle feste, di tecnologia ne sa quanto un normale 12enne dipendente dallo smartphone, e sostanzialmente è riconoscibile solo per una propensione alla letteratura fantasy, ai fumetti, ai videogiochi e a un certo tipo di cultura pop. Sono quelli che se gli segnali un’immagine che fa ridere ti dicono che l’hanno già vista 4 anni fa.

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Unire questo tipo di cultura all’appartenenza alla Chiesa cattolica – un’istituzione millenaria – sembra difficile, ma non è impossibile.

Uno dei cattonerd si chiama Dario, ha 30 anni e fa il perito informatico, dunque è in linea con lo stereotipo-standard del vero nerd originale. E’ uno dei ragazzi che gestisce il sito cattonerd.it, che a una prima occhiata colpisce per il suo aspetto accattivante, moderno, pop, contemporaneo. L’obiettivo sembra quello di voler dare un’immagine diversa del cattolico, un’immagine giovane e cool. E’ così?

“No. Ci tengo a precisare che non vogliamo dare un’immagine diversa del cattolico” spiega Dario. “Il sito è nato principalmente per rappresentare quello che siamo, nella speranza che le nostre passioni possano essere un veicolo per arrivare, insieme ai nostri lettori, a Dio”.

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All’inizio è un po’ destabilizzante: articoli che parlano del cartone animato Lilo & Stitch e la fecondazione assistita, l’esaltazione della castità secondo i manga, citazioni di Ratzinger e di Aragorn del Signore degli Anelli nella stessa pagina, il tutto con un’impaginazione grafica molto bella e testi ben scritti. Per un ateo, ma credo anche per un cattolico non-nerd, l’impressione è quella di entrare in un mondo dove quello che vedi non è Gesù, ma un cosplayer vestito da Gesù.

Appunto: destabilizzante.

Dove sono i cattolici che da ateo sognavo di contrastare? Dove sono i papaboys con le chitarre a cantare Osanna Osanna? Dov’è Rocco Buttiglione?

Chiedo a Dario: ma non è che siete come i preti che suonano con la chitarra le canzoni rock and roll per avvicinarsi ai giovani?

“All’apparenza potrebbe sembrare così. In realtà il metodo è diametralmente opposto. Le messe beat, così come fece secoli prima San Filippo Neri (anche se il paragone forse è eccessivo), erano un cambiamento estetico che aveva come scopo l’assecondare i gusti di quella generazione. Noi, al contrario, esterniamo ciò che siamo, consapevoli del fatto che i nerd (nonostante adesso stiano andando di moda), così come i cattolici, non sono molto visti di buon occhio. Noi essendo sia catto che nerd, molto probabilmente saremo gli esclusi degli esclusi. Non lo dico per vittimismo, perché ci ridiamo su, ma per prove empiriche. Ci capita di essere guardati male sia dai geek (e al Lucca Comics è successo), sia da alcuni cattolici per i quali risultiamo essere troppo eccentrici o anche poco rispettosi”.

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Dietro al progetto non c’è un’associazione o un movimento cattolico. Dario fa parte di Azione Cattolica, sua madre è credente, mentre suo padre è ateo e anticlericale. La sua formazione come cattolico parte dalla nonna materna: “La prima che, fin da quando ero piccolo, mi ha fatto prendere in simpatia il Figlio del Capo”. Poi, dai 17 anni in su, il percorso in Azione Cattolica l’ha avvicinato sempre di più alla Chiesa, anche se, per anni, come tanti cattolici, è andato a messa solo sporadicamente, perché non ne capiva l’utilità. Solo recentemente ne ha scoperto “la sua reale bellezza” e l’anno scorso per qualche mese è addirittura riuscito ad andarci tutti i giorni prima di recarsi a lavoro: “Posso assicurare che è un ottimo modo per ingranare la giornata”. Meglio di fare jogging, a quanto pare.

In un articolo di Cattonerd leggo l’apologia di Suor Cristina, la suora cantante nota per aver partecipato a una trasmissione televisiva dove ha ottenuto tanto successo da finire sui giornali di tutto il mondo. Suor Cristina ha fatto una cover di “Like a Vergin” di Madonna, e qua è fantastico come religione e pop si confondano sublimamente, come solo un bravo barman con un cocktail ben riuscito è in grado di fare. La cover di Suor Cristina ha esaltato i cattonerd, che scrivono: “Se una suora prende una canzone simbolo dell’amore carnale come Like a Virgin e riesce ad elevarla a preghiera non è impresa da poco. È come costruire una chiesa sui ruderi di un tempio pagano”.

Nella sezione “tavole di pietra” ci sono invece presenti i meme cattolici, la maggior parte dei quali risulta di difficile lettura per un ateo forse un po’ ignorante come me:

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“Il nostro pubblico ideale? Chiunque sia interessato a scoprire cosa voglia dire essere un nerd, o cosa voglia dire essere un cattolico praticante” dice Dario. “Per il momento abbiamo attirato principalmente i cattolici nerd o credenti che sanno prendersi alla leggera, ma anche qualche agnostico che vuole capire qualcosa di più sul nostro mondo. Speriamo in futuro di poterci confrontare anche con utenti lontani dalla Chiesa e magari in disaccordo con noi”.

Ecco, inutile girarci attorno: bella grafica, simpatici i meme (quelli che ho capito) e bellissimo il logo, ma la Chiesa oggi è anche quella del no all’aborto, no all’eutanasia, no alla fecondazione assistita, no all’estensione dei diritti civili per gli omosessuali. Cosa ne pensa un Cattonerd?

“Nonostante nella mia vita io abbia avuto pareri e prese di posizioni in contrasto con la Chiesa, adesso come adesso, dopo studi e realizzazioni, mi trovo d’accordo con ciò che insegna il Catechismo rispetto a questi ambiti. Non abbiamo però intenzione di trattarli di petto. Non perché abbiamo paura di farlo, ma perché sappiamo che alla base di questi discorsi, che molti trattano come massimi sistemi, ci sono persone che soffrono e che vanno capite e accolte; nonostante abbiamo opinioni e stili di vita diversi dai nostri, restano Figli di Dio, e per questo sono nostri fratelli e sorelle, e nutriamo verso di loro il massimo rispetto”.

Ok, ma la Chiesa starà sbagliando qualcosa: sono uomini dopotutto, ci sarà qualche aspetto sul quale è rimasta indietro rispetto alla comunità di fedeli che rappresenta?

“Credo che uno dei tema dove la Chiesa non è riuscita ad affrontare con la giusta presa, sia quello dell’affettività” risponde Dario. “Ci ritroviamo ad agire nell’ebrezza di una fantomatica libertà di una sessualità senza vincoli, una libertà che si paga svalutando quanto realmente valiamo e quanto meritiamo. Una libertà solo apparente che ci lascia un vuoto che corriamo a riempire con altri vuoti. Molti degli argomenti che hai citato nella domanda precedente non si affronterebbero nemmeno se ci venisse insegnato il valore della vita, del corpo umano e del rispetto del prossimo”.

Forse è così. Ma chissà Gesù cosa farebbe, se tornasse qua tra noi. Vorrebbe discutere di aborto ed eutanasia oppure scaricare l’ultima stagione di Games of Thrones?

Martino Pinna

L’italiano in parte

di Davide Lombardi

Oussama Mansour ha 23 anni e frequenta Lettere a Bologna. Gli piace scrivere e sogna di diventare un giorno giornalista. E’ la ragione per cui è collaboratore fisso di Yalla Italia, il “blog delle seconde generazioni”. Figli di immigrati non sempre nati, ma sicuramente cresciuti nel paese dove hanno studiato e vissuto la maggior parte della loro vita.

Qualche tempo fa, il padre di Oussama, Lotfi, cinquantunenne di origine tunisina immigrato in Italia nei primi anni ’90, gli ha mandato un messaggio. Questo:

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“Se Dio vuole” è stata la risposta di Oussama. Insomma, la speranza che questo evento possa un giorno avverarsi. A Dio piacendo, naturalmente. Solo che non è per niente facile. Perché già l’invito di Lotfi suona stonato in partenza: vale per lui, immigrato di prima generazione, ma non certo per Oussama, che immigrato non è. E’ italiano in tutto e per tutto, e non certo solo per la cittadinanza. Anche se il suo nome – che si può scrivere anche Osama, come il cattivone per eccellenza degli anni 2000 – non si trova nel calendario dei santi. Anche se a domanda diretta, “quanto ti senti italiano e quanto tunisino”, un po’ nicchia, fatica a determinare una percentuale precisa, ammesso che ne esista una. In fondo “le mie radici numide – le definisce così – le ho scritte nel dna, pur avendo io vissuto qui da quando avevo sei mesi” dichiara sornione col suo marcato accento modenese. Solo dopo una certa insistenza concede: “Certo che sono italiano. Sì, ma in parte”.

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Lotfi e Oussama

Se si parla di percentuali, suo padre Lotfi ha invece le idee chiarissime: “Noi siamo la famiglia Mansour, non dico che i miei quattro figli debbano essere come me, ma almeno al 90% sì”. Ed essere come lui, in pratica, significa “non sentirsi italiani”. Nonostante la cittadinanza, di cui pure Lotfi è ormai in possesso, dopo venticinque anni da immigrato. Dice sicuro: “Un italiano che si dovesse trasferire in Tunisia non diventerebbe tunisino, resterebbe quello che è. Così noi non siamo italiani. Conta la famiglia, contano le radici. E’ sbagliato dire che siamo italiani. I tanti emigranti che anche voi avete avuto sono rientrati prima o poi. Quasi tutti. Anche noi dovremo tornare un giorno nella nostra patria. Anche Oussama. Che però non vuole tornare proprio più a casa sua, in Tunisia. Anzi, a trovare i nostri parenti laggiù ci va sempre meno”.

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Più che in Tunisia, Oussama sogna un giorno di trasferirsi in qualche paese anglofono. Perché “oggi l’inglese è come il latino per l’impero romano” e soprattutto perché, come tutti i ragazzi italiani, vive con preoccupazione la mancanza di prospettive e l’inarrestabile declino che questo Paese sembra incapace anche solo di frenare. “Quanto sono arrabbiato per questo? Né più né meno di qualsiasi altro ragazzo. E proprio come tutti gli altri, amo l’Italia tanto quanto la odio. Oggi è molto faticoso essere giovani: ti devi creare da solo le opportunità perché nessuno ti aiuta, ti devi arrangiare e basta. E non è facile”.

“Paradossalmente – continua – in questo momento di crisi, la situazione è migliore per me che ho la doppia cittadinanza. Male che vada qualsiasi mio progetto di vita, ho sempre la possibilità di ripiegare sulla Tunisia dove, con un po’ di soldi, anche solo 20 mila euro, potrei aprire un’attività che mi permetterebbe di campare benissimo. Ma che ci vado a fare ora come ora? A me piace una città come Milano, mi piace una dimensione come quella europea. Figurati se penso di tornare in Tunisia”.

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Oussama Mansour

Quasi una bestemmia per Lotfi, che in “Oussama l’italiano” legge il fallimento di una durissima vita di sacrifici, lontano dalla sua terra. Lamenta l’allontanamento del ragazzo dalla famiglia e dalle radici, dall’adolescenza in poi: “Gli ho dato una buona educazione. A lui come a tutti i miei figli. Da bambino era bravissimo: non faceva casino. Era bravo, gentile, rispettoso. Adesso invece non ascolta, ha una mentalità italiana. Non sono contento di lui. Ha iniziato e poi mollato Giurisprudenza a Modena, adesso fa Lettere a Bologna. Non si sa cosa voglia fare. Non è più l’Oussama che conoscevo prima. Ha trovato una ragazza italiana e con lei si comporta nel modo degli italiani. Vivono insieme. Non si fa. E’ vietato dalla religione. Non vorrei che diventasse come quei ragazzi di qui che pensano solo a divertirsi. Oggi una ragazza, domani un’altra. Con tutte le malattie che ci sono nel mondo… C’è un detto del Profeta che recita così, ‘Ti piace fare il puttanello con le donne, eh? Ma se un altro lo facesse con tua madre, tua sorella, tua moglie, ti piacerebbe ancora? No, vero? E allora perché lo fai tu?’ Ecco, non dico che Oussama sia proprio così, ma mi dà dolore nel cuore il giovane che è oggi. Io per sposare mia moglie, sua madre, ho chiesto il permesso ai suoi e ai miei genitori. E solo dopo averlo avuto, l’ho sposata”.

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Per Lotfi la religione è molto importante. Importantissima. Ed è probabilmente ciò che l’ha tenuto in piedi in anni difficilissimi quando, appena immigrato, ha vissuto in case diroccate, dormito nei prati (“In Sicilia, sotto gli alberi di arance”), in una fonderia dismessa  nel carpigiano insieme a centinaia di altri immigrati tunisini, algerini, marocchini. “C’era di tutto – ricorda ridendo – in quel posto entravi la sera pulito e la mattina ne uscivi nero di sporcizia”. Ha fatto ogni genere di lavoro, dal muratore, al bracciante, all’operaio. Oggi fa il corriere. “E lavoro con dei ritmi che non so quanti italiani riuscirebbero a tenere” assicura. “Io so cosa è il dovere – dice – perché sono una persona religiosa e la mia religione non mi permette di comportarmi male. Devo essere onesto, laborioso, responsabile. E’ un obbligo per me, prima ancora che una scelta. Non ha senso fare il furbo perché tanto c’è Dio che controlla. Oussama invece si è allontanato sia dalla comunità tunisina, che vorrei frequentasse, sia dalla religione islamica. E così non va, mi delude”.

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“Il paradosso – ribatte Oussama – è che mio nonno, il padre di Lotfi, non voleva che lui andasse a pregare. Nella Tunisia che il suo fondatore e primo presidente Habib Bourghiba rese secolarizzata forzatamente. Invece adesso, dopo la cosiddetta rivoluzione dei Gelsomini del 2010/2011, c’è una rinascita dei movimenti islamici. Per quanto mi riguarda, io sono musulmano né più né meno di quanto la maggioranza dei ragazzi italiani siano ‘cattolici’. A casa dei miei, adesso io abito e studio a Bologna, a volte capita che inveisca contro mio padre, dicendogli che è un integralista autocrate. Lui mi risponde che sono un infedele, che diventerò cristiano e me ne pentirò amaramente e bla bla bla. Di religione mi interesso dal punto di vista antropologico e culturale, il Corano è un meraviglioso poema, ma dubito che andrò oltre questo. Le religioni monoteiste in fondo hanno una base rigorosamente comune: servono a dare un ordine sociale e, logicamente, spirituale. Forniscono delle regole che le persone applicano. Tutto qui. Lo stesso dicasi rispetto al mondo arabo. Conosco la lingua e naturalmente sono legato a quella dimensione così forte in me, ma il mio avvicinamento anche in quel caso è di tipo culturale”.

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Niente ponti allora, tra il tuo mondo è quello di tuo padre, chiedo? “Sempre ‘sta palla del ‘ponte tra due culture’ – risponde Oussama giochicchiando col suo IPhone – tutte chiacchiere. Io voglio realizzare qualcosa di utile davvero. Inventare qualcosa. Cambiare, non fermarmi agli stereotipi e ai soliti discorsi triti e ritriti”.

Dunque niente libro sull’immigrazione di prima e seconda generazione, per far contento Lotfi almeno su questo? “In Italia la letteratura meticcia è ancora molto carente, contrariamente ad esempio alla Francia, molto più ricca di bellissimi romanzi che affrontano il tema della doppia identità. Adesso però ne sto leggendo uno italiano: ‘Antar’ di Wu Ming 2 e Antar Mohamed. Stupendo. Se realizzerò mai il desiderio di mio padre di scriverne uno io? Non lo so. Ti rispondo come ho già ho risposto a lui: Inchallah”.

grazi

 

Davide Lombardi

Le foto davanti alla moschea di Modena sono di Davide Mantovani

Il velo di Dio

Perché molte donne musulmane portano il velo? Per Hayette e Rayan, italiane musulmane, perché Dio lo vuole. E’ scritto nel Corano. La loro è una scelta consapevole che è anche il simbolo di un’identità a cavallo tra due culture. Ma non in tutto il mondo è così: in diversi Paesi il velo è utilizzato come uno degli strumenti di sottomissione al potere.

di Anna Ferri, Davide Lombardi, Antonio Tomeo.

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